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	<title>Garfagnana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I briganti di Vincenzo Pardini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jul 2023 05:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Baldrati </strong>  <br />Il finale è classicissimo, epico una volta tanto, ma Pardini non si siede, mai. Riesce a stupirci, a introdurre con nonchalance un affascinante colpo di scena. Diciamo pure un altro colpo da maestro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-104108" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/71cUAxUpynL._SL1499_-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/71cUAxUpynL._SL1499_-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/71cUAxUpynL._SL1499_-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/71cUAxUpynL._SL1499_-768x1151.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/71cUAxUpynL._SL1499_-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/71cUAxUpynL._SL1499_-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/71cUAxUpynL._SL1499_-696x1043.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/71cUAxUpynL._SL1499_-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/71cUAxUpynL._SL1499_.jpg 1000w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />La Garfagnana era una terra selvaggia, aspra, dove regnava una miseria che agguantava la popolazione come una pestilenza. Terra difficile, storicamente infestata da briganti fuori controllo, tanto che il padrone di quelle lande, Alfonso d&#8217;Este, nel 1522 vi inviò Ludovico Ariosto come governatore, col compito di contrastare il banditismo. Tre secoli dopo non era cambiato granché. La miseria continuava a regnare sovrana, i briganti non erano certo stati sgominati e il padrone era di nuovo un duca, Carlo Ludovico di Borbone: “Non era granché affidabile. Fiacco di carattere, non teneva fede alle promesse; conservatore all&#8217;eccesso, riteneva che la paura propagata dai briganti gli avesse giovato a consolidare il potere, distogliendo l&#8217;attenzione dei sudditi su quanto avrebbe potuto fare e non aveva fatto, a vantaggio dei suoi personali interessi e svaghi” (pag. 228).</p>
<p>In questa situazione Vincenzo Pardini, scrittore di culto e cittadino di quelle terre, entra a gamba tesa con questo straordinario romanzo, <a href="https://www.vallecchi-firenze.it/narrativa/il-valico-dei-briganti/"><em>Il valico dei briganti</em> (Vallecchi, 2023; 18 €)</a>. Per costruire la sua storia, e dipanarla in un&#8217;avvincente narrazione con una lingua – <em>la sua lingua</em>, perché, come ha detto in una intervista a a Rai cultura<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, ogni storia ha la sua – che sembra evocare la durezza “dei quartieri poveri afflitti da una miseria indescrivibile, fino a morire di fame” (pag. 230), non esita a operare innesti tra reale, verosimile e inventato, passando dal romanzo di formazione al noir a una sorta di western così demitizzato da diventarlo di nuovo, al romanzo storico.</p>
<p>Il protagonista assoluto (che avrà una sorta di alter ego/nemico mortale, vedremo in seguito), Vlademaro Taddei, inizia da bambino la sua formazione di futuro criminale. Non c&#8217;è pietà né comprensione per l&#8217;infanzia. Si inizia a lavorare subito, per magiare. Viene consegnato a un gruppo di pastori, gente arcigna, taciturna e infida, come garzone. E&#8217; un ragazzino sveglio, che vuole imparare, studiare, e uscire dalla sua situazione grama che, fatte salve le dovute differenze, ricorda da vicino <em>La malora</em> di Beppe Fenoglio. La sua silenziosa rivolta verso quella cattiveria e quella perversa povertà (verrà anche molestato da un prete) fa emergere in lui una personalità complessa e tenace. Subito sviluppa un&#8217;attrazione irresistibile per <em>l&#8217;arte del delitto</em>. Se vede “la cipolla d&#8217;oro”, ovvero quei massicci orologi con la catenella che gli uomini portavano legati in cintura, immediatamente brucia dal desiderio possederla, sottraendola al proprietario. Potrebbe essere una personalità indotta dallo sfruttamento, una reazione alla miseria e al privilegio di padroni e preti, ma una delle finezze di Pardini a volte sta nell&#8217;ambiguità, un nutrimento dell&#8217;immaginario, per cui potrebbe trattarsi anche del talento ancestrale di un <em>artista del crimine.