<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>ghérasim luca &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/gherasim-luca/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 20 Jun 2019 17:31:41 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Héros-Limite / Eroe-Limite</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/06/19/heros-limite-eroe-limite/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2019/06/19/heros-limite-eroe-limite/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jun 2019 05:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<category><![CDATA[gilles deleuze]]></category>
		<category><![CDATA[Héros-Limite]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Lacan]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Giuliberti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=79487</guid>

					<description><![CDATA[Eroe-Limite[1] di Ghérasim Luca Traduzione di Laura Giuliberti &#160; « La morte, la morte folle, la morfologia della meta, della metamorte, della metamorfosi o la vita, vita viva, vita sensazione, vivisezione  della vita » sorprende, so, so, so il nome che prende , il nome, di nove sedie, di nove e sette, di sedici oggi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-79613" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/gherasim-300x234.gif" alt="" width="300" height="234" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/gherasim-300x234.gif 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/gherasim-768x598.gif 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/gherasim-1024x798.gif 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/gherasim-250x195.gif 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/gherasim-200x156.gif 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/gherasim-160x125.gif 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Eroe-Limite</em><a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>di <strong>Ghérasim Luca</strong></p>
<p>Traduzione di <strong>Laura Giuliberti</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>« La morte, la morte folle, la morfologia della meta, della metamorte, della metamorfosi o la vita, vita viva, vita sensazione, vivisezione  della vita » <span id="more-79487"></span>sorprende, so, so, so il nome che prende , il nome, di nove sedie, di nove e sette, di sedici oggi e getti, di sedici oggetti contro, contro la, contro la morte o, se si vuole, per la morte, per la morte della morte o per contro, contro la, controllala, secondo me, contro la, se contro la vita sette, se, se con sette, secondo me per, per una vita votata al vuotare, votare al vuotare vuoto e svuotato, vita votata, votata a, per una vita votata alla vita.</p>
<p>Di gioco io di di dico giovedì sette maggio, ma, che gioco, dico oh, dico giorno e si ma no, giorno e notte, lo dico, te lo dico che oggi giovedì sette maggio, giovedì vi dico morte, dico morte morta come dite come mi dite tre, sette e tre sanno danno fanno dieci , si dice dieci come si pensa, diciamo come il tre, il terzo dado terrestre, ter minare, terminare, terminare come il terzo termine dell&#8217;io penso che mi pensino e del si e del no del sono, io sono deciso, sono il dado tratto al tre-sette, diciamo come il tre, il terzo termine del do del si del mi sono ucciso e si mi hanno ucciso col dado o col coltello, il terzo termine il re il do il ricordo, con l&#8217;eco del coltello e del dado il rico riconcilia riconciliatore, si do re, riconciliazione tra il mi uccido e il mi uccidono, all&#8217;insaputa del terzo termine sorto dall&#8217;insicuro, dall&#8217;insorto e dal re, dal sol, dal risorto.</p>
<p>E quando dico vita, vita nella vita, lo dico come dicono lui è, lei ha, lei è lo stato nello stato, sta nel, nel tè, il termine, il seno, il tuo seno, te come tè, come tesi, il termine sintesi dell&#8217;anno, del no, dell&#8217;anti-no e  della mia, dell&#8217;antinomia in una marmitta di marmellata di maiale, sul pianale da mento, del comportamento di due tre, sette tre, del terzo termine dei due citati, di due accecati plastificati, di due lati elasticizzati contro, contro contratto, di due tre, di due elasticizzati contrari come il dispari, come il pari dispari il paradis, il dispiacere di nascere, di nascere da una trazione dell&#8217;io, da una contrazione dispari del mio io e del suo se stessa, i due se stessa dell&#8217;io pari e provetti, i due elasticizzati contrari come l&#8217;occlusione e la, e la penetrazione per, perfetta, perfettamente riconcilia ciglia riconciliate.</p>
<p>Abbiamo fatto, perfezionato, perfettamente fatto e disfatto per disfida, abbiamo fatto, si dice, se sedici oggetti, abbiamo distinto i sedici oggetti d&#8217;azione del bene, dalla pene, della penetrazione vita vita avvitata e morta morta immortalata, della penetrazione verso universo universale.</p>
<p>Se dici oggetti là penetra la pace.</p>
<p>La pace, la penetrante universale tace e dà, e do, è donna, e dà, e comunica unica universale.</p>
<p>Donna ti, titano, ti hanno, donna tagliata pane, come un pane, in due, tagliata in due, per due, si per tu, si è perduta, in due, tagliata in due, persino per due, si, si per, si è perduta, nel mezzo del, mezzo, mezzo dì, nata l&#8217;anno mille, l&#8217;anno no, in mezzo al suono, al suo corpo, al di, al di là dell&#8217;anno, dell&#8217;anno di, del danno totale, crinale del suo corpo infinito, sulla, sulla luna verso il tic tic tic, sulla, sulla lingua, sulla lunga verticale, che le, che lega il suo setto casto, all&#8217;astratto, stratocratico alla bocca democratica, che crepa, tra le cro, tra le cosce con, con ciglia, con, riconciliatrici e  amate, io t&#8217;amo, ti amo, ti tic tic antiche.</p>
<p>È tagliata in due corpi, i corti, corti tic tic, la cortigiana universale versa già la sua, la sua vi, la sua unità, la sua verginità unita e intatta, come la va, come lava, come l&#8217;avventura anale del padre, l&#8217;unita, l&#8217;unità verginale di questa corte, di questa cortigiana universale è intatta, è intatta la verginità di questa vipera.</p>
<p>Ciò ci dimostra per, perfetto, ci di, di tutto rispetto, la scena dell&#8217;acqua primordiale allo, l&#8217;ho letto prima nel letto, nel manuale del male, allo stato, allo stato liquido di un riso viola violatore e viole viole violento, ciò ci dimostra per perfettamente l&#8217;efferatezza cieca accecante di questo modo, di questo mondo e in fondo l&#8217;infondatezza to to totale tra no tra to della nostra ti tic tic, della nostra timidezza.</p>
<p>È facile avere o, o non avere la vista, resta là, l&#8217;ho vista prima nelle mi, nelle mie mani, ma ama, ama allora, è necessario amarla, è necessario vivere la vista, la vita, la viola, violarla, amarla con amore, è necessario viverla con violenza, la scena, l&#8217;oscena universale, chi, chi, chiusa e aperta.</p>
<p>Il candore vocale, l&#8217;orrore vegetale, il candore veggente  mente, la mente mente, il candore del veggente mentale mente sulla vera, sulla scena vera, sull&#8217;oscena verginità, che non ha, non ha visto, non ha avuto la vista, resta a bo, bocca aperta oscenamente aperta e ingombra, in, venti in punto, venti e trenta, nel suo ventre impuro, immenso, puritano, impuro tic, impudente, per lui questa bocca salda, sigillata, ingombra e indecente, indecentemente infinita è solo un occhio che osserva l&#8217;ossatura dell&#8217;occhio del suo naso, l&#8217;occhio osservante-osservato che serve a tenere il suo naso insolente alla porta, alla portata dell&#8217;occhiello immacolato dell&#8217;universo insolente sotto il naso della sua universalità.</p>
<p>Il verso unico, l&#8217;universale, la versatilità dei mondi che chiama il candore del veggente mentale, lui monda, monda il frutto, quindi nulla da mordere, da tagliare, da incidere da incisivamente penetrare, tutto, tutto quello, quel tutto lo chiama l&#8217;inviolabile, l&#8217;in-toto, il tutto, l&#8217;intoccabile, per lui non c&#8217;è vero davvero niente da trafiggere.</p>
<p>Il suo mondo è una sfera tonda, netta, ben monda, dall&#8217;ossatura intatta, esso è innanzitutto inattaccabile, nessuna fessura dove ficcarsi, nessun verso di entrarci, e va, e va, e ci schiva a metà, tic tac, metafisico, tac, e ci mente, metafisicamente tutto.</p>
<p>Toccava a me amare, toccare, schivare, il materasso, il metarazzo, la metaragazza metafisica e tonda e, toc toc, toccava a me, era là, era la sfida, è così, si si, mi si, mi son, mi su, mi son subito vòlto al, mi son trovato avvolto, trovato tra i boa, travolto dai baobab, siderato nel deserto, stravolto dal desiderio, tra i vul cancan del vu del vuoto in azione in eruzione comitive come vere comete, come boa vuoti in piena erezione in una strada deserta, in una strada bella, balla balla baobab cancan, in questa volta avvolgente e siderale, dove si deve, dove si vede l&#8217;amata la macchia, la nicchia, il no del gesto sempre giusto, del giù, del giorno e della notte, ha la vòlta, è sempre vòlta alla donna, donna di, alla dilagante e oscena verginità universale, con le mere mani, mi rema, mi riconcilia, con le ciglia, con le mani riconciliate, a me che, amiche e riconciliate sulla, sull&#8217;oscena mitragliatrice delle mie dieci dita come la giostra e la donna  strette sulla, sparate sparate sulla sparatrice, gli sparvieri sono là, sparategli, strette in maniera sensuale la giostra e la donna in una vera, un falso, una vera follia, un vero fol-letto, in una vera follia di reciproca penetrazione.</p>
<p>L&#8217;odio, lo iodio, io l&#8217;ho, io ho dato, mi sono voltato, e così ho dato un giro alla giostra, alla mareggiata, così ho dato un giro alla giostra, fatto girare la mareggiata, dato una svolta mentale, voltato al mito del buco, e come un pazzo, come un razzo di precisione mi sono precipitato sull&#8217;istmo, sul simbolismo mitico del buco, nel tubo, nel tubo di niente, nel tutto del niente di tutto, del tutto, di quel bel tutto da penetrare.</p>
<p>E le vie, e le vele che svelano le vie verso il tutto, solo con un tubo, con qualche buco, solo con qualche buco vuoto bucato nel bel tutto che mi sono violentemente imbucato nel bel tubo di niente riempito imbandito che è il bel tutto universale.</p>
<p>Ecco che ho fatto:</p>
<p>Ho preso cento ottanta quattro piatti, piastre megapiastre, piastre mega meta metalliche, cento ottanta quattro piastre di rame e la e la elastiche e fini, rettangolari a ri, ariose, rettangolari e luminose.</p>
<p>Quanti, quanti bei buchi tondi ed uguali come quanti, come quantità, in cifra tonda di due cento ottanta otto però, per ogni, per ogni mano, per ogni piano di metallo, penetrano su tutto, per tutto, su tutta la superficie metallica, metà sotto il letto, la sottiletta materica del rame.</p>
<p>La distanza tra un buco e l&#8217;altro è un infimo spa spasmo un infimo spazio, l&#8217;infimo e minimo spa spasmodico spazio, che dico, che chi, che chiede un buco per su, per su, per andare, per non superare, infimo-infinito è  questo il costo perché il buco sia buco, per non superare la, lasciamo stare, superare l&#8217;ano, per non superare l&#8217;ano, la normalità di buco, ma no, non per, non per privarsi del male, dei mali, ma li, ma  l&#8217;idea del nu, del nudo, l&#8217;idea del nulla beato del suo essere negato.</p>
<p>La cifra dei buchi incisi sui cento ottanta quattro folli, fogli, metafolli di metà letti, sui metafoglietti metallici, letti, letti, li abbiamo letti, nella cifra di cinquanta due mila nove cento novanta due.</p>
<p>Da questi cento, da questi cento quattro folli, da questi cento ottanta quattro fogli folli di rame, da questi cinquanta mila buchi folli, da questi cenci bucati da folli, da cinquanta due, da questi cinquanta due mila nove nove nove nove cento venti dodici buchi, ho costruito i sedici oggetti della, della contro, contro la, quei sedici oggetti là.</p>
<p>Ciascun oggetto pende, prende il nome della cifra dei buchi servita, vita, la vita, per la vita, contro la morte, per la morte morta, per una vita, vita, vita, per una vita nella vita, perpende, pende, pende, prende il nome della cifra corrispondente ai buchi servita alla sua produzione.</p>
<p>Ecco i no, i no, i nomi cifrati all&#8217;eccesso, i nomi ecc. ecc., eccedenti, eccessivi, eccentrici, precedenti, i nomi precisi di questi oggetti:</p>
<p>I 4320</p>
<p>II 4896</p>
<p>III 4608</p>
<p>IV 4032</p>
<p>V 2880</p>
<p>VI 1152</p>
<p>VII 1728</p>
<p>VIII 1440</p>
<p>IX 2016</p>
<p>X 2304</p>
<p>XI 3168</p>
<p>XII 2592</p>
<p>XIII 5184</p>
<p>XIV 3456</p>
<p>XV 9216</p>
<p>XVI 0</p>
<p><em>Nota</em> : lo zero, rotondo zenit delle cifre, essendo lo, lo zero essendo la cifra del buco assoluto, essendo in nuce, luce, luce dell&#8217;assoluto, l&#8217;oggetto lucente e assoluto che prende questo nome assoluto [che porta il nome assoluto] non è prodotto come gli alti, non come gli alti gradi estivi, no, non come gli altri, quest&#8217;oggetto non, quest&#8217;oggetto è schivo, non è prodotto con, non con dei buchi nel suo, nel suolo, folli, non solo con buchi nei fogli di metallo come gli altri, ma con buchi d&#8217;ogni modo, d&#8217;ogni mondo,  con tutti i buchi del mondo, abbracciati in un tutto, in un bel tubo di niente luce luce lucente e assoluto.</p>
<p>Un&#8217;isola, un&#8217;isola, quest&#8217;oggetto è come un&#8217;isola, una sola, giostra, giostra infinita, una sola, un&#8217;isola, un&#8217;isola, è il solo oggetto metafisico della mia collezione di buchi contornati da un bordo metallico e, nonostante il suono, il suo no, nonostante il suo notevole difetto d&#8217;esser mega, megalitico e metafisico, nonostante il suo no, il suo non difetto d&#8217;esser affetto dal non esser del tutto, è l&#8217;oggetto della collezione il più perfetto.</p>
<p>Mente, mente, mentre gli altri oggetti girano assiduamente su una giostra plastica e mitica, ch&#8217;era, ch&#8217;era, ch&#8217;era pure erotica, tic tac, ch&#8217;era, ch&#8217;era pure eroica, per infine infrangere il loro fine infinito, collo, collo, con lo zero, col, col, col coltello piantato in un collo infinito, con lo zero infine, con lo zero come un buco infinito, dove ca, dove ca, dove cadono i buchi infiniti, col, col, colpisce il bel tutto al cu, al cu, al cuore.</p>
<p>L&#8217;oggetto nume nume numero sedici è un eroe-limite.</p>
<h2 style="text-align: center;">∴</h2>
<p style="text-align: center;"><a href="http://cipmarseille.fr/pop_audio.php?id=391">Ghérasim Luca legge (cipm)</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nota del traduttore </strong></p>
<p>Non potrei presentare questa traduzione senza parlare del desiderio che mi ha spinta a cimentarmi con la poesia di Ghérasim Luca per la tesi di fine anno di un master in Traduzione Letteraria. E tentare così di giustificare quella sorta di libertà presa nei confronti del senso dell’originale &#8211; o meglio, la libertà presa nei confronti di un certo tipo di senso – che solleva i primi dubbi quanto alla liceità di questo lavoro.</p>
<p>Non sta a me, qui, sentenziare sull’estrema attualità di Luca, né dimostrarla attraverso testimonianze dell’interesse che ancora oggi suscita in Francia, in ambito accademico ed editoriale. Come traduttrice, la mia pretesa non è stata portare la sua poesia al lettore contemporaneo, piuttosto rendere conto di un incontro e di ciò che i suoi effetti hanno significato per me. È l’incontro tra una scrittura particolare e una lingua, in questo caso l’italiano, che pretende parlare per tutti ma non lo fa che in nome di pochi, che pretende esaurire la realtà, in un’inesorabile restituzione di fatti, ma non fa che ridurla e normalizzarla.</p>
