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	<title>georges didi-huberman &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Per nuove regole d&#8217;ingaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Dec 2012 11:12:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[12.12.12]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Lenzini Di ritorno dai funerali di Pinelli annotava nel dicembre ’69 Franco Fortini: «Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita una età, cominciata ai primi del decennio.» Così fu veramente e oggi lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44317" rel="attachment wp-att-44317"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-44317" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-643x1024.jpg 643w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-60x96.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-23x38.jpg 23w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-135x215.jpg 135w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli-80x128.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/finestra-pinelli.jpg 742w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a></p>
<p style="text-align: right">di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<div style="text-align: justify">
<p>Di ritorno dai funerali di Pinelli annotava nel dicembre ’69 Franco Fortini: «Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita una età, cominciata ai primi del decennio.» Così fu veramente e oggi lo comprendiamo meglio, se appena alziamo lo sguardo dallo scialo delle ricorrenze e di quanto le accompagna. <span id="more-44315"></span>Su quegli anni, Fortini (un poeta, figuriamoci) molto scrisse che è stato con accortezza dimenticato, e a distanza di tempo, nei tardi e marci Ottanta, dette all’«Espresso» una lettera pubblica che aveva per destinataria Licia Pinelli. Occasione (1986) ne era la disputa su un monumento a Bresci.</p>
<p>Precisava Fortini in apertura che «l&#8217;idea anarchica di che cosa l&#8217;uomo sia» non era mai stata la propria; nondimeno, auspicava che «i sassi e muri scritti portassero i nomi che più possono offendere l&#8217;ipocrisia pubblica e il progressismo omicida e suicida: Bakunin, Vanzetti, Macnò, Durruti, Berneri, Serantini, Bresci, Pinelli.» Quei nomi, aggiungeva, potevano aiutare a «fare più lucida la divisione degli interessi e dei bisogni contro la infame pace sociale predicata all&#8217;ombra delle portaerei e delle centrali atomiche.» Poi però, come per un soprassalto che distolga da un comportamento o da un discorso divenuto rituale e senza più verità, concludeva la lettera correggendosi, anzi contraddicendosi recisamente: no, meglio non perseverare in forme di memoria affidate a monumenti, lapidi e anniversari. Come se date e nomi ritualizzati, istituzionalizzati, non potessero più turbare né offendere chicchessia, e tanto meno l’ipocrisia pubblica; e perciò, esortava: «via dai cimiteri, dalle commemorazioni, dall&#8217;odore di moderna rifrittura che il vento mi porta dalle feste settembrine di partito; via fin dai libri di storia.»</p>
<p>Senza più memoria, dunque? Nemmeno quella di parte, il ricordo delle vittime dell’ingiustizia? «La memoria dovrebbe avere ben altro, e altrimenti, da capire senza pietà e da fare», così finiva la lettera a Licia Pinelli. A queste domande e a quella richiesta di «ben altro» non è mancata la risposta, di tutt’altro segno da quello alluso da Fortini: non solo una lunghissima restaurazione, di cui nel dicembre ’69 risuonavano i primi e atroci accordi, ma un’ampia e capillare opera di rimozione per sovraesposizione, lo strumento più idoneo per mantenere tutto come prima e per giunta salvarsi la coscienza, magari attenendosi alle istruzioni bipartisan sull’uso della storia. Tutto feticizzare, da Auschwitz a Hiroshima a Ground Zero, da Piazza Fontana a Columbine High School, idroscalo di Ostia o Capaci, ecco una soluzione soddisfacente e sempre valida; l’«altro» riassorbito e omologato, tenuto a distanza nell’immediata vicinanza, nel flusso senza pause delle parole e delle immagini, che già contengono nello sguardo di chi le fabbrica il consumo prossimo, l’acquiescenza e la garanzia preventiva di un generico e interessato consenso, peggiore dell’oblio e di quello complice. Così l’atrofia indotta, l’ignoranza procurata, la diserzione intellettuale, l’afasia petulante, il cinismo autoimmune e il solipsismo di massa dei nostri anni hanno creato un vasto inframondo che ormai solo raggi molto speciali, di certi artisti, riescono a intercettare. Notte o giorno, per il drone non fa differenza, è sempre stagione di caccia; le <em>killing list  </em>sono aggiornate in tempo reale. Tutto va per il meglio, possiamo stare tranquilli e continuare a credere di essere dove siamo.</p>
