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	<title>Gaza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>“Gaza, la scorta mediatica” di Raffaele Oriani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[7 ottobre 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Il Venerdi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Rizzo</strong> <br /> “Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ho ricevuto e pubblico volentieri questo intervento. In esso si cita una frase di Raffaele Oriani: “Questo genocidio è ancora muto”. Un’immagine vale mille parole si usa dire. Una bomba fa tacere mille, diecimila parole. E quante bombe sono cadute sui Palestinesi di Gaza, e quanti proiettili ancora continuano a cadere sui Palestinesi in Cisgiordania? Il mutismo del genocidio non lo abbiamo alle spalle, ma di fronte a noi. E ogni parola che i palestinesi non hanno potuto, non sono riusciti a dire, i loro figli e i figli dei loro figli dovranno dire. E questo vale anche per le parole che gli israeliani non hanno voluto dire. I figli dei loro figli dovranno anche loro, alla fine, dirle. E questo vale anche per noi, gli spettatori. Chi non è riuscito a dirle, chi non le ha volute dire, avrà qualcuno che dovrà dirle al suo posto, qualcuno </em>consapevole<em> di doverle dire. a. i.]</em></p>
<p>di <strong>Marco Rizzo</strong></p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Quello che è accaduto nel corso di questi ultimi due mesi è per gente della mia generazione terribile. Ma non solo terribile per la guerra guerreggiata, terribile per la velocità incredibile, di cui voi non potete rendervi conto, della velocità incredibile con la quale tutto un intero strato delle nostre menti scriventi e parlanti si è precipitato nel peggio del peggio. […] Quella sorta di orribile livello che è stato raggiunto dalla nostra stampa ci può lasciare soltanto la melanconica soddisfazione di fare degli elenchi di nomi. […] Ebbene voi dovete, noi dobbiamo, col poco fiato che ci resta, ricordare uno dopo l’altro coloro che nella televisione, nei giornali dicono le cose che hanno il coraggio di dire, le bassezze che dicono e che pronunciano in questo momento.” </em>(Franco Fortini, febbraio 1991)</p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.&#8221; </em>(Omar El Akkad, 25 ottobre 2023)</p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Questo è quello che la classe al potere ha deciso che sia normale. Molti di noi amano chiedersi: «Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?». La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante.”</em> (Aaron Bushnell, febbraio 2024)</p>
<p>Guerra e genocidio. Un binomio che la coscienza europea e occidentale pensava di aver deposto nei libri di storia. Materia di studio (sempre meno, a dire il vero) e di memoria (sempre più ipertroficamente nutrita, con tutti gli effetti collaterali del caso), non più esperienza terribile e presente con cui misurarsi intellettualmente ed eticamente. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. E, soprattutto, tutti i giorni che lo hanno seguito, in cui la bolla di questa cattiva coscienza memoriale è esplosa nel peggiore dei modi. A cosa sostenersi quando tutti i fondamenti di una civiltà finiscono con il precipitare? Come vivere con dignità in paesi i cui governi e i cui media si sono chiaramente schierati <em>dalla parte sbagliata della storia</em>?</p>
<p>Una risposta parziale, imperfetta, limitata quanto si vuole, ma umile, vera e reale, è la scelta di farsi da parte. Disertare il posto che si occupa, o il ruolo che si occupa. E farlo quando è più difficile farlo, addirittura quando si corre il rischio di essere i soli a farlo. <em>Gaza, la scorta, mediatica</em> (People, 2024) di <strong>Raffaele Oriani</strong> è appunto il documento esplicativo di una diserzione personale, una testimonianza morale dei nostri giorni. Ma è anche (e per questo vale la pena leggerlo) una disamina di tutte le colpevoli omissioni, del perenne doppio standard e del più retrivo orientalismo che hanno contraddistinto la quasi totalità del giornalismo in Italia, responsabile di aver sistematicamente oscurato e minimizzato, malgrado l’evidenza di prove, la realtà della carneficina che l’esercito israeliano aveva scatenato su Gaza fin dall’ottobre 2023. Per protestare contro il muro di silenzio e di complicità con l’enormità intollerabile che stava accadendo, nei primi giorni del gennaio 2024 l’autore dà le dimissioni dal giornale per cui scriveva, il <em>Venerdì</em> di <em>Repubblica</em>. “Mi sono chiesto se il lavoro che stavo facendo lì fosse il posto giusto dove trovarsi quando tutto crolla” (p. 9). Nessun eroismo in questo; e del resto sono da considerarsi sventurati i paesi che hanno bisogno di eroi, si pensava una volta. Ma di “piccoli maestri”, di semplici “giusti” abbiamo ancora bisogno e Raffale Oriani ha saputo essere uno di loro nel momento in cui era necessario. Vale la pena di riportare integralmente le sue parole <em>di allora</em>, poiché poche volte capita di leggere parole di limpidezza etica che accompagnano un gesto di coraggio:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con <em>il Venerdì</em>. Collaboro con il newsmagazine di <em>Repubblica</em> ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa<em> Repubblica</em> (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti, si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori.”</p>
<p>Eloquente il silenzio di <em>Repubblica</em> e del resto della stampa su questa lettera di addio di un collaboratore. Poteva anche finire qui. E invece, inaspettatamente, pubblicate da altri (l’autore non aveva a quell’epoca propri profili social) e poi ampiamente ricondivise, le parole di Oriani hanno una risonanza enorme sulla Rete. È il primo segno di una disconnessione profonda tra il complesso politico-mediatico compattamente schierato con il “diritto di Israele a difendersi” e un’opinione pubblica già turbata e inquieta di fronte all’orrore del <em>primo genocidio trasmesso e documentato in diretta<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em>. “È una montagna di polvere che esce finalmente dal tappeto” (p.15). Il libro di Oriani nasce da qui, da un’impotenza ad agire che si trasforma nel dovere di manifestare un dissenso, attraverso l’osservazione e la descrizione della copertura mediatica offerta dalla stampa italiana alla distruzione di Gaza e del popolo palestinese. Copertura mediatica che, con poche eccezioni, ha minimizzato la bancarotta morale e politica di gran parte dei governi europei. Un colossale rovesciamento dei compiti etici e civili di un giornalismo inteso come cane da guardia verso il potere e non come ufficio stampa della versione ufficiale. La “scorta mediatica” che dà il titolo al libro ha finito per scortare i criminali di guerra invece che le loro vittime. Non è solo un fenomeno italiano, nota tristemente Oriani. Ma la realtà di cui siamo più direttamente responsabili è sempre quella a noi più vicina ed è pertanto ad essa che l’autore rivolge prevalentemente la sua attenzione.</p>
<p>Nonostante le sincere professioni di modestia, quello di Oriani è un prezioso strumento di critica del giornalismo, un’indagine delle modalità con cui il linguaggio può nascondere o sviare dalla verità. E dunque, per antitesi, un documento sull’eticità e la responsabilità connessa all’uso delle parole, da leggere e usare come strumento didattico anche nelle scuole. L’uso edulcorante e smaccatamente parziale del lessico è la prima e più evidente spia di un rifiuto di chiamare i fenomeni con il loro nome. Su ciò il giornalista si sofferma a più riprese, commentando dolentemente cronache, editoriali e interviste apparse in quei mesi sulla grande stampa. A titolo di esempio, leggiamo:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Il 16 febbraio 2024 un editoriale di Barbara Stefanelli, direttrice di <em>7</em>, il settimanale del <em>Corriere della Sera</em>, viene presentato in sommario così:</p>
<p style="padding-left: 80px;">&#8216;Dopo la strage del Supernova Music Festival e il dramma della popolazione di Gaza, non resta che aspettare che la metastasi di quanto è accaduto e sta accadendo possano essere fermate.&#8217;</p>
<p style="padding-left: 40px;">Gli israeliani hanno subito una <em>strage</em>, i palestinesi vivono un <em>dramma</em>: da una parte c’è una chiara intenzionalità criminale che impone di individuare, punire, liquidare i colpevoli; dall’altra, un dramma che non può che consumarsi fino a quando arriveranno tempi migliori. Tutto questo avviene mentre il macabro conteggio delle vittime riporta 1.400 morti israeliani e oltre 30.000 palestinesi. […] Qualche settimana dopo, un altro editoriale del <em>Corriere della Sera</em> metterà in sequenza lo «<em>scempio</em> inumano di Hamas», la «<em>carneficina</em> di Putin in Ucraina» e le «<em>operazioni</em> a Gaza di Netanyahu» (corsivi dell’autore). Non è esagerato dire che sono state le bombe a sterminare la popolazione di Gaza, ma è stato soprattutto il linguaggio a impedire che risuonasse forte, chiaro e assordante l’allarme che avrebbe potuto fermarle.” (pp. 22-23)</p>
<p>La sequela di sospensioni del senso di umanità e della tenuta etica documentata da Oriani atterrisce per la sua estensione e gravità. A disposizione di chi vorrà fare i conti con la storia c’è tutto un archivio da interrogare per capire come è accaduto ciò che è accaduto (e dunque, forse e con meno sicurezze di ieri, capire come far sì che esso non si ripeta). Un compito carico di inquietudini e di interrogativi che l’autore formula con lucidità: “Sarebbero morti in così tanti sotto le macerie, se sin dall’inizio i responsabili fossero stati chiamati a risponderne? Che regole di guerra avrebbe adottato l’esercito israeliano per non essere accusato di condotta criminale dai media del mondo libero? Tanta acquiescenza ha sicuramente avuto un tragico impatto sul terreno.” (p. 28) e ancora: “A inizio gennaio, quando me ne vado dal giornale, tra tante pacche sulle spalle mi colpisce un’obiezione radicale: «Sbagli, sottovaluti il 7 ottobre.» […] Il sottotesto dell’obiezione evidentemente è che le vittime di un assalto del genere vanno onorate, e che non c’è onore senza vendetta. Ma se è così, come si onoreranno le vittime di questi mesi?” (p. 68); e da ultimo, chiamando in causa <em>le nostre macerie morali</em>: “chissà che ne faremo noi, di tutti i cantori del sangue che abbiamo ospitato nei nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questo genocidio è ancora muto, quando comincerà a parlare in tanti si troveranno confusi davanti allo specchio.” (p. 122)</p>
<p>Semplificando, potremmo ripartire il peggio offerto dalla nostra stampa in due macro-categorie: <em>distorsione e spostamento</em> delle responsabilità (nel campo palestinese) da un lato, <em>omissione di racconto e minimizzazione della violenza</em> (da parte israeliana) dall’altro. Il numero di prese di posizioni trasudanti razzismo inconsapevole e amnesie del proprio passato coloniale da cui siamo stati sommersi appare sempre più lampante col passare dei giorni (e al precipitare della storia presente verso scenari di violenza inimmaginabili fino a qualche anno fa). La razionalizzazione geopolitica è stata, da questo punto di vista, uno dei più efficaci e aberranti diversivi atti a giustificare il genocidio in corso. È in virtù di essa che il 2 marzo 2024, quando il cumulo di vite palestinesi annientate ha già superato il numero di 30.000, Ernesto Galli della Loggia può però ancora affermare senza alcuna crisi di coscienza che la priorità rimane “garantire la sicurezza assoluta di Israele.” Osserva Oriani: “Nessuno avvierebbe un’analisi del genocidio di Srebrenica, dove 8mila musulmani furono trucidati dalle milizie serbe di Ratko Mladic, parlando delle esigenze geopolitiche del popolo serbo. E invece ora accade.” (p. 48). E continuerà ad accadere a lungo anche nei mesi successivi. &#8220;Senza mai disturbare il carnefice&#8221;, come annota l&#8217;autore con disturbante sintesi. Più il cumulo di distruzione, morte e sofferenza inflitte ai palestinesi aumenta, più la nostra stampa sposta ossessivamente l’accento sul pericolo di un risorgente antisemitismo, guarda con sospetto e aria di pronta scomunica chiunque si interroghi sulla necessità di giungere a un cessate il fuoco. Viene meno cosi persino ai più elementari principi deontologici quali la critica delle fonti<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> o la difesa del diritto di informazione (e della vita) dei giornalisti in contesti di guerra:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Quando il corrispondente di <em>Repubblica</em> Sami al Ajrami denuncia l’arresto da parte israeliana di una troupe di <em>Al Jazeera</em> scrivendo che «Israele vuole mettere a tacere la stampa in modo che nessuno conosca cosa si nasconde dietro le loro operazioni», il suo giornale titola l’articolo «Stretti tra i combattimenti e il rischio di finire in manette. La solitudine dei giornalisti». Nessun giudizio, mai. Il passaggio da «Israele vuole mettere a tacere la stampa» a «La solitudine dei giornalisti» misura tutta la distanza che corre tra chi fa da scorta mediatica ai giornalisti e chi all’esercito che li ammanetta e massacra.” (p. 50)</p>
<p>Vi è poi, se possibile ancora più sconvolgente, una duplice omissione: quella delle voci ebraiche che denunciarono fin da subito l’aberrazione che il mondo occidentale e la sua stampa stavano assecondando; e quella delle incredibili, immorali, sfrenate (genocidiarie?) dichiarazioni di ministri, parlamentari, alti ufficiali dell’esercito israeliano. Mentre in Italia la parola “genocidio” subisce un vero e proprio ostracismo dal dibattito, e si bolla obliquamente o apertamente di antisemitismo chi la avanza anche solo in termini di rischio potenziale di fronte alla rappresaglia militare indiscriminata contro la popolazione civile<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, con ben maggiore lucidità diversi storici ebraici, israeliani (Raz Segal, Omer Bartov) o statunitensi (Barry Trachtenberg) guardano con allarme a una serie di segnali: la spettacolarizzazione della distruzione di Gaza da parte dei soldati israeliani da loro stessi immortalata ed esibita con compiaciuto sadismo in centinaia di video e pubblicazioni sui propri profili social; l’isolamento drammatico delle voci ebraiche che si oppongono alla deriva razzista e suprematista della società israeliana, incapace di elaborare il trauma del 7 ottobre; il crescendo di ferocia disumanizzante e di disprezzo assoluto per le vite dei civili palestinesi che prende sempre più piede ai vertici del governo, dell’esercito e di quasi tutto lo spettro politico israeliano. A titolo di esempio, e qui volutamente disposte in ordine cronologico, Oriani riporta le seguenti:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Non c’è nessuna equivalenza tra bambini ebrei e bambini palestinesi. […] I bambini di Gaza se la sono cercata!” (Meirav Ben Ari, parlamentare dell’“opposizione”, 17 ottobre 2023)</p>
<p style="padding-left: 40px;">“La comunità internazionale ci mette in guardia da un disastro umanitario a Gaza e dallo scoppio di gravi epidemie. Non dobbiamo farci intimidire. Lo scoppio di gravi epidemie nel Sud della Striscia ci avvicinerebbe alla vittoria e ridurrebbe le perdite tra i nostri soldati.” (Giora Eiland, ex generale ed ex Capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, 19 novembre 2023)</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Sono personalmente orgogliosa delle rovine di Gaza. Orgogliosa che i bambini palestinesi di oggi si ricorderanno di cosa siamo capaci noi ebrei.” (May Golan, Ministra delle Pari Opportunità, 21 febbraio 2024)</p>
<p>Possiamo fermarci qui. Il testo di Oriani, letto a due anni dalla sua uscita, sapendo che il genocidio è continuato, a un certo punto ha solo rallentato di intensità e forse è destinato a riprendere in piena regola già nelle prossime settimane o mesi (con differenti mezzi o forse persino con gli stessi), solleva almeno due ordini di problemi. Il primo è come far uso di questo campionario per identificare la spazzatura informativa, le falsità deliberate o anche solo le narrazioni celatamente orientate che ci sono state offerte sugli stessi giornali, dalle stesse firme, prima, durante e dopo Gaza, a proposito di altri contesti di guerra. Il caso più evidente, e onestamente indicato da Oriani, è la sperequazione di trattamento che i nostri media hanno riservato al conflitto russo-ucraino e al genocidio israeliano a Gaza<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Alla luce di quali nuove domande dovremmo riesaminare i 4 anni trascorsi dal precipitare di quella guerra? Quali le narrazioni di cui dovremmo sospettare o persino da abbandonare perché incongruenti, asimmetriche, grossolanamente dopate da intenti propagandistici? Come ricostruire le condizioni di uno sguardo e di un ragionamento capace di non farsi irreggimentare in un orizzonte di guerra per difendere la civiltà che ha permesso, coperto, alimentato il genocidio palestinese, e che ancora si guarda bene dal chiamare a risponderne gli esecutori materiali? Domande che sorgono naturali e urgenti, che ci chiamano a nuove diserzioni.</p>
<p>Il secondo problema è che il giornalismo italiano ha semplicemente rimosso l’esigenza di una messa in discussione radicale di se stesso e delle proprie responsabilità per quanto è avvenuto dopo il 7 ottobre 2023. Così non è stato, invece, per il mondo della scuola, dell’università, della sanità e del volontariato, realtà che sono state realmente scosse dall’onda d’urto del genocidio e che hanno suscitato alla fine dissensi, fratture, manifestazioni di protesta collettiva, fino all’esplosione redentrice nel movimento “Blocchiamo tutto” a settembre / ottobre 2025. Niente di simile si è dato per la maggior parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream. Nessuna trasmissione, nessuna home page si è mai oscurata, nessuno sciopero è stato fatto per interrompere la fabbrica del falso. O anche solo per ricordare i nomi dei 250 giornalisti uccisi in questo “conflitto”. Il gesto di diserzione di Oriani, tanto coraggioso nella sua umile semplicità per il momento in cui è stato assunto, è rimasto sostanzialmente ignorato. Quanti giornalisti possono dire di aver letto questo libro, quanti si sono offerti di presentarlo, ne hanno fatto uno strumento di autocritica e di polemica all’interno delle proprie redazioni? Difficile dare una risposta ma, dal di fuori, si fatica a immaginare che sia positiva.</p>
<p>“La carta stampata è l&#8217;arma più potente nell&#8217;arsenale del moderno comandante” annotava un secolo fa Lawrence d&#8217;Arabia nel suo <em>La guerriglia nel deserto</em>. Se ciò è vero anche oggi, la puntuale disamina di Oriani ci mostra inoppugnabilmente come, durante il genocidio degli abitanti di Gaza, ampia parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream ha chiaramente scelto quali padroni servire, quali vittime far sparire. Se non altro, la lettera di dimissioni dell’autore a inizio 2024 gli ha risparmiato di assistere alla liquidazione del gruppo Gedi che si sta consumando in questi ultimi mesi. L’ennesimo naufragio della classe imprenditoriale il cui prezzo sarà ancora una volta pagato dai lavoratori. È però inevitabile chiedersi, dopo la lettura di questo libro, quanti siano i giornalisti rimasti in quelle redazioni, quanti invece i vigilanti e i cuochi della versione e della narrazione ufficiale da reimpiegare altrimenti per la prossima guerra. O persino per il prossimo genocidio.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
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<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Questa triste realtà, è opportuno ricordarlo, non è solo un giudizio storico, ma è anche stata messa agli atti della causa intentata contro Israele da parte del Sudafrica presso il Tribunale Penale Internazionale de L’Aja, come dichiarato dall’avvocatessa irlandese Blinne Nì Ghrálaigh: “Questo è il primo genocidio della storia che vede le vittime trasmettere in diretta la propria distruzione nella disperata, e finora vana, speranza che il mondo possa intervenire.” (cit. p. 27)</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Emblematica la mancanza di inchiesta inizialmente, ma soprattutto la mancata rettifica successiva in merito alla (per fortuna) falsa notizia delle decine di bambini decapitati da Hamas nel quadro della strage del 7 ottobre.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. Luigi Daniele, giurista italiano presso l’università di Nottingham: “Questa condotta bellica rivela la volontà di interpretare l’intera popolazione come un’infrastruttura terroristica.” (cit. a pag. 53)</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> “L’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che ne è seguita hanno prodotto da subito una solida, fin troppo unilaterale narrazione. I grandi giornali italiani hanno mobilitato tutte le armi del proprio arsenale comunicativo: titolazione ad effetto, grandi fotonotizie, cronache dal fronte, testimonianze drammatiche, interviste militanti, aggettivazione pesante, appellativi marcati. […] Attorno all’invasione dell’Ucraina si è costruita da subito una narrazione a fortissima impronta etica […]. È stata un’opera avvolgente che ha posizionato giornali e giornalisti non come osservatori e narratori degli eventi ma come parti in causa, avanguardie del campo della libertà contro la tirannia, del bene contro il male, dell’aggredito contro l’aggressore, del diritto europeo contro l’arbitrio asiatico.</p>