<p>L’incontro ha preso forma, dapprima, nel mio percorso individuale di studi e letture, poi, in un progetto di traduzione, il cui obbiettivo principale è stato di non farsi tramite di una ricezione intellettualistica della poesia di Luca. Come molti, sono stata introdotta al poeta “stranebreo<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>” dalle pagine che a lui ha consacrato Gilles Deleuze. Nelle opere di entrambi si trovano le formulazioni di progetti anti-edipici, l’uno alle prese con l’oppressione della lingua che si vuole materna e che è essenzialmente castratrice attraverso il suo simbolismo, l’altro con il dominio della ragione che si vuole assoluta e che si tratta di schizofrenizzare. Al di là dei progetti, Luca resta un poeta e il suo pensiero non si può sistematizzare né estrarre dal corpo dei suoi testi ma bisogna caderne fuori, seguendo il balbettio<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> delle sue poesie. Ciò che questa traduzione si è proposta non è stato, tuttavia, limare i riferimenti filosofici e psicanalitici del testo, i quali sono stati il più possibile preservati attraverso la ricostituzione delle reti semantiche principali; così come non è stata toccata la ricorrenza delle cifre (e l’identità dei numeri) per non chiudere la possibilità del testo di giocare con un’interpretazione cabalistica, quale è già stata tentata ma di cui chi traduce non ha alcuna conoscenza. La via che è stata scelta, dove la fedeltà della traduzione non si misura attraverso la dicotomia tra lingua d’arrivo e testo originale ma nella necessità di conservare ciò che non si può assolutamente perdere dello stile di Luca, ha cercato di riprodurre l’operazione che ogni poesia compie sul linguaggio attraverso la pratica della letteralità.</p>
<p>Prima di togliere qualche ambiguità intorno a questa scelta, che nulla o ben poco ha a che fare col tradurre parola per parola e che segue un lavoro di ricerca sul ruolo della lettera in Deleuze e Lacan, apro una piccola parentesi sulle grandi linee che sostengono un tale approccio della traduzione. Se si ammette il presupposto secondo cui la funzione (anche se, parlando di Luca, bisognerebbe dire cre-azione) principale della poesia non è la comunicazione, tradurre non può consistere nell’estrazione di un messaggio da trasferirsi, poi, in un altro codice linguistico; il cambio di prospettiva pone il traduttore nella necessità di prendere delle libertà rispetto una semplice operazione di codifica. Che <em>Il Compito del traduttore</em> (con cui Benjamin segna l’età moderna della traduttologia) non finisca mai di suscitare nuove letture è indice, oltre che del carattere fortemente letterario dell’opera – che moltiplica all’infinito le possibili interpretazioni -, di ciò a cui va in contro il pensiero quando tenta di pensare la traduzione: un allargamento di campo che finisce per inghiottire il pensiero stesso, il quale risponde attraverso la produzione di immagini, a segnalare che la traduzione è sempre questione di forma e che ogni forma è particolare. Pensare la traduzione è dunque praticarla e tradurre è creare una nuova immagine con cui il pensiero si possa confrontare.</p>
<p>Con la traduzione qui proposta non si intende presentare un nuovo paradigma, né, tuttavia, trincerarsi nello sperimentale, come se si trattasse di ottenere qualcosa di più dal testo originale o se si volesse operare diversamente da quella che sarebbe una traduzione canonica. Si è tentato di far fronte, linguisticamente, all’evento di cui parla Lacou-Labarthe : “La poesia avviene là dove cede, contro ogni aspettativa, il linguaggio<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>”. Tradurre l’<em>Héros-Limite</em>, che rompe e sospende la respirazione regolare del francese, che sincopa la lingua ogni volta che crea un’aspettativa di senso, che fa irrompere il soffio che nella lingua respira nonostante tutto, è stato tradurlo alla lettera. La letteralità in questione non è, tuttavia, una fedeltà al significante che, come viene detto negli ultimi testi di Jacques Lacan<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, ha con la lettera un rapporto di “littoralità” come ciò che fa sì che due cose che non hanno nulla in comune, come terra e mare, lingua e reale, si tocchino. Seguire la lettera non è cercare l’aderenza delle parole alle cose, non è quella l’unità linguistica minima e non è la pienezza della traccia che si cerca. Ancora una volta, ci si rifà alla concezione della lettera della Psicanalisi, come possibilità per la scrittura di incidere uno spazio vuoto in cui possa emergere il reale, in cui possano prodursi effetti dell’ordine della <em>jouissance</em> più che del <em>sens</em>.</p>
<p>Questa ricerca di un altro senso, che rileva dalla connessione di lettere e suoni, un senso più intimamente legato al corpo ed agli effetti che la scrittura ha su di esso, a discapito del senso dato, questa ricerca è la pratica della letteralità in traduzione. Essa si è mossa tra alcune coordinate essenziali che hanno guidato la traversata dell’italiano in un terreno fatto di carenze di senso ed effetti di inclusione corporea. Due punti. Sono i due punti dell’equazione traduttiva, che non può stabilire alcuna equivalenza ma è come un’equazione chimica alla cui freccia subentri una possibilità di ritorno, o perlomeno una necessità di voltarsi e guardare nello spiraglio dei due punti. Sono i due punti, poi, dell’estetica e della politica, che tendono l’arco con cui la poesia mira alla realtà. Il primo è il ritorno all’oralità della poesia italiana, il secondo l’abbandono della retorica della madre-patria/lingua per la parola dello straniero-esiliato/migrante. A ciò è servita la letteralità, a riprodurre i rapporti fonetici attraverso una manipolazione della materia consonantico-vocalica del testo; e come procedura di straniamento che agisca dall’interno della lingua, dalle sue risorse «naturali», filologiche.</p>
<p>La traduzione di <em>Héros-Limite</em> è stato un tentativo di far rivivere il senso da cui è colpito il lettore nel momento in cui viene privato dal rapporto di familiarità con la lingua, momento in cui gli effetti che il testo scatena non derivano più da ciò che esso <em>vuole dire</em>. Da un testo all’altro e dal testo al corpo, la traduzione di questa poesia si vuole fedele unicamente alla metafisica di Luca, cioè il rinvio della sua poesia ad un aldilà che non è senso astratto, da decifrare, ma è la sua voce, come corpo in vibrazione:</p>
<p>“[…] Nel linguaggio che serve a designare gli oggetti / la parola ha solo un senso o due / e tiene prigioniera la sonorità / Spezziamo la forma in cui si è fissato e appariranno nuove relazioni / La sonorità si esalta / i segreti assopiti in fondo alle parole risorgono / Chi li ascolta è introdotto in un mondo di vibrazioni che richiede una partecipazione fisica contemporanea all’adesione mentale […] Meglio, la poesia si eclissa davanti alle sue conseguenze / In altre parole / IO M’ORALIZZO<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>”.</p>
<p>“La poesia si eclissa davanti alle sue conseguenze” suggerisce la direzione che prende la ricerca di senso, non nella successione lineare delle parole, che sono peraltro esplose in frammenti fonetici, ma là dove l’ “adesione mentale” si sdoppia in una “partecipazione fisica”. La traduzione costituisce un dispositivo di amplificazione del processo di deterritorializzazione al quale introduce la poesia di Luca: essa non conosce alcun universale rispetto a cui la sua riuscita possa essere giudicata. Essa si muove sul piano orizzontale delle giustapposizioni letterali e trova, in punti d’intensità della rete creata, l’uscita del teso in un piano di risonanza che al posto di restituire un senso precedentemente dato, produce effetti nuovi ad ogni ascolto: eco del corpo<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “<em>Etranjuif”</em> – unione delle parole “straniero” ed “ebreo” – è il termine con cui Luca definiva se stesso.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> La capacità di far balbettare la lingua è ciò che caratterizza lo stile di Luca secondo Gilles Deleuze, Cfr. « Balbettò » in <em>Critica e Clinica</em>, Raffaello Cortina, Milano, 1997.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Philippe Lacoue Labarthe, <em>La Poésie comme expérience</em>, Christian Bourgois, 1986, p. 74 (traduzione di chi scrive).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> <em>“Littorale”</em> è il termine con cui Lacan definisce il modo in cui la lettera si trova tra due dimensioni, non come frontiera, che designerebbe la possibilità di un passaggio senza soluzione di continuità, ma come litorale. Il termine è stato introdotto nella conferenza intitolata <em>Lituraterre</em> pubblicata sulla rivista “Littérature”  nel 1971 e poi all’interno del Seminario XVIII nel 2006.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Ghérasim Luca, <em>Je m’oralise</em>, Corti, 2018 [trad. di chi scrive].</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> <em>L’Echo du corps</em> è il titolo di una poesia presente nella stessa raccolta da cui è tratta <em>Héros-Limite.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2019/06/19/heros-limite-eroe-limite/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>37</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Chi parla nel testo? Apriori autobiografico, maschere, iponarrazioni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/30/parla-nel-testo-priori-autobiografico-maschere-iponarrazioni/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/30/parla-nel-testo-priori-autobiografico-maschere-iponarrazioni/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Aug 2017 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Archiloco]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
		<category><![CDATA[autofiction]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Czeslaw Milosz]]></category>
		<category><![CDATA[emmanuel hocquard]]></category>
		<category><![CDATA[federico condello]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Ponge]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mazzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Foucault]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Costa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=69180</guid>

					<description><![CDATA[[Questo testo è apparso sull&#8217;ultimo numero de &#8220;l&#8217;Ulisse&#8221;, e compare qui emendato da alcuni refusi.] di Andrea Inglese &#160; Finché finzione ci separi Per lo più vi è la finzione, fortunatamente. Possiamo usare la terza persona, e assegnarle un paesaggio, delle azioni da compiere, dei sentimenti da provare, degli oggetti da prendere in mano, possiamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69475" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSC08321-4-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSC08321-4-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSC08321-4-768x533.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSC08321-4-1024x710.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSC08321-4-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSC08321-4.jpg 1521w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>[Questo testo è apparso sull&#8217;ultimo numero de &#8220;l&#8217;Ulisse&#8221;, e compare qui emendato da alcuni refusi.]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Finché finzione ci separi</em></p>
<p>Per lo più vi è la finzione, fortunatamente. Possiamo usare la terza persona, e assegnarle un paesaggio, delle azioni da compiere, dei sentimenti da provare, degli oggetti da prendere in mano, possiamo raccontare delle storie, delle storie brevi (racconti) o delle storie lunghe (romanzi). Il termine <em>finzione</em> è qualcosa di enormemente rassicurante. Ci sono film di finzione, finzioni teatrali, e naturalmente le serie TV di finzione. I fumetti. I videogiochi. Uno sterminato mondo di finzioni, dove si possono costruire di slancio personaggi e situazioni, con grande facilità, come modellando una materia docile, plasmabile, e nello stesso tempo trasparente, in grado di ricevere ogni informazione, ogni aspetto, ogni significato.<span id="more-69180"></span></p>
<p>La finzione ha questo di rassicurante, colui che la produce, che materialmente la mette in opera, per esempio colui che la scrive, è in una posizione perfettamente remota rispetto a ciò che racconta, è protetto, dispensato, sciolto da essa. Le neutrali categorie narratologiche, che distinguono la persona dell’autore sia dalla voce narrante sia dal punto di vista del personaggio in azione, non fanno che celebrare questa condizione felice che consiste nel <em>separare</em> l’enunciato da colui che l’ha prodotto storicamente. Naturalmente l’autore ne è il proprietario. Siamo in un regime moderno e capitalistico, dove la proprietà intellettuale conta, dove l’autore è un produttore, ma tra un prodotto e il suo autore non ci sono per forza legami di somiglianza, come non ce ne sono tra l’artigiano e la sedia da lui costruita, ad esempio, o tra l’operaio e il suo pezzo. Quindi il problema non si pone. O meglio, il problema non si pone al consumatore standard del prodotto di finzione.</p>
<p>Il lettore che si mette a leggere <em>Herzog</em> di Saul Bellow (romanzo=finzione) non ha bisogno di chiedersi se il personaggio di cui si raccontano le vicende, e che viene presentato in terza persona, abbia tanto o poco a vedere con l’autore. Come ogni persona familiare con ciò che da qualche secolo si chiama “letteratura”, egli penserà che in un romanzo un autore mette sempre del <em>suo</em>, ma in una proporzione che non gli interessa vagliare e che, in ogni caso, non gli è indispensabile conoscere per godere appieno del suo prodotto. Se ne interesserà con fare più o meno poliziesco la critica, e tutti coloro che professionalmente si occupano di “costruire” <em>lo scrittore</em>, questa tipologia di produttore, che ha un ruolo comunque importante nell’organizzazione di quei discorsi generalmente di finzione che appartengono alla categoria “letteratura”.</p>
<p>Si ricordi cosa diceva Michel Foucault a proposito della “funzione autore”. Cito dalla celebre conferenza <a href="http://1libertaire.free.fr/MFoucault349.html"><em>Che cos’è un autore?</em></a>, presentata il 22 febbraio 1969 alla Société française de philosophie e reperibile in rete, traduzione mia:</p>
<p>&#8220;Ma infatti ciò che nell’individuo è designato come autore (o ciò che fa di un individuo un autore) non è che la proiezione, nei termini sempre più o meno psicologistici, di un trattamento che si fa subire ai testi, degli accostamenti che si realizzano, degli aspetti che si stabiliscono come pertinenti, delle continuità che si riconoscono, o delle esclusioni che si praticano. Tutte queste operazioni variano secondo le epoche e i tipi di discorso. Non si costruisce un “autore filosofico” così come un “poeta”; e non si costruisce l’autore di un’opera romanzesca nel Settecento come ai giorni nostri.&#8221;</p>
<p>Qui non c’interessa mettere in luce l’obiettivo generale dell’intervento di Foucault sulla nozione di “autore”, ma solo ricordare un aspetto oggi riconosciuto del funzionamento dei “generi” letterari, e che è stato messo in luce, in polemica con un certo riduzionismo formalista e strutturalista, dalla pragmatica del discorso. Ciò che si pensa che i testi dicano non dipende solo dalle loro proprietà interne, ma dal modo in cui la gente opera intorno ad essi. Insomma, un testo parla diversamente a seconda di quello che uno decide di<em> fare</em> con esso e a seconda di chi si occupa di farne qualcosa.</p>
<p>I critici hanno poi considerato che ci sono casi in cui, leggendo un romanzo, anche il lettore standard deve prendere in considerazione certi aspetti della vita dell’autore. Anche perché ex-amanti o ex-mariti, ad esempio, potrebbero farlo spontaneamente, e magari minacciosamente. Alcune finzioni romanzesche per funzionare al meglio, per esplicitare appieno le proprie virtù “letterarie”, devono includere delle considerazioni esplicite sui rapporti tra la vita di colui che racconta e i personaggi oggetto della narrazione. Poco importa entrare in questo caso nelle distinzioni terminologiche. Utilizzare in modo pertinente categorie come “romanzo autobiografico” o “<em>autofiction</em>”, significa aver operato due mosse importanti: non solo il discorso critico ha ristabilito continuità e prossimità tra il testo dell’autore e la vita di quest’ultimo, ma ha sollecitato il lettore di “finzioni” a fare tesoro, all’interno dei propri usi e costumi di lettura, di tale avvicinamento. Alla fine, romanzo autobiografico e <em>autofiction</em> cessano di essere categorie critiche e narratologiche per divenire categorie merceologiche, etichette per una specifica merce letteraria. Non si è usciti dal magnifico mondo della finzione, ma ci si è spostati ai suoi margini, in una zona problematica eppure affascinante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La lirica: un mito della poesia moderna</em></p>
