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	<title>Germania &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un appunto. A proposito di Ramstein</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Air Base di Ramstein]]></category>
		<category><![CDATA[anna chiarloni]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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		<category><![CDATA[volker braun]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Volker Braun</strong> <br /> a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong> <br /> Un intervento inedito in Italia dello scrittore Volker Braun sui nuovi orientamenti politici e militaristi della Germania attuale. "La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Volker Braun</strong></p>
<p>a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong></p>
<p><em>[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica,</em> Provokation für mich, <em>centrata &#8211; come in generale tutta l&#8217;opera, sia poetica che narrativa e teatrale &#8211; sull&#8217;analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo,</em> Luf-Passion <em>(2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l&#8217;attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.</p>
<p>Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”.<em> Deal</em>: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.</p>
<p>Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: <em>Perché si muore</em>, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun &#8211; e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare &#8211; e raddrizzar le cose!”.</p>
<p>Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio&#8230; Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: <em>Come invecchiare</em>, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.</p>
<p>Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. <em>Alloggia</em>, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.</p>
<p>Ottant&#8217;anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.</p>
<p>Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.</p>
<p>Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!</p>
<p>Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un&#8217;autentica esperienza di libertà.</p>
<p>Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.</p>
<p>Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell&#8217;aria già aleggia la famosa risposta: <em>Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.</em></p>
<p>Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.</p>
<p>*</p>
<p><em>L&#8217;intervento qui tradotto per &#8220;Nazione Indiana&#8221; è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla &#8220;Berliner Zeitung&#8221; e dalla &#8220;Ostdeutsche Zeitung&#8221;. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un&#8217;intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.</em></p>
<p><em>Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente. </em></p>
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		<title>La felicità dei mobilifici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2021 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Ingo Schultze]]></category>
		<category><![CDATA[La felicità dei mobilifici]]></category>
		<category><![CDATA[Marietti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ingo Schulze</strong> <br />Assieme ad alcuni amici all’inizio del 1990 fondai un giornale che usciva settimanalmente, composizione a piombo, formato da vecchio foglio aziendale, 260 x 325 mm; erano molte, tutt’a un tratto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-91065" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351.jpg" alt="" width="300" height="491" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351.jpg 782w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-183x300.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-626x1024.jpg 626w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-768x1257.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-150x246.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-300x491.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-696x1139.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-257x420.jpg 257w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Assieme ad alcuni amici all’inizio del 1990 fondai un giornale che usciva settimanalmente, composizione a piombo, formato da vecchio foglio aziendale, 260 x 325 mm; erano molte, tutt’a un tratto, le potenzialità inutilizzate. Volevamo accompagnare e promuovere la democratizzazione del paese. A metà febbraio uscì il primo numero. Non avemmo bisogno di un capitale di partenza, poiché l’intera tiratura fu venduta molto prima della scadenza della fattura di stampa. Agli annunci inizialmente volemmo rinunciare, lo spazio ci occorreva per cose più importanti.<br />
La sera del 18 marzo, il giorno delle elezioni della Camera del Popolo, ridemmo delle prime proiezioni. Gli occidentali non capivano proprio niente! A poco a poco tuttavia s’insinuò in noi la verità. Il 2,9 per cento al <em>Neues Forum</em> nel risultato definitivo fu uno shock. Adesso potevamo anche chiudere il giornale. Ma in qualche modo dovevamo pur guadagnare dei soldi e tutti ci eravamo già licenziati due mesi prima. L’aspetto più penoso era che adesso erano proprio i «flauti dolci» dei partiti di blocco a festeggiare la vittoria. Non erano forse stati i peggiori leccapiedi? Il nuovo segretario Lothar de Maiziere non aveva forse parlato, ancora in febbraio, di un «socialismo più caloroso»?<br />
Presto non seppi più cosa scrivere. La maggioranza aveva deciso. La logica dei numeri era diversa da quella delle parole. E cosa potevano le parole contro i numeri? Sempre e ovunque era esclusivamente una questione di numeri! E dunque di soldi. Nella primavera 1990 riflettei per la prima volta sul denaro. Era divertente guadagnare soldi come imprenditore, e per i miei parametri era una quantità di denaro inverosimile. Per altro verso avevo paura di indebitarmi fino alla fine dei miei giorni e dover spedire venti dipendenti all’ufficio di collocamento.<br />
Con l’unione monetaria del 1° luglio 1990 fondammo un giornale di annunci. Invece di battermi per la democrazia, presto ebbi a che fare soltanto con mobilifici di nuova apertura e concessionarie di automobili. Annunci a cadenza settimanale, venti per cento di sconto, per lei un altro dieci per cento, buona collocazione, anzi ottima. Dovevo cercare di soppiantare i cosiddetti concorrenti, che avevano assunto la nostra segretaria e possedevano la nostra banca dati clienti, della quale invece noi sentivamo la mancanza. Li odiavo, tutti quei «concorrenti», perché puntavano a minare la nostra esistenza professionale, anzi la nostra esistenza tout court – come noi la loro.<br />
Fino a poco prima avevamo manifestato a voci spiegate: «Democrazia, ora o mai!», «Libere elezioni!», «Libertà di movimento!», «Stasi in miniera!», «SÌ all’educazione popolare, NO a educazione militare, alzabandiera e Margot Honecker!». Nell’autunno 1989 avevo fatto esperienza di come rivendicazione e prassi potessero combinarsi. Era in gioco il volto umano della società, quindi la dignità di noi tutti, un mondo migliore. Ma che aspetto aveva il mio volto, adesso? Deformato dalla rabbia? In preda al panico? Perplesso? Braccato? Quel che facevo giorno dopo giorno non era forse contrario a ciò che ritenevo buono e giusto? Mi ero mai contorto davanti a un funzionario come facevo adesso davanti al proprietario del più grande mobilificio della regione? Che all’improvviso era diventato il re della regione, nella quale, come praticamente ovunque nell’Est, le grandi aziende avevano dichiarato fallimento, perché come c’era da aspettarsi non erano in grado di pagare salari e stipendi in nuovi marchi.<br />
La cosa più strana di tutta la faccenda, però, è che allora non avrei potuto dirlo come lo sto descrivendo adesso. La narrazione della «svolta» andò diversamente. Si parlò di auto-liberazione, di democrazia anziché dittatura, libertà anziché muro, economia di mercato anziché pianificata ecc. ecc. E non era forse vero? Chi sollevava un qualsiasi dubbio, o era un inguaribile passatista o/e era privo di senso della realtà. Uno sguardo verso est, nei paesi fratelli di un tempo, era pur sufficiente a vedere quanto indicibilmente bene ce la passassimo noi tedeschi orientali. E il mondo intero non voleva e vuole forse vivere come noi? C’era o c’è ancora una qualche alternativa apprezzabile alla nostra <em>way of life</em>? E non aveva forse ragione Francis Fukuyama con la sua ristampa de <em>La fine della storia</em>?<br />
I rapporti di forza nel mondo sono mutati dal 1989/90. Le «normalità» di allora, tuttavia, si sono globalizzate e in tal modo consolidate. Esse condizionano e cambiano il mondo ininterrottamente, sono più efficaci della fine del conflitto fra i due blocchi.<br />
Una di queste «normalità» è un economicismo onnipervasivo, il cui mezzo e il cui fine possono essere individuati nella privatizzazione e nel profitto privato. Da ciò dipende tutto il resto, che ne è guidato e subordinato. Pensare qualcosa che non «renda», che non serva alla crescita, che si sottragga al principio McKinsey e alle quote, è un’opzione risicata e marginale. E tutto ciò viene interpretato come fine delle ideologie, come avvento di una politica conforme al mercato e orientata ai vincoli esistenti. Le mire di profitto private sono considerate normali, si ritiene cioè che abbiano un fondamento nella natura umana.<br />
Un’altra «normalità», connessa alla prima, è la coscienza di aver vinto. L’Occidente è il vincitore! Noi siamo i buoni!<br />
[&#8230;]<br />
Ripensando a quanto io stesso mi sia lasciato abbindolare da questo economicismo, la cosa mi diverte o mi spaventa, a seconda; credevo di essere passato da un mondo costruito sulle parole a uno fatto ormai soltanto di numeri. E su questa base avevo tentato di descrivere l’impressione che ormai nulla mi avrebbe dovuto legare al mondo a parte il denaro. Tutto il resto era subordinato al denaro (o alla crescita o al Pil o al valore azionario), poiché sembrava che con il denaro si potesse fare tutto, nel bene e nel male.<br />
