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	<title>Gallimard &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Elogio bellico di Richard Millet &#8211; appunti francesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2019 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Edoardo Pisani Ogni anima è da sola una società segreta. Marcel Jouhandeau Il ventiquattro agosto del 2012 Anders Breivik viene condannato a ventun anni di carcere per gli attentati terroristici da lui ideati e commessi in Norvegia l’anno precedente, l’autobomba nel centro di Oslo e l’eccidio sull’isola di Utøya, per un totale di settantasette [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">di <strong>Edoardo Pisani</strong></p>
<p align="RIGHT">Ogni anima è da sola una società segreta.</p>
<p align="RIGHT">Marcel Jouhandeau</p>
<p align="JUSTIFY">Il ventiquattro agosto del 2012 Anders Breivik viene condannato a ventun anni di carcere per gli attentati terroristici da lui ideati e commessi in Norvegia l’anno precedente, l’autobomba nel centro di Oslo e l’eccidio sull’isola di Utøya, per un totale di settantasette morti e oltre trecento feriti, perlopiù ragazzi. Qualche giorno dopo, in Francia, con un tempismo forse non incolpevole quanto i suoi scritti, l’editor e scrittore Richard Millet pubblica l’ormai conosciuto (ma non troppo letto) <i>Elogio letterario di Anders Breivik</i>, che dà addito a violente polemiche nel mondo letterario francese, fra liste di scrittori pro e contro Millet e articoli, accuse, insulti, rotture. È il caso letterario, o meglio editoriale, dell’anno, <i>l’affaire Richard Millet</i>, che il tredici settembre lo costringerà alle dimissioni dal comitato di lettura di Gallimard, come racconta in <i>Lettera ai Norvegesi sulla letteratura e le vittime</i>, pubblicato due anni dopo; e da Gallimard per il momento Richard Millet non pubblicherà altre opere, né romanzi né saggi né libri di appunti né diari, come i primi volumi del suo <i>Journal</i>, ora editi per i tipi di Léo Scheer, dal 1971 al 1994 e dal 1995 al 1999, comprendenti gli anni della guerra in Libano già narrati ne <i>La confessione negativa</i>, seguito romanzesco de <i>La mia vita fra le ombre</i>, con il suo alter ego Pascal Bugeaud che si unisce ai falangisti cristiani per combattere palestinesi e musulmani sunniti e sciiti, in piena guerra civile, nel 1975, come l’autore stesso – che scrive: “Ho dovuto uccidere degli uomini, tempo fa, e delle donne, dei vecchi, forse dei bambini. E poi sono invecchiato. Siamo invecchiati prima degli altri. Abbiamo visto ciò che nessuno può guardare fissamente: il sole, la sofferenza, la morte…” Questo è l’incipit del romanzo.</p>
<p align="JUSTIFY">Le opere di Richard Millet, il suo percorso letterario e umano, valgono più delle polemiche che hanno suscitato due o tre suoi testi in fondo minori, che pure lo hanno fatto conoscere in Europa e pubblicare in Italia, seguitando a far discutere, contrapponendolo al milieu letterario parigino e ai vari cultori del multietnicismo e antirazzismo europei, che Millet avversa in ogni scritto, non sempre a ragione. Le sue opere più ambiziose, il ciclo di Corrèze, sono tuttora poco lette, anche in Francia, dove l’autore dice di essere ostracizzato, combattuto, isolato dal potere editoriale e librario e non solo, non più un editor di Gallimard malgrado due premi Goncourt da lui scoperti e editati, <i>Le benevole</i> di Jonathan Littell e <i>L’arte francese della guerra</i> di Alexis Jenni.</p>
<p align="JUSTIFY">“<i>Elogio letterario di Anders Breivik</i> è un pamphlet fascista che disonora la letteratura” ha dichiarato perentoriamente Annie Ernaux su Le monde, qualche anno fa, e in parecchi hanno sottoscritto il suo articolo, le sue parole, autori importanti quali Amélie Nothomb o Céline Minard o Tahar Ben Jelloun o Le Clézio, mentre altri hanno o taciuto o criticato la stessa Ernaux, come Patrick Besson e Gabriel Matzneff, che ne ha scritto nel proprio diario, dolendosene, perché “quando uno scrittore firma una petizione deve essere per difendere qualcuno, per tirarlo fuori dai guai, per aiutarlo, non per mandarlo a fondo…” Invece da qualche anno nel