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	<title>giardini di loto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La «Strategia delle ombre» di Andrea Melone</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/21/la-strategia-delle-ombre-di-andrea-melone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Clemente Un gomitolo di vicende che si dipanano fra intimismo profondo e turbinosa peregrinazione geografica è il nocciolo ossuto del nuovo cimento narrativo di Andrea Melone, che con il suo Strategia delle ombre (2014) rinnova il connubio editoriale con l’editore Gaffi di Roma. Questo nuovo romanzo segue quei Giardini di loto del 2010, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Clemente</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-48521" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-208x300.jpg" alt="Melone1" width="300" height="432" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-711x1024.jpg 711w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-900x1294.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone.jpg 1890w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Un gomitolo di vicende che si dipanano fra intimismo profondo e turbinosa peregrinazione geografica è il nocciolo ossuto del nuovo cimento narrativo di Andrea Melone, che con il suo <em>Strategia delle ombre</em> (2014) rinnova il connubio editoriale con l’editore Gaffi di Roma. Questo nuovo romanzo segue quei <em>Giardini di loto</em> del 2010, nei confronti del quale dimostra di possedere una certa affinità, intuibile nell’impianto narrativo. Tuttavia, mentre nell’opera di quattro anni fa Melone offriva al pubblico un plot in cui il protagonista si affannava nella ricerca del misterioso musicista Friedrich Thomas Ashkenazy in lungo e in largo per il nord e l’est dell’Europa, adesso, in queste nuove pagine, il protagonista non insegue nessuno, ma avviene il contrario: s’invita il lettore a braccarlo, alla ricerca dei motivi profondi che lo spingono continuamente a fuggire da una città all’altra. Melone appare come uno scrittore “poco italiano”, predilige atmosfere psicologiche scandinave, abbandona qualsiasi indulgenza verso l’immediatezza esemplificata, l’edulcorazione di maniera, lo smussamento degli angoli esistenziali per far deglutire l’indigeribile. <span id="more-50975"></span></p>
<p>A tutto ciò, egli oppone il joyciano dispiegamento dell’io, lo sgretolamento sofferto della soggettività, in una sorta di ostentazione sobria delle sue macerie, senza tuttavia mistificare questa disintegrazione; usa piuttosto l’acribia dell’archeologo impegnato nella individuazione degli strati invisibili e sepolti di un’antica città più o meno mitica, così prefigurando lo sviluppo successivo nella cornice di una trilogia. I suoi personaggi, pertanto, appaiono piuttosto atipici nel contesto odierno di un editoria che spesso invita editor e consulenti letterari a “scontornare” troppo visivamente i personaggi di una storia, per esigenze di “impatto” con il lettore medio, di efficacia in termini di appeal letterario. Melone, invece, predilige una sorta di “atemporalità laica”, un alone di a-storicità dei personaggi, proprio perché la preoccupazione è quella di restituirne la congerie dei vissuti interiori. Ne scaturisce una caratterizzazione al limite della “diafanità” letteraria di uomini e donne, alla loro smaterializzazione, sulla falsa riga di un Francis Bacon rivisitato e restituito nella dimensione narrativa.</p>
<p>E’ naturale, dunque, che la scrittura, risenta di questa poetica, donando al lettore un flusso temporale ritmicamente disomogeneo, con una punteggiatura che appare a volte perentoria, pertanto incisiva, dotata di una sua implicita valenza allusiva. Non è probabilmente un caso che le pagine di <em>Strategia delle ombre</em> si aprano con una citazione pentagrammatica, ovvero l’omaggio a <em>L’arte della fuga</em> di Bach, un rinvio sottile alla natura variegata del tempo narrativo in questione: l’andamento si connota altalenante e drastico nello stesso tempo, passando da semibrevi durevoli, fino a frenetici trentaduesimi, senza la mediazione stemperante di figure temporali intermedie. Di conseguenza la sintassi si modella in base a questi