<p>È tanto più sorprendente notare come di fronte allo sterminio dei palestinesi di Gaza, a una mattanza di bambini che solo nei primi cento giorni ha superato di quaranta volte quella ucraina, quest’arsenale comunicativo sia rimasto completamente inutilizzato. Poca cronaca e nessuna narrazione, per Gaza. Una volta alla settimana i principi degli editoriali fanno le pulci a chi critica Israele, ricordano i pericoli dell’antisemitismo, aggiustano il tiro sull’uso della parola “genocidio” o azzardano improbabili scenari geopolitici che ipotizzano la fondazione di mitologici due Stati. Il tutto tenendosi sempre a breve distanza dalla realtà dei massacri.” (pp. 45-47)</p>
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		<title>Abitare il conflitto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/05/abitare-il-conflitto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Engramma]]></category>
		<category><![CDATA[Erica Nava]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Vacis]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Tombesi]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolò Vinetti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Nicolò Vinetti, Lorenzo Tombesi, Erica Nava</strong> <br />
Dal riconoscimento della nonviolenza in quanto privilegio non discende alcuna giustificazione della violenza. Ne discende, semmai, la possibilità di interpretare l’intera questione superando la logica dicotomica del “pro” e del “contro”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Nicolò Vinetti, Lorenzo Tombesi, </strong><strong>Erica Nava (poEM)</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-118562 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-04-at-18.17.21-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Le riflessioni qui raccolte sono state in parte ospitate nel numero 230 della rivista Engramma, <a href="https://www.engramma.it/eOS/"><em>Γάζα διηρπασμένη. Storia naturale della distruzione</em></a>, dedicato alle immagini in conflitto ai tempi di Gaza. Pubblicate come appendice del reportage di Gabriele Vacis, <em>Amleto a Gerusalemme. Gli angeli sopra la città</em>, sono qui riportate integralmente.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong><em>Nonviolenza e privilegio</em></strong><strong> di Nicolò Vinetti </strong></p>
<p>All’inizio di <em>Zabriskie Point </em>di Michelangelo Antonioni, un gruppo di studenti prende parte a un acceso dibattito sulle strategie da adottare per rispondere all’oppressione della polizia e alla violenza delle istituzioni. La scena stabilisce da subito il clima di contestazione giovanile tipico della fine degli anni Sessanta e introduce temi come la ribellione, l’alienazione e lo scontro generazionale. «C’è un solo modo di parlare con loro ed è nella loro stessa lingua. Se parlano con le armi, rispondi con le armi» dice uno degli studenti, manifestando senza filtri la rabbia e l’urgenza che animano l’assemblea.</p>
<p>Dinamiche di conflitto e di mobilitazione come quelle descritte da Antonioni si sono ripresentate in diversi momenti della storia e, ogni volta, a emergere è l’idea espressa dal giovane studente: rispondere alla violenza con altra violenza. All’interno di questa cornice, il termine “violenza” è intrinsecamente controverso e la sua definizione necessita di una riflessione attenta, poiché non è affatto scontato sapere con precisione cosa intendiamo quando lo utilizziamo. Per chiarire questo punto, riporto un estratto da un testo di Judith Butler che ritengo particolarmente emblematico:</p>
<p>Talvolta […] gli stati e le istituzioni pubbliche definiscono “violente” molte espressioni di dissenso politico, o di opposizione a questa o quella autorità statale o istituzionale. Dimostrazioni pubbliche, occupazioni, assembramenti, boicottaggi, scioperi: sono tutte forme di dissenso suscettibili di essere definite “violente”, anche quando non ricorrono affatto allo scontro fisico […]. Quando gli stati o le istituzioni compiono questa operazione, tentano di rinominare pratiche nonviolente come violente, conducendo una battaglia politica a livello di semantica pubblica. Se una manifestazione a sostegno della libertà di espressione – che esercita dunque quella stessa libertà per cui si batte – viene definita “violenta”, ciò può accadere solo perché questo abuso del linguaggio da parte del potere mira ad assicurare il proprio monopolio sulla violenza, screditando chi si oppone a esso, o giustificando il ricorso alle forze di polizia, all’esercito o alla sicurezza pubblica contro coloro che invece cercano di esercitare e di difendere in tal modo quella libertà.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>Nel momento in cui si cerca di comprendere che cosa sia la violenza, è evidente che non ci si muove unicamente sul piano teoretico, ma si sconfina per forza in quello politico. Un discorso sulla violenza articolato con il dovuto rigore richiede metodi e strumenti in grado di sottrarsi alla logica binaria di chi si schiera semplicemente “pro” o “contro” la questione. Tuttavia, ciò che qui mi interessa non è tanto il dibattito sulla violenza in sé, quanto la retorica che si sviluppa attorno al tema della nonviolenza. Beninteso, quest’ultima si è rivelata efficace in molte occasioni, come nella lotta per i diritti civili negli Stati Uniti guidata da Martin Luther King, nel movimento indipendentista indiano con Gandhi o nelle rivoluzioni pacifiche dell’Europa centrale negli anni Ottanta. Se tali esperienze contribuiscono a spiegare la legittimazione storica della nonviolenza e la sua valutazione tutto sommato positiva, la violenza è invece spesso letta come il segno di un fallimento dei processi di mediazione e di trasformazione sociale e, pertanto, viene interpretata quasi esclusivamente in chiave negativa. Indagando un aspetto problematico e poco esplorato della nonviolenza, intendo ampliare questo quadro. Va da sé che non ne consegue automaticamente una piena adesione alla violenza – pur essendo presente, il nesso tra le due dimensioni non è immediato.</p>
<p>Che la violenza sia indice di un fallimento lo mostra con chiarezza Hannah Arendt in <em>On violence</em>.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> Nella sua riflessione, potere e violenza non si sovrappongono, anzi, di solito si collocano agli antipodi, dato che il potere dipende dal consenso e si manifesta laddove le persone parlano e agiscono insieme nello spazio pubblico. La violenza – all’opposto – compare quando il potere si deteriora, quando le istituzioni sono deboli, quando il consenso si è sfaldato e la partecipazione alla vita collettiva è venuta meno. In tal senso, la violenza determina non già un rafforzamento della politica, bensì una crisi delle strutture che la sorreggono.</p>
<p>Nel testo citato, Judith Butler integra la prospettiva di Arendt ribadendo che, sì, la violenza denota la fine della politica, ma proprio per questo si presenta come una risposta obbligata. La nonviolenza sarebbe allora un privilegio esercitabile solamente a patto che le strutture fondamentali della politica reggano. Butler parte dall’assunto secondo cui tutte le persone sono vulnerabili, sebbene in misura differente. Ora, la nonviolenza non è una norma rigida né un principio astratto, ma un modo di relazionarsi alla vulnerabilità altrui. Affinché questa interdipendenza acquisisca valore politico, occorre un contesto che la riconosca; chi vive in condizioni di invisibilità o di disumanizzazione ne è privo e può risultare impossibilitato a praticare la nonviolenza in maniera efficace.</p>
<p>Muovendo dalle considerazioni di Butler, è possibile tracciare una fenomenologia della nonviolenza che metta in luce ciò che di essa normalmente non viene visto. Anzitutto, l’esercizio della nonviolenza presuppone risorse che non sono equamente distribuite, come una stabilità di base, il tempo e una rete di supporto. Chi è esposto a violenza sistemica, infatti, potrebbe non avere lo spazio materiale o psicologico necessario per impiegare tattiche nonviolente. Inoltre, la nonviolenza è per lo più lenta, perché prevede negoziazioni, pressione graduale e costruzione di consenso. Gli individui che vivono in situazioni di oppressione immediata non sempre possono permettersi il “lusso della lentezza”. A ciò si aggiunge che le azioni nonviolente funzionano meglio quando sono accompagnate da visibilità e sostegno. Per produrre effetti tangibili, la nonviolenza deve essere interpretata e presa sul serio da istituzioni, media e sfera pubblica. Nei regimi autoritari o in ambienti strutturalmente discriminatori – proprio quelli in cui la violenza è più diffusa e la resistenza più indispensabile – le pratiche nonviolente tendono a essere ignorate e represse. I gruppi già ritenuti legittimi oppure degni di ascolto possono farvi ricorso con maggiore presa, mentre chi è marginalizzato o socialmente stigmatizzato difficilmente ottiene lo stesso riconoscimento.</p>
<p>La nonviolenza richiede poi una controparte suscettibile di persuasione e sensibile alla propria reputazione, in quanto diventa operativa solo laddove esistano una qualche forma di opinione pubblica e uno spazio, anche minimo, di contrattazione. In alcune circostanze – dalla dominazione coloniale alle dittature, fino alle diverse forme di violenza sistemica – questi requisiti sono assenti. Proclamare la nonviolenza come unico metodo può risultare inadeguato rispetto alle strutture effettive del potere. Lo si constata pure in contesti democratici, quando figure politiche o istituzionali si sentono autorizzate a delegittimare pubblicamente gruppi sociali, movimenti o studenti, ricorrendo a un linguaggio apertamente denigratorio senza subire conseguenze rilevanti. In simili scenari, non sorprende che l’appello alla nonviolenza perda gran parte della propria capacità di incidere, lasciando il campo a strategie più dirette.</p>
<p>In genere, la nonviolenza è considerata eticamente “pura”. Questa apparente purezza può però trasformarsi in un moralismo di classe o di posizione, costringendo chi subisce violenza a rimanere “virtuoso”. In altre parole, la nonviolenza funziona efficacemente se le condizioni materiali e sociali consentono di attuarla, altrimenti rischia di ridursi a un ideale etico imposto dall’alto, incapace di proteggere coloro che sono realmente esposti alla violenza.</p>
<p>La tesi di Arendt è che la violenza, invece di liberare o generare cittadinanza, rovescia e niente più. Eppure, autori come Frantz Fanon – nonché alcuni movimenti contemporanei legati alla critica postcoloniale – sottolineano che la celebrazione della nonviolenza nelle società colonizzatrici è stata possibile soltanto dopo lunghi periodi di violenza strutturale.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> In situazioni in cui il potere è impermeabile alla pressione sociale, la retorica del “cambiamento pacifico” può prestarsi a strumentalizzazioni, legittimando lo <em>status quo</em> anziché scardinarlo. La nonviolenza rappresenta pertanto un vero e proprio privilegio storico tipico delle società che hanno costruito il loro potere istituzionale mediante la forza. Sostenere che la nonviolenza costituisce una forma di privilegio non significa però ammetterne l’inutilità o l’inadeguatezza; significa piuttosto constatare che non tutte le persone possono adottarla nelle stesse condizioni. Assemblee e proteste pacifiche producono indubbiamente nuovi modi di essere-corpo e nuove forme di potere. Tuttavia, occupare lo spazio pubblico senza essere annientati è un privilegio non accessibile a chiunque. Pretendere la nonviolenza da chi è costantemente attaccato o da chi è privo di visibilità sociale equivale a imporre una specie di normatività dispotica, perpetrando una violenza simbolica mascherata da etica universale.</p>
<p>Dal riconoscimento della nonviolenza in quanto privilegio non discende alcuna giustificazione della violenza. Ne discende, semmai, la possibilità di interpretare l’intera questione superando la logica dicotomica del “pro” e del “contro”. Sia chiaro, anche riflettere su questi problemi è già di per sé un privilegio: chi non può permetterselo reagisce e basta. Continuare a interrogare il proprio posizionamento, evitando di sostituirsi a chi il privilegio non ce l’ha, resta probabilmente l’approccio più critico, l’unico se si vuole davvero fare qualcosa. Un esempio ce lo offre di nuovo Antonioni. Alla fine del film, Daria – la protagonista – immagina così intensamente una serie di esplosioni da renderle <em>quasi</em> reali. Si tratta di una proiezione mentale che condensa in sé sia il rifiuto sia il desiderio di distruzione di un sistema oppressivo. A essere colpiti, infatti, non sono corpi, ma <em>luoghi vuoti</em>, segni della struttura stessa che si intende ribaltare. Per chi ha ancora il lusso dell’immaginazione, queste esplosioni aprono uno spazio sospeso tra riflessione ed esperienza concreta, uno spazio di possibilità che – per quanto scomodo – varrebbe forse la pena di abitare. <em>Boom!</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em><strong><em>Gli eroi son tutti giovani e belli </em></strong><strong>di Erica Nava</strong></p>
<p>I miei amici sono avanti. Manifestano per i diritti civili, contro la violenza di genere, il genocidio, e poi scrivono, fanno spettacoli che parlano di lotte politiche, organizzano incontri e attività perché si parli del mondo che i ventenni vorrebbero. Ero a pranzo con loro e si è sollevata la questione della parità di genere. Non appena abbiamo iniziato a parlarne: «non è vero, non succede così», «io non faccio queste cose». Lo so, amico mio, lo so che tu non sei di quelli che fanno queste cose. So anche che a volte le fai, e non te ne accorgi. So che le vedi fare ai tuoi amici, e magari te ne accorgi, ma poi non dici niente. Non posso rinunciare al chiedermi: perché ti arrabbi così tanto, tu che sei così sensibile?</p>
<p>Ci sono questioni su cui dovremmo essere tutti d’accordo! Altrimenti a manifestare ci andiamo solo per noi stessi. Perché <em>gli eroi son tutti giovani e belli</em>, e vogliamo far vedere al mondo come siamo bravi a stare dalla parte giusta della storia, appesi sulle statue oppure sotto i manganelli. È facile lottare per una causa che non ci mette in discussione. Non a noi in primo piano.</p>
<p><em>Intersezionalità</em>. Un concetto coniato dalla giurista statunitense Kimberlé Crenshaw. Se scrivo “intersezionalità” il computer non riconosce la parola e la sottolinea in rosso, come se fosse un errore. Mi propone di sostituirla con “internazionalità”. Eppure il termine è stato coniato nel 1989, trentasei anni fa. È un concetto che dovrebbe essere di dominio comune, che si dovrebbe imparare a scuola, ma a quella dell’obbligo, non all’università, in qualche corso di sociologia che poche persone scelgono di frequentare e spesso per caso. L’intersezionalità descrive come le varie identità sociali (genere, classe, orientamento sessuale ecc.) si sovrappongono e si intersecano creando esperienze uniche di privilegio, discriminazione e oppressione. Cioè: essere donna è diverso da essere uomo; essere donna povera è diverso da essere donna ricca; ma anche essere donna ricca eterosessuale è diverso da essere donna ricca lesbica, e così via, intrecciando tutte le possibilità correlate alle rispettive varianti di privilegio e discriminazione che ne conseguono. Internazionalità significa che se lotto per i miei diritti lotto anche per i tuoi: è impossibile disgiungere gli anelli delle lotte se vogliamo che le cose cambino. E questo per noi nati (e quasi nati) nel XXI secolo è una buona notizia. Quante cause abbiamo per cui lottare… Il vantaggio è non dover scegliere.</p>
<p>Oggi scendiamo in piazza per Gaza, contro il genocidio. Nel 2023 invece per Giulia Cecchettin urlavamo <em>bruciamo tutto</em>, contro la violenza di genere. Nel 2018 <em>There is no Planet B</em>, le lotte per l’ambiente con <em>Fridays for Future</em>. Il canto di queste necessità – legittime – è però un fenomeno temporaneo. Cantiamo, ci troviamo nelle piazze, e poi ci dimentichiamo, in attesa della prossima causa per cui sentirci difensori della giustizia. E allora mi chiedo: della causa quanto ci importa?</p>
<p>Le manifestazioni hanno salvato tante vite. Tante, ma le nostre. Siamo solo noi ad esserci salvati, andando a manifestare. I nostri corpi ad aver trovato un senso, la nostra solitudine ad essere stata spezzata. La ragione principale ad aver mosso i nostri corpi morti dai divani siamo noi, noi stessi. Questo spiega bene perché una pace falsa sia bastata per fermarci: quello di cui avevamo bisogno lo abbiamo avuto. Qualcuno che ci vedesse, che ci riconoscesse, che dicesse «ma che bravi che sono», e poi avere dei nemici diversi da quelli che abbiamo nella testa occidentale e ben nutrita. Abbiamo avuto la sensazione di poter dire la nostra.</p>
<p>Forse, e scrivo forse, nei manganelli ci speriamo. Per sentirci vivi. Per sentirci salvi. Per sentirci eroi giovani e belli che possono tutto. Così quando la causa ci chiederà di metterci in discussione, come per esempio quel sabato a pranzo, allora avremo la risposta pronta: <em>non lo vedi cosa faccio, io? Sto dalla parte giusta della storia.</em></p>
<p>Come si fa a non ripartire da capo ogni volta? Dove si raccoglie l’entusiasmo, l’energia vitale che avere qualcosa per cui lottare accende nei cittadini, nei tanto nominati giovani? Ed è una domanda già valida per le manifestazioni contro il genocidio. Come salviamo questa necessità di dire la nostra e di cantare insieme prima che ce ne dimentichiamo, prima che diventi una nuova ondata per la prossima causa? Quali sono gli spazi, i luoghi, le istituzioni preposte a dare struttura a questa spinta?</p>
<p>Nel V secolo a.C., quando Eschilo scriveva <em>Prometeo incatenato</em>, la Grecia stava vivendo un periodo di straordinario sviluppo democratico, la Democrazia di Pericle, ma anche di crescenti tensioni e conflitti che culmineranno nelle Guerre Persiane e del Peloponneso. A Teatro si discuteva di quanto accadeva alla città, costruendo un connubio tra cultura e politica che vedeva le risposte alle domande dell’una nell’altra. Alleanza che oggi, nella maggior parte dei casi – fenomeno delle manifestazioni incluso – manca. Se non è la politica a garantire lo spazio e il tempo per le risposte, allora deve farlo la cultura.</p>
<p>È necessario trovare una risposta ed è necessario trovarla ora, insieme. È necessario scendere a compromessi per dare alle piazze una voce che non venga cancellata dal tempo. È necessario che chi non conosce studi, che chi ha studiato racconti, e che chi parla sempre ascolti, così da interessarci alla causa almeno tanto quanto ci interessa di noi stessi.</p>
<p><strong><em>The grapes of wrath </em></strong><strong>di Lorenzo Tombesi</strong></p>
<p>I nomi sono l’unica cosa che abbiamo. I miei denti strappati e consegnati nelle mani di mia madre non sono niente, sassi – ma mi identificano, e se sarà abbastanza fortunata, un medico gentile le darà la notizia, le dirà: «sì, è lui» e poi il mio nome, che ha scelto lei. Le tornerà in mente la prima notte, trascorsa nelle grida e nel dolore, la nostra prima notte insieme di quando sono nato. E poi i primi passi, il primo compleanno e il grembiule a scacchettini bianchi e azzurri, Marta, la fidanzatina dell’asilo, la bicicletta rossa e nera con le rotelle e mio padre che mi spingeva e poi via le rotelle, quella volta che dalla bicicletta sono caduto e mi sono lussato una spalla, il primo quattro in matematica e la paura scema sul mio volto che non ce l’avrei fatta, e tutto quello che non hai visto con gli occhi ma di cui sei stata testimone nascosto come la prima sigaretta, la prima sega, il primo amore e il primo pianto per la morte di qualcuno&#8230; Tutto questo sta nel nome e nei milioni di nomi di tutti. Prima di finire negli elenchi, sulle lapidi celebrative, prima che un prete li nomini uno per uno. Sono vite intere, tempo raccolto tra le righe delle mani, dentro ai nei, nelle immagini specchiate negli occhi di chi ci è caro. È vita persa, moltiplicata per centinaia di migliaia di volte&#8230; Questa terra è piena di vita buttata, e non seminata&#8230; Io mi chiamo Gabriele Valchera, ho ventitré anni, sono del ’99, la maggior parte di noi è del ’99, come la generazione persa nel primo conflitto mondiale. Nel cimitero della mia città ci sono le lapidi dei caduti. Non c’è la data di nascita, ma solo la data di morte, come se non fossero mai nati, mai vissuti. Come se fossero soltanto morti. Io mi chiamo Gabriele, ho ventitré anni e sono vivo.</p>
<p>La Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022. Il nostro <em>Sette a Tebe, un terribile amore per la guerra</em> – con la regia di Gabriele Vacis – ha debuttato ad ottobre 2023 al Teatro Olimpico di Vicenza. Erano passati un anno e sette mesi. Quando lo spettacolo è andato in scena non aveva il finale che ha adesso. Gabriele Valchera, uno degli attori di PoEM, diceva il testo che avevo scritto e che avete letto sopra, lo spettacolo finiva così. Poi ha cominciato a fare altre repliche in giro per l’Italia. È arrivato il 7 ottobre 2023 e tutto quello che ne è seguito. Nel dicembre di quell’anno, mentre andavamo in scena al Teatro Stabile di Torino, abbiamo scoperto una cosa. Il pubblico ha realizzato qualcosa che noi avevamo solo intuito: la chiamata alle armi o, meglio, una dichiarazione di appartenenza. Una presa di posizione. Dopo il testo di Gabriele, tra il pubblico, qualcuno si alza e: <em>mi chiamo Manuela, ho trentacinque anni e sono viva. Mi chiamo Roberto, ho cinquantasei anni e sono vivo. Mi chiamo Federico, ho sette anni e sono vivo.</em> Abbiamo capito che quello che accadeva sulla scena per un’ora e un quarto serviva ad arrivare lì. Lo spettacolo riesce davvero quando il pubblico si alza, prende parte, senza che glielo si chieda. Non mi era mai capitato di osservare o di partecipare a qualcosa di simile. In chiesa, da bambino, mi alzavo e mi sedevo perché con la coda dell’occhio seguivo i movimenti di mia nonna. Stavolta c’era nell’aria qualcosa, qualcosa come il concretizzarsi di un sentimento. L’indignazione, la rabbia, la paura e pure l’entusiasmo si sintetizzavano nei corpi. Poi, attraverso lo spettacolo, in qualche maniera mi sono abituato, quel sentimento si è sublimato nella scena, ma a un certo punto è successo di nuovo: settembre 2025, in Piazza Castello a Torino. Si è ripetuto più di una volta in quel mese, anche ad ottobre, per strada e nelle scuole. Allora, adesso, all’inizio dello spettacolo dico questo:</p>