mondo culturale francese c’è un clima da guerra civile, delatorio, del tutti contro tutti, fra scrittori integrati o apocalittici o ribelli o isolati, come Millet, che pure si è fatto isolato, si è voluto isolare, stilisticamente e biograficamente, per continuare a scrivere – o per vendere di più, forse? Questo suggerisce Bernard Henri Lévy, alias BHL, sorpreso dal clamore eccessivo suscitato da “tre libelli traboccanti di pensieri insulsi e di odio”, come ha dichiarato a Le point, soggiungendo che Millet in passato aveva già cercato altri casi, altre provocazioni, arrivando a lodare Osama Bin Laden e a difendere Bashar al-Assad, ne <i>L’obbrobrio</i>, perché “se non hai il tuo Grande Scandalo a sessant’anni sei un fallito”, chiosa Lévy – sbagliando, ignorando completamente tanto le opere di Millet quanto i suoi abissi, le sue battaglie e il suo grido di allarme nei confronti non soltanto della Francia ma dell’Europa intera, allarme sia linguistico che filosofico e umano e quindi culturale, allarme letterario.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1a1a1a;">“La parola </span><span style="color: #1a1a1a;"><i>Dio</i></span><span style="color: #1a1a1a;"> è scomparsa con la parola </span><span style="color: #1a1a1a;"><i>pidocchio</i></span><span style="color: #1a1a1a;">. Dio è morto insieme al pidocchio e per la stessa causa: uno spruzzo d&#8217;insetticida. Per questa Morte del Pidocchio l’umanità sprofonda nell’igiene e nella rovina.” Così scrive Guido Ceronetti in </span><span style="color: #1a1a1a;"><i>Pensieri del Tè</i></span><span style="color: #1a1a1a;">, e Richard Millet lo pone in epigrafe a </span><span style="color: #1a1a1a;"><i>L’Oriente deserto</i></span><span style="color: #1a1a1a;">, libro di viaggio e di nostalgia che dedica ai cristiani di Oriente e che ravviva l’idea e il bisogno di Dio in letteratura, la sua ricerca e la sua preghiera, talora la sua verità. “Misero cattolico, certo” scrive Millet, “ma cristiano fino al midollo: non passa un solo giorno senza che pensi a Dio, alla mia religione che è ormai la cosa più infangata in Europa, disprezzata, sfottuta, al punto che nei giorni difficili finisco per dirmi che forse hanno ragione loro, che bisogna prediligere una modernità risolutamente agnostica, materialista, edonista, buttando al fiume ciò che non sarebbe altro che un insieme di superstizioni, di illusioni, di pulsioni sublimi, di errori in passato sanguinosi…” </span>È una delle lotte più difficili di Millet, di certo votata alla sconfitta, la difesa del classicismo e dell’elitismo della cultura europea contro il chiasso assordante della modernità, lo stilismo francese contro l’anglismo imperante dei media e gli ateismi fin troppo diffusi nella cultura stessa e nel mondo, contro l’ignoranza e per la sacralità della parola, per la sacralità della vera arte. Ne <i>L’obbrobrio</i> scrive: “Sono gli stessi censori che, denunciando l’oscurantismo papale e l’Inquisizione e facendosi portatori del razionalismo degli Illuministi, mi odiano per dirmi cattolico e vanno in visibilio per Tom Cruise, John Travolta e Nicole Kidman, adepti della chiesa di Scientology. È questa setta di mangiatori di ali che mi rimprovera ciò che dovrebbe essere la sua unica virtù: la ricerca della verità.”</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1a1a1a;">La ricerca della verità, dunque, sacra o scandalosa che sia, orrida o sublime o inaccettabile, e il confronto non è soltanto letterario e umano, cioè linguistico: è filosofico. “Sta venendo il mattino” dice l’Oracolo di Duma nel libro del profeta Isaia, nel passo 21:12, la sentinella di guardia, detta del Silenzio, “ma la notte durerà ancora, tornate e ridomandate, venite ancora, insistete…” Insistete e cercate; nel caso nascondetevi e aspettate la vera alba, la vera luce</span>, la parola che si alimenta di deserto e che nel deserto si ravviva<span style="color: #1a1a1a;">, come suggerisce Guido </span>Ceronetti ne <i>L’occhio del barbagianni</i><span style="color: #1a1a1a;">, perché </span>“la sfida della scienza alla filosofia è questa: ‘Fatti mia serva se vuoi sopravvivere’” – quindi per restare libera e non doversi umiliare “la filosofia si ritira nell’ombra e aspetta che tornino come proprio futuro i pensatori presocratici.”</p>
