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	<title>Galérie du Jour &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Kenneth Anger alla Galérie du Jour</title>
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		<dc:creator><![CDATA[rinaldo censi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Oct 2012 12:30:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Enrico Camporesi &#160; È un&#8217;annosa questione, quella che circonda le esposizioni di cinema. Si sa come, nello spazio museale, una componente fondamentale del film, la sua stessa condizione di esistenza, venga a mancare – la proiezione. Ancora più inconcepibile è, a prima vista, la presenza di un cineasta in una galleria. Cosa si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_43714" aria-describedby="caption-attachment-43714" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/05/kenneth-anger-alla-galerie-du-jour/kan_scarlet_woman_margorie_cameron_30x40_pfm16_rvb_0301/" rel="attachment wp-att-43714"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-43714" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/KAN_Scarlet_Woman_Margorie_Cameron_30x40_PFM16_RVB_0301-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/KAN_Scarlet_Woman_Margorie_Cameron_30x40_PFM16_RVB_0301-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/KAN_Scarlet_Woman_Margorie_Cameron_30x40_PFM16_RVB_0301-1024x725.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/KAN_Scarlet_Woman_Margorie_Cameron_30x40_PFM16_RVB_0301-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/KAN_Scarlet_Woman_Margorie_Cameron_30x40_PFM16_RVB_0301.jpg 1300w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-43714" class="wp-caption-text">Kenneth Anger &#8211; Inauguration of the Pleasure Dome (195di <strong></strong></figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> </strong></p>
<p><strong>Enrico Camporesi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È un&#8217;annosa questione, quella che circonda le esposizioni di cinema. Si sa come, nello spazio museale, una componente fondamentale del film, la sua stessa condizione di esistenza, venga a mancare – la proiezione. Ancora più inconcepibile è, a prima vista, la presenza di un cineasta in una galleria. Cosa si può vendere, infatti? Non certo una copia di un film, poco appetibile per i collezionisti. Del resto (ma questo è forse un altro corno del problema) siamo di fronte alle stessa trita questione dell&#8217;arte della <em>riproducibilità tecnica</em>. Più volte mi domando se non sarebbe proficuo accantonare questa definizione insoddisfacente, in favore di un paradigma diverso – Paolo Cherchi Usai proponeva, dal canto suo, un&#8217;arte della <em>ripetizione</em>. (1)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non questa la sede per spingerci in un&#8217;inchiesta ontologica sul cinema. Più pragmaticamente, invece, in termini di mercato qualcosa è stato fatto. Nella sua estrema semplicità, sembra uno stratagemma soddisfacente, per il cineasta, trarre dalla copia del film stampe di qualche immagine. Dal film alla foto dunque, in edizione numerata e siglata. Questa la soluzione adottata da tempo da Jonas Mekas. Così è anche nella mostra di Kenneth Anger alla Galérie du Jour di Agnès B. a Parigi (che del resto, è anche la gallerista di Mekas). Vi è allora una stanza con qualche stampa di grande proporzioni. Lo spettatore si avvicina e l&#8217;occhio si dirige a scrutare la consistenza dell&#8217;immagine. La grana però pare svanita, dissolta in una piattezza sconcertante. Un pensiero lo assale, le stampe sono incredibilmente deludenti. Certo l&#8217;effetto dell&#8217;Osiride interpretato da Donald Cammell in <em>Lucifer Rising</em>, ad esempio, non è del tutto svanito, ma quando si scorge sul cartellino la scritta <em>tirage numérique</em>, l&#8217;insieme appare ben più deprimente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non mancano, ad ogni modo, i film esposti (in proiezione video): in una sala sta <em>Inauguration of the Pleasure Dome</em> (1954) accompagnato dalla <em>Messa glagolitica</em> di Janáček, nell&#8217;altra <em>Puce Moment </em>(1949), che l&#8217;occhio distratto del visitatore si può concedere di sbirciare. Certo rimane poca cosa dell&#8217;impatto dei film nella sala ma qualcuno potrebbe obiettare che fra le sparse membra della filmografia di Anger, così disseminata di progetti incompiuti, smarriti o appena abbozzati, una visione parziale non sia poi così fuori luogo, quasi come si stesse a guardare gli arti amputati caduti dal letto di Procuste. C&#8217;è però qualcosa che ha attratto prevalentemente la nostra attenzione. La sala di ingresso presenta alcune <em>memorabilia</em> dalla collezione di Kenneth Anger: ritratti del cineasta, volantini per le proiezioni di alcuni suoi lavori. Ancora meglio sono le pareti allestite coi formidabili ritrovamenti di Anger. Un muro è completamente ricoperto di immagini di Billie Dove.  