</em> E&#8217; una attrazione – un desiderio irresistibile, che lo accompagnerà per sempre, anche quando, messo da parte un vero e proprio tesoro, potrebbe ritirarsi a vita privata. Così, durante una commissione in una delle cittadine al seguito di un pastore, sente parlare di una ricca signora che vive in un villaggio vicino. E quando è costretto a fuggire dai suoi padroni, accusato di stupro (non consumato) per avere inseguito tre figlie di un pastore sopraggiunte mentre finalmente si lavava in un torrente, decide di passare all&#8217;azione. Dopo avere vagato nella selva, di notte si introduce nella villa, ruba denaro e preziosi, ma viene sorpreso dal figlio della donna, che prima aveva tramortito. Ed ecco la vera svolta criminale: gli affonda il coltellaccio che porta con sé nello stomaco, in una rapida, cruenta scena di violenza pura. Crede di averli uccisi entrambi, invece sono sopravvissuti. Ma l&#8217;evento crea molto stupore e turbamento, così Vladremaro prende senza esitare l&#8217;unica decisione possibile: imbarcarsi, emigrare in America, in California. Il selvaggio West.</p>
<p>E qui parte un innesto importante: il periodo californiano Pardini l&#8217;ha preso dai suoi zii, emigrati come Vlademaro e l&#8217;amico acquisito Jodo Cartamigli – un personaggio già oggetto di un suo romanzo pubblicato del 1998 da Rizzoli – i quali, proprio come i nostri due giovanissimi eroi, appena sbarcati vengono arruolati nei ranger, come scorte alle diligenze. Ma che <em>far west</em> inedito quello di Pardini. Nessun mito, nessuna epica, ma vita dura e pericolosa, proprio come in Garfagnana. Con alcune ovvie differenze: territori sconfinati e magnifici, infestati di fuorilegge come la terra natia, che attaccano le diligenze. Cavalli meravigliosi, come lo erano gli spettacolari cani Maremmani Abruzzesi, ma nessun eroe senza macchia, tutti sono compromessi, molti ranger sono in combutta coi fuorilegge. Niente coraggiosi e/o ironici pistoleri come negli <em>spaghetti western</em>. In un certo qual modo l&#8217;opera di Pardini evoca alcuni albi a fumetti che uscivano negli anni Sessanta, nei quali i vari supereroi Wyatt Earp o Buffalo Bill venivano deprivati dell&#8217;epica inventata di sana pianta da Hollywood. Buoni a nulla, ubriaconi, ladri e giocatori d&#8217;azzardo, Buffalo Bill un gigionesco sterminatore di bisonti, uccisi a migliaia e abbandonati a marcire, solo per affamare gli indiani. E proprio gli indiani, dai quali riceverà accoglienza dopo essere fuggito, in seguito al passaggio a una banda di fuorilegge, piantando in asso Jodo (che lo odierà a vita, per averlo <em>tradito</em>): niente misticismo alla <em>Un uomo chiamato cavallo</em>, ma durezza, sempre, fame e bastonate, prima di essere accettato. E dai quali trarrà insegnamenti che lo accompagneranno per tutta la vita.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>
<p>Dopo un periodo come fuorilegge “in prova” nella banda, di nuovo Vlademaro si dà alla macchia, mentre i compari sono impegnati in una sparatoria dagli esiti incerti. Lo fa per salvarsi, ma anche per un aspetto della sua personalità: fondamentalmente è un bandito solitario, il suo modello sono le rapine individuali. L&#8217;esperienza acquisita lo ha convinto che non ci si può fidare dei complici. Sbagliano, non stanno alle regole, possono tradire. E infatti questo accadrà, nella terza parte del romanzo, quando, dopo un lungo periodo di furti, assalti e rapine, deciderà di tornare “a casa”.</p>
