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	<title>gianni sassi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Per Gianni Sassi, fiancheggiatore di artisti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/03/29/per-gianni-sassi-fiancheggiatore-di-artisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Mar 2025 05:59:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Cramps]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Pennacchio]]></category>
		<category><![CDATA[gianni sassi]]></category>
		<category><![CDATA[MIlanoPoesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Biagio Cepollaro</strong> <br /> Un ricordo di Gianni Sassi, poliedrica e mitica figura dell'organizzazione culturale milanese, fatta da Biagio Cepollaro e tratta dal volume 'Gianni Sassi fuorigabbia' a cura di Filippo Pennacchio]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Biagio Cepollaro</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-112021" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/i__id17028_mw600__1x-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/i__id17028_mw600__1x-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/i__id17028_mw600__1x-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/i__id17028_mw600__1x-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/i__id17028_mw600__1x-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/i__id17028_mw600__1x.jpg 600w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p>È da poco uscito <em>Gianni Sassi fuorigabbia. Pubblicità, grafica, editoria, musica, ecc.</em>, curato da Filippo Pennacchio per Mimesis (collana Ricerche IULM; Milano, 2024, euro 26). Attraverso saggi, testimonianze, fotografie, il volume ricostruisce il percorso creativo di Gianni Sassi, figura poliedrica che fra anni Sessanta e Novanta del Novecento si è mossa fra gli ambiti creativi più diversi, collaborando con decine di artisti e intellettuali. In molti, ancora oggi, ricordano la Cramps Records, “Alfabeta” e <em>MilanoPoesia</em>, ma insieme a questi progetti ce ne sono moltissimi altri, spesso poco conosciuti, di cui il volume cerca di dare conto. Quella che segue è una delle testimonianze incluse fra le sue pagine. A firmarla è Biagio Cepollaro, il quale lavorò a stretto contatto con Sassi nei suoi ultimi anni di vita. (f.p.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gianni mi diceva: il mio compito è promuovere la cultura. La sua cooperativa si definiva “di promozione culturale” e si nominava Intrapresa. Con l’allusione all’impresa vi era tutta la scommessa “socialista” degli anni Ottanta: la possibilità di coniugare l’impresa con la cultura, le ragioni del mercato con le ragioni della ricerca e della sperimentazione. Questa scommessa era persa in partenza perché non esiste né potrà mai esistere un capitalismo dal volto umano, ma decenni di socialdemocrazia avevano illuso, la caduta del muro di Berlino era stata salutata (anche nelle sale della Cooperativa Intrapresa in quei giorni, in diretta, da una collaboratrice in Germania) come fine della guerra fredda. E poi è facile oggi per noi dopo quarant’anni di devastante neoliberismo irridere a quella sfida troppo spericolata.</p>
<p>Questa scommessa, intanto, aveva come effetto collaterale la ridefinizione dell’intellettuale così come si andava precisando dalla fine della guerra. Per promozione (titanica e donchisciottesca) secondo Gianni si doveva intendere lo sperimentare il proprio specifico in contaminazioni con il “fuori” dell’accademia, il “fuori” del partito, il “fuori” delle logiche tradizionali dell’editoria e delle case discografiche. La sua promozione riguardava in particolare la grafica, la musica, la poesia, la danza, le riviste, la cultura materiale. Lui era sempre in ombra, dietro la scena che montava per gli altri, per gli artisti, ma consapevole della sua vera forza che era la capacità di intuire immediatamente la qualità (la freschezza, la sincerità, la futuribilità) di un talento. Il “fuori” dell’arte per lui credo sia stata la partecipazione a momenti significativi dell’ultima avanguardia, di Fluxus, la cui logica per statuto cancellava le gerarchie consolidate e le relative istituzioni. In tale direzione andava anche il suo amore per la performance come forma d’arte e il principio del fluire costante dalla vita quotidiana all’arte, fino all’indistinzione.</p>