andirivieni, sortendo effetti a volte non convenzionali, involontariamente quasi metrici, con un lessico aulico, ricercato, probabilmente rispondente all’esigenza dello scavo interiore, con l’esito finale di un’impronta erudita non gratuita, bensì al servizio di questa ostinata perforazione dei vissuti (spicca la descrizione doviziosa dei territori egiziani, oltre che la traslitterazione delle espressioni in arabo). In definitiva, l’opera dal punto di vista del tempo, essendo Melone scrittore che predilige il tempo (tratto che emerge anche quando affronta questioni di “spazio”, come nel caso della descrizione dei contesti geografici nordafricani), dimostra di essere certamente riuscita, mentre appare perfettibile lì dove l’autore tenta espressioni enfatiche, credibili sul piano delle intenzioni, non tanto sul piano della definitiva resa letteraria. In altre parole il sentimento elegiaco di queste pagine, a nostro avviso, non avrebbe dovuto cercare, seppur a sprazzi, certe intonazioni ad effetto, ma si sarebbe dovuto imporre integralmente anche a costo di fa apparire tutta l’opera pervasa di serioso intimismo.</p>
<p>Ma, al di là di queste faccende di stile, il libro sembra porre anche un altro paio di dense questioni narratologiche: il punto di vista della narrazione e il “sistema” dei personaggi, ovvero la qualità dell’interazione fra gli stessi. In relazione a quest’ultimo aspetto, il romanzo appare problematizzare la questione del numero e dell’interazione dei personaggi narrati, essendo incardinato, in effetti, sul continuo “reinventarsi” esistenziale del protagonista, sollevando involontariamente la questione di un possibile, ammissibile o definitivamente ammesso canone narrativo contemporaneo. In ballo c’è il definitivo superamento della concezione “sinfonica” del sistema dei personaggi, come magari era possibile rinvenire non solo nel romanzo popolare dell’ottocento (l’archetipo), ma anche in non poche opere del novecento, seppur con una connotazione differente.</p>
<p>In relazione, poi, alla questione del punto di vista della narrazione, ci si potrebbe limitare al fatto che Melone adotti un normale punto di vista “O”, che esclude qualsiasi identificazione del narratore con uno dei personaggi della storia, se non fosse invece per quella particolare, sottile ironia che pervade le ultime pagine del libro, dove l’autore si produce in un gioco letterario interamente centrato sull’ipotesi giallistica, dove probabilmente si ravvisa la miglior resa letteraria dell’opera: la metabolizzazione del Gadda di <em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana</em> è il sottofondo del massimo distacco dell’autore dalle vicende narrate, tanto più ironico quanto più si diverte a sciorinare “se”, “qualora”, “forse” nella risoluzione del fatto di sangue che si colloca in fondo alle pagine del romanzo. Un ulteriore motivo, questo, che invita a riprendere in mano e rimeditare le folgoranti intuizioni di Roland Barthes in <em>Il grado zero della scrittura</em> e <em>La preparazione del romanzo</em>, in un’epoca in cui i libri sono spesso preoccupati di essere troppo attuali, al punto da dimenticare la vocazione alla rottura, alla discontinuità con certi climi culturali permanenti. Sotto questo profilo Melone dimostra di essere scrittore che si preoccupa della sua scrittura, che già fa intravedere cifre tipiche e personali, che attendono ancora di germogliare in maniera compiuta, confortato anche dal suo editore Gaffi, che rivela la stessa vocazione alla letteratura più o meno inattuale e che dimostra di “aspettare” il suo autore, di seguirlo nella sua naturale evoluzione, di raccogliere finalmente la sua piena espressione, esortando tacitamente i lettori a comprenderlo nel corso della sua attività.</p>
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		<title>Giardini di loto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 09:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea melone]]></category>
		<category><![CDATA[gaffi]]></category>
		<category><![CDATA[giardini di loto]]></category>