<p>Tornato a Bagni di Lucca, raggiunge i fratelli e le cognate. Sono tutti imbarazzati, forse allarmati, anche perché Jodo Cartamigli, che gli ha giurato vendetta eterna e sembra sia diventato uno spietato <em>bounty killer</em>, dall&#8217;America diffonde notizie sull&#8217;attività criminale di Vlademaro. Sì, perché è senza dubbio un criminale, ma un criminale onesto. Ruba, se necessario uccide senza esitare, ma non si abbandona mai a crimini come lo stupro, che invece praticheranno alcuni componenti della banda che ha fondato. Sa che è giusto rubare ai ladri, i ricchi, e i preti, che dispongono sempre di denaro, ma conserva un&#8217;etica di fondo, incorruttibile.</p>
<p>Ecco quindi un altro innesto: <em>I briganti</em> diventa romanzo storico, che segue le vicende di una banda effettivamente esistita, che operò per cinque anni, dal 1837 al 1842, capeggiata da <em>Barbanera</em>, o <em>Il vecchio della montagna</em> (nome reale Fabiano Bartolomei). Rapinavano soprattutto le parrocchie, perché, in caso di mancanza di contante, potevano sempre contare sugli arredi sacri. Pandini cambia i nomi, ma ne riporta le gesta, sovente con dovizia di particolari. Si riunivano segretamente solo in occasione della rapina, poi ognuno tornava alle proprie occupazioni. Così aveva ordinato Barbanera/Vlademaro, che a un certo punto assume questo <em>nom de plume</em>, e così inizia a chiamarlo il narratore.</p>
<p>Intanto si sposa con una ragazza timorata, con la quale il dialogo è ridotto all&#8217;essenziale. Mai un cenno sul passato americano, né sulle dicerie sulle rapine. Vlademaro Barbanera è un tipo che incute soggezione, addirittura spavento, così truce, di corporatura imponente con la folta barbaccia nera. Anche i due figli, che manderà a studiare nel più prestigioso collegio di Lucca, coi soldi delle rapine, lo evitano. Nessuno lo ama, anche perché tutti temono di essere coinvolti in un eventuale arresto, come fiancheggiatori.</p>
<p>Alterna il lavoro dei campi, con impegno, convivendo col lato oscuro del criminale, che spunta sempre fuori, prepotente, anche quando sembra disposto a ritirarsi, visto che i soldi non mancano. E&#8217; la sua natura, che niente e nessuno può cambiare. E&#8217; braccato dai Carabinieri, e poi anche dalla guardia regia, perché tutti sono sicuri che sia lui il super bandito, ma non si riesce a trovare una sola prova.</p>
<p>Passa una ventina d&#8217;anni, i briganti invecchiano, e finalmente un componente vende i complici, che saranno arrestati e ghigliottinati in un capitolo in cui Pardini, con mano da maestro, rappresenta fino in fondo la violenza e la crudeltà del sistema penale vigente, ma senza una sola nanoparticella di compiacimento. Barbanera riesce a sfangarla, e passa un&#8217;altra ventina d&#8217;anni alla macchia, vivendo nei boschi, dormendo nelle caverne come un selvaggio <em>survivor</em>. Finché un bel giorno arriva in paese un tipo misterioso, a cavallo di un grande mulo, col cappellaccio a tesa larga tipico della California, armato fino ai denti. E&#8217; lui, il nemico giurato, Jodo Cartamigli, il killer. Deciso a trovarlo e ad ammazzarlo. Seguirà uno scontro a distanza, sfavorevole a Jodo, che è imbattibile nel duello. Ma Vlademaro lo sa, e non si avvicina mai, perché la sua qualità è di essere un cecchino. Alla fine Jodo se ne va, sconfitto, e torna in America.</p>
<p>Il finale è classicissimo, epico una volta tanto, ma Pardini non si siede, mai. Riesce a stupirci, a introdurre con <em>nonchalance</em> un affascinante colpo di scena. Diciamo pure un altro colpo da maestro.</p>