<p>Ma uno che con le immagini lavora da sempre, un fotografo per esempio, come può trovare un punto di vista che faccia saltare l’accordo unanime che presiede a tutto questo? Come penetrare nelle sedimentazioni culturali che hanno assunto l’aspetto di “natura”, e fanno parte di noi stessi? Su questi temi ha riflettuto, tra i tanti, Georges Didi-Huberman, in <em>Immagini malgrado tutto</em> e in un ampio studio sull’<em>Abc della guerra</em> di Brecht; più di recente, parlando di Pasolini, si è soffermato sul lavoro di Laura Waddington in <em>Border 55</em>, video girato nei pressi del campo della Croce Rossa di Sangatte, da dove fuggiaschi irakeni o afghani tentano di raggiungere il tunnel per l’Inghilterra: immersi nella notte e nel rischio, in fuga dai protervi riflettori dei guardiani d’Europa, essi appaiono e scompaiono come brevi bagliori e ombre dileguanti in inquadrature incerte, in immagini sgranate e rubate all’oscurità e alla legalità. Davanti al lavoro di Patrizio Esposito, da <em>Monitor Iraq</em> a <em>Necessità dei volti</em>, viene da chiedersi se non vi sia, in esso, un rapporto di solidarietà con l’idea di Didi-Huberman di «far apparire scintille di umanità» proprio dagli esseri in fuga, prede disperate ma ancora con «l’ostinazione di un progetto, il carattere indistruttibile di un desiderio.» Se l’analogia è legittima, come credo, è perché il lavoro di Esposito non solo sa esprimersi, anch’esso, in intermittenze, in bagliori d’esilio e speranze clandestine, ma in quanto si realizza attraverso una sperimentazione prolungata, multiforme, un artigianato fatto di materia e di tempo che al consumo e alla dimenticanza, all’offesa del falso vero si oppone altrettanto caparbiamente. A Gaza o a Napoli, a Milano o nel Sahara Occidentale, quel lavoro non è già più “resistenza”, ma qualcos’altro: inventare una «comunità di bagliori», cercare la «lacuna aperta tra il passato e il futuro» (Didi-Huberman) comporta un cammino fuori delle mappe ufficiali, appostamenti in territori rimossi, percorsi che s’intravedono solo strada facendo. Forse è così che prende forma il “fare” che è proprio della memoria non amputata o anestetizzata, bensì in tensione, mobile e sensibile al risveglio di un progetto.</p>
<p>Il tempo non è un unico tempo, dovevamo saperlo. Per il transfuga, tra abbagliamenti e oscuramenti, tra una ronda e l’altra, ogni passo è a tentoni, ogni istante è guadagnato alla sorte. Ma anche quel che non è stato e poteva essere, in certi momenti può chiederci udienza. Lì, in quel punto, ci conduce il lavoro di Esposito. Poiché non solo dobbiamo imparare la pluralità dei tempi ma, insieme, affrontare l’impensato e attrezzarci per ritentare un discorso comune, un alfabeto nuovo e condiviso. In <em>Milano quattro secondi,</em> dedicato a Pinelli e al crinale storico che porta il suo nome, una molteplicità di luoghi e di strumenti &#8211; dal digitale al manufatto, dai quaderni di “alfabeto urbano” a pezzi unici in consegna a testimoni esemplari &#8211; cospira per una scena essenziale, scarna e antiretorica, e però popolata da una eco collettiva, che si riattiva per un contrappunto di piani opposti e dialettici, necessari ed elementari: luce/ombra, alto/basso, pieno/vuoto. Il luogo è un luogo (cantiere o magazzino), non un monumento; una data è una soglia (12.12.12) e i numeri incisi non una lapide ma segnali per chi s’addentrerà nel bosco, nel tunnel o nel deserto. Ma la «lacuna» può essere ovunque e in ogni momento: ne parla la foto dispersa che per un attimo appare su una superficie di polvere e poi