		<category><![CDATA[luca alvino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Alvino La complessità dei nostri pensieri è fortemente influenzata dalla lingua nella quale pensiamo ed ela-boriamo i dati della nostra esperienza. Non sto dicendo nulla di nuovo, ma probabilmente non ci ri-flettiamo abbastanza. A determinare la complessità del pensiero sono da un lato le risorse della lin-gua specifica – la sua ricchezza lessicale, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-39322" title="leonora-carrington" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington-300x248.jpg" alt="" width="300" height="248" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington-300x248.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington.jpg 420w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>La complessità dei nostri pensieri è fortemente influenzata dalla lingua nella quale pensiamo ed ela-boriamo i dati della nostra esperienza. Non sto dicendo nulla di nuovo, ma probabilmente non ci ri-flettiamo abbastanza. A determinare la complessità del pensiero sono da un lato le risorse della lin-gua specifica – la sua ricchezza lessicale, le possibilità morfologiche, le volute sintattiche, la tradi-zione letteraria – e dall’altro le conoscenze individuali che della lingua si hanno. Quanto maggiori sono le possibilità della lingua – le sue capacità di astrazione, di precisione semantica, di individua-zione delle sfumature – tanto maggiore è la complessità di pensiero che essa consente. Ed è proprio la complessità del pensiero a determinare la complessità della realtà, che di per sé non è né semplice né complicata. Essa si limita a sussistere, non si ripensa, non è consapevole di sé. È l’uomo che, nel suo innato desiderio di interpretarla, ne determina i viluppi o le pervietà. Da un punto di vista emi-nentemente gnoseologico, la complessità non è una qualità del reale, quanto del pensiero e della lingua nella quale esso viene concepito ed espresso.<br />
<span id="more-39321"></span><br />
Ne è certamente consapevole Andrea Melone, la cui peculiarità scrittoria maggiormente evidente consiste proprio nel linguaggio, e principalmente nel lessico. Quello che colpisce il lettore fin dalla prima pagina del suo romanzo <strong><em>Giardini di loto</em></strong> (Gaffi, 2010) è un’appassionata ricerca linguistica, e dunque una precisa intenzione di decifrazione puntuale e attenta della realtà. Melone rifugge tena-cemente il termine generico: animato da un’ammirevole acribia semantica, va sempre alla ricerca del vocabolo esatto, adeguato all’espressione di un significato il più preciso possibile. Nel riportare il discorso diretto, al termine «disse» – che esprime il semplice concetto di pronunciare parole – ne predilige altri che evidenzino l’intenzione di colui che dice: come «asseverò», a rimarcare un’enfasi affermativa; oppure «opinò», per esprimere un intento dubitativo.</p>
<p>Laureato in filologia classica e insegnante di latino e greco in un liceo, Melone attinge doviziosamente al proprio repertorio culturale, proponendo formule omeriche, citazioni dai tragici, rimandi alla lirica arcaica; o creando neologismi su prestiti latini (come «scortillo», sulla base del catulliano «scortillum», sgualdrinella). Ripropone parole italiane in un’accezione che riconduce piuttosto al loro etimo che non all’uso contemporaneo: come il termine «eminenza», utilizzato nel suo significato di superiorità, elevatezza (dal lat. e-mineo, sovrasto, sporgo in alto). Altrove, al termine usuale, logorato dall&#8217;impiego quotidiano, preferisce il termine desueto, letterario, in netta contrapposizione con la tendenza odierna a un minimalismo anche lessicale, che predilige nella narrativa piuttosto le forme colloquiali che non quelle più legate alla letterarietà. Anche la sintassi risente di una ricerca volta allo straniamento; non tanto nelle relazioni tra le diverse proposizioni all’interno del periodo, ove prevale una paratassi di più regolare strutturazione; quanto nell’ambito della singola proposizione, nella quale l’ordine delle parole spesso non coincide con quello dettato dalla logica interna alla lingua italiana (dalla sua tradizione e uso quotidiano), ma segue criteri più vicini alla poesia, o forse alle lingue classiche, in cui il significato viene garantito più dalla nitidezza semantica dei ter-mini utilizzati che non dalla sequenza dei predicati e dei complementi.</p>
