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	<title>gianluca cataldo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La civiltà Laiseca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Dec 2015 05:00:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Arcoiris edizioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/Alberto-Laiseca.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-58705 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/Alberto-Laiseca-150x150.jpg" alt="Alberto Laiseca" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/Alberto-Laiseca-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/Alberto-Laiseca-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/Alberto-Laiseca-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Come dice lo stesso Alberto Laiseca, </em>Los sorias<em> è «anzitutto qualcosa di molto divertente». Poi, oltre a essere l&#8217;opera più ampia della letteratura argentina, una delle più ambiziose e, fino a qualche tempo fa, anche una delle più sconosciute, è tante altre cose. In Italia è ancora inedita – speriamo per poco – mentre altri libri di Laiseca sono e saranno pubblicati da <a href="http://www.edizioniarcoiris.it/index.php" target="_blank">Arcoiris edizioni</a>. In attesa di poter leggere per intero </em>Los sorias<em>, pubblico il breve prologo di Ricardo Piglia – un rabdomante di scrittori sepolti – all&#8217;edizione Simurg del 2013. [g.c.]</em></p>
<p><span id="more-58465"></span></p>
<p><em>Los sorias</em> è il miglior romanzo che sia stato scritto in Argentina dai tempi de <em>I sette pazzi</em>, ma è possibile che Laiseca rida di questo paragone e che possa sembrargli un po&#8217; “dispregiativo”. Gli ammiratori di Musil, quando pubblicò il primo tomo de <em>L&#8217;uomo senza qualità</em>, scrissero una serie di articoli comparando l&#8217;allora sconosciuto autore austriaco ai sacralizzati Proust e Joyce. Bene, Musil si offese con gli amici perché pretendevano di porre l&#8217;<em>Ulisse</em> e la <em>Recherche</em> all&#8217;altezza della sua opera. La comparazione delimita la logica instabile del valore, tuttavia ci sono scrittori che riescono a nascondersi e a fuggire alla rete, e che ardono, isolati, come una supernova che brilla fuori dal tempo, nello spazio infinito. In quanto estranei a ogni paragone, sono spesso ignorati o marginalizzati dai tradizionali sistemi di costruzione delle tradizioni e gerarchie letterarie, e la loro comprensione è (per i contemporanei) un enigma.</p>
<p>Intendo dire che il repertorio di ciò che chiamano letteratura argentina non fa parte dell&#8217;orizzonte di Laiseca: nella sua testa ci sono altre tradizioni e altri autori. Per esempio ammira Mika Waltari (<em>Sinuhe l&#8217;egiziano</em>), e a volte (quando è scoraggiato) pensa a Joyce e puntualizza che <em>Los sorias</em> è più ampio dell&#8217;<em>Ulisse</em>. Ha ragione, ha fatto i conti e (Laiseca su Joyce) ha un vantaggio di 30.000 parole.</p>
<p>Ma forse Joyce potrebbe essere comunque un termine di confronto, in quanto anch&#8217;egli aveva un&#8217;ambizione estrema e sembrava rispondere a quello che Connolly definisce il destino dell&#8217;artista: «Più libri leggiamo, più ci rendiamo conto che la vera funzione di uno scrittore è produrre un capolavoro e che nessun altro compito è di qualche importanza».</p>
<p>Laiseca ha risposto a questo postulato e si è fatto carico della difficoltà e dell&#8217;importanza della sfida (non solo il libro e le sue dimensioni, ma anche le condizioni nelle quali è stato scritto, circola, si pubblica, la vita estremamente austera del suo autore), e il romanzo corse il rischio, per diversi anni, di trasformarsi nella “misconosciuta opera maestra”.</p>
<p>Uno dei primi libri pubblicati da Laiseca, <em>Avventure di un romanziere atonale</em> (Edizioni Arcoiris, 2013, traduzione di Loris Tassi), potrebbe essere letto come il prologo critico e segreto di <em>Los sorias</em>: «Ma è giunto il momento di parlare dell&#8217;opera di questo artista che trascorse dieci anni della sua vita a scrivere il primo romanzo atonale della storia». Era ora, chiaro, e <em>Avventure,</em> discretamente e in maniera quasi onirica, ha suscitato un certo interesse sul quel libro «enciclopedico, unico, misterioso e lunghissimo» (come lo descrive il suo autore); l&#8217;annuncio, misurato e convincente, che era stato scritto uno dei testi fondamentali della letteratura contemporanea. <em>Avventure di un romanziere atonale</em> racconta tutti gli anelli della catena letteraria (scrittura, pubblicazione, critica, traduzione, premi, consacrazione) e allestisce una specie di epica grottesca e degradata nella quale si estremizzano i conflitti e il ruolo dello scrittore nella società.</p>
<p>Al centro di questa finzione (che si lega, per tono e atteggiamento, con un altro grande testo sul mondo letterario, <em>Scrittore fallito</em> di Arlt) c&#8217;è la maledizione di essere ignorati e l&#8217;impossibilità di pubblicare. Bisogna ricordare che <em>Los sorias</em> è rimasto inedito per <em>vent&#8217;anni </em>(basta pensare alla quantità di pagine date intanto alle stampe, e che si son perse nell&#8217;oblio, per capire i sentimenti dell&#8217;autore).</p>
<p>Rimosso e clandestino (non proibito né censurato, ma estraneo alla lettura e all&#8217;approvazione della società) questo romanzo si amalgama con la più profonda tradizione della nostra letteratura. La <em>fiction</em> argentina comincia con un racconto inedito: <em>El matadero</em> è scritto nel 1838 e pubblicato nel &#8217;71, e da quel momento sono stati molti i testi sprofondati nel silenzio e nel mistero, fuori circolazione. La parte visibile dell&#8217;iceberg della letteratura argentina è sostenuta da un&#8217;invisibile mole di testi sommersi, che non emergono mai.</p>
<p><em>Los sorias </em>appartiene alla stirpe dei libri che girano di mano in mano, come una lettera privata destinata a tutti.</p>
<p>È incommensurabile il numero di persone che non ha letto<em> Los sorias</em>, ma questa massa di futuri lettori garantisce la persistenza del libro; il romanzo si muove in questa direzione, e lo fa in maniera lentissima (dieci anni per essere scritto, venti per essere pubblicato, trent&#8217;anni per diventare un classico) perché questo è il ritmo della letteratura, il contrario della fugacità dei <em>best sellers </em>che entrano ed escono di scena una volta a settimana.</p>
<p>Se i lettori non abbondano, vuol dire che gliene mancano così tanti che una lettura interminabile è praticamente assicurata. In questo, ovvio, Laiseca è come Macedonio: tutti leggevano Gálvez mentre Macedonio scriveva <em>Museo de la novela de la Eterna</em>, ma, a soppesare le cifre, <em>Museo</em> è il romanzo che ha conquistato più seguaci da quando è stato pubblicato, nel 1967. Mentre Gálvez (o Silvina Bullrich) soffre di un massiccia fuga dei propri lettori, quelli di Macediono o di Laiseca crescono in silenzio come l&#8217;acqua che infiltra i muri delle case abbandonate.</p>
<p>Questa logica della diserzione brusca o di un incessante incremento decide le battaglie: avviene un incontenibile spostamento nel momento in cui un combattimento sta per risolversi (a Caseros, le truppe di Rosas iniziarono a ritirarsi due ore prima che il conflitto fosse terminato, e <em>così</em> vi posero fine).</p>
<p>La logica della guerra è la stessa delle letteratura: nessun accordo o dialogo, solo scontro tra poetiche, i valori si impongo sul campo di battaglia e, da un momento all&#8217;altro, chi vantava un certo riconoscimento smette di averlo e altri, in ombra e quasi impercettibili, scoprono invece le luci della ribalta.</p>
<p>Questi movimenti e strategie sono raccontati in <em>Los sorias</em> (le cospirazioni e le macchine belliche sono il tema del romanzo): perché questo libro è anche un testo sul funzionamento della letteratura.</p>
<p>Chi racconta è vittima di una persecuzione e, invece di fuggire, prova a spiegare quello che sta succedendo. I romanzi di Laiseca tendono a formarsi come un&#8217;enciclopedia, sono testi di sapere assoluto. Di un sapere comico, si potrebbe dire, dato che un elemento chiave di questa mitologia del pericolo estremo è la risata di Laiseca, la trasfigurazione del terrore in uno scherzo sinistro. L&#8217;amplificazione grottesca, le iperboliche comparazioni e la duplicazione finiscono per trasformare la tragedia in una brutale commedia.</p>
<p>Il romanzo si costruisce a partire dal delirio, che quindi non è solo un tema (in questo Laiseca si allontana da Arlt per avvicinarsi a Bernhard e Pynchon). La finzione è un resoconto che rifonda la coscienza del perseguitato che prova a capire l&#8217;universo dal quale tenta di fuggire. Tuttavia, a differenza del criterio naturalista che motiva la frantumata coscienza di chi racconta (Faulkner fa parlare un idiota in <em>L&#8217;urlo e il furore</em>, Joyce semiaddormenta Molly per giustificare il linguaggio del monologo finale dell&#8217;<em>Ulisse</em>), il narratore di Laiseca vede il mondo come un complotto destinato a distruggerlo. E non c&#8217;è alcuna giustificazione (psichiatrica, onirica o mistica) per questa vertigine verbale e una visione così allucinata della realtà.</p>
<p>Il modo di scrivere di Laiseca è simmetrico al mondo raccontato; si potrebbe dire, tautologicamente, che lo stile è il mondo narrato, che non esiste possibilità di immaginare sostituzione “letteraria”, un&#8217;aggiunta estetizzata o l&#8217;accettazione di quello che è convenzionalmente definito “scriver bene” (ovvero farlo secondo i canoni della moda del momento): questo è lo stile di un universo sotto pressione, di un mondo sommerso. Laiseca ci mostra cosa significhi un uso della lingua in condizioni di estremo pericolo.</p>
<p>Per il suo stile, Laiseca fa piazza pulita delle convenzioni della cultura “alta” (e cioè dell&#8217;arte falsa) e si rifà ai modi, forme e gergo popolari e della cultura di massa. Con la sua mitologia della magia nera e della paranoia tecnica, con le sue risonanze wagneriane e le sue credenze occulte, <em>Los sorias</em> è un enorme libro iniziatico, un immenso testo sul fascino della conoscenza e sugli stadi di coscienza.</p>
<p>Come tutte le opere di questa grandezza, rappresenta un mondo autonomo che vive di leggi proprie e racconta della propria origine. È sufficiente pensare allo straordinario primo capitolo, con la scena della pensione nella quale si amplifica e si definisce il complessissimo sistema di rappresentazione del reale. A inocularsi lì è il germe mortifero di una storia che funziona come un&#8217;esplosione nucleare.</p>
