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	<title>Gianluigi Ricuperati &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Una lettura di “Il mio impero è nell’aria” di Gianluigi Ricuperati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 12:35:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[denaro]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluigi Ricuperati]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio impero è nell'aria]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Valente]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo contemporaneao]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria Valente Dovunque se ne parlasse, leggevo che in questo romanzo c’erano soldi in ballo: un vizio comune, un’attrazione irresistibile, una patologia alla moda  che sembra aver intasato le corsie degli analisti, in una sfida ad accaparrarsi l’ultimo lettino. L’argomento non lo trovavo stimolante, se non che al denaro associo istintivamente, da quando ne [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Valente</strong></p>
<p>Dovunque se ne parlasse, leggevo che in questo romanzo c’erano soldi in ballo: un vizio comune, un’attrazione irresistibile, una patologia alla moda  che sembra aver intasato le corsie degli analisti, in una sfida ad accaparrarsi l’ultimo lettino. L’argomento non lo trovavo stimolante, se non che al denaro associo istintivamente, da quando ne ho memoria, i versi di Pagliarani e capita che mi metta a canticchiare:<em> […] io tiro i remi in barca/ tu tiri i remi in barca abbiamo dalla nostra anche l’araldica. Il denaro si sarebbe tentati di chiamarlo/ fecaloro …<span id="more-38767"></span></em></p>
<p>Soprattutto quando al denaro tengono dietro i sentimenti &#8211; accostamento brutale: tutto un fiorire di  crampi, orticarie, eczema, dopo essere stati quotidianamente invitati a gettare le maschere, a disfarci delle ipocrisie, ad ammettere, in tutta franchezza, che in epoca di precariato, il sentimento è anche, inevitabilmente, questione di moneta, l’istigazione  mi suscita  un conato: e in tempo di guerra o nel dopoguerra o tra gli indigenti o come la mettiamo col baratto? Così, senza dar retta alle chiacchiere o a quella che mi sembrava piuttosto pubblicità negativa,  il libro alla fine l’ho comprato e anche letto e tutto d’un fiato, verificando che, per me, trattava di altro, di tutt’altre faccende che pecuniarie e di che cosa esattamente?</p>
<p>Di un tipo che si è chiuso in bagno. Uno del primo piano che fissava quelli delle mansarde col naso per aria, e se li figurava <em> camminare in fila indiana o </em> <em>accendere fuochi triangolari verso il cielo</em>. Uno che ad occhi aperti sognava di salirci sopra i tetti e salirci <em>con un set di mazze da golf per lanciare palline fosforescenti nelle notti.</em> Uno che concepiva <em>il tempo come un assedio</em> e allora si era circondato di riviste e tutto quanto avesse scadenza periodica per scavarsi una <em>trincea</em>, una <em>muraglia</em> e da lì proseguire i suoi negoziati col timer, fino a che il muro non si sarebbe sbriciolato, crollando su se stesso, come una <em>catastrofe senza senso</em>. Uno che avrebbe voluto essere <em>una particella elettrica, nient’altro che una particella elettrica</em> e aveva finito per fare della sua vita <em>un tour di acquisti di oggetti deprimenti in negozi deprimenti</em> perché i soldi erano <em>un ottimo modo per ingannare il tempo</em> e dell’esperienza in generale,  ricavare solo <em>brandelli</em>: <em>brandelli che riempivano un buco momentaneo e poi spurgavano sostanze inutili e tristi finché il buco era di nuovo il buco</em> e perché,  in fondo, cos’erano tutti gli altri esseri umani se non dei  <em>buchi con un bilancio dentro</em> ?</p>
<p>E   di  una madre. Una madre che  <em>avrebbe cercato di fare di tutto per procurargli qualcosa di veramente luminoso</em> e invece, poco tempo dopo, sarebbe stata  lei a piantarlo in asso,  per cause di forza maggiore,  slabbrando quel buco a dismisura. E allora il libro parla di una madre e  suo figlio, di persone fragili e rapporti intricati. Di un legame madre-figlio. Di una madre volata via e di un figlio, che ha costruito un palloncino d’aria chiamato “impero” per raggiungerla.</p>