<p>La trama del libro si articola in due parti non rigidamente connesse tra loro da un punto di vista nar-rativo. Nella prima parte si raccontano le vicende della famiglia Lorenzini, composta da individui drammaticamente soli, che sperimentano una serissima difficoltà di comunicazione: Alfonso, un appassionato melomane che ha fatto dell’arte e della bellezza una gabbia che gli impedisce di com-prendere i bisogni esistenziali della propria famiglia; sua moglie Liliana, delusa dal proprio matrimonio e desiderosa di spendere le opportunità che la vita ancora le riserva, con i suoi ultimi scampoli di bellezza; i loro figli, disorientati dal dissestato contesto familiare, continuamente in bilico tra una più strutturata condiscendenza naturale verso gli affetti e una spontanea, licenziosa cedevolezza a un seducente languore istintuale. Liliana confessa a suo marito (mentendo) di avere un amante, e incarica Raffaele Mensi, un investigatore privato, di cercarlo, non avendo più sue notizie da alcuni mesi. Con tale rivelazione inventata Liliana certifica una situazione di stallo esistenziale dalla quale tenta di affrancarsi nell’unico modo che ritiene possibile: imbrigliandosi in maniera ancor più costretta nel groviglio inestricabile delle strutture antropologiche in cui si ritrova tragicamente avviluppata.</p>
<p>Nella seconda parte del romanzo, partendo dai pochi indizi completamente inventati dalla donna, Raffaele Mensi inizia un’estenuante ricerca, che da insensata indagine poliziesca si trasforma ben presto in quest esistenziale. L’investigazione lo conduce dalla Toscana a Vienna, da Salisburgo a Budapest, da Berlino a Copenaghen, da Oslo fino a Helgebosta (uno sperduto fiordo finlandese), in un percorso nel quale la materia perde a poco a poco la propria consistenza e assume progressiva-mente la simbolica impalpabilità di una lenta destrutturazione culturale. Raffaele entra in contatto con un gruppo di ragazzi norvegesi, che lo conducono in una peregrinazione senza meta apparente. Lo ricevono nel proprio gruppo con una fredda e civile accoglienza sempre pronta a tramutarsi in sconcertante ostilità. La solitudine dei membri della famiglia Lorenzini – che il lettore aveva già avuto modo di conoscere – si ritrova amplificata nei rapporti che intercorrono tra i numerosi personaggi nordici della seconda parte del romanzo. Non si comprende in cosa consista il collante che li amalgama tra di loro: i loro dialoghi sono in realtà monologhi; nessuno riesce a entrare in un rap-porto reale con l’altro; la stessa sessualità sembra più uno strumento di divisione che di unione.</p>
<p>Anche il linguaggio in questa seconda parte appare più lineare, meno costruito, sia da un punto di vista lessicale che sintattico. L’iniziale complessità linguistica corrispondeva a una maggiore com-plessità sociale e culturale. Laddove nella prima parte i legami sociali pertengono in massima parte a strutture familiari stratificate, intricate, limacciose, nella seconda parte le dinamiche di formazione e separazione dei gruppi seguono traiettorie più fluide e meno definibili secondo paradigmi e rife-rimenti noti. Anche la concezione della musica (l’altra grande passione di Melone, insieme alla letteratura), che nella prima parte era sommamente aristocratica, alla ricerca dell’«interprete che nasce ogni tre generazioni», si rivela nella seconda parte più aperta a influenze popolari.</p>
<p>L’itinerario verso il Nord si configura come un ideale percorso di purificazione in cui la realtà esterna perde progressivamente colore e calore, fino a consistere in un algido, candido, cupio dissolvi, una fuga simbolica insieme fisica e metafisica, un cammino di liberazione dalle sovrastrutture ideologiche dell’esistenza. Raffaele cade in questo equivoco, credendo che la perdita di vitalità da parte dell’ambiente e dei personaggi sia dovuto a una semplificazione del mondo, la quale, partendo dall’espressione linguistica, investe progressivamente i referenti; e si illude così di poter beneficiare di una sorta di indulgenza plenaria dell’angoscia esistenziale: «avrò problemi inesplicabili in una lingua che non li contempla», fantastica Raffaele, immaginando una vita futura in Scandinavia irrorata dal balsamo della semplicità; una vita nella quale i suoi complessi problemi sembrano destinati ad annegare nelle gelide acque dell’inespressione.</p>