Come giovane imprenditore nel 1990 ricevetti benevole pacche sulle spalle: anche tu ce la puoi fare se ti ci metti d’impegno e ti rimbocchi le maniche. Ma fare cosa? Arrivare in alto, ai soldi e al riconoscimento! Mi sentivo rigettato nella felicità privata, mentre si sarebbe dovuto trattare della felicità di tutti. L’idea, se non addirittura la pretesa che la mia felicità fosse legata alla felicità altrui, che non potessero darsi indipendentemente l’una dall’altra, era contraddetta dalla mia pratica quotidiana. La mia felicità era l’infelicità degli altri. E la felicità degli altri la nostra infelicità. Quella nostra lotta, tuttavia, che cos’era? La felicità dei mobilifici e delle concessionarie? E non approfittavamo forse noi stessi della concorrenza fra le tipografie? Non volevamo scegliere anche noi la migliore di tutte? Insomma, questo sistema non è forse il migliore per tutti?<br />
Assolutamente no! Basta anche solo la constatazione per cui il 60% dei danni ambientali provocati dalla popolazione della Svizzera si trova al di fuori dei confini di quel paese. Per la Germania non sarà tanto diverso.<br />
Se compriamo un computer o un cellulare, di solito conserviamo la confezione oppure smaltiamo il polistirolo nel bidone giallo e il cartone in quello blu, e prima o poi il computer finisce in quello arancione. Ma ciò che è stato necessario per ottenere le varie materie prime per questi oggetti, ciò che è occorso per raccoglierle, assemblarle eccetera, tutto questo si sottrae al nostro sguardo, come anche il percorso degli stessi oggetti una volta richiuso il coperchio del bidone.<br />
Questo significa: sì, abbiamo paesaggi floridi perché abbiamo chiuso e rottamato o venduto i nostri vecchi impianti industriali più inquinanti. Non siamo più noi a dover inghiottire lo sporco, ce lo possiamo permettere, adesso lo inghiottono altri. Per questo la nostra aspettativa di vita è anche più elevata, se poi si è benestanti lo è ancora un po’ di più.<br />
Nel racconto <em>Vecchio scorticatoio</em> di Wolfgang Hilbig si legge: «Era strano che si corresse il rischio di cadere fuori dal mondo se ci s’interessava delle cose più semplici… e magari persino il rischio di sparire dal mondo. Era come se anche gli oggetti più semplici, se solo vi si rifletteva abbastanza a lungo, si estendessero fino alle profondità sotterranee, come se fossero legati con una fibra della loro essenza al male nascosto».<br />
Ciò che Wolfgang Hilbig coglie nel suo valore universale è un’esperienza che ognuna e ognuno di noi può fare ogni giorno, è il doppio fondo delle cose. A volte è sufficiente prendere coscienza delle condizioni in cui vengono prodotti i nostri alimenti. Da lì si può proseguire considerando le condizioni di produzione del cotone della mia camicia e quelle in cui viene cucito il tessuto – per non parlare delle materie prime e dei prodotti di cui necessita la nostra <em>way of life</em> giorno dopo giorno, ora dopo ora. Il bel mondo della nostra merce è sorretto nel profondo da un lavoro massacrante e non troppo diverso dal lavoro schiavile. Basta grattare un poco la superficie – a volte di più, a volte di meno – ed ecco che inizia il viaggio all’inferno.<br />
Se oggi dovessi nominare una delle nuove contraddizioni fondamentali del capitalismo, senza considerare superate quelle esistite finora, forse la definirei il fenomeno dell’89: credersi i vincitori indiscussi della Storia, benché in tutto il pianeta si producano condizioni insostenibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: È da poco uscito per Marietti 1820 </em><a href="https://www.mariettieditore.it/9788821110351-la-felicita-dei-mobilifici">La felicità dei mobilifici</a><em>, una piccola raccolta di interventi di Ingo Schulze curata da Stefano Zangrando. Pubblichiamo qui un estratto dal primo testo del libro, ringraziando la casa editrice e Zangrando.</em></p>
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		<title>Zangrando a Berlino sulle tracce di Peter Brasch</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Arkadia Editore]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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		<category><![CDATA[Roberto Antolini]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini Questo è un libro che fa venire in mente i primi film di Wim Wenders, quelli in bianco e nero. Anche questo libro è in bianco e nero, con tutte le sfumature del grigio, il colore della Berlino sospesa fra la decomposizione della DDR e l’assorbimento consumistico nella Bundesrepublik. In quell’arco di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina-.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-77035" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina--200x300.jpeg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina--200x300.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina--250x376.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina--160x240.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Zangrando-Fratello-minore-copertina-.jpeg 426w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Questo è un libro che fa venire in mente i primi film di Wim Wenders, quelli in bianco e nero. Anche questo libro è in bianco e nero, con tutte le sfumature del grigio, il colore della Berlino sospesa fra la decomposizione della DDR e l’assorbimento consumistico nella Bundesrepublik. In quell’arco di anni fra la fine dell’una e l’altro, il grigio era il colore dominante: il colore dei portoni scrostati dei vecchi quartieri provenienti direttamente dalla Repubblica di Weimar, passando per il Terzo Reich e la succursale germanica del socialismo reale. Insomma il cuore dell’Europa, «l’Europa prima che sparisca».<br />
L’autore è Stefano Zangrando, scrittore nato nel 1973 a Bolzano, ma con un link sempre in funzione su Berlino, dove ha ottenuto nel 2008 una borsa di scrittura della Accademia delle Arti, e nel 2009 ha vinto un premio italo-tedesco per traduttori. Questo suo terzo libro nasce dall’interesse dell’autore per Peter Brasch, figlio di un ebreo in fuga dai nazi che, diventato comunista, fa una relativa carriera burocratica nella Germania dell’Est, e fratello del più celebre Thomas Brasch, poeta e regista fuggito all’Ovest nel 1976, dove ha raccolto qualche successo (come il film “Ritorno a Berlino” del 1988) ma ha fatto una brutta fine. Peter resterà invece in DDR sperando inizialmente in una riforma dall’interno, ma sempre più critico, fino a venir espulso dall’università per aver espresso solidarietà a Wolf Biermann. Diventerà scrittore e uomo di teatro non di successo, un dissidente appartato della Berlino est, sopravvissuto poco più di un decennio all’unificazione delle Germanie.<br />
Nei suoi momenti di vita berlinese Zangrando conosce gli amici e le ex-compagne di Peter Brasch, trova i suoi libri ormai dimenticati, ed un giorno navigando in rete incappa in due registrazioni televisive degli anni ‘90, restandone impressionato: «c’era qualcosa, in quel giovane uomo tormentato, che toccava una mia corda nascosta. Perché lo sentivo così vicino, così familiare?».<br />
Zangrando adotta nella narrazione uno stile “sperimentale”, basato sul montaggio di materiali diversi: conversazioni e testimonianze, brevi testi letterari e lettere di Brasch, impressioni e descrizioni d’ambiente. Una forma narrativa &amp; saggistica, documentaria ma anche introspettiva. Un’opera aperta, che rivolge al lettore domande senza risposta. Filo conduttore della narrazione è un vagabondaggio per la Berlino “mutata” di oggi, alla ricerca delle tracce sue e di quell’altro tempo, intrecciando un dialogo con l’assenza di Peter. A partire dalla casa dove ebbe il tetto più durevole, sulla Choriner Straße: «è un buon posto per abitare, dopo l’89. Al confine tra Mitte e Prenzlauer Berg, da qui in pochi minuti sei in Alexanderplatz – se vuoi fiutare bene i venti che spirano da ovest e che stanno spazzando via tutto, un po’ alla volta, in un paziente e implacabile lavoro di erosione; oppure in un attimo sei nella Schönhauser Alee, l’asse più in fermento di questo ex-quartiere operaio che, nel giro di un decennio o poco più, verrà colonizzato e tirato a nuovo dai figli di papà occidentali, tedeschi e non solo. Molti autoctoni, i più anziani soprattutto, se ne andranno da qui nei sobborghi, arresi ad affitti sempre più insostenibili; qualcuno della tua cerchia resisterà e lo incontrerò».<br />
La parte centrale e più sostanziosa del libro – come è giusto che sia per il libro su di un uomo di teatro &#8211; ha la forma del racconto di una messinscena di teatro-verità, in cui Zangrando utilizza le testimonianze che ha raccolto direttamente dalle testimoni. Le molte donne della sua vita (amanti, amiche, familiari) vengono narrate come se si incontrassero su un palcoscenico per raccontarsi reciprocamente la loro esperienza di Peter, incrociando diversi punti di vista, tramite i quali prende corpo la storia &#8211; umana, artistica e (involontariamente) politica &#8211; di Peter. Dice la sorella Marion: «non stava da nessuna parte, non con il sistema, non con l’annessione da parte dell’occidente. Neanche a lui del resto andava giù il termine “riunificazione”. L’ho detto, quelli come noi le cose volevano cambiarle dall’interno. Non eravamo neanche nei movimenti per i diritti civili, non eravamo dissidenti sotto i riflettori dell’ovest. Eravamo un’opposizione interna, diffusa, che puntava a liberarsi del vecchiume senza gettarsi nelle braccia del mercato. E siamo quelli che la storia ufficiale ha voluto dimenticare».<br />
Il fratello di Peter (e di Marion), Thomas, fuggito in occidente sarà sotto i riflettori come dissidente, ma trasformerà la sua incompatibilità con la generalizzata competitività occidentale in alcoolismo e tossicodipendenza, fino a venirne travolto. Peter, rimasto ad est fino alla fine, verrà travolto dalla stessa irriducibilità quando l’ovest ingloberà l’est: «il denaro, disse, è la nuova forma della censura» ricorda nella scena di teatro-verità Katja, la miglior amica di Peter. La sua precarietà, sia lavorativa che esistenziale, si aggraverà con la “riunificazione”, o comunque non migliorerà. Proverà anche a scrivere un romanzo, come chiedevano gli editori ed i media occidentali, ma nessuno se ne accorgerà. Gli verrà negato anche un posto da insegnante, e si farà distruggere anche lui dal bere, come il fratello. Lo troveranno una mattina riverso a casa sua. E a questo punto, chiaramente, la tragica traiettoria di Peter viene ad assumere una forma universale. La forma non più solo di una storia della DDR, ma della decadenza dell’Europa mercantile, dell’eclissi dell’intellettuale, della crisi della sinistra, della nostra crisi, della crisi di chi scrive e di chi legge. «È qui &#8211; dice Zangrando a se stesso – che ti sembra abbia origine la vostra affinità: si scrive innanzitutto per chi si ama, vivo o morto che sia».<br />