<p align="JUSTIFY">La sfida della scienza alla filosofia si traspone anche nel narrare, nel romanzo e contro il romanzo, è un monito alla letteratura stessa (e all’arte: “Il mio eroe è il fisico Werner Heisenberg” diceva Dalí) e una sfida allo scrivere più autentico, vissuto, con centinaia e centinaia di romanzetti o di libri teorici che applicano le più semplici tecniche della narrazione alla scienza divulgativa, per esempio, sempre in voga, leggibile, esportabile, tradotta dall’angloamericano o anglicizzata dai nostri stessi autori, che perdono in stile e indeboliscono la propria lingua, inchinandosi al Dio anglofono della Scienza o al Dio della chiarezza e dell’amenità, come direbbe Roberto Bolaño, procacciando uno stilismo annacquato che tradisce il vero senso dello scrivere e il silenzio che ne deriva, l’imperfetto e sofferto silenzio che crea ogni autentica opera letteraria – e ogni ricerca.</p>
<p align="JUSTIFY">Un altro autore che ha preso spunto da Anders Breivik e dalla strage di Oslo e Utøya, come Richard Millet, è l’italiano Giuseppe Genna, ne <i>La vita umana sul pianeta terra</i>, uscito nel 2014, seguito ideale del suo <i>Hitler</i>, opera che indaga sul male e sulle sue infinite sfaccettature umane, disumane, storiche, orrifiche. Il suo Breivik è un libro di tenebre, che alle tenebre si rivolge e alle cui tenebre risponde, trae voce e visione, struttura e storia. “Di cosa si ha paura?” chiede a un certo punto il narratore, interrogandosi su Breivik e sulla sua insensatezza, sulla sua immane perfezione. “Di avere paura e di finire di avere paura, morendo. Verso cosa stanno transitando tutti? Possiamo qui azzardare l’ipotesi che molto velocemente stiamo osservando lo sviluppo, la crescita e la raggiunta età adulta della vittoria postuma di Hitler…” La vittoria postuma di Hitler, dice Genna, rifacendosi a Emil Fackenheim e al suo stesso <i>Hitler</i>, pubblicato sei anni prima, non una biografia o un libro storico ma una visione/opera che indaga sulle radici della follia nazista, che vera follia non è, del Male eletto a simbolo umano e dello sterminio mutuato in normalità, perché “la normalità non è indifferente al genio: lo aggredisce, sogna il suo martirio” – così Genna a proposito di Hitler, a Vienna, nel 1908, rifiutato dall’Accademia di Belle Arti, uno studente frustrato che ignora o disprezza Klimt e Kokoschka, una non-persona e un non-artista che prescinde dal tempo e dagli altri e che metterà a fuoco e conquisterà l’Europa e che infine, nell’apocalisse ultima, si ucciderà. “Ancora arde ciò che fu il corpo del Fürher” scrive Genna.</p>
<p align="JUSTIFY">Anders Breivik, a differenza di Hitler, non si ammazza, arrendendosi dopo il massacro, sessantanove morti innocenti sull’isola di Utøya. E di Europa e tenebre anche Richard Millet scrive, trascendendo Hitler e difendendo in qualche maniera la “visione postuma” di Utøya, di Breivik, il suo eccidio gridato, orrido perché perfetto, perfetto perché disumano. “Lontano dall’essere un angelo sterminatore o una bestia dell’Apocalisse” afferma Millet, “Breivik è al tempo stesso vittima e carnefice, sintomo del male e suo impossibile rimedio.” Sintomo del male, certo – ma quale male? E quale impossibile rimedio, soprattutto? <i>Elogio letterario di Anders Breivik</i> di fatto viene letto più in chiave nazionalista che culturale, più politica che letteraria o artistica, benché l’autore condanni più volte Breivik e i suoi atti, il suo orrore – che pure sono europei, che pure lo rendono un creatore a tutti gli effetti, un <i>écrivain par défaut</i>, scrive Millet, come peraltro definisce se stesso ne <i>L’obbrobrio</i>, écrivain par défaut, scrittore per difetto, per errore, Anders Breivik, simile al protagonista di <i>Fuoco fatuo</i> di Pierre Drieu La Rochelle, sebbene, a differenza di Hitler o dello stesso Drieu La Rochelle, non morto suicida, imprigionato nel carcere di Skien.</p>