svanisce, il chiarore del fuoco che convoca i senza dimora e gli assenti, il fascio di luce che indica un varco: proprio lì, dov’eravamo stati senza vederlo. Quell’attimo che si dilata stabilisce l’apertura e insieme il limite provvisorio di un lavoro in continua evoluzione, che recupera il principio brechtiano dello straniamento ma non lo immette nella cornice di una rappresentazione: il precipitare di una esistenza (quattro secondi) non è rappresentabile, né deve esserlo (nemmeno quel breve, minuscolo sciame di braci di sigaretta, giù dalla finestra); piuttosto sollecita la dimensione individuale, agita il piano dell’esperienza, ne fa vacillare le fondamenta. A chi condivide questa perturbazione non è offerta la “verità” ma un lampeggiamento, quindi una <em>chance</em>: ognuno porterà con sé un indizio, un frammento, un’attesa incerta o una domanda. Quanto può bastare, ora, per un inizio: via dai libri di storia ma dentro altro, che sia davvero diverso.</p>
<p>[Articolo apparso su «Alias», 8 dicembre 2012. Foto: <em>Simulazione della caduta di Pinelli dall&#8217;ufficio del commissario Calabresi</em>, manichino costruito da Carlo Rambaldi, 1971.]</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Nota bibliografica</p>
<p>Franco Fortini, <em>Il funerale di Pinelli</em>, in <em>L’ospite ingrato primo e secondo</em>, Casale Monferrato, Marietti, 1985 (poi in <em>Saggi ed epigrammi</em>, Milano, Mondadori, 2003, pp. 999-1003);<em> Lettere da lontano. A Licia Pinelli</em>, «L’espresso», XXXII, n.38, 28 settembre 1986; Georges Didi-Huberman, <em>Immagini malgrado tutto</em>, Milano, Raffaello Cortina, 2003; <em>Quand les images prennent position</em>, Paris, Les Editions de Minuit, 2009; <em>Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze</em>, Torino, Bollati Boringhieri, 2010; Collettivo Informale Sahara Occidentale, <em>Necessità dei volti</em>, «Alias», 20 ottobre 2012.</p>
<p>&#8212;</p>
</div>
<div style="text-align: justify">
<p>I <em>Datari</em> di “Milano, quattro secondi”, contengono le date degli anni trascorsi dal 12/12/69 e dal 15/12/69 ad oggi. Sono mostrati in alcune città, secondo modalità decise dai diversi promotori.</p>
<p>Siena: libreria Zona, film <em>12 dicembre</em> di Pasolini; conversazione con Luca Lenzini e Luca Baranelli &#8211; 0577232502</p>
<p>Topolò (UD): camminata ai cippi di frontiera del monte Kolovrat, cura di Stazione di Topolò/Postaja Topolove &#8211; 3349752517</p>
<p>Palermo: casa laboratorio di via Mastrangelo, 7 &#8211; 3803843745</p>
<p>Macerata: libreria Scaramouche, cura di Giuditta Chiaraluce &#8211; 3331259449</p>
<p>Napoli: ex Asilo Filangieri, cura de La Balena e Maurizio Zanardi &#8211; labalenanapoli@gmail.com; sottosuolo piazza del Gesù, cura di Roberto Roberto &#8211; 3465053174</p>
<p>Milano: Leoncavallo,  15 dicembre 2012, ore 20.</p>
<p>&#8211;</p>
<div>
<p>Il programma dell&#8217;incontro milanese:</p>
</div>
<div>
<p>15 DICEMBRE PINELLI ASSASSINATO</p>
<p>VALPREDA INNOCENTE<br />
PIAZZA FONTANA STRAGE DI STATO</p>
<p>Sabato 15 dicembre, ore 20<br />
Leoncavallo, via Watteau 7 &#8211; Milano<br />
interventi:<br />
Piero Scaramucci, giornalista<br />
Mauro Decortes, Ponte della Ghisolfa<br />
Saverio Ferrari, Osservatorio Democratico sulle nuove destre<br />
Onorio Rosati, Segretario Camera del Lavoro<br />
un rappresentante della FIOM<br />
Roberto Gargamelli e Lello Valitutti, compagni di Valpreda<br />
contributi di Silvia e Claudia Pinelli<br />
video inedito di Alberto Roveri sulla famiglia Pinelli</p>
<p>interventi a sorpresa nell’attualità<br />
e concerto di <em>Teatro degli orrori</em></p>
<p>Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa<br />
adesione di <em>Memoria antifascista</em></p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>ISABELLA MATTAZZI I’immagine inquieta: una conversazione con Georges Didi-Huberman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 May 2012 06:33:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[doppiozero]]></category>
		<category><![CDATA[georges didi-huberman]]></category>