<p>Gianni al Lucky Bar mi spronava: “Cepollaro esagera!” insegnandomi a bere le diverse qualità di superalcolici… Ma cosa insegnava, lui cinquantenne a me allora trentenne? Il principio fondamentale dell’avanguardia storica: la trasformazione della vita, il coraggio dell’invenzione, della contaminazione, dell’irrisione e del rischio. La prima volta che lessi le mie poesie a <em>MilanoPoesia</em> nel 1989 ero molto teso e commosso, insicuro sul “come era andata”, e lui mi fece capire brusco che l’importante era che la lettura fosse piaciuta a me, che non doveva importarmi del pubblico. Quasi ogni giorno andavo in Cooperativa perché abitavo nei pressi e mi stupivo sempre del fatto che Gianni non si soffermasse sulle cose fatte ma era sempre su un nuovo progetto. A parte le ore al Lucky Bar non prendeva mai pause, neanche in estate, quando si trasferiva nelle Marche dagli amici Bucci e continuava a progettare. Non si concedeva neanche un attimo di compiacimento, era sempre dentro un nuovo problema da risolvere.</p>
<p>L’incontro con Gianni Sassi per me è stato decisivo. Coincide con l’edizione del 1989 di <em>MilanoPoesia</em>, con la nascita del Gruppo 93 nel suo ambito, con l’edizione della rivista “Baldus” per alcuni suoi numeri. Devo sempre all’incontro con Gianni l’esperienza di consulenza per la poesia italiana per le edizioni successive di <em>MilanoPoesia</em>, fino all’ultima del 1992. Grazie a questo straordinario art director, come amava definirsi, ho avuto la possibilità di incontrare a Ginevra John Cage nell’ambito di un festival di poesia sonora, così come, grazie alla frequentazione quotidiana del Lucky Bar, quel misto di intellettuali e imprenditori che animavano le notti della Milano socialista prossima alla fine che ha ispirato il mio romanzo <em>La notte dei botti</em>, scritto fra il 1993 e il 1997 e pubblicato solo nel 2018. Direttamente o indirettamente devo a lui la possibilità della mia amicizia con Amelia Rosselli, l’incontro con Paolo Volponi, Nanni Balestrini, l’amicizia con Giulia Niccolai e quindi l’esperienza del buddismo tibetano, i reading a New York, a Los Angeles, a Parigi e a Marsiglia. In generale devo a <em>MilanoPoesia</em>, e quindi a Gianni, la frequentazione di me trentenne, da poco trasferito da Napoli, dell’ambiente letterario della sperimentazione milanese e non solo.</p>
<p>Ciò che più mi impressionava era la sua capacità di valutare senza essere esperto del campo in cui si lanciava in giudizi. Si chiama intuizione, ma con questa parola non si dice molto. Quell’intuizione era probabilmente la stessa che ha un pittore quando sceglie un colore: non sa esattamente cosa accadrà ma sa che quel colore andrà bene per la mescola che sta per fare. L’intuizione riguardava la possibilità che quell’ingrediente desse vita a un nuovo piatto, mai cucinato prima. Era questo l’importante: la possibilità intuita di una novità finale. Si potrebbe pensare che questo sia propriamente il lavoro dell’art director e in un certo senso è vero. Ma in Gianni c’era qualcosa di inusuale: come azzardo grafico e ideativo non aveva rivali, così come nel valutare le persone, la loro reale motivazione, il livello di passione militante, lo spessore formale, la verità dei contenuti. Implacabile il suo giudizio, veloce, perentorio, insindacabile. A molti faceva paura con quel suo cappello nero e la figura massiccia e imponente: era capace di esplosioni rabbiose che risuonavano per tutti i locali dell’Intrapresa. La mancanza di puntualità nelle consegne, di fedeltà alle promesse, di sincerità lo facevano immediatamente imbestialire. Aveva dei criteri etici di conduzione del lavoro intellettuale, e tali criteri coincidevano ai suoi occhi con l’ossatura morale della persona. Gli piaceva la mia svizzera puntualità (io, napoletano) perché gli ricordava il padre operaio, il rigore spartano dell’industria. A pochi non sfuggiva invece la sua timidezza, il suo sorriso pronto a sparirgli dalla faccia e la sua tristezza da Frankenstein, suo pseudonimo per le incursioni musicali.</p>
