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	<title>Geoffrey Chaucer &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mind the gap. Da Chaucer a Les Blank</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2016 14:45:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Comare di Bath]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jamila Mascat &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; C&#8217;è uno spazio di piccole dimensioni che, nonostante tutti gli odiosi dispositivi cyborg usati per sopprimerlo, continua a resistere a oltranza: quello tra i miei due incisivi superiori. Il nome di battesimo è diastema (dal greco, ovviamente, διάστημα) e indica negli esseri umani un vuoto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-60641 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/zahn.gif" alt="zahn" width="400" height="253" /></p>
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<p>C&#8217;è uno spazio di piccole dimensioni che, nonostante tutti gli odiosi dispositivi cyborg usati per sopprimerlo, continua a resistere a oltranza: quello tra i miei due incisivi superiori.</p>
<p>Il nome di battesimo è diastema (dal greco, ovviamente, <span style="color: #545454;">διάστημα</span>) e indica negli esseri umani un vuoto d&#8217;essere che si insinua generalmente tra i due denti anteriori della mascella superiore. Erbivori come i cavalli (famosi per le gigantesche distese che separano i canini dai premolari) e roditori (privi di canini tra incisivi e molari) lo esibiscono con disinvoltura. Così anche i bambini piccoli, la cui dentizione primaria spesso presenta un corridoio d&#8217;aria in bocca, che intenerisce e in ogni caso non turba né disturba. Ma se, come talvolta accade, l&#8217;imperfezione si ripresenta quando arrivano i denti definitivi, c&#8217;è bisogno di correre ai ripari con apparecchi ortodontici di varia forma e fattura che nel giro di qualche anno dovrebbero risolvere la questione e riserrare i ranghi. Se il problema persiste, e per qualche ragione lo si vuole eliminare a tutti i costi, la chirurgia interviene per rimuovere il frenulo labiale sovradimensionato o applicando faccette di ceramica per tappare i buchi. Sembra che alla fine sia tutta colpa delle gengive, e che il fattore ereditario abbia un ruolo determinante nel <a href="http://: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25532099">49/%</a> dei casi.</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Assurto tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, grazie a Brigitte Bardot, Lauren Hutton, Madonna e Vanessa Paradis, a difetto più quotato nel firmamento delle dive, e poi ostentato con spudoratezza dalle mannequins del terzo millennio, stile Lara Jagger, che ne hanno fatto un&#8217;arma di ribellione contro le ingiunzioni al perfezionismo della moda démodée – il diastema, in tempi non sospetti e lontani dal glamour, aveva stregato <strong>Chaucer</strong> già nel Trecento.</span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il contributo dei <i>Canterbury Tales</i> (1387-1400) alla canonizzazione estetica del diastema – un&#8217;ironica e irriverente canonizzazione al femminile nel segno della voluttà – è cosa nota ai cultori della materia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Nel prologo generale dei <em>Racconti,</em> dove Chaucer introduce i 29 personaggi in pellegrinaggio da Southwark a Canterbury, tra il profilo di un <em>Dottor fisico</em> che “amava l&#8217;oro sopra ogni cosa” e “metteva tutto da parte quel che guadagnava in tempo di pestilenza&#8221; e il ritratto di un “povero parroco di campagna” che “tuttavia era ricco di pensieri e d&#8217;opere sante”, fa capolino un cammeo della <em>brava comare di Bath*.</em></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">“Ricca di meriti” (<em>She was a worthy womman al hir lyve /  She was a worthy woman all her life</em>), infaticabile viaggiatrice e amante del riso e della chiacchiera, iniziata fin da giovanissima alla buona compagnia e al divertimento ed esperta in fatto di rimedi d&#8217;amore, arte di cui vantava profonda conoscenza, la<em> wife of Bath</em> esibisce un aspetto e una postura che tradiscono le sue inclinazioni: donna dal viso impertinente e dal colorito acceso, seduta a cavallo e finemente vestita, con scarpe morbide, calze rosso scarlatto e un immenso cappello posato sul capo.