<p>Un frammento di questo mondo atomico ci ha raggiunti. <em>Los sorias</em> è la cronaca di una realtà dimenticata. I suoi lettori si trasformano in archeologi che in mezzo a una foresta scoprono una grande civiltà perduta, e tornano alle loro città per raccontarla.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La muta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jul 2013 04:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Cataldo Ma le tue responsabilità? Un quarto va ascritto all’ereditarietà, un quarto alle circostanze, un quarto alla casualità: solo un quarto di responsabilità è mio. (Akutagawa Ryūnosuke, trad. L. Origlia) Non parlo del dubbio, che di questa moneta bicefala è il volto attivo e dinamico, ma dell’incertezza, che ne è l’aspetto passivo, perché [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p><small>Ma le tue responsabilità?<br />
Un quarto va ascritto all’ereditarietà,<br />
un quarto alle circostanze, un quarto alla<br />
casualità: solo un quarto di responsabilità è mio.<br />
(Akutagawa Ryūnosuke, trad. L. Origlia)</small></p>
<p>Non parlo del dubbio, che di questa moneta bicefala è il volto attivo e dinamico, ma dell’incertezza, che ne è l’aspetto passivo, perché mi è esterno e mi rende impotente, incapace di dare una risposta. Ho sempre dubitato tanto, di tutto, e mi sono sempre mossa – avanti o indietro – lungo la linea della mie consapevolezze, o delle mie convinzioni monolitiche, ma dinanzi all’incertezza mi blocco, giro a vuoto in una laconica circolarità. Impotente. E mentre fuori dalla finestra sento grida e boati io mi sento innocua, con tutti i muscoli intorpiditi, tutti, da quello della vanità e quello della volontà, passando per i polpacci e i tricipiti. Mi sono rinchiusa in casa ormai da un paio settimane, e un fetore sottile sta poco a poco attraversando le stanze, scovandone ogni interstizio. A me non importa. Puro è colui che accetta la santità, lo scontro in piazza e il martirio, mentre io ho voluto rinunciare alle icone, e mi sembra l’unica scelta che abbia mai davvero preso.<br />
<span id="more-45979"></span><br />
È cominciata – dicono – il quindici settembre del 2008, con il fallimento della Lehman Brothers, ma già anni prima la si poteva prevedere. Io, almeno, la vedevo sul mio corpo, che ogni mattina si venava di azzurro seguendo le linee sottocutanee, un colore che al lavoro, in verniceria, per quanto mi impegnassi non riuscivo a riprodurre. Ho letto da qualche parte che è proprio il colore tipico delle interiora a essere praticamente irriproducibile, e dopo anni di lavoro sottopagato, alla ricerca di questa piccola soddisfazione personale, posso confermare. E adesso me ne sto dentro questa casa, racchiusa da elitre, circondata da pareti di chitina e celata. Un’isola nel Mediterraneo, un rigurgito di terra che sa di zolfo, senza un attracco che non sia una violazione delle sue coste.</p>
<p>Lui partecipava allo scherzo del mondo senza avvertire l’esigenza di un’osservazione. O almeno così mi sembrava. Era in tutto partecipe alle sue azioni, quasi non avesse entropia. Strabuzzava gli occhi quando più zucchero del dovuto cadeva nella tazzina e provava a toglierlo col cucchiaino, mentre la sua postura curva si specchiava sui vetri della finestra prima di uscire e sfiorare altri gomiti sull’autobus. Era come un insetto, si limitava ai sensi senza sentire l’esigenza di affrancarsi dalla biologia, e dei suoi comportamenti a me era dato solo presumerne premesse e conseguenze. Tutto ciò a volte mi irritava. Più spesso mi sorprendevo a osservarlo, a parlargli tra mille cautele, e chiedermi cosa mi avesse spinto ad andare a vivere con lui, scaricandogli addosso, da brava cattolica, quei peccati che detestavo fossero miei. </p>
<p>Oggi vivo una paura diffusa ed eterea che, indipendentemente dall’attualità della minaccia, orienta il mio comportamento. Probabilmente il miglior termine per descrivere questa declinazione dell’animo è una particolare forma di sensibilità, ossia l’incertezza. Ho accettato nella mia vita l’inclusione di tale variabile, l’ho inoculata come fosse un virus, e il mio organismo ha reagito generando meccanismi di difesa a questa paura ubiqua, derivata, che si auto-alimenta. Questo senso di incertezza è lo stesso che ho sempre immaginato attraversare l’antico testamento. La paura del popolo eletto, le persecuzioni, le richieste di Dio fatte a sua immagine e somiglianza, le ulcere le pestilenze i sacrifici le uccisioni i prepuzi. L’antico testamento è pervaso dall’insicurezza dell’operato di Dio, la paura di una sua reazione, benché nel suo imperscrutabile disegno si ponga una totale aderenza. Mi sono sempre chiesta perché, e credo sia perché Dio e la sua chiesa hanno posto la vita eterna, il fine della loro dottrina, oltre la vita stessa, irraggiungibile e dunque non opinabile, mentre il 3% nel rapporto deficit/PIL è tangibile come un’ustione da spray urticante. </p>
<p>Gli ultimi tempi parlavamo poco, ma passavamo più tempo insieme, condividendo lo spazio del nostro letto, dove lui, sdraiato, ritrovava uno sbuffo di vitalità. E pure io. Ci alzavamo solo per bere un bicchiere d’acqua o cucinarci qualcosa che consumavamo in camera, mentre accatastavamo una sopra l’altra tutte le nostre maschere senza trovare un filo d’erba su cui poggiare i piedi scalzi. Gli occhi si facevano sempre più vitrei, come ocelli, mentre da fuori urla e rumori scomposti rimbalzavano sulle pareti di casa, almeno finché lui non ha richiuso i vetri antiacustici ed è tornato a letto. Nei giorni successivi il suo respiro ha cominciato a farsi affannato, per poi acquietarsi a un ritmo blando e costante, quasi uno stato di letargo comatoso. Il suo addome si gonfiava lento per poi ritirarsi, mentre le dita stringevano le lenzuola quasi vi fossero aggrappate, ma senza veemenza. Io inumidivo una pezza e lo tamponavo lungo tutto il corpo, sempre più disidratato, mentre quella puzza di cui scrivo adesso cominciava a dilagare per la casa. In poco tempo ha cambiato colore, inscurendosi. Poi una mattina, mentre gli accarezzavo la fronte, ho visto in trasparenza delle grinze sottocutanee, come una specie di seconda epidermide, ancora accartocciata, pronta a squarciare la vecchia cuticola. E ho capito.</p>
<p>Il negativo dell’incertezza è la sicurezza. Il Devoto-Oli definisce <em>sicurezza</em> “condizione oggettiva esente da pericoli, o garantita contro eventuali pericoli”. Ma se i pericoli non esistono? Come si fa a sentirsi sicuri in assenza di pericoli?</p>
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		<title>Divertimenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 May 2013 04:00:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Cataldo Anfibologia Il vecchio Anfisbena – come solevano chiamarlo amici, nemici e parenti – si era ritrovato a passare davanti a uno specchio che da sempre era appoggiato al muro del corridoio, lungo lungo la cui lunghezza era interrotta proprio e solamente da quello specchio, che mai Anfisbena aveva notato. Ma quella volta, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/AlighieroBoetti.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-45696" alt="AlighieroBoetti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/AlighieroBoetti.jpg" width="200" height="305" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/AlighieroBoetti.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/AlighieroBoetti-196x300.jpg 196w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p><strong>Anfibologia</strong></p>
<p>Il vecchio Anfisbena – come solevano chiamarlo amici, nemici e parenti – si era ritrovato a passare davanti a uno specchio che da sempre era appoggiato al muro del corridoio, lungo lungo la cui lunghezza era interrotta proprio e solamente da quello specchio, che mai Anfisbena aveva notato. Ma quella volta, più che accorgersi dello specchio, aveva scorto la figura che ivi era contenuta, ingabbiata. Ma non vi aveva fatto troppo caso, e aveva proseguito diretto in cucina per un bicchiere gelato di acqua ghiacciata e limone fresco. Faceva tanto caldo in quei giorni. L’estate aveva sgozzato la primavera, non aveva dubbi, e di tale orrendo crimine non un giornale aveva scritta una riga! Ingollato che ebbe l’acqua ghiacciata, se n’era stato a suggere il limone, sbrodolandosi a partire dagli angoli della bocca, ed era quasi tornato nello studio. Quasi perché si era fermato poco dopo il grande specchio, e poi aveva fatto un passo indietro, incerto, ma indubbiamente di grande effetto coreografico. Orrore! Un uomo sfatto, sporco e trasandato profluiva occhiatacce e sudore. La barba incolta, le sopracciglia incolte, un prognatismo evidente, i capelli radi avvolti da una retìna, e una tuta con una toppa rossa sul ginocchio sinistro. Si era avvicinato al suo riflesso e aveva fissato interito un peletto che sulla punta del naso, leggermente ricurvo, si ergeva imponente nella radura deserta delle cartilagini superiori. Con le unghie lunghe e ingiallite dal tabagismo aveva pinzato il pelo e, zac, lo aveva divelto. Quindi si era accorto di se stesso e si era fissato negli occhi. Gli era sembrato di notare livore e disapprovazione nel suo sguardo. Aveva fatto finta di niente e si era rintanato nel suo studio, isolato dal mondo, per terminare di scrivere la sua cosmogonia, mentre di là, in corridoio, nascosto nello spazio invisibile nello specchio, il suo riflesso si era seduto per terra, e fissava il peletto, in attesa della prossima esibizione.</p>
<p><strong>Transustanziazione</strong></p>
<p>Come ogni domenica, Giordano si recò a messa per sussurrare tra i denti, rivolto al prete, «Canaglia pezzente!». La piccola chiesetta sorgeva alla fine del grande corso, anonima come tutte le chiesette di quartiere, con una piccola croce sopra il portone in legno a indicare che quella era la casa del Signore, e ospitava un numero esiguo di fedeli cui bastava ristorare lo spirito invece che gli occhi. Il parroco era un omino dal busto corto agganciato a due lunghe gambe che gli conferivano un aspetto sghembo e vagamente comico. Fortunatamente per lui, la rigida estetica cattolica impone tonache lunghe fino ai piedi, e solo in pochi avevano notato quella sua strana forma. Tra questi Giordano, che più di una volta si era soffermato dopo la messa, seduto su una panca verso le ultime file, a fissare in cagnesco il pretino che sistemava la sala dopo la cerimonia delle dieci, in attesa di quella delle undici. Anche Don Tommaso – questo il suo nome – gettava ogni tanto uno sguardo di sottecchi verso quell’uomo torvo che non si perdeva una messa. Bruno di carnagione, e statuario d’aspetto, aveva uno strano sguardo inquisitorio che metteva a disagio il povero parroco, turbato da tanta attenzione da parte di un uomo che, era risaputo, non credeva né in Dio né nella curia romana. Tuttavia, scacciati i cattivi pensieri, alle undici spaccate Don Tommaso salutò i fedeli, recitò il Kύριε ἐλέησον, e dopo la liturgia della parola, cadenzata dagli sbuffi sarcastici di Giordano, si inginocchiò per la celebrazione eucaristica. Qualcosa però andò storto, perché l’ostia, rivolta verso il cielo con aria di sognate contrizione da parte del pretino, cominciò davvero a grondare sangue, che gocciolava sul vino e sull’altare. Colto da terrore, Don Tommaso lasciò cadere l’ostia e fuggì via correndo, mentre Giordano – riferiscono alcuni attoniti testimoni – si gettava con cannibale riverenza sul corpo di Cristo.</p>