<p><em>Il valico dei briganti</em> è un romanzo senza confini, orgoglioso e coraggioso, sorretto da una splendida scrittura materialista, indifferente a qualunque furba concessione al mainstream, che lavora come un potente motore diesel, o una grossa moto <em>custom</em>, e lascia un vuoto un po&#8217; doloroso, perché sappiamo che sarà dura, durissima, trovarne un altro in grado di riempirlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> https://www.raicultura.it/letteratura/articoli/2023/07/Vincenzo-Pardini-Il-valico-dei-briganti-b81bfeb8-66e8-4775-b415-a169a88f844d.html</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La strega di Caracas</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/07/29/chiamatemi-marconi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jul 2022 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Oreste Verrini</strong> <br /> La parola, l’immagine, il riferimento casuale in grado di accendere il ricordo di una storia arriva improvviso, come sempre del resto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Oreste Verrini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-98727" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-768x1151.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-1025x1536.jpg 1025w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-696x1043.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-1068x1601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984.jpg 1334w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Il pranzo è alle battute finali; le pietanze sono state servite con cura, impiattate con gusto e attenzione, la stessa che abbiamo messo nel mangiare, con vorace dedizione, quasi ne andasse della nostra vita. Athos è un ottimo cuoco e non lasciare nulla nel piatto è stato il nostro modo per rendere omaggio alla sua competenza.<br />
I caffè, serviti in bicchieri di vetro, con l’immancabile sambuca ad addolcirne il sapore, arrivano al momento in cui la conversazione è virata, nemmeno ricordo il perché, verso l’Uruguay.<br />
E trovarlo il perché non è affatto facile; infatti, una volta saziata la fame più grossa, quella che fa tacere le voci e suonare la melodia di forchette, piatti e bicchieri, le chiacchiere tornano a essere protagoniste e spesso navigano, proprio come una nave alla deriva, senza una meta o un filo conduttore a tracciarne la rotta. Vagano, come è giusto che sia, tra un ricordo e un’affermazione, un dettaglio e una conferma, senza fretta, per il piacere di raccontare ma preferibilmente per ascoltare. Si narra di luoghi del mondo come se fossero i paesi incontrati lungo la statale che dal passo dei Carpinelli porta a Lucca: Montevideo, Buenos Aires e magari Guaiana Francese, Santiago del Cile in un parallelo impossibile con la Nuova Guinea e Auckland, si susseguono e sostituiscono senza alcuna fatica Roggio, Camporgiano, oppure San Romano e Villetta. Talmente abituati a ricordarli, a menzionare storie ed episodi accaduti nei quattro angoli del mondo da trovare così naturale citare le vie, gli alberghi e i ristoranti e la toponomastica di luoghi per molti, e il sottoscritto è tra questi, così lontani e remoti da sembrare fantastici, quasi fossi dentro una storia de <em>Le mille e una notte</em>.<br />
E così di Uruguay finiamo a parlare, attratti dalle descrizioni di Renzo, impegnati a immaginare un grande altopiano pianeggiante, mandrie di bovini e un paese fermo alla metà del 1900 dov’era facile incontrare immigrati italiani affezionati al ricordo della patria lontana e contenti di poter parlare con chi, in Italia, continua a vivere. La parola, l’immagine, il riferimento casuale in grado di accendere il ricordo di una storia arriva improvviso, come sempre del resto. Sono gli occhi a tradirne l’arrivo, si vedono splendere di una luce diversa.<br />