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Peccato, era un po&#8217; sorda” (<em>But she was somdel deef, and that was scathe /  But she was somewhat deaf, and that was a pity</em><b>)</b>, nota Chaucer, e “avesse i denti spaziati, a dire il vero” (<em>Gat-tothed was she, soothly for to seye<b> / </b>She had teeth widely set apart, truly to say</em></span><span style="color: #000000;">). La versione di E. Barisone (Utet, Torino, 1981) traduce: “i suoi denti infatti erano radi”, sottolineando la scarsità più che la spaziatura a cui l&#8217;aggettivo </span><span style="color: #000000;"><i>gap-toothed</i></span><span style="color: #000000;"> invece rimanda, caratteristica a quanto pare diffusa tra i pellegrini, che, così vuole la leggenda, il <em>gap</em> proteggeva e destinava alle cure di una buona stella. Ragion per cui l&#8217;autore dei <em>Racconti</em> collega il diastema all&#8217;abitudine di girovagare (<em>She koude muchel of wandrynge by the weye / She knew much about wandering by the way</em>).</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Nel prologo che precede il suo <i>tale </i>(il sesto), la Comare di Bath si racconta in prima persona<span style="background-color: #d5d5d5;">. </span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Vedova di cinque mariti –<span style="color: #000000;"> &#8220;E benvenuto il sesto, quando capiterà!&#8221; (<em>Welcome the sixte, whan that evere he shal</em>) – nata sotto il segno di Venere e Marte – &#8220;Venere mi ha dato passione e cuore, e Marte il mio trepido ardimento&#8221; (<em>Venus me yaf my lust, my likerousnesse/ And Mars yaf me my sturdy hardynesse</em>) – </span>rivendica con fierezza la propria devozione all&#8217;amore (<span style="color: #000000;"><em>Allas, allas! That evere love was synne!/I folwed ay myn inclinacioun/ By vertu of my constellacioun</em>) e un disinvolto e generoso appetito sessuale: &#8220;Dio mi perdoni, ma non ho mai saputo amare con discrezione. Ho sempre seguito il mio appetito, corti o lunghi, neri o bianchi che fossero; purché mi amassero, non stavo a guardare se erano poveri o di che rango&#8221; (<em>I ne loved nevere by no discrecioun, But evere folwede myn appetit, Al were he short, or long, or blak, or whit;I took no kep, so that he liked me, How poore he was, ne eek of what degree</em>).</span></span></span></p>
<p>Dai presunti eccessi di Venere associati al diastema discende la mitologia della pessima (o ottima) reputazione delle sue portatrici sane. E anche se non si conosce ad oggi nessuna evidenza scientificamente comprovata del rapporto tra l&#8217;esuberante attività libidica e la distanza che separa gli incisivi superiori, l&#8217;erotizzazione (maschile) del diastema (femminile) e di altre imperfezioni dentarie rimane un&#8217;<em>idée reçue</em>, tutta eterocentrata, dura a morire e sorprendentemente senza confini.</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 2015<span style="color: #111111;"> l&#8217;</span><span style="color: #111111;"><em>Australian Dental Association</em> (ADA) lanciava <a href="http://www.abc.net.au/news/2015-02-08/trend-dracula-fangs-and-snaggletooth-warning-from-dentists/6078228">l&#8217;allarme</a> della nuova moda dei denti-Dracula, cioè dei canini artificialmente allungati e appuntiti, divampata in Giappone nel corso degli ultimi anni e che minaccia di contagiare tutta la regione australo-<wbr></wbr>asiatica. Paragonato a <em>piercing</em> e tatuaggi, questo intervento di dentistica cosmetica appartiene al novero di quelle pratiche di modificazione anatomica a cui in tanti si sottopongono con fierezza ed entusiasmo per ragioni che altrettanti considerano un arcano sciocco e ingiustificabile. Il trend dei denti-Dracula (in giapponese </span><span style="color: #111111;"><i>yaeba</i></span><span style="color: #111111;">, espressione che designa precisamente denti di forma irregolare e tagliente) sarebbe diventato un vezzo diffusissimo tra le giovanissime, desiderose di apparire ancora più giovani proprio grazie a questa curiosa imperfezione concepita per restituire al sorriso un delizioso sapore infantile. </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #111111;">In Nigeria (e in altri paesi dell&#8217;Africa occidentale), dove il diastema è diventato un simbolo di autenticità, bellezza e </span><span style="color: #000000;">fertilità e </span><span style="color: #111111;">va per la <a href="http://www.news24.com.ng/MyNews24/The-beauty-of-diastema-20150305">maggiore</a>, i</span><span style="color: #000000;">l ricorso diffuso alle ricostruzioni artificiali dei denti spaziati è stato indagato parallelamente da <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3462515/">studi</a> etnografici e odontoiatrici che testimoniano dell&#8217;importanza di questo fenomeno.