<p><strong>Il neo</strong></p>
<p>La sveglia suonò alle otto come ogni mattino e, come ogni giorno, lei pigiò il tasto snooze e si rigirò su un fianco stringendo tra le gambe un cuscino, cercando la parte più fresca del letto. La trovò in fondo a destra, quasi a cavalcioni sul materasso e a contatto col muro. Sollievo. Nei dieci minuti concessi dal cellulare – odiava i ticchettii delle vecchie sveglie – fece un sogno strano, della densità di un buco nero, nel quale incontrava se stessa, con educazione si salutava, e poi si oltrepassava attraversandosi letteralmente, come fosse un ectoplasma. Dopo si sentiva l’altra se stessa, e tornava da dove era venuta come fosse la prima volta che percorreva quella strada. Il sogno fu interrotto dal suono del cellulare, e stavolta si alzò. Indossò le pantofole e con gli occhi gonfi di sonno andò in cucina, dove, con grande sorpresa, trovò la moka già pronta e un bigliettino di Luis. Sorrise e accese il fornello, prese una tazzina che riempì eccessivamente di zucchero e, mentre aspettava che il caffè salisse, si accinse a rispondere al messaggio. Tuttavia a metà le cadde la biro di mano perché si accorse che stava scrivendo con la destra, nonostante lei fosse sempre stata mancina. Con timore raccolse la penna e provò a scrivere con quella che alle elementari, dalle suore, tutti definivano la mano del diavolo, e si spaventò nel vedere sgorbi d’inchiostro comparire a fatica sul foglio, mentre l’altra mano scorreva fluida come quella di un amanuense. Tremolante corse in bagno per sciacquarsi il viso, convinta di essere ancora sotto le coperte immersa nel suo sogno, ma l’acqua non la svegliò, giacché ne dedusse che era già sveglia. Gocciolante si fissò allo specchio, e notò che il neo di cui andava tanto fiera, sotto l’occhio sinistro, si era come spostato sotto il destro. Dall’altra parte la sua immagine sembrava dirle «Adesso tocca a me».</p>
<p><small>*</p>
<p>Immagine: Alighiero e Boetti.</small></p>
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		<title>El prologo alucinante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2012 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[eleonora quadri]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Reinaldo Arenas]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Reinaldo Arenas, a cura di Gianluca Cataldo &#160; Foto: &#8220;Baracoa&#8221;, di Eleonora Quadri &#160; Pubblichiamo di seguito la traduzione di una parte del prologo scritto da Reinaldo Arenas in contemporanea, si presume, alla revisione del romanzo El mundo alucinante, un atto di difesa della propria visione poetica della Storia, fatta di storie incastrate in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44246" rel="attachment wp-att-44246"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-44246" title="Baracoa - foto di Eleonora Quadri" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Baracoa-foto-di-Eleonora-Quadri-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Baracoa-foto-di-Eleonora-Quadri-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Baracoa-foto-di-Eleonora-Quadri-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a> di <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Reinaldo_Arenas" target="_blank">Reinaldo Arenas</a></strong>, a cura di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Foto: &#8220;Baracoa&#8221;, di <strong>Eleonora Quadri</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Pubblichiamo di seguito la traduzione di una parte del prologo scritto da Reinaldo Arenas in contemporanea, si presume, alla revisione del romanzo </em>El mundo alucinante<em>, un atto di difesa della propria visione poetica della Storia, fatta di storie incastrate in un frenetico e semplice fluire del tempo. Nella speranza di vedere presto un’edizione italiana delle sue prime opere, mi scuso per gli eventuali errori di traduzione, e ringrazio Fabio Burani per l’aiuto.  </em></p>
<p><span id="more-44245"></span></p>
<p>[…] Ho sempre diffidato del dato “storico”, di questo elemento “minuzioso e preciso”. Perché, alla fine, cos’è la Storia? Una serie di fascicoli ordinati più o meno cronologicamente? […] Gli impulsi, le ragioni, le segrete percezioni che sollecitano (formano) un uomo non appaiono, non possono essere colti dalla Storia, così come il chirurgo non comprenderà mai il dolore di un uomo che soffre.</p>
<p><em>La Storia registra la data di una battaglia, i morti che ci hanno mostrato la stessa cosa, cioè l’evidenza.</em> Questi temibili scartafacci riassumono (ed è sufficiente) ciò che è fugace. L’effetto, e non la causa. Per questo, più che nella Storia, io frugo nel tempo. In questo tempo incessante e diverso, un buco nella sua metafora. Perché l’uomo, tirate le somme, è la metafora della Storia, una sua vittima, anche quando, apparentemente, provi a modificarla e, secondo alcuni, vi riesca. Generalmente gli storici guardano al tempo come qualcosa di lineare e di per sé infinito. Ma quali prove dimostrano che è così? L’elementare ragionamento che il 1500 è precedente alla decapitazione di Maria Antonietta? Come se il tempo traesse qualche utilità da tali segni, come se il tempo si intendesse di cronologia, di progressi, come se il tempo potesse evolvere&#8230; Davanti all’ingenuità dell’uomo che cerca di sfogliarlo, schedandolo, con un’intenzione progressiva, e perfino “progressista”, il tempo, semplicemente, si oppone. D’altra parte, come schedare l’infinito? Però l’uomo non si rassegna a questo timore, e dunque l’incessante invasione di codici, date, calende, etc. I suoi progressi&#8230; Quello che ci sorprende quando nel tempo incontriamo, in qualunque tempo, un personaggio autentico, lacerante, è proprio la sua atemporalità, e cioè, la sua attualità; la sua condizione di eterno. Perché eterno – e non storico – è Achille con la sua collera e il suo amore, indipendentemente dal fatto che sia esistito o meno; come eterno sarà Cristo a causa della sua impraticabile filosofia, che la Storia ne prenda nota o meno. Queste metafore, queste immagini, appartengono all’eternità.</p>
<p>Credo che l’infinito non sia né lineare né evidente, poiché vedere la realtà come una sfilata o una fotografia è osservare, in verità, qualcosa di molto distante dalla realtà. Per questo, il cosiddetto realismo mi sembra esattamente il suo contrario. Dal momento che, nel tentativo di sottomettere questa realtà, di incasellarla, di osservarla da una sola prospettiva (“il realista”) finisce per perderne la percezione completa.</p>
<p>Inoltre, ultimamente, non solo ci ritroviamo (soffriamo) il realismo, ma addirittura il realismo-socialista, cosicché la realtà non solo è osservata da una sola prospettiva, ma da una prospettiva politica. Quale realtà, da questa prospettiva e visuale, dovranno rassegnarsi a registrare (e a vivere) le vittime di questa forma di realismo&#8230;? Sinceramente, se dobbiamo parlare di opere realiste socialiste, possiamo ricordare solo i romanzi di Aleksàndr Solženicyn. Essi, almeno, riflettono parte di una realtà socialista, la più evidente e superficiale: i campi di concentramento.</p>
<p>Non mi stancherò di scoprire che l’albero delle sei della mattina non è quello di mezzogiorno, né quello il cui profilo ci consola al crepuscolo. E questa brezza che avanza nella notte, può essere la stessa della mattina? E l’acqua salmastra, che all’imbrunire il nuotatore solca tagliandola come torta, è forse la stessa del mezzogiorno? Dal momento che il tempo influisce, in modo così evidente, su un albero o un paesaggio, noi, le creature più sensibili, restiamo davvero noi stessi, immuni a tali segnali? Io credo fermamente il contrario: siamo crudeli e gentili, egoisti e generosi, terribili e sublimi, come il mare&#8230; Perciò, forse, in quel poco che ho fatto, e di ciò che ho fatto, e per quel poco che mi riguarda, ho provato a rispecchiare non una realtà, ma tutte le realtà, o per lo meno alcune.</p>
<p>Chi, per truculenza del caso, leggerà qualche mio libro, non troverà una contraddizione, ma tante; non uno stile, ma molti; non una linea, ma vari cerchi. Per questo non credo che i miei romanzi possano leggersi come il racconto di avvenimenti concatenati, bensì come onde che si espandono, ritornano, si ingrossano,  rientrano, più lievi, più ardenti; incessanti, nel bel mezzo di situazioni così estreme che da tanto intollerabili risultano a volte liberatorie.</p>
<p>E penso che anche la vita sia così. Non un dogma, non un codice, non una storia, ma un mistero da aggredire da più fronti. E non con lo scopo di sviscerarla (sarebbe orribile), ma con il fine di non darci mai per sconfitti.</p>
<p>Ed è in questo contesto, quello di vittima inconsolabile e infaticabile della Storia, del tempo, che il nostro amato Fra’ Servando trova la sua corretta ubicazione. Egli giustifica e motiva questa specie di poema informe e disperato, questa menzogna torrenziale e galoppante, irriverente e grottesca, afflitta e amorevole, questo (bisogna pur identificarlo in qualche modo) romanzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Reinaldo Arenas.</p>
<p align="right">Caracas, 13 luglio 1980.</p>
