<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Genova &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/genova/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 20 Mar 2023 07:59:26 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>I delitti del Bianco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/03/20/i-delitti-del-bianco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Mar 2023 06:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Morchio]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni. narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[fratelli Frilli Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Paternostro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=102123</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Bruno Morchio</strong> <br /> La struttura per molti versi è quella del giallo classico, con un poliziotto che mostra grande empatia umana verso le vittime ma che non si lascia coinvolgere visceralmente nella vicenda, ma solo apparentemente ...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Bruno Morchio</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-102124" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/981-home_default.jpg" alt="" width="331" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/981-home_default.jpg 331w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/981-home_default-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/981-home_default-150x227.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/981-home_default-300x453.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/981-home_default-278x420.jpg 278w" sizes="(max-width: 331px) 100vw, 331px" />Nuova indagine per il commissario Ferruccio Falsopepe, investigatore di origini messapiche trasferito a Genova e ora in procinto di partire per Roma. Uomo saggio e flemmatico, marito affettuoso e padre attento ma propenso all’autoflagellazione, il capo della squadra anticrimine incappa in una caso quanto mai spinoso: la giovane farmacista Egle Presutti, figlia di un potente uomo politico genovese, viene barbaramente uccisa a coltellate mentre trascorre le vacanze agostane in quel di Courmayeur. Egle è legatissima alla inquieta gemella omozigote Mira, entrambe sono orfane di madre e poco possono contare su un padre così assorbito dall’attività politica. Il delitto si consuma sulle rive della Dora ed è messo in opera con le stesse modalità di un omicidio occorso nell’agosto 1953, nei giorni in cui il segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti, da poco scampato a un attentato che fece tremare l’Italia,  trascorse un periodo di vacanza nella valle insieme alla compagna Nilde Iotti  e alla figlia Marisa. La vittima si chiamava Angela Cavallero, era una sartina torinese e aveva la stessa età di Egle. Quanto alle indagini, la confusione regna sovrana in entrambe le inchieste, gli investigatori del posto si muovono con scarsa perspicacia e Falsopepe verrà inviato, dapprima quasi in incognito, per farsi un’idea della situazione. La agognata vacanza nel trullo di Ceglie Messapica sembra sfumare, ma in compenso lo status ufficioso dell’incarico consentirà al commissario di accompagnarsi col figlio Salvatore appena tornato dagli Stati Uniti.<br />
Il romanzo si legge con grande piacere, perché l’autore sfodera come al solito la sua ironia e una scrittura leggera e precisa, non scevra di richiami linguistici regionali – liguri, valdostani e pugliesi – puntualmente chiariti da uno stringato apparato di note che il lettore troverà in fondo al volume.<br />
La struttura per molti versi è quella del giallo classico, con un poliziotto che mostra grande empatia umana verso le vittime ma che non si lascia coinvolgere visceralmente nella vicenda, ma solo <em>apparentemente</em>, perché qui Paternostro compie un’operazione ardita (e riuscita) che sfida i canoni del genere e merita di essere analizzata.<br />
Anzitutto ponendo a stretto confronto due dimensioni: quella della fiction (l’omicidio di Egle Presutti) e quella reale, storicamente ben scandagliata attraverso gli articoli dei maggiori giornali dell’epoca, compresa <em>L’Unità</em>, organo del PCI, che mentre rendiconta le criticità dell’indagine ci fornisce una ricca messe di notizie relative al soggiorno del Migliore a Courmayeur e alle complesse vicende politiche legate alla formazione del governo Pella. Dunque anche in questo i due “casi” si assomigliano: entrambi chiamano in causa una dimensione più ampia, politica, sociale e di costume, alla quale un giornalista di lungo corso come Paternostro certo non poteva sottrarsi.<br />
Stante il fatto che il delitto di Angela Cavallero è avvenuto <em>nella realtà</em>, l’autore costruisce la trama della nuova vicenda prendendo le mosse da quella storia assai ingarbugliata così come possiamo riscostruirla sulla base dei documenti. Nel testo ricorre l’espressione “delitto in fotocopia”, giustificata dalle molte coincidenze che rendono simili i due crimini. Muoversi sul crinale fra fiction e realtà è un’operazione ardua. Nella storia della letteratura <em>crime</em> ricordiamo alcuni esempi illustri e di grande spessore, da Capote alla Atwood a Carrère, ma l’originalità di questo testo consiste nel fatto che non si limita ad affrontare romanzescamente una vicenda realmente accaduta, ma costruisce una storia di fiction che procede in parallelo con una analoga, verificatasi nella realtà. L’interesse dell’operazione è molteplice, linguistica e strutturale-compositiva. Infatti vengono messi a confronto due scritture e due linguaggi, quello della cronaca (per la vicenda Cavallero) e quello della narrativa per la storia attuale. Dissidio che evidentemente alligna nel profondo dell’autore, che è approdato al romanzo dopo una intera vita dedicata al giornalismo della carta stampata e televisivo. Quanto al piano compositivo, alla trama, l’operazione si sviluppa a partire da un assioma mutuato da uno dei più interessanti drammaturghi del Novecento, lo svizzero Friederich Dürrenmatt (a cui si fa ripetutamente riferimento nel testo): il romanzo giallo, così come lo abbiamo conosciuto nella sua versione classica, non è credibile perché è una costruzione intellettuale debole, basata sulla accurata costruzione di eventi fittizi dove <em>tout se tient</em>, mentre la vita è fondata sul caso. È il caso (e il caos) che regola le vicende umane e la pretesa del romanzo poliziesco di sistematizzarle è un inganno e un’illusione.<br />
Quale migliore occasione per dimostrarlo che mettere a confronto un’indagine reale con una inventata, sia pure condotta da un investigatore intuitivo e sagace come Falsopepe? E infatti, in entrambe le inchieste, sarà il caso a sbloccare l’impasse investigativa; l’intuizione del detective si rivelerà giusta, ma senza l’intervento  della “mano di Dio” non si sarebbe mai usciti dalle panne (altro titolo di un celebre lavoro di Dürrenmatt).<br />
Tutto ciò è narrato con una cifra ironica, lieve e spesso divertente, che origina dallo sguardo sornione del pugliese commissario Falsopepe (che a tratti ricorda il dottor Ciccio Ingravallo di Gadda), ma ovviamente è frutto della visione della vita del suo autore.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Genova di quattro scrittori liguri</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/21/la-genova-degli-scrittori-liguri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2022 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[emilia marasco]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Festinese]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Guglielmi]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=94944</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Marino Magliani</strong>, <strong>Laura Guglielmi</strong>, <strong>Guido Festinese</strong> e <strong>Emilia Marasco</strong> <br />Perché in fondo Genova è un isola, sotto il doppio assedio del sale e della pietra, assedio perso in entrambi casi, e chi scrive da Genova è un isolano. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong>, <strong>Laura Guglielmi</strong>, <strong>Guido Festinese</strong> e <strong>Emilia Marasco</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/ge855_.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-95400 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/ge855_-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/ge855_-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/ge855_-768x594.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/ge855_-150x116.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/ge855_-696x538.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/ge855_-543x420.jpg 543w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/ge855_.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Marino Magliani</p>
<p>La mia idea di Liguria è sempre stata quella di un penisolario, una lunga lingua di rocce e terra e anfiteatri di fasce, rovine, cortecce e foglie azzurre,  torrenti, un elenco di vallate-penisola, a ponente o levante di qualcosa, ma sempre circondate da un resto ligure, e con al fondo una foce, e il mare che la penetra. Come una linea la vedeva Nico Orengo, che però si sforma e si piega, parte da una frontiera e ne raggiunge un&#8217;altra, e al suo centro, &#8211; come a dividere davvero le riviere degli orti e dei giardini, &#8211; offre l&#8217;impugnatura dell&#8217;arco. Uno come me di una Liguria estrema non può non pensare  che da quel punto, da quel mondo in discesa, che è Genova, come lo era la Sanremo di Calvino, anche la scrittura possa in qualche modo diventare isola, verbosità inesauribile di un bosco di mattoni e tetti. Ho chiesto ad alcune scrittrici e scrittori (e spero di poterlo in seguito chiedere ad altri) cosa significhi scrivere da Genova, e ad alcuni di essi anche scrivere di Genova. Ringrazio Nazione Indiana che ospita me e queste scritture.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Guido Festinese</p>
<p>Se, come ha detto un poeta, Genova è città verticale dove il piano è sempre falso piano, tant’è che si sono dovute inventare mille possibilità di terrazze artigliate al nulla, allora Genova è città che predispone a scendere a precipizio, con la rincorsa forzata che scaglia lontani, come un tiro di fionda. Così è andata nei secoli, e così è andata, in complementare e antitetico percorso a ritroso, per chi s’è trovato a cadenzare passi pesanti in salita sui mattoni delle crêuze, sui segni incistati di asini e muli, andando a intercettare altre e faticose vie di fuga. Perché in fondo Genova è un isola, sotto il doppio assedio del sale e della pietra, assedio perso in entrambi casi, e chi scrive da Genova è un isolano. Che sente di avere poca terra e poco piano, e per cercare il piano deve radere con lo sguardo il mare (i monti inchiavardano e bloccano lo sguardo), fino a intercettare un’altra isola, e riprovarci. Quale sia, lo decide la scrittura e il suo verso: contropelo, qui, anche quando sembra accontentare il senso della carezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Laura Guglielmi</p>
