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	<title>Gianni Maroccolo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Radiodays: intervista a Gianni Maroccolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/27/radiodays-intervista-a-gianni-maroccolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Rocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Maroccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Litfiba]]></category>
		<category><![CDATA[Mirco Salvadori]]></category>
		<category><![CDATA[musica Indie]]></category>
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					<description><![CDATA[Suoni di frontiera scorrono lungo antichi canali in conversazione con Gianni Maroccolo di Mirco Salvadori &#160; Il temibile grand tour nel passato: quando &#8220;l&#8217;eroe della nuova onda&#8221; tutt&#8217;ora combattente, viene a contatto con il microfono del giornalista di turno che inizia a vagare all&#8217;infinito nel suo trascorso artistico, quasi a dover ancora e nuovamente sottolineare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_87323" aria-describedby="caption-attachment-87323" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-87323" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Capture-d’écran-2020-11-30-à-18.13.47-300x293.png" alt="" width="300" height="293" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Capture-d’écran-2020-11-30-à-18.13.47-300x293.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Capture-d’écran-2020-11-30-à-18.13.47-250x244.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Capture-d’écran-2020-11-30-à-18.13.47-200x195.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Capture-d’écran-2020-11-30-à-18.13.47-160x156.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Capture-d’écran-2020-11-30-à-18.13.47.png 742w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-87323" class="wp-caption-text">Photo © Marco Olivotto</figcaption></figure>
<p><strong>Suoni di frontiera scorrono lungo antichi canali</strong></p>
<p>in conversazione con <strong>Gianni Maroccolo</strong></p>
<p>di <strong>Mirco Salvadori</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il temibile grand tour nel passato: quando &#8220;l&#8217;eroe della nuova onda&#8221; tutt&#8217;ora combattente, viene a contatto con il microfono del giornalista di turno che inizia a vagare all&#8217;infinito nel suo trascorso artistico, quasi a dover ancora e nuovamente sottolineare una tenacia che, nel caso di Marok, non ha più bisogno di essere documentata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-87320"></span> Esistono decine di anni a dimostrarlo, testimonianze fissate sul vinile, fiumi di parole scritte sulle pagine di un&#8217;epoca che solo uno stolto può cancellare. Gli anni &#8217;80, quella piccola rivoluzione musicale italiana si è rivelata un importante fenomeno culturale raccontato nelle mille lingue di chi lo ha vissuto ma, come nel resoconto di una narrazione orale, la realtà ha iniziato a perdere i contorni della storicità ben definita, perdendosi nelle varianti del ricordo diffuso. Ecco quindi che le domande poste devono cambiare pelle, trasformarsi in indagine meno sentimentale e più introspettiva. Credo si debba chiedere il permesso di entrare nell&#8217;intimo del testimone di quei tempi per capire cosa realmente sia successo e lo si debba fare nel presente, parlando degli accadimenti dell&#8217;animo e cosa hanno fatto scaturire artisticamente ora, a distanza di quarant&#8217;anni.</p>
<p>Con Gianni Maroccolo lo si può fare, si può chiedere permesso e quella porta verrà aperta permettendo di scoprire il vissuto reale di un musicista e produttore che ha fondato i Litfiba si, ma soprattutto ha creato e sa creare musica capace di basare le sue radici nella cultura non solo musicale odierna, ben lontana dai sempre comunque amati vagiti imprigionati nelle trincee create dalla nostalgia, caliginosa sostanza che invade come gas tossico ogni terra di nessuno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_87325" aria-describedby="caption-attachment-87325" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-87325 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/2PH-MARCO-OLIVOTTO-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/2PH-MARCO-OLIVOTTO-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/2PH-MARCO-OLIVOTTO-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/2PH-MARCO-OLIVOTTO-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/2PH-MARCO-OLIVOTTO-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/2PH-MARCO-OLIVOTTO-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/2PH-MARCO-OLIVOTTO-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/2PH-MARCO-OLIVOTTO.jpg 1800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-87325" class="wp-caption-text">Photo © Marco Olivotto</figcaption></figure>
<p><strong>Com&#8217;è Gianni, come hai affrontato e stai affrontando questa lunga maledetta e invisibile tempesta.</strong></p>
<p><strong> </strong>Più che affrontarla la sto attraversando come tutte le altre tempeste che la vita ci impone di vivere. Passo dallo sconforto alla voglia di non mollare; insomma procede a corrente alternata pur ritenendomi comunque un privilegiato. La mia vita, ad eccezione del contingente e dell’ impossibilità di poter suonare dal vivo, procede più o meno come sempre. Mi manca la frequentazioni dei miei cari, degli amici, ma non soffro le restrizioni né le vivo come una privazione delle mie libertà personali. Cerco di non lamentarmi troppo e continuo a non aspettarmi niente da nessuno né tanto meno dai governi e dai politici. Da sempre abituato a contare solo su me stesso procedo in attesa che il peggio passi. Ognuno di noi ha perso qualcosa o qualcuno in questo periodo, io compreso, ma fa parte della vita e credo sia inutile ricercare ora cause, nemici e/o colpevoli.</p>
<p><strong>Secondo il tuo sentire, questa esperienza andrà a cambiare i rapporti interpersonali, stravolgerà le abitudini del confronto interpersonale?</strong></p>
<p><strong> </strong>Non credo. Ma penso che in futuro riusciremo perlomeno a rivalutare e a dare importanza a certe piccole cose che davamo per scontate o che ritenevamo non essenziali. Spero anche che questo periodo di ristrettezze economiche ci faccia comprendere quanto sia inutile sprecare energie e soldi per il superfluo, il non necessario.</p>
<p><strong>Ora è impossibile agire come verrebbe naturale fare. Vige il divieto di riunione e risulta impossibile creare e distribuire immaginazione, dopo che si è <em>fatto a pezzi il tempo</em> per raggiungere quel sogno. In questo malnato periodo il ricordo rimane uno dei pochi rifugi confortevoli nei quali raggomitolare la propria anima comunque ferita. Mentre ti scrivo sta girando sul piatto la versione rimasterizzata di <em>vdb23</em>, un vero album di ricordi e forti emozioni per chi ora lo sta riascoltando e presumo anche per chi lo ha composto. Tu e Claudio Rocchi, la tua musica i suoi testi. Partiamo da qui Gianni, dal ricordo e dall&#8217;importanza che riveste nel tuo andare.</strong></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="AukTfSL1FoM"><iframe loading="lazy" title="Claudio Rocchi - Suoni di Frontera (1976) Full Album" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/AukTfSL1FoM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p><strong> </strong>Il ricordo è parte del mio presente. E’ dentro di me e condiziona benevolmente ogni mia scelta, ogni mio gesto. Così come Claudio di cui non riesco a parlare declinando ciò che ci unisce al passato. E’ vivo nel mio vivere “qui e ora”. Ogni ferita è destinata a rimarginarsi così come un’ Anima che è stata dilaniata dal dolore. Magari rimane qualche cicatrice visibile, ma le ferite si chiudono sempre. Una delle ragioni che ti portano a procedere senza paura né rimpianti (come diceva Claudio) è la grande possibilità di abbandonare il noto per l’ ignoto. Vdb23 è stata l’ evoluzione in musica di un rapporto umano quasi miracoloso e di un viaggio (ancora in corso) verso la Conoscenza. Questo riguarda, credo, più il legame tra me e Claudio, ma mi piace credere che Vdb sia un’ esperienza che trascende da tutto: dal tempo, da ogni credenza, da ogni moda, da ogni stile. Una vera e propria esperienza di ricerca e di conoscenza interiore e umana. Claudio attraverso Vdb, ci ha lasciato parole e pensieri di una densità e di una profondità Altissima. Sono e rimarranno a disposzione di chiunque abbia il desiderio di abbandonare appunto il noto facendosi trasportare verso l’ ignoto dove spesso ci attendono sorprese inimmaginabili.</p>
<p><strong> <img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-87326" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/6PH-MARCO-PACINI-copie-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/6PH-MARCO-PACINI-copie-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/6PH-MARCO-PACINI-copie-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/6PH-MARCO-PACINI-copie-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/6PH-MARCO-PACINI-copie-250x375.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/6PH-MARCO-PACINI-copie-160x240.jpg 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></strong></p>