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Sorprendentemente, invece, in Francia “les dents du bonheur” rivelano una genealogia tutta maschile. Infatti, una delle spiegazioni (non documentate ma diffuse) di questa felice designazione (l&#8217;altra allude alla dentizione decidua dei bambini, spaziata perché alterata dalla suzione del pollice, che in età adulta ricorderebbe i piaceri dell&#8217;infanzia) risale al tempo delle guerre napoleoniche, quando i soldati in guerra dovevano usare i denti per ricaricare i fucili, per aprire cioè le <em>cartouches papier</em>, le confezioni di carta che imballavano la polvere da sparo e i proiettili. Gli uomini che non vantavano una dentatura impeccabile venivano esentati dalla leva e potevano per questo ritenersi fortunati (da cui anche l&#8217;espressione &#8220;dents de chance&#8221;). </span></span></p>
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<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-60655 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/gap.png" alt="gap" width="500" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/gap.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/gap-300x225.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Questa immagine è la foto di una mela morsa da un morso inconfondibilmente diastemico – niente a che vedere con i morsi levigati e seriali delle mele incise sul dorso di computer e cellulari. </span></span></span></p>
<p>Il diastema è, tra le altre cose, un sigillo inscritto nel cibo, la traccia inequivocabile di un atto compiuto,  la prova schiacciante di un divieto alimentare trasgredito:</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Gap-Toothed Women (1987)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/BilnXlqQy6w?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Les Blank</strong> (1935-2013) è un regista dalle curiose ossessioni orali – mi riferisco al cavo orale, al palato e al gusto. </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #121212;">N</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">el 1980 aveva girato una docu-inchiesta sull&#8217;aglio intitolata</span></span><span style="color: #252525;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span><span style="color: #252525;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8220;Garlic is as good as ten mothers” (ispirata al detto fatidico <em>Garlic is as good as ten mothers&#8230;. for keeping the girls away</em>). </span></span></span></p>
<p><span style="color: #252525;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;anno prima, nel 1979, aveva filmato la cerimonia di lancio all&#8217;UC Theatre di Berkeley di <em>Gates of Heaven</em>, opera prima di Errol Morris, durante la quale Werner Herzog onorava la promessa di mangiare una scarpa cucinata tra i fornelli di <em>Chez Panisse</em> con l&#8217;aiuto della <em>cheffe</em> Alice Waters. Addentando pezzi di tomaia, </span></span></span>discorrendo nel frattempo di cinema, volontà, sapori e sentimenti, il regista di <em>Fitzcarraldo</em> teneva così <span style="color: #252525;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">fede alla scommessa fatta al suo allievo qualche anno prima: se Morris avesse completato la pellicola, Herzog avrebbe divorato una scarpa cotta. &#8220;Le scarpe, precisa, sono quelle che indossavo quando ho scommesso con Errol, perché ho pensato che avrei dovuto prendere le stesse. Avrei potuto mettermi delle scarpe più leggere, ma non avrebbe avuto senso. Non mi piacciono i codardi&#8221;. </span></span></span>Così <em>Werner Herzog eats his shoe </em>(e rende omaggio a Chaplin in <em>The Gold