<p>Ho scelto Genova a venticinque anni, ammaliata dai vicoli e dalla loro vita pullulante, anche se mi sento a casa mia ovunque, basta che intorno ci siano persone che guardano oltre il loro ombelico. Però una cosa la voglio dire: Lei è una città che ti strega, se ti prende non ti molla più, ti tiene stretta al guinzaglio.<br />
I Genovesi si sono sempre fatti guerra tra di loro, una Repubblica ricca e potente sui mari, con un territorio striminzito. Camillo Sbarbaro lo ha rivelato con il suo tocco lieve: Scarsa lingua di terra che orla il mare, / chiude la schiena arida dei monti; / scavata da improvvisi fiumi; morsa/ dal sale come anello d’ancoraggio.<br />
E in questa scarsa lingua di terra gli abitanti hanno trovato sul mare uno sfogo e nelle colonie del Mediterraneo grandi ricchezze. Avevano bisogno di respirare i genovesi, salivano a bordo delle loro galee e navigavano per anni. Ma a casa stavano stretti, gomito a gomito, le famiglie litigavano tra loro, tresche cospirazioni e trame costellano la sua storia di Superba. Trame appunto, Lei è una città fatta per essere descritta, è una città aggrovigliata e intricata, gli intrighi fanno parte del suo Dna, la sua Storia ne è piena. E tante piccole storie da narrare sembrano essere pronte per venire alla luce, basta andare a scovarle. E scovarle non è facile, ma quando capita ti si ficcano in testa fino a quando le scrivi e poi le vedi finalmente allontanarsi verso la linea dell&#8217;orizzonte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Emilia Marasco</p>
<p>Genova per me</p>
<p>Genova per me è camminare in salita voltandosi per guardare il mare.  Quando si scende lo si fa a passo lesto, da giovani anche di corsa come quei montanari che si buttano giù a balzi dalle pietraie. Il premio è arrivare al labirinto del centro storico, lasciarsi avvolgere dal grigio della pietra, camminare col naso in su a ritagliare con lo sguardo pezzi irregolari di cielo e alla fine ricomporre tutti i pezzi nei due azzurri contigui, cielo e mare. Genova è sapere che c&#8217;è, il mare, anche quando non lo vedi, quando qualcosa ne impedisce la vista, anche se si abita a piano terra. Sappiamo che c&#8217;è, è mobile e inquieto da vicino, è un solido tra i solidi da lontano, dall&#8217;alto, da Spianata Castelletto, come in quelle vedute di Cezanne in cui il mare, il cielo, perfino l&#8217;aria sono fatti di materia concreta.<br />
Genova per me è vento e calma piatta, è uno stato d&#8217;animo in continua mutazione, è una malattia mi disse un giorno un famoso critico d&#8217;arte, per questo quasi tutti dite di volervene andare ma non lo fate a meno che non siate costretti.<br />
Genova è la Cuoca dello Strozzi, anzi è una perla della sua collana di corallo che racchiude tutta la qualità della pittura dell&#8217;artista, l&#8217;intera onda della sua pennellata.<br />
Ecco, quella perla, semplice ma ricca di colore e di significato per me è Genova.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un gelido dicembre milanese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/28/94161/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Nov 2021 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Grandicelli]]></category>
		<category><![CDATA[Arianna Destito Maffei]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Morellini Editore]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Un gelido inverno in viale Bligny]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=94161</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Antonella Grandicelli</strong> <br />Un gelido inverno in viale Bligny (Morellini Editore, 2021), è il convincente debutto nella narrativa gialla della scrittrice genovese Arianna Destito Maffeo,]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonella Grandicelli</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/un-gelido-inverno-in-viale-bligny-579512.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-94164 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/un-gelido-inverno-in-viale-bligny-579512.jpg" alt="" width="301" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/un-gelido-inverno-in-viale-bligny-579512.jpg 517w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/un-gelido-inverno-in-viale-bligny-579512-194x300.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/un-gelido-inverno-in-viale-bligny-579512-150x232.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/un-gelido-inverno-in-viale-bligny-579512-300x464.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/un-gelido-inverno-in-viale-bligny-579512-271x420.jpg 271w" sizes="(max-width: 301px) 100vw, 301px" /></a></em></p>
<p><em>Un gelido inverno in viale Bligny </em>(Morellini Editore, 2021)<em>, </em>è il convincente debutto nella narrativa gialla della scrittrice genovese Arianna Destito Maffeo, che, già conosciuta per la cifra ironica e sensibile dei suoi racconti, trova qui piena maturità espressiva anche nella dimensione del romanzo.<br />
La trama si snoda in un freddo dicembre milanese, ma entrando nel vivo del racconto si ha la netta sensazione che non sia solo questa la stagione a cui l’autrice si riferisce. Perché se è vero che una pioggia grigia e greve o una neve opaca fanno spesso da sfondo alla vicenda, non è solo questo il gelo che pervade le esistenze dei molti personaggi. Più che una stagione climatica, l’inverno citato nel titolo appare più come un tempo dell’anima, in cui tutti si trovano immersi e con cui tutti si trovano a dover fare i conti. A partire dalla protagonista, il vice-questore Andrea De Curtis.<br />
“Si addormentava con l’idea di lasciare la polizia e si svegliava al mattino, in preda all’ossessione di salvare nuove vite o di rendere giustizia alle vittime della malavita.” Controversa, tormentata, difficile da definire e ancor più da fermare in un’immagine nitida, Andrea è una donna con un nome da uomo che è attratta dalle donne; detesta il suo mestiere, che la mette in contatto con il lato oscuro dell’animo umano, ma non ne può fare a meno, perché è proprio quel lato oscuro che lei sente di dover sconfiggere; divide le sue radici tra la passionalità partenopea, che le deriva dal padre, e la durezza nordica, che le deriva dalla madre. Insomma, è un concentrato di contraddizioni e di spinte opposte e contrarie, che la rendono una persona spigolosa, a tratti dura, ma anche intensamente fragile. Il suo nomadismo esistenziale la porta a lasciare una luminosa Liguria, dove il suo talento investigativo ha già avuto modo di lasciare un segno, per spostarsi in una brumosa Milano, approdando in un appartamento anonimo a fianco del famigerato Palazzo Mondo, il civico 42 di viale Bligny, crocevia di storie e destini. Il primo impatto con la città e con il suo nuovo incarico sarà quello con un omicidio intriso di una crudeltà terrificante e nessun indizio a darne conto: Edoardo Solari, gallerista di fama, collezionista di preziose icone russe, trovato morto con la gola squarciata e il volto immerso nel fango. E l’istinto di De Curtis si metterà subito in moto insieme al suo doloroso bisogno di ripulire il mondo dall’orrore del crimine.<br />
Tra i bagliori dorati e il lusso del mondo dell’arte, la fragilità ritorna ad essere la vera protagonista: quella di Edoardo Solari, circondato dal successo e da donne bellissime, eppure angosciato dal suo destino; quella di Sophie Martini, artista di talento, bella e ricca, eppure così insicura; quella di Marco Rovatti, marito di Sophie, attanagliato da una gelosia morbosa e lesiva nei confronti della moglie, incapace di goderne la presenza senza la paura di perderla. L’arte diventa il luogo in cui le loro debolezze si costruiscono un alibi, l’opaco specchio dell’incapacità di vivere.<br />
“La sofferenza ci rende deboli. Il dolore annienta le difese e stravolge i comportamenti, fino a privarci della nostra libertà. Il dolore ci schiaccia e ci distrugge.” Per dipanare un mistero fatto di sangue e perversa sofferenza, Andrea De Curtis dovrà scavare oltre il visibile, dovrà mettere le mani dentro alle oscure profondità dell’anima, riconoscerne i tormenti, le ambiguità che lei stessa a volte si trova a dover combattere. Dovrà trovare il filo che lega tutte quelle fragilità all’affannosa  ricerca di una guarigione dalle proprie ossessioni, che per ognuno passa attraverso una strada diversa e per l’assassino affonda in un cammino di sangue. Un’indagine complessa, una discesa nelle tenebre, una corsa contro il tempo per giungere ad una verità che si rivela sorprendente ed inattesa per tutti.<br />
Così come dipingere un’icona significa “scrivere” una preghiera che conduca ad una guarigione, altrettanto “scrivere” la propria vita è un percorso difficile che anche De Curtis deve affrontare e che è convinta di dover affrontare da sola, come ha sempre vissuto, nascondendosi al calore dei sentimenti, incapace di fidarsi di chi la circonda. Ma la vita nasconde sempre imprevedibili scarti, impensabili deviazioni e quella di Andrea De Curtis non fa eccezione. “A volte succede: si incontra qualcuno per caso, ci si annusa, ti specchi e ci si ritrova nei pensieri dell’altro nelle storie semplici che racconta e si decide che va bene così, che è proprio quello che ti serve in quel momento.” Proprio in quel civico 42 di viale Bligny, in quel mondo variopinto e allegramente instabile che giorno dopo giorno Andrea sta imparando sempre più ad amare, vive Marlene, trans dal passato difficile che lì ha finalmente trovato la felicità nel coraggio di essere se stessa, e che riuscirà a trasmetterle quel calore umano e quel senso puro di amicizia che rendono un luogo degno di essere chiamato casa. E sarà la sua mano tesa ad accompagnarla lungo la strada della guarigione da una solitudine antica e dalle staffilate di un dolore con cui deve imparare a convivere. Per cominciare a sciogliere il gelo di quel lungo inverno dell’anima. “Ma niente nel mondo di Marlene la rattristava. Ogni oggetto, ogni gesto e ogni parola rivelavano qualcosa di lei e irradiavano una luce particolare: quella della dignità della verità.”</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;inferno di Taranto e di Genova</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/28/linferno-di-taranto-e-genova/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/28/linferno-di-taranto-e-genova/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2021 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Cosimo Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[ilva taranto]]></category>
		<category><![CDATA[Minumum Fax]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Orso Tosco]]></category>
		<category><![CDATA[ponte Morandi]]></category>
		<category><![CDATA[reportage]]></category>