Il libro si chiude con il racconto della commemorazione di Peter Brasch, nel giorno in cui avrebbe compiuto i 60 anni, tenuta nella Kneipe [birreria] gestita dal poeta Bert Papenfuß, che chiuderà il giorno dopo (è quindi insieme una commemorazione di Peter e della Kneipe). «Seduto a lato del palco, fumando e bevendo davanti a quella declamazione sublime e sinistra – dice Zangrando &#8211; compresi tutt’a un tratto che stavamo celebrando un addio. Un addio al locale in cui ci troviamo, certo, che tra poco avrebbe chiuso per sempre; ma anche un addio a Peter, poiché il Prenzlauer Berg [quartiere e movimento letterario] che quella sera lo stava ricordando era un mondo in via d’estinzione – perché, così com’era morto Peter, prima o poi tutta quella Berlino sarebbe invecchiata e poi morta, morta». Eh già, si muore, si è tutti in transito. E quindi questa è anche una parabola sulla condizione umana, sulla sua provvisorietà.</p>
<p><em>NdR: il romanzo di Stefano Zangrando &#8220;Fratello minore : sorte, amori e pagine di Peter B.&#8221;, è edito da Arkadia (Cagliari, 2018), nella collana diretta da Luigi Preziosi, Paolo Ciampi e Marino Magliani; nelle immagini che seguono Prenzlauer Berg, di cui si parla nel libro (e nella recensione), oggi e come era sotto la DDR, e un ritratto di Peter Brasch (materiali presi dalla rete).</em></p>
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		<title>Appunti nomadici 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Sep 2016 12:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[anatole fuksas]]></category>
		<category><![CDATA[Fahrendes Volk]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Cossuto Con questo articolo, inizio a trattare alcuni argomenti, più o meno noti, legati alla presenza dei “nomadi” (e di coloro considerati tali) in Europa. Inauguro con gli “Zingari Bianchi” (i Jenisch) e le politiche di sterminio dei nazisti riguardo costoro, considerati “primitivi” e portatori del “gene del nomadismo”, capace di “infettare e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><b>di Giuseppe Cossuto</b></p>
<p align="justify">Con questo articolo, inizio a trattare alcuni argomenti, più o meno noti, legati alla presenza dei “nomadi” (e di coloro considerati tali) in Europa. Inauguro con gli “Zingari Bianchi” (i Jenisch) e le politiche di sterminio dei nazisti riguardo costoro, considerati “primitivi” e portatori del “gene del nomadismo”, capace di “infettare e degenerare” le popolazioni stanziali.</p>
<p align="justify"><b>I nazisti, “Il gene del nomadismo” e l&#8217;eliminazione degli “Zingari Bianchi”</b></p>
<p align="justify">I “nomadi” o, meglio, coloro che si spostano e sembrano non avere dimora se non carri e tende, sono quasi sempre stati visti con sospetto dalle popolazioni stanziali dell&#8217;Europa medievale e moderna. Tollerati in quanto utili alle società stanziali, siano state esse urbane o rurali, in quanto soli in grado di poter esercitare mestieri poco consoni o molto specialistici, spesso vietati o malvisti dalle consuetudini proprie dei sedentari.</p>
<p align="justify">I nomadi veri e propri, gli allevatori di cavalli e armenti e conquistatori d&#8217;imperi nell&#8217;Eurasia antica e medievale, o allevatori di renne nell&#8217;estremo nord d&#8217;Europa poco avevano a che vedere (e meno che mai hanno attualmente) con i grandi gruppi di persone che, dagli inizi del IX secolo (Jenisch, di lingua tedesca) e dal XV secolo (rom e sinti), cominciano a spargersi per l&#8217;Europa occidentale. Questi ultimi infatti sono caratterizzati economicamente non da un movimento da transumanza o da organizzazione militare, ma da spostamenti in piccoli gruppi che andavano spesso a supplire alle esigenze periodico di commercio, piccolo artigianato o funzione ludica (di ogni genere) di città murate o villaggi remoti.</p>
<p align="justify">I gruppi, anche specializzati (compagnie teatrali e circensi, mercenari, artigiani del metallo e del legno) col tempo, si moltiplicano a causa delle guerre, degli editti di allontanamento o di esclusione. Guerre ed editti che causano anche il loro spostamento dalle zone dove abitualmente girano e delle quali ben conoscono le necessità (fiere, mercati periodici, tempi di raccolta, ecc.). Spesso, per necessità, i singoli erranti o scacciati si uniscono a gruppi già esistenti.</p>
<p align="justify">Il &#8220;Fahrendes Volk&#8221; (popolo errante) ossessiona gli Europei dell&#8217;Europa Centrale, almeno nei documenti, dal IX secolo, ovvero mezzo millennio prima dell&#8217;arrivo degli Zingari Sinti e Rom. Questi gruppi di erranti di lingua tedesca sono presenti in Europa occidentale nello stesso periodo durante il quale alcuni popoli delle steppe, nomadi veri e propri si susseguono nell&#8217;Europa centro-orientale e orientale (Ungari, Peceneghi, Cumani, Tatari).</p>
<p align="justify">I grandi sconvolgimenti politici e frontalieri che smembrano gradualmente gli imperi dell&#8217;Europa Centrale e gli Stati dalla metà del XIX secolo fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, provocano, oltre a grandi crisi economiche, grandi e disordinati spostamenti umani, determinati dalla mancanza di lavoro, dalle incertezze della vita e dalla distruzione del tessuto sociale abituale. Questi spostamenti aumentano fortemente il numero dei coloro che vagano cercando di arrangiarsi in ogni modo, che si vanno ad aggiungere ai precedenti “zingari” e vaganti, in un&#8217;Europa post-bellica devastata dalla crisi economica e squassata dalle rivoluzioni riuscite o fallite o dalle controrivoluzioni.</p>
<p align="justify">Il numero degli “zingari bianchi” (<i>Weisse Zigeuner</i> in tedesco, <i>Tsiganes Blancs</i> in francese) e di coloro che le società sedentarie considerano come tali, aumenta in relazione ai periodi di crisi economica, di mutamento territoriale o di torbidi sociali e politici.</p>
<p align="justify">La marginalizzazione spesso si protrae qualora si sedentarizzino in gruppi più o meno grandi, e persiste sino ai nostri tempi, come ad esempio è avvenuto a Marsiglia, nella bidonvile di Ruisseau Mirabeau.</p>
<p align="justify">Dopo l&#8217;esclusione, la persecuzione e la tolleranza temporanea del medioevo e dell&#8217;età moderna (a volte erano addirittura apprezzati dalla nobiltà settecentesca come svago e divertimento) verso questi gruppi di erranti, assistiamo, dalla metà del XIX secolo a forme di controllo sempre più attente. da parte delle autorità e delle popolazioni stanziali, con frequentissimi episodi persecutori che arrivano all&#8217;organizzazione di battute di caccia in grande stile per catturare gli erranti.</p>
<p align="justify">Per le autorità ed i sedentari lo jenisch è quindi, anche se si sedentarizza, sempre “errante” e figlio di errante, anche se ha un mestiere ed è sottopostosto agli stessi obblighi e dovere degli altri cittadini.</p>
<p align="justify">Secondo l&#8217;opinione comune anche lo jenisch, come il rom o il sinto, trasmetteva geneticamente il suo patrimonio culturale e il suo “modo vita errante”, considerato arcaico ed inferiore socialmente. Nel 1899, a Monaco di Baviera, venne istituito un&#8217;apposito ufficio come centro studi sugli zingari (ricordiamo, nei paesi di lingua tedesca, in buona parte di tipo jenisch) che cambiò denominazione nel 1929, in “Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara”.</p>
<p align="justify">Piaga zingara che il governo tedesco (oramai nazista) si proponeva estirpare nelle maniere più assurde, come la deportazione di massa in Polinesia o la più attuabile reclusione in campi di lavoro, dapprima come “asociali” (tringolino nero, lo stesso riservato a molti anarchici tedeschi).</p>
<p align="justify">Un punto di svolta nell&#8217;attuazione delle ricerche sul “gene del nomadismo” si ebbe dal 1936 con l&#8217;opera del direttore dell&#8217;istituto di ricerca <i>Rassenhygienische und bevölkerunsgbiologische Forschungsstelle</i> (Istituto di ricerca sull&#8217;igiene razziale e la biologia della popolazione), il neurologo, psichiatra e psicologo sociale Robert Ritter. E già dal 1936 gli “zingari asociali” cominciarono ad essere inviati a Dachau in numero di 400, per disposizione di Heinrich Himmler in persona che, proprio grazie a queste azioni, consolidava il suo prestigio. Allo stesso modo, in occasione dei Giochi Olimpici del 1936, tutti gli zingari di Berlino vennero rastrellati e confinati nel lager di Marzahn. L&#8217;insediamento coatto era il primo passo per andare, in seguito, nel lager di lavoro.</p>
<p align="justify">Lo staff di Ritter identificò un “gene pericolosissimo” tra i rom, gli Jenisch ed altri gruppi di “erranti”: <i>l&#8217;istinto del nomadismo, </i>ovvero il “<i>wandertrieb&#8221;</i> (l&#8217;istinto migratorio).</p>
<p align="justify">Se i Rom e i Sinti, secondo Ritter, provenendo dall&#8217;India, avevano perso la loro “arianità” mischiandosi con le popolazioni e gli strati sociali più infimi e diversi, la soluzione trovata per far quadrare il cerchio con gli “zingari bianchi” era quella che costoro fossero degli europei pre-ariani, quindi una “razza parallela”, mischiatasi anch&#8217;essa poi durante i secoli con altre minoranze degenerate (ebrei e rom) o con ariani degenerati (prostitute, criminali, ecc.).</p>
<p align="justify">Il “campo di lavoro” per gli asociali con il gene del nomadismo era eufemisticamente “educativo” e di avviamento al lavoro. In realtà, Ritter stesso aveva scritto (1940) che: “Il primitivo non cambia né si lascia cambiare. E&#8217; necessario arrestare mediante la separazione dei sessi e la sterilizzazione l&#8217;ulteriore natalità di asociali primitivi e di delinquenti ereditari”.</p>
<p align="justify">I “sangue misto” e gli Jenisch erano per Ritter più pericolosi dei Rom, in quanto rappresentanti la degenerazione razziale e, essendo fisicamente non distinguibili dagli altri Europei, potevano facilmente “infettare” il resto della popolazione.</p>
<p align="justify">La classificazione degli zingari (Jenish inclusi) era indicata con la sigla ZN (zingari). Con ZN+ se si avvicinava più allo zingaro puro e ZN- se si avvicinava alla classificazione del &#8220;non zingaro&#8221;, mostrando un grado di ibridità con una certa percentuale di sangue zingaro.</p>
