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	<title>Gilles Weinzaepflen &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>“Soleil grigri” (4/4): da “Salut, voilà”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/07/07/soleil-grigri-4-4-da-salut-voila/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2020 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Cava]]></category>
		<category><![CDATA[Gilles Weinzaepflen]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gilles Weinzaepflen traduzione di Alessandra Cava   [Soleil grigri è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla quarta sezione del libro, Salut, voilà. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: Quarto vuoto, Cardine Kinski e La primavera torna indietro].   Mio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-85235" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-300x216.jpg" alt="" width="300" height="216" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-768x553.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-1024x737.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-200x144.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-160x115.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri.jpg 1472w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Gilles Weinzaepflen</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Alessandra Cava</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>[<strong><em><a href="https://www.editions-lanskine.fr/livre/soleil-grigri">Soleil grigri</a></em></strong> è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla quarta sezione del libro, <em>Salut, voilà</em>. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/15/soleil-grigri-1-4-da-quarto-vuoto/"><em>Quarto vuoto</em></a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/23/soleil-grigri-2-4-da-cardine-kinski/"><em>Cardine Kinski</em></a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/29/soleil-grigri-3-4-da-la-primavera-torna-indietro/"><em>La primavera torna indietro</em></a>].<span id="more-85033"></span></p>
<p><em> </em></p>
<p>Mio padre fumava molto. Sesso e sigarette avevano per lui lo stesso futile valore. Quando le notti erano lunghe ed era preso dal desiderio di conversare, accadeva che, una volta esaurita la sua riserva di Gitanes, ridesse vita ai suoi mozziconi, tirandoli fino alla consunzione del filtro.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È la claustrofobia che si portò via mio padre, la paura di entrare nell’abitacolo ristretto della risonanza magnetica, privazione temporanea che gli avrebbe evitato un esame medico fatale. Ossessione che venisse intaccata una libertà di movimento che voleva completa, conseguente ai mesi passati in cella in Algeria, quando esercitava, in un confino spaziale estremo, la pienezza della sua insubordinazione militare.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La vocazione di mio padre per il celibato fu ostacolata da un contratto di matrimonio, al quale si costrinse con lo scopo di fare qualcosa della sua vita. Sin dall’arrivo del primo figlio il suo bisogno di intraprendere si mutò in frenesia, che solo la malattia e la seconda crisi petrolifera riuscirono a frenare.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>D’estate mio padre portava una camicia di lino a maniche corte provvista di una tasca sul petto. La trasparenza del tessuto rivelava il ritratto di Blaise Pascal che comprimeva una spessa mazzetta di biglietti da 500 franchi piegati in due, incorniciato dalle cuciture. Lo faceva di proposito?</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al telefono le risorse locutorie di mio padre si dislocavano, il suo serbatoio lessicale si svuotava, la sua loquacità si contraeva in una specie di smorfia verbale. Un <em>allo</em> dal calore spento era seguito da una serie di <em>oui d’accord</em> che concludeva con un <em>orouar</em><a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> dal valore regionale esagerato, tanto per ricordare al suo interlocutore che era lì, senza troppa allegria d’esserci.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mio padre aveva delle belle mani, unghie regolari dalle lunule perfettamente disegnate. Durante la sua vita, il mignolo del piede scavalcò il suo vicino più prossimo. Le scarpe gli facevano male?</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo che la patente gli fu ritirata, mio padre scelse di tenere segreta questa vergogna. Acquistò uno scooter 50 cc con il quale raggiungeva ogni estate la casa delle vacanze, a 600 chilometri di distanza. Per spiegare quel calvario stradale invocava la noia che gli procurava la velocità, il desiderio di attardarsi sulla via. Gli credettero tutti.