		<category><![CDATA[taranto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=92969</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Cosimo Argentina</strong> e <strong>Orso Tosco</strong> <br />(C. A. parla della genesi di Umè, e O. T. di quella di Bestïn, i due reportage letterari dedicati rispettivamente all'incidente dell'Ilva di Taranto e al crollo del Ponte Morandi di Genova]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Cosimo Argentina</strong> e <strong>Orso Tosco</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-93078" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-300x428.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-294x420.jpg 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1.jpg 536w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a>(C. A. ha accettato di parlare della genesi di &#8220;Umè&#8221;, e O. T. di quella di &#8220;Bestïn&#8221;, i due reportage letterari dedicati rispettivamente all&#8217;incidente dell&#8217;Ilva di Taranto e al crollo del Ponte Morandi di Genova, riuniti nel volume &#8220;Dall&#8217;Inferno&#8221;, pubblicato questo mese da Minimum Fax)</em></p>
<p>Forse era la fine del 2016 oppure erano gli inizi del 2017. Ho scritto questo romanzo breve, Umè, con il titolo provvisorio di Alle teste di ferro. Il titolo provvisorio derivava da un gioco sinistro che facevamo da ragazzi, lì, nel quartiere, a Taranto. Se ad esempio ci trovavamo in gruppo, in uno sterrato, a un certo punto uno di noi afferrava un masso e lo lanciava in aria urlando “all’ cap’ d’ firr’” e tutti dovevano spostarsi in velocità per non prendere in testa il masso in ricaduta. Insomma, quel ricordo mi aveva fatto riflettere sulla condizione della mia città. A turno un po’ tutti hanno lanciato un masso in aria e non sempre i tarantini sono riusciti a spostarsi in tempo. Quindi scrissi il romanzo breve: 50 cartelle. Non doveva essere un’opera lunga, né brevissima, non un racconto, insomma. L’ispirazione questa volta veniva dalla pittura e non da romanzi dei grandi carnivori del passato (perché c’è sempre un romanzo ispiratore o un film). I quadri di Munch. I quadri tormentati di Van Gogh. Quelli feroci di Francis Bacon. Umè è venuto fuori come un urlo. Umè significa “il maestro”, ‘u mestr’, umè. È un richiamo. Se uno vuol richiamare qualcuno urla umè! Ce cazz’ ste face? Ho buttato giù le parole in uno stile espressionista. Ho dilatato ogni singolo cingolo della struttura narrativa e della fabbrica. Ne è venuta fuori una distopia in parte allucinata in parte fedele alla tribù alla quale appartengo.<br />
Per la trama non ho avuto dubbi: non c’era e non doveva esserci. Semplicemente un uomo si presenta a uno degli ingressi per fare affiancamento nel suo primo turno di lavoro. È notte. Piove. E c’è stato un incidente forse mortale. L’uomo si muove in una fabbrica grande come una città di 350mila abitanti. Sembra girovagare a vuoto, ma in realtà sta compiendo un vero e proprio tour simbolico. Il siderurgico si mostra a lui sollevando i vestiti e mostrandogli le interiora.<br />
Una volta finito di scrivere lo lasciai in un file del pc. Lo ritenevo ostico e di difficile pubblicazione. Poi la telefonata di De Gennaro che mi parlava di un’idea: unire due autori e far scrivere loro su due città che avevano subito ferite dolorose. Avevano pensato a Taranto per l’Ilva e a Genova per il ponte Morandi. Per Genova avevano pensato a un giovane autore che si era messo in luce con il romanzo Aspettando i naufraghi: Orso Tosco.<br />
“Tu te la sentiresti di scrivere qualcosa del genere?”<br />
“Sì. Ho giusto un lavoro che potrebbe essere utile”.<br />
“Bene”.<br />
Da allora sono passati quasi due anni e quando ci siamo risentiti avevo messo mano al testo snellendolo senza sacrificare le parti vitali della storia. E rileggendolo mi sembrava buono, ma ancora un tantino ostico. Lo slang, l’ambientazione, l’assenza di storie d’amore all’interno, il sapore della pioggia acida dalla prima all’ultima pagina, la lotta per la sopravvivenza mi sembravano ingredienti troppo duri da digerire. Ma c’era il risvolto civile. Per una volta rileggendo un mio scritto avevo pensato di essere andato oltre la storia pura e semplice.<br />
Insomma, forse uno scrittore oltre a intrattenere la gente, i lettori, ha anche un compito: sputargli in faccia alcune realtà, sebbene deformate e ritorte dalla propria penna, che la letteratura ha la libertà di poter esibire.</p>
<p>Cosimo Argentina</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal 2006 al 2015 ho vissuto a Londra. E la mia vita londinese era composta da pochi punti fissi, o nuclei centrali, o gnommeri, che al loro interno contenevano altre piccole azioni: c’era il lavoro &#8211; facevo il guardiano in un museo &#8211; e trattandosi di un mestiere per cui è sufficiente essere vivi e in orario, nelle ore che mi separavano dalla libertà, leggevo e scrivevo, e nelle postazione meno visibili, e dotate di uno sgabello, ne approfittavo per riprendermi un po’ del sonno che mi ero rubato da solo a causa dell’altro nucleo quotidiano, il bere: che al suo interno, come ogni sinfonia che si rispetti, conteneva vari movimenti: l’allegro era rappresentato dai pub, chiassosi, caldi, densissimi; l’adagio erano le birre sul canale, con le loro grafiche raffiguranti danzatori polacchi stilizzati, oppure api, goblin ghignanti; il minuetto erano invece le bottiglie di vino cileno delle festicciole casalinghe, le infinite bottiglie dentro le quali osservavo galleggiare sorridenti amici e amiche, fidanzate e quasi fidanzate, in attesa del finale, che generalmente coincideva con una successione piuttosto sghemba di piccoli disastri quotidiani che forse avevano anche un nome, ma non nella mia lingua dell’epoca.<br />
Però, di tanto in tanto, per rifiatare, mi concedevo lunghe passeggiate. E durante queste passeggiate perdevo ore e ore dentro ogni tipo di negozietto di seconda mano in cui mi imbattevo. Fu in uno di questi negozi, credo fosse l’Oxfahm in Kingsland road, che mi capitò in mano un libro di Cosimo Argentina. Io Cosimo non l’avevo mai sentito nominare. Inizia a sfogliarlo per pura pigrizia, avevo mal di testa ed era l’unico libro nella mia lingua madre. Poche righe dopo mi accorsi di essermi fregato con le mie stesse mani: basta camminata senza una meta, basta gironzolare a caso, avevo soltanto voglia di trovarmi una sedia o una panca, e di starmene a leggere. C’era infatti qualcosa in quella scrittura che mi impediva non soltanto di lasciare lì quel libro, di riporlo in mezzo ai suoi amici anglofoni, ma anche di smettere di leggere. La letteratura di Cosimo è priva di quelle pose o civetterie inutili che spesso danneggiano anche i bravi scrittori, quando si compiacciono troppo, quando hanno lo specchio troppo vicino alla tastiera del computer.<br />
Questo per dire che quando mi è stato proposto di partecipare a questo libro a due teste, “Dall’inferno” e che il mio compagno di viaggio sarebbe stato proprio Cosimo, ho avvertito da subito l’esigenza di giocare pulito. Si potrebbe dire, di giocare pulito nello sporco. Non volevo e non potevo permettermi scorciatoie, o trucchetti. Per rispetto nei confronti di un certo tipo di letteratura, e per rispetto nei confronti di un tema come quello della tragedia del Ponte Morandi a Genova. Mi è venuto in soccorso Orazio Lobo, il protagonista della mia storia, con la sua coerenza di acciaio matto, e con le sue regole assurde e ferree come quelle dei bambini che giocano senza giochi.<br />
Il gioco e la morte, l’ambizione e il crollo, le voci e le visioni, sono i tasselli che legano la mia storia e quella di Cosimo, come una striscia di corallo che da Taranto disegna una splendida cicatrice fino a Genova, e forse, anche oltre.</p>
<p>Orso Tosco</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/28/linferno-di-taranto-e-genova/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>QUANDO LA POESIA SI TINGE DI GIALLO</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/04/15/antonella-grandicelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 12:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Grandicelli]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Morchio]]></category>
		<category><![CDATA[Frilli Editori]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=88852</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Bruno Morchio</strong> <br /> Già il titolo di questo romanzo suggerisce al lettore in quale insidioso territorio si sta inoltrando. L’assunto di Manchette, ispirato alla prosa di Dashiell Hammett, che la scrittura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/514puKIVPuL._SX324_BO1204203200_.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-90337" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/514puKIVPuL._SX324_BO1204203200_.jpg" alt="" width="326" height="499" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/514puKIVPuL._SX324_BO1204203200_.jpg 326w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/514puKIVPuL._SX324_BO1204203200_-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/514puKIVPuL._SX324_BO1204203200_-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/514puKIVPuL._SX324_BO1204203200_-300x459.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/514puKIVPuL._SX324_BO1204203200_-274x420.jpg 274w" sizes="(max-width: 326px) 100vw, 326px" /></a>di <strong>Bruno Morchio</strong></p>
<p>Già il titolo di questo romanzo (Antonella Grandicelli, <em>Il respiro dell’alba</em>, Fratelli Frilli Editori, 2021) suggerisce al lettore in quale insidioso territorio si sta inoltrando. L’assunto di Manchette, ispirato alla prosa di Dashiell Hammett, che la scrittura del noir (o <em>polar</em>, da distinguere dal tranquillizzante e consolatorio <em>policier</em>) debba essere basica, di grado zero, nel tempo è andato a farsi benedire. Peraltro, a smentirlo ci aveva già pensato un certo Raymond Chandler, che con Hammett è stato il fondatore dell’hard-boyled americano.<br />
Così in Europa, dopo la scrittura “oggettiva” di Simenon, abbiamo conosciuto la prosa altamente letteraria di Vázquez Montalbán e quella lirica di Jean-Claude Izzo.<br />
Succede, quando i poeti si mettono a scrivere gialli.<br />
È il caso di questo romanzo, che da Montalbán prende in prestito anche l’ossatura narrativa: una persona che il protagonista ha conosciuto nel passato viene uccisa e l’indagine ne ricostruisce il percorso e la fisionomia, così come si è evoluta nel tempo, grazie alle testimonianze di coloro che la hanno frequentata e conosciuta.<br />
Lucia Senarego, figlia di una famiglia dell’alta borghesia genovese, viene trovata morta annegata nelle acque di Vernazzola. I due acciaccati protagonisti, il commissario Vassallo e il poeta (eccolo lì!) Luigi Martines, che con Lucia aveva trascorso indimenticabili vacanze estive in quel di Casella ai tempi dell’infanzia e dell’adolescenza, sono convinti che la donna sia stata uccisa, ma il Potere che emana dai Senarego fa di tutto perché questa ipotesi sia esclusa a priori, al punto che la ricerca della verità (per tacere della giustizia) diventa operazione illegale perfino per un tutore ufficiale della legge.<br />