Rush)</em>:</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Werner Herzog Eats His Shoe" frameborder="0" width="696" height="522" src="https://www.dailymotion.com/embed/video/xl61of" allowfullscreen allow="autoplay"></iframe></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #252525;">Nel 1987 realizza <em>Gap-toothed women</em>, un documentario di 37 minuti costruito sul montaggio di <em>récits</em> di donne diversissime – tra cui l&#8217;attrice Lauren Hutton e l&#8217;allora giudice della Corte Suprema</span><span style="color: #4c4c4c;"> Sandra Day O’Connor, insieme ad altre meno note – che la natura ha unito nel segno del diastema. Ciascuna racconta la propria esperienza di una vita vissuta con lo spazio tra i denti con vergogna, fierezza, rassegnazione o, perfino, misticismo. La telecamera inquadra una dopo l&#8217;altra queste dentature vistosamente imperfette – come nell&#8217;estratto video postato poco sopra – per rendere omaggio al <em>gap.</em> </span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #4c4c4c;">E alle fantasie amorose del regista da adolescente: [il video che segue sembra uguale al primo, ma non lo è. Si tratta di un&#8217;intervista a Les Blank che racconta la sua infatuazione per una <em>gap-toothed girl</em> alle medie]:</span></span></span></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Les Blank on his Love for Gap-Toothed Women" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/KrXesKZf7_w?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #4c4c4c;"> </span></span></span></p>
<p>______________________________________________________________</p>
<p>*<i>&#8220;</i>E c&#8217;era una brava Comare dei dintorni di Bath, ma, peccato, era un po&#8217; sorda. A tessere il panno era così pratica, da battere quelli di Ypres e di Gand. In tutta la parrocchia non c&#8217;era donna che avesse il coraggio di passarle avanti a far l&#8217;offerta: se mai qualcuna s&#8217;arrischiava, a lei veniva una tal bile, che usciva fuori d&#8217;ogni grazia. I suoi fazzoletti erano di tessuto finissimo: giurerei che pesavano dieci libbre quelli che si metteva in capo la domenica. Le sue calze erano d&#8217;un bel rosso scarlatto, ben attillate; le scarpe morbidissime e nuove. Aveva un volto impertinente, bello, di colorito acceso. Era una donna ricca di meriti, che in vita sua aveva condotto ben cinque mariti sulla porta di chiesa, senza contare altre amicizie di gioventù&#8230; ma non è il caso di parlarne proprio ora. Tre volte era andata a Gerusalemme, e di fiumi stranieri ne aveva attraversati molti: era stata a Roma, a Boulogne, a San Giacomo in Galizia e a Colonia. Aveva insomma parecchia pratica di viaggi: i suoi denti infatti erano radi. Sul cavallo sedeva comodamente, ben avvolta da un soggólo, con un cappello in testa largo come un brocchiere o uno scudo; una gualdrappa intorno ai larghi fianchi, e ai piedi un paio di speroni aguzzi. In compagnia sapeva ridere e chiacchierare; e doveva intendersene di rimedi d&#8217;amore, poiché di quell&#8217;arte conosceva certo l&#8217;antica danza<i>&#8220;. </i></p>
<p>[G. Chaucer,<i> I racconti di Canterbury (</i>versi 445-476<i>),</i> a cura di E. Barison, Utet, Torino].</p>
<p>In inglese:</p>
<p>445         <b>A good WIF was ther OF biside BATHE,</b><br />
There was a good WIFE OF beside BATH,<br />
446         <b>But she was somdel deef, and that was scathe.</b><br />
But she was somewhat deaf, and that was a pity.<br />
447         <b>Of clooth-makyng she hadde swich an haunt</b><br />
She had such a skill in cloth-making<br />
448         <b>She passed hem of Ypres and of Gaunt.</b><br />
She surpassed them of Ypres and of Ghent.<br />
449         <b>In al the parisshe wif ne was ther noon</b><br />
In all the parish there was no wife<br />
450         <b>That to the offrynge bifore hire sholde goon;</b><br />
Who should go to the Offering before her;<br />
451         <b>And if ther dide, certeyn so wrooth was she</b><br />
And if there did, certainly she was so angry<br />
452         <b>That she was out of alle charitee.</b><br />
That she was out of all charity (love for her neighbor).<br />
453         <b>Hir coverchiefs ful fyne weren of ground;</b><br />
Her kerchiefs were very fine in texture;<br />
454         <b>I dorste swere they weyeden ten pound</b><br />