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al tagliaerba, alla vanga, al rastrello, mio padre preferiva la cesoia, il solo strumento capace di procurargli una felicità totale dell’attrezzo. Era per il suono che le lame fanno incrociandosi, quel movimento di ali che il loro impiego imita, come si dice <em>fendere l’aria</em>?</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando entrò in affari mio padre fu costretto a ricorrere alla garanzia finanziaria di sua madre. All’idea dei suoi magri mezzi di sostentamento in balìa di una gestione che riteneva azzardata, lei espresse i suoi timori davanti al notaio. La manifestazione di questo dubbio momentaneo in presenza di un testimone giurato fu la ferita d’amor proprio più profonda che mio padre conobbe.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mio padre privilegiava un’umiltà dell’esistenza, una modestia dei rapporti che gli faceva dire: «La felicità è fatta di piccole cose». Oppure: «Non si può avere tutto dalla stessa persona». Da questa esigenza limitata ne ricavava un appagamento della presenza, il beneficio sovrano dell’immediato.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando partiva in escursione sulla sua bicicletta da corsa Gitane, mio padre portava con sé solo lo stretto necessario: un pacchetto di sigarette e un accendino. Grazie a questo coadiuvante mozzafiato poteva lanciarsi sulle strade dipartimentali senza rischiare di andare in panne, limitando per qualche ora la consumazione pletorica di Gitanes con filtro.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mal sopportando le confidenze e le velleità artistiche dei suoi familiari, mio padre si svincolava con un consiglio, sempre lo stesso: «Serve un soggetto».</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il cliente più ricco di mio padre portava dei vestiti consunti e girava su un motorino vecchissimo.  Constatare la meschinità umana lo portava a disertare spesso la sua agenzia immobiliare. Era seduto al tavolo di un bar con un sessantenne di sua conoscenza, all’ora in cui si riuniscono i liceali. Indicando un’adolescente, l’uomo mormorò: «Credo di avere una chance». Lo sguardo concupiscente dell’uomo vecchio sulla giovinezza fu per mio padre la vetta ineguagliabile dell’osceno e del fraintendimento di sé.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Preoccupato di migliorare l’ambiente in cui viveva, mio padre afferrò una mazza e distrusse tutte le mattonelle nella tromba delle scale. Prima che questa fase di distruzione fosse seguita dal suo effetto contrario, gli fu necessario il tempo di riprendersi dal trauma causato dall’espressione improvvisa di quella rabbia incontrollata, ovvero circa 5 anni.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando scoprì che la sua casa per le vacanze, un’asinaia restaurata che un modello belga omosessuale gli aveva venduto, aveva delle infiltrazioni, che le travi erano colonizzate da insetti xilofagi, lungi dal lanciarsi in una causa, mio padre passò le sue estati inerpicate su una scaletta, scoprendo le gallerie dei longicorni, allestendo una batteria di pentole che prometteva una sinfonia di acqua e metallo nei giorni di pioggia.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mai mio padre fu così addolorato come quando venne a conoscenza della malattia di un apprendista della sua autorimessa che il cattivo funzionamento dei reni costringeva alla dialisi. Gli fece l’offerta sincera di un rene che il ragazzo, imbarazzato dall’eccesso di compassione del suo datore di lavoro, declinò. Più tardi, quello stesso verdetto cadde su di lui, inaugurando i due anni del suo ultimo viaggio.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualche minuto prima di morire, mio padre ricevette la visita di un’infermiera che aveva soprannominato voilà, secondo la sua abitudine di ribattezzare chiunque secondo un atteggiamento o un gesto specifico, un tic del linguaggio. Voilà segnalava ogni sua entrata e uscita dalla camera con la formula eponima, mio padre aveva quindi fatto di lei un’arrivante perpetua, perpetuamente anonima. Quando voilà si congedò da lui per l’ultima volta, lo udì pronunciare un definitivo «Salut, voilà».<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> Secondo la testimonianza di voilà, questa parola fu l’ultima apostrofe di mio padre al mondo dei viventi.</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Disegno di <strong>Florence Manlik</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gilles Weinzaepflen vive a Parigi. È musicista, poeta e regista.</p>