Della trama non direi altro, se non che è ben articolata in un intreccio che incolla il lettore alla pagina, con tutti gli artifici del caso, a cominciare dal <em>cliffhanger</em>, che lo lascia “appeso” ogni volta che si cambia prospettiva passando da una voce narrante all’altra (Vassallo/Martines); da rilevare come i personaggi emergano a tutto tondo e soprattutto il crescendo di empatia generata dal tragico destino della vittima, a cui, come deve essere, la letteratura restituisce dignità di personaggio misterioso e poliedrico e, in ultima analisi, mitico.<br />
Insomma, un romanzo che non ci lascia mancare niente, compresa la conclusione, che ci rimanda di nuovo alla lezione di alcuni grandi, fra cui Dürrenmatt e ancora Montalbán, riguardo alla problematicità della verità a cui approdano le indagini di polizia.<br />
Ma quello che  qui ci preme sottolineare, come suggerisce il titolo, è la qualità della scrittura. Procediamo a brettio, con un florilegio di citazioni casuali che meglio di qualunque considerazione danno l’idea di che cosa stiamo parlando: “Il vetro mi rimandò i suoi lineamenti tesi negli occhi socchiusi, le labbra tirate, il corpo inquieto come l’aria prima della pioggia” (p. 33); “Nonostante suor Ludovica tentasse di apparire indifferente, il suo fastidio… emergeva come l’odore di stantio quando si apre un armadio chiuso da mesi” (p.137); “Fuori la sera aveva un colore bastardo, smarrito”  (p. 163); “Sui gradini del portone, ingialliti come i denti di una vecchia” (p. 164); “La madre, un osso liscio, senza imperfezioni, bianco e cereo” (p. 167); “Al passaggio di un tiro secco di tramontana il silenzio si arruffava” (p. 169); “Il cielo era sereno e intenso, l’aria frizzante, quasi primaverile, se non fosse stato per quella patina di rassegnazione dorata che la luce d’ottobre posa sulle foglie degli alberi” (p. 182); “Lucia che aveva luce negli occhi, che aveva gambe e sogni lesti, che strappava l’erba per sentirne il profumo di vita” (p. 206); “Mi avviai, nel pomeriggio che aveva già con sé i colori della notte” (p. 208); “Ancora una volta Vittoria usava Lucia per tenere saldo lo steccato bianco che circondava la sua reputazione” (p. 222); “Le mie parole avevano il gusto amaro della ruggine” (p. 278); “Un sorriso gli tagliò la faccia” (p. 300).<br />
È chiaro adesso? Altro che scrittura “oggettiva”!<br />
Qualcuno si chiederà se questo  genere di prosa sia “adatto” al genere; personalmente rovescio la domanda e mi chiedo che cosa possa ravvivare un genere così ubiquitariamente praticato (oggi chi viene trombato alle elezioni, va in pensione, litiga con il capoufficio, è mollato dalla moglie o dalla fidanzata, che cosa può fare di meglio che scrivere un giallo?) non abbia un disperato bisogno di <em>letteratura</em>, cioè di trarre il meglio in fatto di trame, situazioni drammatiche e scrittura, dalla grande letteratura (dai classici greci fino ai maestri del Novecento, noiristi e no).<br />
L’autrice, che è una lettrice vorace e pratica per studi e per lavoro diverse lingue straniere, è per certo sulla buona strada. Consigli: lavorare sui dialoghi e sull’editing. Ma questo, si sa, è un processo che per ciascuno di noi non finisce mai.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Vennero in sella due gendarmi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/20/vennero-in-sella-due-gendarmi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/20/vennero-in-sella-due-gendarmi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Sommariva]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Origone]]></category>
		<category><![CDATA[zerocalcare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=88130</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Pandin Il 23 maggio 2019 più di mille persone si sono raccolte a Genova in piazza Corvetto per contrastare un comizio elettorale di casapound. Della reazione brutale della polizia avrete potuto leggere diffusamente sulla stampa nazionale, che si è mossa in solidarietà del giornalista Stefano Origone di Repubblica &#8211; vittima e testimone delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-88131" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/copertina.png" alt="" width="391" height="364" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/copertina.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/copertina-300x278.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/copertina-250x232.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/copertina-200x186.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/copertina-160x149.png 160w" sizes="(max-width: 391px) 100vw, 391px" />di <strong>Marco Pandin</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Il 23 maggio 2019 più di mille persone si sono raccolte a Genova in piazza Corvetto per contrastare un comizio elettorale di casapound.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Della reazione brutale della polizia avrete potuto leggere diffusamente sulla stampa nazionale, che si è mossa in solidarietà del giornalista Stefano Origone di <i>Repubblica</i> &#8211; vittima e testimone delle violenze.<br />
Minore circolazione ha avuto, invece, la notizia delle cinquantasei denunce e dei circa 60.000 euro di multe affibbiate a persone che la questura ha potuto identificare grazie alle numerose telecamere collocate intorno alla piazza. Persone che saranno a breve trascinate in tribunale per difendersi dall’accusa di antifascismo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">E’ stato messo in piedi un fondo di difesa e per sostenerlo Marco Sommariva (scrittore) e Marco Pandin (vecchio collaboratore di A/Rivista Anarchica) hanno avuto l’idea di chiedere aiuto ad amici e compagni impegnati nel mondo dell’arte: musicisti, disegnatori, pittori, scrittori e performer. La voce è girata tramite passaparola, scavalcando le distanze geografiche e le differenze di stile espressivo; ognuno ha contribuito come poteva e sapeva fare, in maniera volontaria e del tutto gratuita.<br />
Ne viene fuori una raccolta composita, che proprio dalla diversità delle voci e dei segni, delle parole e dei suoni trae linfa vitale. Un libretto e due CD dove ci sono dentro Genova e Napoli e il Veneto e Roma e Catania e il Cilento. Ci sono dentro Fabrizio de André e una “Genova per noi” rifatta in un modo che lascia senza fiato. Scritti bolognesi e milanesi, canzoni in occitano e in friulano, nomi con un certo peso e una certa storia ed altri poco noti, gente abituata ai palasport e altri ai piccoli spazi dei centri sociali, voci che si sentono spesso alla radio e altre che alla radio non passano, parecchie adesioni che hanno sorpreso e reso felici i promotori.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">C’è da imparare parecchio da questa solidarietà giunta senza chiedere nulla in cambio, da questa vicinanza nonostante tutto – difficoltà tecniche, lungaggini burocratiche e vincoli contrattuali, nonché l’impossibilità di spostarsi causa covid. E’ stato uno stringersi forte che ci ha insegnato a non temere né pandemie né processi né rappresaglie.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Il disegno in copertina l’ha fatto Zerocalcare e non serve raccontarlo, ma è bene ricordare che il prossimo luglio saranno trascorsi vent&#8217;anni da quel tragico G8 che vide sempre Genova come palcoscenico.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Il titolo dell’iniziativa &#8211; &#8220;Vennero in sella due gendarmi, vennero in sella con le armi&#8221;. Fabrizio De André ogni tanto si<span style="font-size: medium;"> divertiva a modificare i testi delle sue canzoni: ha inventato degli svizzeri nel bosco e una meravigliosa signorina Anarchia che s’è vista assai spesso accanto a lui fino all’ultimo. Nel nostro sogno genovese, al pescatore i due gendarmi chiesero se lì vicino fosse passato un ragazzino; lui non rispose, e a quelli venuti con le armi offrì solo una specie di sorriso.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">I due CD non sono distribuiti commercialmente nei negozi. Vengono diffusi per le strade di Genova, in maniera militante. Un riferimento può essere Marco Sommariva &#8211; il suo sito/blog è raggiungibile a <a href="http://www.marcosommariva.com">questo link</a></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><em>Hanno partecipato, con contributi sonori, scritti e grafici</em>: </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Giorgio Canali, Andrea Sigona, Yo Yo Mundi con Marco Rovelli, Ascanio Celestini, Mars on Pluto, L’Estorio Drolo, Alessio Lega, Banda POPolare dell’Emilia Rossa, Modena City Ramblers, Nuovo Canzoniere Partigiano, Bandabardò, Lo Zoo di Berlino con Franco Fabbri, Gang, Luca Bassanese, Loris Vescovo, Simona Boo, Paolo Capodacqua, Od Fulmine con Davide Toffolo. Dany Franchi, Franti, Massimo Zamboni, Umberto Maria Giardini, Subsonica, Kina, Wu Ming Contigent, Daniele Sepe e i Fratelli della Costa, Caparezza, Luca ‘O Zulù Persico, Mauràs, Signor K, Assalti Frontali, Putan Club, Cesare Basile, Lalli e Stefano Risso.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Erri de Luca, Giansandro Merli, Franco Arminio, Maurizio Maggiani, Fabio Geda, Paolo Cognetti, Haidi Gaggio Giuliani, Max Mauro, Marco Sommariva, Alessandro Spinazzi, Carmine Mangone, Stefano Giaccone.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Zerocalcare, Gaia Cocchi, Fabio Santin, Chiara Sestili, Elia Fortunato, Federico Zenoni, Stefano Sommariva, Shinbross [Giulio Sciaccaluga], NicoComix.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/20/vennero-in-sella-due-gendarmi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La malinconia dell&#8217;entusiasmo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/13/storie-da-carruggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 07:45:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Morchio]]></category>
		<category><![CDATA[garzanti]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=77731</guid>