<p><strong>Un altro passaggio fondamentale incontrato <em>nelle curve delle strade a sorpresa</em> è il tuo bisogno di ritrovarti solo, di sentire attorno a te questo alone di ritiro dentro il quale poter fare e disfare senza mediare con chi solitamente ti è a fianco nella composizione. In realtà, durante tutto l&#8217;arco dei quattro capitoli del progetto Alone, di artisti ne hai avuti molti a farti compagnia anche se l&#8217;aria che si respira ascoltando il lavoro, ha decisamente il tuo volto e il tuo pensiero. Ti chiedo di fare un ulteriore salto passando dal ricordo alla solitudine o al bisogno di distacco. Da cosa é scaturito e quali i benefici che ti ha donato.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>C’è da dire che sono sempre stato un po’ orso. Non temo la solitudine e mi emoziona la malinconia che niente ha a che fare con la tristezza. Stare a lungo da soli amplifica la bellezza dell’ incontro e del ritrovarsi. Credo possa valere anche per la musica. Affrontare un viaggio in solitaria non significa (almeno per me) necessariamente farlo da solo ma condividere esperienze e incontri speciali… per un attimo ci si ritrova a viaggiare insieme per poi salutarsi e proseguire ognuno verso la propria destinazione. Senza la necessità di organizzarsi, senza il bisogno di decidere e/o pianificare, senza aspettative. Scambi creativi ed energetici magari brevi, ma quasi sempre intensi. <em>Alone</em> è il mio viaggio in solitaria certo, e desideravo da tempo “partire”, ma non ho pensato che sarebbe diventato una classica esperienza “solista” ortodossa. Mi piace troppo la musica di insieme così come condividere e confrontarmi con altri esseri umani, altra musica, note e suoni. Alone non nasce dal desiderio di distacco né dalla scelta di arroccarsi, ma dalla curiosità di sperimentare in primis me stesso in una dimensione fino ad ora mai vissuta per paura o forse per pudore. Forse l’ unico beneficio tratto sin qui da questa esperienza è avere compreso che tutto sommato sono ancora in grado di fare musica e di comporre qualcosa che abbia un senso anche nella dimensione temporale attuale. Così è tornata ispirazione e voglia di produrre ancora, e una maggior sicurezza in me stesso. Come dire… beh, tra tanta musica o pseudo tale, possiamo continuare ad esistere sia io che la mia, di musica. Così anche per me continua ad avere senso proseguire e ricercare un piccolo spazio vitale.</p>
<p><strong>Da solitudine a indipendenza il passo è breve. Indubbiamente tu sei uno dei rari e veri artisti indipendenti ancora in circolazione. Giungi da epoche lontane, nelle quali questo termine aveva un senso reale, un significato che si è perso nel corso del tempo. Sai bene come la penso a tal proposito. Quale, se puoi esprimerlo, il tuo parere a tal riguardo. In questa Italia musicalmente allo sbando, in balia di Talent Show che massacrano la creatività, preda dell&#8217;ignoranza musicale che tutto fagocita e rigetta. In questo palcoscenico sul quale continuano ad esibirsi e vengono scambiati per vivi, i resti dell&#8217;Indie morto da decenni, o dell&#8217;autentica canzone popolare. Nel belpaese tutto finti premi e cotillons, che senso può avere ancora il termine indipendente e quale la difficoltà nel continuare a indossarlo.</strong></p>
<p>Non ci avevo mai pensato ma in effetti, perlomeno nel mio caso, una certa tendenza alla solitudine può avere alimentato non poco il mio desiderio di indipendenza. Nel momento stesso in cui veniamo al mondo ci ritroviamo di fronte ad una serie di convenzioni, regole, usanze che nei primi anni della nostra vita accettiamo come dati di fatto. Poi con il tempo inizi a porti delle domande, a dubitare e a cercare di comprendere se ciò che si era ritenuto scontato e giusto lo fosse realmente. Nel momento in cui ho iniziato a mettere in discussione queste “certezze” ho avuto il desiderio di conoscerle seriamente così da arrivare a poter fare delle scelte per poi ricercare e/o creare alternative congeniali ai miei desideri e alla mia vita. La non accettazione a priori di qualsiasi tipo di “status” ti costringe ad approfondire ma al tempo stesso ti da la possibilità di scegliere. E credo che ogni scelta ponderata ci renda liberi di mente e indipendenti da tutto e da tutti. Comprendere il contesto temporale in cui viviamo (e quello da cui veniamo) aiuta a trovare mezzi, soluzioni, e opportunità per provare a concretizzare i propri desideri. Utilizzare il “contesto” quindi per costruire la propria vita nel modo più indipendente possibile da esso. Fosse per me abolirei il tempo convenzionato e costretto in 24 ore, mesi, anni o tornerei a quando gli intervalli musicali non erano “temperati” etc…. ma tutto non si può avere. Il ritagliarsi la propria indipendenza non è necessariamente, almeno non per me, una questione ideologica. E’, e dovrebbe essere, una necessità vitale.</p>
<figure id="attachment_87329" aria-describedby="caption-attachment-87329" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-87329" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9PH-MONIA-PAVONI-copie-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9PH-MONIA-PAVONI-copie-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9PH-MONIA-PAVONI-copie-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9PH-MONIA-PAVONI-copie-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9PH-MONIA-PAVONI-copie-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9PH-MONIA-PAVONI-copie-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9PH-MONIA-PAVONI-copie-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-87329" class="wp-caption-text">Photo © Monia Pavoni</figcaption></figure>
<p>Applicata alla musica la sostanza non cambia: il talento e la creatività si sono sempre scontrati con il pensiero comune e con le convenzioni sociali di ogni epoca, ma credo sia troppo semplice limitarsi a pensare che si “stava meglio prima” anche perché “prima” magari eravamo diversi anche noi e perché le mutazioni sono inevitabili. Portano con se il marcio e i limiti degli esseri umani ma al tempo stesso sono portatori anche di bellezza e innovazioni che rendono migliore la vita delle persone. Spesso mi sento come una saponetta che fa di tutto per essere inafferrabile sfuggendo più che può da regole, leggi, usi e costumi, ideologie. Così come da etichette, categorie, settori… in musica poi non ne parliamo. Mai sopportato l’ idea che qualcuno possa dirmi che musica faccio, a quale genere appartengo etc…. Tutto odora di ghetto e/o di autocompiacimento referenziale. Non so quale differenza sostanziale possa esserci tra il Festival di Castrocaro e un talent odierno. Dalla hit parade di Lelio Luttazzi a quella odierna di una qualsiasi radio. Non dovrebbe essere un problema capire di che si tratta e scartare o farne a meno per ricercare altre strade. D’ altronde, nonostante i cambiamenti, la musica circola come sempre e come sempre il “mercato” ti propone si e no il 10% della musica che viene suonata e prodotta ogni giorno nel mondo. Vale per chi suona così come per chi è appassionato di musica, scegliere di confrontarsi col restante 90%. E non credo, a differenza di altri, che sia stato il web né le radio né i talent a rovinare la musica perché, ripeto, la musica continua a circolare e ciò che veicola è ciò che componiamo e suoniamo noi musicisti. Quindi: non è che anche da parte dei musicisti vi sia un’ incapacità di leggere il presente che li porta ad avere paura? Ad avere perso il coraggio di sperimentare e di mettersi in gioco? Non è certo figlio di questi tempi la ricerca del successo, del consenso, del profitto, della popolarità. Dell’ Indie poi beh, preferisco non parlare. Un’ enorme lista d’attesa per coloro che desiderano confrontarsi con quel famoso 10%. Ben conscio del mio passato, vivo il presente senza rimpianti e senza lamentarmi anzi, spesso meravigliandomi di quanto le avanguardie siano vive, creative e pulsanti. Proprio in questi giorni ho ascoltato circa 200 pezzi di altrettanti artisti giovani per l’ abituale contest di “Musiche contro le mafie”. Ho scoperto almeno una trentina di giovani artisti a dir poco pazzeschi e comunque, un livello medio davvero molto alto. Guarda caso… li ho scovati in quel famoso 90% !   Ferretti cantava: le insegne luminose attirano gli allocchi e/o, se si preferisce… è una questione di qualità. Continuo a suonare e a produrre perché stimolato da ciò che mi circonda e non da ciò che è stato.</p>
<p><strong>A questo punto si esige il parere di chi da oltre cinquant&#8217;anni si nutre di musica. Cosa ne pensa Marok del panorama musicale italiano e di chi lo frequenta. In quale contesto lo abita e come riesce a viverlo.</strong></p>
<p><strong> </strong>Credo di essermi già dilungato a riguardo. Credo si sia abbassato molto il livello di quella che viene definita “musica leggera e/o mainstream” che dir si voglia, ma che vi sia invece un universo giovanile assai variegato che gode di ottima salute e che mi fa ben stare e sperare.</p>
<p><strong>Esiste una nuova generazione di musicisti e sound artist italiani che decide di stampare il proprio lavoro solo con etichette discografiche estere. Una nutrita e silenziosa rappresentanza artistica per nulla valutata nel proprio paese dove non ha mai trovato serie opportunità. Sto parlando ovviamente del mondo elettroacustico, della sperimentazione elettronica che conta un numero considerevole di esecutori. Tu hai rapporti con questa realtà tutta italiana che si esprime con linguaggio internazionale? E parlando di estero, come viene accolto il tuo suono oltre confine?</strong></p>
<p>Paradossalmente è un bene che certe realtà non vengano considerate nel nostro paese. Uno stimolo in più per pensare la musica e il nostro mestiere in termini universali. Ovviamente dispiace constatare il disinteresse nostrano su certa “musica altra” di indiscusso spessore e valore, e capita spesso che da noi si scopra un artista italiano solo dopo che diventa noto all’estero. Purtroppo non ho rapporti diretti con questi musicisti e un po’ mi duole, ma cerco di seguirli come ascoltatore. Per quanto riguarda me, con la Contempo stiamo facendo i primi tentativi e pare che i feedback siano buoni. Spero di poter tornare a suonare all’ estero; mi manca e tra l’altro, l’ italia mi è sempre stata un po’ stretta. Con i Litfiba ho avuto la grande fortuna negli anni &#8217;80 di suonare tantissimo all’estero; un’ esperienza unica. Forse l’ unico rimpianto che ho se penso al mio passato… ma mai dire mai!</p>
<p><strong> </strong><strong>Affermi di essere un &#8216;vecchio rockettaro&#8217;, termine che personalmente fatico a comprendere nel senso che tutti noi, anziani fruitori sonori alla fin fine lo siamo. Questo però non va a inficiare la nostra voglia di scoprire nuove esperienze di ascolto. Cosa comporta questa definizione ai fini di una costante ricerca in campo sonoro, forse le due cose non possono convivere? Lo sto chiedendo tra l&#8217;altro, ad un musicista e produttore che ha frequentato il conservatorio con i suoi corsi di fonologia e musica elettronica. </strong></p>