<p><em>Post scriptum</em>: Mi informano che informazioni/informatori disinformate (e patetiche) informano che questo romanzo – <em>El mundo alucinante</em> –, scritto nel 1965, Mencion al Concorso UNEAC, 1966, risenta dell’influenza di opere che sono state scritte e pubblicate in seguito, come <em>Cent’anni di solitudine</em> (1967), e <em>De donde son los cantantes</em> (1967). Influenze simili sono state segnalate anche riguardo a <em>Celestino antes del alba</em>, scritto nel 1964, e Mencion UNEAC, 1965. Trovo in tutto ciò un’ulteriore e incontestabile prova che, almeno per i recensori e critici letterari, il tempo non esiste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le fossoyeur y Don Manuel Bueno, mártir, Miguel de Unamuno – Recensione per la quale è necessario avere letto il libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 May 2012 04:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[eleonora quadri]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[miguel de unamuno]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Cataldo Durante i funerali i parigini mantengono una compostezza invidiabile. In fila indiana, tenendosi appena un fazzoletto sul naso, non sempre vestiti di nero, si aggirano fra le tombe di Montparnasse nella speranza che il proprio caro venga sepolto di fianco a Guy de Maupassant. Piangono, è vero, poi mi notano a due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/15/le-fossoyeur-y-don-manuel-bueno-martir-miguel-de-unamuno-recensione-per-la-quale-e-necessario-avere-letto-il-libro/le-fossoyeur-y-don-manuel-bueno-martir/" rel="attachment wp-att-42451"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/Le-fossoyeur-y-Don-Manuel-Bueno-màrtir-100x100.jpg" alt="" title="Le fossoyeur y Don Manuel Bueno, màrtir" width="100" height="100" class="alignleft size-thumbnail wp-image-42451" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/Le-fossoyeur-y-Don-Manuel-Bueno-màrtir-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/Le-fossoyeur-y-Don-Manuel-Bueno-màrtir-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a></p>
<p>Durante i funerali i parigini mantengono una compostezza invidiabile. In fila indiana, tenendosi appena un fazzoletto sul naso, non sempre vestiti di nero, si aggirano fra le tombe di Montparnasse nella speranza che il proprio caro venga sepolto di fianco a Guy de Maupassant. Piangono, è vero, poi mi notano a due tombe di distanza, in attesa con la mia macchina fotografica – quest’oggetto violento – e reprimono il naturale sfogo del dolore. Io scatto una foto, poi mi giro dall’altra parte.<br />
<span id="more-42450"></span><br />
Rimango in attesa per delle ore, nella speranza di un funerale. Vengo due volte a settimana e mi piace passare del tempo seduto su queste panchine dopo un caffè nell’unico bar economico di rue Daguerre, perché qui, in questo cimitero atemporale, è solo una questione di spazi, perché il mio tempo non coincide mai con quello degli altri, che è quello di una presunta eternità. Quando sono qui ho la strana sensazione che a crescere sia il futuro. Col passare del tempo il passato si affievolisce, e cresce a dismisura l’altro tempo. È come la storia dell’universo che si allarga, mi ripeto spesso. C’è chi venera il passato, che era prima del verbo, nato già coniugato (al passato, per l’appunto), e a ogni funerale mi accorgo di come la chiesa vinca ciclicamente sull’uomo perché ha lanciato un’opa sul futuro: inappellabile fine. Che l’eternità sia dopo, e non prima? Allora penso che l’eternità sia orrenda, e che il futuro ne sia una porzione, una particola di orrore. Il loro dio ha la straordinaria capacità di essere prima e dopo. Noi, solo dopo. È il passato che ci distingue da dio, e questo distinguo si assottiglia man mano che ci avviciniamo alla morte. Dopo c’è solo un’eternità di niente, e se l’eternità è nulla e il passato così poco, allora anche dio non deve avere un gran valore. </p>
<p>Mi distraggo un attimo dai miei pensieri e mi metto a passeggiare per queste strette viuzze cimiteriali. Quando posso, porto sempre un fiore alla Sontag, lo appoggio sul marmo scuro ed elegante, disadorno e ancora fuori dai circuiti turistici. Mi chiedo se desiderare una donna come lei nasconda davvero il desiderio di impossessarsi dell’intelligenza altrui, con un marchio mascherato da stima intellettuale. Nel dubbio le sorrido timidamente, e le lascio un fiore, chiaro approccio patriarcale. Taglio tutto il cimitero, e arrivo al boulevard Edgar Quinet dove il mercato del mercoledì è ricolmo di gente che compra frutta e verdura. Mi attardo a leggere i prezzi e, da bravo immigrato spagnolo, mi lascio circondare dal francese, una lingua che prima di trasferirmi a Parigi immaginavo più dolce, e sorrido all’idea che qualche anno fa non riuscivo neanche a immaginare un francese arrabbiato. Mia nonna me lo diceva sempre, «Non lasciarti abbindolare dall’eleganza». Anche lei morì. E anche lei, come i francesi, pregava in silenzio, con compostezza. Niente a che vedere con le sguaiate richieste delle sue concittadine, convinte che dopo anni di stenti fosse dio a dovere loro qualcosa. «Ne ho viste fin troppe», mi ripeteva mentre a fatica preparava il caffè, «di persone anziane, e sole, indirizzare le proprie paure a dio, renderlo, se non colpevole, almeno presente al loro martirio, di una presenza necessaria e molto vicina alla colpevolezza. È un atteggiamento molto codardo quello di rendere partecipe di un martirio qualcuno, tirandolo in causa incidentalmente. Molto codardo». Poi mi versava il caffè, prendeva un biscotto e mi pregava – piccole contraddizioni cattoliche – di non innamorarmi di ragazzette alla Françoise Hardy, mi diceva che in Francia c’è un mucchio di gente che parla e canta senza aspirare, e mi pregava – ancora una volta con compostezza – di non rinunciare mai a Unamuno, al nostro Unamuno. </p>
<p>Seduto a un bar in rue Delambre leggo qualche pagina del libro che mia nonna mi regalò subito dopo il caffè: “Yo no puedo perder a mi pueblo para ganarme el alma”, dice Don Manuel Bueno, e nella nota a piè di pagina leggo di un’assurda disputa su questa frase. C’è chi pensa che dietro ci sia un pentimento dello stesso Unamuno per le sue continue provocazioni spirituali; chi tira in ballo un anacronistico pericolo di autodistruzione della Spagna. Mi trovo d’accordo con alcuni critici che sottolineano come nella narrazione, al punto in cui si è giunti, Don Manuel non abbia alcun motivo per confessarsi ad Angela. E allora perché? La confessione arriverà più in là con conseguente assoluzione (se c’è sempre un’assoluzione, come si può credere nel peccato?), e con la verità (che arriva sempre, anche se si fa finta di non crederle). “Yo no puedo perder a mi pueblo para ganarme el alma”, forse perché Don Manuel Bueno sarebbe semplicemente libero senza il suo popolo? Potrebbe mostrare quell’eterna tristezza e quell’eroica santità che nasconde a tutti tranne che a Lázaro e Angelina, incarnerebbe la prova martirizzata della falsità della religione. La religione è un trucco, una “tortura di lusso”, una favola fedele a se stessa che rende felice il suo popolo, il popolo di ogni Don peccatore sospeso tra una montagna incrollabile e un lago dove galleggiare a vista. E peccatore lo è davvero Don Manuel Bueno, non perché nutra dei dubbi, ma perché dice di trovare il suicidio nella sua opera e nel suo popolo, tradendo in vita quello che predicava, e disobbedendo, ancora una volta, ai dogmi della Santa Madre Chiesa. </p>
<p>Arriva il caffè, brutto. Non che quelli spagnoli siano più buoni, ma di sicuro costano meno. Mi guardo attorno, e vedo l’ombra della torre pendere sulle nostre teste. Anche oggi non è successo niente, salvo qualche riflessione su un paio di libri che ho letto e riletto. Ripongo il taccuino nel quale ho appuntato queste righe, e in questo giorno di fresco aprile francese mi godo une allumette al cioccolato. </p>
<p>*</p>
<p>[foto di Eleonora Quadri]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>weber allo Z.E.N.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/11/weber-allo-z-e-n/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Cataldo Lui ha la capacità di dire esattamente quello che lei vuole sentirsi dire, con ciò destando la sua ira. Se ne rende conto, ma non può farne a meno, è un debole. Lei, d’altro canto, è perfettamente in grado di discernere le persone, di sezionarle con sguardo entomologo e di trarne giudizi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Lui ha la capacità di dire esattamente quello che lei vuole sentirsi dire, con ciò destando la sua ira. Se ne rende conto, ma non può farne a meno, è un debole. Lei, d’altro canto, è perfettamente in grado di discernere le persone, di sezionarle con sguardo entomologo e di trarne giudizi affrettati, affrettati il giusto. Per dire, l’altra sera a casa di amici si discuteva di Weber allo Z.E.N. e delle critiche che potrebbero muoversi alla sua ricerca in campo, per così dire, urbanistico. «Weber aveva eletto a modello un unicum storico, aveva costruito una teoria su due eccezioni e tutto andava reimpostato salvando il criterio strutturale e reinnestandolo su una scala graduata di autonomia politica dal vertice», sosteneva un’amica. La discussione si allargò ai moti ondosi dell’universalismo e del particolarismo giuridico, cadenzati dalla riscoperta del diritto romano nei secoli e nella storia del caro vecchio continente, sino al ius comune europeo di matrice comunitaria. Ma siccome tutti convennero circa la noia mortale e la sonnolenza causata dall’argomento, misero su un disco di Mark Almond e si domandarono cosa avesse spinto fior fiori di architetti a concentrare la povertà in ghetti autosufficienti e cosa avesse spinto i comuni (i comuni attuali) a trasformare la povertà in cattiveria e in cattività. Mah, chissà. Lei pensò che loro amavano le frasi a effetto. Quindi, che nessuno di loro, neanche la sua amica, erano mai stati allo Z.E.N. <span id="more-38715"></span>Ovvio, anche lei se ne è sempre tenuta lontano, e tuttavia ha imposto la stessa distanza alla conversazione, limitandosi ad ascoltarla e, come sui quartieri popolari, a trarne giudizi affrettati, sebbene – aggiungiamo noi – in parte veritieri. Lui ama definirla equidistante da tutto, e sa che è capace di criticare un libro, e di uno stesso autore porre nel giusto ordine di importanza le varie opere, senza farsi trascinare nella mediocrità di chi ai racconti di Cortázar preferisce i romanzi, o di Sciascia elogia <em>Todo modo</em> invece che <em>Una storia semplice</em>. Nonostante queste indubbie doti, alle volte non è capace di separare, graduandole, l’importanza delle arti da quella intrinseca delle persone, e si ritrova spesso a giudicare un individuo dalle sue letture o dalla conoscenza dell’interpretazione che Valentina Lisitsa dà di Rachmaninov. In quei casi lui la accusa di disumanità totale, mettendola, con la sua scienza quasi omnia, in grave difficoltà. Lui, è quel tipo di persona inetta e però capace di umiliare il prossimo qualora la situazione lo richieda. Più volte si è trovato nella situazione di dovere alzare difese linguistiche agli