<p>Seguendo il proprio istinto, l’uomo viene condotto «in un luogo remoto, sconnesso dalla travatura del mondo», che assomiglia in maniera sorprendente a una sponda d’Acheronte, cui non è possibile accedere se non traghettati da un Caronte in forma femminina. Senza anticipare il finale sorprendente della storia, si può tuttavia rivelare una sua intenzionale inesplicabilità, che ne aumenta il potenziale di suggestione. Ma al lettore non è necessaria una coerenza onnisciente. L’ossessiva ricerca delle motivazioni è una stravaganza della modernità. In quanto archetipi, gli antichi temi della letteratura drammatica – quelli che informano anche le strutture profonde di Giardini di loto – non avevano bisogno di essere interpretati: incesto, tradimento, ingiustizia, crudeltà, vendetta, gelosia, rivalità, desiderio, perdita, disonore e lutto.</p>
<p>Incarnazione albina di straniati angeli della morte, i personaggi nordici di questo romanzo incarnano una superiore, coscienziosa necessità. Ma è una necessità che non si misura in una incomprensibile teleologia, quanto nei solchi lessicali di una appassionata tradizione linguistica, nelle volute elevate di una sintassi magniloquente, nel sentiero esistenziale che lega il segno linguistico alla realtà, distillata in esperienza tramite gli imprescindibili snodi del pensiero.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-39323" style="border: 1px solid black;" title="Melone2_primacop" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop-744x1024.jpg 744w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop.jpg 1991w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Melone, <em>Giardini di Loto</em>, Gaffi (2011), pp. 283, 14,80 eu.</strong></p>
<p>[il dipinto in apice è di Leonora Carrington]</p>
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		<title>Una &#8216;quest&#8217; claustrale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 14:42:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Stefano Gallerani A chiusura de La verità sulla morte di Carla (Gaffi, 2005), Raffaele Manica riconosceva all’autore di quei racconti, Andrea Melone, un «universo ossessivo» e una terna tematica in cui campeggiano, come araldi, «i luoghi, il mistero, la colpa». Quanto oggi torna, amplificato ed accresciuto dalla forma romanzo, in Giardini di Loto (sempre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Gallerani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/graham_sutherland_gallery_71.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-35939" title="graham_sutherland_gallery_7" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/graham_sutherland_gallery_71-300x250.jpg" alt="" width="300" height="250" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/graham_sutherland_gallery_71-300x250.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/graham_sutherland_gallery_71.jpg 468w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>A chiusura de <em>La verità sulla morte di Carla</em> (Gaffi, 2005), Raffaele Manica riconosceva all’autore di quei racconti, Andrea Melone, un «universo ossessivo» e una terna tematica in cui campeggiano, come araldi, «i luoghi, il mistero, la colpa». Quanto oggi torna, amplificato ed accresciuto dalla forma romanzo, in <strong>Giardini di Loto </strong>(sempre per Gaffi, nella collana “Godot”, pp. 283, € 14,80). La scrittura, intarsiata di arcaismi, ibridazioni e neologismi, condivide molti tratti con quell’esordio, ma le diverse possibilità strutturali ne accrescono potenza evocativa e capacità di suggestione. Ed è infatti come si segue uno spartito che si assecondano i diversi capitoli della prima parte del libro, affatto immersi in una dimensione claustrale in cui i personaggi sono prigionieri di spazi – fisici e psichici, in perfetta consonanza – angusti. Scarnificata, la trama corrisponde perfettamente alla morale sottesa: la ricerca di una persona scomparsa che non è mai esistita, e dunque l’affannarsi intorno a un’assenza (ovvero, la creazione di un mondo).