<p align="justify">Ritter e i suoi collaboratori, tra i quali spicca la zelante figura dell&#8217;educatrice, antropologa e pedagoga Eva Justin, detta la “Missionaria”, con le loro analisi genealogiche, cercavano di stanare gli Jenisch “sedentarizzati” ad un livello tale che avere persino due ascendenti di quarto grado considerati “nomadi” poteva compromettere (e spedire al lager, almeno dal 1943) anche iscritti allo stesso Partito Nazionalsocialista.</p>
<p align="justify">La Justin già dal 1933 con fare da missionaria, appunto, aveva imparato la lingua romanì ad un buon livello e si era introdotta tra vari gruppi di zingari e si era specializzata nell&#8217;identificazione del “gene del nomadismo” tra i bambini, sia tra quelli presenti negli orfanotrofi, sia tra quelli adottati da famiglie “non nomadi”. Sinteticamente le conclusioni della Missionaria erano che i bambini “primitivi” se educati da sedentari diventavano asociali e quindi era del tutto inutile qualsiasi tentativo di educarli. Per gli adulti, invece, l&#8217;unica soluzione era la sterilizzazione.</p>
<p align="justify">A livello legislativo, sempre nel 1933, erano stati varati dei provvedimenti (14-7-1933) contro i &#8220;girovaghi non-gitani&#8221;, tesi alla “prevenzione di prole tarata” e la “legge per la sicurezza e il miglioramento della stirpe” (24-11-1933).</p>
<p align="justify">Gli Jenisch, quindi, vennero quasi completamente sterminati nei lager e il loro notevole numero attuale (circa 200.000) ha fatto ipotizzare ad alcuni esperti, quali il dottor Siegmund A. Wolf (uno studioso e linguista molto esperto della questione e molto quotato prima della sua opposizione al nazismo) che gli Jenisch in Germania e in Austria del dopoguerra non siano imparentati con gli Jenisch d&#8217;anteguerra ma siano famiglie e singoli tedeschi datisi al vagabondaggio come è sempre successo dopo ogni catastrofe sociale o guerra. E, in particolar modo dopo la Seconda Guerra Mondiale, milioni di profughi, specialmente di lingua tedesca, migrarono senza mezzi dall&#8217;Europa dell&#8217;Est nella Repubblica Federale Tedesca.</p>
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		<title>#Oktoberfestung</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2015 14:23:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/oktoberfest.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/oktoberfest.jpg" alt="oktoberfest" width="940" height="600" class="aligncenter size-full wp-image-56500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/oktoberfest.jpg 940w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/oktoberfest-300x191.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/oktoberfest-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/oktoberfest-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/oktoberfest-900x574.jpg 900w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /></a></p>
<p>Eccoci qua: la Germania ripristina i controlli, ferma i treni, chiude la frontiera e tutti gli altri seguono a ruota. La domenica che sputtana Schengen è un&#8217;altra catastrofe per l&#8217;Unione Europea, dopo le fantastiche trattative con la Grecia (oltre che naturalmente per la marea di rifugiati persa e intrappolata in mezzo alle frontiere).<span id="more-56499"></span><br />
Cos&#8217;è successo? È successo che in un paio di giorni Monaco s&#8217;è riempita di oltre diecimila profughi. E mentre i cittadini seguivano gli affannosi tweet <strong>@PolizeiMünchen</strong> che invitava a portare al punto di raccolta di Luisenstrasse, coperte, sacchi a pelo, letti da campeggio e anche biscotti per ca. 800 nuovi arrivati, le autorità bavaresi si sono lamentate con gli altri Länder: non si dimostravano abbastanza collaborativi nell&#8217;accollarsi la loro parte del problema, e il grosso della gatta da pelare restava concentrato in Baviera.<br />
Stessa situazione a livello intereuropeo.  Francia a parte, era tutto un contrattare a ribasso, con gli altrimenti fedeli scudieri tedescofili dell&#8217;Est (mica solo Orban) che di accoglienza profughi non ne vogliono proprio sapere.<br />
E a quel punto si fa più forte quella fazione interna che era già poco contenta dell&#8217;apertura pokeristica di Angela Merkel. Lo fa cantando una melodia ben nota: sempre noi, solo noi, ci tocca fare tutto a noi&#8230; che siamo i più bravi, che siamo i meglio attrezzati e organizzati, i più corretti e responsabili, e per questo anche i più ricchi e forti. Però uffa però basta però non è accettabile non è giusto che se approfittano tutti quegli altri mezzi cialtroni e pelandroni. Per ora non giochiamo più, ce ne andiamo con la palla.<br />
Non si può neanche dire che abbiano tutti i torti, ma è <em>der Ton, der die Musik macht</em>, il tono che fa la musica: questa è una variante localistica &#8211; bachiana o con Blasmusik &#8211; del vittimismo dei potenti. In fondo, potremmo dire, abbiamo solo scoperto che la Germania sta all’Europa come la Baviera sta alla Germania.<br />
La Baviera, per chi non lo sapesse, è governata <em>ab origine</em>, ossia dalla nascita della Repubblica federale, dal partito cristiano-democratico CSU che è cattolico, ultraconservatore (leggi: di destra) nonché da sempre socio dell’Unione della CDU di Merkel. Horst Seehofer, l’attuale capo della CSU e primo ministro bavarese, è stato tra i primi a dichiarare che il tappo alla questione profughi non bisognava toglierlo e in giorni recenti ha pensato bene di invitare per una visita ufficiale il premier ungherese Orbán.<br />
È stato sempre Seehofer che ieri ha dichiarato alle agenzie stampa che la decisione del governo tedesco è stata presa all’unanimità. Ma poco prima o poco dopo ha pronunciato un’altra cosa, con la quale rivendicava anche un ruolo in quella decisione unanime. <a href="http://www.spiegel.de/politik/deutschland/oktoberfestung-seehofer-will-muenchen-zur-wiesn-abschotten-a-1052743.html">“Prenderemo provvedimenti affinché Monaco non sia il principale punto di sbarco dei profughi durante l’Oktoberfest”</a>, ha detto. Il suo ministro degli Interni ha pensato bene di aggiungervi una chiosa sul perché la bella Monaco andrebbe bypassata in quelle due cruciali settimane. “In particolar modo i richiedenti asilo provenienti da paesi islamici non sono abituati a incontrare nello spazio pubblico persone sotto massiccio influsso di alcolici.” Ha detto proprio così, lo giuro.<br />
Ci sarebbe quasi da ridere se non fosse che l’Oktoberfest è un business gigantesco: da 6.3 Milioni di visitatori, con la <em>Massbier</em> tradizionale, il boccale da un litro, che ha superato il costo minimo di 12 euro. I turisti pronti a ubriacarsi sino al coma etilico sono attesi da tutto il mondo &#8211; America, Australia, Giappone &#8211; nonché naturalmente dai paesi e dalle località più prossime. Impensabile che i treni, le stazioni, le <em>Autobahn</em>  prive di limiti di velocità siano intasate fino all’inverosimile da coloro che hanno pagato l’equivalente di un <em>round-trip Sydney-Munich</em> per farsi portare col gommone da Bodrum a Kos: vivi, se va bene.<br />
<strong>#Oktoberfestung</strong> hanno twittato ieri i cittadini tedeschi incazzatissimi, magari quelli che avevano portato biscotti e coperte al punto d’accoglienza di Luisenstrasse, dando spunto a qualche giornalista per un titolo graffiante. Ma intanto Schengen è andata a farsi benedire e i profughi non sanno dove andare.<br />
Siamo tutti un po’ bavaresi, noi in Europa, tutti un po’ abitanti della <strong>#Fortezzad’Ottobre</strong>.<br />
Però almeno abbiamo avuto prova che i cittadini che in questo non si riconoscono sono davvero tanti; un popolo migliore dei suoi rappresentanti e non distribuito con i criteri ben ponderati e mercanteggiati delle quote latte. </p>
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		<title>Nein</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 17:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[crisi del debito]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporane]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Denegazione (ted. Verneinung) In psicanalisi, il procedimento usato dal soggetto per impedirsi di riconoscere un desiderio che invece ha prima affermato; S. Freud vi scorgeva l’affermazione difensiva del rimosso. (Enciclopedia Treccani) Nevicava stamattina a Salonicco, la prima neve, non destinata a durare; mentre il tempo meteorologico nel resto dell’Europa è nella media: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders-300x225.jpg" alt="germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-51242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<strong>Denegazione</strong> (ted. <em>Verneinung</em>) In psicanalisi, il procedimento usato dal soggetto per impedirsi di riconoscere un desiderio che invece ha prima affermato; S. Freud vi scorgeva l’affermazione difensiva del rimosso. (Enciclopedia  Treccani)</p>
<p>Nevicava stamattina a Salonicco,<br />
la prima neve, non destinata a durare;<br />
mentre il tempo meteorologico<br />
nel resto dell’Europa è nella media: freddo <span id="more-51239"></span><br />
come la guerra che a porte chiuse<br />
si è aperta puntuale a palazzo,<br />
la prima guerra civile dell’Unione.</p>
<p>Qualche carro tedesco avanza ancora<br />
nel centro di Colonia o di Magonza<br />
dove è gran festa popolare, Martedì grasso.<br />
(nessun corteo a piazza Syntagma)<br />
Il resto è uno strappo alla quaresima<br />
come principio perpetuo di belligeranza.<br />
Si contende a carta e penna, si combatte<br />
a parole in lingua franca – l’idioma<br />
della fiction e della finanza-<br />
sul reciproco ricatto<br />
che pare un vecchio trucco narrativo,<br />
<em>cliffhanger</em> sospeso sull’incredibile.</p>
<p>Ogni giorno quello giù dal cornicione<br />
(“lasciami andare se ne hai il coraggio”)<br />
penzola un po’ più in basso.<br />
L’altro che lo tiene afferrato<br />
(“basta un sì e ti ripiglio”)<br />
fatica sempre più a reggere la presa.<br />
Tutto qui. Nessuno vuole davvero<br />
che vada a finir male, forse non vuole<br />
nemmeno fosse vero. Eppure<br />
c’è una sproporzione insostenibile.</p>
<p>Chi ha numeri e conti in regola<br />
per regolare i conti, manca di parole.<br />
Gli altri, oltre la retorica (ῥητορικὴ τέχνη),<br />
le hanno tutte dalla loro parte.<br />
Economia democrazia politica.<br />
Egemonia crisi catastrofe.</p>
<p>Ma se il cavallo fatto imbizzarrire<br />
balza dall’epica alla tragedia<br />
sarà dei greci il momento della catarsi<br />
e chi alla hybris non seppe sottrarsi<br />