<p>Con la poesia, la questione è più imbrogliata: non si può parlare con agio di “finzione”, la terza persona esiste ma rimane abbastanza rara, la narrazione intesa come “imitazione” delle azioni è spesso poco pertinente. E, naturalmente, la poesia ci arriva già attraverso un contesto di attese, di presupposti, di stratificazioni discorsive specialistiche, e questo vale che ci si avvicini ad essa in veste d’autore o di semplice lettore. Partiamo allora da qualche credenza condivisa. Sul piano dell’evoluzione storica, esisterebbe una specificità della poesia moderna, che la rende un genere letterario strettamente legato all’espressione dell’io individuale sia nella forma del discorso che nella selezione dei temi. Una formulazione sintetica di questo tratto caratteristico la troviamo nel saggio di Guido Mazzoni, intitolato appunto <em>Sulla poesia moderna</em> (il Mulino, 2005, p. 144).</p>
<p>&#8220;È come se la lirica moderna dovesse la propria origine a due metamorfosi parallele che tendono entrambe all’individuazione senza riserve: dal lato del contenuto, <em>l’ingresso dell’io empirico in poesia</em>; dal lato della forma, <em>la liberazione del talento individuale, la conquista del diritto a scrivere senza rispettare regole prestabilite e a intendere lo stile come espressione anarchica di sé</em>.&#8221;</p>
<p>Mazzoni identifica poesia moderna e “lirica”, accogliendo la teoria dei generi romantica e la tripartizione che ne segue: epica, lirica e dramma. Dentro questo schema, la lirica è un componimento generalmente breve, in versi, che esprime una visione soggettiva del mondo. Se lirica, così intesa, e poesia moderna devono coincidere, è evidente che Mazzoni stesso è poi costretto a definire lo spazio topografico del genere attraverso l’asse oppositivo centro-periferia. Vi è un centro lirico e vi sono diverse “periferie anti-liriche”. Non voglio entrare neppure in questo caso in una discussione riguardo alla validità o meno di certe categorie letterarie. Esse sono comunque indispensabili, finiscono sempre per interferire anche con la fruizione comune e la loro pertinenza è proporzionale alla loro capacità di gettare nuova luce sulle opere esistenti. Nel caso citato, però, appare evidente che le cosiddette “periferie anti-liriche”, che costituiscono delle eccezioni rispetto ai tratti salienti del genere, finiscono per ospitare una buona parte di tutto ciò che è rilevante nella poesia del Novecento. Questo significa che l’identificazione tra poesia moderna e lirica è una forzatura, o che andrebbe riarticolata, uscendo dallo schema riduttivo dei romantici. (Esempi di questa riarticolazione del genere lirico si possono trovare in saggi come quello di Käte Hamburger, <em>Die Logik der Dichtung</em>, risalente al 1957, o di Jonathan Culler, <em>Theory of the Liric</em>, del 2015). Teniamo, però, per buona l’affermazione che, <em>ad un certo momento</em>, la poesia moderna si percepisca come “lirica”, accogliendo quindi l’io empirico, l’io dell’autore storico, per <em>dargli la parola</em>, e per dargliela al di fuori delle convenzioni, dei rituali tramandati, affinché possa esprimere la propria irriducibile individualità. Qui parrebbe stabilirsi un nesso forte tra autobiografia e enunciazione poetica.</p>
<p>Dobbiamo però scorgere in questo modello generale una sorta di <em>mito</em>, nel duplice significato di una promessa di senso e di un invito a perseguirla, tale promessa, a farla esistere attraverso una serie di gesti pubblici e privati. Uso il termine “mito”, anche nel senso di “idea poco chiara” o di “nodo concettuale ambiguo”, come quelli che la filosofia, secondo Wittgenstein, deve tentare di sciogliere. Il mito in questione trova origine in una versione rozza ma suggestiva degli <em>ideali espressivistici</em> che la moderna ideologia individualistica ha contribuito ad affermare nelle nostre società occidentali. Tali ideali esortano ogni individuo a “esprimere” in uno stile di vita originale la sua natura profonda e irripetibile. Si può persino ipotizzare che proprio la difficoltà di vivere all’altezza di tali ideali assegni alla lirica moderna una funzione di compromesso<em>: pochi individui esprimano se stessi in modo radicale, in nome di tutti coloro che non ci riescono e che non possono</em>. Tale espressione, però, proprio perché priva di compromesso nei confronti delle forme di vita condivise non può avvenire che nello spazio separato (e protetto) della scrittura, del discorso letterario.</p>
<p>Quello che in questa configurazione “ideologica” rimane poco chiaro è il nesso tra forma dell’espressione – l’enunciato poetico – e la psiche che lo ha prodotto. Si consideri qui il termine “psiche” come equivalente di tutto ciò che pertiene all’interiorità del soggetto, tutto ciò che viene da lui e non dal mondo, dalla sua voce interna e non da quella degli altri. Che cosa, dall’interno dell’individuo, sgorgherebbe, assumendo quella forma verbale così originale e così apparentemente lontana dalla lingua materna (la celebre e imbarazzante “oscurità” della poesia moderna e contemporanea)? Oggi magari abbiamo i filo-cognitivisti che, impavidi, senza nulla mutare di questo schema poco intelligibile, sostituiscono ai vecchi “vissuti di coscienza” della fenomenologia del primo Novecento, o alla combinatoria inconscia dei segni dello strutturalismo del secondo Novecento, gli stati neuronali dell’inizio del Ventunesimo secolo, per spiegare come l’io empirico trasmetta la sua irriducibile singolarità alla lingua. In attesa che una spiegazione sufficientemente chiara soppianti l’opacità del nesso mitico tra psiche individuale e linguaggio collettivo, accettiamolo per quello che è, una sorta d’ingiunzione: “il poeta traduca ciò che in lui è irripetibile in una parola inaudita”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Excursus: Archiloco e la persona loquens</em></p>
<p>Noi non specialisti abbiamo tutti creduto per un certo tempo che nei frammenti della lirica greca arcaica risuonasse, per la prima volta nella tradizione occidentale, la voce di una prima persona autentica, diversa da quella impersonale che caratterizza il canto epico. D’altra parte, come ci ricorda Federico Condello in <a href="http://www.griseldaonline.it/temi/l-altro/messinscene-simposio-greco-arcaico-condello.html"><em>Messinscene dell’altro nel simposio greco arcaico</em></a>, gli stessi antichisti hanno discusso a lungo intorno al “grado di ‘realtà’ o meglio di ‘referenzialità’, riconoscibile alle affermazioni o alle narrazioni in prima persona della lirica arcaica, tradizionalmente reputata – per lascito del romanticismo e delle sue tipologie letterarie – massima espressione della soggettività e dell’individualismo greco”. Le conclusioni oggi più accreditate mostrano, però, un vizio d’origine nel preteso autobiografismo lirico. Sempre Condello:</p>
<p>&#8220;A screditare la <em>communis iopinio</em> è bastata una più consapevole valorizzazione dell’artificio noto come <em>persona loquens</em> (il luogo classico per l’antichità greca è Aristot. Rhet. 1418b 23ss., a proposito di Archiloco e del suo io fittizio) (…). Per quanto concerne il tema qui discusso, basti dire che molte delle <em>personae loquentes </em>sospettate o accertate nei lacerti della lirica arcaica, sembrano rispondere appunto al modello di una alterità spettacolarizzata secondo precise polarità etniche e sociologiche.&#8221;</p>
<p>Lo stratagemma di Archiloco e di altri lirici è dunque di natura “teatrale”, e ha a che fare, come Condello mostra nella sua analisi della letteratura simposiale, con rituali di travestitismo e mascheramento. Questi ultimi sono, in senso freudiano, formazioni di compromesso tra un’esigenza di condannare certe forme di soggettività etnica, sessuale, sociale, e nel contempo di concedere loro audizione. Nel caso specifico di Archiloco, molti suoi frammenti – come quello celebre dello scudo abbandonato dietro un cespuglio – mettono in mostra un personaggio che poco o niente ha a che fare con i tratti biografici dell’autore, poeta di famiglia aristocratica, impegnato nella vita politica oltreché nelle imprese militari di Paro, la sua isola natale. Come ricorda anche Simone Beta, nell’introduzione della sua edizione dei <em>Lirici Greci</em> (Einaudi, 2008, p. XVIII), le opinioni espresse in prima persona nei versi spesso non coincidono con quelle dell’autore storico; “in realtà, nella maggior parte dei casi è probabile che si tratti di un voluto ribaltamento comico del comportamento caratteristico degli eroi dell’epica”. La maschera, quindi, è presente fin dall’origine, o meglio è presente persino in quella che, nella nostra cultura, era stata immaginata una prima soglia importante della voce poetica individuale, la lirica arcaica greca. In questo caso, però, non si tratta della maschera di un personaggio teatrale che dev’essere <em>individuato</em> all’interno di una vicenda (fittizia o mitica), dove si muovono più agenti (umani o divini). La maschera (la <em>persona loquens</em>) della lirica serve a veicolare degli enunciati, ossia delle azioni linguistiche. Grazie a queste maschere, certi enunciati sul mondo, la società, la vita umana sono sottratti alla dispersione degli scambi linguistici quotidiani, e in forme ritualizzate e memorabili sono messi a disposizione del pubblico (di ascoltatori, nel caso della performance lirica; di lettori, quando si affermò la cultura del libro).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Scrivere la propria voce</em> <em>(</em>La distrazione<em>)</em></p>
<p>Se questo è il paesaggio “ideologico” che ho ereditato, e alludo al mito dell’espressione di sé della lirica moderna, vorrei mostrare cosa concretamente ne ho fatto, ossia come l’ho interpretato nella mia pratica poetica. Farò riferimento a tre miei libri di poesia: <em>La distrazione</em> (Sossella, 2008), <em>Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato</em> (italic pequod, 2013) e <em>La grande anitra</em> (Oèdipus, 2013).</p>
<p>Comincio parlando della <em>Distrazione</em> che si presenta sotto diversi aspetti come un libro tipico di lirica contemporanea. Esso è organizzato in diverse sezioni (<em>Bilico, Quello che si vede</em>, ecc.), ognuna delle quali presenta una serie di componimenti in versi con o senza titolo, che funzionano in ogni caso autonomamente. L’ordinamento dei testi non è cronologico e si è dunque al di fuori della logica della semplice “raccolta” di poesie. L’articolazione delle varie sezioni disegna una sorta di topografia semantica e persino, forse, un itinerario per “stazioni”, una sorta di percorso orientato per tappe significative e attraversamento di soglie. Ma ogni testo funziona come un’enunciazione a sé stante, come un’emissione di voce giunta in ritardo, in quanto registrata silenziosamente dalle stringhe di parole stampate sulla pagina. Che si tratti di voce, mi è assolutamente chiaro in quanto autore dei testi, dal momento che nella fase di scrittura, ossia di composizione-improvvisazione ho dovuto quasi sempre utilizzare la voce viva, risuonante fuori di me, per accompagnare e orientare la mano scrivente sul foglio o martellante sulla tastiera. Nel momento della rilettura, invece, a componimento ormai definitivo e stampato, ho potuto sia riattivare la lettura ad alta voce sia procedere a una lettura silenziosa, dal momento che entrambe le modalità sono necessarie per vagliare, a freddo, l’efficacia “poetica” del testo. Vediamo, ora, come questa voce che io do <em>letteralmente </em>al testo, o che il testo ha bisogno di assumere per realizzarsi, si ponga in relazione alle persone grammaticali e alla mia biografia d’autore.</p>
<p>Consideriamo la prima sezione del libro (<em>Bilico</em>). Essa contiene 12 componimenti, di cui 7 alla prima persona, 2 alla seconda persona – che è un semplice sdoppiamento della prima (l’io che si rivolge a se stesso) –, 2 alla terza persona plurale (oggetti o persone descritti e visti dal di fuori) e 1 alla prima persona plurale. Sembrerebbe che l’io lirico la faccia da padrone. In ogni caso, la questione del possibile nesso autobiografico (o più generalmente espressivistico) tra voce d’autore e prima persona grammaticale del testo è affrontata programmaticamente fin dal primo componimento del libro, <em>Vita</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Vita</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non posso <em>non</em> raccontare la mia storia.</p>
<p>Chiamo questo: calamità autobiografica.</p>
<p>Doversi fare una storia, andarla ad estrarre</p>
<p>come una scheggia, tra i tessuti fragili</p>
<p>della pelle, a rischio di</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>sbriciolamento,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>farla nascere, imprimere un’esasperante lentezza</p>
<p>a questa cosa mai accaduta, mai appianata,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>a questa <em>x</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>pulviscolare, interrotta,</p>
<p>istantanea,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di cui si hanno dintorni a perdita d’occhio,</p>
<p>coltri che circondano,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di cui si ha un infinito accerchiamento</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>senza possibilità di approssimarsi,</p>
<p>di dire: bambino, io, mia pelle, caduta sulla ghiaia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci sono in compenso radiografie,</p>
<p>molte, a partire dai quattro anni,</p>
<p>rimangono quaderni di scuola,</p>
<p>copertine di quaderni,</p>
<p>rimangono dintorni, passaggi documentati, scontrini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di quale storia si parli non è chiaro,</p>
<p>renderla mia è rallentare,</p>
<p>dare il controdocumento, dall’interno, dal buio della x,</p>
<p>dare qualcosa dal centro,</p>
<p>inventare che ci sia centro,</p>
<p>mettendo in prospettiva e simmetria e successione</p>
<p>e comparando tutte le ferite, i punti di sutura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quel ferimento è il lato interno</p>
<p>di quello che fuori è pura traccia,</p>
<p>puro ritardo,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>perdita,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>documento. Anagrafe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo testo propone un pensiero paradossale: colui che dice io, chiunque sia, è preso suo malgrado in una forma di narrazione autobiografica, ovvero egli porta con sé, nelle sue parole – attraverso di esse e attraverso i silenzi che le ritagliano – la <em>sua</em> storia. Ciò è inevitabile, in quanto l’autore si presenta come <em>essere storico</em>, e la sua storicità è coestensiva all’atto della scrittura, quale sia l’intenzione o la stratagemma retorico che la guida. Ma questo è solo un aspetto della faccenda, in quanto quel che la scrittura<em> mostra</em>, nel suo discorrere tentennante, per interruzioni e riprese, e quel che la scrittura <em>dice</em>, è che la “vita” di cui comunque si narra, l’oggetto di quella pulsione autobiografica rimane (e rimarrà) un’entità sconosciuta, opaca, un buco di senso e un’assenza di figura, intorno a cui si stratificano per disseminazione tracce eterogenee. La poesia, allora, potrebbe essere null’altro che l’esercizio costantemente rinnovato di “fare propria” una storia, grazie a un duplice e contradditorio movimento di <em>appropriazione</em> dei “documenti” condivisi, pubblici, storici, da un lato, e di <em>estraniazione </em>rispetto ad essi, mostrando quali falle, incongruenze, vuoti rendono fragile ogni edificio narrativo che si vuole aperto a una comprensione e valutazione collettiva. La frontiera, qui, non è posta tra vita intima e vita pubblica, tra la sfera privata degli individui e quella allargata dei destini generali. Vi è una chiara continuità semmai dall’una all’altra, dal momento in cui si avvia un lavoro narrativo di tipo autobiografico. Il confine percepito come rilevante e problematico si situa a un altro livello, tra la voce e l’io grammaticale che si incarica di organizzare il discorso scritto. La voce è un’entità, un avvenimento, un gesto <em>storico</em>, ma è un gesto che <em>non possiede </em>ancora la propria storia.</p>