<p>Cifra predominante del libro mi è parso il conflitto: col carattere ossessivo di questa dipendenza, innanzitutto, cui, come per ogni altro tipo di dipendenza, trovo calzanti le riflessioni di Guattari: “…. <em>Vi sono dei fenomeni del tipo di quelli che chiamo echi di buco nero, che conducono le persone ad aggrapparsi, costi quello che costi, a certe territorialità, a certi oggetti, a certi rituali, a certi comportamenti sostitutivi, siano essi i più ridicoli o i più catastrofici </em>[…]</p>
<p><em>Di buchi neri ce ne sono dappertutto. Si tratta di sapere se la soggettività li mette in eco in modo tale che tutta la vita di un individuo, l’insieme delle sue modalità di semiotizzazione, dipendano da un buco nero centrale d’angoscia. </em>[…]</p>
<p><em>che va nel senso di una solitudine a vicolo cieco, di un accerchiamento sociale e nevrotico, ovverosia nel senso delle coordinate dominanti del sistema capitalista: ciascun drogato, isolandosi, ripiegandosi su se stesso, taglia i ponti con le realtà esteriori che potrebbero permettergli di venirne fuori. </em>[…]</p>
<p><em>La quadrettatura del territorio, il controllo sociale, implicano l’uso massiccio di due tipi fondamentali di droga, dagli effetti antagonisti, che tengono in pugno gli individui e senza di cui essi diventano folli d’angoscia:</em></p>
<p><em>-una solitudine senza rimedio</em></p>
<p><em>&#8211; una assoluta incapacità di accettare qualsiasi forma, quale che sia, di solitudine, un richiamo costante a tutte le àncore </em>[…]</p>
<p>Precisamente sento questa narrazione  riguardarmi/ci  come spettro di dipendenze  e comportamenti ossessivi e distruttivi, nella cui morsa risultano stritolate le nostre solitudini tragiche, inconsolabili, senza rimedio. Segnalare una via d’uscita, però, non sembra impossibile: l’arte, l’architettura,  certe fantasie o idee improbabili sono riuscite, nel corso della narrazione, a far dimenticare il carattere <em>devastante della dipendenza</em>, prima che tutto tornasse ancora una volta, disgraziatamente, a collassare,  in maniera funesta, sotto il travestimento esilarante di una gaffe triviale, come è tipico dell’ inciampo, dello sgambetto, il brutto tiro che giocano nuove muraglie e isolamenti e  torri eburnee. Resta il presentimento che, alla fine di tutto, esaurite anche le ultime preghiere, sia sempre l’altro, qualcun altro a salvarci, si chiami <em>In My Life, Sound &amp; Vision o Mela Mela,</em> è sempre di qualcun altro che si tratta, anche se gli è toccato solo il tempo di una canzone.</p>
<p>Dopo di che, m’è parso d’imbattermi in un secondo conflitto irrisolto, stavolta col tempo e la memoria, drammatizzato in dialogo serrato tra un’ora, scandita  dal rintocco di  <em>è un giovedì, è sabato mattina, è lunedì</em>…sorta di diaristica  particolarmente concitata verso la conclusione, e un allora, risalente a una vicenda puntualizzata undici anni prima, con cui esordisce e si congeda il personaggio in maniche di camicia, con insistito oscillare tra un tempo ancora precedente, e un tempo di mezzo diviso, tagliato a metà tra <em>il mezzogiorno delle cli</em>niche e <em>la clinica del mezzogiorno</em>; una lotta agonistica tra un passato che non smette di proliferare e il tentativo costantemente frustrato di evadere, <em>fuggire da un rito funebre che non riusciva a rimanere lì, a stare dove doveva stare. </em>Quest’ultimo enunciato, che sembrerebbe estrapolato dal medesimo contesto, in realtà si riferisce ad un’opera precedente, che mi è capitato di leggere quasi a ridosso e di considerarla fortemente implicata: <em>Viet Now- la memoria è vuota</em>, tutt’altro genere, specie di reportage mancato riguardo una guerra sulla quale  nessuno ha più voglia, ormai,  di pronunciarsi oltre alle cose, suscitando stupore, rabbia, delusione nello scrittore che si osserva all’interno di questa evidente, palese, sproporzionata contrapposizione: tra il se stesso occupato a  difendere <em>un passato francamente minuscolo </em>e l’altro che convive con uno dei passati più ingombranti che si possano immaginare, ma che si mostra come non avesse niente da ricordare, salvo poi ricordare lo stesso nel vuoto assordante delle parate, dei musei, degli allestimenti. Il <em>turista della ferita </em>sarebbe corso a<em> comprare i ricordi delle famiglie vietnamite</em> proprio mentre fuggiva da un dolore più prossimo, intollerabile in quel momento, per sentirsi, al termine del viaggio, sul finire di quell’esperienza, qualcosa di molto simile a un animale braccato, da un passato minaccioso, ostile, su cui sembra aver perso completamente il controllo, dopo l’impatto brutale con la scoperta delle guerre quali orge dell’oblio. E, allora, se <em>La fedeltà al passato non è un dato, bensì un voto</em>, come ammonisce Ricoeur, ho immaginato che questo libro  venisse scritto, in seguito, forse proprio  per ricordare, o per dimenticare, <em>se come tutti i voti può essere deluso o tradito</em>,  quanto meno scritto per tentare di ristabilire il controllo, un equilibrio,  sul nervo dello stile, indiscutibile, del suo autore.</p>