<p>Lo sono di fatto vecchio e rockettaro. La musica e le canzoni con cui sono cresciuto mi hanno segnato e formato. Il senso di condivisione e di fratellanza, lo spirito di cooperazione, il desiderio di un’ umanità migliore e non ripiegata solo sulle logiche del profitto e su un dualismo estremo. L’ utopia di un mondo senza diseguglianze e confini, il sogno di poter vivere in sintonia con la natura, in libertà. Come quello di poter fare delle rivoluzioni dal basso non violente, creative. La cultura al posto delle armi, la spiritualità da contrapporre alle ideologie. Una parte della mia esistenza è mossa e condizionata da questo approccio alla vita ed è in questo senso che mi sento ancora un rockettaro. Vivo la musica come un bambino curioso che ha voglia di imparare, scoprire, meravigliarsi, confrontarsi. Grazie alla musica riesco ad ampliare la mia conoscenza ed anche per questo mi sono ritrovato coinvolto in vari aspetti ad essa connessi come ad esempio il “suono”, la psicoacustica, lo studio della fonologia e della musica elettronica del 900 così come a studiare basso e altri strumenti moderni da autodidatta o a frequentare dei corsi di armonia o di percussioni. Ho passato mesi in studio ad imparare ogni tecnica di registrazione, come si posizionavano i microfoni, come interagire con l’ ambiente, con le armoniche, la riverberazione naturale, echi a nastro per creare loop ed echi, i synth modulari, e poi i nastri analogici multitraccia, l’editing, la tecnica di missaggio, l’ uso dei mixer e degli effetti etc…. fino ad arrivare al moderno uso del computer divenuto ormai strumento musicale oltre che un comodo registratore. Ognuno di questi e di altri passaggi ha contribuito ad aprire la mia mente e a mantenere costantemente vive le mie percezioni e il mio desiderio di sperimentare. Parallelamente ho ascoltato (e ascolto) di tutto, assistito a concerti di ogni genere e tipo senza mai affezionarmi particolarmente ad un linguaggio in particolare. Studiavo e ascoltavo Varese, Berio, Pousser o Luigi Nono… poi smanettavo filtri e oscillatori e, una volta finita la lezione, a casa mi sparavo un disco di Frank Zappa per poi dopo cena ritrovarmi in cantina con i Litfiba a suonare e a registrare i nostri provini con un Teac a nastro o un Fostex 4 tracce a cassetta. Il desiderio non è mai stato quello di diventare qualcosa o qualcuno, ma di imparare per poter riuscire a fare/produrre qualcosa. E qui, mi ripeto: “passavo dal noto all’ ignoto”, con gli occhi di un bambino e l’ attitudine del rockettaro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<figure id="attachment_87328" aria-describedby="caption-attachment-87328" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-87328" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/8PH-FRANCESCO-BALESTRAZZI-copie-300x205.jpg" alt="" width="300" height="205" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/8PH-FRANCESCO-BALESTRAZZI-copie-300x205.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/8PH-FRANCESCO-BALESTRAZZI-copie-768x526.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/8PH-FRANCESCO-BALESTRAZZI-copie-1024x701.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/8PH-FRANCESCO-BALESTRAZZI-copie-250x171.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/8PH-FRANCESCO-BALESTRAZZI-copie-200x137.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/8PH-FRANCESCO-BALESTRAZZI-copie-160x110.jpg 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-87328" class="wp-caption-text">Photo © Francesco Balestrazzi</figcaption></figure>
<p><strong> </strong><strong>Uso il rock come fil rouge che ci riporta indietro nel tempo, negli anni &#8217;80 dei quali dovremmo conoscere tutto avendoli vissuti in prima persona, tu più di qualunque altro. L&#8217;altro giorno se ne parlava con Paolo Cesaretti (etichetta discografica Lacerba &#8211; n.d.r.) e con Arlo Bigazzi (etichetta discografica Materiali Sonori &#8211; n.d.r.) e si raggiungeva la conclusione che gran parte di quanto detto e pubblicato è celebrazione o <em>ricordo personale edulcorato di un&#8217;epoca che avrebbe bisogno di essere raccontata più ampiamente e collettivamente prima che la memoria vacilli, </em>citando le parole di Cesaretti che faccio mie. Tu che ne pensi.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Ho vissuto e attraversato gli anni 80 in un attimo; a velocità supersonica. E’ accaduto tutto in un clima di esaltazione creativa collettiva dove, almeno nel mio caso, vivevi intensamente l’ attimo per poi ritrovarti subito dopo a viverne un altro. E un altro ancora. Posso dire che quel decennio per me ha rappresentato una sorta di università della vita. Ci sono entrato che ero un pischellino e ne sono uscito (nel bene e nel male) uomo. Ancora oggi i ricordi sono vaghi perché tutto era eccessivo e tutto accadeva dall’ oggi al domani. Se io per primo non ho messo ancora a fuoco ciò che “ci è accaduto”, immagino come possa risultare confusa per chi non ha vissuto quegli anni. La memoria è fondamentale per ogni aspetto della vita. Andrebbe raccontata e divulgata e non semplicemente celebrata. E credo che spetterebbe a noi per primi che l’abbiamo generata e vissuta in tempo reale, farlo.</p>
<p><strong> </strong><strong>Continuiamo questo vagabondare sui bordi di un&#8217;intervista che probabilmente non ha nulla di classico ma cerca di entrare nel mondo reale dell&#8217;artista a cui si rivolge. L&#8217;immagine che trasmetti è quella di una persona estremamente disponibile, capace di incassare senza comunque rispondere alle provocazioni, continuando a dare senza ricevere. In una realtà nella quale il rispetto per l&#8217;altro ormai passa in secondo piano, viene messo a tacere dall&#8217;ego o dall&#8217;ignoranza, come riesci comunque a perseverare sulla via della calma e del confronto.</strong></p>
<p>Credo in realtà di avere ricevuto tanto dalla vita. Certo, non è stato e non è facile, ma sacrifici e rinunce fanno parte della nostra esistenza. Continuo a credere che si debba dare senza necessariamente attendersi qualcosa in cambio. Un po’ come per l’amore; si ama non perché qualcuno ci ama. Non credo di essere un masochista né tantomeno un bischero (come diciamo dalle nostre parti), ma non sopporto di pormi sullo stesso piano di chi non mi rispetta e/o cerca di fregarmi. Lascio fare e cerco di farmi capire e se poi non si arriva a nulla volto le spalle e saluto. Senza astio né malesseri duraturi. Mi piace, quando e se posso, rendermi disponibile verso gli altri. Lo faccio in modo naturale e senza nutrire delle aspettative. Per troppo tempo ho sofferto sia per il male che mi facevano che per quello vissuto intorno a me, con il tempo ho capito che la colpa era soprattutto mia. Ho incontrato persone che oltre ad aprire la mia mente hanno aperto anche il mio cuore. Grazie alla musica: Ferretti, Battiato e Claudio Rocchi su tutti. Ma anche persone estranee al mio mestiere che mi hanno aiutato a crescere. Forse l’ho già detto, ho ricevuto tanto e non posso che ritenermi fortunato.</p>
<p><strong> </strong><strong>In un periodo che ci permette di vivere solo l&#8217;istante, quale è l&#8217;unico desiderio che Gianni Maroccolo vorrebbe potesse avverarsi.</strong></p>
<p><strong> </strong>Difficile risponderti Mirco. Da tempo ho smesso di desiderare. Il desiderio ti pone in uno stato di attesa. Un’ apnea immobile e infinita. Ti proietta nel futuro e non ti fa vivere il presente. Forse mi sto rincoglionendo, ma da quando vivo con intensità il “qui e ora” sto decisamente meglio e, pare, stiano meglio anche le persone che hanno a che fare con me. Non ho alcun desiderio e nessuna aspettativa.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ultima domanda prima di abbracciarti come si fa con un vero amico, anche se mai fisicamente frequentato e con il quale si sono trascorsi momenti di   reale comunanza e ore travagliate: Gianni Maroccolo, tu conosci l&#8217;inquietudine?</strong></p>
<p>L’ho conosciuta e praticata per anni. Una sorta di “acne giovanile” a cui ho concesso troppe energie e troppo tempo. La Paura genera inquietudine. Ci si ritrova inquieti e titubanti nel procedere. Tutto ci accade intorno ma non ci prevede. E la paura spesso è a sua volta generata dalla “non conoscenza” o, se preferisci, dall’ ignoranza. Ed è la paura che ci rende intolleranti, presuntuosi, cinici, o disincantati e nichilisti. Il terrore di perdere qualcosa ci fa perdere di vista il nostro potenziale umano. La diversità che dovrebbe/potrebbe arricchirci e farci evolvere come specie, viene vissuta invece in modo dualistico e come costante contrapposizione. Lo spirito di cooperazione che dovrebbe migliorarci e migliorare questa terra lascia sempre più spazio all’ egoismo e all’ individualità fine a se stessa. Perché mai devo avere paura, perché darla vinta all’ inquietudine ? Per difendere il mio frigorifero? O per difendere i miei confini? La realtà credo, è che siamo la specie più giovane di questo pianeta. In quanto tale, ben lontani ancora dalla reale emancipazione e evoluzione. Ma impareremo, stiamo imparando. Ma siamo un po’ duri di comprendonio… ci vorrà ancora un po’ di tempo.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Radio days: Alone III</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2020 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro “Tozzo” Nannucci]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Maroccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo “moka” Tommasin]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Swanz Andriolo]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Cazzato]]></category>
		<category><![CDATA[Mirco Salvadori]]></category>
		<category><![CDATA[nina maroccolo]]></category>
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					<description><![CDATA[Anime Stanche di Mirco Salvadori   LEI: Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.   Chissà perché ricordo questa frase di Primo Levi proprio ora, pensava lei tra il follemente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_83171" aria-describedby="caption-attachment-83171" style="width: 384px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-83171" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-19.40.42.png" alt="" width="384" height="384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-19.40.42.png 748w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-19.40.42-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-19.40.42-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-19.40.42-144x144.png 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-19.40.42-250x250.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-19.40.42-200x200.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-19.40.42-160x160.png 160w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" /><figcaption id="caption-attachment-83171" class="wp-caption-text">Immagini di Marco Cazzato</figcaption></figure>
<p><strong>Anime Stanche</strong></p>