<p>Vale la pena ricordare che il tema di una “storicità” inaggirabile della condizione di scrivente, quali che siano le persone grammaticali utilizzate nel testo, emerge anche in <em>La grande anitra</em>, dove – come vedremo – parrebbe prevalere un’orchestrazione romanzesca delle voci del testo poetico. In un componimento della prima sezione (<em>Le meditazioni di A. I.</em>), si legge: “Da quando sono nell’anitrone / tutto sembra tornato al suo posto // non è nemmeno percepibile / fino a che punto la storia / possa fare irruzione qui dentro”. Naturalmente, la storia farà in mille modi e per mille vie irruzione dentro “la grande anitra”, ossia dentro uno spazio protetto, irreale o surreale, che si vorrebbe una sorta di ancestrale isola incontaminata o navicella spaziale utopica; nell’uno e nell’altro caso, comunque, l’anitra non riesce a funzionare come un dispositivo separato, una zona franca e <em>innocente</em> di fronte all’inautenticità e alla violenza della storia.</p>
<p>Risulta certo che nella <em>Distrazione </em>un nesso tra la voce del testo e la storia dell’autore è esplicitamente riconosciuto come inevitabile, al di là delle forme più o meno esplicite in cui si manifesterà. Vi è qualcosa di affascinante, in questa sorta di apriori autobiografico che la lirica moderna esorta il poeta ad assumere. Ma tale apriori non deve per forza risolversi in forme narrative né in pretese espressioni di una qualche interiorità psicologica. Esso sta a indicare che, qualunque sia la cosa che il testo dice, essa viene detta attraverso la voce dell’autore, attraverso un gesto che non neutralizza né maschera la sua storicità e singolarità. Dentro questo gesto, attraverso di esso, è la storicità di tutto un mondo (linguistico) che si ripercuote nel testo, non solo la vicenda autobiografica di una persona. La forma più tipica di questo storicità del gesto enunciativo, è probabilmente quella che fa ricorso ai deittici <em>qui</em> e <em>ora</em>. Nei testi della <em>Distrazione</em>, il deittico “qui” in modo particolare ricorre almeno 13 volte e dà persino il titolo a un componimento. Il suo uso è per me connesso con l’esperienza dello stupore, intesa però in termini fenomenologici e non psicologici, ossia come un’esperienza costitutiva del rapporto soggetto-mondo. Su questo tema particolarmente caro sia a poeti che filosofi ha scritto recentemente Paolo Costa in <em>La ragione e i suoi eccessi</em> (Feltrinelli, 2014), citando appunto un poeta. Leggiamo:</p>
<p>&#8220;L’idea è espressa magnificamente da Czesław Miłosz nelle prime pagine di uno dei suoi libri più personali: “Sono qui. Queste due parole contengono tutto ciò che si può dire – si comincia con queste parole e si ritorna ad esse. ‘Qui’ significa su questa terra, su questo continente, in questa città e non in un’altra, e in quest’epoca che chiamo mia, questo secolo, quest’anno. Non mi è stato concesso nessun altro posto, nessun altro tempo, e tocco la mia scrivania per difendermi contro il sentimento che il mio stesso corpo è effimero.” (…) Ovviamente, quando ci soffermiamo stupiti sul semplice fatto di “essere qui”, reagiamo a un’intera gamma di associazioni che tende all’infinito. Potremmo anche dire che in questi tipi di esperienza siamo posti di fronte a una particolare resistenza della realtà al pensiero, che ci costringe a praticare una nuova e disorientante economia dell’attenzione.&#8221;</p>
<p>Della lettura che Costa fa di Miłosz, m’interessano particolarmente due aspetti: la <em>resistenza </em>della realtà al pensiero, e la nuova economia dell’<em>attenzione</em> che essa suscita. Vi è qui un nodo fondamentale, che continua ad essere un motore della mia poesia. L’attualità del lavoro poetico di Francis Ponge, e ancor più della prospettiva in cui la sua scrittura si è mossa, mi pare derivare dalla centralità che tale nodo ha assunto per lui. Ogni interpretazione ingenua dello schema espressivistico non farà che enfatizzare il mito dell’interiorità del poeta, andando a guardare dal lato dell’individuo, della sua storia o della sua psiche. D’altra parte, accanirsi sulla scomparsa di ogni tensione tra enunciato poetico e mondo, per risolvere tutto in una pacifica <em>letteralità</em>, significa rimuovere appunto la resistenza che il mondo opera nei confronti del linguaggio, e la capacità di quest’ultimo di modificare l’articolazione tra visibile e dicibile, come può accadere nella pratica poetica (ma non solo).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Maschere e iponarrazioni (</em>Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato <em>e </em>La grande anitra)</p>
<p>Se dovessi scrivere una storia “alternativa” della <em>letteralità</em> nella poesia contemporanea, comincerei non da uno dei luoghi classici, almeno per ciò che riguarda l’ambito francese, ossia <em>Une grammaire de Tanger</em> di Emmanuel Hocquard (cip<em>M</em>, 2007), ma da <em>Levée d’écrou</em> di Ghérasim Luca (José Corti, 2003). Questa la nota dell’editore, a introduzione del libro di Luca (libro di prose): “Due anni dopo il suo arrivo a Parigi, Ghérasim Luca scrive giorno dopo giorno ventitré lettere a uno sconosciuto che sono inviate, grazie ad un’amica, a un destinatario anonimo estratto da lei a sorte. È a partire da questa corrispondenza cifrata, di cui ha conservato le trascrizioni autografe, che Ghérasim Luca compone diversi anni più tardi ‘Levée d’écrou’”.</p>
<p>La lettura di questo libro non solo ha influito sull’idea di fondo di <em>Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato</em> (italic pequod, 2013), ma ha contribuito a modificare il mio atteggiamento rispetto alla scrittura poetica. Anche se si è trattato di un fenomeno che ha avuto una lenta maturazione, <em>Levée d’écrou </em>ha sancito la mia emancipazione dall’apriori autobiografico della lirica. In realtà, dal mio primo libro di poesia <em>Prove d’inconsistenza</em> (in <em>VI Quaderno </em>italiano, Marcos y Marcos, 1998) fino alla <em>Distrazione</em>, uno dei miei temi ossessivi è stato l’inconsistenza dell’io individuale, con tutte le sue pretese autobiografiche, di appartenenza, identità, ecc. A partire dalle <em>Le Lettere</em>, però, ho deciso di <em>dare per scontata</em> l’estraneità tra l’io e i suoi enunciati poetici. Essa ha smesso di costituire uno scandalo o, se vogliamo, un tema d’ispirazione. Questa scelta ha poi avuto conseguenze interessanti sulla scrittura, finendo per cancellare la distinzione tra personaggio di finzione e voce dell’autore. Non si è trattato di costruire una maschera fittizia (più o meno imparentata con il suo autore) per farla entrare coerentemente in una storia di finzione, e mettere tutto ciò in di versi. Né la finzione né la narrazione di per sé m’interessavano. <em>Le Lettere</em> hanno alla fine creato un mondo ibrido, capace di accogliere tutta una serie di elementi eterogenei, quali precise esperienze autobiografiche (la disoccupazione, la sofferenza amorosa), ma anche lacerti di un romanzo di Ernesto Sabato (dove anche si parla degli strazi dell’amore), senza che ciò ambisse ad amalgamarsi in una qualche continuità narrativa. Inoltre, gli elementi “referenziali” del testo sono costantemente sconfessati non solo da incoerenze da narratore inaffidabile, ma anche da incongruenze e scarti linguistici che fanno venire in primo piano gli enunciati come fatti in sé, dotati di una propria autonomia e opacità.</p>
<p>Si potrebbero, in effetti, considerare <em>Le Lettere</em> come un perfetto esempio di <em>letteralità </em>alla Hocquard. Leggiamo un passo di <em>Une grammaire de Tanger</em> (traduzione mia):</p>
<p>&#8220;Definisco <em>racconto </em>(<em>récit</em>) uno scritto (una parola) dove le proposizioni (verso o prosa o altra cosa) si susseguono senza però concatenarsi in maniera discorsiva, per semplice giustapposizione (e e e…), di cui la successione è non cronologica e non causale. (…) Il racconto non è una rappresentazione, ma una <em>present</em>azione. (…) Nel racconto, gli avvenimenti non sono gli anelli di una storia ma gli elementi di una costruzione. I nomi e i pronomi non si <em>riferiscono</em> a dei personaggi (o a degli oggetti) esteriori ma <em>diventano</em> dei personaggi, gli attori stessi di ciò che si trama.&#8221;</p>
<p>In linea generale, i criteri del <em>récit</em> di Hocquard si potrebbero applicare in modo opportuno a tutta la serie di 17 componimenti epistolari in versi che costituiscono la sezione omonima del libro. Soprattutto si potrebbe dire: “gli avvenimenti non sono gli anelli di una storia ma gli elementi di una costruzione”. Io vorrei aggiungere, però, che questi elementi non sono compiutamente dispersi, irrelati, come in un lavoro di semplice giustapposizione, così come essi non funzionano in un regime di pura tautologia, fuori da ogni tentazione di leggerli in chiave referenziale. Innanzitutto, tanto nelle <em>Lettere</em> che nella <em>Grande anitra</em>, a me non interessa enfatizzare così come avviene sia in certa lirica contemporanea più tradizionale sia in certe scritture di ricerca, la distanza tra l’enunciato poetico e la lingua ordinaria. I singoli componimenti si sviluppano in forma discorsiva, con a volte uno spiccato carattere orale, come se il testo registrasse una conversazione realizzata in solitudine, tra l’io e se stesso ad alta voce. (Nessuna inclinazione, in un simile contesto, per quell’artificio narrativo estremo che è il monologo interiore.) Inoltre, la cornice paratestuale e la sequenza dei testi invitano il lettore a scorgere un impianto narrativo in entrambi i libri, solo che questi scopre abbastanza presto di trovarsi di fronte a narrazioni inceppate o disorientate. Chiamo questo tipo di narrazioni “insufficienti”, delle <em>iponarrazioni</em>. E qui ritorno al libro di Ghérasim Luca, citato all’inizio. Esso potrebbe leggersi come l’elaborazione delirante di una qualche esperienza biografica, storica, oppure si può leggere come un testo perfettamente letterale che dice solo se stesso, senza che il lettore sia sollecitato a proiettare al di là di esso uno sfondo. Ed è proprio questa ambiguità, questa sorta di oscillazione gestaltica tra figura e sfondo, tra letteralità e referenzialità, tra presentazione e rappresentazione che m’interessa, in quanto essa permette di giocare secondo il volgere della frase o lo stacco del verso su piani diversi e con materiali eterogenei.</p>
<p>Un testo da <em>La grande anitra</em> mi sembra (a posteriori) abbastanza adatto a illustrare questa sorta d’indecidibilità interpretativa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Big Duck non è Big Duck</p>
<p>l’anitra non è l’anitra</p>
<p>né l’uno né l’altro</p>
<p>il sarcofago del faraone dei mille mondi</p>
<p>i mille mondi che non sono mai esistiti</p>
<p>se non nella favola</p>
<p>la favola completamente bianca</p>
<p>ancor prima di essere raccontata</p>
<p>dentro l’attesa del racconto non si vede niente</p>
<p>non si può dire nulla è la pagoda</p>
<p>è l’aria l’anti-aria</p>
<p>solamente i piedi sono a bagno nell’acqua</p>
<p>chissà perché è l’unica cosa che risalta</p>
<p>l’unica che si vede</p>
<p>non è importante non conta</p>
<p>proprio perché non c’entra</p>
<p>la vedo benissimo la pozzanghera</p>
<p>c’è di mezzo qualcosa di rosso</p>
<p>galleggiano granchi marciti</p>
<p>o forse sono involucri</p>
<p>residui di corazze per bambini</p>
<p>sono cose che dovrebbero andare a posto</p>
<p>la pozzanghera diventando secca</p>
<p>tutto calato in un nuovo ordine</p>
<p>grande grafo enigmatico</p>
<p>teso come un gonfalone dal vento</p>
<p>in una piazza vaticana</p>
<p>e l’aria anti-aria</p>
<p>nulla di tutto questo</p>
<p>è peggio è qualcosa che sento</p>
<p>i piedi fradici cammino nei resti forse</p>
<p>c’è del sangue delle ciotole di latta</p>
<p>viene fuori alla fine che magari</p>
<p>questa è la zuppa che qualcuno si mangia</p>
<p>un qualche prigioniero ben nascosto</p>
<p>nei dintorni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se il segreto della favola</p>
<p>mai raccontata dei mille</p>
<p>mondi del sarcofago faraonico</p>
<p>è il solito schifo</p>
<p>va bene ora lo so di nuovo</p>
<p>lo ricordo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il componimento inizia come una sorta di riflessione metatestuale, che appare subito impossibilitata dalla non identità di ciò di cui si vorrebbe parlare, il libro (“Big Duck”) o il suo argomento (“l’anitra”). Non sappiamo, insomma, a quale livello situarci: esterni alla narrazione o interni al suo orizzonte (“né l’uno né l’altro”). In seguito, assistiamo a un pullulare d’immagini slegate tra loro, ma che rinviano a un loro statuto narrativo, di artefatti di finzione (“i mille mondi che non sono mai esistiti / se non nella favola”). Qui possiamo disporci a una sorta di fruizione <em>letterale</em>, dove ogni frase è un evento a se stante, che non rimanda ad alcuna realtà, ma nemmeno ad alcun universo di finzione coerente. Il <em>récit</em> alla Hocquard continua a svolgersi, finché qualcosa viene però a disturbarlo: “piedi fradici cammino nei resti forse / c’è del sangue ciotole di latta / viene fuori alla fine che magari / questa è la zuppa che qualcuno si mangia / un qualche prigioniero ben nascosto / nei dintorni”. Qui nel regime di pura letteralità s’introduce un elemento figurativo denso di connotazioni storiche che rimanda a un sapere e a una sfera d’immagini determinate, legate ai tanti campi di prigionia che hanno costellato la storia del Novecento e che sono ben presenti ancora nel mondo contemporaneo. La discontinuità tra la sequenza d’immagini precedenti e quanto viene evocato in questo punto, è qualcosa che il testo stesso segnala al lettore. Non a caso, nella chiusa finale che interrompe attraverso una spaziatura lo svolgersi continuo delle immagini, tutto quanto è stato presentato in precedenza (“il segreto della favola / mai raccontata dei mille / mondi del sarcofago faraonico”) viene giudicato alla luce di quell’unica e ultima immagine del prigioniero (“è il solito schifo / va bene ora lo so di nuovo / lo ricordo”). E nella chiusa vi è anche un rafforzamento della soggettività – “ora lo so”, “lo ricordo” –, che si esprime però non in una forma autobiografica, ma morale e politica, attraverso una condanna che assume senso solo se letta in un orizzonte di referenzialità.</p>