		<category><![CDATA[isabella mattazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160;L’immagine inquieta: una conversazione con Georges Didi-Huberman&#160; &#160;da DOPPIOZERO.com&#160; di Isabella Mattazzi Il mio tavolo di lavoro, del resto, non è una normale scrivania. È un bancone da sarto molto lungo, dove possono convivere tranquillamente, uno accanto l’altro, parecchi libri, decine di immagini. Tutto il mio studio, compresa la mia libreria, faceva parte dell’arredo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://doppiozero.com/materiali/interviste/l%E2%80%99immagine-inquieta-una-conversazione-con-georges-didi-huberman" target="_blank"><span style="color: #ffffff; background-color: #C71010; font-size: 14px; font-family: Arial;">&nbsp;L’immagine inquieta: una conversazione con Georges Didi-Huberman&nbsp;</span><br />
<span style="color: #ffffff; background-color: #C71010; font-size: 12px; font-family: Arial;">&nbsp;da DOPPIOZERO.com&nbsp;</span></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/isabella-mattazzi/" target="_blank"><span style="color: #000000; font-size: 12px">di</span> <span style="color: #C71010; font-size: 12px;"><strong>Isabella Mattazzi</strong></span></a></p>
<blockquote><p><span style="color: #000000; font-size: 12px"><em>Il mio tavolo di lavoro, del resto, non è una normale scrivania. È un bancone da sarto molto lungo, dove possono convivere tranquillamente, uno accanto l’altro, parecchi libri, decine di immagini. Tutto il mio studio, compresa la mia libreria, faceva parte dell’arredo di una vecchia sartoria, uno di quegli atelier dove un tempo si tagliavano grandi strisce di tessuto per cucire i vestiti.</em></span></p></blockquote>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" target="_blank"><span style="font-size: 11px; color: #000000;">pubblicato da</span> <span style="font-size: 11px;"><em>orsola puecher</em></span></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Luce, buio. Didi-Huberman</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/02/25/luce-buio-didi-huberman/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 12:32:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[georges didi-huberman]]></category>
		<category><![CDATA[isabella mattazzi]]></category>
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					<description><![CDATA[UNA ALLEGORIA POLITICA RISCHIARATA DALLE LUCCIOLE di Isabella Mattazzi Nel 1975 Pier Paolo Pasolini scrive per il Corriere della Sera una pagina diventata in seguito famosa come L’articolo delle lucciole. Le lucciole, racconta, metafora del sottoproletariato nell’Italia del Centro-Sud degli anni ’60, non esistono più, annichilite dalla luce abbagliane dei fari del &#8220;neofascismo dei consumi&#8221;, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>UNA ALLEGORIA POLITICA RISCHIARATA DALLE LUCCIOLE</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/image_mini.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-30826" title="image_mini" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/image_mini.jpg" width="101" height="121" /></a>di <strong>Isabella Mattazzi</strong></p>
<p>Nel 1975 Pier Paolo Pasolini scrive per il <em>Corriere della Sera </em>una pagina diventata in seguito famosa come <em>L’articolo delle lucciole</em>. Le lucciole, racconta, metafora del sottoproletariato nell’Italia del Centro-Sud degli anni ’60, non esistono più, annichilite dalla luce abbagliane dei fari del &#8220;neofascismo dei consumi&#8221;, umiliate da un conformismo che ne ha distrutto ogni tratto peculiare.</p>
<p>Oggi, più di trent’anni dopo, Georges Didi-Huberman, storico dell’arte tra i più autorevoli della nostra contemporaneità, risponde alla provocazione pasoliniana con un’altra provocazione. Non sono le lucciole a essere scomparse, ma è lo sguardo disilluso di buona parte della nostra cultura filosofica ad aver perso il dono di vederne la sagoma evanescente, non sapendo più riconoscere, nel bagno di luce violento e massivo imposto dalle nuove &#8220;società dello spettacolo&#8221;, ogni forma, pur tenue, di speranza.</p>