attacchi che, se non definiremo propriamente fisici, arriveremo a descrivere almeno come sensuali, con tale aggettivo indicando una fisicità che non è tanto nella forza, quanto nella possibilità dell’uso della forza. Un’arroganza intellettuale che è difesa dunque, e non snobismo posticcio. D’altronde, lui allo Z.E.N. è stato una sola volta, ma ha letto più libri sull’argomento. Una volta ha visto anche un documentario. Li si potrebbe definire: lei, totale; lui, parziale, intendendo con quest’ultima aggettivazione non “di parte”, bensì “una parte”. Di cosa?, forse delle proprie capacità, funzione che lei si sforza di esercitare estremizzandole e, dunque, marginalizzandole; lui, al contrario, lascia che si frantumino in particole affidando al caso – razionale rifiuto di dio, ma anche del libero arbitrio, declinando così una specie di ateo fatalismo che non scontenta né il Vaticano né l’UUAR – dicevamo affidando al caso – sarebbe più semplice chiamare questo stato d’animo “neghittosità”, se non fosse parola ascosa che rimanda al più comodo dei vizi capitali, mondo cui prima, però, si è rifiutata l’aderenza – e quindi al caso lui affida il suo intelletto. Punto. E c’è da dire che il caso si è sempre mostrato magnanimo nei suoi confronti, sempre ammesso che la prosopopea del Caso abbia una specifica volontà, e che nel dire ciò non si cada in contraddizione. Come in quel dato evento di cui, forse, avremo modo di parlare. A tutte queste doti spirituali corrisponde un’estetica semplice. Per cui non ci dilungheremo in leziose descrizioni di vestiti ecosostenibili, o di camicie di lino. Basti sapere che il colore che più ama lui è il marrone; lei preferisce i sandali. Li portava anche quando disse «Voi amate tutti le frasi a effetto». In verità ne portava uno, l’altro ha penzolato per una decina di minuti sull’alluce del piede destro prima di cadere sul tappeto. Nessuno si accorse dell’insignificante evento perché il piede destro era nascosto dal tavolo su cui abbondavano vini e portate e, a onor del vero, insignificante fu soltanto per loro, dal momento che, a lei, il contatto nudo col tappeto riportò alla memoria felici ricordi di bambina. Loro rimasero di stucco, ma erano abituati alle eccentriche uscite dell’amica, glissarono e continuarono la conversazione come se niente fosse accaduto. E niente sarebbe accaduto oltre se lui non avesse domandato cosa ne sapesse lei dello Z.E.N. Rispose «Nulla» e aggiunse che non era dello Z.E.N. che intendeva parlare. Ma lui sì «Certo che voglio parlare dello Z.E.N., un acronimo che contiene più di quindicimila abitanti, quando dovrebbe contenere soltanto lettere in numero limitato! Forse parole! Strutture fatiscenti, emarginazione, criminalità e un progetto urbanistico insulare che raddoppia esponenzialmente l’isolamento, da isola in isole. Sei di una disumanità totale. Sai cosa vuol dire vivere allo Z.E.N.?». «No, e tu lo sai? Ci sei stato una volta in vita tua e sei andato a trovare una puttana!». Il fatto, veritiero, merita una digressione. Lui in quel periodo leggeva Musil e, molto borghesemente, si innamorò di Clarisse, tanto da dire all’unica puttana mai frequentata in vita sua – degnamente frequentata, sottolineerà con gli amici – «Vorrei che tu fossi un vizio letterario». Nel gustare il suono delle summenzionate parole non si accorse della lacrima che calò silenziosa, e ovviamente salata, dalla caruncola lacrimale della donna, la quale si sentì un mezzo per redimere o, peggio, per far risaltare l’animo di lui, in nome di quel vizio intellettuale – adesso sì che ci vuole – in virtù del quale una donna in letteratura, sia pure una puttana, risalti più quale specchio distorto delle virtù maschili, penzolando pericolosamente sopra una tavola di legno aspettando che i due si decidano riguardo l’appartenenza di lei. Così si sentiva la puttana, in bilico, sospesa tra lui e il magnaccia, in tal modo rendendogli un gran servizio parificandosi (se non nella geografia) almeno nei sentimenti con Talita. Ad ogni modo lui non le avrebbe spiegato chi fosse costei. Borghesemente pagò e tornò da lei (sua moglie) allontanandosi dallo Z.E.N., quartiere della puttana triste e oggetto di molte dotte conversazioni.</p>
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		<title>&#8220;Il mal di Montano&#8221; di Enrique Vila-Matas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni comisso]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[recensione per la quale è necessario avere letto il libro di Gianluca Cataldo «“È mia opinione che il mestiere dell’opinionista non sia un mestiere”. Così esordiva Manuel Faltausencia in un suo vecchio saggio del 1991, apparso per la prima volta nella rivista madrilena Claves de razón práctica. E non ho alcuno motivo per non credere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>recensione per la quale è necessario avere letto il libro</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>«“È mia opinione che il mestiere dell’opinionista non sia un mestiere”. Così esordiva Manuel Faltausencia in un suo vecchio saggio del 1991, apparso per la prima volta nella rivista madrilena <em>Claves de razón práctica</em>. E non ho alcuno motivo per non credere alla buonafede del suo gioco di parole, del suo inganno. Ortega y Gasset aggiungeva, molto tempo prima, che il linguaggio serve anche per nascondere i nostri pensieri, per mentire. E che l’inganno risulta essere “un umile parassita dell’ingenuità”. E chi siamo noi per non credergli? E se a tanto illustri pensatori chiosa un Canetti, che scrive che “è la precisa conoscenza di quel che si tace a rendere il silenzio così vantaggioso”, come non possiamo trasformarci in tanti parassiti letterari e, come un Borges qualsiasi o un Vila-Matas, dire per loro bocca che non dire, ma lasciare dire, sia meglio che opinare?</p>
<p>È mia opinione – scrivo io che di mestiere faccio tutt’altro – che le opinioni, ultimamente, siano troppe e troppo mollemente tollerate. Come le contraddizioni. E le rivendico entrambe!, le mie opinioni e le mie contraddizioni».</p>
<p>In questa maniera un po’ irritante iniziava un articolo che qualche tempo fa ho letto in uno dei tanti blog su internet. Mi era piaciuto al punto da scriverci sopra, ma durante il trasferimento dall’Italia le poste svizzere (strano a dirsi ma è così) hanno perso tutte le scatole contenenti i miei libri, scatole che, come quelle di Zuckerman, aumentano di anno in anno, decuplicando la mole di citazioni che posso utilizzare, col solo sforzo di memorizzarne la provenienza.<span id="more-37631"></span></p>
<p>Come sempre, sento il dovere di concretizzare le mie idee in qualcosa che non siano le mie idee, in un oggetto alieno da esse, in un contenuto simile all’opinione ma che se ne distacca per una certa oggettività. Tale oggettività è ottenuta, il più delle volte, romanzando un’opinione, nobile intento di renderla più duratura di quanto non sarebbe se lasciata nella sua forma, per così dire, scarnificata.</p>
<p>Ricordo che dopo avere letto quell’articolo telefonai ad Alessandro. Quando rispose gli domandai se fosse in Cile, mi contestò che stava dormendo. «In Cile?», insistetti io, e, con mia gran sorpresa, rispose «No, a casa mia». Strano, lo sapevo in Cile. «Ti sapevo in Cile». Mi chiese per cosa di tanto importante ero disposto a fare una chiamata internazionale.</p>
<p>Non era arrabbiato, lo conosco sin dai tempi del liceo, era piuttosto divorato dalla curiosità, e lo immaginai, dal mio verde e triste letto a una piazza e mezzo, sfregarsi gli alluci nel suo sempre pieno letto matrimoniale.</p>
<p>«Cosa stai leggendo?», domandai infine dopo 23 secondi di suspense. Prevedibilmente finse di adirarsi – «è per questo che ci hai svegliati?» – sentii una voce femminile chiedere che ore fossero. «Sì, cosa leggi?», mi accarezzai l’orecchio sinistro, anche se lui questo non poteva di certo vederlo. Lui, da sempre più veemente di me, stropicciò il suo.</p>
<p>Un’ira fittizia dura giusto il tempo di porre una seconda domanda o, come nel mio caso, di porre  per la seconda volta la stessa domanda.</p>
<p>Calmatosi, ripose «<em>L’arte di tacere</em>, di Joseph Antoine Toussaint Dinouart&#8230; mi piace molto dirlo per intero». «Ah, il buon abate», dissi io. Silenzio. «Ho bisogno di una bella frase a effetto».</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>«Che?»</p>
<p>«Una citazione Alessandro, proprio da quel libro». Stavolta si adirò davvero, perché non era la prima volta che mi rimproverava questo modo discutibile che ho di gestire la letteratura altrui. Era convinto che essere infermi di letteratura non avrebbe creato altro che tanti vampiri letterari alla ricerca di acculturate letture, col solo scopo, ben nascosto dietro gli occhialini tondi – strana frase da parte sua dato che, per inciso, io ho una vista perfetta – di succhiarne l’ingegno, il disgusto e la sofferenza. Una volta mi sorprese a inventare note a piè di pagina ricamandole sull’edizione del <em>Mein Kampf</em> della biblioteca regionale di Palermo. Ero convinto, in quel periodo, che se Foster Wallace fosse nato in Europa non ci sarebbero stati i totalitarismi, ma si sarebbe andati direttamente oltre nel vano tentativo di una spiegazione senza fine di quello che stava succedendo allora.</p>
<p>Ricordo l’ira di Alessandro mentre spezzava la matita con entrambe le mani, senza togliermi gli occhi di dosso, aggiungendo poi che avrebbe preferito che mi fossi convertito in un <em>agrafo tragico</em> piuttosto che in un amanuense da quattro marchi. Alessandro in quel periodo era molto euroscettico, anche se già prima dell’euro parlava quattro lingue e credeva nella stabilità della Deutsche Bank.</p>
<p>Ma forse sto facendo un po’ di confusione con le date, e perdendo di vista lo scopo di questa recensione.</p>
<p>Lo snodo fondamentale è se davvero si è convinti che la letteratura possa salvare il mondo o, al contrario, che il mondo moderno minacci la letteratura. Magari che internet minacci la letteratura. Domandarsi di quali difese disponga la letteratura e se un uomo qualunque, magari un uomo senza qualità, debba ergersi a prosopopea della letteratura e per bocca di un altro (il suo scrittore) parlare in sua vece al giusto tribunale del plagio, se di plagio si tratta. Perché a me pare, che più che essere infermo di letteratura il Vila-Matas del <em>Mal di Montano</em> (l’unico che ci è dato conoscere) abbia reclutato una schiera di Chisciotte per dimostrare proprio il contrario, per palesare all’industrioso mondo di topi che lavora in gran segreto sotto il vulcano dell’isola di Pico, che la letteratura ha già issato le sue difese, basta chiamarle a raccolta tramite uno strano meccanismo di comunicazione-possessione pre/post-mortem. O tramite un diario che, a ben vedere, è postumo come una seduta spiritica. È questo, a mio parere, è il suo libro.</p>