					<description><![CDATA[di Marino Magliani Non è esattamente come se il mare, nei romanzi di Bruno Morchio, finisse per essere altro, ma come se l’autore andasse oltre l&#8217;immagine di puro contraltare alla costa, siano romanzi ambientati in Liguria, a Genova soprattutto, in Sardegna, o, in parte, in cittadine della Riviera come Pieve Ligure, ad esempio Uno sporco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/bruno-morchio-uno-sporco-lavoro-9788811602989-24-300x456.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-77924" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/bruno-morchio-uno-sporco-lavoro-9788811602989-24-300x456-197x300.jpg" alt="" width="130" height="198" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/bruno-morchio-uno-sporco-lavoro-9788811602989-24-300x456-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/bruno-morchio-uno-sporco-lavoro-9788811602989-24-300x456-250x380.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/bruno-morchio-uno-sporco-lavoro-9788811602989-24-300x456-200x304.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/bruno-morchio-uno-sporco-lavoro-9788811602989-24-300x456-160x243.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/bruno-morchio-uno-sporco-lavoro-9788811602989-24-300x456.jpg 300w" sizes="(max-width: 130px) 100vw, 130px" /></a>Non è esattamente come se il mare, nei romanzi di Bruno Morchio, finisse per essere altro, ma come se l’autore andasse oltre l&#8217;immagine di puro contraltare alla costa, siano romanzi ambientati in Liguria, a Genova soprattutto, in Sardegna, o, in parte, in cittadine della Riviera come Pieve Ligure, ad esempio <em>Uno sporco lavoro </em>(Garzanti, 2018<em>)</em>, l&#8217;ultimo pezzo del mosaico, con un protagonista, Bacci Pagano, che al solito riesce ad aggrapparsi a qualcosa di vissuto per interrogare il futuro. E quasi sempre funziona, nel senso che quel mare emerge, diventa il contenitore di una “memoria del futuro”. Mare guardato da mezza costa, dal deserto di pietra, un punto di vista simile a quello dei cimiteri sul mare, Le Trabuquet, Le vieux Chateau. Il cimitero di Paul Valery a Sete. Da un luogo dove qualcosa è finito, e resta il mare. Forse è  tutta quella malinconia dell&#8217;entusiasmo, come la chiamerebbe Pablo d&#8217;Ors, a distillare la memoria  miracolosamente, pura eppure imperfetta, mancante (o troppo piena di vita) come se di quel mare (e della memoria) qualcosa si debba per forza perdere e alla fine non resti che il colore,  blu, ligure, rispecchiato dal blu siderale col quale ci si ferisce alzando gli occhi dai carruggi.<br />
È un senso di Liguria urbana, quello che si respira a Genova, solo a Genova, dove tutto è di pietra, e lo è molto più che altrove, in Liguria, più ancora che nella sua sua ruralità. Tutto suda e trasuda, e ci sono odori incredibili (di minestrone, sosteneva Tabucchi), per dire che chi ci vive, i Bacci Pagano, non hanno a disposizione vite normali, non riescono a sopportare il peso di tutta quell&#8217;archeologia, e allora in quella ricerca un po&#8217; ci si perdono come ci si perde a Sottoripa&#8230;  Ciò che provo a dire è che i romanzi di Bacci scavano dentro un materiale talmente unico, storico (dorico?) che dev&#8217;essere un po&#8217; come se i Bruno Morchio in qualche modo si mettessero a scrivere le loro saghe e a costruirle, smontando e lavorando su quel fondo di mineralità, prima ancora di trovare o cercare le trame. Come se ci giocasse per un noirista l&#8217;inconsueto fascino di lavorare su un paesaggio prima ancora che sulla trama. E allora uno resta lì, a Genova, o altrove, con Bacci, e vorrebbe dirgli che forse il gusto di quella cosa lì della verità nei gialli con lui si potrebbe anche perdere. Genova (ma poi passeremo a Pieve, che qui è più che altro quel male che veniva dal mare, per usare un titolo di Giuseppe Conte) col suo centro storico in mano agli emigranti, questa Genova che per tanto tempo ha contrastato la potenza sovrastante “piemontese”, impedito a costoro il mare. Genova che pian piano ha ceduto tutto, prima il mare, poi la terra, lasciando che dall&#8217;enclave il nemico allargasse il passaggio, erodesse altre vallate, chiudesse litorali, spintonasse tutto ciò che era possibile verso levante o verso ponente&#8230; Per ultimo, stretta da due riviere, orti e giardini, Genova si è rimpicciolita, chiusa nei suoi spazi stretti e ombrosi, è dovuta scappare oltre pozzanghera, ha persino permesso all&#8217;infezione nazista di cercare dai suoi moli una rotta, quella Genova che in qualche modo ha lottato contro l&#8217;invenzione del terrore, è quella la Genova che ha generato la malinconia, e i suoi eroi, i sopravvissuti, gli eredi della Resistenza, i discendenti di una Liguria che non c&#8217;è più, che hanno iniziato la loro lotta, sotterranea, buia, i suoi eroi, figli di operai di Sestri Ponente, hanno protestato, i suoi giovani e pieni di speranza e di sete di mondo e di giustizia, hanno partecipato&#8230; E il caso è che si siano fatti sorprendere con una pistola in mano, pistola non loro, ma di cui sono entrati in possesso, certo, per caso, per pochi frammenti di tempo, e tra il ritrovamento del ferro e l&#8217;istante in cui lo stesso sarebbe finito in un cassonetto ne erano in possesso&#8230; Ecco, sarà sempre questo il pezzo di memoria incancellabile, il mare che diventa altro, per Bacci Pagano, mare che ferisce e non si distingue dal cielo, l&#8217;ossessione, le cantonate, vere e figurative, la cifra della sua malinconia. Lasciate perdere la verità, che c&#8217;entra, leggete là dentro la malinconia di un <em>perdedor</em> che assomiglia ai perdedor di Bolaño, ma con qualcosa in più, anzi in meno dei perdedor di una letteratura selvaggia, con in meno la <em>bile negra</em>&#8230; Quella cosa che quando scoppia schizza ovunque e che caratterizza una certa letteratura, ma che quando leggiamo Bacci Pagano non troviamo&#8230; Perché? Questo non lo so&#8230; Ma è così che ho letto <em>Uno sporco lavoro</em>, e quella città che sembra voglia stupire a tutti i costi, con la sua lingua della memoria, dentro <em>Uno sporco lavoro  </em>ce la ritroviamo fin da subito, basta un sanatorio, la concessione di una <em>madaleine</em>, la sfogliatella. Il resto, sulla vespa asmatica che arriva e si spegne, ci porta in una stanza e ci mostra i corpi di due persone che sono state giovani, belle, abbronzate, palpitanti, piene di tempo davanti, e alle quali ora è concesso un altro po&#8217; di tempo per rivedere un vecchio mare al fondo del quale sono colati a picco proiettili, caricatori, sogni, un mare che finisce contro una spiaggia piena di scogli dietro i quali trovare rifugio se ci sparano; un sentiero che incide la scogliera e una gran villa con piscina e la strana servitù, formata da una curiosa signora lombarda e un antipatico ma intelligente domestico; con una bellissima, molto più bella di quanto non lo sia davvero, baby sitter, e un bambino al quale per la prima volta in piscina è concesso di nuotare con i braccioli; e una moglie fragile, viziosa, bellissima, forse meno di quanto non lo sia davvero, e un affarista sovrappeso e losco, e traffici di armi, politici di rango.<br />
A guardare questa gente che appare o appare solo ai margini, e a guardare quel mare largo con motoscafi e malavitosi tatuati e armati, lo zaino in spalla con la pistola, un Bacci Pagano della prima ora, abbronzato, che in giardino, a bordo piscina, davanti a una tavolata ben bandita per una colazione importante, prende solo un caffè, mi fa venire in mente che almeno in questo, se non mi sbaglio, non assomiglia all&#8217;autore.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Forma e colpa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/09/16/forma-e-colpa/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/09/16/forma-e-colpa/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Sep 2018 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Giorgio Cassani]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Tonus]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Tondini]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[ponte Morandi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=75770</guid>

					<description><![CDATA[(a seguito del dialogo fra Alberto Giorgio Cassani e Gianfranco Tondini inerente il crollo del ponte Morandi, e dei commenti che ne sono seguiti, l&#8217;architetto Andrea Tonus ha voluto mandarmi un suo approfondimento che qui volentieri pubblico. G.B.) di Andrea Tonus Ora dirò come è fatta Ottavia, città-ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>a seguito del <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/08/20/ponti-dautore-che-crollano/">dialogo fra Alberto Giorgio Cassani e Gianfranco Tondini</a> inerente il crollo del ponte Morandi, e dei commenti che ne sono seguiti, l&#8217;architetto Andrea Tonus ha voluto mandarmi un suo approfondimento che qui volentieri pubblico.</em> G.B.)</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-75773 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Genova-Morandi.jpg" alt="" width="687" height="344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Genova-Morandi.jpg 687w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Genova-Morandi-300x150.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Genova-Morandi-250x125.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Genova-Morandi-200x100.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Genova-Morandi-160x80.jpg 160w" sizes="(max-width: 687px) 100vw, 687px" /></p>
<p>di <strong>Andrea Tonus</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">Ora dirò come è fatta Ottavia, città-ragnatela.</p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese:</p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle […]</p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in tante altre città.</p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">Sanno che più di tanto la rete non regge.</p>
<p style="text-align: right;">Italo Calvino, “Le città invisibili”</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Apro con questa citazione da Italo Calvino, che immagina una città apparentemente fragile, mantenuta in funzione invece dall’umiltà dei suoi abitanti. La città non è fragile, ma regge solo fino ad un certo punto, che non va oltrepassato.</p>
<p>A fianco di questa citazione voglio ricordare anche la descrizione della città di Sofronia, contenuta nello stesso libro meraviglioso di Calvino, dove a essere provvisoria e smontabile, accanto al luna park fatto di tende e baracche è la città di pietra .</p>
<p>Le due citazioni assieme costruiscono per me le due parti di un assioma: se vogliamo conservare la città dobbiamo essere umili e amorevoli nei confronti di ciò che essa ci tramanda, anche se sembra esso possa durare in eterno. Illudersi di questa eternità è atto di <i>hybris</i>, come direbbero gli antichi.</p>
<p>Vorrei mettere in luce il fatto che da un lato vi sono ragioni che portano a chiedere la conservazione del viadotto Morandi (ovvero di ciò che ne rimane) e dall’altro come il progetto del suo abbattimento per far posto ad un nuovo ponte sia in un vero e proprio atto di <i>hybris</i> attualmente in corso.</p>