<p align="JUSTIFY">La guerra, come la solitudine e la morte, pervadono tutta l’opera di Richard Millet, i suoi silenzi e la sua tragedia, compreso il primo volume del suo diario, invero un semplice libro di appunti, dal 1971 al 1994, con riflessioni filosofiche e teoriche e romanzesche, in fondo non dissimile dal già tradotto <i>L’inferno del romanzo</i>, una raccolta di paragrafi numerati alla maniera di Cioran o di Ceronetti, scritti “tra le rovine della letteratura francese, specchio in frantumi della fine del romanzo…” – cioè nel trionfo del romanzo non europeo, per consumatori più che per lettori, internazionale, vendibile, tanto riproducibile quanto inutile. <span style="color: #1a1a1a;">Difatti molti autori europei, specie in Francia, si rifugiano ormai nei taccuini, nei saggi o nei diari, come lo stesso Richard Millet, tralasciando il romanzare, la narrazione pura, o cercando nuove vie narrative, non sempre romanzesche, perdendosi spesso nei modelli d’oltreoceano, più venduti e vendibili e quindi più richiesti dagli editori, più riscritti; mentre altri cercano di restare a galla soppiantando il silenzio della scrittura con il caos degli “spazi prostituzionali online”</span>, come ripete spesso Millet<span style="color: #1a1a1a;">, blog e siti e social network – e </span>“il making of di un romanzo diviene non un bonus ma una sorta di dovere più importante del libro stesso…” E le opere, la letteratura, ne risentono, e così gli autori. Ma poco importa, purché il libro venda, no? Perché si tratta soltanto di sopravvivere editorialmente e di esistere e resistere in quanto scrittori e artisti, in quanto creatori – o no? <span style="color: #000026;">“Il mestiere di scrivere è popolato di canaglie, questo lo intuiscono più o meno tutti” diceva Roberto </span>Bolaño.<span style="color: #000026;"> “Ma è anche popolato di stupidi che non si rendono conto dell’immensa fragilità dello scrivere, di quanto scrivere sia effimero. Voglio dire, posso stare con venti scrittori della mia generazione e sono tutti convinti di essere bravissimi e di poter durare. Questo è di un’ignoranza, oltre che di una superbia, mostruosa…” </span></p>
<p align="JUSTIFY">Superbia e ignoranza dello scrivere, quindi. E riprendiamo ancora Millet e il suo grido di allarme nei confronti della lingua e del romanzo, dell’inferno del romanzo e della narrazione, perfino della poesia, inferno che riguarda innanzitutto lui stesso, sia in veste di ex editor che di scrittore, partecipe della sua stessa fine e del suo ultimo canto (o pianto) del cigno. Quanti autori infatti cascano nelle lusinghe e nei chiacchiericcii dei social network o nella trappola del caso forzato, del personaggio forzato e della vendibilità costretta, sperando nel chiasso proprio o altrui per vendere qualche copia in più o qualche copia e basta, per esserci, per restare, per non disilludersi e scrivere ancora o per rivolgersi al proprio sordo pubblico ma <i>non</i> per scrivere meglio, <i>non</i> per isolarsi e romanzare – quanti scrittori confabulano e tramano inutilmente?</p>
<p align="JUSTIFY">E così lo stesso Millet si autoproclama le dernier écrivain, solennemente, l’ultimo scrittore prima del tramonto culturale europeo, mentre Bernard Henri Lévy gli rimprovera di cercare l’affaire a forza, il caso, lo scandalo, il suo quarto d’ora di celebrità warholiana, lucrando sui giovani morti di Utøya – e sulla letteratura. (Ma Lévy non lucra a sua volta sul non letto, come già lucrava sul non visto stroncando a priori <i>Underground</i> di Kusturica, dieci anni prima, pur avendo scritto un libro quale <i>La pureté dangereuse</i>, nel 1994, <i>La purezza pericolosa</i>, che anticipa e in qualche modo crea Breivik – salvo poi ravvedersi e raffrontare proprio <i>Underground</i> alle opere di Céline, al suo viaggio delirante nell’Europa in guerra?) E chissà se nei diari non ancora editi, dal 1999 a oggi, Millet risponde alle accuse di Lévy, che nel momento più difficile lo attacca pubblicamente, dandogli del geloso dei successi altrui, del cacciatore di scandali, mentre nel mondo letterario è tutto un rincorrersi di pose e cifre, di chi vende di più o strappa i migliori anticipi o ha più clic online o smuove più copie o fiuta il colpaccio, l’affaire, il premio, la chiacchiera, e la condanna, o la salvezza, è forse la solitudine e l’oblio, forse il silenzio della scrittura totale.</p>
