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	<title>gentrificazione &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Privati di Napoli. La città contesa tra beni comuni e privatizzazioni&#8221;. Introduzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Feb 2023 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Alessandra Caputi]]></category>
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		<category><![CDATA[Tomaso Montanari]]></category>
		<category><![CDATA[urbanismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alessandra Caputi e Anna Fava</strong> <br /> Nella città di Napoli convivono, fianco a fianco, modelli urbani molto diversi tra loro. Le aree situate a Occidente e a Oriente hanno le sembianze spettrali di una città postindustriale che non è ancora riuscita a ripensare la propria identità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;">[Per Castelvecchi è appena uscito <em>Privati di Napoli. La città contesa tra beni comuni e privatizzazioni </em>di Alessandra Caputi e Anna Fava, prefazione di Tomaso Montanari. Ne pubblico l&#8217;introduzione. <em>ot</em>]</p>
<p style="font-weight: 400;">di <strong>Alessandra Caputi</strong> e <strong>Anna Fava</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nella città di Napoli convivono, fianco a fianco, modelli urbani molto diversi tra loro. Le aree situate a Occidente e a Oriente hanno le sembianze spettrali di una città postindustriale che non è ancora riuscita a ripensare la propria identità. Una parte molto estesa del territorio è gravemente compromessa sotto il profilo ambientale, urbanistico e sanitario: le attività industriali hanno lasciato alle proprie spalle macerie e inquinamento. Circa un decimo dell’intero comune, che si estende su una superficie di 11.900 ettari, rientra tra i Siti di Interesse Nazionale (SIN) per le bonifiche. Le aree contaminate occupano complessivamente un’area di oltre 1.200 ettari: zone deindustrializzate mai risanate, discariche abbandonate al degrado ambientale, aree di sacrificio che languono nell’attesa di una nuova speculazione. Tutto ciò che non è funzionale al profitto resta immobile, recintato, si tramuta in rovine. Nel centro storico, invece, la recente accelerazione dell’industria turistica, avvenuta a seguito dell’avvento di piattaforme digitali per le case-vacanza come Airbnb e Booking, ha innescato un rapido processo di estrazione di valore economico. La persistenza di forme di vita tradizionali e l’assenza di marcati processi di gentrificazione hanno reso appetibili le case del centro, da sempre abitate da un mix sociale che comprende anche le fasce sociali economicamente più fragili; grazie ai prezzi più bassi rispetto ad altri quartieri della città, esse sono diventate l’infrastruttura chiave di una crescita turistica incentrata sulla ricerca di esperienze “autentiche”. Ciò ha innescato un incremento dei valori immobiliari, che, a sua volta, ha aumentato la rendita, attirando maggiori investimenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche il patrimonio culturale della città, ormai associato «al disimpegno e al divertimento»<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, è considerato unicamente come strumento di marketing territoriale. Dalla concessione di piazza Plebiscito a Ferrero per la festa della Nutella, alla promozione pubblicitaria di un fantomatico “brand Napoli” per attirare flussi turistici, fino alla recente, pericolosa idea di affidare il patrimonio culturale alla gestione di una fondazione, il patrimonio è adoperato come attrattore turistico. Il binomio “cultura-turismo”, cioè “cultura-economia”, ha soppiantato quello “cultura-cittadinanza”, in un clima di accondiscendenza acritica, in cui chi osa contestare è tacciato di arretratezza e ostilità al progresso. In pochi continuano a ribadire la funzione civile e politica della cultura e la centralità del pubblico.</p>