<p>Abbiamo incontrato Didi-Huberman a Roma, in occasione della sua conferenza di stasera a Villa Medici per il ciclo di proiezioni &#8220;Pasolini/De Martino: scienza dei gesti e danza dei conflitti&#8221;, e abbiamo discusso con lui del suo ultimo libro (che uscirà in aprile da Bollati Boringhieri con il titolo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8833920550/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8833920550&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Come le lucciole. Una teoria della sopravvivenza</em></a>), e di questa nuova apertura del suo pensiero critico.<span id="more-30825"></span></p>
<div><strong> Se consideriamo le &#8220;ossessioni tematiche&#8221; che sono andate via via affacciandosi nell’arco della sua carriera di storico dell’arte, appare piuttosto evidente come il suo lavoro sia stato determinato in gran parte anche da motivi di carattere politico. Da un punto di vista strettamente formale, però, il suo discorso non sembra essere mai andato al di là di una frontiera puramente estetica, quasi ci fosse una sorta di pudore in quella che lei chiama &#8220;l’inquietudine del contatto tra l’immagine e il reale&#8221;. Cosa è cambiato oggi con la pubblicazione di questo suo ultimo testo ?</strong></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando lei definisce le tematiche del mio discorso come &#8220;ossessioni politiche&#8221;, non posso che darle ragione. Descrivere la situazione delle donne in un ospedale psichiatrico nel XIX° secolo significa, di fatto, avere a che fare con un problema politico. Devo dire però che soltanto recentemente sono riuscito a chiarire a me stesso quanto queste &#8220;ossessioni&#8221; abbiano avuto una parte davvero fondamentale all’interno di tutto il mio lavoro. Per anni infatti, una sorta di inquietudine verso l’oggetto politico in sé mi ha sempre impedito di rubricare la politica sotto la sfera delle mie competenze, quasi riconoscessi in me una sorta di incapacità nel saper formulare una regola d’azione che fosse unilateralmente <em>buona</em>. La politica però, di fatto, appartiene alla storia dell’arte come un dato impossibile da aggirare, basta soltanto pensare a quel cambiamento epocale che è stato innescato, durante la Seconda guerra mondiale, dalla migrazione forzata dell’intera comunità degli storici dell’arte ebrei-tedeschi in territorio anglosassone.</p>
<p>Ancor prima di questo ultimo testo (il cui titolo francese è <em>La </em>s<em>urvivance des lucioles),</em> direi però che è stato, in realtà, il mio testo sulle immagini di Auschwitz a rappresentare un punto di svolta sul rapporto tra arte e politica. La violentissima polemica che è nata dalla pubblicazione di quel libro, ha cambiato considerevolmente la mia idea su che cosa significhi oggi essere storico dell’arte. Ogni volta che commentiamo un’immagine, in effetti, <em>facciamo</em> della politica. Parlare delle immagini significa, di fatto, &#8220;prendere posizione&#8221; riguardo all’efficacia di queste stesse immagini sulla comunità. A posteriori, devo dire che la più grande &#8220;ossessione&#8221; del mio lavoro è stata, ed è tuttora, quella di capire quale sia il rapporto tra dolore e immagine. Non è l’immagine a interessarmi in quanto tale, ma ciò che questa immagine veicola sul dolore degli uomini, sulla sofferenza dell’umano.</p>
<div><strong>Al paradigma di una storia dell’arte come disciplina che individua e ricostruisce i fenomeni sulla base delle loro fonti, lei ha da sempre contrapposto una concezione dell’immagine come &#8220;sopravvivenza&#8221;, visione dialettica fatta di passato e presente in continua collisione, improvviso bagliore in cui poter cogliere la discontinuità lacerante del tempo. Il tema della <em>sopravvivenza</em>, sembra quindi essere la chiave di volta attorno alla quale costruire le strutture portanti di un nuovo ordine di pensiero critico. Ma di che sopravvivenza si tratta nel caso delle lucciole?