<p align="JUSTIFY">“Dividere i giusti, moltiplicare i malvagi” scriveva Richard Millet a Philippe Sollers su <i>L’infini</i>, nel 2011, prima di <i>Lingua Fantasma</i>, “ecco a cosa lavorano i nostri nemici, moltiplicando le pietre al posto del pane e rimproverandoci, a me e a lei, di pubblicare troppo, cioè di esistere.” Ma pubblica davvero troppo, Richard Millet, il cui testo più discusso, <i>Elogio letterario di Anders Breivik</i>, è in fondo incolpevole e assai meno importante di altre sue opere, dai romanzi di Corrèze ai diari appena usciti a libri di appunti quali <i>L’inferno del romanzo</i> o <i>L’obbrobrio </i>o <i>Solitudine del testimone –</i> pubblica troppo, scrive troppo, dice troppo? O è/era <i>troppo</i> l’affaire Millet, con Annie Ernaux che gli dà del fascista e Tahar Ben Jelloun che lo accusa di narcisismo destrorso e Patrick Besson che lo difende e rinfaccia a Jelloun il suo silenzio nei confronti di Hassan II e dei suoi “giardini segreti”, mentre molti firmano la lista Ernaux senza nemmeno leggere <i>Langue Fantôme</i>, Mathias Enard, Amélie Nothomb, Céline Minard (alias la papessa Maidalchini, da <i>Olimpia</i>, suo splendido monologo), e Gabriel Matzneff se ne dispiace e Le Clézio parla di sindrome Céline in Francia e si chiede se ormai basti essere più o meno scandalosi per sembrare “geniali” – e Richard Millet, che geniale non sembra, che scrittore rimane, si vede costretto a firmare una lettera di dimissioni dal comitato di lettura di Gallimard, senza resistere alla tentazione di migliorarla stilisticamente, come racconta nella <i>Lettera ai Norvegesi</i>, perché lo stile letterario oggi non è più di moda, spiega, essendo ogni stilismo considerato “di destra”, “fascista”, per ignoranza o ugualitarismo letterario… (ma Roberto Bolaño e molti altri non sarebbero d’accordo).</p>
<p align="JUSTIFY">Richard Millet lascia dunque il suo ufficio da Gallimard, senza stringere mani, in un clima di guerra culturale, letteraria, lui che la guerra reale l’ha conosciuta e descritta in pagine atroci, combattendo e uccidendo o guardando uccidere e vivendo di ombre e demoni, di solitudine e scrittura. “Continuerò a essere solo” scrive nel <i>Journal</i>. “Poco frequentabile. Niente affatto amabile. Poco desideroso di prostituzioni letterarie o di massonerie.” E a Philippe Sollers, ne <i>L’infini</i>: “Non ho una posa da scrittore: scrivo. La guerra non è una posa ma un atto, come la scrittura. Solo lei mi definisce, o mi condannerà all’oblio. Almeno sarò rimasto fedele alla terribile dolcezza dell’angelo che è in me.”</p>
<p align="JUSTIFY">La scrittura quale stato di guerra perpetua, quindi – e di disperazione. Perché disperate e vive sono le opere di Millet, il suo silenzio e il suo disprezzo trasposti sulla pagina, le sue battaglie culturali e i suoi cicli romanzeschi, le vite degli altri quali specchi scuri in cui vedere se stessi, il proprio io, Richard Millet o Pascal Bugeaud, la sua terribile dolcezza e le sue pose, uno scrittore in guerra salvato dalla purezza della parola e del romanzare, nei sentimenti e nel romanzesco.</p>
<p align="JUSTIFY">Che il resto, o questo, da Anders Breivik ai fratelli Kouachi a Brenton Tarrant, sia letteratura? “Ho attraversato talmente tante tenebre” scrive Millet ne <i>L’obbrobrio</i> “che la notte ha per me la dolcezza del giorno; una forza immensa mi sospinge, malgrado l’angoscia e il dubbio, la paura; perché scrivere non è altro che ridere nella notte, poco prima dell’aurora…” – scrivere di veglia, in guardia, come la sentinella <span style="color: #1a1a1a;">del profeta Isaia; </span>scrivere perché “la notte durerà ancora” o perché ogni notte, come ogni alba, come ogni scrittura, dovrà finire: e aspetteremo il giorno.</p>
<p align="RIGHT">di Edoardo Pisani</p>
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		<title>Corpo Lettera Integrale: Casanova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 15:30:56 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Xe_gMD1ZUzg&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p><strong>Casanova Intégral</strong><br />
di<br />