I dare swear they weighed ten pound<br />
455         <b>That on a Sonday weren upon hir heed.</b><br />
That on a Sunday were upon her head.<br />
456         <b>Hir hosen weren of fyn scarlet reed,</b><br />
Her stockings were of fine scarlet red,<br />
457         <b>Ful streite yteyd, and shoes ful moyste and newe.</b><br />
Very closely laced, and shoes very supple and new.<br />
458         <b>Boold was hir face, and fair, and reed of hewe.</b><br />
Bold was her face, and fair, and red of hue.<br />
459         <b>She was a worthy womman al hir lyve:</b><br />
She was a worthy woman all her life:<br />
460         <b>Housbondes at chirche dore she hadde fyve,</b><br />
She had (married) five husbands at the church door,<br />
461         <b>Withouten oother compaignye in youthe &#8212;</b><br />
Not counting other company in youth &#8212;<br />
462         <b>But thereof nedeth nat to speke as nowthe.</b><br />
But there is no need to speak of that right now.<br />
463         <b>And thries hadde she been at Jerusalem;</b><br />
And she had been three times at Jerusalem;<br />
464         <b>She hadde passed many a straunge strem;</b><br />
She had passed many a foreign sea;<br />
465         <b>At Rome she hadde been, and at Boloigne,</b><br />
She had been at Rome, and at Boulogne,<br />
466         <b>In Galice at Seint-Jame, and at Coloigne.</b><br />
In Galicia at Saint-James (of Compostella), and at Cologne.<br />
467         <b>She koude muchel of wandrynge by the weye.</b><br />
She knew much about wandering by the way.<br />
468         <b>Gat-tothed was she, soothly for to seye.</b><br />
She had teeth widely set apart, truly to say.<br />
469         <b>Upon an amblere esily she sat,</b><br />
She sat easily upon a pacing horse,<br />
470         <b>Ywympled wel, and on hir heed an hat</b><br />
Wearing a large wimple, and on her head a hat<br />
471         <b>As brood as is a bokeler or a targe;</b><br />
As broad as a buckler or a shield;<br />
472         <b>A foot-mantel aboute hir hipes large,</b><br />
An overskirt about her large hips,<br />
473         <b>And on hir feet a paire of spores sharpe.</b><br />
And on her feet a pair of sharp spurs.<br />
474         <b>In felaweshipe wel koude she laughe and carpe.</b><br />
In fellowship she well knew how to laugh and chatter.<br />
475         <b>Of remedies of love she knew per chaunce,</b><br />
She knew, as it happened, about remedies for love<br />
476         <b>For she koude of that art the olde daunce.</b><br />
For she knew the old dance (tricks of the trade) of that art.</p>
<p>[dal <em><a href="https://sites.fas.harvard.edu/~chaucer/teachslf/gp-par.htm">General Prologue</a></em>].</p>
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		<title>Incontri di civiltà: Jundishāpūr</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2009 09:00:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Nelle mie disordinate peregrinazioni alla ricerca delle storie attraversate dall’idea di inerzia nel corso di secoli di riflessione scientifica, mi sono felicemente imbattuto in quel grande filosofo/medico/scienziato che portava il nome di Abū ‘Alī al-Husayn ibn ‘Abd Allāh ibn Sīnā, brevemente ibn Sīnā o, nell’Occidente cristiano, Avicenna, nato vicino a Bukhara, allora [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/persia31.jpg" alt="persia31" title="persia31" width="524" height="315" class="aligncenter size-full wp-image-17984" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/persia31.jpg 524w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/persia31-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 524px) 100vw, 524px" /></p>
<p>Nelle mie disordinate peregrinazioni alla ricerca delle storie attraversate dall’idea di inerzia nel corso di secoli di riflessione scientifica, mi sono felicemente imbattuto in quel grande filosofo/medico/scienziato che portava il nome di <em>Abū ‘Alī al-Husayn ibn ‘Abd Allāh ibn Sīnā</em>, brevemente <em>ibn Sīnā</em> o, nell’Occidente cristiano, Avicenna, nato vicino a Bukhara, allora Persia, oggi Uzbekistan, nel 980 e morto a Hamadan (Persia) nel 1037. </p>