<p>Ciò che mi tormenta è, però, un&#8217;altra cosa. E precisamente quanto bisogna spingersi in là, quanto sacrificare non per la letteratura, ma <em>alla</em> letteratura.</p>
<p>Per essere sicuro che questa piccola recensione anomala del suo libro – anomala e invero troncata di netto – gli piacesse, l’ho inviata prima che al signor Raos, direttamente a Enrique Vila-Matas, tramite il suo editore spagnolo, Anagrama. Mi rispose in maniera, debbo dire, molto stringata: «può essere che la letteratura sia anche parte del mondo nel modo in cui lo sono, ad esempio, le foglie».</p>
<p>Avevo già letto quella frase, ma non ricordavo dove, così ripresi tra le mani qualche vecchio libro e, convinto che avesse avuto una ricaduta – come si ha per un’infermità – nel suo stile, mi misi a frugare tra i ricordi letterari, passando in rassegna le costine dei miei libri e leggendo, di quando in quando, alcune pagine cui avevo posto, in alto, una piccola piegatura. Lo faccio per i miei figli, senza segnare altro, lasciando una pagina di libertà entro cui cercare loro padre, ma questo è un fatto personale che con il mal di Montano ha poco a che vedere.</p>
<p>Mi capitò fra le mani un libro di Comisso, <em>Un gatto attraversa la strada</em>, e mi rimisi a leggere il racconto “due soldati di regioni lontane”, un soldato siciliano e uno piemontese. La loro amicizia passa per la scrittura, non quella tanto letteraria cui siamo abituati, ma la scrittura da apprendere, la scrittura per un’analfabeta che non sa né leggere né scrivere, perché nel paesino sperduto in cui vive, oltre alle pecore che suo padre pascola, è difficile trovare altro. Mi commosse rileggere dell’ansia di sbagliare la “o”, la lettera più facile, la più simile alla ruota di una bicicletta, come Cesco, il soldato piemontese, insegna a Salvatore. Il tempo passa e Salvatore viene congedato. I due si salutano e Cesco gli regala una vera penna stilografica. Forse sto andando troppo oltre nell’interpretazione di un racconto, in fin dei conti, non tra i più belli della raccolta, però il gesto di Salvo, una volta tornato in Sicilia, di affidare la penna alla sua fidanzata, non prima di averle dimostrato che sa <em>davvero</em> scrivere, da sempre mi intenerisce. Dopo «ritornò ai suoi monti, alle sue pecore, ritrovò gli orizzonti lontani solcati di valli, con la limpida aria attraversata dal sole violento a bruciare il suo volto. Vide i tramonti con la prima stella a brillare, e le albe impetuose di luce a succedersi dopo la notte passata con le sue pecore nella grande grotta del monte. Risentì il profumo delle erbe dei suoi pascoli, il sapore del suo pane, e rientrò nel chiuso giro della sua vita di pastore», vedendo tutte queste cose e facendo a meno della scrittura e della lettura, ma, forse, non della letteratura.</p>
<p>Mi capitò di rileggere una frase di Cortázar, lo scrittore che più ammiro: «Estetica, etica, religione. Religione, estetica, etica. Etica, religione, estetica. Il pupazzetto, il romanzo. La morte, il pupazzetto. La lingua della Maga mi fa il solletico. Rocamadour, l’etica, il pupazzetto, la Maga. La-lingua, il solletico, l’etica». Mi sono sempre chiesto, per ogni piccolo elenco, quale sia l’ordine? Se si debba considerare l’ultima parola la più importante, o la prima. Come per tutto <em>Rayuela</em> non ci è dato saperlo.</p>
<p>Infine trovai la frase che Vila-Matas mi scrisse per mail, e la trovai proprio nel <em>Mal di Montano</em>. Ma la cosa che trovai geniale fu che l’autocitazione era, in realtà, una citazione di Magris, e non da un suo libro, bensì proprio da Claudio Magris in quanto uomo, che una notte a Barcellona disse a Vila-Matas: «può essere che la letteratura sia anche parte del mondo nel modo in cui lo sono, ad esempio, le foglie».</p>
<p>Se così è non deve sembrarci troppo grave essere infermi di letteratura.</p>
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		<title>rosa salmone</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/28/rosa-salmone/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 04:00:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
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					<description><![CDATA[(ragionamenti sui colori) di Gianluca Cataldo Il week-end piazza Santo Stefano era solita riempirsi di una girandola di anticaglie, chincaglie di ogni tipo in una riproduzione retrò di un mercatino rionale. Un mercato a spirale che convogliava verso il centro oggetti e ninnoli di ogni epoca, stampe e rilegature datate 1916, contenitori Campbell, mobili carichi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(ragionamenti sui colori)</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Il week-end piazza Santo Stefano era solita riempirsi di una girandola di anticaglie, chincaglie di ogni tipo in una riproduzione retrò di un mercatino rionale. Un mercato a spirale che convogliava verso il centro oggetti e ninnoli di ogni epoca, stampe e rilegature datate 1916, contenitori Campbell, mobili carichi di tarme, copricapo reduci dalle due guerre, feticci della grande madre Russia che probabilmente sarebbe piena di vergogna e, allo stesso tempo, di fierezza per la sua nipotina attuale.<br />
La piazza era cautamente costruita da pietre incastonate, con una leggera pendenza verso il centro dove la sera erano soliti radunarsi centinaia di ragazzi in inconsapevole impossibilità di intifada.<br />
Paolo e Luca gironzolavano senza prestare particolare attenzione ai prodotti. <span id="more-35945"></span>Erano, più che altro, interessati alle facce, anch’esse vagamente retrò, dei venditori, dotti in argento e affini. Per lo più indossavano un jeans e un maglione, logori e colorati entrambi. Barbe lunghe e incolte gli uomini, poco trucco tranne che sulle unghie rosso carminio le donne.<br />
&#8211; Cos’è il governo se non un’abitudine d’altro canto&#8230;<br />
&#8211; Non ho mai sopportato i discepoli di Thoreau. Ora mi verrai anche a dire che bisogna essere prima uomini e poi cittadini il tutto perché durante un’ipotetica guerrilla in piazza Santo Stefano le pietre dovresti portarle da casa?<br />
&#8211; Ne tengo un paio in camerino, sono pezzi del muro di Berlino raccolti da Ignasi Blanch che conservo per disperderli durante un vero scontro.<br />
&#8211; Oh mio dio!<br />
&#8211; E comunque no, credo esattamente l’opposto.<br />
Luca si sedette su di una sedia, al bar, in attesa della spiegazione dell’amico, ritrovato politico e giaciuto in un limbo di pseudo-anarchia nonostante (bisogna dargliene atto) Thoreau. Paolo era solito ingarbugliarsi nelle sue letture fino a rasentare l’alienazione (e il plagio), ma una sorta di snobismo posticcio lo rendeva immune a fare la fine di Sachs.<br />
&#8211; La legge non avrà mai reso gli uomini più giusti, ma oggi, in Italia, essere stati <em>solo</em> uomini negli ultimi venti anni ha creato un abominio governativo.<br />
&#8211; Quindi&#8230; ehm&#8230; ribaltando saremmo tutti salvi?<br />
&#8211; Un uomo saggio sarebbe più utile come cittadino sì.<br />
&#8211; Che emancipazione! Non riesco a credere ai miei orecchi vecchio Karpov&#8230;<br />
&#8211; Guarda quelle bandiere.<br />
&#8211; Ordiniamo un caffè, mi è venuta voglia&#8230; quale bandiera?<br />
&#8211; Le bandiere dell’Unione Sovietica – si mossero verso il bar e sulla strada Paolo si immaginò attraversare miope la rue Montorgueil con le stesse sfocature disegnate da un Monet russo. Dimenticò le bandiere francesi e quella lingua di sole centomila parole, misera. Il pensiero lo commosse mentre uno sbuffo di fumo dell’odor di vaniglia sbuffò, per l’appunto, da una pipa di un rubicondo antiquario.<br />
Ordinarono due caffè, poi ripresero – Quelle bandiere sono già rosa salmone, sono <em>ancora</em> rosa salmone.<br />
&#8211; A me sembran rosse&#8230; – si sorprese Luca.<br />
&#8211; No giovane Kasparov sono rosa salmone e sbiadiscono ancora di più, guardale meglio.<br />
&#8211; &#8230;<br />
&#8211; Il medioevo è un’intonazione ciclica e una forma dei colori. Immagina i colori, immagina l’Italia colorata dai giornali di questi ultimi giorni, è blu e chiazzata di rosso, striata di verde. Immagina l’Europa adesso.<br />
&#8211; Sbiadita?<br />
&#8211; Già&#8230; in Gran Bretagna i fascisti di Griffin, un tanto simpatico nome infangato così, hanno preso due seggi; in Austria il Fpö ha preso più del 12%, valgono la metà dei socialisti, la metà!, mentre in Ungheria hanno preso ancora di più inneggiando a pogrom contro i rom che da noi stuprano a rotta di collo come ci insegnano destre e leghe. In Romania, la Grande Romania ha preso tipo il 9% facendo campagna elettorale, indovina un po’, proprio contro gli ungheresi. Tre seggi e un sequestro di persona di mezzo. Nei Paesi Bassi gli anti islamici e i pirati in Svezia. Quanta amarezza&#8230;<br />
&#8211; Bisogna trasferirsi in Grecia.<br />
&#8211; Tu sai chi era Jan Zajic?<br />
&#8211; &#8230;<br />
Afflitto dall’elencazione mandata giù a memoria in quei giorni di riflessioni, Paolo tacque vagamente stordito. Luca si allontanò dal tavolino e raggiunse il bancone, ordinò due caffè freddi e attese in silenzio guardandosi attorno ed evitando di incrociare lo sguardo della ragazza seduta al tavolo di fianco. Stoico, vi riuscì. Forse non si trattò di stoicismo e magari era inutile camuffare la timidezza con vecchie filosofie ma a Luca piacque tanto quel singulto morale che non riuscì a farne a meno.<br />
&#8211; Eccole il caffè signore&#8230; e ricordati che dobbiamo ancora trovare la valigia.<br />
Paolo annuì, e sorseggiò il suo caffè godendosi il fresco supporto psicoattivo dell’alcaloide naturale.<br />
&#8211; Quanti <em>uomini</em> ci sono ogni chilometro quadrato, quanti uomini saggi?<br />
&#8211; A mala pena uno?<br />
&#8211; Vedo che hai buona memoria Kasparov ma non ti salverà dalla sconfitta perché non hai la risposta alla domanda successiva.<br />
Luca incurvò le spalle e appoggiò i gomiti sul tavolino, rovesciando il posacenere per terra senza neanche accorgersene.<br />
&#8211; Posizione da curioso sfidante, vedo&#8230; e io ti inoltro la domanda: se quegli uomini che, grazie a dio&#8230;<br />
&#8211; “Grazie a dio”?!<br />
&#8211; &#8230; No, <em>per dio</em>&#8230; “grazie a dio”, no!&#8230; che <em>invero</em> sono molto di più di uno&#8230;<br />
&#8211; Almeno due, forse tre.<br />