<p>Per certi versi <em>La grande anitra</em> porta a compimento attraverso l’uso di maschere (A. I., Minnie, il Guardiano Notturno) quella neutralizzazione dell’apriori autobiografico della poesia lirica, ma non lo fa per aprire la strada a forme di “autofinzione” o di narrazione in versi. Vale, invece, per l’architettura globale del libro il termine <em>iponarrazioni</em>, ossia materiali per narrazioni possibili. In questa nuova situazione di scrittura si riscontrano una serie di procedimenti che rinviano alla nozione di letteralità, come essa è stata elaborata e applicata in ambito francese da autori come Hocquard o Jean-Marie Gleize. Con una differenza importante. La <em>littéralité</em> è un’ideologia del testo, come tante ne sono state prodotte nei laboratori dell’avanguardia novecentesca, laboratori che si opponevano all’ideologia dominante – o che si pretendeva dominante – della lirica moderna e del suo mito dell’interiorità. Come esiste un mito della poesia lirica, così ne esistono della poesia sonora, della poesia visiva, della poesia concreta, della poesia-azione, ecc. (Ho trattato questo tema in un testo dallo statuto ibrido, poetico-teorico, presente nel numero 61 del “Verri” dedicato a “teoria e poesia” e intitolato <em>IN AUTENTICO Canovaccio per quattro dogmi permutabili</em>.) L’idea che si possa scrivere, soprattutto poesia, al di fuori di qualsivoglia “ideologia” del testo (o del “genere”) è ovviamente il mito più duro a morire. Inoltre, le diverse ideologie – persino quella più bistrattata come l’apriori autobiografico della lirica – hanno una loro funzione, aprono orizzonti di possibilità, creano gerarchie nel campo dello scrivibile, con relativi tabù, ecc. Si pongono polemicamente in rapporto le une con le altre, illuminando a vicenda i propri punti ciechi. Rispetto a questa condizione, il mio tentativo è quello di scrivere in uno stato di “criticità” permanente, in cui all’interno di un singolo testo si giochino i conflitti tra le varie ideologie del testo. Per questo, nel momento in cui il procedimento della letteralità sembra aver preso il sopravvento, sento l’esigenza di incepparlo, facendo emergere un diverso orizzonte di possibilità. Tutto ciò mi ricorda un vecchio e straordinario testo critico, che ho letto e riletto minuziosamente parecchio tempo fa: <em>Beckett e l’iperdeterminazione letteraria</em> di Aldo Tagliaferri. Chissà, forse questo mio tentativo di praticare il testo poetico in una condizione di criticità permanente ha qualcosa a che fare con quanto Tagliaferri riscontrava nella strategia testuale di Beckett. Ma questa è ancora un’altra faccenda.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/30/parla-nel-testo-priori-autobiografico-maschere-iponarrazioni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>15</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Luca &#8211; poesia come espressione ieratica, narratio apparente, paradossale quindi più prossima al Vero.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/04/luca-poesia-come-espressione-ieratica-narratio-apparente-paradossale-quindi-piu-prossima-al-vero-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2015 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[carlo carlucci]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50360</guid>

					<description><![CDATA[di Carlo Carlucci Micheline Catti pittrice e compagna di Luca ha fornito a Andrè Velter, prefatore dell’edizione Gallimard di tre testi fondamentali del poeta, una inedita, illuminante confessione del marito il quale affermò  che se si infrange la forma in cui è prigioniera la parola nuove relazioni si manifestano: la sonorità si esalta, emergono segreti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carlo Carlucci</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Micheline Catti pittrice e compagna di Luca ha fornito a Andrè Velter, prefatore dell’edizione Gallimard di tre testi fondamentali del poeta, una inedita, illuminante confessione del marito il quale affermò  che se si infrange la forma in cui è prigioniera la parola nuove relazioni si manifestano: la sonorità si esalta, emergono segreti addormentati, l’ascoltatore è introdotto in un mondo di vibrazioni che presuppone una partecipazione fisica, simultanea all’adesione mentale. Al liberarsi di questo soffio, ogni parola diventa un segnale.<br />
La chiave, la breve mappa che Luca ha dato per interpretare o meglio per essere guidati nel suo cammino verso l’assoluto <em>absconditus</em> evoca insospettati parallelismi con lo Sri Aurobindo che parlando del potere evocativo della poesia  ha scritto di quell’ispirazione nella scelta e nell’accostamento inconsueto delle parole che ha il potere di aprire la mente a un senso più profondo: così il <em>sunt lacrimae rerum</em> (letteralm. &#8220;ci sono lacrime sugli eventi&#8221;) di Virgilio, che pure tradotto <em>de verbo ad verbum</em> potrebbe suonare goffo o rozzo, e lo stesso potrebbe dirsi di un verso di Shakespeare come <em>and in this harsh world draw thy breath in pain </em>(&#8220;e in questo aspro mondo trascini il tuo destino con dolore&#8221;) oppure il Leopardi che protesta &#8220;l’acerbo indegno/mistero delle cose&#8221; -una costellazione di riferimenti che sfociano fin nell&#8217;<em>Indegno mistero delle cose</em> di un Tommaso Boni Menato- <em>o che conclude Alla sua donna</em> con la franta <em>traiectio</em> latineggiante &#8220;questo d’ignoto amante inno ricevi&#8221;, intraducibile in lingue strutturalmente più rigide nel loro ordine sintattico (l&#8217;inglese e le lingue germaniche in genere, per esempio). Così, afferma Gherasim Luca, ogni parola può divenire un segnale. Di che cosa?</p>
<p><em>La fine del mondo</em></p>
<p>Il suo corpo leggero<br />
È la fine del mondo?<br />
è un errore<br />
è una delizia che scivola<br />
fra le mie labbra<br />
vicino al ghiaccio<br />
ma l’altro pensava:<br />
non è che una colomba che respira<br />
comunque sia<br />
là dove mi trovo<br />
accade qualcosa<br />
in una posizione delimitata dalla tempesta<br />
Vicino al ghiaccio è un errore<br />
Là dove mi trovo non è che una colomba<br />
ma l’altro pensava:<br />
succede qualcosa<br />
in una posizione delimitata<br />
e scivola fra le mie labbra<br />
è la fine del mondo?<br />
è una delizia comunque sia<br />
il su corpo leggero respira nella tempesta<br />
In una posizione delimitata<br />
vicino al ghiaccio che respira<br />
il suo corpo leggero che scivola fra le mia labbra<br />
è la fine del mondo?<br />
ma l’altro pensava: è una delizia<br />
accade qualcosa comunque sia<br />
nella tempesta non è che una colomba<br />
là dove mi trovo è un errore<br />
E’ la fine del mondo che respira<br />
il suo corpo leggero? ma l’altro pensava:<br />
là dove mi trovo vicino al ghiaccio<br />
è una delizia in una posizione delimitata<br />
comunque sia è un errore<br />
accade qualcosa nella tempesta<br />
non è che una colomba<br />
che scivola fra le mie labbra<br />
Non è che una colomba<br />
in una posizione delimitata<br />
là dove mi trovo per la tempesta<br />
ma l’altro pensava:<br />
chi respira vicino al ghiaccio<br />
è la fine del mondo?<br />
comunque sia è una delizia<br />
accade qualcosa<br />
è un errore<br />
che scivola fra le mie labbra<br />
il suo corpo leggero</p>
<p><em>Le grida vane*</em></p>
<p>Nessuno a cui poter dire<br />
che non abbiamo niente da dire<br />
e che il niente che ci diciamo<br />
continuamente<br />
ce lo diciamo<br />
come se non ci dicessimo niente<br />
come se nessuno ci dicesse<br />
nemmeno noi stessi<br />
che non abbiamo niente da dire<br />
nessuno<br />
a cui poterlo dire<br />
nemmeno a noi stessi</p>
<p>Nessuno a cui poter dire<br />
che non abbiamo niente da fare<br />
che non facciamo nient’altro<br />
continuamente<br />
che è un modo di dire<br />
che non facciamo niente<br />
un modo di non far niente<br />
che non facciamo<br />
se non quel che diciamo<br />
cioè niente</p>
<p>(* <em>Les cris vain</em> è derivato, <em>jeu de mots</em>, da <em>Les écrivains,</em> &#8220;gli scrittori&#8221; appunto)</p>
<p style="text-align: justify;">Questa ontofonia, concrezione ontica e materica del suono, che la poesia di Luca rappresenta, è ben più dell&#8217;ossessione reiterata del nulla verbale. Il suo nulla non è solo il <em>néant</em> sartriano: meglio si apparenta con il nulla solido del Leopardi dello <em>Zibaldone, </em>a patto di elevare all&#8217;ennesima potenza il portato logico della teoria delle illusioni del poeta di Recanati, col risultato di vanificare e chenotizzare la stessa radice segnica delle illusioni, il linguaggio. Così Luca raggiunge il non-dire, l’azzeramento della parola. Il poeta che scomparve nella Senna, indotto al suicidi dall’intimazione di scegliere la nazionalità francese in cambio di un tetto in periferia, una volta garantito questo tetto alla sua compagna Micheline, abbandonandosi allo scorrere eterno del tutto, abbracciava così la sua personale<em> fin du monde</em>. Si librava come <em>les oiseaux</em> di Rimbaud: &#8220;Quanto sono lontani gli uccelli e le fonti! Non può esservi che la fine del mondo andando avanti&#8221;.</p>
<p><em>Verso il non-mentale</em>.</p>
<p>Verme di terra sotto un tacco alto<br />
il pensiero gira<br />
intorno a se stesso<br />
con una frenesia statica<br />
paragonabile al verme di terra<br />
sotto un tacco alto<br />
paragonabile a sua volta al pensiero<br />
che proprio girando intorno a se stesso<br />
ritorna su se stesso<br />
con una frenesia statica<br />
paragonabile</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Ma piuttosto alla frenesia statica<br />
dell’ombra di un dubbio<br />
che gira ancora nella sua testa<br />
e che gira male<br />
come tutto ciò che gira<br />
intorno al bene e al male<br />
con un mal di testa paragonabile<br />
alla frenesia statica di un pensiero<br />
paragonabile all’incomparabile</p>
<p>Riportiamo qui unicamente la prima e l’ultima lassa di questo caleidoscopio trasmutante. Il non mentale è la premessa della psicologia della conoscenza ( indù) e la descrizione ( con metafora) del pensiero (mentale) che finalmente, in un’ ultima contorsione giunge stremato all’incomparabile. In tale dimensione, sciolti tutti gli ormeggi, galleggiava, <em>bateau ivre</em>, Ghérasim, segnando con la dissoluzione della sua esistenza fisica,  l’inizio di un altro viaggio,quello veritiero e definitivo, della poesia di Luca</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ricordo di François Cavanna</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/02/01/ricordo-di-francois-cavanna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Feb 2014 22:29:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[François Cavanna]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47468</guid>

					<description><![CDATA[François Cavanna se n’è andato. Ha segnato col suo humour dissacrante eppure felice un epoca, la seconda metà del secolo scorso e anche l’inizio di questo. Fondatore di Hara-Kiri negli anni sessanta, intorno al ’68 cambiò titolo alla testata che divenne Charlie Hebdo e tale è restata fino alla sua scomparsa mercoledì scorso per complicazioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>François Cavanna se n’è andato. Ha segnato col suo humour dissacrante eppure felice un epoca, la seconda metà del secolo scorso e anche l’inizio di questo. Fondatore di Hara-Kiri negli anni sessanta, intorno al ’68 cambiò titolo alla testata che divenne Charlie Hebdo e tale è restata fino alla sua scomparsa mercoledì scorso per complicazioni polmonari.<br />
Si sono scomodati un po’ tutti  a rendergli sinceri tributi a cominciare da Hollande. Perché per oltre cinquant’anni è stata la voce a tratti caustica dell’intelligenza. E forse è da ascrivergli il merito di aver smantellato quanto rimaneva della pomposa retorica che aveva accompagnato la Francia nella prima metà del secolo.<br />
Cavanna non è morto, è andato solo a prendere per i fondelli la morte, ma torna presto…<br />
Su questo pianeta usato ci ritroviamo adesso con un po’ meno intelligenza e memoria e vita e parole vere…<br />
Perché Cavanna è stato uno scrittore pas mal a cominciare dall’autobiografico Les ritals, come erano chiamati con un certo disprezzo i poveri italiani emigrati.<br />
Un po’ di tempo fa la sede di Charlie Hebdo a Parigi era stata data alle fiamme a seguito di vignette ironiche sull’Islam. Attenzione ma proprio per la massiccia presenza di arabi nord africani, integrati nella società francese da mezzo secolo, per questo loro essere a tutti gli effetti francesi che Charlie Hebdo  ha voluto dare un segnale in qualche modo definitivo, basta con il fondamentalismo religioso e i suoi eccessi. Certo vi sono stati disordini, interventi della polizia ma il segnale è stato dato e a quel basta dato da Cavanna non sono seguite le maledizioni e le minacce di morte dei tempi di Versetti satanici.<br />
Journal bete et méchant  recitava (ancora?) il sottotitolo (sessantottesco) eppure questo foglio ‘cattivo’ e ‘stupido’ ha attraversato impavido più di cinquant’anni di vita francese e non solo inducendo il Presidente della Repubblica ad ammettere che….per la sua impertinenza  e le sue provocazioni ha scosso la società francese. Lui, Cavanna, diceva:..la Francia è mia madre, l’Italia mia sorella….</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dolores Prato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/29/dolores-prato/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/29/dolores-prato/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jan 2014 21:44:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47461</guid>

					<description><![CDATA[Come una favola. Nata e vissuta (tutta la vita) senza punti di riferimento (padre, madre, religione, amici….) scrivere fu giocoforza, fu improrogabile necessità dettata dal bisogno di ritrovare se stessa, di riconoscersi, di darsi nome, connotati, un’identità. Il titolo del suo capolavoro, Giù la piazza non c’è nessuno, può apparire fuorviante, la scrittrice di fatto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Come una favola.<br />
Nata  e vissuta (tutta la vita) senza punti di riferimento (padre, madre, religione, amici….) scrivere fu giocoforza, fu improrogabile necessità dettata dal bisogno di ritrovare se stessa, di riconoscersi, di darsi nome, connotati, un’identità.<br />
Il titolo del suo capolavoro, <em>Giù la piazza non c’è nessuno</em>,  può apparire fuorviante, la scrittrice di fatto popola le settecento pagine incantate di una miriade di personaggioggetticosepiante. La totalità di una vita minuta, vista, osservata, scrutata con i suoi occhi estatici di bimba.<br />
Era una necessità  vitale scrivere della sua entrata nel mondo, dei suoi silenzi, dei suoi soliloqui incessanti intorno a personeoggetticosepiante.<br />
Testimonia, riflette quanto osserva, implacabilmente o amorevolmente, senza giudizi di valore.  Riporta tutto il tempo della Treja d’antan, tutta l’aria di Treja e tutta la sua gente (vista, sentita, intravista) che rivive o vive come forse  mai ha vissuto. Non un tempo ritrovato quanto invece un tempo mai lasciato.<br />
 Nel grande, geniale, borghese ventaglio  di Proust vi è lo scorrere ininterrotto, senza pause, senza momenti  estatici, afasici o indicibili: sfilate militari,  salotti bene, conversazioni brillanti e conversari inani, il Padre demiurgo e la Madre onnipresente…..<br />
 La Prato non deflette dall’ impellente necessità, necessità  perdurata per tutta la sua lunga vita, di narrare mille e mille particolari di quel mondo osservato specularmente, o sorpreso oppure intravisto nella sua infanzia ammutolita, quasi la sua fosse l’infanzia del mondo.  Treja: il mondo tutto.<br />
In questa piccola città della mia morte aveva scritto il Leopardi di Recanati, una Treja poco discosta, analogo balcone sull’Adriatico. Il natio borgo selvaggio che ispirò il poeta per tutto l’arco della sua vita. E così Treja, la Treja dell’infanzia di Dolores riportata totalmente intatta ottant’anni dopo.<br />
Che cosa hanno conservato gli occhi, le percezioni, le registrazioni minuziose e nello stesso tempo incantate di una bimba attonita, assolutamente partecipe e insieme avulsa dal mondo a cavallo del secolo? Treja  assurgeva a simbolo e  come si era conservato intatta…<br />
La riproduzione, la conservazione non pedissequa ma sapiente, questo catalogo di usi, di gesti del quotidiano, il sapore non effimero di una vita minuta, velata, intensa, inesauribile, attenta, mai banale, suggellandosi all’eterno.<br />
Una globale restitutio antropologica della vita di Treja  e nello stesso tempo l’inatteso, la sorpresa: il dono dello scrivere, la poesia. L’antropologa, la sociologa, la psicologa….. la bambina insomma che ha immancabilmente tutto registrato con la memoria profonda, prodigiosa che tutto registra e che poi seppelliamo. Dolores affidò tutta se stessa allo scrivere, finendo per divenire in questa ininterrotta pratica, una scrittrice col dono dell’unicità.<br />
 E io che fui?  una bambina un po’ dolorosa, un po’ curiosa potrebbe dire chi la guarda dal buco del Portone del Priorato, una bastarda dirà chi la guarda dal disincanto. Bastarda integrale dico io. Spuntata da un ramo di antichissima nobiltà, innestata con un poderoso ramo israelita, io che sono? Quel bocciolo di melanconia che era dentro di me sin da piccina, spuntato dal plurimillenario dolore ebraico…..un pudding di elementi millenari ed occasionali messi a lievitare nella piccola madia della madre…. Così concludendo scrive di sé nell’appendice.<br />