«Vi ho mai ‘conto la storia della <em>bruja</em>?» dice Renzo, piegandosi in avanti, quasi stessimo cospirando.<br />
«La bruca?» ribatto sorpreso.<br />
«Non la bruca, la <em>bruja</em>, la strega. È spagnolo» ribatte, sorridendo e felice di avere una nuova storia mai raccontata prima.<br />
Anche Athos annuisce e sorride, ci sta che lui la conosca, ma dal suo modo di fare, dal silenzio pieno di attesa non è facile capire quanto ricordi e quanto gli piaccia ascoltare.<br />
«Mai» ribatto pronto, la testa che scrolla da una parte all’altra.<br />
«Si andava a mangiare da <em>La Bionda</em>» ricorda Renzo, lo sguardo fisso e la mente ai ricordi lontani.<br />
«Il vero nome non lo ricordo, solo <em>La Bionda</em>. Ci si andava così spesso che era come sentirsi a casa. Un giorno, mentre si chiacchierava le chiesi se lì, in paese, ci fosse qualcosa da fare, da vedere. Senza però precisare a cosa alludessi. La donna, una donnona di quelle energiche, vitali, mi squadrò da capo a piedi, certo voleva valutare la mia prestanza, poi annui, più a sé stessa che a me. Mi fissò dritta negli occhi e mi disse: ‘Ci sarebbe la <em>bruja</em>, la strega. Se te la senti’, concluse. Certo che me la sentivo e la curiosità era tanta, e già mi figuravo entrare in un antro buio, con ombre vive, inquietanti, ragnatele ovunque e magari un enorme paiolo, affumicato, con un fuoco rosso vivo a cingerlo attorno, quasi una corona. La più classica delle streghe nella più classica delle ambientazioni».<br />
Renzo ferma il racconto, sorseggia il caffè, assapora l’aroma che sale dalla tazza. La pausa a effetto ci sta, crea attesa, incuriosisce. Viene quasi voglia di solleticarlo, di fargli fretta. Magari è proprio quello che cerca: che il pubblico chieda di proseguire e si roda nell’attesa. Infine, riprende: «Immaginavo una strega, una vera strega, perciò potete capire la delusione che mi colse quando ci trovammo di fronte, dico trovammo perché andai accompagnato oltre che da <em>La Bionda</em> da un altro marinaio, una donnina minuta, tutta curva, seduta su una sedia, proprio davanti all’uscio di casa. Se ne stava immobile, gli occhi chiusi e la nuca appoggiata al muro. Dormiva o forse meditava, non saprei dirlo. <em>La Bionda</em> ci presentò, dicendo che eravamo venuti per vedere <em>el miracle</em>. La nonnina aprì gli occhi e ci osservò. Occhi neri e vivi, non acquosi come spesso accade ai vecchi. Erano vivi e vigili, attenti. Veri occhi da strega. Quelli sì che un po’ mi fecero tremare. ‘<em>El miracle</em>?’, disse con una vocina gentile, delicata come un fiore. Annuii seppure di quel miracolo non sapessi alcunché. A dire il vero non sapevo nulla di quello che eravamo venuti a fare. Solo che la nonnina era la strega più improbabile al mondo e che la situazione sembrava per lo meno surreale. Certo, io di streghe non ne sapevo nulla, di miracoli ancora meno, ma di situazioni imbarazzanti sì, e quella sembrava esserlo. Forse la <em>bruja</em> percepì il mio disagio, il mio scetticismo, non so. O forse fu solo un caso che si rivolgesse a me. Mi disse: ‘Raccogli un legnetto, uno qualsiasi qua attorno’. Aggiunse: ‘Per favore’. ‘Un legnetto’ mi dissi, ‘e per fare che?’, però mi chinai e cominciai a sondare il terreno in cerca di un legno che meritasse di essere raccolto.<br />