&#8211; &#8230; Fossero cittadini, fossero <em>di nuovo</em> cittadini, cosa accadrebbe?<br />
&#8211; Che questi intellettuali diffusi, spalmati sull’intera penisola, approfitterebbero della situazione per salvare di nuovo la civiltà europea?<br />
&#8211; Odio quando citi a memoria, però hai centrato il bersaglio, e sai perché?<br />
&#8211; Perché sono incorreggibili?<br />
&#8211; Smettila.<br />
&#8211; Ok&#8230; scusa – davvero contrito.<br />
&#8211; No, perché ci riapproprieremmo di una visione più netta delle cose, ci riapproprieremmo dei colori, di vecchi e, perché no, di nuovi colori.<br />
&#8211; Ti piace così tanto il rosso?<br />
&#8211; Mi piace la sua densità. Mi va bene anche il nero se ha un colore di contrasto e non un’appendice edulcorata di colore verde. Credo che disapprovare il governo adesso sia una cosa inutile perché trova una disapprovazione da uomini, quindi democraticamente inutile, e non da cittadini. Passeggiamo?<br />
Pagarono i caffè e si aggirarono silenziosi per il mercato, ignorando bandiere e suppellettili nostalgiche, cercavano un monocolo. La gente, pensava Luca, sarebbe rimasta di stucco vedendoglielo tirare fuori dal taschino. Si sarebbe aspettata, la gente, una cipolla, un modo barocco di controllare l’ora, impedirgli di correre veloce come il progresso, e invece avrebbe visto un uomo sistemare il monocolo sull’occhio sinistro (una lievissima miopia) e cercare sulla Treccani chi fosse Jan Zajic o, più probabile, controllare gli orari dei treni sul tabellone sempre troppo sfocato, direzione Praga. Non lo trovarono, il monocolo.<br />
&#8211; Siamo così intelligenti da non agire mai – Paolo sembrava pontificare.<br />
&#8211; Non pagare le tasse, sarebbe un bello smacco.<br />
&#8211; Mi piace troppo Manganelli.<br />
&#8211; E allora che si fa vecchio Kasparov?<br />
&#8211; Si compra quella valigia, giovane Karpov.<br />
&#8211; E sia!</p>
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		<title>l&#8217;ustione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[identità nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[(ragionamenti sui tempi) di Gianluca Cataldo Sono capace di dimenticare tutto quello che conosco restando avvinghiato a un’intuizione, al senso generale perdendo dettagli e sgranando la precisione nel mettere a fuoco determinati concetti. So che alcune cose sono giuste, so che alcuni libri sono capolavori e altri meno. So che La pelle narra di uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(ragionamenti sui tempi)<br />
</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Sono capace di dimenticare tutto quello che conosco restando avvinghiato a un’intuizione, al senso generale perdendo dettagli e sgranando la precisione nel mettere a fuoco determinati concetti. So che alcune cose sono giuste, so che alcuni libri sono capolavori e altri meno. So che <em>La pelle</em> narra di uno scorticamento e che Roth può scrivere cinquanta pagine sulla fabbricazione di guanti senza annoiare neanche un produttore di stivali. So che la farfalla di Dinard vola dal mio letto al suo passando per sveglie acquistate in mercati rionali e conosco il sapore del manzanillo perché l’ho bevuto. Non è affatto infuso di carrube, è un semplice frullato di barbiturici e se non ti uccide porta davvero via il ricordo di tutto, il ricordo di quanto io sia stato intelligente, di quanto io sia intelligente, anche se non abbastanza da non finire sul divano, come ogni volta che lei dormiva da me, da non trasformare tutto in un esercizio cattolico quando lei si schiacciava a me e io rimanevo inerte e immobile, inchiodato dalla sorpresa, inchiodato dall’incertezza in una situazione incredibile. Lei era un’ombra tridimensionale incalzante e io non in lei ma quasi, quando ogni singulto era un insulto alla lealtà e ogni muscolo un monumento allo stoicismo. A pensarci bene ho da sempre un’inclinazione alla redenzione. Ho redento la mia religione e l’ho resa origami di sacre scritture, dal momento che per diventare santo la congregazione per la dottrina e la fede richiede due miracoli, come se uno non fosse, di per sé, già abbastanza miracoloso. La chiesa è il volto umano di dio e l’unico con il quale siamo tenuti a discutere, con il quale siamo tenuti a negarlo. La mia azione di ribellione è asintomatica, è una semplice frase interiorizzata: “io non credo”, senza incappare nel fatale errore di un <em>ti</em>. <span id="more-32488"></span>Ho smesso di peccare nell’esatto momento in cui ho elaborato questa frase. Da quel momento le parole hanno assunto un peso differente e al fonema peccato ho cominciato a sostituire quello di reato, fastidio, inciampo o fatto. Il peccato è diventato un <em>fatto</em>, un’azione senza conseguenze per la coscienza, senza condanne per l’anima. L’azione concessami dall’ateismo è una proto-azione squisitamente non-fisica, un fatto che la mia formazione giuridica mi porta a non considerare finché l’ordinamento non gli attribuisce una valenza. L’ordinamento è terrestre e si configura in termini di liceità o illiceità, legalità o meno, con determinati effetti riconducibili ad articoli di codici impaginati in x-press. Nel mio esercizio cattolico, al peccato ormai fatto ho sottratto la <em>mobilità</em>. Quando lei mi porgeva la schiena io le porgevo l’inverso di Moresco e mi ritraevo nella mia intelligenza dicendole che il verbo “segnare” mi sembrava appropriato, che parlare del clitoride in termini di “grumo sfuggente” mi pareva corretto. Non parlavo già allora con dio e l’etica si faceva piccola piccola nel cerchio ombrato del suo ano. Non c’era azione e quindi non c’era redenzione. Restavo incagliato nei miei sacramenti e mi limitavo all’osservazione della sua testa nella stessa prospettiva in cui la conobbi, leggermente piegata dell’inclinazione familiare del collo della gru. Nella stessa pendenza trovai il suo cranio mostruosamente ripiegato fuori dal letto. E mi sovvenne che altre volte mi era successo di ritrovare gesti consueti in sconosciuti o scambi di gestualità. Altre volte gesti costanti assumevano nelle stesse persone significati differenti, lievi storture, impercettibili declinazioni. Andare in Francia, ad esempio, oggi rappresenta una forzatura. Guardare mio padre ascoltare Jarre in silenziosa adorazione da nemesi mnemonica è una forzatura, una forzatura che per primo compie su di sé. Il cattolicesimo permette incontri, giorni dedicati alle visite, feste comandate e scadenze precise da rispettare ogni anno, come se la fede fosse un permesso di soggiorno. Mio padre attende quei giorni per rivedermi, aspetta in religiosa abnegazione il Natale per scambiare due chiacchiere. Entrambi abbiamo rinnegato il libero arbitrio molto prima della religione identificandolo, giustamente, in una concessione ipocrita, e ci attendiamo ogni anno alle stesse scadenze. Gli regalo un vinile, uno ogni dodici mesi, e lui con delicatezza lo ripone assieme agli altri. È una delicatezza sconfitta, molto differente da quella che conoscevo nelle carezze anni e anni addietro. La sua gentilezza nei gesti è un’altra inclinazione leggermente deviata. Invecchiano anche i pregi e assumono una forma esteriore decadente, crepuscolare. Il rovescio di una peculiarità non è l’opposto ma la sua vecchiezza. Canute deformazioni sembrano rendere colpevole mio padre che si muove a disagio tra le bottiglie di liquori accumulate e spartite con gli amici durante le interminabili discussioni sulla svolta della Bolognina. Avevo otto anni quando Napolitano trovava poco naturale la sigla “Partito democratico” e ora che ne ho ventotto Napolitano è il primo presidente comunista della Repubblica e mio padre vota convintamente pd. Confida nella segreteria di Bersani, stima D’Alema intelligente, come tutti d’altronde, attribuisce la caduta del secondo governo Prodi alle incaute dichiarazioni di Bertinotti sul finire della campagna elettorale (scelta di sinistra che ci ha condannato a due soli senatori in più, ingovernabilità), è convinto che la demonizzazione di Berlusconi sia la sua naturale linfa elettorale. Ha acquistato un televisore con decoder integrato considerando il digitale terrestre un’imposizione ineluttabile. Ricordo distintamente le parole che mia madre disse quando ci comunicò la sua decisione di tornare a Milano e vivere con un uomo che aveva conosciuto all’università durante un incontro su Carver e il minimalismo nella letteratura americana. “Io non lascio solo te, io lascio l’Italia”. Mio padre le stava seduto davanti e sprofondò il viso nelle mani, lui che Carver non lo conosceva neanche e amava tanto Flaubert. Io ero appoggiato allo stipite della porta, e non mi voltai nemmeno quando mio madre mi passò alle spalle, la sentii indugiare un attimo, credo che la sua mano sinistra si mosse verso di me, ma poi si ritrasse e senza dirmi niente uscì per sempre dalla mia vita di italiano. Restai a fissare mio padre sperando che quelle spalle curve e singhiozzanti, decorose nel centellinare ogni lacrima, avessero un rigurgito antimetaforico. Nostra madre (a questo punto mia e sua) aveva smascherato la nostra nazionalità, ci aveva caricato sulle spalle tutti i mali dell’Italia come dei Sisifo in cassa integrazione. All’improvviso diventammo, io e lui, perché in quel momento non c’erano differenze tra noi, colpevoli. Gli occhi di mia madre esprimevano quella bontà che rasenta la pietà e si esprime in gesti secchi di compatimento e ripulsa. Non ci furono reclami da parte di mio padre, né urla disperate che dicessero che no, non siamo italiani, ma se non siamo italiani possiamo essere solo apolidi perché nessuna patria ci vorrebbe, che possiamo cambiare se solo ce ne fosse data la possibilità e non è vero che il ventennio è ora perché è finito tutto a puttane e non con un&#8217;impiccagione pubblica dopo una guerra folle. Non so cosa pensasse in quel momento mentre teneva le tempie tra le mani e i gomiti appoggiati sulle ginocchia. So che non fece nulla, neanche allora, so che con accondiscendenza meridionale accolse anche quella verità, quella rescissione di palpebre. Io avevo ventitré anni e mi ero appena laureato in legge con una tesi sul concetto di profitto nei beni confiscati alla mafia, non sapevo cosa avrei fatto da lì a qualche mese e cullavo la mia unica certezza, che non avrei preso l’abilitazione né avrei provato concorsi pubblici. Mio padre mi sembrava così vicino che per paura di un’ustione me ne andai dall’Italia.</p>