Le storie tutte stanno lì appese e aspettano. Lo scrittore (di storie) buca l’involucro e’narra’. Sono involucri a diversa altezza, giusta la qualità della storia, il grado di conoscenza che la storia può dare. Gli involucri bassi  sono piuttosto dozzinali, inutili, come la tele. Poi ci sono gli scrittori (pochi) che narrano (quando sanno narrare) sempre o quasi dei propri accadimenti. Kerouac ad esempio, anche ossessivamente. E la Prato? Di lei conosco solo questo libro unico del quale ho provato a dire qualcosa.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/29/dolores-prato/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Luca: poesia come espressione ieratica, narratio apparente, paradossale quindi più prossima al Vero.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/04/luca-poesia-come-espressione-ieratica-narratio-apparente-paradossale-quindi-piu-prossima-al-vero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2014 13:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50244</guid>

					<description><![CDATA[di Carlo Carlucci Micheline Catti pittrice e compagna di Luca ha fornito a Andrè Velter, prefatore dell’edizione Gallimard di tre testi fondamentali del poeta, una inedita, illuminante confessione del marito il quale affermò  che se si infrange la forma in cui è prigioniera la parola nuove relazioni si manifestano: la sonorità si esalta, emergono segreti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carlo Carlucci</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Micheline Catti pittrice e compagna di Luca ha fornito a Andrè Velter, prefatore dell’edizione Gallimard di tre testi fondamentali del poeta, una inedita, illuminante confessione del marito il quale affermò  che se si infrange la forma in cui è prigioniera la parola nuove relazioni si manifestano: la sonorità si esalta, emergono segreti addormentati, l’ascoltatore è introdotto in un mondo di vibrazioni che presuppone una partecipazione fisica, simultanea all’adesione mentale. Al liberarsi di questo soffio, ogni parola diventa un segnale.<br />
La chiave, la breve mappa che Luca ha dato per interpretare o meglio per essere guidati nel suo cammino verso l’assoluto <em>absconditus</em> evoca insospettati parallelismi con lo Sri Aurobindo che parlando del potere evocativo della poesia  ha scritto di quell’ispirazione nella scelta e nell’accostamento inconsueto delle parole che ha il potere di aprire la mente a un senso più profondo: così il <em>sunt lacrimae rerum</em> (letteralm. &#8220;ci sono lacrime sugli eventi&#8221;) di Virgilio, che pure tradotto <em>de verbo ad verbum</em> potrebbe suonare goffo o rozzo, e lo stesso potrebbe dirsi di un verso di Shakespeare come <em>and in this harsh world draw thy breath in pain </em>(&#8220;e in questo aspro mondo trascini il tuo destino con dolore&#8221;) oppure il Leopardi che protesta &#8220;l’acerbo indegno/mistero delle cose&#8221; -una costellazione di riferimenti che sfociano fin nell&#8217;<em>Indegno mistero delle cose</em> di un Tommaso Boni Menato- <em>o che conclude Alla sua donna</em> con la franta <em>traiectio</em> latineggiante &#8220;questo d’ignoto amante inno ricevi&#8221;, intraducibile in lingue strutturalmente più rigide nel loro ordine sintattico (l&#8217;inglese e le lingue germaniche in genere, per esempio). Così, afferma Gherasim Luca, ogni parola può divenire un segnale. Di che cosa?</p>
<p><em>La fine del mondo</em></p>
<p>Il suo corpo leggero<br />
È la fine del mondo?<br />
è un errore<br />
è una delizia che scivola<br />
fra le mie labbra<br />
vicino al ghiaccio<br />
ma l’altro pensava:<br />
non è che una colomba che respira<br />
comunque sia<br />
là dove mi trovo<br />
accade qualcosa<br />
in una posizione delimitata dalla tempesta<br />
Vicino al ghiaccio è un errore<br />
Là dove mi trovo non è che una colomba<br />
ma l’altro pensava:<br />
succede qualcosa<br />
in una posizione delimitata<br />
e scivola fra le mie labbra<br />
è la fine del mondo?<br />
è una delizia comunque sia<br />
il su corpo leggero respira nella tempesta<br />
In una posizione delimitata<br />
vicino al ghiaccio che respira<br />
il suo corpo leggero che scivola fra le mia labbra<br />
è la fine del mondo?<br />
ma l’altro pensava: è una delizia<br />
accade qualcosa comunque sia<br />
nella tempesta non è che una colomba<br />
là dove mi trovo è un errore<br />
E’ la fine del mondo che respira<br />
il suo corpo leggero? ma l’altro pensava:<br />
là dove mi trovo vicino al ghiaccio<br />
è una delizia in una posizione delimitata<br />
comunque sia è un errore<br />
accade qualcosa nella tempesta<br />
non è che una colomba<br />
che scivola fra le mie labbra<br />
Non è che una colomba<br />
in una posizione delimitata<br />
là dove mi trovo per la tempesta<br />
ma l’altro pensava:<br />
chi respira vicino al ghiaccio<br />
è la fine del mondo?<br />
comunque sia è una delizia<br />
accade qualcosa<br />
è un errore<br />
che scivola fra le mie labbra<br />
il suo corpo leggero</p>
<p><em>Le grida vane*</em></p>
<p>Nessuno a cui poter dire<br />
che non abbiamo niente da dire<br />
e che il niente che ci diciamo<br />
continuamente<br />
ce lo diciamo<br />
come se non ci dicessimo niente<br />
come se nessuno ci dicesse<br />
nemmeno noi stessi<br />
che non abbiamo niente da dire<br />
nessuno<br />
a cui poterlo dire<br />
nemmeno a noi stessi</p>
<p>Nessuno a cui poter dire<br />
che non abbiamo niente da fare<br />
che non facciamo nient’altro<br />
continuamente<br />
che è un modo di dire<br />
che non facciamo niente<br />
un modo di non far niente<br />
che non facciamo<br />
se non quel che diciamo<br />
cioè niente</p>
<p>(* <em>Les cris vain</em> è derivato, <em>jeu de mots</em>, da <em>Les écrivains,</em> &#8220;gli scrittori&#8221; appunto)</p>
<p style="text-align: justify;">Questa ontofonia, concrezione ontica e materica del suono, che la poesia di Luca rappresenta, è ben più dell&#8217;ossessione reiterata del nulla verbale. Il suo nulla non è solo la <em>néant</em> sartriana: meglio si apparenta con il nulla solido del Leopardi dello <em>Zibaldone, </em>a patto di elevare all&#8217;ennesima potenza il portato logico della teoria delle illusioni del poeta di Recanati, col risultato di vanificare e chenotizzare la stessa radice segnica delle illusioni, il linguaggio. Così Luca raggiunge il non-dire, l’azzeramento della parola. Il poeta che scomparve nella Senna, indotto al suicidi dall’intimazione di scegliere la nazionalità francese in cambio di un tetto in periferia, una volta garantito questo tetto alla sua compagna Micheline, abbandonandosi allo scorrere eterno del tutto, abbracciava così la sua personale<em> fin du monde</em>. Si librava come <em>les oiseaux</em> di Rimbaud: &#8220;Quanto sono lontani gli uccelli e le fonti! Non può esservi che la fine del mondo andando avanti&#8221;.</p>
<p><em>Verso il non-mentale</em>.</p>
<p>Verme di terra sotto un tacco alto<br />
il pensiero gira<br />
intorno a se stesso<br />
con una frenesia statica<br />
paragonabile al verme di terra<br />
sotto un tacco alto<br />
paragonabile a sua volta al pensiero<br />
che proprio girando intorno a se stesso<br />
ritorna su se stesso<br />
con una frenesia statica<br />
paragonabile</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Ma piuttosto alla frenesia statica<br />
dell’ombra di un dubbio<br />
che gira ancora nella sua testa<br />
e che gira male<br />
come tutto ciò che gira<br />
intorno al bene e al male<br />
con un mal di testa paragonabile<br />
alla frenesia statica di un pensiero<br />
paragonabile all’incomparabile</p>
<p>Riportiamo qui unicamente la prima e l’ultima lassa di questo caleidoscopio trasmutante. Il non mentale è la premessa della psicologia della conoscenza ( indù) e la descrizione ( con metafora) del pensiero (mentale) che finalmente, in un’ ultima contorsione giunge stremato all’incomparabile. In tale dimensione, sciolti tutti gli ormeggi, galleggiava, <em>bateau ivre</em>, Ghérasim, segnando con la dissoluzione della sua esistenza fisica,  l’inizio di un altro viaggio,quello veritiero e definitivo, della poesia di Luca</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ricordo di Ghérasim Luca</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/04/ricordo-di-gherasim-luca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Dec 2013 05:10:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46987</guid>

					<description><![CDATA[di Claire Trean trad. di Carlo Carlucci Gherasim Luca apparteneva alla piccola schiera degli amici di Anne Zamire. È grazie a lei che Jacques (Bertoin n.d.t.) lo ha conosciuto agli inizi degli anni settanta. Luca strinse subito amicizia con lui. Ed è proprio Luca che è citato in Moins Cinq (pag. 49) là dove Jacques [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claire Trean</strong></p>
<p>trad. di <strong>Carlo Carlucci</strong></p>
<p>Gherasim Luca apparteneva alla piccola schiera degli amici di Anne Zamire. È grazie a lei che Jacques (Bertoin n.d.t.) lo ha conosciuto agli inizi degli anni settanta. Luca strinse subito amicizia con lui. Ed è proprio Luca che è citato in Moins Cinq (pag. 49) là dove Jacques narra del suo apprendistato come scrittore e del suo imbarazzo quando gli si chiedeva di che cosa scrivesse: «Sai, Jacques, uno scrittore di quelli veri, un giorno seppe porre fine al mio stato di incertezza, concludendo per me: &#8220;Allora stai scrivendo dei tuoi drammi?&#8221;»….<br />
(Ecco mi pare di risentire ancora oggi quella bella voce dai toni gravi di Luca che ritma questa frase corta sulle tre &#8216;r&#8217; che contiene, mentre il suo sguardo intenso, sorridente e benevolo, avvolge il suo interlocutore. Ti ricordi, Carlo, la maniera assai particolare che aveva di rivolgersi a voi? Ci metteva tutto il suo essere, dava l’impressione di essere fisicamente coinvolto nel dialogo, fosse anche il più insignificante, di essere totalmente preso, totalmente offerto nella relazione con il suo interlocutore non fosse anche che per poche parole scambiate.)<br />
Gherasim Luca viveva in un minuscolo appartamento in un piccolo e antico edificio, assai modesto, in via Joseph de Maistre, a Montmartre. Pagava poco di affitto e ci viveva assieme alla compagna della sua vita, Micheline Catty, che faceva la pittrice. Sembrava una piccola grotta di Alì Babà, dove si ammucchiavano libri e quadri e dove il visitatore doveva muoversi con molta precauzione, dato che i passaggi erano stretti e ingombri, ma dove, miracolo dell’amore e dell’intelligenza per lo spazio, i due si erano ricavati un reciproca dimensione di grande libertà, quella di creare. Questa specie di antro era a tutti gli effetti un prolungamento del suo essere, rigurgitante di ricchezze spirituali e di cose belle, dove ogni centimetro quadrato gli era familiare, amichevole, consustanziale.<br />
Un giorno, all’inizio degli anni novanta, sono arrivati i cosiddetti speculatori immobiliari: la casa si trovava proprio sulla Butte Montmartre, a due passi dalla pittoresca rue Lepic, il luogo prometteva lauti guadagni e il piccolo, desueto edificio a tre piani era anacronistico. Dunque fu acquistato dalla macchina immobiliare e destinato alla demolizione. Gli inquilini naturalmente sarebbero stati sistemati altrove in appartamenti più spaziosi, più confortevoli, senz’anima. La cosa andò avanti per mesi: minaccia di sfratto, speranze di farcela e infine la sconfitta. Nella lettera d’addio per Micheline prima del suo suicidio, Luca scrisse «non c’è più posto per i poeti in questo mondo».<br />
Questo mondo lui lo percepiva con molta intensità. Questo mondo si estendeva infinitamente più in là di via Joseph de Maistre per questo apolide per principio, per natura, che ancora viveva senza documenti in Francia da più di quarant&#8217;anni. Ma nel momento in cui, dalla sua tana-osservatorio nella via Joseph de Maistre, registrò con terrore il risveglio della cosa immonda, dell’antisemitismo, del razzismo, ecco che nello stesso tempo viene sfrattato, strappato dal suo mondo, e aveva ottant’anni.<br />
Ricordo uno dei suoi <em>recitals</em> al Beaubourg, la sua voce affannata, a scatti, quasi balbuziente, che disarticolava le parole facendone nascere altre e con ben altri significati, una voce ora sussurrante ora tonante, rattenuta e spiegata, ammaliatrice, il suo corpo immobile, teso all’estremo, quel suo corpo che si faceva voce, la sua voce che disfaceva le parole per tentare di rifarne altre. Il suo fare tragico, quell’energia sovrumana che improvvisamente dispiegava per cercare di uscirne.<br />
Nell’avventura di questa sua poesia (scritta) chiedeva l’aiuto di amici artisti, Jacques Herold, Wilfredo Lam, Piotr Koswalski, per illustrare i suoi libri o farne dei libri-oggetti, assemblati con minuzia di orefice e pubblicati da Josè Corti o da Le Soleil Noir. Era invitato a tenere le sue letture a Amsterdam, Copenaghen, New York, aveva un suo pubblico fedele e appassionato, giovani per lo più, ma vendeva poco.<br />
Luca proveniva da quella Romania prebellica che aveva prodotto gli Tzara, i Brancusi, gli Ionesco, tanto per citarne qualcuno, assieme al pittore Victor Brauner e al poeta Paul Celan, questi ultimi due tra i suoi amici più intimi. Nel suo status di apolide viveva a Parigi in dignitosa povertà.<br />
Assieme alla sua arte, assieme alla bellezza dei suoi canti letteralmente scolpiti, mi colpiva la stessa presenza fisica di quest’uomo, ormai avanti negli anni quando lo conobbi, piccolo e un po’ curvo, dal volto ossuto e dallo sguardo radioso. Ero altresì colpita dall’intransigenza con la quale difendeva l’indipendenza del suo pensiero, della sua poesia, della sua vita. Tanto per fare un esempio, aveva rifiutato non so che elargizione o premio che fosse, decretatogli dal ministero francese della cultura, in quanto non accettava nessuna forma di dipendenza. Ha vissuto i suoi ultimi anni sotto una vera e propria persecuzione, attentato alla sua dignità di uomo, dato che uno speculatore qualsiasi aveva potuto privarlo della sua povera abitazione. E come vera e propria tragedia, da cui non si sarebbe ripreso, visse il risorgere, nella sua Francia, dell’estrema destra, antisemita e razzista. Una vera e propria ossessione che «potesse ricominciare», un’ossessione che ha pesato, come aveva pesato per Paul Celan, sulla sua decisione di finire in suoi giorni nella Senna.<br />
La cerchia degli amici di Anne Zamire era quindi composta da Luca e dalla sua compagna Micheline, da Giséle Celan, che era stata la moglie di Paul Celan, dalla pittrice Irene Dominguez, tornata a vivere a Parigi dopo il golpe in Cile nel 1973. Spesso a pranzo c’era Boris, padre di Anne. Boris Bovine Frenkel era anche lui una figura anomala: un vecchio signore un po’ truculento, dai folti baffi bianchi, di spirito <em>bundiste</em> (movimento operaio ebraico che non si identificava né con il marxismo né col sionismo, e che interessò Russia, Polonia e paesi baltici n.d.t.), di orientamento decisamente anarchico. Boris era un pittore il cui universo ricorda quello di Chagall e che fu a suo tempo critico d’arte nella rivista in Yiddish <em>UnzerStimme</em>. Boris e Luca si volevano bene, volevano bene a Jacques che li ricambiava. Questo è tutto.</p>
<p><strong><br />
Claire Trean</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ghérasim Luca &#8211; Due poesie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/11/10/gherasim-luca-due-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Nov 2013 13:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46782</guid>

					<description><![CDATA[trad. di Daniele Ventre Quarto d&#8217;ora di cultura metafisica Allungo sul vuoto ben disteso sulla morte idee tese la morte tesa sopra la testa la vita presa a due mani Drizzare insieme le idee senza toccare la verticale e portare al contempo la vita Davanti al vuoto ben teso fermarsi un momento e riportare idee [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p><strong>Quarto d&#8217;ora di cultura metafisica</strong></p>
<p>Allungo sul vuoto<br />
ben disteso sulla morte<br />
idee tese<br />
la morte tesa sopra la testa<br />
la vita presa a due mani<span id="more-46782"></span></p>
<p>Drizzare insieme le idee<br />
senza toccare la verticale<br />
e portare al contempo la vita<br />
Davanti al vuoto ben teso<br />
fermarsi un momento<br />
e riportare idee e morte alla loro posizione di partenza<br />