<p>Non è vero, come scrivevo pochi giorni fa in un commento su questo sito, che nessuno invoca la conservazione di quanto rimane del viadotto . In realtà le voci contrarie all’abbattimento ci sono, e la cosa più sorprendente è che concordano certamente su un punto fondamentale: non c’è monumento più consono alle vittime del crollo che il ponte stesso.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-75774" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/morandi_1.jpg" alt="" width="519" height="355" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/morandi_1.jpg 519w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/morandi_1-300x205.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/morandi_1-250x171.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/morandi_1-200x137.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/morandi_1-160x109.jpg 160w" sizes="(max-width: 519px) 100vw, 519px" />Non fosse altro che per questo motivo, il tentativo della conservazione di ciò che rimane del ponte andrebbe fatto. In realtà non è un caso che questa voce provenga da questo ambiente. Se ci si pensa, non può essere un altro ponte a rappresentare la memoria di ciò che è accaduto, come a Berlino è conservato ciò che rimane della chiesa commemorativa del Kaiser Guglielmo I a ricordo della tragedia della guerra, o la ancora più drammatica prefettura di Hiroshima, deformata e liquefatta dalla bomba atomica. Oppure, con un esempio forse ancora più parlante a noi italiani, come la sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, mai cancellata dai cittadini dopo la strage del 2 agosto 1980, dove il muro lacerato e il pavimento incavato stanno a testimoniare quanta violenza l’uomo riserva all’altro uomo. E si vengano a vedere le commemorazioni annuali per capire quanta condivisione di quella ferita c’è ancora! Altro che i simbolici ricordi sulle nuove opere! Sul fronte opposto, purtroppo non si può che constatare una volontà di cancellare la tragedia che non si intona certo con il bisogno di ricordare le vittime.</p>
<p>Ci sarebbe da considerare seriamente anche i segni casuali, come l’infortunio all’atto di presentazione del modellino del nuovo ponte, perchè comunque sono in accordo col fatto che si sta mettendo in atto una cancellazione che servirà a coprire le responsabilità, o meglio ad accollarle infine a qualcosa che non può reagire, è muto testimone (finchè c’è) di tutta la tragedia: il ponte stesso, con la sua strana e drammatica forma.</p>
<p>Ora per arrivare alla conclusione bisogna osservare bene la forma del ponte di Morandi, poiché è in essa che si concentra l’atto critico creativo, che infine è forse l’unico rimedio contro la hybris, perché è consapevole della sfida che l’uomo fa alla natura mediante la sua opera.</p>
<p>L’ingegner Morandi non è nuovo alla messa in scena drammatica delle forze che agiscono nelle sue strutture: è nella sua poetica, rendere attraverso la forma la fragilità dello sforzo delle strutture contro le forze soverchianti della natura. Si pensi ai pilastri meravigliosamente inclinati del salone dell’auto di Torino. Le strutture dell’ingegner Morandi chiedono attenzione anche all’uomo comune, dichiarando la propria fragilità mediante la forma, come la città fatta di corde di Calvino. Tutt’altra cosa rispetto all’altro grandissimo ingegnere italiano del novecento, Pierluigi Nervi, con le sue strutture che invece mettono in evidenza e dichiarano la loro forza nella ripetizione e nell’imitazione delle strutture naturali (celle, nervature). A me il linguaggio poetico di Morandi ha sempre attratto di più di quello di Nervi. Tuttavia proprio la forma così drammatica, così parlante della fragilità umana contro la potenza della natura, ora forse sarà la condanna del ponte.</p>
<p>Infatti, fin dalle prime ore assistiamo alla critica della forma del viadotto. Si sostiene che è proprio la tipologia di ponte costruito da Morandi ad essere sbagliata, portando a riprova il fatto che non è stato replicato sovente, e che anche un altro viadotto costruito nello stesso modo ha avuto un incidente.</p>
<p><a name="_gjdgxs"></a>Questa critica, che pare oggettiva, perché il crollo è sotto gli occhi di tutti, è però totalmente al di fuori del campo dell’ingegneria, e perciò al di fuori del campo delle responsabilità verificabili. Significa porre sotto accusa l’intera opera dell’ingegner Morandi. Un progetto ingegneristico infatti non può essere sbagliato per forma: l’ingegnere opera continuamente supportato dalle leggi della scienza delle costruzioni, il progetto risultante non può dirsi neanche interamente suo. Dire che il ponte sul Polcevera è sbagliato per forma significa dire che Morandi non sapeva applicare le leggi della scienza delle costruzioni e che indirettamente tutta la sua opera è sbagliata da questo punto di vista. Infatti Clemente Mastella, sindaco di Benevento, trovandosi di fronte ad un altro ponte dell’ingegner Morandi, per prudenza l’ha chiuso al traffico. Infatti da più parte si insiste sul fatto che la tecnica e la scienza costruttiva hanno fatto passi avanti dagli anni della costruzione.</p>
<p>Niente di più falso, e le prove sono sempre sotto i nostri occhi: andate a vedere le piramidi di Giza, o i ponti romani o medioevali. Ogni epoca della scienza costruttiva ha costruito le sue opere durevoli. Gli argomenti addotti da questi critici sono capziosi, si infrangono contro l’evidenza del fatto che le altre parti del viadotto sono ancora in piedi nonostante l’enorme sollecitazione subita dal crollo, che gli altri viadotti costruiti da Morandi sono ancora li, che tutte le altre opere di Morandi sono ancora in piedi. In più aggiungo ancora con un brivido che il tratto crollato non era quello sopra le abitazioni, il che ha limitato grandemente il numero di vittime. Basta una foto di ciò che rimane del ponte per capirlo. Non grido al miracolo: forse la manutenzione è stata più accurata su quei piloni. Il viadotto è additato come un mostro, ma forse è stato più amorevole di noi. Morandi non ha progettato e realizzato un castello di carte che crolla al primo soffio di vento. Nonostante l’apparenza.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-75775" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/morandi_2.jpg" alt="" width="489" height="372" />Ora si parla di demolizione, di costruire un ponte che duri mille anni (con tutte le tristissime memorie che mi evoca questa frase) di riqualificare urbanisticamente il quartiere sottostante. Questi atti sono atti di superbia, che illudono consapevolmente facendoci credere invulnerabili alle ingiurie della natura e dell’uomo. Il ponte Morandi invece è testimone, parlerà per sempre della tragedia. La sua demolizione corrisponde alla cancellazione della memoria pubblica, e il risultato sarà per l&#8217;ennesima volta la solitudine dei familiari delle vittime e degli sfollati dalle case sotto il viadotto a patire il dolore senza una collettività che li sostenga.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2018/09/16/forma-e-colpa/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ponti d’autore che crollano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/08/20/ponti-dautore-che-crollano/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/08/20/ponti-dautore-che-crollano/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Aug 2018 12:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Giorgio Cassani]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Tondini]]></category>
		<category><![CDATA[Leon Battista Alberti]]></category>
		<category><![CDATA[Ponte]]></category>
		<category><![CDATA[ponte Morandi]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Morandi]]></category>
		<category><![CDATA[Rudyard Kipling]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=75545</guid>

					<description><![CDATA[(sul tragico evento del ponte Morandi crollato a Genova ricevo una riflessione di Alberto Giorgio Cassani e una replica di Gianfranco Tondini che volentieri pubblico. G.B.) di Alberto Giorgio Cassani «London Bridge is falling down falling down falling down» Thomas Stearns Eliot, The Waste Land, 1922 Gianfranco, Gli antichi lo sapevano. Ma ne erano coscienti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_75549" aria-describedby="caption-attachment-75549" style="width: 371px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-75549" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Il-corteo-presidenziale-attraversa-il-ponte-nel-giorno-dell-inaugurazione-il-4-settembre-1967.jpg" alt="" width="371" height="487" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Il-corteo-presidenziale-attraversa-il-ponte-nel-giorno-dell-inaugurazione-il-4-settembre-1967.jpg 526w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Il-corteo-presidenziale-attraversa-il-ponte-nel-giorno-dell-inaugurazione-il-4-settembre-1967-228x300.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Il-corteo-presidenziale-attraversa-il-ponte-nel-giorno-dell-inaugurazione-il-4-settembre-1967-250x328.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Il-corteo-presidenziale-attraversa-il-ponte-nel-giorno-dell-inaugurazione-il-4-settembre-1967-200x263.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Il-corteo-presidenziale-attraversa-il-ponte-nel-giorno-dell-inaugurazione-il-4-settembre-1967-160x210.jpg 160w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /><figcaption id="caption-attachment-75549" class="wp-caption-text">Il corteo presidenziale attraversa il ponte nel giorno dell&#8217;inaugurazione il 4 settembre 1967</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">(<i>sul tragico evento del ponte Morandi crollato a Genova ricevo una riflessione di Alberto Giorgio Cassani e una replica di Gianfranco Tondini che volentieri pubblico. </i>G.B.)</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">di <b>Alberto Giorgio Cassani</b></span></span></span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">«London Bridge is falling down falling down falling down»</span></span></span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Thomas Stearns Eliot, <i>The Waste Land</i>, 1922</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Gianfranco,</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Gli antichi lo sapevano. Ma ne erano coscienti anche il Petrarca – «<i>nil penitus firmum, nil immortale per evum / mortales fecisse manus</i>» (<i>Epystole metrice</i>, <i>Ad Guillelmum Veronensem</i>)<i> – </i>e, nel secolo scorso, Ernst Jünger – «non una casa vien costruita, non un’architettura progettata, ove la ruina non sia implicita, posta quale pietra di fondamento» (<i>Sulle scogliere di marmo</i>). Siamo noi moderni che ce ne dimentichiamo continuamente, convinti delle “magnifiche sorti e progressive” della tecnica. Chi ci ha preceduto era perfettamente consapevole che tutte le costruzioni dell’uomo sono opere che sfidano la natura e gli dèi. Soprattutto i ponti, <i>opus periculosum maxime</i>, dal momento che non solo conficcano i loro piloni nella dea terra, ma osano perfino interferire col libero scorrere delle acque di fiumi e mari, per gli antichi, potenti dèi anch’essi. Se ne accorse il gran re Serse, quando incatenò con catene di ferro il sacro Ellesponto e proprio per ciò, secondo Eschilo, fu sconfitto dai Greci. Era per questo motivo che ogni sacrilegio edilizio richiedeva per compensazione un sacrificio cruento. Ed era per tale ragione che a custodire il <i>Pons Sublicius</i>, il più antico ponte di Roma, era preposto il <i>pontifex maximus</i>, cioè la più alta carica sacerdotale. E forse era per minimizzare il sacrilegio che in questo ponte non poteva essere usato alcun metallo, simbolo del <i>faber</i>, mestiere manifestamente legato ad attività infere. Anche gli uomini del Medioevo, pur credendo a un solo dio, e considerando idoli gli antichi dèi pagani, attribuivano la costruzione dei ponti a schiena d’asino della propria epoca al diavolo, scaricando evidentemente su di lui ogni responsabilità sacrilega.