<p style="font-weight: 400;">Interrogarsi sullo stato del patrimonio e sulla sua funzione, sullo stato dell’ambiente, dei servizi pubblici, del verde, della città e dei suoi quartieri significa interrogarsi sullo stato della democrazia. È con questo spirito che qui cercheremo di tratteggiare le vicende di alcuni quartieri di Napoli e del suo patrimonio ambientale e culturale, con l’intento di fornire spunti utili per un’indagine ad ampio raggio che tocchi questioni relative a debito pubblico e dismissioni, scommesse finanziarie e commissariamenti, mancate bonifiche, turistificazione del centro cittadino e privatizzazione delle acque marine: processi accomunati da un’idea di spazio urbano come luogo chiave della produzione biopolitica del capitalismo contemporaneo. A questo modello, in cui a disegnare la forma delle nostre città è la mano invisibile del mercato, esiste un’alternativa. Negli ultimi anni, nella città di Napoli sono sorti nuovi movimenti di partecipazione civica legati al movimento per i beni comuni, iniziato a Roma con l’occupazione del Teatro Valle. Sulla scia dell’esperienza romana, i protagonisti di quella napoletana hanno rivendicato come bene comune, insieme all’acqua pubblica, anche una parte del patrimonio comunale dismesso o semiprivatizzato, creando spazi di mutualismo, condivisione e autogoverno aperti all’intera città, funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali. Una congiuntura politica favorevole ha consentito di istituzionalizzare questo processo in seno al pubblico, creando, negli interstizi di una macchina politica troppo spesso autoreferenziale e incapace di comprendere le energie vive della città, processi avanzati di «democrazia di prossimità»<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>(face to face democracy, come la definisce Murray Bookchin). La nascita di beni comuni, consulte, assemblee pubbliche, osservatori civici ha irrorato il tessuto democratico di linfa vitale. Queste nuove istituzioni hanno segnato la riscoperta di un valore dell’urbano che si oppone al modello capitalistico del profitto e alla governance neoliberale fondata sull’individualismo competitivo<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Esse, al contrario, rappresentano una manifestazione concreta dell’idea di bene comune come fondamento della vita collettiva, della democrazia, dell’uguaglianza, della cultura, della libertà<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Un’idea che dovrebbe riprendere a guidarci e a illuminare le nostre città.</p>
<p>Note</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo, Einaudi, 2011, pp. 8-10.</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Mauro Pinto, Luca Recano, Ugo Rossi, New institutions and the politics of the interstices. Experimenting with a face-to-face democracy in Naples, «Urban Studies», anteprima online sul sito journals.sagepub.com, 1° maggio 2022 (https://bit.ly/3IMGNNb).</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Ugo Rossi, Il centro storico di Napoli e il valore urbano conteso: Turistificazione, beni comuni, innovazione, in Atti del XXXIII Congresso Geografico Italiano (Padova, settembre 2021), pp. 4-5.</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Salvatore Settis, Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-101765 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n.jpg" alt="" width="627" height="878" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n.jpg 1082w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-731x1024.jpg 731w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-768x1075.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-150x210.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-300x420.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-696x975.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-1068x1495.jpg 1068w" sizes="(max-width: 627px) 100vw, 627px" /></p>
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		<title>L’oro della Turchia: come battere Erdogan con la lotta alla gentrificazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2020 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Acconcia La giornalista Giovanna Loccatelli ne L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del paese e il suo tessuto sociale (Rosenberg &#38; Sellier, 2020, pp. 190, 14 euro), prefazione di Alberto Negri, traccia l’ascesa e il declino del presidente turco Recep Tayyip Erdogan attraverso il business del cemento. L’autrice che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-83930" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-250x350.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-200x280.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-160x224.