</strong></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A differenza della lingua italiana, in francese esistono due termini per indicare la sopravvivenza: <em>survivance</em> e <em>survie</em>. La <em>survie</em> è quando tutti sono morti intorno a noi, e noi invece siamo ancora e inaspettatamente vivi. Un chiarissimo esempio di <em>survie</em> è Philip Müller, uno dei membri del <em>Sonderkommando</em> di Auschwitz: Müller <em>sarebbe dovuto</em> morire, ma per un caso fortuito è sopravvissuto. Nel campo della storia delle immagini, così come l’ha teorizzata Warburg, la <em>survivance</em> è invece la sopravvivenza alla propria stessa scomparsa. La <em>survivance</em> riguarda tutto ciò che si credeva morto, obsoleto, finito e che invece, in altri luoghi, in altri momenti della Storia, ritorna nuovamente alla superficie del mondo. Per rispondere alla sua domanda, credo che nel caso specifico delle lucciole si possano trovare entrambi i termini mescolati. Le &#8220;mie&#8221; lucciole sono un’allegoria politica che unisce sia i sopravvissuti nel senso della <em>survie</em> (sopravvivere allo stato di fatto che ci viene imposto), sia quelle immagini dormienti che riaffiorano per effetto di una vera e propria <em>survivance</em> nel corso del tempo.</p>
<div><strong>Nel suo saggio su Brecht uscito da poco in Francia, lei individua nell’ esilio forzato del drammaturgo tedesco una condizione privilegiata per poter guardare con occhio lucido la guerra. Solo &#8220;prendendo posizione&#8221;, soltanto guardando le cose da una giusta distanza, è possibile arrivare per Brecht a una reale comprensione del mondo. In che modo dobbiamo allora &#8220;prendere posizione&#8221; oggi per essere di nuovo in grado di <em>vedere</em> ?</strong></div>
<p>&nbsp;</p>
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<p>Per Warburg ogni oggetto culturale è il risultato e il vettore di una migrazione. Prendiamo ad esempio uno dei libri più warburghiani che esistano al mondo: la<em> Storia del ritratto in cera</em> di Julius von Schlosser. Questo libro è straordinario perché ci mostra che, se si vuole seguire una sopravvivenza, è necessario passare da un dominio sociale a un altro. Le effigi in cera, fino al XVIII° secolo, erano prerogativa dei re. Il problema è che con la rivoluzione francese, le teste reali cominciano a cadere una dopo l’altra. E l’artigiano incaricato di effigiare Luigi XVI, al momento della sua morte cosa fa allora per salvare il suo lavoro? Va con il popolo, inizia a eseguire i calchi delle teste dei ghigliottinati, attuando con questa sua nuova collezione di ritratti quel &#8220;cambio di registro&#8221; di cui possiamo ritrovare traccia oggi nel Musée Grévin, museo delle cere a carattere espressamente popolare. Non ci può essere sopravvivenza senza spostamento temporale e sociale.</p>
<p>Cosa fanno gli artisti, gli scrittori, gli studiosi con il loro lavoro ? Niente altro che mettere in atto la capacità critica dello sguardo attraverso questa concezione di continuo spostamento. La peggiore delle cose è credere che la storia del pensiero si svolga nel territorio di un unico dominio. Lo stesso Pasolini si è sempre spostato da un dominio all’altro. Dalla poesia nazionale italiana, alla poesia in dialetto friulano. Dalla rappresentazione dell’eroe borghese, all’eroe sottoproletario di <em>Accattone</em>. Probabilmente l’<em>Articolo delle lucciole </em>coincide per Pasolini con un momento di stasi, di non-spostamento; ed ecco allora, ai suoi occhi, ogni cosa prendere necessariamente una sfumatura di morte.</p>
<div><strong><em>Come le lucciole</em></strong></div>
<p><strong><em>si chiude con l’immagine di un rifugiato curdo, di notte, nel campo francese di Sangatte, colto nell’atto, folle e insieme pieno di grazia, di danzare. Prima del suo tentativo di fuga verso l’Inghilterra, la gioia dionisiaca di un uomo sulla soglia del proprio destino, viene presa da lei a esempio di quanto lo sguardo critico dell’ultimo Pasolini si fosse fatto cieco a ogni possibilità di speranza. Questa immagine, la danza dell’innocente di fronte alla tragedia, è però, direi, un’immagine del tutto pasoliniana.</em></strong></p>