<p>Per me c’erano almeno tre Gianni: quello burbero e intimidente della Cooperativa Intrapresa (accoglieva chiunque solo su appuntamento), quello che insegnava con i racconti e gli aneddoti di vita e di arte e infine l’amico personale di bevute e non solo. Mi trasferii a casa sua per una settimana quando provai la prima volta a separarmi da mia moglie. Fu affettuoso come un fratello maggiore.</p>
<p>Il Gianni della Cooperativa era irascibile al massimo grado, bastava una parola meno che umile da parte del suo interlocutore per muoverlo all’irrisione impietosa. Ciò che non sopportava era la presunzione, il darsi delle arie, la chiusura moralistica degli intellettuali, la mancanza di pudore degli artisti. La presunta torre d’avorio, la presunta nobiltà del lavoro intellettuale rispetto alle altre dimensioni del lavoro lo esasperavano. La sciocca vanagloria degli intellettuali gli era intollerabile. Ciò che al contrario apprezzava era la schiettezza, la semplicità, la “realtà” della presenza. E la puntualità, va ripetuto, in massimo grado. Il Gianni della Cooperativa mi affidava degli incarichi che mi stimolavano sempre perché erano fuori dal mio ambito di competenze. Dovevo stiracchiarle quelle competenze e questo mi imponeva delle ricerche, mi obbligava al nuovo, al nuovo per me. Oppure gli incarichi erano facili ma da svolgere in tempi strettissimi. Mi telefonava, per esempio, e mi chiedeva di trovare dei versi di Pascoli che andassero bene per un’etichetta di vino. E gli dovevo la risposta in mezz’ora. Ma poi collocava me trentenne in tavole rotonde di <em>MilanoPoesia</em> con degli intellettuali affermati perché diceva che in qualche modo garantivo la presenza dello spirito della manifestazione in quelle situazioni, una sorta di garanzia di fedeltà allo spirito di <em>MilanoPoesia</em>, che considerava la sua creatura. Il pomeriggio, la sera e talvolta la notte al Lucky Bar mi ripagava di questo e di altri miei lavori offrendomi da bere (Vodkatini, Martini cocktail, Old fashioned, Manhattan con cinque gocce di angostura) e con le cene preparate dal mitico Carlo Bozzoni.</p>
<p>Il Gianni insegnante raccontava le sue imprese giovanili come pioniere della pubblicità degli anni Sessanta, la sua militanza politico-culturale sempre fuori dagli schemi di partito. Insegnava a osare e a seguire il proprio spirito di rivolta. Quando mi trasferii a casa sua per quella settimana di cui scrivevo prima, trovai all’ingresso i pacchi della sua ex compagna, pacchi che dovevano essere lì da molto tempo… Un dolore per quella separazione di cui non parlava mai ma che la sua casa, poco o nulla abitata, diceva in ogni angolo. Quel dolore personale, intimo, restava senza parole ma credo che intensamente lo lavorasse dall’interno, nel profondo.</p>
<p>Poi la malattia, la vicinanza in quel breve percorso di scarse speranze, la sua forza d’animo (e ostinazione a fumare, rassegnato e indifferente), la sua morte e i pochissimi amici presenti nella sala mortuaria del Policlinico. Poi il funerale, invece, con tanta gente, una folla composita proveniente dai vari ambiti del suo lavoro, dalla musica alla grafica, alle riviste, alla poesia, alla danza e al teatro. Io accompagnai la bara leggendo una poesia che gli avevo dedicato, leggendo rivolto alla bara, accompagnando il mio amico così mentre la mia gratitudine si mescolava alla gratitudine di tutti i presenti. La sera in pochi amici andammo a bere al Lucky Bar sapendo che non era finito solo Gianni, era finita la Milano della cultura aperta alle differenze, mentre la Lega aveva preso il potere e tolto i finanziamenti a iniziative culturali come <em>MilanoPoesia</em>. Nel 2002 dedicai a lui e a mio figlio Carlo <em>Fabrica</em>, il libro scritto fra la sua morte e la nascita del mio bimbo.</p>