<p>Il suo sito web: <a href="http://www.gillesweinzaepflen.com">www.gillesweinzaepflen.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>Au revoir</em>: arrivederci.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> «Ciao, voilà».</p>
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			</item>
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		<title>“Soleil grigri” (3/4): da “La primavera torna indietro”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/29/soleil-grigri-3-4-da-la-primavera-torna-indietro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Cava]]></category>
		<category><![CDATA[Gilles Weinzaepflen]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gilles Weinzaepflen traduzione di Alessandra Cava [Soleil griri è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla terza sezione del libro, La primavera torna indietro. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: Quarto vuoto, Cardine Kinski e Salut, voilà]. Perché credi di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-85235" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-300x216.jpg" alt="" width="300" height="216" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-768x553.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-1024x737.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-200x144.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-160x115.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri.jpg 1472w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Gilles Weinzaepflen</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Alessandra Cava</strong></p>
<p>[<strong><em><a href="https://www.editions-lanskine.fr/livre/soleil-grigri">Soleil griri</a></em></strong> è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla terza sezione del libro, <em>La primavera torna indietro</em>. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/15/soleil-grigri-1-4-da-quarto-vuoto/"><em>Quarto vuoto</em></a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/23/soleil-grigri-2-4-da-cardine-kinski/"><em>Cardine Kinski</em></a> e <em>Salut, voilà</em>].</p>
<p><span id="more-85028"></span></p>
<p>Perché credi di pensare come un ricco? Penso come un ricco perché ho le tasche piene. In che modo le tasche piene condizionano il tuo pensiero ricco? Il mio pensiero ricco è condizionato dalle tasche piene perché mentre penso sento il tintinnio delle monete, e questo mi turba. Quel tintinnio non ti è indifferente? No, il mio pensiero non è indifferente al tintinnio delle monete nelle mie tasche mentre penso. Non mi riesce di arrivare al nodo centrale del pensiero, a quel <em>thing</em> inglese. Resto alla periferia del pensiero profondo perché sono obbligato a sorvegliare pensando, è questo che mi impedisce il pensiero profondo, non posso sorvegliare e pensare allo stesso tempo, il pensiero profondo non ha la capacità di un computer multifunzione, è o sorvegliare, o pensare profondamente, ma non le due cose allo stesso tempo. Bisogna quindi che ti liberi delle monete, se vuoi pensare profondamente. Sì: o mi libero delle monete, o mi libero del pensiero profondo. Cosa scegli? Per il momento sono indeciso, non ho ancora scelto, non riesco a scegliere. Finché sento le monete che tintinnano nelle mie tasche non riesco a fare una scelta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se le chiedo di sopravvivere, qui, adesso, senza nessuna preparazione, accetterebbe? No, prima di tutto non sono sicuro che ne sarei capace. Intende dire che non avrebbe proprio nessuna volontà di sopravvivere? Non sono pronto psicologicamente. La sopravvivenza è tutto un mondo, gesti, codici, uno stato d’animo. Non si sopravvive così da un giorno all’altro, non è alla portata di tutti. Eppure, mentre le parlo, lei sta necessariamente sopravvivendo. Sì, ma non sono in situazione di sopravvivenza, vivo senza sopravvivere. Paradossale. Niente affatto: vivere non è sopravvivere, vivere è prima di tutto <em>non sopravvivere</em>. Non sono d’accordo: vivere è prima di tutto sopravvivere, lei è essenzialmente in situazione di sopravvivenza. È vero che ora io sopravvivo senza rendermene conto. Ma se mi trovassi all’improvviso in una situazione di sopravvivenza, mi accorgerei che c’è all’interno stesso della mia esistenza un’operazione di sopravvivenza che è in corso e di cui la posta in gioco è la mia propria vita.</p>
<p>*</p>