Non sollevare il vuoto dal pavimento*<br />
tenere idee e morte tese</p>
<p>Angosce larghe<br />
la vita sopra la testa</p>
<p>Flettere il vuoto in avanti<br />
facendo una torsione a sinistra<br />
per ricondurre i brividi alla morte<br />
Tornare alla posizione di partenza<br />
Mantenere le angosce tese<br />
e accostare il più possibile<br />
la vita alla morte</p>
<p>Idee larghe<br />
brividi leggermente in fuori<br />
la vita dietro le idee</p>
<p>Flettere la morte a sinistra<br />
raddrizzarla<br />
e senza fermarsi fletterla verso destra<br />
Evitare di volgere i brividi<br />
tenere le idee tese<br />
e la morte fuori</p>
<p>Supina ben distesa sulla morte<br />
la vita fra le idee<br />
Sollevare l’angoscia dal pavimento abbassando la morte<br />
e tirando le idee indietro<br />
per rialzare i brividi<br />
Fermi un breve istante<br />
e ritornare alla posizione di partenza<br />
Non sollevare la vita dall’angoscia<br />
tenere il vuoto teso</p>
<p>In piedi<br />
angosce strette<br />
vuoto lasciato cadere con agilità<br />
ai due lati della morte</p>
<p>Saltellare con leggerezza sui brividi<br />
a mo’ di palla che rimbalzi<br />
Rilasciare le angosce lievi<br />
Non  irrigidirsi<br />
tutte le idee decontratte</p>
<p>Vuoto e morte inclinati in avanti<br />
angosce ripiegate leggermente flesse<br />
davanti alle idee</p>
<p>Respirare profondamente nel vuoto<br />
ricacciando vuoto e morte indietro<br />
e nel contempo<br />
aprire la morte ai due lati delle idee<br />
vita e angosce in avanti<br />
fermarsi un momento<br />
aspirare il vuoto</p>
<p>Espirare ispirando<br />
ispirare espirando</p>
<p>2.</p>
<p><strong>Appassionatamente</strong></p>
<p>no no nononò passo<br />
nonò ppasso passo nonò<br />
il passo no il passo falso il no<br />
nonono, il passo il mal<br />
il malva il malvagio no<br />
nono passo il passo il papà<br />
il malvagio papà il malva il no<br />
nono passa nopassopassa<br />
passa passa passa lui lui no passo<br />
passa lui il passo del no del papa<br />
del papa sul papà del no del passo<br />
passapassa passi il sopra il<br />
il passo il passi passi passi pisciate sul<br />
papa su papa sul sicuro la sicuro<br />
la pipa del papà del papa pisciate in massa<br />
passa passa passi passapassi la passo<br />
la basso passi passapassi la<br />
passio passiofagotto il basso<br />
il passo passione il fagotto e<br />
il no il basso do passo<br />
nono do passo passio passione do<br />
non do non domi non passi non dominate no<br />
non dominate no vostre passioni passive non<br />
non domino vostra passio vostra vostra<br />
ssio vostra passio non dodò vostro<br />
vostro domino d’oro<br />
è dandanno do dodoro<br />
do no passo non domi<br />
no nopasso passio<br />
vostro no non do non do non dominate no<br />
vostri passi passioni vostri no vostri<br />
vostri passi divo divoranti non do<br />
non dominate no i vostri ratti<br />
non i vostri ratti<br />
non do divoranti non do non dominate no<br />
non dominate no le vostre passioni ragioni vostre<br />
non daminate no le vostre non le vostre non do do<br />
minate minate le vostre nazioni ne mai do<br />
minate non do non mi no no i vostri ratti<br />
le vostre appassionanti ragioni di ratti di no<br />
no passa passio minate passo<br />
minate no vostre passioni vostre<br />
vostri razionali ragù di ratti divo<br />
divorateli divo dido do domi<br />
non dominate questo ha questo pregustare<br />
di ragù di no di passo di<br />
passi di pasigrafia gra fifia<br />
grafia fia di fia<br />
fifia fan fantafan<br />
fantafan coco<br />
fantascopio fifia<br />
fofo fifia foto do do<br />
dominate do foto minate fifia<br />
fotomicrografate i vostri gusti<br />
queste pulci coreografiche fifia<br />
dei vostri disgusti dei vostri danni no<br />
no sta passio passione di da<br />
coco sco da i danni no<br />
il passo no passionà passione<br />
passione appassionato nato nato<br />
è nato della nato<br />
della nega da della nega<br />
della negazione passione gra spu<br />
sputate spu sputate sulle vostre nazioni spu<br />
della neve è è nato<br />
appassionato nato è nato<br />
a rana a rabbia è<br />
nato lui alla nato alla necrorana cra rabbia è<br />
è  nato lui della nato della nega<br />
nega ga cra sputate della nato<br />
della ga passo nega negazione passione<br />
appassionata naso appassioniamo io<br />
io t’à io t’amo io<br />
io io jet io t’à gettate<br />
io t’amo appassioniamo t’amo<br />
io t’amo io io gioco passione io amo<br />
appassionato ato ato amo amare<br />
emergere amare io io io amo<br />
amare emergere e e e passo<br />
passi passi a a a a amo<br />
ama emersione passione<br />
appassionato ato  io<br />
io t’à io t’amo io t’amo<br />
passa passio o passio<br />
passio o mia gr<br />
mia gra spu sputate sulle ragioni<br />
mia grande mia gra mia te<br />
mia te mia gra<br />
mia grande mia te<br />
mia terribile passione appassionata<br />
io t’à io terri terribile passio io<br />
io io t’amo<br />
io t’amo io t’à io<br />
t’amo amo amo io t’amo<br />
appassionato ato amo io<br />
t’amo appassioniamo<br />
io t’amo<br />
appassionatamente amante io<br />
t’amo io t’amo appassionatamente<br />
io t’à io t’amo appassionato nato<br />
io t’amo appassionato<br />
io t’amo appassionatamente io t’amo<br />
io t’amo passio appassionatamente</p>
<p>*  <em>Adhaesit pavimento anima mea; vivifica me secundum verbum tuum &#8220;, Ps. 118, 25</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>3 poesie di Gherasim Luca</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/08/29/3-poesie-di-gherasim-luca/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/08/29/3-poesie-di-gherasim-luca/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Aug 2012 04:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[alfredo riponi]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo cerrai]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[rita r. florit]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=43321</guid>

					<description><![CDATA[tratte da La Fine del mondo (Poesie 1942-1991), Librairie José Corti e Edizioni Joker, 2012. Traduzioni di Alfredo Riponi, Rita R. Florit e Giacomo Cerrai &#160; &#160; LE RÊVE EN ACTION &#160; &#160; la beauté de ton sourire ton sourire en cristaux les cristaux de velours le velours de ta voix ta voix et ton [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>tratte da <em><a href="http://www.edizionijoker.com/Pagine%20libri/LAR%20-%20La%20Fine%20del%20Mondo%20-%20Gh%C3%A9rasim%20Luca.html" target="_blank">La Fine del mondo (Poesie 1942-1991)</a></em>, Librairie José Corti e<em> </em>Edizioni Joker, 2012.</p>
<p>Traduzioni di <strong>Alfredo Riponi</strong>, <strong>Rita R. Florit</strong> e <strong>Giacomo Cerrai</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>LE RÊVE EN ACTION</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la beauté de ton sourire ton sourire</p>
<p>en cristaux les cristaux de velours</p>
<p>le velours de ta voix ta voix et</p>
<p>ton silence ton silence absorbant</p>
<p>absorbant comme la neige la neige</p>
<p>chaude et lente lente est<span id="more-43321"></span></p>
<p>ta démarche ta démarche diagonale</p>
<p>diagonale soif soir soie et flottante</p>
<p>flottante comme les plaintes les plantes</p>
<p>sont dans ta peau ta peau les</p>
<p>décoiffe elle décoiffe ton parfum</p>
<p>ton parfum est dans ma bouche ta bouche</p>
<p>est une cuisse une cuisse qui s’envole</p>
<p>elle s’envole vers mes dents mes dents</p>
<p>te dévorent je dévore ton absence</p>
<p>ton absence est une cuisse cuisse ou</p>
<p>soulier soulier que j’embrasse</p>
<p>j’embrasse ce soulier je l’embrasse sur</p>
<p>ta bouche car ta bouche est une bouche</p>
<p>elle n’est pas un soulier miroir que j’embrasse</p>
<p>de même que tes jambes de même que</p>
<p>tes jambes de même que tes jambes de</p>
<p>même que tes jambes tes jambes</p>
<p>jambes du soupir soupir</p>
<p>du vertige vertige de ton visage</p>
<p>j’enjambe ton image comme on enjambe</p>
<p>une fenêtre fenêtre de ton être et de</p>
<p>tes mirages ton image son corps et</p>
<p>son âme ton âme ton âme et ton nez</p>
<p>étonné je suis étonné nez de tes</p>
<p>cheveux ta chevelure en flamme ton âme</p>
<p>en flammes et en larmes comme les doigts de</p>
<p>tes pieds tes pieds sur ma poitrine</p>
<p>ma poitrine dans tes yeux tes yeux</p>
<p>dans la forêt la forêt liquide</p>
<p>liquide et en os les os de mes cris</p>
<p>j’écris et je crie de ma langue déchirante</p>
<p>je déchire tes bras tes bas</p>
<p>délirant je désire et déchire tes bras et tes bas</p>
<p>le bas et le haut de ton corps frissonnant</p>
<p>frissonnant et pur pur comme</p>
<p>l’orage comme l’orage de ton cou cou de</p>
<p>tes paupières les paupières de ton sang</p>
<p>ton sang caressant palpitant frissonnant</p>
<p>frissonnant et pur pur comme l’orange</p>
<p>orange de tes genoux de tes narines de</p>
<p>ton haleine de ton ventre je dis</p>
<p>ventre mais je pense à la nage</p>
<p>à la nage du nuage nuage du</p>
<p>secret le secret merveilleux merveilleux</p>
<p>comme toi-même</p>
<p>toi sur le toit somnambulique et nuage</p>
<p>nuage et diamant c’est un</p>
<p>diamant qui nage qui nage avec souplesse</p>
<p>tu nages souplement dans l’eau de la</p>
<p>matière de la matière de mon esprit</p>
<p>dans l’esprit de mon corps dans le corps</p>
<p>de mes rêves de mes rêves en action</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>[Ghérasim Luca, <em>Héros-Limite</em>, José Corti 1985, Le Soleil Noir 1953]</p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>IL SOGNO IN AZIONE</strong><strong></strong><strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la bellezza del tuo sorriso il tuo sorriso</p>
<p>di cristallo il cristallo di velluto</p>
<p>il velluto della tua voce la tua voce e</p>
<p>il tuo silenzio il tuo silenzio assorbente</p>
<p>assorbente come la neve la neve</p>
<p>calda e lenta lenta è</p>
<p>la tua andatura la tua andatura diagonale</p>
<p>diagonale sete sera seta e fluida</p>
<p>fluida come i pianti le piante</p>
<p>sono nella tua pelle la tua pelle le</p>
<p>spettina spettina il tuo profumo</p>
<p>il tuo profumo è nella mia bocca la tua bocca</p>
<p>è una coscia una coscia che s’invola</p>
<p>s’invola verso i miei denti i miei denti</p>
<p>ti divorano divoro la tua assenza</p>
<p>la tua assenza è una coscia coscia o</p>
<p>scarpa scarpa che bacio</p>
<p>bacio questa scarpa la bacio sulla</p>
<p>tua bocca perché la tua bocca è una bocca</p>
<p>non è una scarpa specchio che bacio</p>
<p>come le tue gambe come</p>
<p>le tue gambe come le tue gambe</p>
<p>come le tue gambe le tue gambe</p>
<p>gambe del sospiro sospiro</p>
<p>della vertigine vertigine del tuo viso</p>
<p>scavalco la tua immagine come si scavalca</p>
<p>una finestra finestra del tuo essere e dei</p>
<p>tuoi miraggi la tua immagine il suo corpo e</p>
<p>la sua anima la tua anima la tua anima e il tuo naso</p>
<p>sorpreso sono sorpreso naso dei tuoi</p>
<p>capelli la tua capigliatura in fiamme la tua anima</p>
<p>in fiamme e in lacrime come le dita dei</p>
<p>tuoi piedi i tuoi piedi sul mio petto</p>
<p>il mio petto nei tuoi occhi i tuoi occhi</p>
<p>nella foresta la foresta liquida</p>
<p>liquida e in ossa le ossa delle mie grida</p>
<p>scrivo e grido nella mia lingua lacerante</p>
<p>lacero le tue braccia le tue calze</p>
<p>delirando desidero e lacero le tue braccia e le tue calze</p>
<p>il basso e l’alto del tuo corpo fremente</p>
<p>fremente e puro puro come</p>
<p>il temporale come il temporale del tuo collo collo delle</p>
<p>tue palpebre le palpebre del tuo sangue</p>
<p>il tuo sangue carezzevole palpitante fremente</p>
<p>fremente e puro puro come l’arancia</p>
<p>arancia delle tue ginocchia delle tue narici del</p>
<p>tuo fiato del tuo ventre dico</p>
<p>ventre ma penso al nuoto</p>
<p>al nuoto della nuvola nuvola del</p>
<p>segreto il segreto meraviglioso meraviglioso</p>
<p>come te stessa</p>
<p>tu sul tetto sonnambolica e nuvola</p>
<p>nuvola e diamante è un</p>
<p>diamante che nuota che nuota con agilità</p>
<p>tu nuoti agevolmente nell’acqua della</p>
<p>materia della materia del mio spirito</p>
<p>nello spirito del mio corpo nel corpo</p>
<p>dei miei sogni dei miei sogni in azione</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(traduzione di Alfredo Riponi e Rita R. Florit)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p align="center">**</p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>A GORGE DÉNOUÉE</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">Accouplé à la <em>peur</em></p>
<p align="center">comme <em>Dieu</em> à l’<em>odieux</em></p>
<p align="center">le <em>cou</em> engendre le <em>couteau</em></p>
<p align="center">et le <em>Coupeur</em> de têtes</p>
<p align="center">suspendu entre la tête et le corps</p>
<p align="center">comme le <em>crime</em></p>
<p align="center">entre le <em>cri </em>et la <em>rime</em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accouplé à la <em>peur</em></p>
<p align="center">Comme le<em> cri </em>au <em>crime</em></p>
<p align="center"><em> </em></p>
<p align="center">le <em>cou</em> engendre le <em>couteau</em></p>
<p align="center"><em> </em></p>
<p align="center">et le <em>Coupeur</em> de têtes</p>
<p align="center">suspendu entre ma tête et son corps</p>
<p align="center"><em> </em></p>
<p align="center">comme l’<em>égorgeur</em> à la <em>gorge</em></p>
<p align="center"><em> </em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accouplé à la <em>peur</em></p>
<p align="center">Comme la <em>boue</em> à la <em>bouche</em></p>
<p align="center">le <em>cou</em> engendre le <em>couteau</em></p>
<p align="center">et le <em>Coupeur</em> de têtes</p>
<p align="center">suspendu entre sa tête et mon corps</p>
<p align="center">comme la <em>terreur</em> à l’<em>erreur</em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accouplé à la <em>peur</em></p>
<p align="center">comme le <em>sacré</em> au <em>massacre</em></p>
<p align="center">le <em>cou</em> engendre le <em>couteau</em></p>
<p align="center">et le <em>Coupeur</em> de têtes</p>
<p align="center">suspendu entre sa tête et son corps</p>
<p align="center">comme le <em>corbeau</em></p>
<p align="center">entre le <em>cor</em> et le <em>beau</em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accouplé à la <em>peur</em></p>
<p align="center">comme les <em>larmes</em></p>
<p align="center">entre mon initiale et ses <em>armes</em></p>
<p align="center">le <em>cou</em> engendre le <em>couteau</em></p>
<p align="center">et le <em>Coupeur</em> de têtes</p>
<p align="center">suspendu entre ma tête et mon corps</p>
<p align="center">comme la <em>vie</em> dans le <em>vide</em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accouplé à la <em>peur</em></p>
<p align="center">entre la <em>vie</em> et le <em>vide</em></p>
<p align="center">le <em>cou</em> engendre le <em>couteau</em></p>
<p align="center">et le <em>Coupeur</em> de têtes</p>
<p align="center">suspendu entre la tête et le corps</p>
<p align="center">éclate de mou rire</p>
<p>[Ghérasim Luca, <em>Le Chant de la carpe</em>, José Corti 1986, Le Soleil Noir 1973]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">*</p>
<p align="center"><strong>A SQUARCIAGOLA</strong><strong></strong><strong> </strong></p>
<p align="center">Accoppiato alla <em>paura  </em></p>
<p align="center">come <em>Dio</em> all&#8217;<em>odioso</em></p>
<p align="center">il <em>collo</em> genera il <em>coltello  </em></p>
<p align="center">e il <em>Tagliatore</em> di teste</p>
<p align="center">sospeso tra la testa e il corpo</p>
<p align="center">come il <em>crimine  </em></p>
<p align="center">tra il<strong> </strong><em>grido</em><strong> </strong>e il<strong><em> </em></strong><em>limine <strong> </strong></em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accoppiato alla <em>paura  </em></p>
<p align="center">come il <em>grido</em> al <em>crimine  </em></p>
<p align="center">il <em>collo</em> genera il <em>coltello </em></p>
<p align="center">e il <em>Tagliatore</em> di teste</p>
<p align="center">sospeso tra la mia testa e il suo corpo</p>