<p>di <strong>Mirco Salvadori</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>LEI: </em><em>Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Chissà perché ricordo questa frase di Primo Levi proprio ora, pensava lei tra il follemente divertito e il torpore confusionale che le impediva qualsiasi movimento. Ricordava, ma alla rinfusa. Ricordava quel suo primo e ultimo anno di alberghiero, il professore di Italiano, le sue poesie e la speranza che riuscivano ad infonderle: speranza, bella parola. Ora, supina sull&#8217;orlo dell&#8217;abisso, sentiva un oggetto estraneo accanire dentro il suo corpo, come una bestia che la divorava dal di dentro. Le sembrava di essere distesa sul ponte di una nave in balia della tempesta, scaraventata contro la balaustra di acciaio, dura, spigolosa, maledettamente tagliente. Ecco l&#8217;onda! Pensava terrorizzata tra sé e sé, eccola che affonda e mi invade. Affogo, mi manca l&#8217;aria ma questo non basta, ora so che arriva anche il colpo, eccolo arriva! Questa volta sul viso, direttamente contro quella balaustra che provoca tagli profondi e tumefazioni. Qualcosa le stava squarciando l&#8217;anima, lo faceva in modo scientifico, cadenzato, in un crescendo di follia che trasformava i suoi intestini in carne da macello. Non vedeva né sentiva più nulla se non il feroce canto della violenza che pestava e bestemmiava e malediva mentre lei si rifugiava nel ricordo di quel primo e ultimo anno di scuola vissuto nella meraviglia di una materia sconosciuta che le donava la pace mai trovata e ora le permetteva di comprendere quanto, quanto stanche fossero le bestie di quella poesia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono i maledetti mattoni con i quali hanno costruito questi palazzi! Quei cosi rosso cupo tutti bucherellati fanno filtrare il freddo, l&#8217;umidità e il rumore. Entri in casa ed è come se fossi ancora per strada, nel pieno centro di questa sciagurata periferia che non ti molla con il suo sguaiato dialetto fatto di rifiuti, grigiore, muffe alle pareti, graffiti e quell&#8217;insostenibile rumore di porte sbattute. È come se questo universo di vita grama fosse un immenso stagno e si vivesse immersi nella fanghiglia che ne ricopre il fondale impedendo la vista del fatiscente palazzo, decrepita torre di controllo sopra una palude che non sa darsi pace e non vuole fare i conti con la sua incapacità di amare o di farlo nel modo orribile a cui è da sempre abituata, sbattendo una porta alle proprie spalle, una mano sulla cinta e l&#8217;altra sulla nuca di chi gli sta di fronte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I ricordi si sovrappongono, la fuga necessaria dall&#8217;insondabile profondità del male si trasforma in delirio: le porte del vecchio ascensore si aprono, lei e sua figlia entrano nello stretto abitacolo sommerso di sporcizia e scritte altrettanto insopportabili. Lo specchio, andato in frantumi da anni, sopravvive grazie al triangolo che ancora riesce a riflettere le miserie di quel luogo e il viso tumefatto di una madre che stringe la propria creatura in seno. Indossa gli occhiali da sole che tanto le piacevano, quelli che suo marito le aveva regalato per il compleanno, comprati in qualche bancarella dove vendevano le copie degli originali con lenti in pura plastica. A lei però non importava, quella giornata se la ricordava bene. Si riflette in quel triangolo di specchio e rivede la festa, la torta, lei che apriva il pacchetto, suo marito che sorrideva ancora sobrio, Clara che giocava vicino al tavolo e il tintinnio di un messaggio che giungeva sul suo cellulare. Continua a scendere e riflette davanti quel residuo di specchio, ripensa a lei a suo marito ma ciò che vede sono solo due paia di lenti di plastica nera che riescono a coprire quello che mai avrebbe voluto guardare: le grida di lui che chiedeva spiegazioni per un innocuo messaggio di auguri, la sua mano che lanciava la figlia contro il muro e giungeva ad artigliarle i capelli. Era lo strappo, la caduta sul duro pavimento, il primo calcio ricevuto, il dolore atroce, i capelli usati come si usa una corda per trascinare la bestia al macello, erano le bestemmie seguite dal rumore sordo della porta che sbatteva dietro le sue spalle per una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, diecimila volte! Era la tenebra della disperazione nella quale riecheggiava il rumore sordo di un primo pugno allo stomaco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>LUI: </em><em>E poi son solo. Resta la dolce compagnia di luminose ingenue bugie. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sua moglie la recitava ogni tanto sottovoce, questa strana incomprensibile frase. Erano parole che riuscivano a scatenare un delirio di rabbia nei suoi confusi pensieri. Non sapeva chi ne fosse l&#8217;autore, un vip della tivù forse ma conteneva due parole per lui insopportabili: Solo e Bugie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>ULTIMA ORA: </em><em>I corpi di madre e figlia sono stati ritrovati nello scantinato del palazzo dove abitavano. La morte risale alle prime luci dell’alba. Una valigia è stata rinvenuta vicino all’ascensore ed è all’attenzione degli inquirenti. Sembra che la donna cercasse di fuggire con la figlia dal marito, noto nel quartiere per il suo comportamento violento. L’uomo è ricercato per duplice omicidio.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-83172" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-20.26.51.png" alt="" width="735" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-20.26.51.png 735w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-20.26.51-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-20.26.51-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-20.26.51-144x144.png 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-20.26.51-250x250.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-20.26.51-200x200.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Capture-d’écran-2020-02-27-à-20.26.51-160x160.png 160w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>“Alone – Vol. III”</strong><br />
17 dicembre 2019</p>
<p>di</p>
<p><strong>Gianni Maroccolo</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Non possiedo nome eppure m’invadono tutti.”</em></p>
<p style="text-align: left;">Terzo appuntamento con il disco perpetuo di Gianni Maroccolo: il Volume III di Alone (sottotitolo:Palude)  pubblicato da Contempo Records. La collana si avvale del contributo delle illustrazioni e dell’artwork di Marco Cazzato e dei racconti di Mirco Salvadori. A Lorenzo “moka” Tommasini sono stati affidati post-produzione sonora e mastering. La supervisione è di Alessandro “Tozzo” Nannucci.</p>
<p style="text-align: left;">Il Volume III affronta il tema della violenza contro i più deboli, in particolare donne e bambini. L’animale scelto per questo capitolo è la libellula, figura dal forte significato simbolico. Questo insetto leggiadro ed elegante porta con sé significati profondi.</p>
<p style="text-align: left;">Nella cultura occidentale, è simbolo di equilibrio, pace e libertà. La palude è l’habitat naturale della libellula. L’insetto ha origini umili: nasce nel fondo fangoso di uno stagno, dal quale evade trasformandosi in un animale alato in grado di staccarsi da terra.</p>
<p style="text-align: left;">La libellula rappresenta la trasformazione, la ricerca della verità e la transizione dall’infanzia all’età adulta. La sua vita è caratterizzata da due stadi distinti, ancorché connessi tra loro. Per questo il Volume III è suddiviso in due parti, come due atti di un’opera. Vari temi identificano le scene, che suscitano emozioni contrastanti. Dopo una breve ouverture, si dipanano i due movimenti.</p>
<p>La violenza si manifesta in vari modi: fisica, sessuale, psicologica, economica. Chi commette volontariamente atrocità inimmaginabili verso chi non è in grado di difendersi è facilmente assimilabile a una larva intrappolata in un’oscurità profonda.</p>
<p>Difficilmente riesce a fuggire da quell’abisso, talvolta non lo vuole neppure. Comprensibile l’impulso di raggiungere gli aguzzini nel loro stesso fango e commettere altrettante o peggiori atrocità su di loro. La vendetta non può però farci superare i nostri limiti di larve umane. Il Mahatma Gandhi affermava: “occhio per occhio, e tutto il mondo diventa cieco.” Il nostro destino, invece, dovrebbe essere quello di Vedere. Siamo purtroppo imprigionati in noi stessi, bloccati come i corpi in fondo al mare narrati nel <a href="https://www.nazioneindiana.com/2019/07/17/radiodays-mirco-salvadori/">Volume II</a> e il solitario bue muschiato perso nella tormenta del <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/12/29/radio-days-gianni-maroccolo/">Volume I</a>: questo è il tratto che lega i tre volumi pubblicati fin qui. Come Marok ha già avuto modo di ribadire, la sua musica canta il negativo come un inno alla Vita, non alla sua negazione.</p>
<p>Due gli artisti ospiti del Volume III: Luca Swanz Andriolo recita il testo di Nina Maroccolo “Non possiedo nome eppure m’invadono tutti”. Ne scaturisce una meditazione introspettiva e caratterizzata da momenti di rara emotività. Il Volume III verrà inviato a tutti gli iscritti alla campagna abbonamenti ideata nel 2018 da <a href="https://contemporecords.it/">Contempo Records</a>, ma sarà disponibile per chiunque nei formaticlassici: LP, CD e download digitale.</p>
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		<title>Radiodays: Abissi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jul 2019 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Maroccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Cazzato]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Bernardi]]></category>
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					<description><![CDATA[Alone II SUONO: Gianni Maroccolo SCRITTURA: Mirco Salvadori IMMAGINI: Marco Cazzato VIDEO: Michele Bernardi e Marco Cazzato L&#8217;abisso racconto di Mirco Salvadori Nero, spumante denso catrame, spalanca le fauci e ingoia, spezza, annichilisce, ghermisce il respiro e lo accartoccia nel sibilo atroce della resa alla morte. Piegato in due, raggrinzito su sé stesso, i timpani [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-79880" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-12.58.17-297x300.png" alt="" width="297" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-12.58.17-297x300.png 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-12.58.17-144x144.png 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-12.58.17-250x253.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-12.58.17-200x202.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-12.58.17-160x162.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-12.58.17.png 689w" sizes="(max-width: 297px) 100vw, 297px" /></div>