<p>I viaggi sono formalmente sconsigliati in quel paese. Le previsioni metereologiche annunciano l’arrivo di violente tempeste (si segnalano venti che possono raggiungere i 180 km/h). Il livello di attività del vulcano resta preoccupante dopo la sua ultima eruzione. Le condizioni di sicurezza sono fortemente degradate: moltiplicazione degli attentati suicidi, scontri con gli oppositori armati, potere crescente della criminalità organizzata, possibilità di sentimenti ostili verso la presenza straniera. Si ricorda che la zona di confine è minata e che è indispensabile non allontanarsi dal valico ufficiale. Non considerate in nessun caso escursioni solitarie: il rischio di falsi posti di blocco istituiti da gruppi armati è ancora da temere. In seguito a numerosi incidenti di turisti che sono stati drogati e derubati, si raccomanda di evitare di seguire persone sconosciute, per quanto possano sembrare rispettabili. Per mano di una o due persone armate, la vittima viene tenuta in ostaggio per due o tre ore durante le quali viene privata dei suoi beni, denaro e altri mezzi di pagamento. Si raccomanda di osservare le zone circostanti quando si sale o si scende dal proprio veicolo. Si sconsiglia di lasciare i centri abitati dopo il tramonto. Il numero degli incidenti di circolazione risulta particolarmente elevato a causa del non rispetto del codice della strada. Le piogge quasi quotidiane in questo periodo dell’anno sono propizie alla proliferazione delle zanzare. L’acqua non è potabile in alcun luogo, preferire l’acqua in bottiglia. Si raccomanda di evitare qualsiasi contatto con superfici contaminate da escrementi di volatili o d’altri animali, poiché le autorità hanno annunciato la presenza di un virus di tipo influenza aviaria identificato su un numero esiguo di anatre. Numerosi uccelli selvatici morti portatori di virus H5N1 sono stati scoperti nelle ultime settimane. L’apparizione di febbre, di vesciche ai piedi o alle mani e di afte in bocca richiede un esame medico. Si raccomanda a ciascuno di informarsi in anticipo sulla situazione in quel paese.</p>
<p>*</p>
<p>La polizia verifica che gli uomini esistano. Lei ha dei documenti d’identità, lei esiste, lei può circolare. Se gli uomini non hanno documenti d’identità, non esistono. Per loro non c’è che il ritorno al paese. Questo paese del ritorno al paese non è la Francia, la Francia non è il paese del ritorno al paese. La polizia circola in Renault Scénic, Laguna break, Mégane, Peugeot Boxer, Expert, Master, mountain bike, pattini a rotelle. Quando la polizia scende dal suo veicolo, è per fare delle multe o comprare dei kebab. Riparte senza indugio evitando di investire i corpi estranei che sono i pedoni. Il pedone genera nella polizia un sentimento di nostalgia mista a desiderio, ma essa si guarda bene dalla malinconia: è là per accompagnare il conducente nella sua ricerca della verità dei segnali stradali. È la verità dei segnali stradali che rende il conducente libero. Le mani della polizia tengono saldamente il volante. Possono anche brandire il ferro. Ferro alla mano, la polizia va matta per la sua potenza, che sgorga come una fontana di testosterone. Quando la mano della polizia sfiora la pistola, gioca con un simbolo esplicitato nel film <em>The Celluloid Closet</em>. La polizia non ha visto questo film, afferra la pistola-fallo in nome della legge è il cazzo legale del governo quando ha un’erezione di traverso.</p>
<p>*</p>
<p>Quando le canzoni hanno iniziato a manifestarsi, stavo rigirando una bistecca in cucina. L’ho tolta dal fuoco e sono andata nello studio di mio marito. Ho aperto il cassetto e ho tirato fuori il suo registratore. Sapevo che non lo utilizzava spesso e che la pila sarebbe morta. L’ho quindi ricaricata, ho spinto sul pulsante per registrare e ho cominciato a cantare l’aria che avevo in testa, con le parole e tutto. Mio marito è entrato, mi ha chiesto se era pronto. Ho nascosto il registratore e gli ho risposto: è quasi pronto. Mentre guardava il telegiornale, ho registrato il seguito della canzone con il ritornello e tutto. Ho messo a posto il registratore e abbiamo pranzato, mio marito e io. La bistecca era un po’ troppo cotta, si è lamentato ripetendomi che se doveva mangiare delle suole di scarpa, preferiva andare alla mensa con i suoi colleghi. Mi ha urlato addosso per un po’, poi è andato a giocare con la console di suo figlio. Ho ripreso il registratore, ho ascoltato quello che avevo cantato, ho registrato la seconda strofa, ho migliorato la melodia e ho aggiunto una fine. Quando è entrato in cucina stavo per finire e lui mi ha chiesto che cosa stavo facendo col suo registratore. Gli ho detto di lasciarmi in pace, ha voluto ascoltare e mi ha strappato il registratore di mano. Mentre riavvolgeva la cassetta, si è girato per prendere una mela dal cestino della frutta. È stato in quel momento che gli ho dato un colpo in testa con la padella. Ha fatto una brutta caduta, ha sbattuto, gli è uscito del sangue dalla bocca. Non sono io che l’ho ucciso, si è ucciso cadendo, sono innocente, vi posso fare ascoltare la canzone.</p>