rimane muto con la maschera del filisteo<br />
burocrate nevrotico, tecnocrate del Nein!<br />
sino a impietrire come una Niobe<br />
&#8211; pallida madre &#8211;<br />
che ha visto gli Stati trattati come figli<br />
cadere a uno a uno nell’odio nazionale<br />
guadagnando di cedere per ultima<br />
come appianamento, come nemesi.</p>
<p>ps. <em>il fantastico carro nella foto ha sfilato nel Rosenmontag (ossia lunedì scorso) a Düsseldorf: la potenza immaginaria di una Merkel-Polifemo e uno Tsipras che coniuga Ulisse a Davide suggerisce che il popolo del carnevale ne sappia davvero più dei suoi regnanti.</em></p>
<p>                          &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Tranlated into English by <a href="https://twitter.com/dispatriata">Frederika Randall</a></p>
<p>It was snowing this morning in Thessaloniki,<br />
a first snow, it won’t stick;<br />
while the weather<br />
in the rest of Europe’s normal: cold<br />
like the war behind closed doors<br />
that opened punctually at the palace,<br />
the Union’s  first civil war.</p>
<p>A German float or two is still<br />
rolling through Cologne or Mainz<br />
where it’s Mardi Gras, holiday of the people.<br />
(no floats in Syntagma Square)<br />
elsewhere they&#8217;re ready to break Lent<br />
as unrelenting rule of belligerence,<br />
battling with pen and paper,<br />
dueling in lingua franca, the one<br />
familiar to fiction and finance,<br />
a mutual blackmail<br />
like some timeworn novelistic gimmick<br />
a cliffhanger over the void.</p>
<p>Every day the one swinging from the ledge<br />
(“let go of me if you dare”)<br />
sags a little  lower.<br />
While the other, gripping him<br />
(“say yes and I’ll pull you up”)<br />
struggles to keep hold.<br />
And that’s it. Nobody really wants<br />
it to end badly, or maybe even<br />
for this to be real. And yet<br />
the imbalance of powers is untenable.</p>
<p>On the one side, the books are balanced<br />
But they lack the words to put things right.<br />
The others, beyond  rhetoric (ῥητορικὴ τέχνη),<br />
Have all the words on their side.<br />
Economy politics democracy .<br />
Hegemony crisis catastrophe.</p>
<p>But if the horse should shy<br />
and bound from epic to tragedy<br />
the Greeks will gain catharsis,<br />
while the one succumbing to hubris<br />
keeps silent under the guise of Philistine<br />
neurotic bureaucrat, technocrat of Nein!<br />
before turning to stone like Niobe<br />
—pale mother—<br />
whose childlike States fall<br />
one by one to national spleen,<br />
earning the right to give up last<br />
as audit, payback, Nemesis.</p>
<p>ps. In the photograph, Merkel as Polyphemus  and  Tsipras as a hybrid Ulysses/ David, on a wonderful float at  Rosenmontag (Monday, February 16), Düsseldorf. Perhaps the people of Carnival really do know more than their rulers.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Anschluss!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Feb 2013 06:22:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Lombardini]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[moneta unica]]></category>
		<category><![CDATA[PIIGS]]></category>
		<category><![CDATA[salari]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo testo mi è stato inviato prima delle elezioni. Mi scuso di pubblicarlo in ritardo, ma rimane attualissimo.] di Domenico Lombardini Ci risiamo! L’egemonia germanica! Tutti dietro al crucco! Ce l’hanno venduta bene l’Europa i nostri politici, i Prodi, il maledettissimo Prodi (che ci dice ora con faccia di tolla che l’Euro moneta unica è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo testo mi è stato inviato prima delle elezioni. Mi scuso di pubblicarlo in ritardo, ma rimane attualissimo.]</em></p>
<p>di <b>Domenico Lombardini</b></p>
<p>Ci risiamo! L’egemonia germanica! Tutti dietro al crucco! Ce l’hanno venduta bene l’Europa i nostri politici, i Prodi, il maledettissimo Prodi (che ci dice ora con <a href="http://youtu.be/jcKSAFzT56k">faccia di tolla</a> che l’Euro moneta unica è soprattutto vantaggiosa per la Germania…), sì, soprattutto i sinistri, ma tutti, anche i destri, che a dirci <i>piùEuropa</i>! <i>piùEuropa</i>! non si sono ancora stancati. E noi dietro al pifferaio… E l’elefante non lo vede ancora nessuno, possibile? <span id="more-44999"></span>È la lettera nascosta di Poe, nascosta così bene, si crede, che non la si cerca lì dov’è, sulla scrivania. Questi i fatti: la Germania si è fatto un bel orticello da coltivare; prima ha imposto norme da lei stessa patentemente violate, <i>ché io so’ io e voi non siete un cazzo</i>, poi, dopo la burrasca, la crisi del 2009, si è fatta una verginità di “Nazione virtuosa”, e ha imposto l’inasprimento delle stesse norme <i>pro domo sua</i>, al sud, il quale si dibatte ora senza speranza nelle politiche di austerità. Il germano deve esportare quanto vuole, dove vuole, con chi vuole, come cazzo vuole, con una moneta che non s’apprezza più (ve lo ricordate il marco come volava, eh?), tenendo quindi i propri beni strutturalmente a buon mercato rispetto a quelli degli altri cosiddetti partner europei, e prende per il culo noi PIIGS, sì, noi Porci, noi <i>Untermenschen</i>, perché non esportiamo abbastanza, non quanto loro <i>Übermenschen</i>! Ma noi Porci importiamo, compriamo le loro merci, importiamo i loro capitali! Per uno che esporta deve esserci per forza un altro che importa, no? E non ditemi che il germano esporta fuori Europa, andate a vedervi i dati: l’egemonia mercantile tedesca è squisitamente europea, e questo l’orticello del crucco, la vecchia cara Europa. E qui il crucco spadroneggia, e grazie al cazzo! Ché la Germania si è fatta un bell’ambiente tutto confortevole per il suo mercimonio, imponendo l’austerità agli altri, a noi altri <i>Untermenschen</i>, e lasciando a sé la possibilità di aiutare massicciamente il pingue, luteo, odioso, pletorico industriale germano (a noi ci è stato detto: “siete poco produttivi! Dove fare le riforme strutturali (del lavoro, in senso regressivo e deflattivo, <i>of course</i>)”, e allora perché mai  la Germania dovrebbe render più produttivi noi a suo nocumento?). Come? Tenendo bassi i salari tedeschi precarizzando il lavoro e la vita di milioni di lavoratori. Così là, in Germania, si ha la più alta percentuale di bassi salari in Europa (22,2%; più di 7 milioni di lavoratori con <a href="http://genova.erasuperba.it/rubriche/mini-job-politica-contenimento-salari-germania">400 euro mensili</a>, con contratti vantaggiosi per il datore di lavoro), l’inflazione viene quindi mantenuta <i>strutturalmente</i> sotto la media europea e i loro prodotti costano meno, come se svalutassero effettivamente la <i>loro</i> moneta. Svalutazione competitiva, si dovrebbe dire, in barba alla sbrodolata cooperazione europea e all’armonizzazione delle politiche fiscali (prevista da trattato), e strategie economiche <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Beggar_thy_neighbour"><i>beggar thy neighbor</i></a>. Quindi, <b>se non si può più svalutare la moneta, si </b><a href="http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/02/salari-reali-piu-bassi-dell18-rispetto.html"><b>svalutano i salari</b></a>, e la Germania impone ai propri cittadini (<i>ça va sans dire</i>, ai poveri, ai giovani, alle donne) la svalutazione del lavoro e quindi condizioni lavorative peggiori e salari più bassi. E sapete cosa dicono i politici a questi tedeschi merce lavorativa a buon prezzo? Che loro stanno male per colpa, <i>Schuld</i>, nostra, è colpa di noi Porci del sud, perché noi siamo scialacquatori, fancazzisti, subumani! Ricorda niente? Perché questi, i Tèutoni, da una parte impongono l’austerità, <i>Sparpolitik</i>, a noi, e loro invece scialacquano denari pubblici per sovvenzionare il suddetto luteo, pingue industriale tedesco, che ci va a nozze coi salari bassi e le esportazioni a mille, e per salvare le banche. L’inflazione bassa poi fa il suo sporco lavoro e la festa è fatta… È qui il nostro differenziale di competitività, una <a href="http://goofynomics.blogspot.it/2013/01/verbum-domini-non-price-competitiveness.html">competitività di prezzo</a>, perché “se il tasso di cambio <i>reale</i> italiano avesse avuto la stessa evoluzione di quello tedesco fin dall&#8217;inizio del 1999, il tasso di crescita delle esportazioni italiane sarebbe stato quasi identico a quello delle esportazioni tedesche, mentre in realtà è stato meno di un terzo” (fonte: <a href="http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/qr_euro_area/2010/qrea1_en.htm">Commissione europea</a>). Quindi noi italiani (ma anche francesi, spagnoli, portoghesi, ecc.) abbiamo una <b>moneta troppo apprezzata</b> per la nostra economia, e non potendola deprezzarla abbiamo le mani legate, o meglio possiamo agire solo sul versante del <b>contenimento dei salari</b> per aumentare la nostra produttività, facendo diventare la nostra economia sempre più <i>export-led </i>stile Germania, e riducendo la domanda interna per tenere l’inflazione bassa. Che poi si sapeva tutto, ossia che questa moneta unica sarebbe stata una catastrofe, era cosa arcinota: la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Area_valutaria_ottimale">teoria delle aree valutarie ottimali</a> lo aveva anticipato più di cinquant’anni or sono, teoria mica partorita da uno <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Mundell">scappato di casa</a>.</p>