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<div><b>Alone II</b></div>
<div>SUONO<b>: Gianni Maroccolo</b></div>
<div>SCRITTURA<b>: Mirco Salvadori<br />
</b></div>
<div>IMMAGINI:<b> Marco Cazzato<br />
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<div>VIDEO<b>: Michele Bernardi e Marco Cazzato</b></div>
<p><strong>L&#8217;abisso</strong></p>
<p><em>racconto di </em><strong>Mirco Salvadori</strong></p>
<p>Nero, spumante denso catrame, spalanca le fauci e ingoia, spezza, annichilisce, ghermisce il respiro e lo accartoccia nel sibilo atroce della resa alla morte.</p>
<p>Piegato in due, raggrinzito su sé stesso, i timpani che urlano bisogno di silenzio mentre l&#8217;atroce sibilo penetra oltre la barriera delle palpebre un attimo prima che si spalanchino permettendo alla vista di oltrepassare il lento scivolare del sangue che vela lo sguardo. Una frazione di secondo, la stessa frazione di tempo usata per premere l&#8217;acceleratore e innescare un meccanismo capace di amplificare la devastazione. BOMBA! BOMBA! Le uniche e ultime parole udite prima che il vento furioso creato dalla deflagrazione lo colpisse allo stomaco con la stessa potenza di un bisonte lanciato a testa bassa verso il cuore della tempesta. Piegato in due, raggrinzito su sé stesso, immerso nella nuvola di detriti, coperto dalla pioggia di brandelli di carne, pezzi di arti, interiora strappate, Deepesh pensava al mare, quel lontanissimo e sconosciuto mare oltre il quale avrebbe finalmente trovato pace. Via da Peshawar, incontro ad una nuova vita in una nuova terra che i racconti e il passaparola descrivevano come un vero paradiso.</p>
<figure id="attachment_79881" aria-describedby="caption-attachment-79881" style="width: 434px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-79881" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-3-300x174.jpg" alt="" width="434" height="263" /><figcaption id="caption-attachment-79881" class="wp-caption-text">Immagini di Marco Cazzato</figcaption></figure>
<p>Le corsie dell&#8217;ospedale erano gremite all&#8217;inverosimile, le pareti chiazzate di sangue e vomito imprigionavano le urla di bambini a cui erano state amputate braccia e gambe, la disperazione di madri che avevano perduto i loro figli, il tormento dei mariti che cercavano mogli di cui nulla era rimasto se non un grumo di ossa e sangue ormai indurito. Deepesh vagava di letto in letto alla ricerca di suo fratello mentre l&#8217;angoscia saliva e saliva. Il pugno stretto allo spasimo nella tasca che conteneva il piccolo tesoro sufficiente a farli fuggire, arrancava di respiro in respiro. Nel momento dello scoppio lui si trovava relativamente lontano, mentre suo fratello lo attendeva sotto le arcate del mercato, erano pronti per andarsene, partire, abbandonare quella città che aveva loro insegnato i mille modi nei quali è possibile morire.</p>
<p>Dove sei fratello, dove?!</p>
<p>Lo trovò con gli occhi chiusi, dormiva. Un pezzo di motore gli aveva oltrepassato lo stomaco portandolo via di netto. Mansoor ora dormiva, il suo lungo viaggio era iniziato.</p>
<p>Il polmoni di Deepesh cessarono di inalare ossigeno, degluitiva a fatica ingoiando tutto quel sangue, l&#8217;orrenda vista delle piccole ossa che squarciavano la carne e quegli occhi per sempre chiusi nel sonno senza fine. Povere esistenze le loro, segnate dalla miseria e dalla mancanza di genitori che li tenessero per mano accompagnandoli lungo sentieri privi di mine anti-vita. Una sventagliata di mitra li aveva uccisi entrambi, lì sugli altipiani del Kashmir. Un vecchio amico di famiglia li aveva portati lontano dalla guerra, nella grande città dove tutto è più facile, dove si impara a scrivere e leggere, dove si lavora e ci si sposa. Finalmente una nuova possibilità subito interrotta dal rumore secco di una cinghia che vibrava nell&#8217;aria e colpiva dura, tagliente, cattiva come lo sguardo di quell&#8217;uomo che li obbligava a rubare per guadagnarsi del pane. Deepesh e Mansoor, due fratelli, due anime che si accompagnavano alla morte, la sfioravano continuamente odorandone l&#8217;acre effluvio, l&#8217;accarezzavano sfilando veloci i portafogli dalle tasche e gli orologi dai polsi. Erano cresciuti così, giocando con essa, imparando a conoscerla bene, tanto da usarla con dovizia, appoggiata alla lama di un coltello che una notte affondò nella gola di quel vecchio amico di famiglia trasformatosi in un feroce maestro di terrore.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-79883 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4-768x766.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4-1024x1021.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4-250x249.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4-200x199.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/abisso-4.jpg 1417w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Il pugno stretto nella tasca a trattenere il piccolo tesoro, Deepesh cercava di non addormentarsi a bordo del camion che lo trasportava verso la costa assieme a decine di altre anime vaganti. Aveva viaggiato per mesi, attraversato deserti, montagne e mari. Aveva sopportato la fame e la violenza delle guide che chiedevano denaro ad ogni cambio mezzo e per ogni indicazione. Aveva assistito a violenze, stupri, abusi, omicidi, risse per un tozzo di pane ma proseguiva imperterrito con la consapevolezza di esser solo in quello strano mondo nel quale il sorriso è negato e un coltello può risolvere tutto in un solo istante. Quello era l&#8217;ultimo tratto, gli avevano detto. <em>Preparate la somma stabilita che stasera vi imbarcheremo per la Sicilia</em>. Deepesh non sapeva dove si trovava, né sapeva che fosse quel nome che avevano pronunciato gli esseri che nulla avevano di umano. Il loro sguardo passava oltre la persona, non ti vedevano ma annusavano l&#8217;odore dei soldi che serbavi nascosti e questo gli bastava per tenerti in vita. Ne aveva già conosciuto uno così, gli facevano paura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il fetore delle 500 anime richiuse nella stiva della nave che vagava da giorni lungo le mille rotte del Mediterraneo era insopportabile. Deepesh, vomitando per il mar di mare, si chiedeva se fosse quella la distesa accogliente che da anni sognava. Il rollio aumentava di ora in ora, la tempesta si stava avvicinando quando i boccaporti si aprirono e fu dato l&#8217;ordine di salire. Una volta sul ponte crollò in ginocchio, stremato. L&#8217;urlo di quel mare in tumulto gli ricordava lo stesso grido disumano del mostro carico di dinamite esploso davanti agli occhi increduli di suo fratello. La stessa violenza, voracità, furia. <em>Presto imbarcarsi nell&#8217;altra imbarcazione, fate veloci! </em>Affacciandosi sul nero inchiostro la vide. Era una vecchia malandata imbarcazione in legno di 18 metri tenuta assieme da corde che la reggevano in bilico sul baratro dello sfascio. Fece per voltarsi e tornare indietro, ma la canna di una pistola fermò la sua corsa, <em>o salti o t&#8217;ammazzo dove sei!</em> Era il capitano della nave, completamente ubriaco. <em>Avanti salite a bordo, avanti bastardi! </em>Quasi 400 anime si allontanarono su quel battello infilandosi nella bufera che non perdona, un piccolo puntino di assi marcite perduto nell&#8217;immensità di un mare in delirio. Deepesh si rifugiò nella stiva, mentre le immagini che coloravano di nero la sua vita sfilarono davanti ai suoi occhi. Follia, soprusi, fame, violenza, sangue, morte. Via via portatemi via, dai dai avanti, avanti!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo schianto, quel fragore che ovunque lo insegue al pari di un mostro assetato di sangue, giunge improvviso. Ferito a morte, il piccolo scafo si sfascia mentre l&#8217;acqua inizia a penetrare nella stiva dove in molti, troppi, hanno cercato rifugio. Il buio inizia a ghermire l&#8217;anima e l&#8217;acqua i polmoni. Trattieni il respiro, Deepesh, trattienilo all&#8217;infinito, dai che ce la fai, in fin dei conti tu hai una lunga frequentazione con la morte. Non cedere trattieni, non badare agli altri, non guardare il bianco dei loro occhi che esplode nel nero della notte. Trattieni la vita piccolo uomo, non aprire i tuoi polmoni, no non tentare di respirare! NO! Ed il nero, spumante e denso catrame, spalanca le fauci e ingoia, spezza, annichilisce, ghermisce il respiro e lo accartoccia nel sibilo atroce della resa alla morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Che la piú piccola parte di pelle sia protetta.<br />
Che nulla possa sfiorare il bozzolo nel quale cerchi rifugio e calore.<br />
Il silenzio ti sia amico e plachi il battito veloce, annienti le visioni e ti ripari.<br />
Che anche la piú piccola parte di pelle sia protetta,<br />
tenuta a miglia di distanza dall&#8217;abisso della perdita.</em></p>
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<p><strong>Mode d&#8217;emploi del progetto</strong></p>
<p>a cura di <strong>Gianni Maroccolo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ABISSI</strong></p>
<p>Il naufragio della F174, conosciuto anche come “la tragedia di Portopalo”, fu un sinistro marittimo avvenuto in acque internazionali, la notte di Natale del 1996. Circa 30 km al largo di Portopalo di Capo Passero (SR), affondò una vecchia barca di legno, gravemente sovraccarica di clandestini provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka. Morirono almeno 283 persone. L&#8217;incidente rappresentò all’epoca la più grande tragedia navale del Mediterraneo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. La storia di questo naufragio è stata già narrata in diversi libri, spettacoli teatrali, fiction e altro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Volume II di Alone non intende tanto ri-raccontare in musica quella tragedia, quanto narrare cosa viva e possa provare un essere umano che decide di lasciare il suo paese per costruirsi una nuova vita altrove.</p>