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL.jpg 357w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>La giornalista Giovanna Loccatelli ne <em>L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del paese e il suo tessuto sociale</em> (Rosenberg &amp; Sellier, 2020, pp. 190, 14 euro), prefazione di Alberto Negri, traccia l’ascesa e il declino del presidente turco Recep Tayyip Erdogan attraverso il business del cemento. L’autrice che ha vissuto prima al Cairo e poi a Istanbul descrive con arguzia e precisione i progetti che hanno deturpato le città turche. Giovanna Loccatelli lo fa con originalità, andando oltre le ben note proteste del 2013 di Gezi Park in cui gli attivisti turchi denunciavano abusi edilizi e danni all’ambiente dei progetti per la costruzione di una caserma e di una moschea, con la distruzione completa del parco nella centralissima piazza Taksim. Per anni gli antichi palazzi della <em>bella Istanbul</em> sono stati demoliti per lasciare spazio a centri commerciali e compound. In parallelo all’ascesa politica del populista per eccellenza, i palazzinari della “borghesia religiosa” hanno conquistato l’Anatolia finché il boom dell’economia degli anni Novanta e Duemila lo ha permesso. Istanbul è diventata così una città cantiere mentre la gentrificazione galoppante favoriva le classi medio-alte tra i 53 mila metri quadri destinati ai <em>duty free </em>del nuovo aeroporto e i 400 operai morti nel cantiere per realizzarlo. E poi è stata la volta del terzo ponte sul Bosforo, <em>Yavuz Sultan Selim Koprusu</em>, e del tunnel che unisce la parte asiatica e quella europea della città, <em>Avrasya Tuneli</em>. Il tutto condito da una propaganda senza precedenti legata alle sfarzose cerimonie di inaugurazione delle grandi opere, la rivendicazione di primati architettonici, lo sfoggio del lusso chiarissimo nel centro commerciale Zorlu così come nel volto nuovo e snaturato del centralissimo quartiere di Beyoglu. Nel viaggio che Giovanna Loccatelli ha compiuto nella Turchia dell’edilizia e degli appalti, controllati dall’élite politica vicina al presidente Erdogan, non poteva mancare il Galataport la cui realizzazione sta cambiando interi quartieri. Un altro esempio di gentrificazione è il quartiere Tarlabasi di Istanbul che da zona popolare ha visto gli affitti crescere a dismisura negli ultimi anni. Con la legge del 2006 sull’edilizia urbana le autorità locali hanno assunto poteri senza precedenti anche nella gestione della popolazione residente. E così la <em>Gap Insaat</em>, del genero di Erdogan, Berat Albayrak, ha vinto l’appalto. Il gioco è fatto: palazzi di pregio a prezzi stratosferici che aumenteranno le disuguaglianze sociali nel quartiere. Per non parlare di veri e propri non-luoghi, come le <em>gated communities</em>, i compound di Gokturk, complessi residenziali chiusi dove sono “imprigionati” i turchi ricchi che, come espatriati, vivono in un “labirinto fortificato” e mai passeggerebbero per le strade del centro, se non per voglia di esotismo. Queste sono le realtà di cui ha continuamente bisogno di nutrirsi il mostruoso “neoliberismo in salsa turca” che ha permesso a Erdogan di estendere a dismisura i suoi poteri e di reprimere ogni forma di opposizione con il pretesto del fallito colpo di stato del luglio 2016. Un altro esempio in questo senso è il quartiere curdo di Istanbul Ayazma: un’area mal collegata che ha acquistato valore nei primi anni Duemila con la costruzione dello Stadio olimpico Ataturk. E così il Toki, gli amministratori per l’edilizia urbana, è subito intervenuto con il pretesto della possibile formazione di “cellule terroristiche” sradicandone gli abitanti. I curdi del quartiere nel migliore dei casi si sono ritrovati in abitazioni che hanno stravolto le loro radicate abitudini quotidiane, inclusi i divieti di camminare nelle aree verdi o per le donne curde di riunirsi davanti alle loro case. Eppure proprio l’artificialità della modernizzazione nel segno del mattone e dei <em>mall</em> promossa dal partito Giustizia e Sviluppo (Akp) di Erdogan è stata la chiave della sua più cocente sconfitta, realizzatasi grazie al discorso ambientalista del candidato sindaco alle elezioni amministrative del 2019, Ekrem Imamoglu, che ha scippato Istanbul all’Akp aprendo la strada al declino del suo populismo.</p>
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		<title>Da Belleville al Kitsch</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/19/da-belleville-al-kitsch/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2014 07:28:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Aleksandar Hemon]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Anne Clerval]]></category>
		<category><![CDATA[Bobo]]></category>