<p>‘sta mattina mi sono svegliato nazionalista, e mi sono chiesto: possibile? Io che se vedo destra vedo nero! Ma no, qua è in ballo la nostra sopravvivenza come paese, quindi viva qualsiasi mezzo, ideologico e no, per tenere a galla la baracca; anzi, per uscire da questa <a href="http://www.ibs.it/code/9788895146638/badiale-marino-tringali-fabrizio/trappola-dell-euro-la-crisi.html">trappola</a>. E in queste condizioni chi votare? Di certo non con chi, <i>herr</i> Mario Monti, dice un sacco di fregnacce per farci trangugiare l’olio di ricino delle riforme europee, tipo che, quando il suo governo si era insediato, eravamo sull’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=YVg6w62ZBg0">orlo del baratro,</a> cosa arcismentita da <a href="https://dl.dropbox.com/u/75232044/sostieneL%E2%82%ACuropa.pdf">fonti indipendenti</a>. Il nostro debito pubblico è uno dei più sostenibili, anzi il più sostenibile in Europa sul lungo termine, non importa quanto sia grande (quello del Regno Unito e dei Giappone è molto maggiore, ad esempio).  E allora, dicevo, chi votare? Facile: nessuno. Anche perché, ironia della sorte, è la sinistra europea, quella Italiana in testa, la vera responsabile di questa deriva paternalistica e autoritaria del continente. Altrimenti non potete che votare per il <a href="http://goofynomics.blogspot.it/search?updated-max=2013-01-26T18:32:00%2B01:00&amp;max-results=7&amp;start=10&amp;by-date=false">PUDE</a>, il Partito Unico Dell’Euro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>P.S.: ho usato questo stile concitato perché se avessi fatto un saggio economico, con relative fonti e rimandi alla bibliografia, sarei stato di certo meno efficace, al limite noioso per i più. Ma qui è in atto un reale e continuo depauperamento delle ricchezze del paese, come se fossimo in guerra, con un effettivo trasferimento di risorse dal sud al nord d’Europa; ma mi rendo conto che se avessimo camicie brune e passi dell’oca qua e là per l’Italia, tutto sarebbe più semplice.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://goofynomics.blogspot.it/">http://goofynomics.blogspot.it/</a></p>
<p><a href="http://vocidallagermania.blogspot.it/">http://vocidallagermania.blogspot.it/</a></p>
<p><a href="http://il-main-stream.blogspot.it/">http://il-main-stream.blogspot.it/</a></p>
<p><a href="http://icebergfinanza.finanza.com/">http://icebergfinanza.finanza.com/</a></p>
<p><a href="http://orizzonte48.blogspot.it/">http://orizzonte48.blogspot.it/</a></p>
<p><a href="http://vocidallestero.blogspot.it/">http://vocidallestero.blogspot.it/</a></p>
<p><a href="http://tempesta-perfetta.blogspot.it/">http://tempesta-perfetta.blogspot.it/</a></p>
<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788897949282/bagnai-alberto/tramonto-dell-euro-come-e.html">http://www.ibs.it/code/9788897949282/bagnai-alberto/tramonto-dell-euro-come-e.html</a></p>
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		<title>Scene dal buio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/10/10/scene-dal-buio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2012 10:30:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[ligura]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica di Salò]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani Il disastro non era che si accorgesse che m&#8217;ero svegliato da poco, ma che avevo dormito a casa. E ogni giorno si ripeteva la stessa scena: io che facevo in tempo ad alzarmi, a lavarmi faccia e denti, e poi mi sedevo a tavola con loro, e lui che se ne accorgeva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=43833" rel="attachment wp-att-43833"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-43833" title="magliani" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/magliani-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/magliani-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/magliani.jpg 321w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></p>
<p>Il disastro non era che si accorgesse che m&#8217;ero svegliato da poco, ma che avevo dormito a casa. E ogni giorno si ripeteva la stessa scena: io che facevo in tempo ad alzarmi, a lavarmi faccia e denti, e poi mi sedevo a tavola con loro, e lui che se ne accorgeva subito, perché quella cosa lì, intendo che avevo dormito in casa, non mi riusciva di nascondergliela. Lui era mio padre. E io ormai da un anno, ossia da quando non frequentavo più l&#8217;università perché s&#8217;era sfasciato tutto, dormivo in casa. Lui non voleva. Diceva che prima o poi venivano, mi prendevano e mi mandavano in Germania, oppure mi attaccavano al muro e ci attaccavano anche loro, lui e mia madre. I primi tempi, parlo di settembre, erano tornati i soldati, sbandati e mezzi in borghese, a piedi o in treno, da soli e in gruppetti, e sembrava che fosse finito davvero tutto, poi un giorno, verso la fine del mese, i soldati hanno iniziato a sparire e a nascondersi nei beudi, molti a salire  in montagna. Allora mio padre disse che dovevo sparire anch&#8217;io. Che un giorno a l&#8217;altro prendevano anche gli studenti e li facevano andare in quella cosa di Salò. Mio padre le cose le vedeva. Quel giorno infatti erano arrivati i tedeschi a rastrellare la valle fin giù a Sanremo e s&#8217;erano portati via tutti. La sera girò voce che tra i presi c&#8217;era gente d&#8217;ogni età e tra i giovani, chi si era salvato è perché aveva aderito a quella cosa là di Salò. A uno gli avevano sparato mentre scappava. E quel giorno no, ma il giorno dopo mio padre tirò fuori dalla cantina un vecchio materasso di lana e me lo mise in spalla. L&#8217;umidità aveva appesantito il materasso, sembrava d&#8217;avere in spalla un sacco di olive, con la differenza che per portare un materasso devi continuamente fartelo girare addosso. Ricordo che mio padre mi guardava che barcollavo e scuoteva la testa. Non andavamo molto d&#8217;accordo, esami non ne avevo mai dato, ma mia madre mi proteggeva. Lui diceva che m&#8217;ero iscritto a lettere per non far niente e che anche un professore di Genova gli aveva detto che un&#8217;aquila non lo ero e che perdevo tempo.</p>
<p>Passammo un portico e una vigna e finimmo davanti all&#8217;entrata del Beudo Grosso. Il beudo, per capirci, è un condotto. Una valle ligure è costituita da tante vallette e gole, e ogni valletta ha il suo condotto d&#8217;acqua piovana, che a volte è asciutto, coperto o scoperto, e porta giù al torrente o ad altri beudi. Là dentro ci trovammo a dormire sei o sette uomini, un paio di giovani come me, dalla voce, gli altri dovevano essere sui trent&#8217;anni o giù di lì. Uno degli anziani disse che non c&#8217;era più posto, ma mio padre non ci pensò due volte a sistemarmi il materasso e disse che se non c&#8217;era posto si stringevano. In realtà ci si stava anche in centocinquanta. Mi sedetti sul materasso, mio padre mi passò la mano sui capelli e se ne andò. Doveva camminare curvo, perché il soffitto in certi punti era basso, e anche perché mio padre era grande, zoppo per una ferita rimediata sul Carso, ma grande per essere ligure. Rimasi a sentire i suoi passi che si allontanavano e rimbombavano e quando non li sentii più pensai che con mio padre ci parlavo sempre troppo poco.</p>
<p>Tremavo dal freddo, e così rimasi sveglio fino all&#8217;alba. Ogni tanto si sentivano dei versi di bestia. E uno che era accanto a me, ma senza materasso e mi aveva chiesto se poteva sdraiarsi un attimo da un lato, mi disse che era la civetta che si fermava all&#8217;entrata e aspettava che uscissero i topi. Aveva una bella voce anche se balbettava un po&#8217;. Un bersagliere sardo, così almeno me lo presentò quello che balbettava sdraiato accanto a me e traduceva cosa diceva (spiegandomi che il bersagliere aveva disertato e aspettava la volta buona per contattare i partigiani e mettersi con loro) disse in sardo che la civetta era una bestiaccia e sputò sulle pietre. Le pietre erano fredde, ogni tanto se ci mettevi la mano ti saliva addosso uno di quei ragni o di quei grilli che vivono nelle tane, pieni di antenne. Che fossero ragni e grilli me lo disse quello sdraiato accanto a me, a me sembravano formiche. E c&#8217;erano anche le formiche e le salamandre e le lumache che lasciavano la bava, e c&#8217;erano i nidi di ragno, mi disse sempre quello accanto. Gli chiesi come si chiamava. Italo, studente anche lui, agraria, prima a Torino, poi a Firenze. Forse ti ho già visto alla spiaggia, gli ho detto. Forse se all&#8217;alba uscivamo e ci guardavamo ci riconoscevamo.</p>
<p>All&#8217;alba tornai a casa, Italo disse che non usciva. Dormii in camera tutta la mattina e quando mio padre tornò e mi trovò in pigiama se la prese con mia madre. Che era pericoloso, che non dovevo presentarmi e lei anziché lasciarmi dormire mi doveva rimandare nel beudo. Quando mi ripresentai nel beudo portai qualche mela e la rosicchiammo in silenzio con Italo. Sul materasso ci si era sdraiato uno. Un po&#8217; ce lo lasciai, poi lo feci sloggiare. Una mezz&#8217;ora soltanto disse. Va bene, dissi. Ma il tempo laggiù non si riusciva mica a dire. Come si faceva a dire se era giorno o era di nuovo notte. Secondo Italo era già notte. Mi aveva raccontato di dov&#8217;era, viveva nella villa sulla strada per San Giovanni. Suo padre studiava le piante, il giardiniere di casa era quel ragazzo coi capelli ricci e lunghi che avevo visto un mucchio di volte. Poi stavamo delle ore senza parlare.</p>
<p>Rimasi nel beudo qualche giorno, mio padre mi portava delle patate bollite, delle mele, acqua, ma poi a volte mi prendeva un attacco e allora andavo a dormire a casa e a mezzogiorno quando mio padre entrava si arrabbiava. Io gli dicevo che ero appena arrivato, che ero venuto per cibo o per un impacco di varma agli occhi che si riempivano di orzaioli. Ma lui non ci credeva e se la prendeva con mia madre. Si mordeva un dito, che per lui significava: mi tengo dal metterti le mani addosso.</p>
<p>Nel beudo parlavo solo con Italo. A volte non ce lo trovavo perché era uscito anche lui per una scappata a schiena bassa nelle vigne fino a casa. E poi tornava con uva e uova sode. Gli altri non erano sempre gli stessi. Il bersagliere sardo girava voce che fosse passato coi partigiani, e Italo mi assicurava che era anche per lui questione di giorni e poi con suo fratello salivano coi garibaldini di Vittò. Cosa farai quando sarà finito tutto, gli chiesi una volta. Lo scrittore, disse. E cosa scriverai? Scrittore di teatro. Poesie alla Montale. Guarderò la Liguria di giorno, finalmente di giorno, e la scriverò. L&#8217;ubagu e l&#8217;aprico. Agraria, dissi, sarebbe piaciuto farla a me. Facevo lettere perché a Genova avevamo una zia che viveva vicino alla facoltà e ci lavorava, e mio padre s&#8217;era intestardito per le lettere. Non io. Insistetti per farmi dire cos&#8217;aveva scritto e cos&#8217;altro avrebbe scritto là sotto se solo avesse avuto carta e inchiostro e una candela. Romanzi sulla resistenza, e racconti per bambini, disse. Mi rivelò un segreto. A Sanremo, nella pensione ebrea, ci aveva vissuto un tal Walter Benjamin, scrittore tedesco di origine ebrea che poi era morto sui Pirenei, e lui sapeva dove questo Benjamin aveva nascosto una valigia pieni di racconti per bambini, e quando finiva tutto andava in quel posto che era una soffitta e si portava la valigia e  traduceva i racconti dal tedesco, si faceva aiutare. Ma di suo, gli chiesi, cos&#8217;avrebbe scritto? Disse di tutto. Racconti soprattutto, ne aveva in mente a centinaia. Pesci grossi, pesci piccoli. Le storie di Adamo, che era il giardiniere di casa e si chiamava Libereso. Bastimenti pieni di granchi. I loro bagni, le ultime estati innocenti, prima della guerra. Storie di caccia, a Colla Bracca. Le storie di Giuà dei Fichi e di Marcovaldo. Io sbadigliavo. Storie di campagna, disse credendo che mi piacesse la campagna. Ma io dissi che non mi piaceva neanche la campagna, avrei semplicemente voluto fare agraria perché mi sembrava semplice, mio padre era contadino, aveva 1.500 piante di ulivi e se finita agraria o se nel mezzo di agraria mollavo potevo sempre andare in campagna. Quando gli raccontavo cose del genere, sospirava come se ci pensasse.</p>