Lo cercai a lungo, più di quanto meritasse la ricerca. Infine, lo vidi, un piccolo stecco, secco da poter essere spezzato con un movimento leggero delle dita. Mi rialzai e glielo porsi certo che lo avrebbe rifiutato, chiedendomi di cercare meglio, che quello stecco non andava bene per una strega. Invece mi sorrise, un sorriso gentile, leggero quanto quel pezzo senza vita. Lo strinse tra le dita della mano destra, il pollice e l’indice, e iniziò a strofinare il legno con un movimento circolare. Sembrava lo accarezzasse, come si potrebbe accarezzare il viso di un neonato, con delicatezza e attenzione. Aveva smesso di guardarci, però sorrideva e nel farlo sembrava stesse masticando delle parole, come se le fossero rimaste in bocca e non riuscisse a inghiottire. Il movimento era ipnotico e ben presto i nostri occhi furono fissi sul pezzo di legno secco e il movimento delle sue dita. Quando vidi apparire quella che sembrava una foglia sobbalzai all’indietro, quasi una mano mi avesse afferrato alle spalle tirandomi» e mentre lo dice, fa lo stesso gesto tirando indietro la schiena. Manca poco che sobbalzo pure io.<br />
«Ma non solo la foglia: continua ancora pochi attimi e quella che parve una gemma cominciò a prendere forma. La strega, non c’erano più dubbi su questo, stava riportando alla vita un legno ormai secco. Avevo la bocca aperta, non una parola, solo infinito stupore. Il mio amico invece si era tappato gli occhi con entrambe le mani e ripeteva, seguendo il ritmo delle carezze: ‘Non voglio vedere queste cose, non voglio vedere queste cose, non voglio vedere queste cose’». Renzo tace, ci fissa e dice: «Ve lo giuro è, come se accadesse ora. La <em>bruja</em> aveva riportato la vita, ecco in cosa consisteva il miracolo».<br />
Pure io non so che dire, come se stesse accadendo anche ora e assistessi senza trovare una spiegazione. L’unica cosa che riesco a fare è mormorare parole sconclusionate e senza senso, vorrei fare domande, ma non trovo modo di mettere in fila qualcosa di decente. Athos invece riesce a farne, su tutto; è incuriosito dalla scelta dello stecco, dai gesti della donnina, dalla reazione dell’amico marinaio, da come giustificò l’accaduto <em>La Bionda</em>.<br />
«E mica lo giustificò» risponde Renzo, «affatto». Disse che la nonnina parlava con tutti gli esseri del creato, animati o no, non aveva importanza. E questi le davano ascolto e per quanto potevano cercavano di esaudire i suoi desideri. Nel paese lo sapevano tutti e lo accettavano, quasi fosse una cosa naturale.<br />
Renzo non aggiunge altre parole, sarebbero superflue, forse di troppo e spezzerebbero il clima creato. Aveva conosciuto la <em>bruja</em>, l’aveva vista all’opera, lo aveva raccontato, lasciando il pubblico, noi, con la bocca aperta. La degna conclusione di un ottimo pranzo in famiglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo testo di Oreste Verrini fa parte della raccolta <a href="https://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846763129&amp;from=homepage">&#8220;Chiamatemi Marconi – Storie di mare&#8221;, edito da Edizioni ETS</a> (2022), nel quale Verrini e Athos Bigongiali hanno riunito i racconti di Renzo, ufficiale marconista partito dalla remota Garfagnana, entroterra della provincia di Lucca, per «vedere il mondo» e vivere tante avventure come Simbad il marinaio. </em></p>
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		<title>Le dieci volte che ho incontrato Vincenzo Pardini</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/09/le-dieci-volte-che-ho-incontrato-vincenzo-pardini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 07:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Carlo Mazza Galanti Ho incontrato Vincenzo Pardini molte volte. La prima grazie a un suo estimatore, Carlo Carabba, che alla redazione di Nuovi Argomenti mi allungò un libretto pubblicato da Quiritta presentandomelo come “un grande”, e “uno scrittore di culto”. È stato subito culto, per me, in effetti. La seconda, ma forse dovrebbe andare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carlo Mazza Galanti</strong></p>