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		<category><![CDATA[Valeria Nicoletti]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Ornella Tajani Nelle ultime settimane mi è capitato di leggere due articoli che parlano dell’abitare nell’est parigino. Il primo, scritto da Jean-Michel Normand per il magazine di Le Monde, si intitola «Paris, si les bobos votaient à droite» e analizza le contraddizioni della vita nella boboland, il regno dei bohémiens-bourgeois convenzionalmente situato nel triangolo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Nelle ultime settimane mi è capitato di leggere due articoli che parlano dell’abitare nell’est parigino. Il <a href="http://www.lemonde.fr/le-magazine/article/2014/01/31/le-paradoxe-du-bobo_4356940_1616923.html">primo</a>, scritto da Jean-Michel Normand per il magazine di <i>Le Monde</i>, si intitola «Paris, si les bobos votaient à droite» e analizza le contraddizioni della vita nella boboland, il regno dei bohémiens-bourgeois convenzionalmente situato nel triangolo del decimo arrondissement intorno al canal St Martin.<span id="more-47798"></span></p>
<p>Il secondo è «<a href="http://doppiozero.com/materiali/pav%C3%A9-de-paris/paris-sans-peuple">Paris sans le peuple</a>» di Valeria Nicoletti per Doppiozero, dal titolo dello studio della sociologa Anne Clerval sulla gentrificazione, di Parigi in generale e dell’area orientale della <i>rive droite</i> in particolare, che ho sfogliato con molto interesse. Fra le varie dichiarazioni raccolte dalla Clerval durante quattro anni di inchiesta, mi ha colpita la frequenza con la quale ricorrevano affermazioni del tipo: «Voglio trasferirmi nell’est perché ormai tutti i miei amici abitano lì», rilasciate perlopiù da abitanti della <i>rive gauche</i> in fuga, gli stessi dei quali parla anche Normand.<!--more--></p>
<p>L’affermazione mi è parsa singolare perché in questi casi di solito le preoccupazioni, o priorità, sono altre: abitare vicino al luogo di lavoro, o non lontani dal centro cittadino, o nei pressi delle zone più animate di sera, ad esempio. Mai, in tutte le occasioni in cui ho cercato casa, in numerose città, mi ha sfiorata il desiderio di abitare non lontana da dove risiedevano i miei amici, e non certo per mancanza d’affetto; in una città come Parigi, poi, in cui in trenta minuti di metro si va quasi ovunque, la cosa suona particolarmente eccentrica.</p>
<p>Quello che un’affermazione del genere cela non è particolarmente misterioso e credo sia sintetizzato nella brillante formula del «residenzialmente corretto» coniata dai sociologi Michel e Monique Pinçon. Associato alla media borghesia dell’est parigino, tendenzialmente impegnata in professioni cultural-intellettuali, il concetto indica «un habitat non troppo omogeneo in cui le classi popolari sono ben presenti» e in cui la <i>varietà</i>, in senso ampio, è il valore aggiunto; gli articoli sopracitati forniscono poi vari esempi, sottolineando come la circolazione a piedi o in bici (da cui il neologismo <i>Vélibobo</i>), la vicinanza agli spazi verdi, la presenza di caffè alla moda e centri culturali impreziosiscano l’habitat in questione fino a farlo corrispondere alla definizione dei Pinçon.</p>
<p>Ma “non troppo omogenea” è una litote da non sottovalutare: non si sta dicendo “eterogenea”. Difatti uno dei punti ricorrenti dell’analisi di Clerval è la questione della mescolanza etnica, apparentemente benvenuta ma in realtà tenacemente sorvegliata, misurata; tanto che la maggior parte degli abitanti della Boboland, nuovo punto in comune tra i due articoli, finisce col mandare i propri figli in scuole “non troppo eterogenee”, in altri quartieri. Le dichiarazioni raccolte dalla sociologa su chi si professa contento della mescolanza razziale nel proprio quartiere sono spesso aberranti: «Quando al mattino mi sveglio e sento che ascoltano il muezzin, fumando il narghilé, è così poetico, è magico… quest’immaginario arabo non è quello che cerco di solito quando faccio un viaggio, ma mi piace comunque»; oppure «Sono vent’anni che abito a Belleville e alla fine il mio piacere più grande è vedere il sorriso di un’africana vestita col kaftan, o di una turca che si vede che è analfabeta…». Il dato estetico, superficialmente esotico, sembra essere l’unico rilevato, ma soprattutto si sente, negli intervistati, quanto è piacevole questa sensazione di avere il mondo intero a portata di mano, al di fuori della porta di casa – a patto di tenerla ben chiusa.</p>
<p>La tesi di fondo della Clerval è che a Parigi l’essere favorevoli alla mescolanza razziale nel luogo in cui si risiede sia per i <i>bobos</i> un titolo di distinzione sociale, per dirla con Bourdieu, che li differenzia sia dalla ricca borghesia cittadina tout court, sia dalla piccola borghesia conformista migrata in <i>banlieue</i>. Tanto promossa dai governi di sinistra, finisce per diventare uno specchietto per le allodole: è una mescolanza che rima con l’inglobare, con l’omologare, perché ciò che è diverso non ha smesso di spaventare e perché, come brutalmente ma di nuovo efficacemente sintetizzano i Pinçon, «Quando si ha la possibilità di scegliere, è un nostro simile che vogliamo come vicino di casa»; <i>mon semblable, mon frère</i>.</p>