<p>Ho appena visto <em>La voce di Hind Rajab</em>. Il film con la voce vera della bambina che aspetta i soccorsi nella striscia di Gaza e i soccorsi non possono arrivare. Sono uscito dal cinema con gli organi spostati. La sera successiva abbiamo manifestato. Stasera lo stesso. Passa il tempo, ma l’ordine interno dei miei organi non si ristabilisce. Perché? «Era la vergogna che ci sommergeva ogni volta che ci toccava assistere o sottostare ad un oltraggio. Quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono». Alle manifestazioni ho incontrato amici che non vedevo da tempo perché “il lavoro”, “l’università”. Ho visto ragazzi piangere perché voltandosi si sono resi conto di non essere soli. Ci avete tenuti a bada con la vostra televisione, con le vostre merendine, con il mito della sicurezza, ma non è più possibile. La solitudine a cui sembravamo condannati non è reale: la campana di vetro si è incrinata. Noi, la mia generazione e quella che segue, abbiamo una grande occasione: smantellare un sistema economico e politico che non è più sostenibile. Grandi! fate largo: siamo gli ingenui, i facinorosi. Siamo i bambini che gridano «il re è nudo». Che è finito il tempo di “re” e “regine”. Non c’è ruolo che regga. Non c’è istituzione che regga: scuole, parlamenti, tribunali, caserme, sono parole che non significano più niente. I tempi che abitiamo sono straordinari, bisogna penetrare lo squarcio. Accelerare il fallimento. Forzare il collasso. Occupare. Bloccare tutto. Come? Abbiamo detto «no» alla violenza dei potenti, perché noi non ne siamo capaci. Ma non possiamo più stare ad aspettare un qualche “piano di pace” o il martirio. Che cosa ce ne facciamo di un posto in paradiso?</p>
<p>Non me ne intendo di geopolitica, sono un attore. Ho partecipato e partecipo alle manifestazioni come cittadino, come essere umano. Stando in mezzo ai giovanissimi (più giovani di me che ho ventisei anni) che popolano le piazze, organizzano i presidi e occupano le scuole, ho ritrovato qualcosa anch’io. Qualcosa come la scarica che certi inseguono artificialmente e violentemente con una dose o che altri percepiscono tagliandosi l’avambraccio con una lametta. È qualcosa che crea dipendenza. Qualcosa che crescendo ho dimenticato, ma assomiglia molto al pianto e alla gioia dopo una caduta pazzesca dalla bicicletta che, sì, ti sbucciava le ginocchia o ti lussava una spalla, ma che godimento! Qualcosa che poi si può raccontare. Forse è solamente endorfina, adrenalina. O forse no.</p>
<p>Parlando con un amico scrittore che ha abitato a Bologna negli anni ’70, dice che non è così male che questa forza – per quanto genuina – scemi, perché se cresce «va a finire che poi qualcuno spara». Allora come si fa? Si può impedire il sangue e mantenere in vita il dissenso? Questa cosa che per un brevissimo momento ci ha aperto gli occhi va alimentata in qualche modo, indirizzata, ma come?</p>
<p>Torniamo alla tragedia. Il coro delle donne in <em>Sette a Tebe</em> fa da specchio a quello che accade fuori dalle mura. Sentiamo l’esercito nemico che batte alle porte quando e perché una donna sussulta. Non vediamo i cavalli, le armi, il sangue: è tutto riflesso negli occhi, nel corpo, nelle parole del coro. E mentre i maschi giocano a fare la guerra, le donne nei bunker propongono un’alternativa: raccontano, cantano, pregano. Si affidano alla poesia:</p>
<p>Sono un animale ferito. Ero nato per la caverna e per la fionda, per il cielo intenso e il piacere definitivo del lampo: e mi fu data una culla morbida ed una stanza calda. […] Ero nato per vivere: e m’avete maturato nella morte autorizzata dalla legge, nell’orgoglio delle macchine, nell’orrore del tempo imprigionato. Ma resterò. Resterò a rincorrere la vostra perfezione di selvaggi organizzati nelle palestre, educati nelle caserme, ammaestrati nelle scuole: per la morte veloce delle bombe, per la morte lenta degli orologi delle seggiole dei telefoni. Ma sappiate che io non so nuotare: e il coltello dell’odio e dell’amore l’ho sepolto nel mare.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a></p>
<p>Si affidano al mito e all’immaginazione:</p>
<p>Immagino come sarebbe se i miei amici organizzassero una protesta pubblica ogni volta che un partner, un amico o uno sconosciuto morisse di Aids. Mi immagino come sarebbe se ogni volta che un amico, un partner o uno sconosciuto morisse di questa malattia i suoi amici, partner o vicini caricassero il cadavere in auto e lo portassero a tutta velocità a washington d.c. e sfondassero i cancelli della casa bianca e sgommando davanti all’ingresso scaricassero questi corpi senza vita sui gradini. Sarebbe un sollievo vedere questi amici, partner, vicini e sconosciuti lasciare un segno così pubblicamente netto nel tempo e nello spazio e nella storia.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></p>
<p>Ho osservato un’evoluzione nelle manifestazioni di piazza. È cambiata la musica, all’inizio si alternavano due o tre canzoni, sempre le stesse, adesso la lista si è infoltita. I manifesti si sono sviluppati, ce ne sono sempre di più e di più originali. Si balla, si canta di più. Le forme d’arte della protesta e nella protesta si sviluppano. Ma questo non basta a tranquillizzare l’amico scrittore, l’arte è una possibilità che non cancella l’eventualità che ricompaiano le P38. E l’arte, in questo caso, è un privilegio se si pensa a chi – a Gaza, in Sudan o in Ucraina – muore sotto le bombe. Allora bisogna imparare a stare in equilibrio e percorrere il crinale, la faglia che Israele, Trump e gli imperatori del mondo hanno aperto permettendoci di guardare in faccia e più che mai da vicino, se si pensa a come si usufruiva dei reportage di guerra anche soltanto fino a vent’anni fa senza Instagram e TikTok, «l’orrore, l’orrore» e le sue immagini.</p>
<p>Emily Dickinson ha scritto che «la pace si impara dai racconti di battaglia», perché è dentro la guerra che troviamo il vaccino alla guerra. Perché il dissenso di Rosa Parks è stato potente, generativo e violento. Perché Stonewall non è cominciato con un mazzo di fiori, ma con Sylvia Rivera e una bottiglia di vetro lanciata contro un poliziotto. Allora c’è bisogno di distinguere violenza da violenza, perché quattro fogli buttati per terra e due tavoli rovesciati all’interno della sede di un giornale non è «violenza squadrista», è qualcos’altro. Francesca Albanese che condanna l’azione – condannando allo stesso tempo pure chi, invece di fare giornalismo, fa propaganda – va difesa, non lasciata sola perché sta dicendo «c’è violenza e violenza». Perché c’è un tempo per gli schiaffi e un tempo per le carezze. Perché il cliente non ha sempre ragione, non ce l’hanno gli assistenti sociali, eppure devono poter svolgere il loro lavoro. Perché non si può e non si deve dire tutto quello che si vuole, perché c’è il vero e c’è il falso ed è il momento di dirlo. Perché no, un terrapiattista non può dire quello che vuole. Perché non può e non ci deve essere sempre una controparte, un contraddittorio: quelle di Charlie Kirk non erano opinioni, erano stronzate. Perché la violenza partigiana non era violenza squadrista, era qualcos’altro. Perché nel mondo organizzato in tutele, spazi sicuri, leggi per la prevenzione, privacy e bilanci trasparenti, per scoprire di essere vivi bisogna che il rischio ci passi un po’ più da vicino. Perché io non voglio uccidere un uomo, ma se mai sarò Tom Joad, voi dovrete essere mia madre:</p>
<p>– Senti, mamma, io non sapevo quello che facevo; davvero, sai, non avevo la minima intenzione di fare quello che ho fatto.</p>
<p>– Capisco, capisco. Sarebbe meglio che non l’avessi fatto. Sarebbe stato meglio se non ti fossi trovato lì. Ma, una volta lì, hai fatto quello che dovevi. Non hai nessuna colpa.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> J. Butler, <em>La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico</em>, nottetempo, Milano 2020, pp. 13-14.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> H. Arendt, <em>Sulla violenza</em>, Guanda, Milano 2024.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> F. Fanon, <em>I dannati della terra</em>, Einaudi, Torino 2007.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> M. Ferretti, <em>Polemica per un’epopea tascabile</em>, in Id., <em>Allergia</em>, Giacometti&amp;Antonello, Macerata 2019, p. 32.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> D. Wojnarowicz, <em>Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione</em>, Miraggi, Torino 2023, p. 151.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> J. Steinbeck, <em>Furore</em>, Bompiani, Milano 1963, p. 422.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Gaza: siamo solidali</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/20/gaza-siamo-solidali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 17:58:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo israeliano]]></category>
		<category><![CDATA[Diakritik]]></category>
		<category><![CDATA[francia]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio a Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina libera]]></category>
		<category><![CDATA[poesia palestinese]]></category>
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					<description><![CDATA[[Pubblico su NI, una dichiarazione apparsa sul sito francese DIACRITIK l’8 settembre, dichiarazione a cui hanno aderito persone attive in ambito poetico. Sono parole pubbliche a sostegno del popolo palestinese e, in particolare, delle sue voci poetiche, che incarnano la più ammirevole e tenace capacità di resistenza, a fronte dell’azione genocidaria dello stato israeliano. Aggiungo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico su NI, una <a href="https://diacritik.com/2025/09/08/tribune-gaza-nous-sommes-solidaires/">dichiarazione</a> apparsa sul sito francese <strong>DIACRITIK</strong> l’8 settembre, dichiarazione a cui hanno aderito persone attive in ambito poetico. Sono parole pubbliche a sostegno del popolo palestinese e, in particolare, delle sue voci poetiche, che incarnano la più ammirevole e tenace capacità di resistenza, a fronte dell’azione genocidaria dello stato israeliano. Aggiungo, in coda, un post tratto dal sito <strong>OrientXXI</strong>, che fa un lavoro importantissimo, per permettere alle voci palestinesi di esistere anche nella nostra lingua. a. i.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 9 ottobre 2023, due giorni dopo l&#8217;attacco terroristico di Hamas, Yoav Gallant, allora ministro della Difesa israeliano, annunciò che avrebbe «imposto un assedio totale su Gaza». Aggiunse: «Niente elettricità, niente acqua, niente cibo, niente carburante. Tutto sarà tagliato. Stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza».</p>
<p>Ma nelle poesie si sente una voce, delle voci – affermazioni di umanità. Sempre più poeti palestinesi vengono tradotti, pubblicati, diffusi. Gli attori di questo movimento esprimono in questa tribuna la loro attiva solidarietà. Questo in un momento in cui PAUSE, il programma di accoglienza d&#8217;emergenza per ricercatori, artisti e scrittori in esilio, promosso dal Collège de France, è stato sospeso per i gazawi dal governo francese dal 1° agosto; è necessario che riprenda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo sconvolti dai massacri,</p>
<p>dalle distruzioni e dalle espulsioni in corso in Palestina,</p>
<p>organizzati dal governo israeliano.</p>
<p>Poete e poeti, traduttrici e traduttori, editrici e editori,</p>
<p>lettrici e lettori,</p>
<p>in questo momento più che mai scriviamo,</p>
<p>traduciamo, pubblichiamo, leggiamo e condividiamo</p>
<p>poesie dalla Palestina. Invitiamo poeti</p>
<p>palestinesi ai nostri mercati, ai nostri festival.</p>
<p>Vogliamo che siano ascoltate le voci</p>
<p>di un popolo che viene espulso dalle proprie terre,</p>
<p>che viene distrutto attraverso uccisioni</p>
<p>e carestie deliberate e pianificate – azioni</p>
<p>trasformate in spettacolo dal</p>
<p>promontorio di Sderot. Siamo solidali</p>
<p>con il personale sanitario, i giornalisti</p>
<p>gli operatori umanitari, bersagli privilegiati degli assassini</p>
<p>in uniforme. Non sono i popoli</p>
<p>o le culture che accusiamo, ma</p>
<p>le strategie e gli atti, i loro autori e i loro</p>
<p>mandanti. Chiediamo la cessazione immediata</p>
<p>dei massacri. Qualifichiamo come genocidio</p>
<p>questi atti. Affermiamo che i responsabili del genocidio</p>
<p>devono essere assicurati alla giustizia. Respingiamo ogni</p>
<p>accusa di antisemitismo che strumentalizza</p>
<p>il capitale di simpatia e compassione accumulato</p>
<p>grazie al lavoro di memoria delle sopravvissute</p>
<p>e dei sopravvissuti alla Shoah e dei loro sostenitori</p>
<p>per mettere a tacere le accuse di crimini contro l&#8217;umanità</p>
<p>per mettere a tacere le denunce delle politiche</p>
<p>razziste e di apartheid. Affermiamo il diritto</p>
<p>del popolo palestinese di vivere sulla propria terra</p>
<p>in uno Stato sostenibile, libero da ogni forma di colonialismo,</p>
<p>con la garanzia degli stessi diritti per tutti.</p>
<p>Ci uniamo a tutti gli sforzi volti a proteggere</p>
<p>e accogliere i palestinesi perseguitati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Firmatari :</strong></p>
<p><strong>Maram Al Masri, Claire Antoine, Julien Blaine, Eric Blanco, Jacques Bonaffé, François Bernheim, Yves Boudier, Paul de Brancion, Michel Cassir, Tristan Cassir, Alain Castan, Marie Cayol, Pierre Cayol, Lénaïg Cariou, Anael Chadli, José Chatroussat, Claudia Christiansen, François Delaunay, Martine Derain, Jennifer K. Dick, Sylvie Durbec, Sophie Dussidour, Nadia Ettayeb, Aurélie Ferrand, Josette Fournie, Lætitia Gaudefroid Colombot, Laure Gauthier, Praline Gay-Para, Jean-Marie Gleize, Michaël Glück, Fred Griot, Bernadette Griot, Laurent Grisel, Frédérique Guétat-Liviani, Annie Guillon-Lévy, Claude Hirsch, Andrea Inglese, Stéphane Keruel, Isabelle Krier, Souad Labbize, Claudie Lenzi, Michèle Lepeer, Camille Loivier, Christine Jeanney, Laure de Lestrange, Maud Leroy, Sophie Loizeau, Béatrice Machet, Dalila Mahdjoub, Claude Mamier, Guillaume Marie, Nora Mekmouch, Maia MedAli, Jean-Claude Meffre, Jacqueline Merville, Carole Mesrobian – P.E.N. Club français – Cercle littéraire international, Vanda Mikši , Muriel Modr, Naik M’sili, Gilles Nadeau, Adèle Nègre, Gérard Noiret, Eric Pessan, Nathalie Ployet, Jean Princivale, Aldo Qureshi, Philippe Rajsfus, Danièle Robert, Nicolas Roméas, Luc Rouault-Milosavljevic, Marie Rousset, Hélène Sanguinetti, Modesta Suarez, Fabienne Swiatly, Amandine Tamayo, Maud Thiria, Catherine Tourné, André Ughetto, Union des poètes &amp; Cie, Joël Vernet, Erik Wahl, Vincent Wahl, Fred Wallich, Catherine Weinzaepflen, Frédérique Zahnd, Philippe Zunino.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://orientxxi.info/dossiers-et-series/avrei-voluto-trasmettere-ai-miei-figli-i-ricordi-che-i-miei-genitori-mi-hanno,8511">“Avrei voluto trasmettere ai miei figli i ricordi che i miei genitori mi hanno lasciato” &#8211; Rami Abu Jamous</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il 6 settembre in piazza per Gaza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/05/il-6-settembre-in-piazza-per-gaza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Sep 2025 13:46:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
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					<description><![CDATA[Domani, sabato 6 settembre, si tiene una giornata di mobilitazione convocata dalla Cgil in numerose piazze italiane per chiedere lo stop al massacro di civili a Gaza e nei territori occupati della Palestina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="400" data-end="840"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-113527" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/gaza.png" alt="" width="1074" height="498" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/gaza.png 1074w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/gaza-300x139.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/gaza-1024x475.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/gaza-768x356.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/gaza-150x70.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/gaza-696x323.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/gaza-1068x495.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/gaza-906x420.png 906w" sizes="(max-width: 1074px) 100vw, 1074px" /></p>
<p data-start="400" data-end="840">Domani, sabato 6 settembre, si tiene una giornata di mobilitazione convocata dalla Cgil in numerose piazze italiane per chiedere <strong>lo stop al massacro di civili a Gaza e nei territori occupati della Palestina</strong>. <a href="https://www.collettiva.it/copertine/internazionale/cgil-piazze-6-settembre-gaza-appuntamenti-m1tgo6sj">Qui l&#8217;elenco di tutti gli appuntamenti</a>. “Il governo italiano deve schierarsi dalla parte della pace, della giustizia e del diritto internazionale”, sostiene la confederazione, denunciando la “barbarie in corso” e chiedendo un intervento immediato della comunità internazionale.</p>
<p data-start="856" data-end="1309">A Reggio Emilia, nell’ambito del <strong>Festival nazionale di Emergency</strong>, un corteo, con la partecipazione di Maurizio Landini, partirà alle 16.30 da via Roma e arriverà in piazza Martiri del 7 luglio. A Roma la manifestazione si terrà in piazza del Campidoglio alle 18.</p>
<h3 data-start="1311" data-end="1361">“Violazioni gravissime del diritto umanitario”</h3>
<p data-start="1362" data-end="2016">La Cgil denuncia che a Gaza e in Cisgiordania si sta consumando “una delle più gravi negazioni del diritto umanitario e internazionale”. “Non possiamo più accettare che vengano uccisi impunemente bambini, donne, operatori umanitari, sanitari e giornalisti e che continui la distruzione delle infrastrutture civili rimaste, a partire da ospedali e scuole”, afferma il sindacato. Secondo la Confederazione, il protrarsi dell’assedio e la nuova escalation militare rischiano di trasformarsi in un piano di deportazione: “Lo sfollamento della popolazione palestinese in campi profughi privi di sicurezza, cibo e cure&#8221; al fine di &#8220;poi rioccupare il territorio”.</p>
<h3 data-start="2018" data-end="2046">L’appello internazionale</h3>
<p>Da qui l’appello rivolto alla comunità internazionale: &#8220;Non possiamo rimanere in silenzio. Non possiamo permettere che ciò avvenga sotto i nostri occhi. Non è più il tempo delle parole&#8221;. Ai governi democratici, agli Stati membri delle Nazioni Unite e ai firmatari delle convenzioni sui diritti umani, la Cgil chiede un intervento immediato per fermare quella che definisce &#8220;una barbarie&#8221;. Tra le rivendicazioni: stop alla fornitura di armi, cessate il fuoco immediato, ingresso senza restrizioni degli aiuti umanitari, liberazione degli ostaggi e dei prigionieri politici, riconoscimento dello Stato di Palestina, fine dell’occupazione, interruzione del commercio con gli insediamenti illegali e rafforzamento delle istituzioni democratiche come base per una pace duratura.</p>
<h3 data-start="2665" data-end="2689">L’impegno umanitario</h3>
<p data-start="2690" data-end="3204">La Cgil esprime pieno sostegno all’azione umanitaria e nonviolenta promossa dalla Global Sumud Flotilla, nata dal basso per spezzare l’embargo e l’isolamento che soffocano la popolazione palestinese. “Abbiamo inviato due container di beni di prima necessità, finanziato la produzione di verdure coltivate a Gaza da associazioni di donne palestinesi e distribuite nel campo profughi Al Amal Al Taawony”, spiega il sindacato. Inoltre, grazie alla collaborazione con l’Associazione delle Ong Italiane e il Ciss di Palermo, saranno acquistati e distribuiti “pacchi famiglia e pasti caldi per circa mille nuclei”.</p>
<p><strong>Per aderire alla raccolta fondi:<br />
</strong>Cgil – Confederazione Generale Italiana del Lavoro<br />
IBAN: IT42S0103003201000002774730<br />
Causale: Aiuti umanitari Gaza</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quattro modi per negare un genocidio: Gaza e la guerra delle parole</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/04/quattro-modi-per-negare-un-genocidio-gaza-e-la-guerra-delle-parole/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/04/quattro-modi-per-negare-un-genocidio-gaza-e-la-guerra-delle-parole/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Sep 2025 12:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Quattro modi per negare un genocidio: Gaza e la guerra delle parole]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Capoferro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115502</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Riccardo Capoferro </strong> <br /> Allontanando lo sguardo dal contesto in cui gli atti di Israele hanno preso forma, come pure da aspetti macroscopici dello specifico contesto di Gaza, il decontestualista ha creato a proprio uso e consumo un Israele immaginario...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-115503 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13.png" alt="" width="985" height="395" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13.png 985w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13-300x120.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13-768x308.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13-150x60.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13-696x279.png 696w" sizes="(max-width: 985px) 100vw, 985px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Riccardo Capoferro</strong></p>