<p>Un giorno tornarono i tedeschi e bruciarono delle case sopra san Giovanni o San Romolo, o in entrambi i posti. Neanche mia madre seppe dirmi con precisione. Io, che dopo il pranzo, scacciato da mio padre, rientravo nel buio, quel giorno ripassai svelto sotto i portici e mi infilai terrorizzato negli orti prima ancora di uscire dalle case. Da quella sera il Beudo Grosso si popolò tanto che non mi fu nemmeno facile trovare Italo. Ne convenimmo che non era più un luogo sicuro. E lui disse che a breve sarebbe andato via. Anzi, una volta o l&#8217;altra rientravo e non ce lo trovavo più. Mi chiese se volevo salire con lui in montagna. Cosa facevo là dentro, a sentire le bestie, i topi e le lumache passare, in quella puzza che ci saremmo mai più tolti di dosso. C&#8217;era il grande Cascione, u megu, in montagna, c&#8217;era la libertà. Io dissi che mio padre i partigiani non li poteva soffrire, erano straccioni e avevano i pidocchi. Queste cose lo irritavano e per rispondermi che non era vero balbettava ancora di più.</p>
<p>Siccome il Beudo Grosso ogni giorno che passava era davvero sempre più affollato, Italo disse che andava a trascorrere gli ultimi giorni nel Beudo della Polveriera, un beudo che stava tra casa nostra e il paese di Bastieto, e dai miei orti ci si arrivava benissimo in tre minuti di scorciatoia o di risalita del Beudo delle Capre. E così lo persi di vista, ossia, anche se forse non l&#8217;avevo mai visto, non lo vidi mai più. Chiesi a mio padre di condurmi nel Beudo della Polveriera, ma mio padre disse che là dentro un giorno o l&#8217;altro ci entravano i tedeschi perché ci giravano troppi delatori a Bastieto. Ed ebbe ragione. Un giorno si sentì una cagnara e i saloini si misero a correre inviperiti per i carruggi di Bastieto, e spararono a più di uno. Gli spari dentro il Beudo Grosso, dove mi trovavo ancora in quel tempo, si sentivano come da un&#8217;altra valle e fin dopo la fine della guerra non saprò mai che Italo quella notte s&#8217;era salvato ed era riuscito a salire in montagna.</p>
<p>Il Beudo Grosso era ormai diventato pericoloso, c&#8217;era mezza Sanremo. Si poteva tentare nel Beudo della Crosa, secondo mio padre. Il Beudo della Crosa raccoglie le acque di diverse vallate ed è coperto, un tunnel perfetto, col soffitto a volta, di blocchi di pietra tufalina. Mio padre le cose se le sente. Un mezzogiorno viene dall&#8217;uliveto, mi dice che nel giro di mezz&#8217;ora arrivano i tedeschi e si portano via mezzo paese. Mi ordina di prendermi due stracci e di seguirlo nel Beudo della Crosa. E infatti, quando è un po&#8217; che son là sotto le campagne della Crosa, nascosto nel beudo, in quel nuovo odore di umido (perché ogni beudo ha il suo odore),  con la mano che devi sempre toglierti le ragnatele davanti, sento il soffitto rimbombare e le camionette dei tedeschi che bloccano le uscite del paese. Spari pochi, ma urla e luci che penetrano l&#8217;entrata del Beudo della Crosa. Io e la dozzina della mia età che eravamo lì siamo indietreggiati in salita. E stavamo lí, immobili, seduti perché in piedi non ci si stava. Uno mordeva una mela e si è mangiato un calcio negli stinchi da uno dei più vecchi. Non c&#8217;è cosa che viaggia come i minimi rumori nei beudi. Lo impari presto. Mi dicevo: ecco che questa cosa ti mancava, ci passavi cento volte al giorno per la mulattiera della Crosa e qui dentro non ci conoscevi, quest&#8217;odore te lo saresti perduto. Ragionavo come Italo ormai, mi raccontavo le storie. O forse lo facevo perché mi mancavano i suoi sospiri che avrei riconosciuto tra i sospiri di cento persone.                                                     Quando tutto tacque, gli spari, e i passi, uno dopo l&#8217;altro uscimmo. Il sole tramontava, era luce che feriva.</p>
<p>Nel 44&#8242; mi nascondevo ancora nel Beudo della Crosa. I partigiani avevano preso una batosta. Quel comandante Cascione, medico, era stato ucciso, aveva risparmiato un prigioniero e questo bastardo era riuscito a scappare e aveva portato in montagna i tedeschi, li aveva condotti nel luogo dove si accampavano e c&#8217;erano stati molti morti. Pensavo a Italo, alle storie che non gli avevo mai raccontato e che ora mi inventavo durante l&#8217;ozio. Erano storie piene di luce e di amicizia. Ne avevo sempre in mente una, che avevo sognato una volta che avevo la  febbre in quel freddo. Era la storia di due ragazzi di Sanremo che non si conoscevano e che per puro caso, esattamente nello stesso tempo, avevano letto un manuale su come si costruiscono i trampoli e allora s&#8217;erano messi a fabbricare i loro trampoli, in cantina o in soffitta, e quando li avevano pronti erano andati a provarli in piazza – nella stessa piazza e c&#8217;erano arrivati esattamente assieme. Era una piazza dove non passavano né tram, né bici, né carri, per questo era venuta loro in mente. E si erano messi i loro trampoli, uno da un angolo della piazza e l&#8217;altro dall&#8217;altro e si erano mossi, a piccoli passi, prima rasente i muri e poi senza tenersi a nulla, fin quando non stavano bene in equilibrio e procedevano, stupiti, mentre si avvicinavano incerti uno all&#8217;altro e si sorridevano, fino ad arrivare a un passo uno dall&#8217;altro senza riuscirsi a dir nulla.</p>
<p>Passavano i mesi, i partigiani riformavano le file e progettavano colpi di mano alle polveriere. A volte scendevano fino in città. Mio padre non li poteva soffrire perché gli rubavano la verdura, ma sotto, lo sapevo, stava dalla loro parte.</p>
<p>Dormivo sempre nel Beudo della Crosa, ci avevo portato un altro materasso. Di giorno mangiavo a casa, e quel paio d&#8217;ore al caldo a letto in attesa che mio padre rientrasse dalla fatica e si pranzasse, era un lusso. Un mezzogiorno mio padre mi chiese quanti eravamo là sotto. Gli dissi che non lo sapevo, c&#8217;era pieno, e sul  materasso, dall&#8217;alba a mezzogiorno quando non c&#8217;ero ci si sdraiava Beppe, il figlio di quello delle bottiglie, che poi nel pomeriggio non si voleva togliere perché diceva che là sotto le cose erano di chi se le prendeva. E allora risate e quando uno faceva aria di nuovo risate&#8230; Allora il vecchio non volle che gli dicessi altro e finito il pranzo ordinò a mia madre di mettermi qualche straccio in un sacco da olive, di prepararmi un bottiglione d&#8217;acqua di vichy, e un sacchetto di mele e arance e cosa c&#8217;era. Quando lei preparò tutto, lui si prese il sacco in spalla, tanto, disse, lui non dava nell&#8217;occhio perché zoppo com&#8217;era non lo mandavano neanche in Germania. All&#8217;imbrunire ci trovavamo nelle terrazze di San Giovanni, dietro quel casone bruciato, ben sopra la villa di quello che l&#8217;anno prima si nascondeva con me nel Beudo Grosso, disse. Al primo buio, attenzione, le giornate sono corte, mi avvisò. Io dissi che allora andavo a recuperare il materasso nel Beudo della Crosa, era roba nostra, perché lasciarcelo. Ma lui non ha voluto, davo  nell&#8217;occhio, poi quelli che erano lì parlavano: “Ha tolto il materasso perché ha cambiato posto&#8230;”. E mi avrebbero seguito. Ma dietro il casone bruciato non c&#8217;erano beudi, dissi. Te obbedisci, disse. Quel pomeriggio, prevedendo che la notte seguente avrei dormito ben male – anche se mia madre era contraria, temendo più le scenate che avrebbe fatto lui se l&#8217;avesse saputo, che per il pericolo di finire in Germania se mi sorprendevano in casa i tedeschi – feci una dormita nella mia stanza come se fosse l&#8217;ultima, colazione abbondante, e all&#8217;imbrunire uscii di casa e mi nascosi sotto il portico. Secondo gli ordini, dovevo aspettare che la colonna di gente che veniva dalla campagna attraversasse il ponte e risalisse tra le case. Mio padre non si fidava di nessuno. Era la fine di febbraio, l&#8217;aria ancora umida e il pettirosso balzellava sui rami. Il torrente era gonfio, e copriva gli zoccoli dei muli che risalivano le rampe. Ma quando voltavano e passavano per la stradina di là del portico si sentiva tutto, anche i colpi di frusta che ogni tanto Bacì da Nea, attaccato alla coda, dava al bue. Li lasciai passare, aspettai il giusto e mi infilai giù per la stradina incassata tra le case. Le capre nelle stalle mi sentivano e scornavano le tavole. I lumi nelle finestre erano accesi, ma tempo un amen iniziava il coprifuoco e si sarebbe spento tutto.</p>
<p>Passai il ponte, e poi rasente i muri, e davanti a villa Meridiana tirai un sospiro. Avrei voluto chiedere se avevano notizie di Italo. Se era vivo. Avrei voluto parlare con quel giardiniere che dicevano conoscesse le erbe come i vecchi. Poi arrivai a San Giovanni, non c&#8217;era luna, e faticai a trovare il casone bruciato. Poco dopo sentii mio padre. Lo annunciarono gli scarponi inzuppati, era scivolato in qualche bealera, immagino. Mi bisbigliò un ordine. “Vai su fino ai limoni, e non voltarti a guardare, dalle prime canne ti ci infili, entri profondo e mi aspetti. Ubbidisci senza aprir bocca”. Mentre ubbidivo sentii un rumore di passi arrivare da sotto. Capii che l&#8217;avevano seguito o avevano seguito me. Lo sentivo allontanarsi con i suoi scarponi che facevano rumore nell&#8217;erbaccio. Io una volta dentro le canne m&#8217;ero fermato un attimo a guardare. Gli inseguitori si chiamavano, urlavano, spari, qualcuno si avvicinava al canneto. Entrai.</p>
<p>L&#8217;avevano ucciso, avevano ucciso mio padre? Stavo lì, mezzo piegato come se stessi cagando, e pensavo a tutte le cose che mi erano passate per la mente in quei mesi quando mi toccava sopportare le prediche di quel vecchio zoppo al quale ora stavano sparando. Trovavo sempre molto umiliante tutto questo obbedire senza poter dir la mia, mentre i miei coetanei erano sui monti a imbracciare il 91. Gregorio Sanderi, anni 21, studente di lettere a Genova, residente nei condotti perché saloini e nazisti gli danno la caccia. Saolini e tedeschi non sanno manco che esista un Gregorio Sanderi, ma lui ha la sfortuna di abitare a Sanremo, nido di teste calde, sfollati, renitenti di leva, profughi ebrei, e allora se danno la caccia a costoro, potrebbero mettere le mani pure su di lui. Evidentemente non era nemmeno questo (quanta gente scappava a schiena bassa in quel periodo o si infilava nei beudi), era che la mia vita l&#8217;avevo sempre lasciata decidere da quel padre che fra poco moriva. O era già morto.</p>