<p>Ma più ancora ho scoperto un <strong><em>milieu</em> culturale straordinario</strong>, fatto di collaborazione interreligiosa e interculturale, che ha molto da insegnare a tutti gli odierni proclamatori della superiorità occidentale. Di questo ambiente così ricco e produttivo vorrei raccontare qualcosa, senza, dionescampi, parlare più dell’inerzia.</p>
<p>Nel prologo generale ai deliziosi <em>Racconti di Canterbury</em> che Geoffrey Chaucer (c. 1343 – 1400), una volta smesso il mestiere di controllore delle dogane, scrive nel 1387, viene presentata la variopinta compagnia di pellegrini che durante il viaggio a Canterbury, raccontano i racconti: tra questi vi è un <em>Doctour of Phisyk</em>, un dottore in medicina cioè (anche nell’inglese contemporaneo <em>physician</em> è il medico, non il fisico, che è <em>physicist</em>), esperto di ogni arte di guarigione e attento anche alla propria salute, grazie ad una dieta “nutriente e digeribile”. Per comprovare la sua dottrina, Chaucer non esita ad elencare i maestri che “ben conosceva”, il cui repertorio suona così:</p>
<p><em>Wel knew he the olde Esculapius<br />
And Deiscorides, and eek Rufus,<br />
Olde Ypocras, Haly and Galien,<br />
Seràpiòn, Razis and Avicen,<br />
Averròis, Damascién and Constantýn,<br />
Bernàrd and Gatesden and Gilbertýn.</em></p>
<p>[G. Chaucer, <em>The Canterbury Tales</em>, the Prologue, vv. 429-434].<span id="more-17967"></span></p>
<p>Non è difficile riconoscere, nella scrittura in inglese medio (Middle English, circa 1100-1500) del XIV secolo, i nomi di illustri dottori dell’antichità. Oltre a cinque greci, Esculapio (Asclepio), Dioscoride, (<em>eek</em>, cioè <em>anche</em>) Rufo, il vecchio Ippocrate di Cos e Galeno, e a tre inglesi, Bernard Gordon, John of Gaddesden e Gilbertus Anglicus, troviamo i nomi – s’intende latinizzati – di  sette studiosi arabi, Ali, Serapione, Razi, Avicenna, Averroè, Damasceno e Costantino l’Africano.<br />
Nella cultura dell’Occidente del XIV secolo – Chaucer era uomo di mondo, diplomatico e parlamentare – era da tempo affermata l’idea dell’importanza della tradizione araba, in medicina così come nelle altre discipline.</p>
<p>Cominciamo dunque a metter bene a fuoco il fatto che, già a partire dall’alto Medioevo, quella parte di Asia centro-occidentale che comprende, molto approssimativamente gli odierni Uzbekistan, Iran, Irak, Siria e Armenia (almeno) divenne, pur attraverso instabilità politiche a tratti tumultuose, una regione ricca di fermenti e contaminazioni culturali e di scuole raffinate e ricca quindi di figure di pensatori e filosofi di tutto rilievo. </p>
<p>La città di Jundishāpūr (o Gundeshāpūr, o per i siriaci Beth-Lapat, o Belapat, vicina all’odierna Ahwāz nell’Iran sud-occidentale), fu un punto di riferimento piuttosto particolare. </p>
<p>La storia di questa città è in sé assai notevole: l’origine del suo nome non è chiara; in epoca precristiana vi era un insediamento detto <em>Genta Shapirta</em>, che sarebbe “il bel giardino”. Fu poi rifondata nel III secolo d.C. dal re Shāpūr I° (anni di regno: 241-272), secondo della dinastia <em>Sassanide</em>, talvolta infelicemente tradotte in italiano come “Sapore I°”, subito dopo che egli ebbe sconfitto l’imperatore romano Valeriano; sembra anzi che il nome Jundishāpūr potesse significare “esercito di Shāpūr” o “fortezza di Shāpūr” e che servisse in una prima fase come accampamento per i romani fatti prigionieri. La cosa interessante però è che da subito Shāpūr I° sembra abbia voluto farne un centro culturale che superasse la grande Antiochia, che pure egli aveva appena strappato alle mani di Roma. </p>
<p>La città crebbe rapidamente d’importanza, soprattutto come centro di una grande scuola medica di ispirazione ippocratea, fu resa capitale dell’impero da Shāpūr II° (anni di regno: 309-379, fu nominato re mentre ancora era nel ventre di sua madre: <em>rex in utero</em>), ed aumentò ancora quando un secolo dopo l’imperatore romano d’oriente Zenone l’Isaurico, nel 489, chiuse la scuola di Edessa, e ancor più quando, con un decreto che l&#8217;imperatore Giustiniano – con rara cecità culturale – emanò nei suoi primissimi anni di regno, nel quadro della sua rifondazione dell’intero corpus giuridico del 529, furono chiuse tutte le scuole filosofiche greche. Nell’accademia di Jundishāpūr si studiavano medicina, matematica, astronomia e teologia.</p>