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		<title>l&#8217;ideologia è un errore di sintassi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 05:00:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(ragionamenti su tre città) di Gianluca Cataldo Sono cresciuto tra la le macerie dell’ospedale Ingrassia e un bicchiere di rosolio al pistacchio, mia madre mi ha garantito una capacità linguistica che mi ha consentito una sopravvivenza fisica e culturale di cui le sono grato. Le sue paturnie mi hanno forgiato in una decisa convinzione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(ragionamenti su tre città)</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Sono cresciuto tra la le macerie dell’ospedale Ingrassia e un bicchiere di rosolio al pistacchio, mia madre mi ha garantito una capacità linguistica che mi ha consentito una sopravvivenza fisica e culturale di cui le sono grato. Le sue paturnie mi hanno forgiato in una decisa convinzione di superiorità da spendere sulla cellulosa altrui in una redazione romana. Grazie a lei sono disposto ad acquistare ogni barbone di tutte le città nelle quali ho vissuto con la carità che tanto assomiglia a una lettera di dimissioni non datata. Conosco F., conosco Paulo, chiacchiero allegramente con Pierino cui recentemente hanno bruciato il motorino (un vecchio Sì dai colori cangianti). Ho vestito Mario, per tutti semplicemente Bocchino, rimproverandolo garbatamente per i suoi eccessi linguistici al limite della violenza. Mi sono tutti grati, di una gratitudine innocente e speranzosa, inconsapevoli della differenza che passa tra le loro intenzioni e le mie, figlio della logica dell’atrocità attraente da sospensione dell’etica. La loro condizione serve a riscattare la mia, la loro deprecarietà a forgiare nella redenzione la mia stabilità sociale. Non economica bensì ideologica, e sociale. Nella disfunzione borghese da assenza di difficoltà le disgrazie altrui servono a elevarsi a una condizione meno umana, eterea probabilmente, stimabile sicuramente. <span id="more-29546"></span>La sua morte, ad esempio, ha dato alla mia immagine (nel secolo della comunicazione manifesta) una aura regale, degna di nota. Accuratamente sfruttata con ubriacature solidari in taverne compiacenti, idealizzata al punto da considerarla <em>conveniente</em> la sua morte ha assunto connotati del tutto inaspettati. Il desiderio di una disgrazia casalinga, l’attesa per un avvenimento dai contorni tanto decantati e coniugati in tutte le sue forme verbali mi rendeva morboso ogni volta che lei accusava un male oscuro, un cedimento alla sua personalissima cognizione del dolore. Ho aspettato che accadesse, ho <em>fatto in modo</em> che accadesse quando nelle nostre discussioni lasciavo scivolare tra la sua schiena e la mia pancia frasi sussurrate “Se il peccato non esiste più, il suicidio non è più peccato” e lei “Ma non stiamo parlando d’arte” “Oh sì che parliamo d’arte, mia cara” “&#8230; D’accordo. Allora è il suicidio a non esistere più”. So di non essere stato io la causa, non sono la goccia di nessuno, sollecito pensamenti e ripensamenti ma mai decisioni. Lei aveva una predilezione dotta che la portava a preferire i suicidi, Drake, Buckley e, soprattutto, Elliott Smith. Trovava assurda la scelta dei farmaci e non comprendeva questa tendenza alla sofferenza, alle coltellate, questo modo tanto cattolico di pagare per i propri peccati, le proprie depressioni, ogni singola debolezza. Quando non poteva averne suicidava tutti come tanti Pinelli letterari nella sua personale anarchia riguardo le trame dei nostri romanzi. Così Horacio non sopravvisse ad addirittura due letture, ritrovandosi nella tomba fra ben più illustri personaggi, Stavrogin, Edda Ciano e Werther. Allontano questi pensieri mentre giro la chiave della terrazza, c’ho appena passato una cena insieme e non voglio portarli anche quassù. Preparo una sigaretta e mi seggo sulla sedia gialla che ho portato sopra sul finire di Marzo. I tetti di R., di questa parte di R., stonano sensibilmente dall’idea che si ha di questa città. Qualsiasi opinione che si ha di questa enorme capitale devia dalla sua realtà. Qualunque intuizione nasce minata e fallata dalle stucchevoli diversità che raccoglie e intimamente intende mantenere. Ci vivo da cinque anni, ho riletto Pasolini da quando sono qui e ho incontrato Siti, eppure non riesco a trovare una sistemazione lessicale al mio quartiere, salvo ritrarlo come una selva di antenne alla sera. Penso a tutti i tetti che ho spiato in vita mia, rossi di coccio e ideologie, macerie, antenne. Li metto nell’ordine giusto: macerie, ideologie, antenne e mi diverto a costruire frasi a effetto o a prenderne in prestito consumando latrocinio antologico. Le macerie sono fotogeniche; l’ideologia è un errore di sintassi; le antenne sono la civiltà che ci spetta. Comincio dalle macerie che ho lasciato per trasferirmi all’età di 18 anni, per allontanarmi da P., dall’idea di resistenza e immobilità che racconta, che raccontano. Le ricordo ovunque e le ricordo abitate, le conosco senz’acqua e con pesanti chiavistelli a sigillare porte blindate. Rammento le facciate fatiscenti, i tetti scoperchiati, i bagni condivisi in fondo al corridoio. Mi sovvengono i banchetti della frutta che si transustanziavano in alcolici alla sera, il vino dolce che stillava direttamente il conte Cagliostro in eroica resistenza allo spritz. Conosco perfettamente i morti e le resurrezioni annuali, cicliche secondo una cadenza calendarizzata in una giornata dedicata. Ho imparato a impormi una violenza latente ma costante e uno stile di vita minimale, capace di scivolare inosservato fino all’inevitabilità. Conosco i randagi e riconosco quella città di macerie dai suoi cani quando l’anaffettività si sostituisce alla cattiveria. Ho ignorato le cronache locali di editori voraci e assassini, vivendo di un&#8217;informazione nuova, dal basso, tristemente elitaria. Dalle macerie sortivano esseri sensibili e disposti, con i nervi scoperti, a ogni contaminazione, e ogni infezione che li ha sfiorati si è lasciata propagare silenziosamente fino a estinguersi. Ricordo quei palazzi dignitosi, vanitosi e affezionanti al loro decadimento fisico e morale ma non storico, mai! storico. La storia tra le macerie è sempre viva, seppur sotterrata, e brucia come un magma occupando gli spazi che la materia le concede. Alaimo diceva che le macerie sono fotogeniche, io dico che le macerie sono vive, brulicano di una vita scorticata, disossata e prosciugata fino alla sua essenza, una via di fuga meno pavida di quella che ho trovato io, meno ideologica di quella che ho trovato tra i mattoni rossi di coccio della seconda città. Fuggire può sembrare a molti un’azione ma scappare dalle macerie è esattamente l’opposto. Ed è per spirito di coerenza che ho inseguito l’ombra della recente storia politica senza riuscire ad acchiapparla. Sembrava tutto così civile, così definito e pareva essere tutto integro. Alla prima crepa il Buon Governo interveniva per ricostruire, rinnovare e rinnovarsi. Poi lo scarto creato dalla storia appena trenta anni prima si è manifestato in tutta la sua virulenza ma una città senza macerie non è adeguata al propagarsi di un’infezione, non si adatta al suo diffondersi lentamente. Riesce a gestire solo la <em>platealità</em> di una rivolta ma non la sua genesi intima, come intimo non può che essere ogni avvenimento del nostro nuovo secolo. L’intimità le crea imbarazzo, l’isolamento delle volontà la rende sospettosa, le reputa deviazioni, malattie psicoaffettive da curare a secchiate di Par-tot. E nasce un errore di sintassi tra il soggetto manifesto di ogni frase e il soggetto dissimulato. Interrompo il mio pensiero un attimo e mi preparo un&#8217;altra sigaretta mentre mi alzo per sedermi sul muretto che delimita il tetto del palazzo. Scorgo in basso il mio balcone, vuoto, e davanti a me aspiro una lunga boccata mentre ingoio chilometri di antenne. Ho provato a lavarci i denti ma non funziona, ho provato a immaginare i palazzi come enormi grilli di cemento, coscienza collettiva di una città che si è votata anima e corpo ai costruttori, che ripone speranze di integrazione nella metropolitana obliterando la domanda fondamentale o, meglio, ignorando il quesito. L’integrazione tra chi? La borghesia, perché esiste ancora, lo ha già fatto integrando la borgata in un sistema di <em>genuinità</em> che descrive i suoi abitanti come un’onta. La borgata ha lasciato fare e l’integrazione, quella vera, la condivisione degli spazi avviene con i nuovi colori che meticciano la città. A tutto questo i tetti della mia attuale città rispondono con una selva di antenne onde glissare su ogni rivoluzione inconsulta e spontanea decidendo, di canale in canale, quale sia la civiltà che ci meritiamo. “La civiltà non esiste più” mi ripeteva Paolo durante le nostre discussioni in osteria mentre mischiavamo il vino alla Fanta, “L’Europa ha fallito e senza Europa non c’è civiltà amico mio”. Mi ritrovavo a controbattere che non poteva essere tutto finito prima della tanto temuta guerra atomica, prima dell’invasione dell’Iran e della Korea, prima della definitiva vittoria di Israele. “Il nostro progresso ha raggiunto un livello tale che anche l’estinzione è intima”, “No, diamo finalmente poteri al Parlamento europeo, seguiamo la convenzione ONU sulla criminalità organizzata, aboliamo gli Stati in favore di una grande confederazione”. E poi?, mi sentivo rispondere, “E poi? Poi saremo salvi, salvi per sempre. Non mi fido degli Stati Uniti, ho paura di nuovo della Russia e lo scudo spaziale non lo voglio dietro casa, non voglio i missili russi puntati alla schiena&#8230; “, “Credi davvero che l’Europa sarebbe capace di impedire tutto questo? Credi davvero che la volontà dell’Europa conti più di quella ceca o della Polonia?”. Le antenne decidono quale civiltà dobbiamo vivere e lo fanno giorno per giorno, canale per canale. Noi le seguiamo lasciandoci guidare dalle sfumature che scelgono i reggenti dei tg e ci va bene così per il semplice fatto che altrimenti non sarebbe così. Tendiamo all’organizzazione e la rivolta è una sostituzione, una diversità nella dislocazione dei poteri o delle priorità. I cambiamenti che auspichiamo sono spostamenti, riordino di direttori in RAI, la possibilità di esprimere una preferenza di voto. La rivoluzione cui tendiamo, il fine ultimo che cerchiamo di raggiungere con la nostra sedizione è rappresentato da un idolo organizzativo: una nuova legge elettorale. Sistemare casa, tagliarsi i capelli o cambiare città sono sintomi della stessa febbre di riprogettazione che ci assale ogni volta che non riusciamo ad affrontare la radicalità.</p>
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