<p>Un esempio interessante, anche linguisticamente, citato dalla Clerval è la politica del <i>désenclavement</i> (da <i>enclave</i>), termine che di solito si riferisce al rendere accessibili zone particolarmente problematiche da un punto di vista geomorfologico e che oggi è usato in senso urbanistico anche, ad esempio, per il quartiere di Château Rouge, nel 18esimo: come se quest’area popolare ed etnicamente molto varia dovesse prima essere resa nuovamente accessibile al resto della popolazione cittadina attraverso un processo atto a ridurre la varietà etnica a una minoranza, e successivamente “normalizzata” dalla piccola borghesia intellettuale pronta a colonizzarla; <i>Droit au calme</i> è d’altra parte il nome di un’associazione della zona che desidera «un quartiere normale». E, a proposito dell’immagine dei “pionieri” urbani, Neil Smith (sempre citato da Clerval) sottolineava la scorrettezza dell’espressione fin dai tempi della conquista dell’Ovest: il pioniere, «chi comincia a sfruttare territori vergini», «chi apre la via al progresso», è qualcuno che agisce laddove prima non c’era niente – o niente di rilevante.</p>
<p>Per tornare però al desiderio iniziale degli intervistati di risiedere non lontani dalle persone che frequentano, credo che il discorso vada al di là dello status symbol, o della distinzione sociale che il quartiere in cui si vive procura: l’opinione sempre più diffusa è che l’est sia il vero centro cittadino, dove si concentrano le varie forme di interesse, e che ciò che succede al di fuori di esso sia di poco conto, tant’è che chi vi abita sente sempre meno il desiderio di spostarsi altrove in città. È questo che giustifica l’ansia di appartenenza. Il tipo di gentrificazione qui considerata fa dell’area interessata una specie di luogo delle meraviglie: la mescolanza etnica provvede a fornire l’esotico in giusta misura ma tutto quel che caratterizza una zona prima schiettamente popolare è tenuto sotto controllo; nascono i locali alla moda; gli esterni si ripuliscono, come in numerosi casi citati nei due articoli, dalla place Sainte-Marthe, alle vecchie botteghe sostituite da bar e negozi di vestiti di marca, fino alle macellerie che si adattano alla nuova clientela proponendo salsicce senza grassi. Il guscio si abbellisce e dà un senso di protezione, e questo al di là delle tensioni e contraddizioni che un processo del genere comporta: al di là dei senzatetto lungo il canale, dei più o meno occasionali episodi di delinquenza, dei prezzi del mercato immobiliare che schizzano alle stelle.</p>
<p>Durante un incontro della campagna elettorale di un candidato sindaco di sinistra, tenutosi proprio nella zona interessata, non una parola è stata spesa sui problemi della città: tutto era elogio dell’iperattività culturale di una metropoli così ricca e sempre affascinante (e d’altronde a Parigi quella della cultura mi sembra sempre di più un’ossessione, tanto che ormai nella maggior parte degli annunci di stanze in affitto si esplicita la preferenza per un coinquilino con un qualche interesse culturale).</p>
<p>La sensazione è che questo tipo di gentrificazione, il caso di Parigi ne è solo un esempio, porti alla creazione di un habitat sempre più kitsch, in cui la regola estetica s’impone e la nostalgia del <i>vieux Paris</i> viene frullata con l’immagine folkloristica ed edulcorata della città popolare e multietnica, con vecchi simboli annacquati della contestazione del potere e infine con un surrogato di solidarietà popolare, fino a ottenere un perfetto fondale che serve ai nuovi abitanti a mo’ di prova della loro apertura di spirito, come afferma anche Clerval. Al tempo stesso, le separazioni permangono e anzi si radicano, come quella tra bar di vecchia e nuova generazione, e la caccia all’ “autentico” diventa sempre più agguerrita; l’uso del termine, del resto, è già in sé il segno della dilagante presenza dell’inautentico, del kitsch, del finto originale.</p>