<p>*</p>
<p>Tom era entrato nella panetteria per rifare scorta di dolci quando la riconobbe nella fila. Un grande vuoto si era formato intorno a lei, la sua testa svettava sulle altre. La Seconda Guerra Mondiale chiese un bastoncino di liquirizia. La panettiera le disse che non ne vendevano più, ma che di sicuro poteva trovarne in farmacia. Sconvolto, Tom ha guardato la Seconda Guerra Mondiale allontanarsi. La maestra l’ha chiamato nel suo ufficio e l’ha interrogato: «Come puoi essere sicuro che fosse la Seconda Guerra Mondiale e non una guerra più piccola, come la guerra sino-giapponese del 1926?». Tom ha confermato che era proprio lei. Dalla descrizione che hanno fatto gli altri bambini, l’istitutrice pensa che abbiano confuso la Seconda Guerra Mondiale con un senzatetto stabilitosi da poco nel quartiere. Per curare Tom il naturopata raccomanda infusi di liquirizia, pianta che possiede effetti curativi per i nervi.</p>
<p>*</p>
<p>È successo qualcosa, abbiamo sentito un fischio, il tipo dell’altra parte ci ha detto state giù, abbiamo obbedito, abbiamo sentito un forte rumore, bbiamo visto dei pezzi di <em>non so che cosa</em> nell’aria, ci siamo stretti gli uni contro gli altri, siamo stati ricoperti da una specie di materia, una polvere più che una materia, tutti neri come eravamo, siamo tornati indietro, qualcuno ci ha detto di andare verso destra, dove c’era un mucchio di roba accatastata, senza dirci esattamente dove, eravamo un po’ persi, per fortuna sono arrivati con il loro materiale, hanno risolto subito la cosa, ci hanno guidato verso l’uscita, abbiamo finalmente potuto respirare. Oggi, quando ripenso a tutto quello che è successo quel giorno, penso che l’abbiamo scampata bella.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Disegno di <strong>Florence Manlik</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gilles Weinzaepflen vive a Parigi. È musicista, poeta e regista.</p>
<p>Il suo sito web: <a href="http://www.gillesweinzaepflen.com">www.gillesweinzaepflen.com</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>“Soleil grigri” (2/4): da “Cardine Kinski”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/23/soleil-grigri-2-4-da-cardine-kinski/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 05:36:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Cava]]></category>
		<category><![CDATA[Gilles Weinzaepflen]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese contemporanea]]></category>
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<p>traduzione di <strong>Alessandra Cava</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>[<strong><em><a href="https://www.editions-lanskine.fr/livre/soleil-grigri">Soleil griri</a></em></strong> è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla seconda sezione del libro, <em>Cardine Kinski</em>. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/15/soleil-grigri-1-4-da-quarto-vuoto/"><em>Quarto vuoto</em></a>, <em>La primavera torna indietro</em> e <em>Salut, voilà</em>].</p>
<p><strong> </strong><span id="more-85026"></span></p>
<p><strong>Cardine Kinski</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>Per le montagne<br />
i frutti dell’aria</p>
<p>la concentrazione riluce<br />
come rottura</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogno di cucire</p>
<p>con poche parole</p>
<p>per fare un abito</p>
<p>di distanza</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che fortuna essere</p>
<p>accanto al</p>
<p>quasi possibile</p>
<p>nel mezzo di questo niente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si teme avvicinandosi</p>
<p>di farlo cadere</p>
<p>ma è sul bordo</p>
<p>senza cadere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ridipingere la dimora di un colore difficile</p>
<p>che sembri non più nuova</p>
<p>ma che i diversi toni della sua storia</p>
<p>siano messi in risalto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Forchetta coltello</p>
<p>cucchiaio</p>
<p>la mano degli altri</p>
<p>è tutto questo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Colpo di fine del mondo tosse di fine dei tempi</p>
<p>tappeto di fiori <em>scavalcare i cadaveri</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il numero su un pezzo di carta</p>
<p>raccolto per terra<br />
con una penna presa in prestito dal viaggiatore</p>