<span id="more-35937"></span> L’elusione del racconto piano, poi, lo scarto dei punti di vista narrativi e il conio di un registro espressivo non concordato, fatto di sprezzature, frizioni, discese ed arresti; tutto, insomma, trova la sua perfetta allocazione in una costruzione narrativa che, forte di assonanze ed echi, non disorienta ma induce ad una lettura attiva, partecipe. Si entra nella testa di Liliana, dell’amica Marialuisa, dei figli Marco, Teresa e Piergiulio con lo stesso sconvolgimento che si prova quando si confessa a voce ciò che si prova solo intimamente. Tutt’intorno, volti, persone, antagonisti e deuteragonisti sono nient’altro che proiezioni, inconsistenti e intangibili come fantasmi (tornano alla mente alcune temperature esistenziali de <em>L’airone</em>, di Bassani). L’indagine sul reale è cosa ben diversa dalla mera rappresentazione della realtà, né Melone si confonde. Ma nella seconda parte le prospettive si riducono: la traiettoria principale diventa quella dell’investigatore Raffaele Mensi e la sua <em>quest</em> una microepopea astorica ed esotica, intricata di simboli e metafore, tra accensioni musicali e impressioni sensibili. Anche in questo caso Andrea Melone (nato ad Alatri nel 1969) rinuncia a una soluzione formale acquisita, ma la tensione che sorregge gran parte delle pagine precedenti s’allenta: in <em>Giardini di loto</em> la “metà del libro” non allude solo a una convenzione: è uno spartiacque, là dove si distingue la direzione dell’autore da quella della vicenda. L’impressione è che la sfida lanciata alla letteratura inquisitoria e congetturale &#8211; quella di Robert Pinget e Uwe Johnson, per intenderci (ma questi nomi sono solo cardini, non parametri) &#8211; manchi di stendere tutte le pieghe che pure lascia intravedere, e però i talenti e i prodigi dispiegati nel primo quadrante del romanzo restano intatti, così come la memoria di una lingua (e, per essa, del pensiero che la sorregge) da cui, una volta riposto il volume, è difficile liberarsi.</p>
<p><em><strong>L&#8217;articolo è apparso su Alias, 10 aprile 2010.</strong></em></p>
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		<title>Andrea Melone: Giardini di loto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 10:48:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[gaffi]]></category>
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		<category><![CDATA[prosa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[[Si pubblicano due estratti dal romanzo Giardini di loto, Gaffi, 2010.] di Andrea Melone Eravamo seduti a tavola. Mi pareva di sentire nel mio ventre le cellule schiantarsi e moltiplicarsi. Era come ali che battono appena, e non so bene se stavo piangendo o godendo. Entrò in sala Piergiulio, mi salutò tastandomi le spalle, baciò [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Si pubblicano due estratti dal romanzo </em><strong>Giardini di loto</strong><em><strong>, Gaffi, 2010</strong>.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Melone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/500px-Vulva_symbols.svg_.png"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-32189 alignleft" title="500px-Vulva_symbols.svg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/500px-Vulva_symbols.svg_-250x300.png" alt="" width="150" height="180" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/500px-Vulva_symbols.svg_-250x300.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/500px-Vulva_symbols.svg_.png 500w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>Eravamo seduti a tavola. Mi pareva di sentire nel mio ventre le cellule schiantarsi e moltiplicarsi. Era come ali che battono appena, e non so bene se stavo piangendo o godendo.<br />
Entrò in sala Piergiulio, mi salutò tastandomi le spalle, baciò mia madre. La sua bocca era piena di insoddisfazione. Si sedette con precisione di collegiale: scansò la sedia con le mani, se l’avvicinò. Dopo un tempo considerevole sollevò il capo. Mia madre gli accarezzò il dorso di una mano e gli domandò: «Tutto a posto all’università?», voleva ascoltare un effetto nuovo del genio di suo figlio. «Ma sì, in fondo», informò con un tono alterato e un rossore che aveva portato da fuori.<br />