<a href="http://www.philippesollers.net/"><strong>Philippe Sollers</strong></a><br />
<em>traduzione di Francesco Forlani</em></p>
<p>Era ora! Finalmente <a href="http://www.laffont.fr/bouquin/livre.asp?code=2-221-06522-0"> una vera edizione</a> delle duemila pagine delle <em>Memoires</em> di Casanova, l&#8217;equivalente di <em>A la recherche du temps perdu</em>, otto milioni di caratteri, e che caratteri! Finalmente un solo blocco spettacolare, che meritava d&#8217;essere sì sistemato, ma non di certo censurato! La vicenda è complessa, ma  in fin dei conti assai semplice. Casanova (morto nel 1798) scriveva in un francese spesso maldestro. Il manoscritto viene ritrovato in Germania ed è dapprima tradotto in tedesco. Poi, nel 1826, pubblicazione &#8220;<em>en bon français&#8221; </em>ma con delle attenuazioni, velature, aggiunte inopportune. Il manoscritto originale, invece, dovrà aspettare il 1960 (!) per essere conosciuto. Di qui, ora, la necessità di adottare un principio unico di edizione: leggibilità dell’aggiustamento grammaticale, e intercalari tra virgolette, nel racconto, della censura. Ecco cosa è stato fatto e fatto bene: Il risultato è per l’appunto favoloso.<br />
<span id="more-28287"></span><br />
Jean Laforgue, il professore francese  che ha &#8220;messo in bella forma&#8221; le <em>Mémoires</em>, o meglio <em>L’Histoire de ma vie,</em> è un esempio eccellente di gusto scrupoloso e di rimozione laica. È  tutto il diciannovesimo secolo che si esprime attraverso di lui e che viene così, affascinato, serio a distendersi con fervore sul divano di Casanova. Laforgue conosce bene la lingua ma non dovrà succedere che nel molto svelarsi grazie a un altro, finisca col dirne troppo. Ecco il suo primo intervento: &#8220;<em> Quanto alle donne, ho sempre trovato soave l&#8217;odore di quelle che ho amato&#8221;.</em> Eppure, Casanova ha scritto : &#8221; <em>Ho sempre trovato che colei che amavo avesse un odore buono, e più il suo sudore era forte , tanto  più mi sembrava soave. </em>&#8221; Questa repressione del sudore è, di per sé, tutto un programma. Lo stesso, per il cibo. Casanova non nasconde quel che chiama <em>&#8221; gusti forti&#8221;</em>: Selvaggina, triglie, fegato d&#8217;anguilla, granchi, ostriche, formaggi ammuffiti, il tutto annaffiato con Champagne, Bourgogne, bianchi di Bordeaux. Laforgue preferirà nella maggior parte dei casi parlare di  <em>&#8220;cenette deliziose.</em>&#8221; Casanova si descrive in movimento, piedi scalzi, la notte per non fare rumore? Laforgue immediatamente sente freddo e infila al suo eroe <em>&#8220;leggere pantofole&#8221;</em>. Si assiste così, attraverso piccoli ritocchi, o talvolta per interi paragrafi, alla vestizione del corpo che ossessiona le immaginazioni colpevoli e depresse, dalla scomparsa del diciottesimo secolo. Il corpo troppo crudo, troppo presente, troppo in mostra, ecco il pericolo. L&#8217;avventura di un corpo singolare, non collettivizzabile, i suoi gesti, iniziative, le posture scatenano un&#8217;inquietudine permanente (Baudelaire e Flaubert ne sapevano qualcosa, per non parlare delle peripezie sotterranee di Sade). Certo, Laforgue è  globalmente onesto: sa di partecipare a una bomba letteraria (successo garantito) , ama il suo modello, lo ammira. Eppure non può trattenersi dall&#8217;intervenire, ed è proprio questo che ci appassiona. Perché Laforgue è un benpensante sempre d&#8217;attualità. La parola &#8220;gesuita&#8221; ad esempio lo fa rabbrividire, e ci mette del suo, non senza sarcasmo, quando Casanova poi si accontenta dell&#8217;ironia. Il ricordo della monarchia è una ferita aperta. Come conciliare il fatto che Casanova sia apertamente ostile alla <em>Terreur,</em> e rimpianga, dopotutto l&#8217;<em>Ancien Régime</em>, con le sue avventure sovversive  e che, dunque, dovevano andare nel buon senso, quella della storia?</p>