<p>Non sparavano più, ma gridavano ancora. I passi da intorno al canneto s&#8217;erano allontanati, ma non ne ero sicuro. Non ero più abituato ai rumori che non fossero rumori sotterranei, dopo un po&#8217; che si sta in un beudo non si distinguono più le cose come una persona normale, ma come un grillo o una lumaca. E più passava il tempo, più ogni vibrazione si allontanava, più mi era chiaro che quell&#8217;uomo che non dava mai consigli, ma parlava come se la sua parola fosse legge, se n&#8217;era andato. E ci aveva sempre indovinato. Ci pensavo ora, che uscivo con la testa dalle canne e guardavo le montagne buie. Poi rientrai e prosegui nel folto, forse in una specie di solco di quelli che si fanno le bestie, le volpi e i tassi.</p>
<p>A un certo punto inciampai in qualcosa. Stoffa ruvida&#8230; Era il sacco. Doveva essere stato qui nel pomeriggio e aveva già portato il sacco, o era il sacco di stracci di qualcun altro che passava le notte nelle canne? Lo aprii, toccai. C&#8217;erano mele e stracci, e dal tatto riconobbi il giaccone di fustagno che avevo chiesto a mia madre di infilare nel sacco. Mi sedetti su una pietra e attesi.  Ora da qualche parte entrava uno sputo di luce di luna, o forse era il chiarore di colpi di mortaio. Arrivavano rimbombi, echi lontani. Un campanile suonò delle ore. Dopo un po&#8217; davanti a quel chiarore passò qualcosa. Rumori che si avvicinavano come qualche ora prima. Era lui. Me lo disse per non spaventarmi. Io lo rassicurai, sapevo che era lui, dissi. A chi altri veniva in mente di entrare in certi posti, se non a lui e a me che dovevo ubbidire. Non parlare, disse, scemo. È possibile che sei sempre così scemo, non lo capisci che una parola si sente fin giù sul ponte? Taci allora, gli dissi. Il sacco, disse, l&#8217;ho portato io, è nostro. Di chi altri poteva essere, chi vuoi che venga qui, dissi di nuovo, a farsi sparare dai fascisti. Chi è furbo se ne sta nel Beudo della Crosa, che è bello asciutto, e stanotte dorme sul mio materasso. Non mi stava neanche a sentire, diceva che l&#8217;indomani si rompeva il tempo perché gli faceva male la gamba.</p>
<p><em>(questo racconto deliziosamente maglianesco uscirà su &#8220;Reportage&#8221;, n. 12, ottobre-dicembre 2012, in uscita la prossima settimana; l&#8217;immagine, scelta dall&#8217;autore: Farideh Farivar-Bölling, &#8220;der Ursprung&#8221;, alias &#8220;L&#8217;origine&#8221;)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ANGST/ furto d&#8217;anima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Aug 2012 15:09:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Siamo tra la crisi del ventinove E la nomina di Hitler alla Cancelleria, Siamo qui nell’interim A cavalcare Nel timore di farci scavalcare&#8230; Da Atene Roma Madrid e Lisbona? No, da Berlino Nord Sud Est e Ovest. Ma non volevate dominare il mondo? E adesso che l’Europa l’avete conquistata&#8230; Cercate di capire, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><em>Siamo tra la crisi del ventinove<br />
E la nomina di Hitler alla Cancelleria,<br />
Siamo qui nell’interim<br />
A cavalcare<br />
Nel timore di farci scavalcare&#8230;<br />
</em><br />
Da Atene Roma Madrid e Lisbona?</p>
<p><em>No, da Berlino Nord Sud Est e Ovest.</em><span id="more-43359"></span></p>
<p>Ma non volevate dominare il mondo?<br />
E adesso che l’Europa l’avete conquistata&#8230;</p>
<p><em>Cercate di capire, il primo e il secondo<br />
Dei nostri tentativi<br />
Non erano propriamente sbagliati:<br />
Li avevamo solo messi in atto<br />
Con mezzi inidonei.</em> </p>
<p>E adesso<br />
Che i mezzi sono quelli che funzionano,<br />
Adesso che ci avete conquistati<br />
Non ci volete più,<br />
Non la volete più l’Europa?</p>
<p><em>Adesso abbiamo paura. Angst, nur Angst&#8230;</em></p>
<p>Dunque, fateci capire: l’Europa la volete<br />
Ma non fisicamente&#8230;<br />
Ne desiderate l’anima,<br />
Il resto possiamo tenercelo<br />
Nutrendolo come possiamo&#8230;</p>
<p><em>Ach so&#8230;</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La cicala, la formica e San Floriano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 23:29:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica di weimar]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Sono passati più di tre anni e le cose sono andate avanti peggiorando. Nulla è cambiato e così si è giunti a un fallimento catastrofico, conclamato, che non è solo quello della Grecia. Per questo ritenevo interessante riproporre questo vecchio articolo. (ps. sulla &#8220;nuova&#8221; Unità ultrà-renziana non me lo pubblicavano di certo). [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/15/la-cicala-la-formica-e-san-floriano/sankt-florian/" rel="attachment wp-att-41687"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-41687" title="sankt florian" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/sankt-florian-246x300.jpg" alt="" width="246" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/sankt-florian-246x300.jpg 246w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/sankt-florian.jpg 404w" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" /></a></p>
<p><em>Sono passati più di tre anni e le cose sono andate avanti peggiorando. Nulla è cambiato e così si è giunti a un fallimento catastrofico, conclamato, che non è solo quello della Grecia. Per questo ritenevo interessante riproporre questo vecchio articolo. (ps. sulla &#8220;nuova&#8221; Unità ultrà-renziana non me lo pubblicavano di certo). hj</em></p>
<p>Domenica bastava guardare i tg prime-time della tv pubblica tedesca per capire che la Grecia è uno scenario venuto a noia, un fronte dato per perso comunque vada, senza tanti rimpianti né rimorsi. Il voto e la guerriglia ancora in corso ad Atene non aprono nessun notiziario, né ricevono una copertura più ampia di due minuti. La cosa fa riflettere su come, attraverso i media, interagiscano interessi politici e opinione pubblica. Lo sfacelo della Grecia, la miseria in cui sono ridotti i suoi cittadini, non vengono taciuti, ma sono presentati come esito ineluttabile di cui gli stessi greci risultano i principali colpevoli.“Un intero popolo scende in strada contro una situazione che deve ascrivere a se stesso”, sintetizza un commento della seconda rete <em>Zdf</em>.<span id="more-41686"></span><br />
L’aspetto interessante è che il messaggio non passa solo per le opinioni esplicite, ma anche attraverso le definizioni “neutre” che ricorrono uguali sulla stampa di qualsiasi orientamento politico. L’oggetto del voto recente viene chiamato <em>Sparpaket</em>, pacchetto-risparmio: formula eufemistica adatta a superofferte di ogni tipo, con cui si eludono parole come “tagli” o “austerità” adoperate in tutte le altre lingue. La stessa crisi è rubricata come <em>Schuldenkrise</em>, crisi del debito, dando per implicito che la causa risiede solo lì e non anche nelle politiche d’austerità che hanno generato il collasso economico senza risollevare il debito pubblico.<br />
Che i greci medesimi si siano fatti un’idea un po’diversa, su questo si è visto invece qualcosa di simile alla censura: massima cautela nel diffondere immagini di svastiche, bandiere tedesche bruciate, slogan contro i nuovi nazisti. In vista degli ultimi aiuti da dover far approvare in parlamento, meglio non ostentare quanto sia odiosamente ingrato il popolo incapace “di fare i compiti”.<br />
Ma forse c’è qualcosa in più contro cui erigere quelle difese che qualificano il memorandum firmato a Atene come <em>firewall</em> (e non come reale “salvataggio” da una bancarotta già avviata). Oggi i tedeschi stanno meglio di pressoché tutti gli altri europei, ma del contagio forse hanno più paura. Nessuno ha sperimentato quanto loro dove può condurre l’innesco tra depressione e violenza: quindi se c’è qualcuno in cui un tedesco moderno e democratico non vorrebbe mai doversi riconoscere non è soltanto un avo in divisa da SS, ma anche uno fra il 43% di disoccupati, causati negli anni ‘30 proprio dalla rigidissima austerità del cancelliere Brüning, quella massa di disperati che fu decisiva per la fulminante ascesa del nazismo.<br />
Alla preoccupazione primaria di perdere il benessere e le sicurezze sociali conquistate, si potrebbe quindi aggiungere il timore per un’identità nazionale positiva faticosamente ricostruita. Se la crisi facesse emergere la fragilità del lavoro denominato <em>Vergangenheitsbewältigung</em>, con un neologismo mastodontico quanto lo sforzo di superare il passato? Se dimostrasse che aveva ragione Marx a teorizzare che la sovrastruttura culturale non regge senza la base economica che la sostiene?<br />
C’è un sentore di cecità, anzi persino di diniego, nella serena ostinazione con cui in Germania ci si adagia collettivamente sulla parabola della formica e della cicala che ottengono ciascuna ciò che merita. La Grecia e i greci siano tutt’altro: non un problema nostro e uno specchio tantomeno. Del resto, la scarsa reazione ai roghi di Atene richiama un proverbio austriaco-bavarese improntato a un realismo (o cinismo) cattolico-contadino persino antitetico all&#8217;etica protestante motore dello spirito del (buon) capitalismo altrove invocato come un mantra implicito. <em>Heiliger Sankt Florian / Verschon&#8217; mein Haus / Zünd&#8217; andre an! Risparmia la mia casa, o San Floriano/ Appicca il fuoco a quella del vicino.</em><br />
Purtroppo è abbastanza evidente che una simile preghiera non alberga soltanto nei cuori dei tedeschi. E’ a questo che pare ridotta l’Europa unita: un rapporto di vicinato dove si spera che l’incendio divelga la casa accanto, affinché la propria rimanga illesa o ne esca solo bruciacchiata. Si potrebbe elevare San Floriano martire, sinora venerato soprattutto come patrono dei pompieri, a protettore dell’Unione o di quanto ne resterà nel prossimo futuro.</p>
<p><em>Una versione molto più breve è stata pubblicata su</em>L&#8217;Unità<em>, 14 febbraio 2012.</em></p>
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