Papà li ascoltò parlare come l’arbitro di un agone bucolico. Agnese annunciò che avrebbe servito a tavola. Cercai di condurre altrove il mio pensiero, ma non avevo un luogo dove andare, nessuno da visitare se non il mio ventre che non era più io, era sedizione.<span id="more-32159"></span> La voglia di piangere mi salì fino in gola come mare orribile che viene e risucchia al largo, ma non avrei avuto nessuna giustificazione da addurre. Per questo decisi di trattenermi con tutte le mie forze. Io sapevo qual era la volta nella quale Gilberto mi aveva fecondata. Provai un piacere acuto, mi fece lacrimare. Mi aprii a lui che mi amava con lena, accoglievo il seme turbinante in me. Lo covai tutta la notte, sapevo che lievitava.<br />
«Ho da dirvi due cose» rivelò mia madre ed era un astro zuppo di luce maligna.<br />
«La prima è che Marialuisa è uscita di senno. La seconda è che ha deciso di sposarsi!».<br />
Lasciò intercorrere una pausa di scherno, poi riprese:<br />
«Si sposa Marialuisa, Marialuisa! Oh, Dio, non ci posso credere, Marialuisa si sposa davvero!».<br />
Marco posò le mani sulla tavola, si domandava che cosa era potuto accadere. «È uno scherzo», ripeteva Piergiulio come l’eco di mia madre, ma lo diceva con disprezzo: intendeva compiangere la dissennatezza di quell’uomo, chiunque fosse.<br />
«Un insopportabile politicante», confermò mia madre.<br />
Un flusso di sangue mi ricolmò il cranio. Gilberto ha portato mia madre sul mare incolore, in un luogo nel quale si raccolgono le case in mezzo alle nebbie, un paese straniero di malinconiche pianure imbevute d’acqua e rosse costruzioni svettanti alle quali gli elementi erodono pietrisco. Mi ha giurato che avrebbe sbrogliato questa briga. Mi ha giurato che gli sono necessaria. E se l’avessi io trovato un modo? Proclamare a mia madre, a Bruno, a Deborah, a Marco, a Lorena, a Piergiulio, a Marialuisa a mio padre con le braccia incrociate, un muso da fiera che abbiamo fatto un figlio e che vogliamo andarcene al Nord nel mare incolore in una rada battuta da un vento mortale dove si stringono le case attorno al porto come animali assiderati? Che direbbero? Ora, a questo tavolo.<br />
Mia madre parlava e rispondeva:<br />
«Me l’ha detto lei. Mi ha chiamato stamattina al telefono».<br />
Ora ne parlava come se si trattasse del matrimonio di una figlia. Con Marialuisa mia madre aveva vissuto, era diventata una donna, una madre.<br />
«Quando si sposa?», chiese Marco.<br />
«L’ultimo sabato del mese prossimo, il ventinove».<br />
«Così presto?».<br />
«Mi sembra un’occasione meravigliosa per dimostrare a Marialuisa quanto le vogliamo bene», intervenni trattenendo a stento un altro penoso arpeggio di commozione.<br />
«Si sposa a mezzogiorno nell’abbazia di San Nilo a Grottaferrata, vicino Roma. È amica dei frati e le fanno un favore».<br />
Conoscevo quel tono e quell’eloquio di mia madre: era infelice, e mi raccontò una volta che sua nonna, quando la vedeva piangere, la caricava sul mulo e andavano insieme alla gora per dare la potassa alle lenzuola: quella bimba dai fiduciosi occhi azzurri è mia madre, e non ricordo niente di così puro.<br />
Squillò il telefono.<br />
Marco s’era quasi alzato dalla sedia mentre il telefono aveva già fatto il quarto squillo, ma Agnese gli fece un cenno, e asciugandosi le mani tagliuzzate nel grembiule andò a rispondere. Prese la cornetta, scansò i capelli dall’orecchio.<br />
«È Bruno», annunciò inespressiva. Mi alzai con ritardo, passai le mani nei capelli come se fossero infiniti. Piergiulio aspettò che fossi di spalle per esprimere un ghigno.<br />
Rimasi poco al telefono. I miei giudicarono il caso inconsueto, ma non commentarono. Bruno avvertì che sarebbe venuto poco dopo le quattro. Un capello precocemente bianco spicca sulla superficie della sua chioma. Mi adopero ogni volta per nasconderlo fingendo di accarezzargli il capo, ma ritorna a galla. Posso trovare un uomo più intelligente, pensai, un musicista, uno scrittore, un potente, oppure un amatore impareggiabile, o un uomo più raffinato, che abbia una posizione migliore, una macchina più comoda, una casa in montagna dove sdraia le amanti. Ma non troverò un altro uomo che mi sia più familiare di Bruno, vivessi mille anni.<br />