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		<title>Cultura fuori dalla cultura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 13:43:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Alfabeta 2]]></category>
		<category><![CDATA[Carmilla]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[dibattito]]></category>
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		<category><![CDATA[Gianluigi Ricuperati]]></category>
		<category><![CDATA[Giap]]></category>
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		<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Inchiesta Nazione Indiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Lipperatura]]></category>
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		<category><![CDATA[ruolo intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[società civile e società intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Vibrisse]]></category>
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					<description><![CDATA[(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; venerdì 22 ottobre 2010) Non solo libri: la «società intellettuale» deve conquistare rilevanza. Oggi più che mai può farlo uscendo dai confini letterari e misurandosi con i temi politici e sociali di Evelina Santangelo «Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; venerdì 22 ottobre 2010)</p>
<p><em>Non solo libri: la «società intellettuale» deve conquistare rilevanza.<br />
Oggi più che mai può farlo uscendo dai confini letterari<br />
e misurandosi con i temi politici e sociali</em></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>«Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro?» Così si interroga Christian Raimo sulla Domenica del Sole 24 ore di qualche settimana fa, dando voce al disagio di quanti in Italia svolgono un lavoro intellettuale scontando la colpa singolare di appartenere a una generazione destinata a vivere la frustrazione della propria ininfluenza. La ragione di questo stato di cose, secondo Raimo: quel «deserto di cultura» in cui ormai si è tutti calati e che i giornali nella loro noncuranza contribuiscono ad alimentare. Un deserto che – come puntualizza Gianluigi Ricuperati – si nutre di quel genere di risentimento (riversato soprattutto nella blogosfera) legato al sospetto che nulla ormai in questo paese sia conseguito e conseguibile in base al merito.<span id="more-37000"></span><br />
Ora, al di là delle polemiche sull’«esistenza o meno» di un autore come Raimo che mi sembra avviliscano il dibattito (quasi chiunque in fin dei conti «esiste» per cerchie ristrette di estimatori), non c’è dubbio che, se c’è molto di vero in queste e altre considerazioni fatte da due autori che stimo, c’è anche a mio avviso una forma, diciamo, di autismo, una tendenza a orientare lo sguardo in modo selettivo, volgendolo a quegli ambiti in cui alcune intuizioni trovano conferme puntuali, esatte. Mentre sarebbe proprio il caso di dire con Giorgio Vasta (La Repubblica, 19 ottobre) che bisognerebbe davvero «cambiare postura psicologica», non solo però – aggiungerei – cercando di mettere da parte ogni alibi per emanciparsi e affrontare l’impresa di inventare un «codice culturale» non assunto di peso dai padri come un dato ereditario, ma provando anche a interrogarsi sul proprio ruolo e sulle responsabilità nuove poste, per esempio, dall’odierna frammentazione in cui finiscono per disperdersi ed essere sommerse le diverse voci che, nonostante tutto, oggi di fatto costellano il panorama culturale italiano.<br />
Ora, un bel po’ di tempo fa, il 13 febbraio, proprio sul Fatto Quotidiano pubblicavo un articolo, («Lo scrittore solo», un articolo forse troppo prematuro per i tempi, chissà) in cui, tra le altre cose, mi chiedevo che genere di responsabilità si dovessero assumere gli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento, e come si potesse spezzare la doppia solitudine in cui molti vivono, ora considerati senza discrimine alcuno come intrattenitori, o produttori qualsiasi di un qualsiasi bene di consumo, ora invece concepiti come simboli cui delegare ogni battaglia etica, politica, culturale (come nel caso di Saviano). In questa doppia solitudine coglievo il segno della irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità come sintesi di intelligenza immaginazione e cultura «capace di generare visioni» o di «dar voce a ciò che è senza voce», per dirla con Calvino. Concludevo poi quel pezzo con una considerazione che oggi mi sembra colga appunto i limiti e le potenzialità di questo dibattito.<br />