<p align="center">come lo<strong> </strong><em>sgozzatore </em>alla <em>gola  </em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accoppiato alla <em>paura  </em></p>
<p align="center">come il <em>fango</em> alla <em>gola </em></p>
<p align="center">il <em>collo</em> genera il <em>coltello</em></p>
<p align="center">e il <em>Tagliatore</em> di teste</p>
<p align="center">sospeso tra la sua testa e il mio corpo</p>
<p align="center">come il <em>terrore</em> all&#8217;<em>errore  </em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accoppiato alla <em>paura  </em></p>
<p align="center">come il <em>sacro</em> al <em>massacro  </em></p>
<p align="center">il <em>collo</em> genera il <em>coltello  </em></p>
<p align="center">e il <em>Tagliatore</em> di teste</p>
<p align="center">sospeso tra la sua testa e il suo corpo</p>
<p align="center">come il <em>corvo  </em></p>
<p align="center">tra il <em>corno</em> e la <em>voce  </em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accoppiato alla <em>paura  </em></p>
<p align="center">come le <em>lacrime  </em></p>
<p align="center">tra le mie lettere e le <em>rime</em></p>
<p align="center">il <em>collo</em> genera il <em>coltello  </em></p>
<p align="center">e il <em>Tagliatore</em> di teste</p>
<p align="center">sospeso tra la mia testa e il mio corpo</p>
<p align="center">come la <em>vita</em> nel <em>vuoto  </em></p>
<p align="center">*</p>
<p align="center">Accoppiato alla <em>paura </em></p>
<p align="center">tra la <em>vita</em> e il <em>vuoto </em></p>
<p align="center">il <em>collo</em> genera il <em>coltello </em></p>
<p align="center">e il <em>Tagliatore</em> di teste</p>
<p align="center">sospeso tra la testa e il corpo</p>
<p align="center"><em>muore in un fiacco riso</em></p>
<p><em>(traduzione di Alfredo Riponi e Rita R. Florit)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">**</p>
<p align="center"><strong>AXIOME: L’HOMME</strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center">Axiome:</p>
<p align="center">l&#8217;homme</p>
<p align="center">Thème:</p>
<p align="center">l&#8217;homme axiomatique</p>
<p align="center">Thèse:</p>
<p align="center">l&#8217;extase vexée</p>
<p align="center">Axe d&#8217;accès &#8211; ascèse &#8211; fixe:</p>
<p align="center">X</p>
<p align="center">X:</p>
<p align="center">rixe à exiger et à exercer</p>
<p align="center">sexe à explorer à l&#8217;excès</p>
<p align="center">Ile exilée</p>
<p align="center">dans exister</p>
<p align="center">L&#8217;homme axiomatique</p>
<p align="center">exanthématique</p>
<p align="center">thématique</p>
<p align="center">tic éthique</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">Le sexe l&#8217;exhale</p>
<p align="center">l&#8217;exsude</p>
<p align="center">l&#8217;extirpe</p>
<p align="center">l&#8217;expulse</p>
<p align="center">Le sexe l&#8217;exalte</p>
<p align="center">l&#8217;excuse l&#8217;expose l&#8217;explose</p>
<p align="center">le relaxe</p>
<p align="center">L&#8217;homme créé:</p>
<p align="center">à exécrer</p>
<p align="center">à exaspérer</p>
<p align="center">à exécuter</p>
<p align="center">À expédier sur une orbite</p>
<p align="center">exorbitée</p>
<p align="center">Laissez-le errer errer</p>
<p align="center">vers une action extrême</p>
<p align="center">Excrément des éléments</p>
<p align="center">L&#8217;homme:</p>
<p align="center">axe d&#8217;un mot exténué</p>
<p align="center">paralaxe</p>
<p align="center">d&#8217;un monde exhibé</p>
<p align="center">axiome à aérer</p>
<p align="center">à recréer</p>
<p align="center">Axe de l&#8217;homme:</p>
<p align="center">le fantôme</p>
<p align="center">la femme et l&#8217;homme</p>
<p align="center">l&#8217;assomment</p>
<p align="center">la flamme et l&#8217;ombre</p>
<p align="center">l&#8217;appât et l&#8217;assaut</p>
<p align="center">la partie sombre</p>
<p align="center">d&#8217;une lame d&#8217;eau</p>
<p align="center">et de couteau</p>
<p align="center">Il perd son nombre</p>
<p align="center">Père excité</p>
<p align="center">Expert du pire</p>
<p align="center">Existe puis expire</p>
<p align="center">Perplexité</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Ghérasim Luca, <em>Théâtre de bouche</em>, José Corti 1987, Criapl’e 1984]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>ASSIOMA : L’UOMO</strong></p>
<p align="center">Assioma:</p>
<p align="center">l&#8217;uomo</p>
<p align="center">Tema:</p>
<p align="center">l&#8217;uomo assiomatico</p>
<p align="center">Tesi:</p>
<p align="center">l&#8217;estasi vessata</p>
<p align="center">Asse d’accesso &#8211; ascesi &#8211; fisso:</p>
<p align="center">X</p>
<p align="center">X:</p>
<p align="center">esigere ed esercitare la rissa</p>
<p align="center">esplorare all&#8217;eccesso il sesso</p>
<p align="center">Isola esiliata</p>
<p align="center">nell’esistere</p>
<p align="center">L&#8217;uomo assiomatico</p>
<p align="center">esantematico</p>
<p align="center">tematico</p>
<p align="center">tic etico</p>
<p align="center">Il sesso l&#8217;esala</p>
<p align="center">l’essuda</p>
<p align="center">l’estirpa</p>
<p align="center">l’espelle</p>
<p align="center">Il sesso l&#8217;esalta</p>
<p align="center">lo scusa l&#8217;espone l&#8217;esplode</p>
<p align="center">lo rilassa <strong> </strong></p>
<p align="center">L&#8217;uomo creato:</p>
<p align="center">da esecrare</p>
<p align="center">esasperare</p>
<p align="center">giustiziare</p>
<p align="center">Spedire su un&#8217;orbita</p>
<p align="center">esorbitata</p>
<p align="center">Lasciatelo errare errare</p>
<p align="center">verso un&#8217;azione estrema</p>
<p align="center">Escremento degli elementi</p>
<p align="center">L&#8217;uomo:</p>
<p align="center">asse d’una parola estenuata</p>
<p align="center">parallasse</p>
<p align="center">d’un mondo esibito</p>
<p align="center">assioma da arieggiare</p>
<p align="center">ricreare</p>
<p align="center">Asse dell&#8217;uomo:</p>
<p align="center">il fantasma</p>
<p align="center">la donna e l&#8217;uomo</p>
<p align="center">l’uccidono</p>
<p align="center">la fiamma e l&#8217;ombra</p>
<p align="center">l&#8217;esca e l&#8217;assalto</p>
<p align="center">la parte oscura</p>
<p align="center">d’una lama d’acqua</p>
<p align="center">e di coltello</p>
<p align="center">Perde il suo numero</p>
<p align="center">Padre eccitato</p>
<p align="center">Esperto del peggio</p>
<p align="center">Esiste poi espira</p>
<p align="center">Perplessità</p>
<p align="center">  *</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/08/29/3-poesie-di-gherasim-luca/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>VivaVoce#02: Ghérasim Luca [1913–1994]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/01/vivavoce02-gherashim-luca-23-luglio-1913-%e2%80%93-9-febbraio-1994/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/01/vivavoce02-gherashim-luca-23-luglio-1913-%e2%80%93-9-febbraio-1994/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 May 2008 05:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Cubomania]]></category>
		<category><![CDATA[ghérasim luca]]></category>
		<category><![CDATA[Il suo corpo leggero]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Son corps léger]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/05/01/vivavoce02-gherashim-luca-23-luglio-1913-%e2%80%93-9-febbraio-1994/</guid>

					<description><![CDATA[[Cubomania di Ghérasim Luca] Son corps léger&#8230; [letta dall&#8217;autore] [dalla viva voce dell&#8217;autore &#8211; quel suo astratto francese dal marcato accento rumeno &#8211; quasi straniato &#8211; didascalico &#8211; brechtiano &#8211; così esule di luoghi e sentimenti &#8211; così esule di un mondo in cui non c’è più posto per i poeti &#8211; a 81 anni un salto nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/gherashim-luca.gif" border="1" alt="" /></p>
<p align="center">[<strong>Cubomania </strong>di <strong>Ghérasim Luca</strong>]</p>
<p><center></p>
<div style="width:300px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-5811-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/luca-gherasim_son-corps-leger.mp3?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/luca-gherasim_son-corps-leger.mp3">http://www.suave-est-nus.org/luca-gherasim_son-corps-leger.mp3</a></audio></div>
<p><strong>Son corps léger&#8230; </strong> [<em>letta dall&#8217;autore</em>]</center></p>
<p align="center"><em>[dalla viva voce dell&#8217;autore &#8211; quel suo astratto </em><em>francese dal marcato accento rumeno </em><em>&#8211;</em><em> quasi straniato &#8211; didascalico &#8211; brechtiano &#8211; </em><em>così esule di luoghi e sentimenti &#8211; così esule di </em>un mondo in cui non c’è più posto per i poeti<em> &#8211; a 81 anni un salto nella Senna  e via &#8211; </em><em>e la sua</em><em> </em> glace<em> &#8211; quasi intraducibile in un solo modo &#8211; a volte scivola come ghiaccio fra le labbra &#8211; altre pare trasparente ed aguzza come vetro &#8211; forse riflettente a specchio &#8211; prismatica di cristallo &#8211; stella di fiocco di neve &#8211;  chicco di grandine di tempesta &#8211; persino dolcezza di glassa &#8211; o tutte le cose insieme]</em></p>
<table style="border:1px dashed #ffffff;" border="0" cellspacing="20" cellpadding="25" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff; padding:18px;" valign="top" width="50%">
<p align="justify">Son corps léger<br />
&nbsp;<br />
est-il la fin du monde?<br />
&nbsp;<br />
c&#8217;est une erreur<br />
&nbsp;<br />
c&#8217;est un délice glissant<br />
&nbsp;<br />
entre mes lèvres<br />
&nbsp;<br />
près de la glace<br />
&nbsp;<br />
mais l&#8217;autre pensait:<br />
&nbsp;<br />
ce n&#8217;est qu&#8217;une colombe qui respire<br />
&nbsp;<br />
quoi qu&#8217;il en soit<br />
&nbsp;<br />
là où je suis<br />
&nbsp;<br />
il se passe quelque chose<br />
&nbsp;<br />
dans une position délimitée par l&#8217;orage<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Près de la glace c&#8217;est une erreur<br />
&nbsp;<br />
là où je suis ce n&#8217;est qu&#8217;une colombe<br />
&nbsp;<br />
mais l&#8217;autre pensait:<br />
&nbsp;<br />
il se passe quelque chose<br />
&nbsp;<br />
dans une position délimitée<br />
&nbsp;<br />
glissant entre mes lèvres<br />
&nbsp;<br />
est-ce la fin du monde?<br />
&nbsp;<br />
C’est un délice quoi qu&#8217;il en soit<br />
&nbsp;<br />
son corps léger respire par l&#8217;orage<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Dans une position délimitée<br />
&nbsp;<br />
près de la glace qui respire<br />
&nbsp;<br />
son corps léger glissant entre mes lèvres<br />
&nbsp;<br />
est-ce la fin du monde?<br />
&nbsp;<br />
mais l&#8217;autre pensait: c&#8217;est un délice<br />
&nbsp;<br />
il se passe quelque chose quoi qu&#8217;il en soit<br />
&nbsp;<br />
par l&#8217;orage ce n&#8217;est qu&#8217;une colombe<br />
&nbsp;<br />
là où je suis c&#8217;est une erreur<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Est-ce la fin du monde qui respire<br />
&nbsp;<br />
son corps léger? mais l&#8217;autre pensait:<br />
&nbsp;<br />
là où je suis près de la glace<br />
&nbsp;<br />
c&#8217;est un délice dans une position délimitée<br />
&nbsp;<br />
quoi qu&#8217;il en soit c&#8217;est une erreur<br />
&nbsp;<br />
il se passe quelque chose par l&#8217;orage<br />
&nbsp;<br />
ce n&#8217;est qu&#8217;une colombe<br />
&nbsp;<br />
glissant entre mes lèvres<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
Ce n&#8217;est qu&#8217;une colombe<br />
&nbsp;<br />
dans une position délimitée<br />
&nbsp;<br />
là où je suis par l&#8217;orage<br />
&nbsp;<br />
mais l&#8217;autre pensait:<br />
&nbsp;<br />
qui respire près de la glace?<br />
&nbsp;<br />
est-ce la fin du monde?<br />
&nbsp;<br />
quoi qu&#8217;il en soit c&#8217;est un délice<br />
&nbsp;<br />
il se passe quelque chose<br />
&nbsp;<br />
c&#8217;est une erreur<br />
&nbsp;<br />
glissant entre mes lèvres<br />
&nbsp;<br />
son corps léger</p>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff; padding:18px;" valign="top" width="50%"><em>Il suo corpo leggero</em><br />
&nbsp;<br />
<em>è la fine del mondo?</em><br />
&nbsp;<br />
<em>è un errore</em><br />
&nbsp;<br />
<em>è una delizia che scivola</em><br />
&nbsp;<br />
<em>tra le mie labbra</em><br />
&nbsp;<br />
<em>vicino al ghiaccio</em><br />
&nbsp;<br />
<em>ma l&#8217;altro pensava:</em><br />
&nbsp;<br />
<em>non è che una colomba che respira</em><br />
&nbsp;<br />
<em>comunque sia</em><br />
&nbsp;<br />
<em>là dove io sono</em><br />
&nbsp;<br />
<em>avviene qualcosa</em><br />
&nbsp;<br />
<em>in una posizione delimitata dalla tempesta</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<em>Vicino al ghiaccio è un errore</em><br />
&nbsp;<br />
<em>là dove io sono non è che una colomba</em><br />
&nbsp;<br />
<em>ma l&#8217;altro pensava:</em><br />
&nbsp;<br />
<em>avviene qualcosa</em><br />
&nbsp;<br />
<em>in una posizione delimitata</em><br />
&nbsp;<br />
<em>scivolando tra le mie labbra</em><br />
&nbsp;<br />
<em>è la fine del mondo?</em><br />
&nbsp;<br />
<em>È una delizia comunque sia</em><br />
&nbsp;<br />
<em>il suo corpo leggero respira con la tempesta</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<em>In una posizione delimitata</em><br />
&nbsp;<br />
<em>vicino al ghiaccio che respira</em><br />
&nbsp;<br />
<span style="line-height:1.0em;"><em>il suo corpo leggero che scivola tra le mie labbra</em></span><br />
&nbsp;<br />
<em>è la fine del mondo?</em><br />
&nbsp;<br />
<em>ma l&#8217;altro pensava: è una delizia</em><br />
&nbsp;<br />
<em>avviene qualcosa comunque sia</em><br />
&nbsp;<br />
<em>per la tempesta è soltanto una colomba</em><br />
&nbsp;<br />
<em>là dove io sono è un errore</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<em>È la fine del mondo che respira</em><br />
&nbsp;<br />
<em>il suo corpo leggero? ma l&#8217;altro pensava:</em><br />
&nbsp;<br />
<em>là dove io sono vicino al ghiaccio</em><br />
&nbsp;<br />
<em>è una delizia in una posizione delimitata</em><br />
&nbsp;<br />
<em>comunque sia è un errore</em><br />
&nbsp;<br />
<em>avviene qualcosa per la tempesta</em><br />
&nbsp;<br />
<em>non è che una colomba</em><br />
&nbsp;<br />
<em>che scivola fra le mie labbra</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<em>Non è che una colomba</em><br />
&nbsp;<br />
<em>in una posizione delimitata</em><br />
&nbsp;<br />
<em>là dove io sono con la tempesta</em><br />
&nbsp;<br />
<em>ma l&#8217;altro pensava:</em><br />
&nbsp;<br />
<em>chi respira vicino al ghiaccio?</em><br />
&nbsp;<br />
<em>è la fine del mondo?</em><br />
&nbsp;<br />
<em>comunque sia è una delizia</em><br />
&nbsp;<br />
<em>avviene qualcosa</em><br />
&nbsp;<br />
<em>è un errore</em><br />
&nbsp;<br />
<em>che scivola fra le mie labbra</em><br />
&nbsp;<br />
<em>il suo corpo leggero</em></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
da La Fin Du Monde,  in <em>Paralipomènes</em>, Paris, 1969</p>
<p>[traduzione di orsola puecher]</p>
<p>file audio da <a href="http://www.ubu.com" target="_blank">ubu.com </a></p>
<p>Su Nazione Indiana<br />
di Ghérasim Luca<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2004/05/18/prendere-corpo/" target="_blank">Prendere corpo</a><br />
tradotta da Andrea Raos</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/04/21/vivavoce-01-thomas-stearn-eliot-1888–1965/" target="_blank">VivaVoce#01: Thomas Stearns Eliot [1888–1965] </a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/01/vivavoce02-gherashim-luca-23-luglio-1913-–-9-febbraio-1994/" target="_blank">VivaVoce#02: Ghérasim Luca [1913–1994] </a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/14/vivavoce03-sylvia-plath-1932–1963/" target="_blank">VivaVoce#03: Sylvia Plath [1932–1963]</a></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>,\\&#8217;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/01/vivavoce02-gherashim-luca-23-luglio-1913-%e2%80%93-9-febbraio-1994/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>15</slash:comments>
		
		<enclosure url="http://www.suave-est-nus.org/luca-gherasim_son-corps-leger.mp3" length="5834" type="audio/mpeg" />

			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-05 11:25:16 by W3 Total Cache
-->