<p>Si sorvolerà sull&#8217;apologia di Louis XV (&#8221; Louis XV aveva la più bella testa che fosse possibile vedere, e la portava con così  tanta grazia che maestà&#8221;) ma si sopprimerà la diatriba contro il popolo francese che ha massacrato la sua nobiltà, un popolo che, come diceva Voltaire, è &#8220;il più abominevole di tutti&#8221; e che assomiglia a &#8220;un camaleonte che assume tutti i colori  ed è suscettibile di tutto quello che un capo può fargli fare nel bene o nel male&#8221;. Gli odori, il cibo, le opinioni politiche: questo va tenuto d’occhio. Se Casanova scrive &#8220;<em>popolo basso</em>&#8221; gli si farà dire &#8220;<em> il buon popolo&#8221;</em>. Però sono le puntualizzazioni sul desiderio sessuale quelle più spinose. A proposito di una donna che è appena caduta, Laforgue scrive che Casanova &#8220;<em>ripara con una mano casta il disordine che la caduta aveva provocato all’abito</em>&#8220;. Sono dette in termini galanti queste cose qui. Casanova, lui, è andato &#8220;<em>ad abbassare in fretta le gonne che avevano esposto alla vista tutte le sue segrete meraviglie&#8221;</em>. Nessuna mano casta , si noterà, ma uno sguardo pronto. Laforgue :&#8221;<em>teme il matrimonio come il fuoco&#8221;</em>. È  per non indignare la Signora Laforgue, che non riprende la frase di Casanova : &#8220;<em>Temo il matrimonio più della morte</em>&#8220;?<br />
Più aspramente non bisognerà mostrare due delle principali eroine , M.M. e C.C. ( le due amiche di uno dei periodi più felici della vita di Casanova, nel suo casinò di Venezia), in una sequenza come questa: &#8221; <em>iniziarono i loro lavori con un  furore simile a  quello di due tigri che pareva volessero divorarsi</em>&#8220;.  Ad ogni modo, non era proprio questione di pubblicare questo: &#8221; <em>Ci siamo ritrovati tutti e tre dello stesso sesso in tutti i trio che eseguimmo&#8221;</em>. Dopo un&#8217;orgia, pareva naturale a Laforgue di far provare a Casanova del &#8220;<em>disgusto</em>&#8220;. Niente di tale sorta.</p>
<p>Se Casanova scrive &#8221; <em>Sicuro di un pieno godimento in fine giornata, mi lasciai andare  a tutta la mia gaiezza naturale&#8221;</em> Laforgue corregge in : &#8221; <em>Sicuro di essere felice&#8230;</em>&#8221; Una donna , per Laforgue, non si potrebbe rappresentare coricata sul dorso mentre si &#8220;<em>manualizzava&#8221;</em> . No: lei sarà &#8220;<em>nell&#8217;atto di farsi illusione</em>&#8220;. Ecco,  effettivamente, come una mano rimane casta. Allo stesso modo si dirà<em> &#8220;onanismo&#8221;</em> laddove Casanova impiega questa meravigliosa parola: <em>&#8220;manustupro&#8221;</em>. Si eviteranno le annotazioni &#8220;<em>sulle feroci viscere che (&#8230;) danno convulsioni a una, fanno impazzire un&#8217;altra, e diventare un&#8217;altra ancora devota</em>&#8220;. Casanova ama le donne: le descrive come le ama. Laforgue le rispetta: è un femminista che le teme. Non è proprio  il caso  che Casanova parli di macchie sospette sulle sue mutandine: gli si pulisce tutto. In compenso, lo si doterà di tanto in tanto di formule morali. La correzione giunge talvolta al ravvedimento. M.M. (&#8220;<em> questa donna religiosa, forte d&#8217;animo, libertina e gaudente, ammirevole in ogni cosa facesse&#8221;</em>) manda una lettera d&#8217;amore al suo Casanova. Versione Laforgue: “Lancio mille <em>baci che si perdono nell&#8217;aria</em>.” Casanova (ed è talmente più bello): &#8220;<em>Bacio l&#8217;aria, credendo che tu ci sia.&#8221;</em></p>
<p>Da dove proviene, invece, l&#8217;incantamento costante nel leggere, perfino nella versione Laforgue, queste &#8220;<em>Mille e una notte&#8221;</em> d&#8217;Occidente?<br />
Dal fatto che si tratti semplicemente di uno dei più bei romanzi di tutti i tempi, che racconta una performance alchemica che tutti sognano ma che pochi raggiungono: fare della propria vita un romanzo. Se i romanzi servono a immaginare le vite che non si sono avute , Casanova, lui può tranquillamente affermare: &#8221; <em>la mia vita è la mia materia, la mia materia è la mia vita</em>&#8220;. E che materia?  <em>&#8221; Ricordandomi dei piaceri che ho avuto, io li rinnovo, ne godo per una seconda volta, e rido delle pene  che ho patito e che ormai non sento più. Membro dell&#8217;universo parlo all&#8217;aria e mi figuro rendere conto della mia gestione come un Maître d&#8217;Hotel lo rende al suo Maître prima di sparire.