<ol>
<li>Introduzione</li>
</ol>
<p>Quando, sia pure di sfuggita, la nostra premier ha chiamato quel che si sta consumando a Gaza “genocidio”– unendosi così ai molti italiani che lo considerano tale (secondo YouTrend il 63%)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> – l’evidenza è parsa così flagrante da prevalere sulla <em>Realpolitik</em><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>.</p>
<p>Ma l’evidenza non è incontestata. Dal giorno in cui la parola “genocidio” è stata associata ai fatti di Gaza, si è messa in moto una specie di polizia terminologica, che molto alacremente (mentre le bombe continuavano a cadere e i palestinesi a morire) ha inchiodato gli accusatori di Israele alle loro responsabilità semantiche.</p>
<p>“Genocidio”, ci è stato detto, non è la parola giusta, non c’è certezza che di questo si tratti. “Genocidio&#8221; è, infatti, una parola politicizzata, polarizzata, permeata di narcisismo etico e ansia di demonizzazione, se non di un vero e proprio sentimento antisemita; spesso, infatti, esprimerebbe la volontà perversa di azzerare la memoria della Shoah accusando lo stato ebraico del crimine dei crimini; sarebbe, dunque, una parola carica di aggressività, che fa degenerare il dibattito, fomentando un muro contro muro politicamente sterile.</p>
<p>Ragionare su questi argomenti, le loro logiche di fondo e i loro aspetti problematici – a cominciare dalla loro inconsistenza giuridica – può essere utile: può servire a chiarire importanti sfumature dell’idea di “genocidio”, a risalire alle sue radici storiche, e a identificare con più chiarezza le situazioni in cui è indispensabile chiamarla in causa. Può offrici, in particolare, l’opportunità di evidenziare un fattore chiave dei processi genocidari: il fattore tempo (la cui importanza è tanto ovvia quanto trascurata).</p>
<p>Quali sono state, dunque, le logiche della negazione? Ne identificherò quattro tipi – che spesso si intrecciano – e di ciascuno mostrerò i risvolti problematici. Prima di iniziare, però, sono necessarie due note di metodo: 1) l’elenco potrebbe essere più lungo, perché idee legate a un certo argomento sono spesso sviluppate e sostenute indipendentemente, ma ho cercato di puntare all’essenziale; 2) le mie considerazioni non si addentreranno nel fondo oscuro della psiche individuale e collettiva, tra le radici profonde della negazione. Dietro al discorso sul “genocidio” a Gaza c’è stato a volte l’onesto desiderio di far ordine; ma il tono più distaccato può nascondere pulsioni viscerali: islamofobia, manie istrioniche da bastian contrario, nazionalismo di ritorno, oppure, più semplicemente, memorie familiari e legami affettivi, se non – e questo merita il più grande rispetto – traumi terribili. Ogni posizione lascia trasparire molto altro, ma va valutata di per sé.</p>
<p>Cominciamo dunque con la prima tipologia, quella giuridicamente più avveduta: i letteralisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li>I letteralisti</li>
</ol>
<p>Secondo alcuni, i fatti di Gaza costituirebbero un crimine di guerra, non, in senso stretto, un genocidio. Mancherebbe, infatti, un intento dichiarato. Non bastano le parole cariche di odio di politici, militari e civili israeliani, a cominciare dalla famosa dichiarazione in cui Netanyahu allude minacciosamente a un passo del Deuteronomio: parole con cui si annuncia una violenza sterminatrice e con cui i palestinesi vengono sviliti e deumanizzati secondo una logica di matrice razzista. Tutto questo non basta: i fatti di Gaza difetterebbero infatti di una caratteristica essenziale inclusa nella convenzione dell’ONU del 1948. A mancare sarebbe un “intento” esplicito: un “dolus specialis” affidato a documenti ufficiali, che possa essere ben accertato in sede legale. Questa posizione fa riferimento letterale alla definizione del ’48: “genocide means any of the following acts committed with <em>intent</em> to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>.</p>
<p>Il problema dell’intento è stato in effetti sollevato da più parti, anche da esperti di diritto internazionale, che in vista di una sentenza hanno ribadito l’importanza di prove certe. Dato che, come ha ricordato lo storico Omer Bartov, le caratteristiche dei genocidi elencate dalla convenzione sono effettivamente riscontrabili a Gaza, l’accertamento dell’intento sembrerebbe, secondo questo punto di vista, configurarsi come una prova regina<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>.</p>
<p>Ma è proprio sul piano giuridico che la posizione letteralista è problematica. Nell’invocare la definizione del ’48 c’è il rischio di dimenticarne la storia e di svincolarla dalle sue applicazioni, che hanno avuto cospicue ricadute sul suo significato, perché il senso di una legge deriva anche dalle interpretazioni e le sentenze che ne hanno rinegoziato i margini. Richiamando le sentenze della Corte internazionale di giustizia, B’Tselem – l’organizzazione israeliana che documenta la violazione dei diritti umani nei territori occupati – ci ha tenuto, non a caso, a evidenziare che l’intento può essere inferito dalla condotta dello stato o delle forze che commettono l’atto criminoso, e non necessariamente deve essere veicolato da un ordine scritto<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>. È poco realistico, del resto, pensare che nel XXI secolo, dopo i lager nazisti, un governo protocolli e pubblicizzi i suoi piani genocidari, riempiendo circolari e veline e distribuendo direttive agli esecutori materiali del massacro.</p>
<p>Se l’intento genocidario c’è si può inferire dai fatti<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>. Si può inferire, per quanto riguarda Gaza, a partire dai dati compatibili con la convenzione del ’48. Non solo dal numero esorbitante di vittime civili tra cui molti bambini; non solo dall’identificazione, permeata di odio simile a quello razziale, dei palestinesi di Gaza in quanto gruppo da annientare; non solo dall’occupazione di Gaza, che gli esponenti della destra messianica vorrebbero ricolonizzare; anche dalla “distruzione sistematica a Gaza delle abitazioni come pure di altre infrastrutture – edifici governativi, ospedali, università, scuole, moschee, siti del patrimonio culturale, impianti di trattamento delle acque, aree agricole e parchi”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>, che rende improbabile la ripresa della vita dei Gazawi sul territorio.</p>
<p>Il caso di Gaza non è assimilabile, certo, a contesti in cui l’intento genocidario è stato espresso più o meno chiaramente (anche se i nazisti, con le loro <em>Endl</em><em>ö</em><em>sung der Judenfrage</em>, <em>Evakuierung nach Osten</em> e <em>Sonderbehandlung</em> erano maestri dell’eufemismo). Richiede un modello di comprensione delle azioni e delle decisioni più flessibile; più adatto, cioè, alle apparenze giuridiche che, dopo il 1945, ogni stato che voglia dirsi “occidentale” è portato a rispettare.</p>
<p>Questo modello si può trovare, più che nella convenzione ONU, nel lavoro che l’ha preparata e di cui essa è in parte il precipitato; lavoro che la riflessione giuridica sul genocidio non ha mancato di elaborare. Si può trovare, cioè, negli scritti del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, colui che ha coniato la categoria di “genocidio”.</p>
<p>Lemkin dedicò molte energie alla storia dei genocidi. Riteneva infatti che ci fosse un nesso tra l’Olocausto e gli eccidi coloniali e riteneva, soprattutto, che le casistiche genocidarie fossero molteplici. Le sue riflessioni sull’intento sono molto utili. Lemkin pensava che l’intento non dovesse necessariamente essere esplicito, e che potesse anche non tradursi in un’azione diretta.</p>
<p>Il genocidio poteva essere messo in atto anche creando le condizioni affinché si realizzasse. Discutendo le caratteristiche del regime genocidario dei lager, Lemkin scrive che la responsabilità del comandante di un lager per la morte dei prigionieri esisteva anche qualora essa non fosse decretata, ma fosse resa altamente probabile, quindi chiaramente prevedibile, dalle condizioni di vita a cui i prigionieri erano sottoposti. In quel caso, il comandante di un lager era colpevole in quanto “[he] does not object in his mind and agrees with the eventuality of such destruction. In the criminal law of civil law countries such an intent is called ‘dolus eventualis’”<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>. Secondo Lemkin, dunque, l’intento si esplicherebbe non solo nell’eliminazione diretta di un gruppo, ma anche nel “dolus eventualis”; nella creazione di condizioni che possano portare a tale eliminazione.</p>
<p>Concordando con Lemkin<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>, molti giuristi contemporanei hanno ripreso la nozione di “dolus eventualis”. Il giurista William A. Schabas – un’autorità in materia – non la chiama direttamente in causa, ma teorizza una casistica equivalente. Per provare le responsabilità di un genocidio, scrive Schabas, “it might be sufficient for the prosecution to demonstrate that the accused was reckless as to the consequences”<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>. Tante singole operazioni militari dalle prevedibili conseguenze genocidarie implicano, di fatto, la consapevolezza dei propri atti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li>I puristi</li>
</ol>
<p>I puristi sono coloro che vedono nel genocidio un fine a sé stante, non inquinato da altri fini. Spesso la prospettiva purista è un corollario di quella letteralista e le due sono quasi intercambiabili. Rifacendosi alla convenzione, i puristi sostengono che, oltre a essere esplicito, l’intento debba avere come fine il genocidio stesso.</p>
<p>Mettiamo un caso immaginario. Un malvagio imperatore galattico non tollera più il pianeta X perché pullula di ribelli che danno all&#8217;impero filo da torcere; dà quindi ordine di spazzarne via con un gigantesco cannone di antimateria quasi tutta la popolazione e le infrastrutture – case, ospedali, università e templi inclusi. L’ordine, trasmesso oralmente al grande ammiraglio delle forze imperiali di stanza nello spazio prospiciente a X, è “spazzare via il focolaio di ribellione”: sottintende dunque che anche gli innocenti debbano essere eliminati e che occorra fare più vittime possibile dato che X potrebbe produrre nuovi ribelli. Insomma, l’intera popolazione di X, presente e futura, è chiamata in causa, perché evidentemente la “cultura della ribellione” di X dà più di un grattacapo all’impero. Ma secondo il purista l’imperatore e i suoi sottoposti non hanno commesso un genocidio. Dovevano avere come fine il genocidio in sé e dichiararlo a chiare lettere su un comunicato imperiale indirizzato agli operatori del cannone di antimateria.</p>
<p>Questa posizione porta in luce un elemento che spesso sfugge ai dibattiti riguardanti il genocidio: il movente. Non di rado si parla del genocidio come di un gigantesco ingranaggio pluriomicida svincolato da atti pregressi e finalità pratiche, motivato solo da una differenza etnica o razziale. La nazione o il gruppo genocida punterebbe al genocidio stesso.</p>
<p>Ma come la maggior parte dei crimini, il genocidio ha un movente. Anzi, i fatti ci insegnano che nel perpetrare un genocidio si persegue un vantaggio, nonostante questo dato sia spesso stato occultato dalle stesse ideologie usate a sua giustificazione, come le ideologie naziste e coloniali, incentrate sulla difesa della purezza razziale.</p>
<p>Per esempio, tra il 1915 e il 1917, mentre gli armeni venivano sterminati, le loro abitazioni, le loro attività agricole e commerciali, le loro chiese e gli altri loro beni venivano requisiti. Queste proprietà venivano spesso redistribuite a turchi musulmani, alleati curdi o ad altre popolazioni musulmane. Il tutto rientrava in una politica di “turchizzazione” delle province orientali, dove gli armeni avevano vissuto per secoli.</p>
<p>Sebbene tragga linfa da, e si ammanti di giustificazioni ideologiche che esprimono il bisogno di imporre con la violenza un’omogeneità etnica e razziale, il genocidio è stato quasi sempre funzionale all’occupazione di territorio. E nei casi in cui lo “spazio vitale” non sia stato dichiaratamente in gioco, la condotta genocidaria, con tutto il suo apparato di demarcazioni, ha comunque assolto a una funzione. È servita a eliminare o indebolire un gruppo storicamente percepito come antagonistico e in tal modo a rinforzare la coesione materiale e morale del gruppo che l’ha messa in atto e, inscindibilmente, il suo radicamento territoriale. Quest’aspetto si riscontra anche nelle persecuzioni razziali naziste, che come si sa furono in larga misura un fattore di coesione, funzionale a una mobilitazione di massa<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><sup>[11]</sup></a>.</p>
<p>L’intento si desume, quindi, non solo dai danni biologici, culturali e infrastrutturali inflitti a una comunità; si desume anche dalla presenza di un movente<a href="#_ftn12" name="_ftnref12"><sup>[12]</sup></a>. Non importa quanto folle tale movente paia: nella follia può esserci del metodo. Le affermazioni deliranti di Hitler nel <em>Mein Kampf</em> e della propaganda nazista descrivono una necessità precisa, anche se non ancora sfociata in un piano di annientamento, e lasciano trasparire una comprensione profonda di cosa muoveva (e muove) le masse, influenzata dalla lettura attenta che Hitler fece di Gustave Le Bon<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"><sup>[13]</sup></a>.</p>
<p>Come ricorda William A. Schabas, la redazione della convenzione del ’48 fu preceduta da un’intensa riflessione sul movente. Molti stati volevano che il testo della convenzione lo menzionasse esplicitamente. E il movente figura nella definizione di uno dei crimini più vicini al genocidio, la persecuzione, le cui caratteristiche sono descritte nello Statuto di Roma (1998) nel paragrafo successivo a quello dedicato al genocidio<a href="#_ftn14" name="_ftnref14"><sup>[14]</sup></a>. E c’è di più. Sia nelle discussioni che condussero alla convenzione sia nelle riflessioni successive il movente è stato considerato un elemento da includere tra le prove, poiché consente di inferire l’intento genocidario. Scrive Schabas: “evidence of hateful motive will constitute an integral part of the proof of existence of a genocidal policy and therefore of a genocidal intent”<a href="#_ftn15" name="_ftnref15"><sup>[15]</sup></a>. La prova dell&#8217;esistenza di un movente che si accompagna a odio costituisce parte integrante della prova dell’esistenza di una politica genocidaria, quindi di un intento genocida.</p>
<p>Insomma, la mens rea e/o il dolus specialis, spesso non manifestati, si desumono dal contesto. Ma secondo i puristi le prove sono irrilevanti: bisogna solo cercare il documento dell’intento genocidario – un documento che ovviamente è impossibile trovare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="4">
<li>I decontestualisti</li>
</ol>
<p>L’importanza del movente ci porta a mettere a fuoco un’ulteriore categoria. Anche questa si sovrappone ai puristi e i letteralisti, ma non si produce in argomenti giuridici, limitandosi a dire che non c’è genocidio in atto, che Israele si sta solo difendendo con il fine del tutto ammissibile di disarmare Hamas, e – a volte – che l’IDF sta facendo tutto ciò che è in suo potere per contenere le vittime civili. Chiameremo i suoi rappresentanti “decontestualisti”.</p>
<p>Allontanando lo sguardo dal contesto in cui gli atti di Israele hanno preso forma, come pure da aspetti macroscopici dello specifico contesto di Gaza, il decontestualista ha creato a proprio uso e consumo un Israele immaginario: attento, professionale, chirurgico, protocollare, asettico, molto “occidentale”, che si limita a esercitare il suo diritto a difendersi. Ha sposato lo slogan israeliano secondo cui l’IDF è l’esercito più morale del mondo. Di fronte all’evidenza i decontestualisti hanno ammesso, in alcuni casi, che Israele ha esagerato, ma per solo colpa dei brutti ceffi al governo e in particolare di Netanyahu (le cui tendenze da autocrate faranno buon gioco quando ci sarà da trovare un capro espiatorio).</p>
<p>I decontestualisti possono essere divisi a loro volta in sottocategorie. C’è il decontestualista che se ne infischia della Storia e valuta gli eventi come se stesse commentando una partita di Champions League (“Hamas ha attaccato e bisogna contrattaccare!”) e quello che conosce la storia, a volte anche molto a fondo, ma ne seleziona larvatamente i dati, assecondando le sue pulsioni e i suoi preconcetti. Questo tipo di decontestualista produce una finta visione d’insieme, perché non lega un processo all’altro e così facendo oscura i pattern criminosi che hanno preparato il terreno per il massacro in atto.</p>
<p>Quali siano i pattern criminosi è quasi superfluo dirlo, perché chiunque si sia interessato alla faccenda ha presente la situazione abominevole dei territori occupati e la traiettoria che se ne evince.</p>
<p>Si tratta – repetita iuvant – di una traiettoria dal marcato carattere coloniale, benché molti decontestualisti lo neghino. In Cisgiordania, infatti, ci sono “i coloni” e gli “insediamenti”, c’è una popolazione locale ridotta a uno stato di subordinazione, e Israele è nato da una migrazione collettiva che ha portato unilateralmente alla nascita di un nuovo stato, all’inizio sponsorizzata – guarda un po’– dalla più grande potenza coloniale del tempo (la Gran Bretagna). Se poi si guarda ai lavori degli studiosi che inquadrano Israele come un’espressione tarda e peculiare di “settler colonialism” (Martin Shaw, Patrick Wolfe, Lorenzo Veracini, Ronit Lentin e altri) emergono altre analogie con il colonialismo da insediamento statunitense o australiano – al quale, va da sé, il caso israeliano non è del tutto assimilabile.</p>
<p>Questa traiettoria si è espressa in un processo di pulizia etnica, una categoria che non ha valore giuridico, ma che descrive efficacemente i processi di occupazione del territorio e le sue derive genocidarie. Per distinguerla bisogna guardare, oltre che alle espulsioni di massa del ’48, a quel che si verifica dal ’67 nei territori occupati.</p>
<p>Come si sa, in Cisgiordania, occupata ma non annessa, è stata messa in atto una distruzione graduale – e per molti versi sadica – della società palestinese, con confische di terreno, vessazioni amministrative, demolizioni, esecuzioni extragiudiziali da parte di soldati dell’IDF, sequestri di persona etichettati come “detenzioni amministrative”, crimini militari non sanzionati, tortura, assalti ai villaggi palestinesi da parte dei coloni, i cui crimini (tra cui l’omicidio) restano per la maggior parte impuniti<a href="#_ftn16" name="_ftnref16"><sup>[16]</sup></a>, discriminazioni che negano l’accesso a risorse essenziali come quelle idriche, la costruzione di muri, strade e posti di blocco che ostacolano la vita quotidiana palestinese e strangolano le comunità e, soprattutto, l’aumento e lo sviluppo di insediamenti israeliani. Il paradosso di un’occupazione senza annessione deriva, ovviamente, dalla base etno-nazionalistica dello stato di Israele: dalla concezione dei palestinesi come di un gruppo che non può essere assimilato come tale all’interno della comunità nazionale, quindi deve essere relegato all’interno di un bantustan, rimosso, o eliminato.</p>
<p>Questa traiettoria ha un vettore ideologico e demografico. La destra messianica israeliana sogna da tempo un “grande Israele”, è in crescita demografica e nutre il sogno di ricolonizzare Gaza<a href="#_ftn17" name="_ftnref17"><sup>[17]</sup></a>. Secondo un sondaggio di luglio, il 38.9% degli elettori israeliani sarebbero a favore dell’annessione e della ricolonizzazione di Gaza<a href="#_ftn18" name="_ftnref18"><sup>[18]</sup></a>. Sempre a luglio (il 24) la Knesset ha votato (71 a 13) una risoluzione (non vincolante) per l’annessione della Cisgiordania e una commissione del ministero della difesa ha da poco deliberato l’attuazione del progetto E1, stanziando fondi per la costruzione di nuovi insediamenti che dovrebbero spaccare in due la Cisgiordania e congiungersi a Gerusalemme Est<a href="#_ftn19" name="_ftnref19"><sup>[19]</sup></a>. Nelle ultime settimane, nonostante le proteste delle alte sfere militari e di una parte della società israeliana, Netanyahu ha deciso di occupare Gaza ed è circolata la notizia che stesse cercando paesi disposti ad accoglierne la popolazione.</p>
<p>Inoltre, si distingue una traiettoria dal marcato potenziale genocidario nel modo in cui Israele (potenza occupante) ha gestito, dal 2005, l’assedio di Gaza (territorio occupato): un processo in cui fanno spicco atteggiamenti riconducibili all’odio etnico e razziale – cose su cui i decontestualisti sorvolano o che giustificano. Dopo l’uscita da Gaza Israele ha risposto con ferocia crescente agli attacchi di Hamas, provocati anche da azioni israeliane, rifacendosi sulla popolazione civile, sull’economia e sulle infrastrutture di Gaza.</p>