<p>Intende narrare, al “tu” in ascolto, cosa significhi venire privati di ogni diritto e della dignità. Cosa avvenga quando ti rendi conto che la tua vita vale meno di niente. Quando rimpiangi di essere nato e la disperazione lascia spazio a qualcosa che non avevi mai considerato. La tua vita terrena che sta per finire mentre vedi e senti l’acqua entrare nella barca, e non puoi fare nulla perché sei chiuso in una stiva senza alcuna via di uscita.</p>
<p>I minuti diventano eterni, l’acqua sale e ti rendi conto che la tua vita sta finendo. Soffochi lentamente mentre il liquido ti invade i polmoni. È atroce: peggio di una pallottola, della sedia elettrica, di un tumore che consuma. Soprattutto, a nessuno frega un cazzo di te. Prima, durante, dopo.</p>
<p>Questo è disumano, e purtroppo pochi lo comprendono. Forse solo una situazione affine potrebbe farlo intuire, e far capire quanto la logica del profitto, la dualità inculcata con ogni mezzo lecito e illecito ci abbia resi simili a belve insensibili a tutto. Far capire quanto poco valore questa logica dia al nostro passaggio terreno in questo universo ben più grande e ricco (grazie al Cielo) di noi, piccoli esseri umanoidi presuntuosi e incompleti. Siamo sì e no l’uno per cento degli esseri viventi su questo pianeta, e tuttavia pretendiamo di gestirlo come fosse cosa nostra. Come se non bastasse, esercitiamo il potere attraverso convenzioni che ci ingabbiano e ci pongono in una condizione costante di conflittualità in cui l’unico scopo è quello di assomigliare il più possibile a chi sta meglio di noi.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-79884" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-13.09.51-300x300.png" alt="" width="401" height="401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-13.09.51-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-13.09.51-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-13.09.51-144x144.png 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-13.09.51-250x250.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-13.09.51-200x200.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-13.09.51-160x160.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Capture-d’écran-2019-07-13-à-13.09.51.png 745w" sizes="(max-width: 401px) 100vw, 401px" /></p>
<p>Poi c&#8217;è la paura di perdere qualcosa. Qualcosa di nostra esclusiva proprietà: agio virtuale, sicurezze, soldi, lavoro. Sono la paura e la non-conoscenza a trasformarci in belve.</p>
<p>Perdere cosa, poi? Potremmo distribuire più equamente le risorse disponibili, evitare di acquistare cose inutili, senza renderci conto che mentre lo facciamo altri muoiono di fame e di guerre al punto di tentare la fuga su un barcone. Non finirà: appena il surriscaldamento del pianeta ne renderà incoltivabili certe parti, e non vi sarà più cibo, altro che barconi, altro che fenomeno migratorio. Leggi, leggine, frontiere, parlamenti: ma nemmeno le armi potranno impedire un grande esodo di masse umane. Dualità appunto: uno contro l’altro.</p>
<p>Alcuni giorni dopo il naufragio, i pescatori iniziarono a recuperare nelle loro reti resti umani e del relitto, ma non dissero nulla. Temevano che un’eventuale inchiesta avrebbe potuto causare l&#8217;interruzione della pesca, unica loro fonte di sostentamento. Solo cinque anni più tardi, un pescatore rivelò a un giornalista sardo il punto dove giaceva il relitto, a 108 metri di profondità.</p>
<p>È difficile immaginare quanto sia stata atroce e lenta l’agonia di questi esseri umani. I “clandestini”, dopo avere pagato circa 7.000 dollari a testa ai trafficanti (altri 7.000, a saldo, li avrebbero versati all&#8217;arrivo in Italia), viaggiarono per quattro mesi attraverso Kurdistan e Turchia. Vennero convogliati verso il porto de Il Cairo, e qui, dopo aver versato altri 1000 dollari a testa agli scafisti, vennero imbarcati sulla “<em>Friendship”.</em> La nave non salpò subito, perché si attendevano altri “clandestini” per partire a pieno carico e ben ammassati: come carne da macello.</p>
<p>Dopo dodici giorni, tutti furono trasbordati su una nave da carico honduregna, la “<em>Yohan”</em>, che prese il mare con circa 500 persone a bordo. I “passeggeri” vennero ammassati nella stiva: condizioni igieniche zero, pane e acqua come cibo. In prossimità delle coste italiane, avrebbero dovuto essere trasferiti su un’altra nave per l’ultimo tratto di navigazione.</p>
<p>La nave era un battello maltese senza nome, identificabile solo dalla sigla “<em>F174</em>”, che incrociò la “<em>Yohan”</em> la notte tra il 25 e il 26 dicembre. La “<em>F174”</em>, era un’imbarcazione in legno lunga 18 metri e larga 4. In pessimo stato e con tutti i sistemi di sicurezza fuori uso, poteva imbarcare al massimo 80 passeggeri.</p>
<p>I “passeggeri” della “<em>Yohan” </em>salirono in massa sulla “<em>F174”</em> fino a farla vacillare pericolosamente per il peso eccessivo. I trafficanti decisero allora di far ritornare sulla “<em>Yohan” </em>un centinaio di persone e di partire lo stesso con oltre 400 “passeggeri”. Il Comandante della “<em>F174”</em> si rese conto quasi subito che non avrebbe mai raggiunto le coste siciliane a causa dell’eccessivo peso, ma soprattutto per una falla apertasi a prua durante i trasbordi. Chiamò quindi la “<em>Yohan” </em>in suo aiuto<em>, </em>ed essa raggiunse in qualche minuto la nave che aveva già iniziato a imbarcare acqua in stiva. In quella barca viaggiavano oltre 300 esseri umani, gran parte dei quali nella stiva, con i boccaporti bloccati dagli altri “passeggeri” stipati sul ponte.</p>
<p>Il mare è in burrasca e il comandante della “<em>Yohan” </em>non riesce a governare la nave: sperona la “<em>F174”</em> che si spacca in tre e inizia ad affondare trascinando negli abissi non meno di 283 persone. Il comandante della “<em>F174”</em> e una manciata di superstiti vengono raccolti dalla “<em>Yohan”,</em> che riparte subito verso la Grecia. Lì scarica 170 sopravvissuti, che vengono segregati in un casolare di campagna per evitare che possano raccontare l&#8217;accaduto.</p>
<p>Questo avviene nel 1996, non nel Medioevo. Qualcuno riesce a fuggire, e racconta la storia alla polizia greca. Le testimonianze non vengono ritenute credibili. Tutti vengono arrestati.</p>
<p>Nei giorni a seguire, la “<em>Yohan”</em>, continuò a sbarcare in Italia “passeggeri” fino a che non venne sequestrata dalle autorità italiane. Tuttavia, non fu aperta alcuna inchiesta: mancavano prove e riscontri oggettivi sulla tragedia di Natale. Nessuna testimonianza, niente di niente. Nel frattempo, i cadaveri ripescati dai pescatori di Porto Palo, chiamati in gergo “<em>tonni del Mediterraneo”</em>, venivano gettati nuovamente in mare.</p>
<p>Seguirono cinque anni di silenzio abissale. Poi, grazie alle ricerche del giornalista, il relitto venne finalmente localizzato. Nonostante le proteste dei parenti dei defunti e il ritrovamento del relitto, lo Stato italiano non permise il recupero dei rottami e dei cadaveri, né l’apertura di un’inchiesta. Questa fu una delle tante mattanze di “<em>tonni del Mediterraneo”, </em>e non fu l’ultima.</p>
<p>Pochi anni dopo, vi fu la strage di Lampedusa. Sentirne parlare o vederne le immagini alla televisione non basta: è necessario andare oltre. È opportuno <u>sentire</u> ciò che le vittime hanno vissuto. Provarlo sotto la pelle, vedere i loro occhi nei nostri mentre una morte orrenda e priva di senso li porta via, soffrire quanto loro. Lo scopo è guardarci dentro fino a provare ribrezzo per la nostra cinica indifferenza.</p>
<p>Siamo carnefici quanto i trafficanti: non possiamo continuare a far finta di nulla o limitarci a provare tristezza durante un TG, magari a tavola, tra il primo e il secondo. Né basta mandare qualche offesa ai governanti di turno, le cui colpe sono pari alle nostre. Non possiamo essere così stronzi da permettere ancora mattanze di “<em>tonni”</em>: che siano del Mediterraneo o meno poco importa.</p>
<p>Alone Vol II nasce per descrivere con l’unico mezzo a mia disposizione (la musica) cosa si provi ad affrontare un viaggio simile, per poi morire in maniera atroce. La speranza è che magari, tra il primo e il secondo, qualcuno pianga invece di pensare che “se la sono cercata”. Gli uomini sono fatti per viaggiare, conoscersi, condividere culture, tradizioni e speranze. Inutile costruire muri, confini, barriere… inutile abboccare a chi ci mette gli uni contro gli altri e ci infonde paura fino a tirare fuori la parte peggiore di noi.</p>
<p>Sono consapevole che un disco non abbia il potere di cambiare granché, ma continuo a credere, come diceva Claudio Rocchi, che una canzone possa salvare una vita. Credo che ogni musicista, anche per la fortuna di essere tale, abbia dei doveri oltre che dei privilegi, nei confronti degli altri e del pianeta in cui viviamo. Sarò un sognatore, un visionario del cazzo forse retorico, ma sono fatto così. In questo disco racconto la morte perché amo la vita e amo e rispetto ogni singolo essere vivente del pianeta che abitiamo.</p>
<p><strong> </strong><strong>Alone Vol II</strong></p>
<p>Alone Vol II è un LP senza una vera divisione in “lato A” e “lato B”. Al di là della necessità tecnica di avere due lati, gli stessi non saranno identificati, perché l&#8217;opera è intesa come unitaria. A maggior ragione questo varrà per la versione in CD.</p>
<p>I due lati fisici dell&#8217;LP di Alone Vol II sono occupati da un lungo brano ciascuno: IMUS, suddiviso in sei temi. Un lato conterrà i temi (provvisoriamente chiamati 1-2-3-4-5-6) suonati da me soltanto; l’altro lato, gli stessi temi in ordine inverso (6-5-4-3-2-1) rivisitati liberamente attraverso il contributo compositivo e creativo degli ospiti di questo volume.</p>
<p>La struttura ha un significato metaforico e circolare: i sei movimenti del primo brano rappresentano il viaggio verso la morte dei passeggeri della nave, dalla partenza fino all&#8217;affondamento. Il secondo brano, al contrario, rappresenta una ri-emersione e un ritorno alla vita. Il senso finale è positivo: il movimento verso il basso è solitario e claustrofobico, quello verso l&#8217;alto non può prescindere dalla presenza di nostri simili con i quali condividiamo idee, energia e bellezza. Si tratta, quindi di un viaggio di andata/ritorno. Il dualismo delle immagini (luce/buio, superficie/abisso, vita/morte, discesa/innalzamento) rappresenta, paradossalmente, proprio ciò che personalmente ritengo essere la causa di molti nostri mali: la dicotomia, la divisione in categorie rigide. Unendo in un tutt&#8217;uno armonico questi concetti opposti, si riesce a comprendere che il Tutto è maggiore della somma delle singole parti, e che una moneta ha sempre due facce – ma non sarebbe tale senza di esse, unite tra loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Radio days: Gianni Maroccolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/12/29/radio-days-gianni-maroccolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Dec 2018 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Maroccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Cazzato]]></category>