&#8221;</em> ( Si noti che Casanova non dice che il Maître deve sparire.) Si è organizzato una festa di tutti gli istanti, niente glielo impedisce, niente lo ostacola, le stesse malattie o i fiaschi lo interessano o lo divertono; e sempre, dappertutto, all&#8217;improvviso, ci sono delle donne pronte ad entrare nel suo vortice magnetico.  Guarda caso, sono spesso sorelle, amiche, sempre che non si tratti di madre e figlia. &#8221; <em>Non ho mai potuto concepire come un padre potesse amare teneramente la sua affascinante figlia senza esserci andato a letto almeno una volta</em>. <em>Questa impotenza del concepire m&#8217;ha sempre convinto e mi convince ancora di più con forza oggi, che il mio spirito e la mia materia non fanno che un&#8217;unica e sola  sostanza&#8221; </em> Formidabile dichiarazione d&#8217;incesto rivendicata ( e del resto praticata e raccontata in occasione di una notte famosa a Napoli). Bisogna insistere : &#8221; <em>Gli incesti, eterni soggetti delle tragedie greche, invece di farmi piangere, mi fanno ridere.</em>&#8221; Ecco di cosa turbare o scandalizzare per sempre, tutte le società, quali che siano. Le avventure di Casanova, la magnetizzazione che liberano, vengono indubbiamente da questa &#8220;sostanza&#8221; che lo costituisce. Grazie a questa, e alla detestazione della morte che genera, le porte si aprono, i nemici scompaiono, le felici combnazioni si moltiplicano, le evasioni di prigione sono possibili, le partite al gioco finiscono bene, la pazzia usata e sconfitta, la ragione ( o almeno una certa ragione superiore) trionfa. La storia &#8220;magica&#8221; con la marchesa d&#8217;Urfé (che si aspetta da Casanova , super stregone, di essere trasformata in uomo )  è una delle più sbalorditive mai vissute. Ciarlatano, Casanova? Senza alcun dubbio, quando ci vuole ci vuole, ma  un ciarlatano che si confessa tale, precisando ogni volta quale sia la vera causa di credulità (come Freud in fondo ma in maniera più comica)</p>
<p>Incontra delle star? Nessun problema. Voltaire? Gli si recita l&#8217;Ariosto, fino a farlo piangere. Rousseau? Nessun fascino, non sa ridere. Federico di Prussia? salta da un argomento all&#8217;altro senza ascoltare le risposte che gli si danno. Caterina di Russia? Si viaggia con lei. Il cardinale di Bernis? Un compagno di dissolutezza, a Venezia. il Papa? Vi offre la stessa decorazione data a Mozart, en passant. A proposito di papa, la metafisica di Casanova ha ancora di che sorprendere. Comincia così <em>L&#8217;Histoire de ma vie:</em>: &#8220;<em>La dottrina degli stoici e di ogni altra setta sulla forza del destino è una chimera dell&#8217;immaginazione che si rifà all&#8217;ateismo. io sono, non soltanto monoteista, ma cristiano fortificato dalla filosofia, che non ha mai rovinato alcunché.</em>&#8221; La provvidenza, dice ancora, l&#8217;ha sempre esaudito nelle sue preghiere. &#8220;<em>La disperazione uccide: la preghiera la fa sparire e, quando l&#8217;uomo ha pregato, prova fiducia e agisce.</em> &#8221; Casanova che prega: che quadretto! Sorprendente professione di fede, ad ogni modo, per l&#8217;uomo che getta allo stesso tempo in faccia ai suoi simili questa frase destinata a essere compresa da coloro che &#8221; a furia di dimorare nel fuoco sono diventati delle salamandre&#8221;. <em>&#8220;Niente potrà fare che io non mi sia divertito</em>&#8220;. </p>
<p>Casanova è presente. Siamo noi  che siamo andati alla deriva lontano da lui e, con ogni evidenza, in un’<em> impasse</em> fatale. Un giorno a Parigi, è all&#8217;Opera, in un palchetto vicino a quello di Madame de Pompadour. La buona società si diverte per il suo francese approssimativo, per esempio quando dice di non avere freddo a casa sua perché le finestre sono <em>calfoutrées</em>  .<br />
Casanova incuriosisce, gli si chiede da dove venga: &#8220;<em>da Venezia</em>&#8220;. Madame de Pompadour: &#8220;<em> Da Venezia? Lei è veramente di laggiù?</em>&#8221; Casanova: &#8220;<em>Venezia, signora, non è laggiù, ma lassù&#8221;</em>. Una riflessione così insolente colpisce gli spettatori. La sera stessa, Parigi è a lui.</p>
<p>Brano tratto da Philippe Sollers, Liberté du XVIIIème, Gallimard, 2002 (Folio, n°4120)</p>
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