<p>È uno snodo cruciale di questo processo l’operazione “Piombo fuso” del 2008/2009 – preceduta da “Prime piogge”, “Piogge estive” e “Nuvole d’autunno” e seguita da “Pilastro di difesa” e varie altre. “Piombo fuso” ha reso palpabile la tendenza di Israele all’eccidio su larga scala e il disprezzo istituzionalizzato della vita dei civili, ben rappresentato dall’espressione “falciare il prato”, divenuta comune tra i militari israeliani.</p>
<p>Per giunta, negli stessi anni c’è chi ha cominciato a considerare i civili di Gaza, minorenni e coltivatori di fragole inclusi, come terroristi tout court: l’identificazione è stata promossa, per esempio, da rabbini ultra-nazionalisti, mentre dei civili israeliani guardavano le esplosioni dalle alture come se si trattasse di una partita di cricket<a href="#_ftn20" name="_ftnref20"><sup>[20]</sup></a>. Il ricorso a rappresaglie sproporzionate fece già allora parlare molti osservatori di “genocidio”. (Tra loro c’è l’allora presidente dell’assemblea generale dell’ONU)<a href="#_ftn21" name="_ftnref21"><sup>[21]</sup></a>.</p>
<p>A fronte di questi presupposti, e di un bombardamento a tappeto che falcidiava la popolazione civile, non bisognava essere Auguste Dupin per capire a cosa stesse tendendo Israele alla fine del 2023<a href="#_ftn22" name="_ftnref22"><sup>[22]</sup></a>. Ma il decontestualista ci invita, non di rado con tono pacato, a non trarre conclusioni affrettate. “Fermi tutti!” – dice – “non si usi a sproposito il termine genocidio, perché il discorso pubblico va mantenuto a un certo livello”. Anzi, ci rimprovera per la nostra indignazione, per la nostra rabbia, per il nostro moralismo, per la nostra ostentazione di santità, invitandoci, come fa lui, a guardare i fatti – mentre i fatti, purtroppo, lo contraddicono.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>5.</p>
<p>E poi c’è l’eccezionalista. A questa posizione sono spesso riconducibili commentatori legati in vario modo al mondo ebraico, contrari all’idea che il massacro di Gaza possa essere definito “genocidio”. Benché corredate di dati storici, le idee dell’eccezionalista implicano una visione tendenzialmente antistorica e, molto spesso, una forte preoccupazione identitaria. L’eccezionalista è in genere impermeabile alle istanze progressive del diritto internazionale. Nella speranza di un confronto produttivo può però essere utile portare alla luce le sue logiche e il contesto più ampio del quale sono espressione.</p>
<p>L’eccezionalista ritiene che l’Olocausto sia stato un evento irriducibilmente unico. Non di rado, rifiuta l’idea che possa essere usato come termine di comparazione e possa essere inserito in una famiglia di fenomeni accomunati da presupposti culturali e materiali comprensibili storicamente. Ritiene che solo pochissimi eccidi di massa possano essere definiti genocidi. Tra gli eccezionalisti c’è chi reagisce all’uso anche solo metaforico dell’Olocausto come a un’aggressione antisemita o a una negazione delle sofferenze che il nazismo ha inflitto al popolo ebraico.</p>
<p>Giova ricordare che lo stesso mondo ebraico ha espresso opinioni molto diverse: per esempio il Laboratorio Ebraico Antirazzista, Jewish Voice for Peace e vari altri collettivi stanno denunciando il genocidio a Gaza. E in ambito accademico c’è stata negli ultimi anni una sempre maggiore attenzione al retroterra culturale che accomuna l’Olocausto e i massacri coloniali. L’idea di “memoria multidirezionale”, proposta nel 2009 dal teorico culturale Michael Rothberg (ebreo) mette in rilievo i momenti di memoria congiunta che abbracciano sia l’Olocausto che l’esperienza coloniale, e ha attecchito sia negli studi postcoloniali che nei memory studies<a href="#_ftn23" name="_ftnref23"><sup>[23]</sup></a>. Il lavoro di Rothberg ha del resto preso le mosse da quello di Arendt come da quello dei pionieri del pensiero postcoloniale, che avevano visto con chiarezza le radici coloniali dell’Olocausto<a href="#_ftn24" name="_ftnref24"><sup>[24]</sup></a>.</p>
<p>L’eccezionalista tende invece a stabilire una distinzione netta tra l’Olocausto e eccidi dilazionati come quelli coloniali, tenendo ben separate le culture della memoria che li riguardano. Spesso interpreta l’uso comparativo dell’Olocausto come un atto di negazionismo. Insiste sulla scala impressionante del fenomeno, sulla sua estensione territoriale, sulla pianificazione che ha richiesto, sull’uso di un sistema industriale per la sua messa in atto, e sul fatto che il suo esito sia stato lo sterminio di massa più che lo sfruttamento.</p>
<p>La posizione eccezionalista presenta forti analogie con i dibattiti storiografici nordamericani degli anni ’90 relativi all’unicità dell’Olocausto, influenzati anche dalla politica delle identità nordamericana. In uno studio del 1993 sul negazionismo, la storica e attivista Deborah Lipstadt – in seguito divenuta United States Special Envoy for Monitoring and Combating Antisemitism – ha sostenuto vigorosamente l’unicità dell’Olocausto. Ci ha tenuto a precisare che il massacro degli armeni, insieme a vari altri – per esempio il genocidio perpetrato da Pol Pot in Cambogia – è stato un fenomeno diverso<a href="#_ftn25" name="_ftnref25"><sup>[25]</sup></a>. (In varie dichiarazioni degli anni successivi ha poi cambiato linea e lo ha senza esitazioni definito un “genocidio”)<a href="#_ftn26" name="_ftnref26"><sup>[26]</sup></a>.</p>
<p>Lipstadt è stata a sua volta aspramente criticata<a href="#_ftn27" name="_ftnref27"><sup>[27]</sup></a>. I risvolti problematici della sua posizione emergono con forza nel momento in cui condanna i “relativisti”, cioè chi usa l’Olocausto come termine di paragone, sostenendo che ogni opera di comparazione avrebbe l’effetto di nutrire i sentimenti antisemiti. Comparare l’Olocausto andrebbe di pari passo, secondo Lipstadt, col minimizzarne l’impatto; solleverebbe – a suo dire “logicamente” – una domanda: “Why, then, do we ‘only’ hear about the Holocaust?”, domanda a cui molti, come nella Germania del’33, sarebbero portati a rispondere: “because of the power of the Jews”<a href="#_ftn28" name="_ftnref28"><sup>[28]</sup></a>. In sintesi, la comparazione soffierebbe sul fuoco di un mai sopito antisemitismo.</p>
<p>Ma l’anno in cui lo studio di Lipstadt veniva pubblicato era lo stesso in cui veniva inaugurato lo United States Holocaust Memorial Museum e si compiva il processo che Pankaj Mishra ha definito “americanizzazione” dell’Olocausto. Il quadro è ormai noto. Fino alla fine degli anni ’60, la memoria dell’Olocausto non ha avuto un grosso peso nella vita pubblica americana, anche tra gli stessi ebrei. Ma dopo il 1967 e il 1973 – dopo, cioè, la Guerra dei sei giorni e la Guerra dello Yom Kippur – le cose cambiarono: “la Shoah cominciò a essere ampiamente concepita, sia in Israele che negli Stati Uniti, come l’emblema della vulnerabilità ebraica in un mondo eternamente ostile”<a href="#_ftn29" name="_ftnref29"><sup>[29]</sup></a>. Molti ebrei americani fecero dell’Olocausto un pilastro della propria identità comune, e trovarono nell’etno-nazionalismo israeliano un imprescindibile punto di riferimento. Di pari passo, l’Olocausto si radicò saldamente nella cultura dell’intrattenimento di massa, e la sua memorializzazione cominciò a trovare ampio sostegno politico e istituzionale.</p>
<p>Il caso di Lipstadt esemplifica l’idealizzazione dell’Olocausto come fenomeno al di là della storia. Questa percezione può sfociare in un sentimento tra il difensivo, l’agonistico e il paranoico, oltre che nella tendenza a negare ad altri eccidi di massa, come quello di Gaza, lo status di genocidi. C’è insomma un punto paradossale oltre il quale la difesa strenua dell’unicità dell’Olocausto può segnare la perdita del suo valore in quanto oggetto di conoscenza, evento paradigmatico e agente di cambiamento civile: la perdita delle sue preziose potenzialità memoriali<a href="#_ftn30" name="_ftnref30"><sup>[30]</sup></a>.</p>
<p>La posizione eccezionalista nasce in molti casi dall’ansia identitaria – ormai non solo statunitense – di veder riconosciuta la condizione, intergenerazionale e storicamente accertata, di vittima, e si è spesso accompagnata alla difesa a oltranza di Israele. Ma la condizione di vittima non è metastorica. Ogni fatto umano è transitorio, anche se dura da secoli. L’antisemitismo persiste – si vede da certe frasi ripugnanti sui social media – ma è meno diffuso e minaccioso di un tempo. Non c’è presidente americano che non renda conto al suo elettorato ebraico, tanto più perché i fini di buona parte di quell’elettorato sono compatibili con la politica statunitense in medio oriente, della quale Israele è una pedina fondamentale<a href="#_ftn31" name="_ftnref31"><sup>[31]</sup></a>.</p>
<p>Nel corso delle piccole guerre per Gaza che hanno attraversato i media e i social media, l’atteggiamento difensivo degli eccezionalisti li ha portati a censurare i cosiddetti “pro-pal” più che lo stato di Israele. Nell’insistenza sul genocidio palestinese hanno visto un rigurgito antisemita, nella condanna di Israele una generalizzazione che polarizza il dibattito e fomenta odio. In parte, la loro risposta è stata esacerbata dalla tendenza di alcune frange pro-Palestina a replicare il lessico politico di Hamas (mossa non produttiva e di fatto inutile). Ma la tendenza degli eccezionalisti a concentrarsi sui “pro-pal” resta espressione di un vizio prospettico: nell’ultimo anno e mezzo è stata Gaza, non Israele, a subire una “minaccia esistenziale&#8221;. E se i palestinesi non morissero come mosche e Israele non usasse l’Olocausto per giustificare un eccidio la maggior parte di chi denuncia gli orrori di Gaza si dedicherebbe volentieri ad altro.</p>
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<ol start="6">
<li>Il fattore tempo</li>
</ol>
<p>Nell’enfasi sulle sorti di Gaza e nel silenzio sul 7 ottobre l’eccezionalista avverte un’ostilità preconcetta a Israele, dalla larvata matrice antisemita. Ma il grido di allarme per Gaza ha nella maggior parte dei casi una spiegazione più semplice: gli orrendi fatti del 7 ottobre si sono già consumati, mentre quelli di Gaza sono tuttora in corso.</p>
<p>Le critiche all’uso ampio del concetto di genocidio trascurano il fattore tempo<a href="#_ftn32" name="_ftnref32"><sup>[32]</sup></a>. Negli anni necessari ad accertare legalmente se si sia verificato un genocidio, dei crimini di guerra possono effettivamente sfociare in genocidio, o la scala di un evento genocidario può aumentare in modo vertiginoso. Il genocidio è, infatti, un fenomeno ricorsivo e incrementale. Comporta l’emersione di schemi che tendono a ripetersi, a diffondersi e a rafforzarsi, e comporta un progressivo aumento di scala. Esige, pertanto, una risposta nel momento in cui sta iniziando. Può, in altri termini, delinearsi una fase liminale in cui la condanna e la prevenzione del fenomeno sembrano rendersi urgenti, ma che può al tempo stesso presentare incertezze.</p>
<p>Di fronte a un sospetto, per giunta sancito da un’indagine della corte internazionale di giustizia e dagli organi consultivi dell’ONU, alimentare il dubbio può essere controproducente. Tanto più perché per contrastare un genocidio non si chiama il 113, si chiede ascolto ai governi, non sempre inclini ad ascoltare. L’uso emergenziale della categoria di “genocidio” è inevitabilmente politico, esige una mobilitazione di massa e un innalzamento dei toni. Nei primi mesi dall’inizio della guerra a Gaza, chi ha adottato il termine lo ha usato come una metafora ad alto tasso emotivo, con l’intenzione di lanciare un allarme e denunciare un forte rischio genocidario. Aveva ragione. Mesi dopo, la dinamica genocidaria si è consolidata, diventando chiara per molti altri dei suoi spettatori.</p>
<p>Ma chi più di ogni altro ha avuto le idee chiare sono stati e sono i testimoni del massacro: chi vive sulla sua pelle l’assedio quotidiano di Israele e lo strangolamento dei territori occupati. In un’intervista, il poeta palestinese Mosab Abu Toha, di Gaza, ha ricordato di aver usato la parola “genocidio” già il quinto giorno dall’inizio dei bombardamenti:</p>
<blockquote><p>I named it a genocide from the first day. I didn’t wait for Amnesty International to call it a genocide, I didn’t wait for B’Tselem […] I knew what a genocide is because I knew what Israel was capable of doing, and they are doing it. When they said we are going to cut off food, medicine, water, these are human animals, you should leave – Netanyahu said on October 12 […] “people of Gaza, you should leave”: you understand that if you don’t leave they are going to say “you see, we told them to leave. We are going to kill them. It means that they are Hamas”.<a href="#_ftn33" name="_ftnref33"><sup>[33]</sup></a></p></blockquote>
<p>Mosab Abu Toha sa di cosa parla. Ha perso molti amici e parenti stretti: famiglie intere di più generazioni spazzate via, di cui ha ricostruito gli alberi genealogici. Conosce bene l’odio di un gruppo verso un altro, è stato imprigionato e percosso senza ragione e soggetto a vessazioni amministrative di vario tipo. Sapeva chiaramente quello che sarebbe successo, e il suo allarme è rimasto inascoltato.</p>
<p>Il fattore tempo ha implicazioni anche sul piano della memoria. Accogliere, come fanno molti storici, l’idea che un genocidio sia un fenomeno incrementale, derivante da condizioni strutturali, dalla ricorrenza di determinati pattern in un arco di tempo che può essere protratto, e da uno o più moventi – in particolare l’occupazione di territorio – può nutrire una coscienza più viva del passato e dei suoi tanti orrori. Impone di rendere il tributo della memoria anche ai genocidi coloniali, commessi attraverso guerre a bassa intensità e, come molti storici hanno dimostrato, imparentati all’Olocausto.</p>
<p>Quest’idea ha il pregio di dirci da dove veniamo e dove potremmo dirigerci. Inquadra i genocidi come il grande scheletro nell’armadio dell’umanità, come un orrore pervasivo che solo dopo l’Olocausto è diventato il crimine più terribile, anche se non ancora compreso a fondo, e la cui criminalizzazione fa tutt’uno con la consapevolezza che la civiltà moderna possa lasciar riemergere le micidiali pulsioni del passato e tradurle in azioni ancora più distruttive.</p>
<p>Non va dimenticato, del resto, che la categoria di genocidio è stata anche il prodotto di circostanze storiche, politiche e culturali. È stata frutto di un consenso, legato a una volontà di progresso. In quanto tale, è suscettibile di revisioni, dettate da una nuova consapevolezza. Con ogni probabilità, Gaza cambierà il modo in cui guardiamo al passato. Ed è auspicabile che la sua lezione non debba applicarsi al futuro.</p>
<p>__</p>
<p>Note</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> <a href="https://www.repubblica.it/politica/2025/07/26/news/sondaggio_antisemitismo_guerra_israele_palestina-424753192/">https://www.repubblica.it/politica/2025/07/26/news/sondaggio_antisemitismo_guerra_israele_palestina-424753192/</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=dsWuiP7V8tc">https://www.youtube.com/watch?v=dsWuiP7V8tc</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> https://www.un.org/en/genocideprevention/documents/atrocity-crimes/Doc.1_Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide.pdf.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> <a href="https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html">https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> <a href="https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf">https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf</a> , p.12.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> Il problema dell’intento è ovviamente affrontato anche nei rapporti redatti da Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Si veda in particolare “Situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967”, che oltre a fornire evidenza documentata della presenza di un genocidio definisce la cornice legale del problema. Sull’intento, si vedano in particolare i par. 39-61; <a href="https://digitallibrary.un.org/record/4064517?v=pdf#files">https://digitallibrary.un.org/record/4064517?v=pdf#files</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7"><sup>[7]</sup></a> <a href="https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html">https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8"><sup>[8]</sup></a> Raphael Lemkin, “The Concept of Genocide in Sociology”, Raphael Lemkin papers, NYPL, box 2, folder 2. Citato in A. Dirk Moses, “Empire, Colony, Genocide: Keywords and the Philosophy of History”, in A. Dirk Moses (ed.), <em>Empire, Colony, Genocide: Conquest, Occupation and Subaltern Resistance in Word History</em>, Berghan Books, New York, 2009, p. 19.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9"><sup>[9]</sup></a> Sul dibattito relativo al <em>dolus eventualis</em>, si veda Kai Ambos, <em>Treatise on International Criminal Law, Volume II: The Crimes and Sentencing</em>, Oxford University Press, Oxford, 2014, cap. 1.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"><sup>[10]</sup></a> William A. Schabas, <em>Genocide in International Law: The Crime of Crimes. Third Edition </em>(Cambridge: Cambridge University Press, 2025), p. 215.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11"><sup>[11]</sup></a> “Antisemitic slogans proved the most effective means of inspiring and organizing great masses of people”, scrive Hannah Arendt ne <em>Le origini del totalitarismo</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12"><sup>[12]</sup></a> Al movente dedica ampie considerazioni Francesca Albanese in &#8220;Situation of human rights…”: par. 53(a), 68-69, 84.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13"><sup>[13]</sup></a> “La mescolanza del sangue e l&#8217;abbassamento del livello razziale che lo accompagna”, leggiamo nel <em>Mein Kampf</em>, “è l&#8217;unica e la sola ragione per cui le antiche civiltà scompaiono. Non sono le guerre che vengono perse a rovinare il genere umano, ma la perdita del potere di resistenza, che appartiene soltanto al sangue puro […] se rivediamo tutte le cause del collasso tedesco, quella finale e decisiva è il fallimento nel rendersi conto del problema razziale e, in particolare, la minaccia Ebraica […] La perdita della purezza razziale rovina per sempre le fortune di una razza”. Quando Hitler scrisse queste parole, la “soluzione finale” era di là da venire. Ma delineano sia la logica esplicita sia quella implicita che contribuì, agli occhi della società nazista, a caratterizzare la scomparsa di milioni di persone come un fatto desiderabile.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14"><sup>[14]</sup></a> “Persecution against any identifiable group or collectivity on political, racial, national, ethnic, cultural, religious, gender as defined in paragraph 3, or other grounds that are universally recognized as impermissible under international law”, <a href="https://www.icc-cpi.int/sites/default/files/2024-05/Rome-Statute-eng.pdf">https://www.icc-cpi.int/sites/default/files/2024-05/Rome-Statute-eng.pdf</a>, p. 4.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15"><sup>[15]</sup></a> William A. Schabas, <em>Genocide in International Law,</em> p. 277.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16"><sup>[16]</sup></a><a href="https://www.timesofisrael.com/ngo-says-only-6-of-police-probes-of-settler-violence-it-was-party-to-ended-in-charges">https://www.timesofisrael.com/ngo-says-only-6-of-police-probes-of-settler-violence-it-was-party-to-ended-in-charges</a>;  <a href="https://www.icj.org/israel-palestine-authorities-must-end-impunity-for-israeli-settler-violence">https://www.icj.org/israel-palestine-authorities-must-end-impunity-for-israeli-settler-violence</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17"><sup>[17]</sup></a> <a href="https://www.lastampa.it/esteri/2025/08/07/news/smotrich_repubblica_ebraica_di_israele-15261649/amp/">https://www.lastampa.it/esteri/2025/08/07/news/smotrich_repubblica_ebraica_di_israele-15261649/amp/</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18"><sup>[18]</sup></a> <a href="https://www.timesofisrael.com/times-of-israel-poll-majority-of-israelis-oppose-annexation-of-gaza-territory">https://www.timesofisrael.com/times-of-israel-poll-majority-of-israelis-oppose-annexation-of-gaza-territory</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19"><sup>[19]</sup></a> <a href="https://www.theguardian.com/world/2025/aug/14/israel-appears-set-to-approve-controversial-settlement-of-3400-homes-in-west-bank">https://www.theguardian.com/world/2025/aug/14/israel-appears-set-to-approve-controversial-settlement-of-3400-homes-in-west-bank</a>; <a href="https://www.timesofisrael.com/e1-settlement-project-widely-condemned-but-is-it-fatal-to-two-state-solution-idea/">https://www.timesofisrael.com/e1-settlement-project-widely-condemned-but-is-it-fatal-to-two-state-solution-idea/</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20"><sup>[20]</sup></a> Noam Chomsky, “‘Sterminate tutti i Bruti’: Gaza 2009”, in Noam Chomsky, Ilan Pappé, <em>Ultima fermata Gaza: la guerra senza fine tra Israele e Palestina</em>, Ponte alle Grazie, Milano, 2010, pp. 115-116.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21"><sup>[21]</sup></a> Ilan Pappé, “I campi di sterminio di Gaza (2004-2009)”, in Noam Chomsky, Ilan Pappé, <em>Ultima fermata Gaza,</em> pp. 217-220.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22"><sup>[22]</sup></a> Nell’aprile del 2025 lo storico Paul Rogers ha rilevato che le bombe sganciate su Gaza fino a quel punto equivalevano, in kilotoni, a sei Hiroshima. <a href="https://www.bradford.ac.uk/news/archive/2025/gaza-bombing-equivalent-to-six-hiroshimas-says-bradford-world-affairs-expert.php">https://www.bradford.ac.uk/news/archive/2025/gaza-bombing-equivalent-to-six-hiroshimas-says-bradford-world-affairs-expert.php</a></p>