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<p>Le sono molto grato per questa sua osservazione, perché mi permette di chiarire quanto il mio libro non rappresenti affatto, come è stato detto in Francia, una presa di distanza nei confronti di Pasolini e di Giorgio Agamben, due autori per i quali nutro la massima stima e ammirazione. Anzi, direi che è proprio grazie al Pasolini di<em> Accattone</em> che io oggi sono in grado di osservare questo rifugiato curdo in maniera così intensa e di cogliere nella sua danza una sorta di <em>gioia malgrado tutto</em>. Quella stessa gioia malgrado la fame, la stanchezza, la paura che Pasolini definisce come <em>Abgioia</em>, mescolanza di dolore e gioco, espressione fisica dell’irrinunciabilità della vita all’interno della tragicità dell’esistenza. Quando Benjamin parla di &#8220;organizzare il pessimismo attraverso uno spazio di immagine&#8221; non posso fare a meno di pensare a Pasolini. Ogni personalità creativa molto spesso si accompagna a una sorta di sinusoide di stati psichici al cui limite estremo si trova la psicosi maniaco-depressiva di cui soffriva Warburg. Nel momento in cui Pasolini non riesce più a vedere le lucciole, la linea di questa sinusoide è arrivata probabilmente, per lui, a toccare il suo punto più basso, ma tutto questo non significa affatto che attraverso il proprio lavoro Pasolini non sia riuscito in altri momenti a &#8220;organizzare il suo pessimismo&#8221;.</p>
<div><strong>Anche per Brecht, con il suo <em>Diario di lavoro</em>, la questione di come smontare e rimontare insieme le immagini del mondo sembra essere essenziale per &#8220;organizzare il pessimismo&#8221;. Lei crede che il montaggio, inteso come precisa modalità di linguaggio creativo, possa essere una delle forme possibili di resistenza contro la luce accecante dei totalitarismi?</strong></div>
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<p>La cosa è un po’ più complessa. Negli anni ‘20-‘30 sono due i grandi maestri del montaggio: Eisenstein da un lato, e Leni Riefenstahl con il suo <em>Trionfo della volontà</em> dall’altro. Come si può ben vedere da questo esempio, il montaggio non ha in sé alcuno statuto speciale, tutto dipende dal valore di utilizzo che gli si dà. Riprendendo Warburg, direi che il montaggio è la forma obbligata per sfuggire a una genealogia lineare del racconto. Di fronte al modello di una temporalità che si presenta non più come una serie di &#8220;tradizioni&#8221;, ma di &#8220;sopravvivenze&#8221;, siamo obbligati ai tagli e agli spostamenti del montaggio perché solo così possiamo rendere conto dei necessari &#8220;vuoti&#8221;, della necessaria sparizione di alcuni elementi del nostro insieme. Il montaggio diventa allora una sorta di riformulazione dei rapporti di genealogia tra le immagini, la maniera di produrre una conoscenza non-standard.</p>
<div><strong>Lei sostiene, attraverso Benjamin, che tutte quelle immagini che ci impongono un commento, un discorso immediato, sono soltanto &#8220;stereotipi visivi&#8221;. Un’immagine, per essere significativa, deve creare un improvviso silenzio, un vuoto di parola che permetta di costruire, su questo stesso silenzio, una reale rinascita di senso. Non trova che questa dicotomia tra rumore assordante e silenzio delle immagini, possa trovare un suo perfetto corrispettivo nella contrapposizione luce/buio per quanto riguarda il discorso sulle lucciole?</strong></div>
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<p>Certamente. Il linguaggio più significativo che si possa mai formulare, non può che formarsi a partire da un momento di buio, di impossibilità di parola. Anche il linguaggio, in quanto linguaggio-lucciola, è un linguaggio <em>malgrado tutto</em>. La tesi di <em>Survivance des lucioles</em> credo si possa riassumere perfettamente nell’esortazione ad accompagnare ogni nostro &#8220;no&#8221; concettuale con un &#8220;sì&#8221; rispetto a quello che noi, in quel momento, stiamo rivendicando. Oggi come oggi, i due filosofi che sollecitano maggiormente il mio interesse, Deleuze e Foucault, sono infatti, a ben guardare, due persone che hanno anche saputo ridere, gioire nella forma più intensa concessa a un essere umano. Nel momento in cui mi rivolgo a loro, non provo soltanto stima per la loro coscienza critica, per la loro lucida capacità di dire &#8220;no&#8221;, ma anche perché sono stati in grado di ridere <em>malgrado tutto</em>, perché hanno saputo, malgrado tutto, dire ancora una volta &#8220;sì&#8221;.</p>
<p>(pubblicato su il manifesto, 20/2/2010)</p>
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