<p>Hermann Broch, e Milan Kundera sulla sua scia, hanno fornito elementi che, sebbene spesso cristallizzati in formule a effetto apparentemente isolate tra loro, si ricollegano l’uno all’altro in una teoria del kitsch niente affatto estranea al discorso sull’est parigino, o su molti centri e aree metropolitane in generale: il kitsch è quella dimensione altamente estetizzata dalla quale è espulsa qualsiasi forma di disaccordo categorico con l’essere, nelle parole di Kundera. Detta altrimenti: è un guscio che lascia fuori tutto ciò che non soddisfa determinati standard di bellezza, confort, sicurezza e intimità, intesa nel senso di appartenenza a una comunità di privilegiati. O ancora, per dirla con Eva Le Grand, uno dei maggiori critici dell’opera di Kundera: il kitsch è l’espressione dell’affascinante e inestirpabile capacità umana di sostituire alla realtà il sogno di un mondo migliore, di travestirla in una visione idillica ed estatica del mondo alla quale sacrifichiamo ogni scrupolo etico o critico.</p>
<p>In questo «sistema di invarianti» che è il Kitsch (Adorno), il cui obiettivo è di abbassare il livello di complessità del mondo, semplificarlo e mettere in testa alla gente che nulla può cambiare (ancora Adorno), «una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un&#8217;occhiata a ciò che si nasconde dietro» (Kundera), domanda che naturalmente il kitsch evita di porsi, tendendo così ad appiattire ogni contraddizione, e a raggiungere un livellamento generale. Se questo è il suo spazio, il suo tempo è quello della fine dell’esperienza e dell’inizio dell’individualità vissuta come uno spot pubblicitario (di quella che io chiamo utopia kitsch parlo più dettagliatamente <a href="http://rief.revues.org/881">qui</a>, l’articolo per ora è solo in francese). Le affinità col discorso condotto finora mi sembrano chiare: il contenimento o la riduzione delle mescolanze etniche (potenziali minacce, estetiche e non), l’attenzione all’involucro, la tendenza ad abbracciare un gusto dominante e la convinzione sempre più forte di vivere in the place to be possono essere viste come conseguenze della messa in pratica dei “valori” kitsch sopra elencati.</p>
<p>In questo senso, l’anti-kitsch è naturalmente la periferia: «La banlieue? No [risata], mai e poi mai. Non è Parigi», afferma un intervistato nel volume della Clerval. La periferia rappresenta «una località senza pace, come qualsiasi luogo del bando» che «serve a delimitare uno spazio frequentabile, quello della città normale, di contro a uno infrequentabile», come ha scritto Pierandrea Amato nel suo lavoro <i>La rivolta </i>e come, a proposito della sempre più manichea opposizione tra centro e periferia, ho ricordato anche <a href="http://www.alfabeta2.it/2013/09/16/ztl/">qui</a>.</p>
<p>Ora, questa visione delle cose può apparire eccessiva: il canal Saint-Martin è oggettivamente un bel posto, i bar di Belleville sono particolarmente piacevoli e la <i>rive gauche</i> in confronto sembra sempre più addormentata. Quelle qui incriminate sono anche le mie zone preferite e in uno dei locali che Clerval indica come raccaforti bobo ci ho festeggiato il mio compleanno. Però, rispetto ad alcuni anni fa, l’impressione di omologazione e di crescente immobilità è palpabile, nonostante ci siano ancora delle differenze da zona a zona, da strada a strada. Qualche giorno fa un’amica che da una decina d’anni ha casa nel 18esimo mi ha detto che vorrebbe vendere e comprare altrove per sfuggire all’imborghesimento, all’appiattimento dilagante – e il paradosso è che a quel punto la scelta ricadrebbe forse su quartieri <i>più </i>borghesi, cioè “autenticamente” borghesi.</p>
<p>Del vivere a Parigi ho sempre pensato in maniera confusa che richiedesse un adeguamento estetico in senso ampio, esistenziale, come se la città ti domandasse di essere all’altezza; che comportasse un certo tipo “incasellamento” sociale in seguito al quale ritagliarsi un proprio piccolo spazio e non muoversi più. Ho anche pensato in forma grezza quello che Aleksandar Hemon dice meravigliosamente nel racconto <i>Le vite degli altri </i>(in <i>Il libro delle mie vite, </i>Einaudi 2013, trad. di M. Balmelli) a proposito della condizione di immigrato, e cioè che il vivere in un altro paese ti costringe a contrattare, a negoziare la tua individualità in vista di una nuova individualità da acquisire, in un processo di auto-alterizzazione – fino a farti sentire, a volte, come nel caso dei suoi genitori, “ontologicamente incerto”. Adesso sono meno catastrofica, pur continuando a pensare sostanzialmente le stesse cose, e credo si possa star bene anche a Parigi. Si potrebbe: ma il desiderio di autentico di cui ho detto finora parla da solo di una mancanza – mancanza che il processo di gentrificazione rende via via più profonda. La boboland in fondo è una piccola bolla all’interno della bolla più grande che è Parigi; e credo che quello di Parigi non sia che un esempio.</p>
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