Dopo pranzo mio padre e mia madre ci salutarono e uscirono insieme. Mia madre scese abbigliata con un’elegantissima giacca grigio scuro e un delizioso motivo carminio, scarpe con tacco non alto, i capelli raccolti. Anche mio padre era impeccabile, ma una donna non l’avrebbe guardato. La bellezza di mia madre, invece!: il suo volto era di pietra dilavata. L’amava Gilberto?<br />
Io, Marco e Piergiulio uscimmo in giardino. Mi sedetti sul dondolo, Marco e Piergiulio su due sedie. Mio padre e mia madre s’incamminarono, lei gli si mise sottobraccio. Camminarono per il viale con passo diseguale, lo percorsero insieme fino alla macchina davanti al cancello. Solo allora si separarono<br />
ed entrarono ognuno dal proprio sportello. Concepirono la medesima amorevole speranza: che li guardassimo camminare sottobraccio lungo il viale, uniti in mistici sorrisi come sui sarcofagi etruschi, salire sulla stessa macchina e non ce ne dimenticassimo. Poi, come a un crocevia, i loro pensieri si divisero, così, insensatamente e liberamente.</p>
<p>[pp. 77.80.]</p>
<p>Cominciava a piovere piano e poi sempre più forte da un cielo che s’era fatto nero con deboli capillamenti azzurrini. Uno scroscio inconsueto. Esso amplificò, invece che lenire, il rumore di un’automobile che si avvicinava coi fari accesi: una luce untuosa, lutea. Come un dolore antico che torna, dalla massa del tempo, acutissimo: così la pioggia lo amplificò. I due sportelli si aprirono, uno in anticipo dalla parte alta del poggio, e recise lo spazio unanime. Si affrettavano due figure, una, quella di una donna. Raggiunsero il portone. L’uomo l’aspettò impalato senza ombrello, che inutile galanteria. Scomparvero alla vista.<br />
La porta fu aperta. Espressione espiatoria dell’uomo. Accanto a lui la donna riponeva il mento nelle scapole prendendosi i gomiti coi palmi. L’acqua scendeva in falde ampie. Il monaco guardiano li fece entrare senza proferire parola. Era alto: un profeta. Li condusse in una sala d’aspetto. La donna era una giovane donna raffinata: ognuna appena segnata le linee delle sopracciglia, naso acuto. Bocca ben tracciata nel giogo superiore. Il tratto dell’ovale leggero. L’uomo lasciò che il monaco si congedasse, e questi lo fece: disse pace con umiltà e dedizione simili a demenza. Pace, risposero.<br />
La donna si lagnava dell’acconciatura. Malediceva il mondo che si preoccupa dei bruchi e dei ragni e di lei non aveva memoria, del suo dolore non aveva rammarico.<br />
Cercava uno specchietto nella borsa, affaticava il suo tagliente occhio cilestrino. L’uomo, espressione neutra, si mostrava osservatore astratto, esterno anche a se stesso, ma esatto, puntiglioso. Osservava il profilo della donna come avrebbe fatto con una carta geografica.<br />
È una figura d’uomo delineata attorno alla preminenza degli occhi, scuri, dubbiosi; sguardo materiale pieno di enzimi. Le mani tenevano unito il cappotto sull’epigastrio, poi con esse lisciava anche lui i capelli neri, lustrati dalla pioggia.<br />
La donna non si curò dell’impudica posizione, prona, con le mani nella borsa. L’uomo se n’avvide e s’accigliò invece che goderne. Distolse gli occhi da lei con un’afflitta eccitazione che gli risalì il torace. La donna abbassò le ciglia, serrò la bocca, poi, mentre si umettava le labbra. «Sono inguardabile», intonò. Acconciò i capelli a bulbo sopra la testa: «Come sto?» moina; testa inclinata verso la spalla, mano al fianco. L’uomo la guardava. «Stai molto bene», rispose.<br />
La donna allargò le braccia. Imbronciò, s’abbandonò a una risata dal tono materno, simile a un abbraccio, e poi mostrò distrazione oppure insofferenza.<br />
L’uomo fissava la porta con apparente impazienza. Il priore entrò. Senza porgere la mano salutò. I due risposero. L’uomo era fascinoso, il viso ben rasato o glabro, polito come avorio o lucidi scogli. Un segno di inutile incertezza poi l’uomo si presentò: «Raffaele Mensi. La signora è Serena Bentivoglio». La donna si accostò al Mensi, gli cinse la vita con un braccio, sorrise e subito ritornò seria, poi sorrise ancora quando colse l’involontaria benevolenza del religioso. Così tra le nuvole appare una stella e scompare di nuovo.</p>
<p>[pp. 108-110.]</p>
<p><strong> </strong></p>
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