<p><a href="#_ftnref23" name="_ftn23"><sup>[23]</sup></a> Michael Rothberg, <em>Multidirectional Memory: Remembering the Holocaust in the Age of Decolonization</em>, Stanford University Press, Stanford, 2009.</p>
<p><a href="#_ftnref24" name="_ftn24"><sup>[24]</sup></a> Può essere utile ricordare che la parola <em>Konzentrationslager</em> entrò in uso in Germania già intorno al 1900 per descrivere i modi di attuazione del genocidio degli Herero e Nama in Africa Tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia).</p>
<p><a href="#_ftnref25" name="_ftn25"><sup>[25]</sup></a> Nel suo studio infatti lo chiama “massacro”, non genocidio. Le parole di Lipstadt, che hanno suscitato più di una critica, assomigliano a frasi che abbiamo sentito negli ultimi mesi: “The brutal Armenian tragedy, which the perpetrators still refuse to acknowledge adequately, was conducted within the context of a ruthless Turkish policy of expulsion and resettlement. It was terrible and caused horrendous suffering but it was not part of a process of total annihilation of an entire people”, Deborah Lipstadt, <em>Denying the Holocaust: The Growing Assault on Truth and Memory</em>, Free Press, New York, 1993, p. 212.</p>
<p><a href="#_ftnref26" name="_ftn26"><sup>[26]</sup></a> <a href="https://www.historynewsnetwork.org/article/holocaust-scholar-deborah-lipstadt-opposes-genocid">https://www.historynewsnetwork.org/article/holocaust-scholar-deborah-lipstadt-opposes-genocid</a>; <a href="https://x.com/deborahlipstadt/status/1386323965434646528">https://x.com/deborahlipstadt/status/1386323965434646528</a></p>
<p><a href="#_ftnref27" name="_ftn27"><sup>[27]</sup></a> Si veda per esempio Ward Churchill, <em>A Little Matter of Genocide: Holocaust and Denial in the Americas, 1492 to the Present</em>, City Light Books, San Francisco, 1997, pp<em>. </em>29-36.</p>
<p><a href="#_ftnref28" name="_ftn28"><sup>[28]</sup></a> Deborah Lipstadt, <em>Denying</em> <em>the</em> <em>Holocaust</em><em>,</em> p. 215.</p>
<p><a href="#_ftnref29" name="_ftn29"><sup>[29]</sup></a> Pankaj Mishra, <em>Il mondo dopo Gaza</em>, Guanda, Milano, 2024, p. 176. Sull’americanizzazione dell’Olocausto vedi, oltre a Mishra, Norman Finkelstein, <em>L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei</em>, Meltemi, Roma, 2024.</p>
<p><a href="#_ftnref30" name="_ftn30"><sup>[30]</sup></a> A questo si unisce l’uso perverso della memoria dell’Olocausto come strumento per la giustificazione delle violenze israeliane. Si veda, in proposito, l’intervento recente di Amos Goldberg: <a href="https://zeteo.com/p/holocaust-memory-in-a-time-of-genocide">https://zeteo.com/p/holocaust-memory-in-a-time-of-genocide</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref31" name="_ftn31"><sup>[31]</sup></a> La situazione italiana degli ultimi anni ha molti aspetti in comune con quella statunitense: si veda <a href="https://www.internazionale.it/notizie/leonardo-bianchi/2025/07/28/alleanza-comunita-ebraiche-estrema-destra">https://www.internazionale.it/notizie/leonardo-bianchi/2025/07/28/alleanza-comunita-ebraiche-estrema-destra</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref32" name="_ftn32"><sup>[32]</sup></a> Evidenziato anche da Francesca Albanese in “Situation of Human Rights”, par. 49 (“Early identification of genocide is crucial to prevent genocide, ensuring that a central tenet of the post-Second World War international legal system is not a dead letter”), 75, 86.</p>
<p><a href="#_ftnref33" name="_ftn33"><sup>[33]</sup></a> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XmVot3SwqBE&amp;t=2835s">https://www.youtube.com/watch?v=XmVot3SwqBE&amp;t=2835s</a></p>
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		<title>Dai fiumi al mare, per la Global Sumud Flotilla</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/30/dai-fiumi-al-mare-per-la-global-sumud-flotilla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 08:46:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Global Sumud Flotilla]]></category>
		<category><![CDATA[pistoia]]></category>
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					<description><![CDATA[DAI FIUMI AL MARE, 31 agosto 2025<br />
<br />
Pistoia sostiene la Sumud Global Flotilla<br />
<br />
Marcia, letture, reading, un grande evento collettivo
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>DAI FIUMI AL MARE, 31 agosto 2025</p>
<p>Pistoia sostiene la Sumud Global Flotilla</p>
<p>Fra sabato 30 agosto e giovedì 4 settembre varie imbarcazioni della coalizione Sumud Global Flotilla lasceranno i porti del Mediterraneo, partendo da Genova, da Barcellona, dalla Sicilia e dalla Tunisia e facendo rotta verso Gaza per rompere l’assedio e portare soccorsi al popolo palestinese. Percorreranno le antiche vie del Mediterraneo verso la libertà della Palestina in nome di un’umanità solidale e libera che si riappropria della vita collettiva. L’acqua appartiene a tutti i popoli senza distinzioni, è il bene primario e la nostra speranza. Da Pistoia vogliamo aderire e sostenere il viaggio con la manifestazione Dai Fiumi al Mare, un evento itinerante che si svolgerà nella giornata di domenica 31 agosto. Ci ritroveremo alle 10.30 al Parco della Rana; poi seguiremo una via d’acqua lungo il torrente Brana, alternando letture e parole, fino alla fontana di Piazza della Resistenza dove agiteremo teli blu e bandiere della Palestina evocando l’acqua che deve tornare come la vita nella vasca vuota del parco, nelle coscienze europee e in Palestina. Nei giorni seguenti inizieremo una staffetta online di letture su instagram per accompagnare tutti i naviganti della coalizione ed essere emotivamente con loro. Chiunque voi siate vi aspettiamo.</p>
<p>Aderiscono e promuovono l’iniziativa: ARCI PISTOIA, CGIL PRATO-PISTOIA, ANPI PISTOIA, LIBERA PISTOIA, PAX CHRISTI PISTOIA, COORDINAMENTO SCUOLE PER LA PALESTINA, COMITATO PER LA PALESTINA, COBAS PISTOIA, NON UNA DI MENO PISTOIA, EMERGENCY PISTOIA, RAGGIO DI LUCE, BOTTEGA DEL MONDO L&#8217;ACQUACHETA, CNGEI PISTOIA, AGESCI PISTOIA, HABITUS PRATO. (Adesioni in continuo aggiornamento.)</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-115427" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/IMG-20250827-WA0055.jpg" alt="" width="905" height="1280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/IMG-20250827-WA0055.jpg 905w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/IMG-20250827-WA0055-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/IMG-20250827-WA0055-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/IMG-20250827-WA0055-768x1086.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/IMG-20250827-WA0055-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/IMG-20250827-WA0055-300x424.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/IMG-20250827-WA0055-696x984.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/IMG-20250827-WA0055-297x420.jpg 297w" sizes="(max-width: 905px) 100vw, 905px" /></p>
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		<title>Venice 4 Palestine : occhi su Gaza al Festival di Venezia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/26/venice-4-palestine-occhi-su-gaza-al-festival-di-venezia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 12:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[festival di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[mostra cinematografica di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<b>STOP AL GENOCIDIO – PALESTINA LIBERA!</b><b><br />
</b><b>MANIFESTAZIONE 30 AGOSTO ore 17.00</b><b><br /> 
Santa Maria Elisabetta – Lido Venezia </b>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-115346 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-212x300.png" alt="" width="276" height="391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-724x1024.png 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-768x1086.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-1086x1536.png 1086w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-1448x2048.png 1448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-150x212.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-300x424.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-696x985.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-1068x1511.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-297x420.png 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza.png 1587w" sizes="(max-width: 276px) 100vw, 276px" /></p>
<p style="text-align: center;"><b>STOP AL GENOCIDIO &#8211; PALESTINA LIBERA!</b></p>
<p style="text-align: center;"><b>MANIFESTAZIONE 30 AGOSTO ore 17.00 </b></p>
<p style="text-align: center;"><b>Santa Maria Elisabetta &#8211; Lido Venezia </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il genocidio è sotto gli occhi di tutte e tutti. L’esercito israeliano a  Gaza massacra la popolazione civile palestinese, prendendo di mira ospedali, campi profughi, punti di distribuzione del cibo e dell’acqua, scuole, università, chiese e moschee. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La negazione degli aiuti umanitari, dell’acqua e del cibo sono una strategia del genocidio, portata avanti con la complicità degli U.S.A. e dei governi europei, compreso il nostro che continua a sostenere Israele economicamente, politicamente e diplomaticamente, continuando a fornire armi e mantenendo gli accordi commerciali. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Inoltre con il perseguimento del sistema di apartheid e pulizia etnica portata avanti dall’esercito israeliano e dai coloni armati nella Cisgiordania occupata, l’uccisione programmata di giornalisti e medici, il sequestro di navi come la Freedom Flotilla, ed ora l’annuncio ufficiale dell’occupazione di Gaza fatto da Netanyahu, l’escalation di violenza sembra non avere fine. Israele sta annientando Gaza e la Palestina: ogni limite è stato superato. Le atrocità vanno fermate!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel momento in cui gli occhi del mondo saranno puntati su Venezia e la Mostra del Cinema, abbiamo il dovere di far sentire la voce di tutte le persone che si indignano e si ribellano: puntiamo allora i riflettori della Mostra sulla Palestina.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non vogliamo più sentirci impotenti, Israele va fermato!</span></p>
<hr />
<p>Seguono le adesioni di moltissime associazioni e professioniste/i del cinema e dell&#8217;audiovisivo, tra cui Matteo Garrone, A firmarla, fra gli altri, Marco Bellocchio, Laura Morante, Abel Ferrara, Alba e Alice Rohrwacher, Toni e Peppe Servillo, Matteo Garrone, Valeria Golino, Moni Ovadia, Michael Moore, Annie Ernaux, etc, etc.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Parlare o tacere su Gaza. Scrittori e artisti alla prova del genocidio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/05/parlare-o-tacere-su-gaza-scrittori-e-artisti-alla-prova-del-genocidio/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/05/parlare-o-tacere-su-gaza-scrittori-e-artisti-alla-prova-del-genocidio/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Aug 2025 12:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[autocensura]]></category>
		<category><![CDATA[conformismo intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[dissidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione israeliana]]></category>
		<category><![CDATA[opinione pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[proteste studentesche propalestinesi]]></category>
		<category><![CDATA[silenzio su Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[social networks]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=114987</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Da qualche mese, sopratutto sui social network, è più visibile e più diffusa la condanna dello sterminio dei palestinesi in atto a Gaza. Perché è stato difficile parlarne prima? Perché per alcuni è ancora difficile parlarne?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-114991 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1.jpg" alt="" width="768" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Quando quello che sta succedendo sarà abbastanza lontano nel tempo, tutti si chiederanno sbigottiti come mai si è permesso che accadesse.</p>
<p style="text-align: right;">Omar El Akkad</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Gaza è crollata sulle norme di un diritto internazionale costruito pazientemente per scongiurare la ripetizione delle barbarie della Seconda Guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: right;">Jean-Pierre Filiu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le corporazioni di artisti, scrittori, docenti universitari: un caso di studio</em></p>
<p>Il comportamento intellettuale che le corporazioni di artisti, letterati e professori universitari, in occidente, hanno avuto in seguito al 7 ottobre di fronte allo sterminio della popolazione palestinese di Gaza costituisce e costituirà un caso di studio sociologico per le generazioni future. Nella gerarchia dell’infamante accusa di <em>complicità</em> al genocidio<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> dei palestinesi queste corporazioni si situano al terzo posto per grado di responsabilità. Il primo posto lo occupano solidamente la maggior parte dei governi occidentali e le istituzioni internazionali come l’Unione Europea. Qui c’è poco da studiare: la loro consapevole e volontaria inerzia è sotto gli occhi di tutti, così come le loro responsabilità morali e politiche. Al secondo posto vi è la categoria dei giornalisti e degli opinionisti (occidentali)<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Molti di loro collaborano attivamente o hanno collaborato almeno fino a date recenti, a rendere plausibile la propaganda del governo israeliano. Altri, una minoranza, hanno deciso abbastanza presto di farsi canale di diffusione dei giornalisti palestinesi, gli unici a cui era consentito essere testimoni, a rischio della loro vita, dei massacri e delle distruzioni di Gaza. Infine, al terzo posto<strong>, i portavoce di una sedicente “coscienza critica” o dei sedicenti valori dell’”umanità”: artisti, scrittori, studiosi. Più questi portavoce si trovavano prossimi o interni a una zona di “ufficialità”, meno, nella maggior parte dei casi, si sono espressi chiaramente e tempestivamente in pubblico</strong>. Per parte mia, ho guardato a questo fenomeno con un misto di disincanto e d’incredulità. Ciò che conoscevo della storia europea, e del ruolo che le cerchie artistiche e intellettuali vi hanno giocato, mi portava ad <em>attendermi</em> un certo comportamento, ma nello stesso tempo lo osservavo incredulo. Come ora osservo incredulo il mutamento di tendenza, palpabilissimo sui social network.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La ragioni del silenzio</em></p>
<p>Perché – ci si chiede spesso <em>negli ultimi tempi soprattutto sui social</em> – gli scrittori, gli artisti, gli intellettuali (non si usa quasi più), i docenti universitari non parlano di Gaza, non prendono posizione su Gaza, non si esprimono contro la politica Israeliana, non denunciano il genocidio? Un genocidio in atto o, per i più prudenti, il rischio di genocidio in atto, dovrebbe riguardare tutti coloro che hanno l’occasione di prendere la parola in pubblico. Soprattutto se appartengono a paesi, i cui responsabili politici potrebbero intervenire sulla situazione, facendo pressione su Israele, bloccando la vendita di armi, ecc. Soprattutto se in qualche momento della loro vita pubblica o persino privata si sono dichiarati sensibili a questioni come il rispetto degli esseri umani in quanto tali, indipendentemente dalla loro origine etnica o dalle loro pratiche religiose o dalle scelte politiche, ecc. Ci sono, in teoria almeno, diverse ragioni perché gli scrittori, artisti, ecc. “progressisti”, avrebbero dovuto reagire pubblicamente, o almeno sulle loro bacheche social, di fronte a quanto abbiamo visto accadere a Gaza già nei mesi immediatamente seguenti al 7 ottobre. Dico, <em>in teoria</em>, perché da un po’ di anni a questa parte, e specialmente negli ultimi due anni, tutte le convinzioni, le opinioni sul mondo, che i “progressisti” avevano sono state messe a dura prova. I progressisti, infatti, hanno costruito le loro idee non su ingenue concezioni del mondo, ma su principi che si trovano anche alla base delle carte istituzionali dei paesi a cui appartengono, alla base di valori trasmessi dai loro sistemi pubblici d’istruzione, alla base delle istituzioni nazionali e internazionali che, soprattutto in occidente, rivendicano orgogliosamente una loro diversità, se non superiorità, rispetto a principi che agiscono in altre culture, in altri paesi, in altri regimi non-occidentali. Ebbene, un movimento profondo che tocca simultaneamente le mentalità dei cittadini occidentali come le loro istituzioni, le forme del discorso come le forme di vita, ha creato una divergenza sempre più evidente tra quello che i regimi politici e istituzionali fanno, da un lato, e quello che, fino a un po’ di tempo fa, <em>avrebbero dovuto fare</em>, in quanto eredi di tutta una serie di principi “progressisti”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Un marxista ribatterà: “Ma questa divergenza c’è sempre stata!” È probabilmente vero, anche perché i principi “progressisti” di un marxista non sono gli stessi di un socialdemocratico, ecc. Ma la novità di questa fase storica, è che la divergenza non avviene in seno a concezioni concorrenti di un modello sociale, ma proprio all’interno del DNA progressista comune a tutto il mondo cosiddetto occidentale (e si consideri l’arco che va dal Nord America al Giappone), almeno dal dopoguerra in poi.</p>
<p>Questa divergenza, per chi ne ha preso consapevolezza, dovrebbe di conseguenza riguardare anche le modalità di comportamento di quella provincia ristretta, ma non irrilevante, costituita dalle cerchie di artisti, scrittori, ecc., nei vari paesi occidentali. Anche qui le tendenze di fondo si sono fatte sentire. Anche qui “l’incrollabilità” di determinati principi è divenuta molto relativa: più del principio conta il consenso, conta la fluttuante opinione pubblica, che incide sul <em>pubblico</em> di questi stessi artisti e scrittori. Sono universi di valore divergenti, funzionanti secondo logiche diverse, che sono giunti violentemente a confronto. È più urgente difendere il rispetto della persona umana o il consenso del pubblico nei confronti della propria opera, eventualmente del proprio “brand” autoriale? Credo che potremmo azzardarci a formulare una legge non gloriosa, ma abbastanza realistica: <strong>“più il capitale d’interesse e simpatia del pubblico” è grande per un autore – e, quindi, più le sue prese di posizione pubbliche hanno visibilità –, meno questo autore si sentirà autorizzato a rischiare una perdita di questo capitale, formulando posizioni di minoranza, facilmente contestabili rispetto alle tendenze dell’opinione pubblica</strong>. I principi che riguardano il rispetto della persona umana sono senza dubbio condivisibili, ma oggi persino il presidente della superpotenza mondiale li mette in discussione. Quindi perché mai la responsabilità di difenderli dovrebbe ricadere sulle fragili spalle dell’autore, che si è guadagnato con grande fatica un capitale di consenso tra i lettori? Logiche neoliberiste di incremento del capitale simbolico e logiche umanistiche di difesa di “astratti” valori universali si combattono, con esiti che possono andare dal tiepido compromesso alla resa più incondizionata di fronte alla concretezza dei vantaggi forniti dalla preservazione del consenso.</p>
<p><strong>Ma se anche ci basiamo, con occhio sociologico e retrospettivo, sul comportamento di artisti, scrittori, intellettuali nel corso del Novecento, non c’è nessuna ragione per pensare che queste cerchie della società, di fronte a scelte personali difficili, siano più propense a prendere rischi rispetto ad altre cerchie sociali</strong>. Anzi, ogniqualvolta queste persone, in virtù delle loro competenze e talenti, hanno acquisito ruoli eminenti (“ufficiali”), appare più evidente la loro incapacità di metterli in pericolo. Più sono celebri e inseriti nelle diverse istituzioni culturali, più autori, artisti e intellettuali hanno qualcosa da perdere, andando contro le opinioni della maggioranza o di governi poco democratici se non apertamente autoritari. Quindi il loro “conformismo” ha fatto scuola. È un dato, purtroppo largamente acquisito, che si è ampiamente verificato anche oggi in occasione del conflitto tra Israele e la popolazione palestinese. Conflitto che, nato come reazione a un terribile attacco terroristico, si è poi trasformato in una rappresaglia militare contro una popolazione intera, e ha proseguito in questa direzione, imboccando la strada macabra e infame di uno sterminio di popolo.</p>
<p>Insomma, io stesso in gioventù, leggendo Sartre, Fanon, Anders, Fortini, ci ho creduto. Ma non ci credo più da un pezzo: artisti, intellettuali, accademici, scrittori <em>non sono di per sé la coscienza di un bel nulla</em>, certamente non della società. Sono, semmai, soggetti più di altre categorie sociali, al <em>conformismo</em>, con tutto quel condimento d’ipocrisia e viltà che esso si porta dietro. Questo non è un fatto di cui scandalizzarsi – lo sapevamo –, ma un dato di cui ancora una volta prendere atto.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Per chi era inevitabile parlare</em></p>