Ricordi di una carriera folgorante, al fianco di Douglas Fairbanks in <em>The Black Pirate</em> (Albert Parker, 1926) ma soprattutto a fianco di Howard Hughes, del quale fu la compagna. Incastonato al centro di questa parete colma di ricordi sta un dipinto della stessa Dove, <em>Masquerade</em>, in guisa di testimonianza del suo talento in pittura. Anger, l&#8217;ammiratore, l&#8217;aveva risparmiata nel suo impietoso <em>Hollywood Babilionia</em>, citandola solamente di striscio in qualche riga dal sapore melanconico sulla Hollywood post crisi del Ventinove. (2)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Su muro di fronte si trova un altro fitto mosaico di fotografie e locandine, di un altro idolo di Kenneth Anger, Rodolfo Valentino. Altrove, il cineasta ricordava come fosse legato alla sua famiglia, per via di una nonna costumista che, a suo dire, gli avrebbe donato i bottoni del cappotto che Rudy indossava in <em>The Eagle</em> (Clarence Brown, 1925). Probabilmente si tratta di un&#8217;altra storia da intrecciare al suo vissuto fantastico, in perenne indecidibilità fra la realtà e la finzione, sulla falsariga dell&#8217;aneddoto che lo vuole attore bambino nel <em>Midsummer&#8217;s Night Dream</em> (1935) di Max Reinhardt. In fondo, non vi è poi alcuna ragione di voler provare il contrario. Ciò che conta è che gli avvenimenti del suo vissuto, anche qualora fasulli, sono eloquenti riguardo all&#8217;autore. Così come parlano queste foto disposte davanti ai nostri occhi, una sorta di atlante mirabile della Babilonia californiana della quale Anger aveva raccontato le peripezie a più riprese. C&#8217;è appunto più di un richiamo nelle sale agli scritti del cineasta sulla Hollywood tumultuosa: in una teca stanno alcuni articoli dai <em>Cahiers du cinéma</em>, un abbozzo del volume a venire (che sarà pubblicato inizialmente in francese, da Jean-Jacques Pauvert, nel 1959). (3) Vi è poi una sorta di scultura al neon, con un paio di labbra femminili aperte, stile insegna da <em>night bar</em>. Sulle labbra si legge, neanche a dirlo, <em>Hollywood Babylon</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anger sostiene di aver cominciato a raccogliere fotografie dalla tenera età di tre, quattro anni. Una passione febbrile lo ha sostenuto nell&#8217;accumulare vertiginosamente questi materiali, «come se si trattasse di proteggersi dal mondo tramite un fragile ma raffinato, efficace scudo», ha scritto giustamente Jean-Claude Lebensztejn. (4) Di tale pratica la mostra alla Galerie du Jour restituisce una visione avvincente e credibile: una sorta di tempietto portatile dove ci può recare per rendere omaggio agli idoli di celluloide.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il culto della Hollywood tramontata pare correre parallelo, nell&#8217;opera di Anger alla venerazione di Lucifero. Del resto non c&#8217;è da stupirsi giacché più volte lo stesso ha identificato questo “angelo della luce” con il cinema e il fascio di luce emesso dal proiettore. Fra gli oggetti disseminati nella sala da Anger sta, a illuminare la parete dedicata a Valentino, una curiosa <em>abat-jour</em> che riprende un momento da <em>The Sheik</em> (George Melford, 1921). La tenue luce emessa dalla lampada carezza garbatamente i ritratti del divo. Forse anche in questo bizzarro soprammobile si annida un poco della potenza di Lucifero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Kenneth Anger – Galerie du Jour Agnès B.: dal 13 settembre al 3 novembre 2012. 44 rue Quincampoix, 75004 Paris. </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>Note:</p>
<p>[1]) Cfr. P. Cherchi Usai, <em>The death of cinema. History, cultural memory and the digital dark age</em>, BFI, London 2001, p. 59.</p>
<p>2) Cfr. K. Anger, <em>Hollywood Babylon</em>, Dell Publishing, New York 1975<sup>2</sup>, p. 152.</p>
<p>3) Cfr. K. Anger, <em>L&#8217;Olympe ou le comportement des dieux</em>, in «Cahiers du cinéma», n. 76, novembre 1957; Id., <em>Hollywood où le comportement des mortels</em>, in «Cahiers du cinéma», n. 77, dicembre 1957; Id., <em>Les dieux aux enfers (fin)</em>, in «Cahiers du cinéma», n. 79, gennaio 1958.</p>
<p>4) J.-C. Lebensztejn, <em>Figures de culte. Beckford avec Anger</em>, in «Vacarme», n. 24, estate 2003.</p>
<p>&nbsp;</p>
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