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	<title>gessica franco carlevero &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ignaz Philipp Semmelweis, il medico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgio vasta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Oct 2007 10:46:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gessica franco carlevero]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gessica Franco Carlevero Era di gran moda l&#8217;anatomia patologica, a Vienna. E le gravidanze facili eran di gran moda anche loro, a Vienna. Noi altri da un morto a una puerpera saltavamo. Toccavamo, tagliavamo, tiravamo, toglievamo. E le operazioni ci andavano storte, le donne anche loro diventavano morte. Io indagavo, facevo pensieri. I dottori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gessica Franco Carlevero</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/semmelweis.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/semmelweis.jpg" /></a></p>
<p>Era di gran moda l&#8217;anatomia patologica, a Vienna.<br />
E le gravidanze facili eran di gran moda anche loro, a Vienna.<br />
Noi altri da un morto a una puerpera saltavamo.<br />
Toccavamo, tagliavamo, tiravamo, toglievamo.<br />
E le operazioni ci andavano storte,<br />
le donne anche loro diventavano morte.<br />
Io indagavo, facevo pensieri.<br />
I dottori i morti li trattavano leggeri.<br />
Poi vidi un baffuto fregare sul camice il sangue delle spoglie.<br />
E capii perché le gravide morivano, al momento delle doglie.<span id="more-4616"></span></p>
<p>Lavarsi le mani, avevo intuito.<br />
Insaponare le zampe, spazzolare le unghie e ammollarle nel cloro.<br />
Ogni dito doveva essere pulito.<br />
Le balie, gli infermieri, le ostetriche soprattutto dovevano purgarsi anche loro.<br />
E nel giro di un mese le donne restavano sane.<br />
Erano le nostre mani di noi dottori, con le particelle di cadavere, le assassine.<br />
Ma ero un povero magiaro, diceva quel primario d&#8217;un cane.<br />
Solo lavarsi le mani, prima di operare le mammine.<br />
Ma per quei viennesi purosangue restavo un infame.<br />
Mi bloccarono. Niente stipendio, escluso dall&#8217;ospedale.<br />
Tornai a Pest, e laggiù ripresi la faccenda in esame.<br />
Scrissi un librone. <em>Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale.</em><br />
Le riviste mediche mi ignorarono,<br />
quei quattro amici si allontanarono.</p>
<p>Allora a Joseph Spaeth scrissi<br />
<em>“Lei ha preso parte al massacro, Signor Professore”</em><br />
A Friedrich Scanzoni scrissi<br />
<em>“Il suo insegnamento si fonda su cadaveri di donne assassinate dall&#8217;ignoranza, Signor Professore”.</em><br />
E lui giù a gridare che ero un bel disgraziato.<br />
Il 29 luglio 1865 la mia affezionatissima moglie volle accompagnarmi in ospedale,<br />
portavamo due paste a un amico malato, mi aveva raccontato,<br />
ma al ritorno scordò di aspettarmi e della clinica diventai un abituale.<br />
Entrai che avevo quarantasette anni,<br />
e lei non si perse negli affanni.</p>
<p>Nessuno specialista della testa venne a guardarmi.<br />
Solo arrivavano delle grosse guardie grigie a fare malanni.<br />
E io, Lavatevi le mani, mentre cercavano di fermarmi.<br />
Mi stringevano i polsi e dicevo. Lavatevi le mani.<br />
Mi bloccavano le gambe e ripetevo. Lavatevi le mani.<br />
Loro ci davano dentro con la cinghia.<br />
E io, di risposta, Lavatevi le mani.<br />
Mi strapparono ogni unghia.<br />
E sempre, Lavatevi le mani.<br />
Al funerale mia moglie non ci venne.<br />
C&#8217;erano solo Karl von Rokitansky, mio maestro elementare,<br />
il prete magro novantenne,<br />
e Carl Braum, il mio avversario principale.<br />
Era agosto.</p>
<p><em>[apparso su </em>Le carte tatuate. Dieci poeti torinesi, <em>Edizioni Torino Poesia 2007]</em></p>
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