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					<description><![CDATA[Altrove di Mirco Salvadori  Lento sembra vagare per la tundra, lo sguardo calmo dal riflesso lucente. Da lontano appare come uno scuro batuffolo che si muove con leggera gentilezza, una delicata creatura giunta fin qui dopo miglia percorse nel lampo del tempo che trasforma lo zoccolo, da tenero supporto del sogno a possente appoggio capace [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_77237" aria-describedby="caption-attachment-77237" style="width: 366px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-77237" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/48983832_362402681220425_5908714932924317696_n.jpg" alt="" width="366" height="369" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/48983832_362402681220425_5908714932924317696_n.jpg 945w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/48983832_362402681220425_5908714932924317696_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/48983832_362402681220425_5908714932924317696_n-298x300.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/48983832_362402681220425_5908714932924317696_n-768x774.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/48983832_362402681220425_5908714932924317696_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/48983832_362402681220425_5908714932924317696_n-250x252.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/48983832_362402681220425_5908714932924317696_n-200x201.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/48983832_362402681220425_5908714932924317696_n-160x161.jpg 160w" sizes="(max-width: 366px) 100vw, 366px" /><figcaption id="caption-attachment-77237" class="wp-caption-text">Immagine di Marco Cazzato</figcaption></figure>
<p><strong>Altrove </strong></p>
<p>di<strong> Mirco Salvadori</strong></p>
<p><strong><em> </em></strong>Lento sembra vagare per la tundra, lo sguardo calmo dal riflesso lucente. Da lontano appare come uno scuro batuffolo che si muove con leggera gentilezza, una delicata creatura giunta fin qui dopo miglia percorse nel lampo del tempo che trasforma lo zoccolo, da tenero supporto del sogno a possente appoggio capace di sostenere il lungo e faticoso viaggio di una vita attraverso il suono del proprio respiro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I ricordi lo attendono acquattati tra i licheni che giacciono semi sommersi dall’umidità del terreno. Uno in particolare continua ad apparire in tutta la sua lucida violenza, un ricordo che risale alla sua gioventù, quando ancora l’innato bisogno di scoperta rendeva inutili i richiami e le raccomandazioni dei compagni. Era come un canto che all’improvviso iniziava a propagarsi lungo le pianure e i crinali delle montagne, una voce suadente che accarezzava tutto il corpo suscitando brividi di piacere. A volte si percepiva come armonia che scendeva leggera dal cielo azzurro, altre iniziava a farsi udire quando le nuvole si coloravano di nero, esplodendo in un furioso e incontenibile urlo. Impossibile resistergli, impossibile non cedere all’impeto della natura seguendolo per scoprire fin dove l’avrebbe trascinato. Iniziava così a filare precipitandosi verso i limiti invisibili, oltre le immense pianure che occupavano le stanze del suo mondo. Al galoppo, a testa bassa dentro il furore del vento del nord, sfidando le sue forze, mosso dall’incontenibile voglia di conoscere che rendeva inutili i moniti di chi prima di lui si era arreso, sfinito nella furia della tempesta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_77235" aria-describedby="caption-attachment-77235" style="width: 394px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-77235" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49650754_2168204706763822_2944565669024235520_n.jpg" alt="" width="394" height="217" /><figcaption id="caption-attachment-77235" class="wp-caption-text">Immagine di Marco Cazzato</figcaption></figure>
<p><strong><em> </em></strong>Il suono dolcemente iterato degli zoccoli che sprofondano nel manto nevoso lo aiutava a concentrarsi. Come sempre aveva trovato una radura discosta nella quale cercare qualche verde arbusto. Tutti sapevano che era un tipo solitario, alle domande seguivano sempre le sue lente risposte che sembravano giungere da luoghi lontani, inaccessibili. Per questo che lo chiamavano Altrove<em>. </em>Quel nome non gli dispiaceva: conteneva l’essenza delle sue visioni, racchiudeva in poche lettere quanto di più vasto e sconosciuto possa esistere oltre il limite della tundra, lì dove pochi erano giunti. Il silenzio era totale nella bianca e luccicante radura che lo accoglieva, la natura e gli esseri viventi che la abitavano sembravano immersi nell’immobilità assoluta, una frazione di vita sospesa che mantiene le sue pulsazioni grazie a qualche fremito di brezza tra le poche foglie ancora visibili e il calore che usciva in forma di vapore dalle narici di possenti creature destinate a sopravvivere in condizioni estreme.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il silenzio é suono</em>, pensava Altrove, <em>porta con sé impercettibili segnali, basta ascoltarlo. </em>Qualcosa stava succedendo ma il cielo era ancora troppo azzurro e il suo istinto troppo rilassato per presagire altro se non ricordi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-77236 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49389799_306680853314438_2316625284092133376_n.jpg" alt="" width="439" height="243" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La tormenta non gli permetteva di vedere oltre il suo passo, ma sapeva che la linea di confine non distava molto, tre quattro giorni di marcia. La determinazione nel procedere lungo il terreno impervio, contro l’affronto delle continue raffiche di gelo e la mancanza costante di pace lo avevano reso apparentemente insensibile alla stanchezza. Mentre procedeva faticosamente, ricordava quanto gli era stato paventato da chi aveva tentato di percorrere quella stessa via. Una volta varcata la soglia dei territori sconosciuti, avrebbe trovato paura, indecisione e solitudine, mortali compagne con le quali confrontarsi. Gli occhi oramai quasi serrati nella morsa del ghiaccio, i muscoli inutilmente tesi nello sforzo supremo<em>,</em> lui continuava a profanare l’urlo del vento, lo penetrava aumentandone l’ira feroce. Doveva fermarsi, cedere per qualche minuto raccogliendo le forze e poi nuovamente continuare per raggiungere quel maledetto confine oltre il quale… la stanchezza lo colse repentina manifestandosi con le fattezze di una bianca creatura che allargava le braccia accogliendolo.Gli occhi si chiusero, le forti zampe cedettero sprofondando nell’inconsistenza del sonno che tutto libera e trasforma. Riusciva a vedere sé stesso sommerso nella neve gelida, riusciva a sentire l’urlo insistente che vorticoso faceva scomparire le tracce rendendo impossibile il ritorno. Percepiva il sopraggiungere della fine, ma in quel luogo la pace regnava sovrana. Socchiudendo gli occhi riuscì ad intravvedere la bianca figura raggomitolata attorno al suo corpo che lo stringeva a sé parlandogli con calma, lentamente, sottovoce. Durò solo la frazione di un istante ma bastò per permettergli di affrontare sconsolato la lunga via del ritorno. Molti anni erano trascorsi da quel viaggio nell’ignoto ma il ricordo di quell’abbraccio non svaniva, anzi si rafforzava con l’andare delle stagioni.</p>
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<p><strong><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-77171" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/44234931_10161119790260245_3142969497124601856_n.jpg" alt="" width="396" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/44234931_10161119790260245_3142969497124601856_n.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/44234931_10161119790260245_3142969497124601856_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/44234931_10161119790260245_3142969497124601856_n-768x772.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/44234931_10161119790260245_3142969497124601856_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/44234931_10161119790260245_3142969497124601856_n-250x251.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/44234931_10161119790260245_3142969497124601856_n-200x201.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/44234931_10161119790260245_3142969497124601856_n-160x161.jpg 160w" sizes="(max-width: 396px) 100vw, 396px" /></em></strong></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il silenzio é suono</em>, pensa Altrove, <em>porta con sé impercettibili segnali, basta ascoltarlo. </em>Il primo strato di soffice coltre nevosa iniziò a danzare attorno ai suoi zoccoli, nel giro di pochi minuti l’azzurro nel cielo svanì cedendo il posto a cumuli di cupe nuvole gravide di nero intenso. Altrove le guardò ammassarsi sopra il piccolo angolo di mondo che conteneva il suo respiro e sorridendo accolse la bufera che improvvisa esplose, accompagnata del furioso urlo del vento. Era tempo di tornare lì dove la stanchezza lo aveva fermato, affrontando nuovamente l’instabile equilibrio dell’ignoto, doveva ritrovare quell’essere lucente per placare la sua inquietudine nel cristallino sussurro di quella voce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>Dopo giorni di duro cammino sentì di aver raggiunto un luogo oltre il quale era impossibile proseguire. Immerso nell’accecante fragore cercava di intravvedere qualcosa muoversi ma ciò che lo circondava era solo turbinio di neve.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-77239 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49115875_347838059279955_5206049676184256512_n.jpg" alt="" width="431" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49115875_347838059279955_5206049676184256512_n.jpg 949w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49115875_347838059279955_5206049676184256512_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49115875_347838059279955_5206049676184256512_n-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49115875_347838059279955_5206049676184256512_n-768x765.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49115875_347838059279955_5206049676184256512_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49115875_347838059279955_5206049676184256512_n-250x249.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49115875_347838059279955_5206049676184256512_n-200x199.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/49115875_347838059279955_5206049676184256512_n-160x159.jpg 160w" sizes="(max-width: 431px) 100vw, 431px" /></p>