Quel che infatti potrebbe fare la differenza tra «l’immobilismo» generazionale di cui parla Raimo e una «nuova postura psicologica», come dice Vasta, è forse proprio una nuova postura spirituale, in cui insieme alla necessità di concepire e dar forma a visioni capaci di interrogare il proprio tempo si sentisse fortissimo il dovere di spezzare il proprio solipsismo più o meno egocentrico, collegandosi il più possibile in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, «quel genere di discorsi a più voci – dicevo in quel pezzo – che danno rilevanza a una società letteraria, intellettuale e artistica». Una «rilevanza» che va prima di tutto conquistata.<br />
E va conquistata anche con la capacità di inventarsi luoghi dove tessere trame, riannodare fili dispersi di intelligenze, immaginazioni, saperi. E va conquistata pure – oggi più che mai – con la capacità di innestare l’ordine dei discorsi specificatamente letterari o artistici in altri discorsi scientifici, politici, sociali, identitari, tutti quei discorsi di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, in modo da ricostruirne l’ossatura spirituale.<br />
Se dunque si volesse guardare con attenzione a quel che sta accadendo nella cultura chiamiamola così, «militante», di questo paese, si scorgerebbe un filo rosso che forse sarebbe il caso di afferrare e seguire. Un filo rosso con cui da più parti si sta provando a riallacciare un dialogo possibile tra quanti sentono l’urgenza di rifondare in modo laico e problematico il ruolo dell’intellettuale in un tempo e in una circostanza, tra l’altro, in cui si è diffusa la convinzione che si possa fare a meno dell’intelligenza (umanistica e scientifica) o che si debba necessariamente farne a meno per mancanza endemica di intelligenze.<br />
Lo si sta facendo in riviste come Alfabeta 2, per esempio, nel cui secondo numero si ragiona e si dà forma (in una pluralità di punti di vista) a una terza via tra «informazione culturale» e «intervento politico»: la via cioè dell’«intervento culturale», con l’intenzione dichiarata di «annodare fra loro fili discorsivi» perduti tra cultura e contesti (economico, sociale e politico). Lo si sta facendo in blog come Nazione Indiana dove si stanno raccogliendo gli esiti di un’ampia inchiesta sulla responsabilità d’autore che ha visto coinvolti, oltre allo stesso Christian Raimo, una trentina di poeti e scrittori di formazione, generazione ed estrazione diversissima (da Biagio Cepollaro a Marcello Fois, da Marco Giovenale a Laura Pugno a Ginevra Bompiani a Michela Murgia&#8230;) Lo si sta facendo travasando riflessioni o cercando di far riecheggiare discorsi tra blog e siti diversi (Vibrisse, Giap, Lipperatura, Carmilla, Il Primo Amore&#8230;) di quella Rete che sarà pure un «egodromo» ma offre anche, come dice Sergio Escobar, «stimoli formidabili e nuovi spazi per le idee». Lo si sta facendo cercando di riallacciare dialoghi possibili tra autori e critici come Andrea Cortellessa o Domenico Scarpa&#8230; appartenenti più o meno alla medesima generazione di «spaesati». Tutti tentativi (questi e altri) forse di costruire intanto una sorta di cittadella immateriale dove circolino idee capaci di misurarsi tra loro e con i vari contesti di cui è fatto lo spazio pubblico in un paese civile.<br />
Per questo forse non è propriamente un caso, ma l’ulteriore manifestazione di un processo piuttosto, quel che oggi sta succedendo anche sulle pagine della Domenica del Sole 24 ore.<br />
D’altro canto, ci sono processi che accadono insensibilmente, attraverso piccoli smottamenti privati o condivisi, affioramenti episodici, fino a quando non succede che tutto ciò si intrecci in un’esile trama. Ecco, forse siamo qui, a questa esile trama di «una piccola civiltà» possibile (che oggi, in un paese che ha perduto se stesso, non può essere solo e soltanto «letteraria», vorrei dire a Christian Raimo). E sarebbe un peccato che se ne perdesse il filo.</p>
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