<p>Quanto scritto fino a ora, non vuole però sostenere che <em>tutti</em> gli scrittori e artisti sono conformisti, né che la loro voce è irrilevante. In Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, e persino all’interno di Israele, si sono levate tempestivamente voci per denunciare quello che stava accadendo a Gaza, per situarlo in un preciso contesto storico, per mostrare come esso contrastasse con la maggior parte dei principi che dovrebbero cementare le nostre società. Queste voci costituivano, però, nel coro mediatico, una minoranza, e in molti casi hanno subito attacchi molto forti, anche perché giungevano da persone interne a una certa “ufficialità”. Assieme a queste voci si sono fatte sentire, accompagnate da azioni di vario tipo (manifestazioni, presidi, occupazioni), quelle di coloro che non avevano né arte né parte: gli studenti liceali e soprattutto universitari. <strong>E in modo inequivocabile gli studenti senza arte né parte, con la loro voce anonima, hanno dato una lezione ai loro padri, alle grandi firme del mondo accademico. “</strong>Ma come – dicevano questi studenti – ci avete rintronato le orecchie dalle scuole elementari con i valori della pace, dell’uguaglianza, della democrazia, dell’autonomia dei popoli, della pericolosità del razzismo, della sacralità dei diritti umani, e ora di fronte a bombardamenti di case, luoghi religiosi, scuole, università, ospedali, campi profughi, civili, fate finta di niente? Dite che tutto questo è legittimo, tollerabile?”</p>
<p>*</p>
<p>Provo a parlare ora al di fuori della “generalità”, per aggiungere una riflessione che tenga conto anche della mia diretta esperienza personale. Io faccio parte di quelli che hanno sentito l’esigenza di parlare molto presto di quanto si stava delineando all’orizzonte di Gaza, in seguito al 7 ottobre. Ho deciso di farlo pubblicamente, nel modo più inequivocabile possibile, ossia su un blog pubblico, e non solo sulla mia bacheca social. Non faccio parte di nessun ufficialità letteraria, pur essendo scrittore, né di nessuna ufficialità accademica, pur essendo un ricercatore (senza cattedra). Quindi non ho meriti particolari per averlo fatto. Insomma, non mi muovevo in una zona di “grande visibilità”. L’unico merito che rivendico è quello della <em>coerenza</em>. Sono uno scrittore che sostiene l’importanza di una <em>visione politica sul mondo</em>, anche se questo non si traduce per forza in qualche forma riconoscibile di letteratura impegnata, e quindi era inevitabile che quanto stava succedendo a Gaza m’interpellasse, e mettesse in secondo piano progetti e scritture “letterarie”. Con questo non intendo dire che la scrittura letteraria dovrebbe tacere di fronte al genocidio di Gaza; dico solo che, per me, era inevitabile scrivere su Gaza, perché c’era qualcosa di abnorme in corso. E siccome la scrittura è per me una forma di esplorazione, di ricerca (anche documentaria) e di tentativo di comprensione, era necessario farlo, per uscire dalla paralisi intellettuale e dall’effetto oscurante della propaganda mediatica.</p>
<p>La difficoltà di scrivere su quanto stava accadendo a Gaza, già nelle settimane seguenti al 7 ottobre, credo che sia dipesa innanzitutto dall’impossibilità di abbordare il discorso su un piano esclusivamente umanitario. Qualcuno ha anche tentato di farlo, ma con scarsa efficacia analitica. Il conflitto tra Israele e Gaza esigeva, come esige tutt’ora, di essere affrontato attraverso una prospettiva <em>politica</em>, ossia di parte. Questa prospettiva non implica la negazione dei principi “progressisti” di cui ho parlato precedentemente, né di quelli del diritto internazionale, che quei principi tentano di rendere concreti nella realtà. La prospettiva politica semplicemente richiede la consapevolezza di entrare in un dibattito in cui, pur non essendo né palestinesi né israeliani né membri delle due diaspore (nel mio caso), quello che si dice, <em>prende partito</em> inevitabilmente, e si presta quindi alla contestazione e all’attacco di uno dei soggetti in causa. Accettare di parlare in una prospettiva politica significa perdere la neutralità, che un giudice <em>super partes</em> potrebbe avere, e significa perdere quel consenso che una semplice difesa di un astratto principio morale garantirebbe. E non solo l’autore di un tale discorso si rende vulnerabile rispetto a contestazioni e attacchi di qualcheduna della parti coinvolte nello scontro, ma anche si espone al proprio <em>errore</em>, insito in ogni risposta <em>politica</em>.</p>
<p>Nel <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/">primo pezzo</a> che ho dedicato, qui su Nazione Indiana, agli eventi di Gaza (16 ottobre 2023), scrivevo, ad esempio, questa frase: “Israele potrebbe al limite ammazzare <em>tutti i membri </em>di Hamas, e con essi un numero enorme di “vittime collaterali” innocenti, ma non potrà comunque <em>sterminare tutti i palestinesi</em>. Questo gli stessi cittadini israeliani (la maggior parte di essi) alla fine non lo permetterebbero”. Non so cosa significhi “alla fine”, ma è chiaro come sia stato ingenuo e poco realistico. Per più di un anno e mezzo, solo una <em>minoranza</em> coraggiosa di israeliani si è opposta veramente alla politica di sterminio che il governo ha reso sempre più evidente con il passare di mesi e la crescita delle vittime civili.</p>
<p>Vengo ora alle conclusioni. Scrivere pubblicamente <em>contro</em> un’opinione di maggioranza, e in un contesto di propaganda bellica, comporta sempre dei rischi per chi lo fa. Ma questi rischi sono proporzionali alla visibilità, all’ufficialità di chi scrive. La bancarotta morale e politica degli Stati Uniti, dell’Europa e di tutto l’Occidente è non solo palese, ma irreversibile. In questa bancarotta, sono coinvolti <em>anche</em> i settori culturali, oltreché quelli politici e giornalistici. Per quanto riguarda artisti, scrittori, studiosi, più vergognosi sono stati i silenzi, le prudenze, i ritardi, di coloro che, in tempi ordinari, <em>rivendicano</em> una visione politica della scrittura o, comunque, si rifanno spesso ai principi “progressisti”, largamente condivisi. Non biasimo né gli scrittori <em>impolitici</em> né quelli <em>radicalmente pessimisti</em>, che non credono nei principi “progressisti”, senza per questo aderire a qualche forma di fascismo o di ideologia reazionaria. Il loro silenzio, condivisibile o no, è quanto meno <em>coerente</em>. Lo è molto di meno quello di coloro che amano parlare di “morale”, “umanità”, “bellezza”, ecc., o di temi più <em>politici</em> come “uguaglianza”, “classe”, “femminismo”, “ecologia”, ecc.</p>
<p>È molto interessante, infine, da un punto di vista sociologico, vedere l’evoluzione delle opinioni e dei comportamenti intellettuali di maggioranza. A partire da quando, la gente, sui social, comincia davvero a interessarsi al destino dei Palestinesi e alle malefatte dell’esercito israeliano? A partire da quale momento, da quale sommovimento collettivo in parte inconsapevole si mettono like su certi interventi e si condividono certi articoli?</p>
<p>Sarebbe interessante studiare le bacheche di scrittori e scrittrici “ufficiali”, ma anche di quelli più “politici”, per vedere come il discorso “social” è progressivamente evoluto. Io ho fatto una piccola ricognizione sulla mia bacheca Facebook, per quel poco che un tale conteggio abbia di significativo.</p>
<p>Il mio primo articolo sulla vicenda è del 17 ottobre, e nasce come risposta a un articolo di Paolo Giordano apparso il 9 ottobre sul “Corriere della Sera”. S’intitola <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/"><em>La tentazione di decontestualizzare e il dovere della narrazione. Sul conflitto tra Israele e Hamas</em></a>. Giordano, dalla sua posizione “ufficiale” di romanziere popolare e di editorialista del “Corriere”, fornisce un tipico tassello al discorso di propaganda: la strage di civili realizzata da Hamas è il colmo dell’orrore, e non ha alcun senso inserirla in un contesto storico-politico. (Più di un anno dopo, ho ritrovato la firma dello stesso Giordano sotto un appello formulato da Paola Caridi e altri, dal titolo “L’ultimo Giorno di Gaza 9 maggio – L’Europa contro il Genocidio”. Cambiare idea e posizione è spesso un buon segno, ma chissà se, nel caso di Giordano, ciò si è accompagnato a un’autocritica pubblica.)</p>
<p>Comunque, pubblicato sulla mia bacheca FB, il post riceve 39 like e 10 condivisioni. Un’adesione stranamente generosa, rispetto ad altri articoli miei linkati nei mesi successivi. 15 dicembre 2023, condivido un <a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/141223/de-quel-colonialisme-israel-est-il-le-nom">importante articolo di Mediapart</a> sulle caratteristiche specifiche del colonialismo israeliano, un articolo che raccoglie testimonianze di vari specialisti, e che presenta la questione come sottoposta a dibattito; come al solito accompagno l’articolo con un commento per contestualizzare, e con la traduzione di un passaggio: nessun like. 8 dicembre 2023, condivido un mio lungo articolo apparso su NI intitolato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/"><em>La trappola e il diniego: riflessioni a margine della guerra</em></a>; 6 like. 1 maggio 2024, condivido un altro mio intervento <em>La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca</em>; 4 like. 17 dicembre 2024, è la volta di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/17/voci-della-diaspora-anna-foa-e-judith-butler/"><em>Voci della diaspora: Anna Foa e Judith Butler</em></a>;16 like e 1 condivisione. In tutt’altro contesto di “dibattito social”, uno dei miei ultimi post molto informativi sulla questione (l’annuncio di Macron di riconoscere la Palestina come Stato di fronte all’ONU) ha ricevuto 104 like e 10 condivisioni.</p>
<p>Certo, sappiamo ormai che Facebook in particolare ha operato fino a una certa data lo shadowban, ossia una politica di moderazione non esplicita, diretta a rendere meno visibili certi contenuti. Ma trovo comunque interessante riflettere sul modo in cui la “bolla” culturale (scrittori, artisti, ecc.) ha funzionato durante tutti questi mesi, e in termini non solo di consapevoli scelte individuali, ma anche di meccanismi collettivi meno evidenti.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine interna: manifestazione di studenti a Philadelphia per il cessate il fuoco.</p>
<p>*</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Questo discorso avrebbe senso anche se sostituissimo il termine “genocidio” con “massacri a tappeto” e “crimini contro l’umanità”. Io per primo, senza mai denigrarne l’uso, sono stato riluttante a impiegarlo nel suo senso “giuridico”, per semplice rispetto nei confronti della memoria dello sterminio degli ebrei d&#8217;Europa da parte dei nazifascisti. Dopo che il parlamento israeliano ha votato a fine ottobre (2024) le leggi per smantellare le attività dell’UNRWA a Gaza, cominciando a strangolare il già limitato arrivo di cibo, medicinali e acqua, ne faccio uso convintamente.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Si potrebbe benissimo fare un discorso sull’inerzia e il cinismo del mondo arabo, ma non ne faccio parte e lascio a chi lo conosce meglio di me questo compito.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Ho parlato di questo movimento di fondo, che giunge a compimento con l’era Trump 2, attraverso le analisi realizzate già venticinque anni fa da uno studioso di formazione marxista come Giovanni Arrighi: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/11/kit-di-autodifesa-nellera-trump-2-2-la-guerra-alla-scienza-e-al-giornalismo/">Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo | NAZIONE INDIANA</a></p>
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		<title>Gauze</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/13/gauze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jul 2025 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Hazem Harb]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[stefania zampiga]]></category>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Hazem Harb</strong><strong></strong><br />e <strong>Stefania Zampiga</strong><strong></strong><br />
<strong>garza</strong><strong></strong>¹ /'gardza/ s. f. [prob. dal fr. Gaze. <i>Il francese Gaze vuolsi detto dalla città di Gaza in Palestina, dalla quale una volta quella stoffa proveniva, dove si fabbricava e da cui si esportava un tempo questo tessuto]</i><i></i>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Hazem Harb</strong> (<em>dalla raccolta </em>Gauze<em>, garza su cartoncino</em>)<br />
e <strong>Stefania Zampiga</strong> (<em>testi</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-114549" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3.jpg" alt="" width="1600" height="2366" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3.jpg 1600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-692x1024.jpg 692w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-768x1136.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-1039x1536.jpg 1039w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-1385x2048.jpg 1385w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-150x222.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-300x444.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-696x1029.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-1068x1579.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-3-284x420.jpg 284w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di ordito<br />
adiacenti<br />
sottili fili<br />
ordito sottile<br />
ordito di<br />
adiacenti fili<br />
sottili trame<br />
adiacenti lunghe<br />
fra due<br />
lunghe trame<br />
lunghi fili<br />
trame in<br />
altra orditi<br />
sottili sgrana<br />
altra fili<br />
trame larga<br />
sgranata altra<br />
larga sgranando<br />
ovunque aperture<br />
adiacenti avanza<br />
un rado<br />
tessuto<br />
rarefa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>garza</strong>¹ /&#8217;gardza/ s. f. [prob. dal fr. Gaze.<em> Il francese Gaze vuolsi detto dalla città di Gaza in Palestina, dalla quale una volta quella stoffa proveniva, dove si fabbricava e da cui si esportava un tempo questo tessuto</em>]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>(garza) 2.</strong> (<i>med.) [prodotto sanitario in cotone usato per fasciare </i><i>ferite, medicazioni chirurgiche] ≈ benda, fascia.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>sulla pelle non impatta<br />
pelle nulla impatta<br />
impatta nulla pelle<br />
gossypium scardassato<br />
si posa gossypium<br />
tampona<br />
come maglia<br />
le strisce lascia<br />
imbeversi</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-114550" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-5.jpg" alt="" width="800" height="1173" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-5.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-5-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-5-698x1024.jpg 698w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-5-768x1126.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-5-150x220.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-5-300x440.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-5-696x1021.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-5-286x420.jpg 286w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-114551" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4.jpg" alt="" width="796" height="1177" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4.jpg 1600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-692x1024.jpg 692w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-768x1136.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-1039x1536.jpg 1039w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-1385x2048.jpg 1385w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-150x222.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-300x444.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-696x1029.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-1068x1579.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-4-284x420.jpg 284w" sizes="(max-width: 796px) 100vw, 796px" /></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-114552" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-6.jpg" alt="" width="800" height="1186" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-6.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-6-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-6-691x1024.jpg 691w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-6-768x1139.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-6-150x222.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-6-300x445.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-6-696x1032.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-6-283x420.jpg 283w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non, ora</p>
<p>mille. mille, mille. mille, mille, mille. mille, mille, mille, mille. mille, mille, mille, mille, mille. mille, mille, mille, mille, mille, mille. mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille. mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille. mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille. mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille. mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille. mille, mille mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille. mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille, mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille mille<br />
millemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemillemille</p>
<p>…</p>
<p><em>seamlessly</em> schermi senz’ occhi rotolamenti live scivolano.<br />
vista d’occhio IA mira</p>
<p>attriti, senza attrito</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">(racconto filato<br />
la punta di un ago non guarda)</p>
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<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-114553" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-7.jpg" alt="" width="800" height="1225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-7.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-7-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-7-669x1024.jpg 669w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-7-768x1176.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-7-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-7-300x459.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-7-696x1066.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Immagine-7-274x420.jpg 274w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p><span lang="it-IT">recedono, cedono, degradano, gocciolano, evaporano, disidratano, coagulano, acidificano</span></p>
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<p>organico-inorganici<br />
fra cellule connettivali<br />
inorganico-organiche<br />
residuano biancastri<br />
carbonati ossigeno<br />
cellule fra connettivali<br />
carbonati calcio<br />
calcio fosfati forme<br />
forme calcio fosfati<br />
in venire o andare<br />
fosfati calcio forme<br />
venire figure<br />
ossigeno andare<br />
andare figure venire<br />
forme connettivali<br />
cellule mappe<br />
su più scale</p>
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<p><strong>Hazem Harb</strong> è un artista di rilievo internazionale originario di Gaza e residente a Dubai. Nella sua traiettoria artistica di diversi decenni preserva un dialogo costante con il luogo d’origine. Negli spostamenti dapprima da Gaza a Roma dove ha conseguito un master presso l&#8217;Istituto Europeo di Design e quindi negli Emirati Arabi Uniti, Harb ha imparato a muoversi nella vita come un essere liminale. Nella consapevolezza che il luogo di origine non potrà mai essere solo una ‘terra’, l’artista impiega un repertorio in continua evoluzione di tecniche artistiche per negoziare uno spazio che è stato ritagliato e ridisegnato molte volte. La sua arte è profondamente radicata nel senso di un luogo, alimentata da intuizioni personali e coinvolta in conversazioni non facilmente separabili dall’arena globale.</p>
<p><strong>Stefania Zampiga</strong> nasce a Cesena, vive, scrive e traduce a Prato. Il suo libro d’esordio è <em>feelers</em> (Animamundi, marzo 2024, finalista Premio Montano 2025), a cui fa seguito <em>Rangifera</em> (Manufatti Poetici 2024). Con la silloge breve <em>Biocentrica</em> (premio Arcipelagoitaca 2023) è presente nell’<em>Ottavo repertorio di poesia italiana contemporanea</em> (Arcipelagoitaca, 2024). Suoi testi, traduzioni, recensioni sono in rete su blog italiani e inglesi. Traduce dall’inglese. Ha scritto per il teatro danza ed è appassionata di linguaggi performativi di ricerca.</p>
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		<title>Semi di Cetriolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/07/semi-di-cetriolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Bnei Menashe]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Teresa Rovitto]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[semi di cetriolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Maria Teresa Rovitto </strong> <br />Un mio amico ha dato i semi a un suo conoscente; quello a volte si avvicina al varco. Sarà lui a consegnarli a un palestinese che vive a al- Husayn e rifornisce la diaspora.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="640" height="427" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c.jpeg" alt="" class="wp-image-114400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c.jpeg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-630x420.jpeg 630w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>di <strong>Maria Teresa Rovitto</strong></p>