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">C’è un racconto che fissa il discrimine tra mentalità antica e moderna: <i>The Bridge-Builders</i> (1893) di Rudyard Kipling. In esso si mostra la frattura tra una concezione tradizionale, ancora impregnata di senso panico – espressa, a suo modo, dall’indiano Peroo – e la sicurezza dei calcoli matematici dell’ingegner Findlayson. Nello scritto, alla fine, in apparenza, sembra sconfitta la superstizione negli antichi dèi, a fronte della vittoria del nuovo dio, <i>the Technique</i>. Ma ogni crollo di ponte contemporaneo, ogni viadotto che schiaccia le auto di un inconsapevole guidatore, ogni megastruttura che frana al suolo sta lì a dichiarare l’impotenza della creduta divinità di fronte alle forze della natura che operano silenziose, lente ma implacabili. Ne era cosciente un grande italiano che rispettava gli antichi, pur essendo a tutti gli effetti uno dei primi uomini dell’età moderna, Leon Battista Alberti, quando affermava che lo stillicidio di una piccola goccia d’acqua fa marcire qualunque trave (e in seguito il tetto e l’intera costruzione), se non s’interviene in tempo; così come l’incessante passaggio di una fila di formiche lascia un segno anche nella più dura selce.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il crollo del viadotto sul Polcevera di Riccardo Morandi a Genova è dolorosissimo per le vittime inconsapevoli e incoscientemente fiduciose dell’eternità delle cose costruite dalla mano o dalle macchine dell’uomo; ma chi, attraversando un ponte, pensa che possa crollare?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Con le proporzioni che ci consente la morte di tante persone, questo evento è funesto anche per la perdita di un capolavoro architettonico dell&#8217;ingegneria italiana (o presunto tale, visto quanto accaduto?). Non è rovinato a terra un qualunque viadotto autostradale, costruito magari con più sabbia che cemento, ma l’opera più conosciuta di uno dei maggiori strutturisti del secolo scorso.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Si parla ora di allarmi inascoltati e, a distanza di due anni, suonano profetiche le parole di Antonio Brencich  , professore di tecnica delle costruzioni all’Università di Genova – assai critico verso il presunto <i>chef-d’œuvre</i> – che aveva evidenziato, in un articolo on-line, «diversi aspetti problematici» del ponte, dall’aumento dei costi di costruzione rispetto al preventivo, al «piano viario non orizzontale», evidente per chi attraversava il ponte fin dagli anni Ottanta. Ora si aprirà un’inchiesta e si vedrà, probabilmente, quali sono state le responsabilità.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Gli antichi avrebbero additato un unico colpevole: l’<i>hybris</i> dell’uomo.</span></span></span></p>
<figure id="attachment_75550" aria-describedby="caption-attachment-75550" style="width: 705px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-75550" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Riccardo-Morandi-mostra-il-modello-del-ponte-al-Presidente-della-Repubblica-Italiana-Giuseppe-Saragat-dopo-la-sua-inaugurazione.jpg" alt="" width="705" height="529" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Riccardo-Morandi-mostra-il-modello-del-ponte-al-Presidente-della-Repubblica-Italiana-Giuseppe-Saragat-dopo-la-sua-inaugurazione.jpg 788w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Riccardo-Morandi-mostra-il-modello-del-ponte-al-Presidente-della-Repubblica-Italiana-Giuseppe-Saragat-dopo-la-sua-inaugurazione-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Riccardo-Morandi-mostra-il-modello-del-ponte-al-Presidente-della-Repubblica-Italiana-Giuseppe-Saragat-dopo-la-sua-inaugurazione-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Riccardo-Morandi-mostra-il-modello-del-ponte-al-Presidente-della-Repubblica-Italiana-Giuseppe-Saragat-dopo-la-sua-inaugurazione-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Riccardo-Morandi-mostra-il-modello-del-ponte-al-Presidente-della-Repubblica-Italiana-Giuseppe-Saragat-dopo-la-sua-inaugurazione-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Riccardo-Morandi-mostra-il-modello-del-ponte-al-Presidente-della-Repubblica-Italiana-Giuseppe-Saragat-dopo-la-sua-inaugurazione-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/Riccardo-Morandi-mostra-il-modello-del-ponte-al-Presidente-della-Repubblica-Italiana-Giuseppe-Saragat-dopo-la-sua-inaugurazione-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 705px) 100vw, 705px" /><figcaption id="caption-attachment-75550" class="wp-caption-text">Riccardo Morandi mostra il modello del ponte al Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat dopo la sua inaugurazione</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">di <b>Gianfranco Tondini</b></span></span></span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">18 agosto 2018</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Alberto,</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il tuo pensiero su questa storia tragica mi ha afflitto, come è giusto che sia. Con chiarezza indichi quanto lontano bisogna guardare per cercare le colpe, e indichi molto lontano, indichi l’hybris, l’arroganza dell’uomo e l’ottusità che la correla. E questo conosciutissimo vizio, che tra gli antichi e gli dèi veniva preso molto sul serio, è proprio il nostro peccato capitale, il peccato originale per cui siamo stati scacciati dal giardino di dio per finire in un mondo di sofferenze. E il fatto che su questa faccenda non siamo molto cambiati sin dalle origini, mi fa pensare che l’arroganza dell’atto di sfida contro la natura – che è madre, ma è anche una parte propria di se stessi – sia una caratteristica della specie. Una caratteristica non da poco, che secondo me sta alla base della nostra evoluzione e che ora ci sta portando persino verso <i>l’ultra umano</i>. Del resto, la Bibbia ci racconta che i primi uomini, anziché ubbidire a dio e partire per fondare colonie, pensarono bene di costruire una torre per cercare di raggiungerlo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">E allora se è così, se quest’arroganza è parte della nostra natura, ebbene che sia il ponte, che siano gli innesti biotecnologici, che sia la scoperta dell’America e i viaggi su Marte! Siamo fatti così.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Che c’entra dunque un ponte con l’arroganza umana? Non c’è niente di male a fare un ponte, anzi è un simbolo positivo che rappresenta il contatto fra le persone. Il problema del suo crollo, poi, è dovuto a un errore umano e non certo alla natura, la quale da parte sua ha rispettato lo speranzoso patto di <i>inazione</i> – il quale, solo, permette la sopravvivenza delle opere degli uomini, come ricordava Leopardi. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ho saputo che il crollo del ponte Morandi è dovuto alla mancata <i>manutenzione</i>, e che sarebbe bastato averne più<i> </i>cura per evitarlo. Ogni articolo di giornale già spiega cosa si sarebbe dovuto fare, e ogni giornalista, e telespettatore, e tecnico, e politico del paese sa cosa si sarebbe dovuto fare, e come e perché, e non si tarderà a risalire la catena delle colpe. Quindi che c’entra l’arroganza dell’uomo? Mica si è trattato, che so, di un campeggio in un torrente o di una villa sul Vesuvio. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Invece si, è proprio così come dici, si tratta ancora di quell’arroganza. E penso che la meccanica di quell’arroganza, dai tempi di Leopardi si sia inclinata leggermente verso qualcosa di un po’ peggiore. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Cerco di spiegarmi.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dicevo della mancata <i>manutenzione</i> per la quale, dal punto di vista giuridico, la responsabilità del crollo del ponte è umana. Tuttavia, se fosse stato per un terremoto, uno tsunami o la caduta di un monte, non sarebbe cambiato di molto. Dal punto di vista giuridico c’è sempre una responsabilità umana: materiali scadenti, cattive costruzioni, mancati controlli, mancate segnalazioni, inavvertenze, sottovalutazioni, inadempienze previsionali, calcoli sbagliati, eccetera. Il punto di vista giuridico ha prevalso, al punto che un sistema di previsione dei fenomeni catastrofici, con tanto di responsabili governativi, è stato istituito in Francia dopo l’estate del 2003, quando il caldo uccise più di mille anziani, dei quali si continuarono a scoprire i corpi per quasi un anno.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Insomma, potrebbe sembrare che gli uomini si attribuiscano la colpa anche per i fenomeni naturali, come ad esempio il caldo. Pensando a Leopardi, verrebbe da dire: che arroganza! Ci crediamo così capaci di controllare la natura (tra cui anche le leggi della fisica, come nel caso di un ponte), da ritenerci responsabili se un vulcano erutta?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">A pensarci però, la cosa potrebbe avere un senso. Potrebbe forse significare che, anche senza saperlo o averlo ben chiaro, l’uomo di oggi si imputa la responsabilità della propria arroganza nei confronti della natura, come facevano gli antichi? Neanche per sogno, la risposta è no: lo fanno al massimo gli individui, ma non lo fa la specie. La specie avanza inesorabile e non può governare il proprio andamento, come dimostra anche solo il più inestinguibile dei tabù: la demografia. La specie opera ottusamente per la propria espansione, ignorando il rispetto della natura e persino la propria stessa sopravvivenza.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">No, l’uomo non ha più alcuna reverenza nei confronti della natura. La colpa che l’uomo si imputa non è di rovinare il pianeta e la propria stessa specie, ma – è questo il mio concetto – si imputa la colpa di <i>non mantenere lo sforzo costante e necessario</i> per sostenere le strutture artificiali che costruisce, e che sfidano la natura. L’uomo si incolpa di non avere fatto il proprio dovere, il quale consiste nella <i>manutenzione</i>. È proprio a questa responsabilità che afferisce il punto di vista giuridico (e solo relativamente a quella della rovina del pianeta: le leggi ecologiche e le risibili ammende sono lo scarso frutto di un’estenuante sforzo politico e sociale di pochi contro molti).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La colpa dell’uomo, insomma, è di non avere <i>mantenuto lo sforzo costante e necessario</i> a tenere in piedi l’opera. La <i>manutenzione</i>. Del ponte, della nave, dell’aereo, del treno, della scala mobile, dell’ascensore, del palazzo, della diga, della centrale elettrica, del passaggio a livello, della cucina a gas, del motorino, eccetera eccetera. E cos’è la <i>manutenzione</i>, se non un servaggio alla tecnica – e solo molto più indirettamente un servizio all’uomo?