<figure id="attachment_44818" aria-describedby="caption-attachment-44818" style="width: 1088px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44818" alt="Aquila con volpe, Antonio Ligabue, 1944" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944.jpg" width="1088" height="1200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944.jpg 1088w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-272x300.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-928x1024.jpg 928w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-87x96.jpg 87w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-34x38.jpg 34w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-194x215.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-116x128.jpg 116w" sizes="(max-width: 1088px) 100vw, 1088px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44818" class="wp-caption-text">Aquila con volpe, Antonio Ligabue, 1944</figcaption></figure>
<p>Ho incontrato Vincenzo Pardini molte volte. La prima grazie a un suo estimatore, Carlo Carabba, che alla redazione di Nuovi Argomenti mi allungò un libretto pubblicato da Quiritta presentandomelo come “un grande”, e “uno scrittore di culto”. È stato subito culto, per me, in effetti.</p>
<p>La seconda, ma forse dovrebbe andare per prima, è stato un <i>déjà vu</i>: le prime impressioni ricevute leggendo i suoi racconti, come a volte succede, mi hanno rimandato ad autori del passato che amavo: certa letteratura sospesa in atmosfere impalpabili, e però perfettamente riconoscibili, prossime ai domini del fantastico ottocentesco (Natalia Ginzburg lo definì “il nostro Maupassant”), o all&#8217;asciuttezza narrativa di suoi conterranei: Tobino, che Pardini stima molto, e Tozzi, un autore che meriterebbe di essere molto più letto. E Silvio d&#8217;Arzo, anche.</p>
<p>La terza volta che ho incontrato Pardini è stato dopo averne letto un po&#8217; di libri (ne ha scritti parecchi), ed essermi reso conto del valore e della ricchezza della sua opera: La mia storia di scrittore – mi ha raccontato via mail – inizia nella metà anni Settanta. Mandai due racconti a Enzo Siciliano, poi confluiti ne <i>Il falco d&#8217;oro</i>. Cominciai così. Il primo libro, <i>La volpe bianca</i>, uscì dalla Pilotta nel 1981, nel 1983 uscii col <i>Il falco d&#8217;oro</i>, Mondadori, nel 1987, sempre Mondadori, con <i>Il racconto della Luna</i>, poi con <i>Jodo Cartamigli.</i> E via di questo passo, finendo da Bompiani, Giunti, Quiritta, Laterza, con testi per ragazzi, Pequod e infine Fandango.</p>
<p>Ricordo lo stupore leggendo <i>Il bilancio</i>: un racconto di giovinezza credo compreso nel <i>Falco d&#8217;oro</i>, già limpido e misterioso come quelli che verranno, la storia di un inseguimento tra un ragazzo e una specie di avvoltoio, azzoppato. Anche quello è stato un incontro che mi piace considerare a parte.</p>
<p>Ma soprattutto quello con <i>Segregazione</i>, lungo racconto che apre un libro del &#8217;95, <i>Rasoio di guerra</i>, ripubblicato da Pequod nel 2007, che mi sembrò uscito da un immaginario così estremo, al limite dell&#8217;intollerabile, da ossessionarmi per diversi giorni. Non sono sicuro che sia davvero rappresentativo della sua scrittura: racconta in soggettiva la storia di un freak, un essere umano indescrivibile, orripilante, e si legge come una potente allegoria di ogni forma possibile e immaginabile di emarginazione e isolamento. L&#8217;ho postato sul sito minima&amp;moralia, dove chi vuole può ancora trovarlo.</p>