<p>Si fa dalla Giordania. C’è un passaggio controllato che permette alcuni scambi. Un mio amico ha dato i semi a un suo conoscente; quello a volte si avvicina al varco. Sarà lui a consegnarli a un palestinese che vive a al- Husayn e rifornisce la diaspora.</p>



<p><em>L’ultima volta che sono andata a Marrakech ho visitato la sinagoga. C’era una stanzetta che stonava con il contesto, allestita con foto di volti indiani. Ho scoperto che sono membri dei Bnei Menashe, tra i principali gruppi che oggi rivendicano una discendenza da una tribù israelita perduta nel mondo. A seguito della distruzione del&nbsp;Regno di Israele prima, e del&nbsp;Regno di Giuda&nbsp;poi, una parte della popolazione di religione ebraica di entrambi i regni fu deportata dai conquistatori.</em></p>



<p>Hanno la buccia più tenera. Devi assaggiarli.</p>



<p>Avrei dovuto riceverli e piantarli entro aprile. Dovresti assaggiarli.</p>



<p>Se incontreranno questa terra e la ameranno. Li assaggerai.</p>



<p>Il suo entusiasmo è protetto dal tempo futuro. Nel verbo gli pare che i semi non si disperdano. Non conosce la storia dei semi al varco. Lo dice come in una confessione, Non so che fine abbiano fatto. Lo so, qui la terra è diversa, ma i semi potrebbero amarla; la vita è una possibilità.</p>



<p><em>Nella stanza della sinagoga c’è la foto di una piccola bimba vestita di rosa che intreccia fiori; accanto a lei un bambino con la kippah. Penso subito che sia il fratello. Credono in un unico Dio. Per tutti gli altri abitanti della zona sarebbe insufficiente: i politeisti potrebbero tornare a essere presi sul serio come un tempo.</em></p>



<p>Gli piace raccontarmi della raccolta delle olive in Palestina, I più piccoli, dice, prendevano da terra quelle cadute fuori dai teli e le riponevano nelle scatolette di latta del tonno che poi svuotavano nelle cassette. Che divertimento era!</p>



<p>Una festa che ricorda con i gesti delle mani quando non vuole parlare della storia né raccontarmi di quando si è formata l’idea di persona destinata a durare nella sua mente.</p>



<p><em>Se l’abitato ha una forma geometrica esatta, troppo precisa, riconoscibile, allora è di recente costruzione. Come abbiamo imparato a scuola studiando le linee di confine delle spartizioni territoriali coloniali: lo spazio è sufficiente ma le linee o sono rette o sono frastagliate.</em></p>



<p>Io della Palestina vedo foto e video senza voice over. Voci del pianto in diretta. Si prende il pane in fila. Nessuno scriverebbe pane con lettere dorate. Pane è una parola semplice.</p>



<p>Grazie a un racconto di Mohannad Youniss capisco finalmente cosa sono. I sogni. Il protagonista vorrebbe disfarsene, allontanarli, come si fa con una mosca o con animali più minacciosi e così, chiuso al buio della sua casa, inizia a sparare cercando di ucciderli, senza troppo successo. Una mattina la parete della stanza crivellata dai colpi cede, crolla, entra la luce.</p>



<p><em>L’insediamento di Simone il Giusto accoglierà altre 200 abitazioni.</em></p>



<p>No, qui non usiamo mangiare le foglie di vite, non fanno più parte o non hanno mai fatto parte della nostra tradizione culinaria.</p>



<p>I suoi eccessi di curiosità finiscono tutti nell’aggettivo popolare che usa sempre per una domanda: è un romanzo popolare?, è un locale popolare?, è un detto popolare?</p>



<p><em>La forma di prosternazione più praticata nella contemporaneità è il sujūd islamico, che viene eseguito milioni di volte al giorno durante la preghiera quotidiana. Secondo alcune ricerche porterebbe un beneficio inatteso, ovvero ad aumenti nell’attività delle onde cerebrali alfa nella corteccia parietale e occipitale.</em></p>



<p><em>C’è un obelisco nero dell’825 a.C. originariamente eretto nell’antica città assira di Nimrud, in cui il re di Israele Jehu si prostra al cospetto del re assiro Salmanassar III.</em></p>



<p>La vite non rientra tra le piante selvatiche e autoctone che è vietato raccogliere in Area C, piante che da secoli costituiscono la dieta locale dei palestinesi, come lo za’tar, il timo, mi spiega.</p>



<p>Mi chiedo se mi sono persa qualche passaggio dei suoi resoconti da quando lo conosco.</p>



<p><em>Negli ultimi anni la domanda più cercata sul web è “What to watch”; nel 2023 fu la prima domanda con 9.140.000 ricerche.</em></p>



<p>Non cerca conforto. Ha familiarità con la stranezza delle cose, ma vuole credere che io abbia la capacità di fare piccole rivelazioni.</p>



<p>Mi dice che in attesa dei semi non sa come comportarsi. L’idea dei semi inizia ad assumere gli stessi motivi di un isolamento. Ci spaventa.</p>



<p>Ma io continuo a chiedergli della terra, a farmi presente, anche se credo di capire cosa intende dire.</p>



<p>Io della Palestina vedo foto e video senza voice over, ma solo l’immagine di quei minuscoli semi di cetriolo che non arrivano mi toglie il sonno.</p>
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