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">A governare un mezzo abnorme come una nave da crociera – meravigliosamente governabile al semplice patto di rispettare certe condotte di comportamento – noi vogliamo persone capaci di controllare la propria natura e di oscurarne una sezione per diventare parti e ingranaggi del funzionamento tecnico della macchina. Ma cosa succede se Schettino, invece di spersonalizzarsi, si dedica al piacere tanto raccomandato dai greci? Il disastro. Ed è in quel caso un disastro rassicurante, perché c’è come spiegazione un tizio così chiaramente colpevole, che di più non si potrebbe. Siamo rassicurati dall’idea che niente può andare storto, a patto che si mantenga <i>lo sforzo</i>. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La tecnica è la nostra mediatrice culturale con la natura: dobbiamo solo asservirci alla prima e ci toglieremo dal giogo della seconda. Questa, che ci convinca o no, è la nostra condizione attuale. Impensabile ai tempi di Leopardi.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La colpa che l’uomo si dà è la mancata dedizione allo <i>sforzo costante</i> che – come le formiche – la nostra specie compie per opporsi alla principale legge della natura: la caducità delle sue opere e della vita. Ogni cosa che riguardi l’uomo, o che da lui provenga, richiede <i>costante</i> cura, cioè uno <i>sforzo costante</i> per farla durare, che si tratti di ponti, libri o giardini. E con questo, rifiutiamo di accettare che le opere dell’uomo possano essere assoggettate alle stesse leggi della natura, che poco alla volta fa crollare ogni cosa. E allora ecco che squadre di operai, ingegneri, periti, sismologi, esperti di fisica, responsabili della protezione civile, giudici, sindaci, vigili del fuoco, burocrati, assessori, ministri e quanti altri, costituiscono <i>il gruppo dello sforzo</i>, cioè coloro che si rendono necessari per <i>mantenere</i> il ponte in uno stato durevole. E ora si chiedono a gran voce controlli per ciascun<i> </i>ponte.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">E dunque, che si tratti proprio di questo? Che sia proprio questo <i>sforzo ottuso</i>, il pegno che dobbiamo pagare per la nostra arroganza? Per opporci alla Legge continuando infinitamente a costruire la torre? Incolpanti l’esistenza, chinati sotto il peso del nostro stesso progresso, indifferenti, indaffarati e impegnati per tutte le ore escluse dal sonno, a mantenere in piedi le nostre piccole e grandi torri di Babele. Il tempo dell’esistenza volutamente impegnato in queste responsabilità. L’esistenza scandita dalle fasi binarie dello <i>sforzo</i> di Sisifo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-75551" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/ponte-oggi.jpg" alt="" width="759" height="435" /></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2018/08/20/ponti-dautore-che-crollano/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>23</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Memorandum su Genova</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/20/memorandum-su-genova/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/20/memorandum-su-genova/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 09:33:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[carlo giuliani]]></category>
		<category><![CDATA[G8]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39547</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Rovelli [Dieci anni fa ero a Genova, e quei giorni sono stati uno spartiacque decisivo, generazionale. Non sono più mancato, a ogni luglio, in piazza Alimonda. Ogni volta era come rinnovare un patto, un impegno comune. Lo è ancora] I.  19 /20 luglio 2001 E’ giovedì sera, sotto il tendone della piazza. Fuori diluvia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><em>[Dieci anni fa ero a Genova, e quei giorni sono stati uno spartiacque decisivo, generazionale. Non sono più mancato, a ogni luglio, in piazza Alimonda. Ogni volta era come rinnovare un patto, un impegno comune. Lo è ancora]</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>I.  19 /20 luglio 2001</em></div>
<div><em> </em>E’ giovedì sera, sotto il tendone della piazza. Fuori diluvia, sono lievemente e felicemente ubriaco, e in questa calca ci sto bene. E’ come se fossimo insieme davvero. E per esserlo davvero basta saperlo. Prima sono rotolato sugli scogli mentre pisciavo alla luna, scogli appuntiti sotto la mia carne liquida, e neanche un graffio, forse perché le mie ossa sono più appuntite delle rocce. Allora continuo a bere, e a cantare.</div>
<div>Ritorno nella piazza alle sei del pomeriggio di venerdì. ‘Hanno ammazzato un ragazzo’ mi dice una compagna, ‘gli hanno sparato’.<span id="more-39547"></span> Ci guardiamo, e lo sguardo non vede più nulla. Continua a piangere. Vado verso gli scogli. Per vergogna, per necessità di un posto. Perché il pianto si fermi, ma sento uno strappo nella carne, avrei potuto esserci io al suo posto, e stavolta non è solo un modo di dire. Quel pianto mi sta ancora addosso, oggi che sono passati anni da quel venti luglio. Quando hanno ucciso mio fratello.</div>
<div id="_mcePaste"><em>II. 27 gennaio, giorno della Memoria. Un sogno: Genova che affiora</em></div>
<div id="_mcePaste">Oggi c’è solo Memoria al lavoro, una grande Macchina memoriale che, come dev’essere nell’Ultimo giorno, ricapitola il senso, il dispiegarsi del vissuto. La Macchina ha lavorato nel sonno, nel mio sonno pomeridiano, e ha ricapitolato i miei morti.</div>
<div id="_mcePaste">Quella da cui mi sono svegliato era una sorta di processione sul marciapiede di binario morto di una ferrovia, con candele e cartelli, aperta dall’icona criminale di tutto questo, Bush. Era lui ad aprire quella sorta di processione. La processione sul binario morto era accompagnata da un canto che metteva Bush sotto accusa, quasi dovesse espiare – senza che lui, però, lo sapesse. Lui guidava il corteo come fa il Capo, ma non si avvedeva che si trattasse di un rito espiatorio. Quel canto che risuonava tutt’intorno era una domanda: Che cosa avete fatto, così ripeteva incessantemente, Che cosa avete fatto. Era il Canto dei deportati– il suo senso più profondo. Io piangevo, a testa china, in silenzio, in solitudine. Procedendo sul marciapiede di binario morto di una ferrovia.</div>
<div id="_mcePaste">Poi, camminando, scontravo il volto di un carabiniere che stava ai margini del binario e controllava l’ordine della processione. Allora il mio sguardo si è sdoppiato. Rivivevo il passato, e di riviverlo ero consapevole. Rivivevo il passato, e mi guardavo da fuori mentre lo rivivevo. Quel passato aveva un nome: Genova. Dopo aver scontrato quel volto toccava scappare, e nello scappare gridavo, accusavo. Era, anche quella, una forma di domanda accusatoria. Avrei potuto non scappare, anche di questo ero consapevole: lo scontro era stato del tutto fortuito, infatti. Ma ciò che è fortuito è anche necessario, e così mi toccava rivivere il passato, e scappare, e gridare Bastardi. Mi allontanavo dalla processione, scappavo in avanti. E lì, da solo, un drappello di carabinieri veniva verso di me con spranghe e pugni di ferro.</div>
<div id="_mcePaste">Allora, nel cuore della rivisitazione, quella al mio lager, quello di Genova del luglio 2001, mi svegliavo, evitando il cuore di quel dolore. Che, sapevo, aveva un nome: Carlo &#8211; che era me.</div>
<div id="_mcePaste">Il pianto è nascosto, il senso è nascosto. Ed è tutto qui: viene alla luce, spezzando il circolo, strappando il copione, nel canto che purifica e rinnova.</div>
<div id="_mcePaste"><em>III. 20 luglio, ogni anno</em></div>
<div id="_mcePaste">Non sono più mancato a Genova, in quei giorni di luglio. In piazza Carlo Giuliani (già piazza Alimonda) si celebra il patto di non dimenticare. Non dimenticare non significa ricordare. Significa donare, donarsi. Lo si sente nello sguardo, uno sguardo comune, quasi circolare, un filo rosso che lega l&#8217;una all&#8217;altra le pupille. Lo si sente nel cerchio davanti alla cancellata incancellabile e resistente a ogni riverniciatura. Lo si sente nell’applauso di piazza Alimonda delle 17,27. Quell’applauso, nell’ora che moriva Carlo. Il dito che ci tocca tutti, e spreme la carne, e l’occhio. I tre bambini che danzano al centro dell’applauso, come saltassero fuori dallo schiocco delle mani. Haidi sfregata dai nostri baci. Qui stiamo ancora, in quest’anello incantatore, e quest’incanto non è illusione, ma una danza circolare che scuote il corpo, come la dea su Shiva dormiente, e il fiore di loto sono quei bambini che sanno, dall’alto della loro insipienza, il tremore del nostro contagio, sanno che il nostro non è un ricordo, ma un dono, un dono che noi tutti – noi quelli vivi e noi quelli morti – facciamo a noi stessi. E qui non c’è me.</div>
<div id="_mcePaste"><em>IV. L’aria di Genova</em></div>
<div id="_mcePaste">Ci sono fratture del tempo che non possono essere ricomposte. Non c’è gesso o ferro che tenga, per ricombinare ciò che è stato scardinato. E in quei giorni di luglio molti mondi sono stati scardinati. C’è un prima Genova e un dopo Genova, nel tempo e nella storia di molti. Eppure si direbbe che in quei giorni, a Genova, volessimo gettare all’aria il mondo. Ma quel mondo era già rovesciato, ed era già in aria. In aria, allora, gettavamo le nostre parole che volevano farlo tornare coi piedi per terra, quel mondo. Le lanciavamo come boomerang, e come bombe che facessero esplodere i castelli in aria che immobilizzano i popoli. Castelli circondati da zone rosse di silenzio e da fossati pieni di sabbie mobili, i castelli della finanza e dei rapaci divenuti déi, costruiti su segrete che scendono in profondità abissali. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, quell’immagine che rovescia il mondo come un’illusione ottica e ce lo fa credere vero, giorno dopo giorno. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, che recintano la vita e ne fanno moneta, e l’aria stessa è attinenza del castello, sua emanazione che inaliamo come i gas in quei giorni a Genova. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, che riempiono il mondo di lupi e di paura e fanno credere che solo in essi è la salvezza. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, così imponenti da soffocare la vista e irretire il desiderio, un desiderio che non libera ma asservisce.</div>
<div id="_mcePaste">Vogliamo farli esplodere, anche se non siamo certi del frutto delle nostre azioni. Ma siamo certi che cosa sarà del mondo senza le nostre azioni.</div>
<p><em>[Pubblicato nel libro </em>Per sempre ragazzo<em>, a cura di Paola Staccioli, ed. Tropea]</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/20/memorandum-su-genova/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-08 05:40:29 by W3 Total Cache
-->