<p>Fu per me decisivo il mio incontro con Pardini mediato dagli amici animalisti e antispecisti: a loro che abbracciano battaglie che paiono fin troppo idealiste ma che possono aiutare molto, credo, a disinnescare un&#8217;atavica miopia dell&#8217;essere umano, quella di non considerarsi un animale; a loro ho provato a passare Pardini. Non è per nulla interessato a formulazioni filosofiche e teoriche ma potrebbe diventare una vostra icona, gli ho detto. Non credo esistano altri scrittori nella storia della letteratura che abbiano esplorato con tanta intensità, sensibiltà e ostinazione il mondo animale. Quasi ogni suo testo si sviluppa intorno alla presenza di un animale. Bisogna cercare nell&#8217;arte visiva per trovare qualcosa di simile: Franz Marc o Antonio Ligabue, per esempio. E bisognerebbe leggere quello che dice Debenedetti sugli animali nei racconti di Tozzi: “movimenti di vita, chiusi e complessi grumi di un divenire nel quale riconosciamo poi, ma solo in un momento ulteriore, la sagoma di un destino che ci riguarda” per scoprire come Pardini sia andato, su quella direzione, molto più avanti del suo nobile predecessore.</p>
<p>“Chiusi e complessi grumi di divenire” si accordano forse meglio a forme brevi che lunghe e per me Pardini resta uno dei maggiori novellisti della letteratura italiana. Non per questo rinuncerò ad annoverare trai miei incontri con lui (siamo al settimo credo) quello con i suoi romanzi, dal magmatico <i>Lettera a Dio</i> fino a <i>Il postale</i>, da poco uscito per Fandango: storia di un postiglione dalla fine dell&#8217;ottocento alla fine della prima guerra mondiale. La morte di una professione raccontata con straordinaria perizia descrittiva, minuzia di dettagli, cammei di importanti figure del passato (Pascoli, Baracca, Puccini, Bresci), l&#8217;emergere del fascismo dalle ceneri del vecchio mondo, il rilancio del complesso militare-industriale, le nuove tecnologie. La solita lingua pulita e precisissima, dove a “barcollare” non è un ubriacone ma una culla, o dove il Serchio “ruglia”. E naturalmente la storia di un cavallo, che si chiama come quello di Achille: Balio.</p>
<p>In occasione dell&#8217;uscita di questo libro, Fandango ha organizzato una serata, a Roma, il 13 dicembre, un vero e proprio omaggio a Pardini dove alcuni scrittori hanno letto parti della sua opera, in presenza dell&#8217;autore. Ecco un altro incontro. Non sono mai passato nè da segreterie, nè sacrestie – mi ha detto – indipendenza e solitudine hanno un prezzo alto. Sarà, ma ognuno ha il pubblico che si merita, e quello di Pardini, per quanto numericamente limitato, mi sembra un pubblico invidiabile. Tra i contemporanei ammiratori di questo scrittore ci sono Marco Lodoli, Valerio Magrelli, Emanuele Trevi, Aurelio Picca, Mario Desiati, Sandro Veronesi, Edoardo Albinati, Romana Petri.</p>
<p>L&#8217;unica volta, ad oggi, che ho incontrato Pardini nelle sue terre è stato un paio di anni fa, quando sono andato a trovarlo nella sua casa in mezzo alla campagna dell&#8217;oltre Serchio. Lui vive da sempre in quella parte della toscana, tra Garfagnana, Lunigiana, Media Valle del Serchio. Quasi ogni sua narrazione è ambientata lì: che si tratti dell&#8217;epoca degli etruschi, di quella dell&#8217;Ariosto, dell&#8217;ottocento o della contemporaneità. In questo senso la sua opera è uno spaccato verticale della storia del nostro paese, a partire da una geografia molto circoscritta. Pardini ha preferito l&#8217;intensità del “locale” all&#8217;estensione del “globale”. Una forma spontanea di resistenza. “Non vado mai in vacanza” mi ha detto, in quella circostanza. Nel senso che quasi mai si allontana dalle sue parti. Ne conosce il passato, il presente, le genti, gli animali: di cui ripete i versi in un modo particolarissimo, non una semplice imitazione ma uno stenogramma sonoro, per così dire, come se sapesse coglierne solo i tratti pertinenti, quelli che ne fanno un vero e proprio linguaggio.</p>
<p>[Questo articolo, con qualche variazione, è stato pubblicato su <a title="orwell" href="https://twitter.com/orwellp" target="_blank">Orwell</a>, un inserto culturale momentaneamente e suo malgrado uscito dalle edicole. Per sapere dove e come ritornerà, leggere <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/orwell-1-5/" target="_blank">qui</a>]</p>
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