<p>L’altro apporto fondamentale che arrivò in questo centro della grande Persia fu quello della medicina indiana, soprattutto sotto il regno di uno degli ultimi re della dinastia Sassanide, Cosroe I° Anūshirwān (= dall’anima immortale, regnò dal 531 al 579) <figure id="attachment_17969" aria-describedby="caption-attachment-17969" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/chosroeshuntingscene-300x294.jpg" alt="Cosroe I a caccia" title="chosroeshuntingscene" width="300" height="294" class="size-medium wp-image-17969" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/chosroeshuntingscene-300x294.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/chosroeshuntingscene-1024x1003.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/chosroeshuntingscene.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-17969" class="wp-caption-text">Cosroe I a caccia</figcaption></figure></p>
<p>che ritenne di inviare a questo scopo il proprio vizir Burzūyah in India; questi riportò a Jundishāpūr sia le conoscenze acquisite che vari medici indiani in carne e ossa; il vizir scrisse anche un manuale, <em>Sapienza degli indiani</em>, che fu successivamente, nel 1070, tradotto in greco.. Ascoltate quanto di istruttivo per la professione medica scrive poi Burzūyah in una sua breve autobiografia a proposito della propria scelta per le scienze mediche:</p>
<p><em>Osservai che c’erano quattro cose cui gli uomini aspirano. A quale di queste dovevo mirare? Al denaro, alla prosperità, alla fama o a una ricompensa celeste? Ciò che decise la mia scelta fu l’osservazione che tutte le persone intelligenti apprezzano la medicina e che nessuna religione la condanna. Ero abituato inoltre a leggere nei libri di medicina che il medico migliore è quello che si dedica completamente alla sua professione e ricerca un compenso solo nell’aldilà. Mi risolsi così a seguire quest’indirizzo e a non pensare ad alcun guadagno terreno per non essere come un mercante che vende per una bagatella priva di valore un rubino in cambio del quale si sarebbe potuto procurare tutte le ricchezze del mondo.</em></p>
<p>Così, alla fine dell’impero Sassanide (651) Jundishāpūr era diventata un centro nel quale si erano fuse senza rilevanti contrasti le tradizioni, mediche e astronomiche, greca, persiana e indiana. </p>
<p>E più ancora, alla caduta dei Sassanidi, alla metà del VII secolo, in seguito alla conquista araba, la città venne accuratamente preservata, e anzi potenziata dalle scuole di pensiero arabe. Specie sotto lo splendido mecenatismo dei califfi della dinastia <em>Abbaside</em> (750 – 1258, anno del sacco di Baghdad da parte dell’esercito mongolo di Hulagu Khan, nipote di Gengis Khan [o Činggis Qaγan]) al-Manşūr (il califfo che costruì Baghdad nel 762), Hārūn ar-Rashīd (tutti ricorderanno le <em>Mille e Una Notte</em>) e al-Ma’mūn. Uno dei fattori che accentuò tale fenomeno fu l’incontro degli arabi con i cristiani nestoriani di Siria, che avevano mantenuto una tradizione intellettuale propria di notevole spessore, traducendo le opere greche in siriaco e contribuendo poi, all’arrivo dei musulmani, alla traduzione in arabo di un gran numero di queste opere. Furono così tradotti, studiati e commentati i più rilevanti testi greco-ellenistici, da Galeno a Euclide, da Aristotele ad Alessandro di Afrodisia e a Simplicio.</p>
<p>Il declino di Jundishāpūr iniziò soltanto quando appunto il califfo abbaside al-Manşūr costruì Baghdad, per farne la nuova capitale dell’impero; al posto di Damasco che lo era stata sotto la dinastia degli Omayyadi (tra la metà del VII e la metà dell’VIII secolo) Un po’ alla volta gli studiosi di Jundishāpūr si trasferirono a Baghdad, che divenne così il centro culturale più importante di tutta l&#8217;area.</p>
<p>La storia della città naturalmente è più ricca e complessa di quanto io abbia potuto raccontare in queste poche righe. Tra l’altro nell’Iran moderno è stata rifondata una <a href="http://academy-of-gundishapur.wikix.ipupdater.com/">Accademia di Jundishāpūr</a>, che ha un ricco <a href="http://www.ajums.ac.ir/HomePage.aspx?TabID=0&#038;Site=DouranPortal&#038;Lang=fa-IR">sito</a>, naturalmente in farsi (persiano moderno che utilizza l’alfabeto arabo con qualche adattamento). </p>
<p>Dunque, con qualche interruzione, la più antica università del mondo.</p>
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