<p>La pesante testa lentamente si adagiò sulla soffice neve che l’accolse con calore inaspettato, il frastuono che da giorni regnava sovrano cessò all’istante e l’eco di un sussurro iniziò a vibrare nell’aria. <em>Tu sei tempesta e tu sei l’urlo del vento. Tu sei la sterminata distesa nella quale vaghi da tempo immoto, tu sei la neve e tu sei il muschio che rigoglioso ricopre la terra. Tu sei l’acqua che si insinua sotto la sua superficie, tu sei il suo respiro, il suono che ne scaturisce. Tu sei un piccolo possente bue muschiato, sei l’universo che lo ospita, tu sei qui e tu sei Altrove. </em>Lento sembra vagare per la tundra sconfinata quel poderoso e delicato bue muschiato, ma il suo sguardo ora sa dove posarsi. È giunto il tempo di seguire l’urlo della tempesta e il richiamo del silenzio, l’istinto che impone il balzo verso territori inesplorati, mantenendo sempre luminosa la scintilla della memoria che illumina il passo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Visto da lontano ora appare come un bioccolo che procede avvolto nell’armonia che soffice lo accoglie nel perpetuo abbraccio della solitudine che stordisce, nutre e cura.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="TLOCHwcrUBI"><iframe loading="lazy" title="Gianni Maroccolo – Alone – Tundra" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/TLOCHwcrUBI?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-77173" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Capture-d’écran-2018-12-24-à-10.50.06.png" alt="" width="703" height="734" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Capture-d’écran-2018-12-24-à-10.50.06.png 703w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Capture-d’écran-2018-12-24-à-10.50.06-287x300.png 287w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Capture-d’écran-2018-12-24-à-10.50.06-250x261.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Capture-d’écran-2018-12-24-à-10.50.06-200x209.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Capture-d’écran-2018-12-24-à-10.50.06-160x167.png 160w" sizes="(max-width: 703px) 100vw, 703px" /></p>
<p><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Juke-box: Gianni Maroccolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/07/18/juke-box-gianni-maroccolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[C.S.I.]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Maroccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Indie]]></category>
		<category><![CDATA[Litfiba]]></category>
		<category><![CDATA[Mirco Salvadori]]></category>
		<category><![CDATA[Vdb23/Nulla è Andato Perso]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Come fanno i larici d’autunno</b><br /><br />di <b>Mirco Salvadori</b><br /><br />È tutto racchiuso nel breve istante della morte, nell’altrettanto fulmineo sbocciare della nuova vita. <i>“Rinasce chi sa tornare, rinasce chi sa cadere, rinasce chi sa morire, rinasce chi sa cambiare colore come fanno i larici d’autunno”</i> canta Cristina Donà ...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-74853" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/maroccolo-253x300.jpg" alt="" width="331" height="388" />Come fanno i larici d’autunno </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>di<strong> Mirco Salvadori</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: right;"><em>Un’altra volta forse si prenderà </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>le mosse da un punto più</em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>alto </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>fin qui è stato risalire a colpi </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>d’orgoglio confuso con l’idea </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>da proporre </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>quella volta non ci sarà bisogno </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>di voltarsi indietro e nemmeno </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>di guardare troppo avanti</em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>ciò che ci sarà –la cura </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>nel fare, l’intuizione </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>del propizio, l’abbraccio </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>o la parola secca- basteranno</em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>e basterà la pioggia se pioverà </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>e il sole se farà caldo </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>la strada deserta </em></h6>
<h6 style="text-align: right;"><em>o il rombo della gomma sull’asfalto </em></h6>
<p><em> </em></p>
<h5 style="text-align: right;"><strong>(Biagio Cepollaro – <em>Le Qualità</em> &#8211; La Camera Verde, 2012 )</strong></h5>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È tutto racchiuso nel breve istante della morte, nell’altrettanto fulmineo sbocciare della nuova vita. <em>“Rinasce chi sa tornare, rinasce chi sa cadere, rinasce chi sa morire, rinasce chi sa cambiare colore come fanno i larici d&#8217;autunno”</em> canta Cristina Donà in ‘<em>Vdb23/Nulla è Andato Perso</em>’, album firmato da Gianni Maroccolo con Claudio Rocchi. Rocchi, colui che comprese il segreto per rendere la vita tale, accettando la morte e la successiva rinascita. Il magico viandante volante, l’artista coerente e coraggioso, l’amico inseparabile tutt’ora presente quando il verso annienta e il suono colpisce. È da lui che prende il via questa storia di indipendenza e rinnovamento.</p>
<p>La sera scende lieve in questo angolo di Toscana. In lontananza si percepisce l’urlo costante del traffico impazzito che avvolge Firenze ma qui è il silenzio che regola i movimenti. Sono seduto sull’antica pietra del Teatro Romano, l’orecchio teso nell’ascolto del suono che appartiene al presente, armonia che mi porta indenne la voce di chi ci ha lasciato, di chi ha dovuto abbandonare<em> i suoi dischi le sue corde, i panni stesi ad asciugare</em> lasciando <em>sul cuscino l’impronta</em> dei suoi sogni. Claudio Rocchi è scomparso nel 2013 dopo aver collaborato con Gianni Maroccolo alla realizzazione di ‘<em>Nulla é Andato Perso’</em>, disco che rappresenta una sorta di suo testamento pubblico giunto a noi grazie all’opera divulgativa del bassista e compositore grossetano, figura centrale del suono indipendente italiano, raro musicista a cui sembra inevitabile la necessità di <em>allontanarsi in fretta dalla melma della conformità </em>come scrive Battiato nel testo della lunga suite che rappresenta l’asse portante di questo splendido lavoro corale.</p>
<p>Scomodamente seduto sull’antica scalinata cerco di mettere ordine in un passato che ha lasciato dietro di sé <em>memorie e passi d’altri ch’io calpesto, </em>come recita Giovanni Lindo Ferretti interpretando l’inquieto valzer che ancora imperversa nella balera sempre aperta del mio cuore. Mi perdo nella musica e i ricordi iniziano a pulsare, si materializzano sul palco assumendo fattezze umane, quelle di Simone Filippi, Antonio Aiazzi, Andrea Chimenti e Gianni ‘Marok’ Maroccolo. Musicisti un tempo attivi in formazioni che appartengono alla storia del rock indipendente italiano, esponenenti di una cultura non solo musicale che individuava Firenze come città simbolo dell’esplosivo movimento new-wave degli anni ‘80. Sono riuniti qui a Fiesole per celebrare l’ultimo concerto dedicato a Claudio Rocchi e allo spirito di autonomia che lo distingueva, un concerto che nel corso di due anni ha riempito decine di teatri in tutta Italia, un live dal quale é stato tratto un triplo album di incomparabile valenza artistica, un vero manifesto poetico di indipendenza culturale.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-74855" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/maroccolo2-253x300.jpg" alt="" width="337" height="395" />Scruto le nostre espressioni, distinguo i segni del tempo nel loro sguardo mentre accarezzo le cicatrici che attraversano il mio.</p>
<p>Sovrasta il piacere dell’ascolto, questo enorme specchio che si erge lungo i confini della notte fiesolana, una superficie che riflette il nostro passato, la storia collettiva dei sopravvissuti ad un’era di tempeste e mareggiate di cui ora rimane solo un <em>borbottio di tuono </em>e la volontà indomita dei pochi che insistono nel bisogno di cambiamento.</p>
<p>Di morte e rinascita é intessuta la lirica poeticamente interpretata da Andrea Chimenti mentre Simone Filippi filtra la violenza del battito, Antonio Aiazzi colora il cielo sintetizzandolo di passione e Gianni Maroccolo disegna movimenti di irresistibile danza alternandosi tra l’elettronica e le corde del suo amato strumento pensando a quella sua vecchia produzione discografica il cui titolo recitava: <em>‘Solo Un Folle Può Sfidare Le Sue Molle’.</em></p>
<p>Quanti sono rimasti indietro, ancorati a ricordi e celebrazioni, quanti non hanno retto il passaggio delle stagioni, abbarbicati sopra fragili troni di cartapesta. Quanti hanno rinunciato al rischio della follia, sbriciolandosi nelle trite e antiche movenze del rock’n roll.</p>
<p>Gli occhi chiusi, raggomitolato nel suono del basso, Marok sta forse pensando al momento nel quale ci saremmo ritrovati quarant’anni più tardi, ancora una volta decisi a cambiare colore, proprio come fanno i larici d’autunno, proprio come raccontava Claudio, convinto che <em>ciò che ci sarà –la cura </em><em>nel fare, l’intuizione del propizio, l’abbraccio </em><em>o la parola secca- basteranno.</em></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="IomnCNPveI0"><iframe loading="lazy" title="Gianni Maroccolo &amp; Claudio Rocchi - Rinascere hugs suite" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/IomnCNPveI0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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