<p>Gli hanno dedicato da poco una strada a Milano. A lui che si definiva un “fiancheggiatore” di artisti. E me lo vedo che ride a mezza bocca scalpitando per andare a fare qualcosa di urgente.</p>
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		<title>Voce all&#8217;Editore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Apr 2008 18:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[andrea semerano]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[gianni sassi]]></category>
		<category><![CDATA[La Camera Verde]]></category>
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					<description><![CDATA[di Biagio Cepollaro La Camera Verde, Il Libro dell’immagine, volume quinto. A cura di Giovanni Andrea Semerano. Sono quindici anni, da quando è venuto a mancare quel prodigioso organizzatore e promotore di cultura che è stato Gianni Sassi , forgiato dall’esperienza Fluxus e dall’amicizia di Cage che non incontravo un ‘luogo’ che mi comunicasse le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/chambre_verte_haut.jpg' alt='chambre_verte_haut.jpg' /></p>
<p>di<br />
<strong>Biagio Cepollaro</strong></p>
<p>La Camera Verde, Il Libro dell’immagine, volume quinto. A cura di Giovanni Andrea Semerano.<br />
Sono quindici anni, da quando è venuto a mancare quel prodigioso organizzatore e promotore di cultura che è stato <a href="http://www.giannisassi.org/">Gianni Sassi</a>  , forgiato dall’esperienza Fluxus e dall’amicizia di Cage che non incontravo un ‘luogo’ che mi comunicasse le stesse energie e la stessa qualità intellettuale e morale. Il luogo non è a Milano ma a Roma ed è La Camera Verde ‘curato’ da Andrea Semerano.<br />
Un luogo è qualcosa di fisico, di geografico, certo, ma lo è solo in forza di una sua realtà interiore: il luogo lo fa chi lo pensa e lo abita.<br />
Che si promuovano valide iniziative culturali in Italia non è raro malgrado l’antropologico degrado che sembra non arrestarsi mai e che sempre più trova la sua peculiare voce, al di là del senso comune in cui si è radicato da almeno un ventennio, nelle forme e nella sostanza delle istituzioni. Ma che ci si possa trovare non di fronte a irrelate iniziative ma ad un ‘contesto generante’ il cui spessore e la cui storia sono animate da rigorose e precise coordinate culturali, questo  si è davvero raro, anzi: rarissimo. Anche perché spesso ciò che proviene dalla cosiddetta cultura critica oggi spesso non ha vitalità, vuoi per l’irrigidimento ideologico, vuoi per la stanchezza degli attori, vuoi per la pura e semplice mancanze di idee.<br />
<span id="more-5828"></span><br />
Ho ripensato al mio amico Gianni Sassi leggendo il Volume Quinto del Il libro dell’Immagine edito appunto da La Camera Verde. Al di là dell’alta qualità degli interventi testuali e visuali, al di là del valore del libro stesso come oggetto, ciò che mi preme sottolineare è ciò che , a lettura terminata, mi resta di quest’esperienza.<br />
Bene, tra le righe e dentro le righe del lavoro di Semerano (di tutto il lavoro: organizzazione, critica, promozione, azione dentro l’arte, tra le diverse arti, cinema, fotografia, letteratura, pittura etc etc) ciò che fermerei sono tre punti:<br />
1) Il riferimento agli strumenti della critica (riferimento non generico, non casuale ma per intima assimilazione, ma per cosciente attualizzazione).<br />
2) Il presupposto vitale del fare cultura (uomini in carne ed ossa che si appassionano, che comunicano la loro passione, che proprio per questo non fanno il teatrino, perché ci sono e non ci fanno…).<br />
3) L’importanza del luogo di coagulo, di incontro, di produzione e di ricezione: La Camera Verde, appunto, in via Miani 20, a Roma.</p>
<p>E qui i nomi non sono solo nomi amministrati con indifferenza e irresponsabilità. Qui le parole pesano, non sono solo parole.<br />
E se si cita Nietzsche, Bataille, Debord, Artaud, Bene, Fortini, Pasolini, Penna, Celine, Deleuze, Bresson, Rossellini è perché ogni frase si è incarnata o tende ad incarnarsi in un gesto, in un punto di vista, in un’assunzione di responsabilità morale.<br />
Citazioni come quelle da Rossellini punteggiano le pagine e i giorni.<br />
Provocano risonanze, chiamano consonanze, creano incontri, generano affetti, moti di stima, gratitudini…<br />
Sono citazioni di una chiarezza che non lascia scampo, parole di chi ‘guardava’ le cose pensandole:<br />
‘<em>Quando vuoi parlare di qualcuno devi conoscere la cosa. Quando conosci bene la cosa puoi dire cos’è essenziale. Quando non la conosci bene ti perdi in mezzo a un sacco di cose ugualmente suggestive. Io rifiuto le cose suggestive.’ </em><br />
Cosa resterebbe di valido oggi se mettessimo in pratica questo pensiero? Poche cose. E bisogna avere la forza e la capacità di farlo. Perché altrimenti non ne vale la pena. Perché altrimenti resta solo il rumore che è fuori e dentro la rete, che è nelle teste.<br />
Ma allora cos’è questo luogo che tanto mi rincuora al termine della notte?</p>
<p>Cito Semerano: <em>‘Un piccolo grande vetro in costruzione che da sei anni mette insieme idee diverse fino a farne un corpo nella Stanza. Si cercano le cose e si fanno le cose, non tutto chiaramente riesce e può capitare che schegge di vetro vadano in frantumi ma l’Officina resta aperta e soprattutto mai, mai perdere la tenerezza dello sguardo.’</em> (pag.4).<br />
Oppure la comunicazione tra mancanze di Bataille trova concreta realizzazione nelle indicazioni di fondo, esortazioni, richiami a ciò che dovrebbe essere ovvio ma che in questi tempi non lo è per nulla : <em>‘Cercare di avere un orientamento che non risponda a vezzi o calcoli di pseudo bigotte transavanguardie che defluiscono nell’indecenza dei salotti, ognuno con la sua caratteristica, cioè i poeti da una parte, i pittori dall’altra, i romanzieri di là, i registi di qua, e eccetera, a fare fischi nel naso che il critico di turno delinea come arte il puerile mocciolo che mira alla gloria!<br />
L’artista non deve essere un malato, un presenzialista del nulla..(…)</em>’<br />
Le coordinate culturali sono tali perché sono continuamente verificate: sia sul piano di ciò che si richiede (alle persone, agli artisti, agli interlocutori di un’ora), sia sul piano di ciò che si offre (alle stesse persone, artisti, interlocutori di un’ora).<br />
Questo implica una riflessione radicalmente personale sull’oggetto del proprio sguardo, sia esso un testo, un quadro, un film o un gatto che sguscia via all’angolo di una strada. </p>
<p>L’organizzazione della cultura, la sua promozione, la critica non possono non respirare la stessa aria, lo stesso ritmo, la stessa altezza delle cose di cui parlano, che maneggiano. Non può non esserci che un’aria di famiglia tra questi momenti diversi di uno stesso flusso, di una stessa corrente creativa (che è poi energia umana, desiderio di configurare senso e bellezza).<br />
Chi fa seriamente arte lo sa e a naso distingue, a naso si accorge quando c’è teatrino e fuffa, quando non c’è reale ricerca.<br />
E la reale ricerca si accompagna alla lucidità della diagnosi: ‘<em>Questa è di nuovo l’epoca della propaganda, e tutto viene concimato e deglutito nelle pastoie dell’apparire, abbiamo comici intelligenti che devono pagare le bollette e scendono in piazza quando viene tagliato loro il fondo, abbiamo poeti centauri sul picchio consunto di un’avanguardia sterile e noiosa, abbiamo critici che scrivono pettegolezzi e altri futili manovre</em> (…)’(pag.143).</p>
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