<p>che dimentica di chiederla indietro</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo pressappoco</p>
<p>che permette pressappoco tutto</p>
<p>il tormento</p>
<p>dei muri sfavorevoli</p>
<p><em> </em></p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il film chiede di</p>
<p>uscire da questo recinto</p>
<p>che si è e che</p>
<p>trasuda in realtà</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212; il film</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In ritardo di una stagione</p>
<p>se sì oppure no stasera</p>
<p>Jennifer finirà</p>
<p>nelle braccia di Bradley</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’autore uscito dal tetto della storia</p>
<p>il suo ruolo di amante cieca</p>
<p>con qualche nozione</p>
<p>d’intelaiatura</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Disegno di <strong>Florence Manlik</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gilles Weinzaepflen vive a Parigi. È musicista, poeta e regista.</p>
<p>Il suo sito web: <a href="http://www.gillesweinzaepflen.com">www.gillesweinzaepflen.com</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>“Soleil grigri” (1/4): da “Quarto vuoto”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/15/soleil-grigri-1-4-da-quarto-vuoto/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/15/soleil-grigri-1-4-da-quarto-vuoto/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 05:26:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Cava]]></category>
		<category><![CDATA[Gilles Weinzaepflen]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gilles Weinzaepflen traduzione di Alessandra Cava   [Soleil grigri è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla prima sezione del libro, Quarto vuoto. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: Cardine Kinski, La primavera torna indietro e Salut, voilà].   È [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-85235" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-300x216.jpg" alt="" width="300" height="216" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-768x553.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-1024x737.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-200x144.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri-160x115.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Florence-Manlik_Soleil-grigri.jpg 1472w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Gilles Weinzaepflen</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Alessandra Cava</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>[<strong><em><a href="https://www.editions-lanskine.fr/livre/soleil-grigri">Soleil grigri</a></em></strong> è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla prima sezione del libro, <em>Quarto vuoto</em>. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: <em>Cardine Kinski</em>, <em>La primavera torna indietro</em> e <em>Salut, voilà</em>].</p>
<p><em> </em><span id="more-84962"></span></p>
<p>È seduto sulle piastrelle, rannicchiato tra il tavolo basso e l’armadio, le spalle al muro, a torso nudo. Porta dei pantaloni chiari. Il suo orologio da polso indica le 10:30. Probabilmente è mattina. Sulla sua spalla sinistra, un tatuaggio. Forse un uccello in volo, le ali spiegate e la testa che sparisce verso la scapola. Due pacchetti di Gitanes sono appoggiati sul piano. Il primo è vuoto, il cartone è deformato. Di sicuro è stato schiacciato nella tasca dei pantaloni. Un accendino trasparente è posato sul secondo. Un telefono rosso a disco domina al centro del tavolo. Datazione possibile: fine degli anni ‘70, inizio ‘80. L’apparecchio è attaccato alla presa dietro di lui, il cavo rosso passa sopra la sua spalla. Il torso ruota in direzione del tavolo, il viso girato verso il posacenere. L’attività di fumare lo occupa interamente. Concentrato, picchietta la sigaretta con l’indice sinistro. Forse un timore: la brace potrebbe cadere accanto al posacenere, non se ne accorgerebbe subito, darebbe un tiro alla cicca spenta, qualche cosa prenderebbe fuoco, un odore di bruciato: sarebbe il segnale.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>35, 37 anni. La fronte alta, i capelli corti ma non troppo, le orecchie scoperte. Un principio di calvizie crea un golfo di pelle che risale leggermente verso la sommità del cranio, dal lato della riga poco marcata. Il corpo asciutto, muscoloso ma non troppo. Niente pancia. Una cicatrice vicino all’occhio sinistro. È lì che è scivolato il proiettile? È vero, quel suicidio mancato? Il fatto è che ha anche perduto il gusto. Al nostro primo incontro, in una pizzeria, ha chiesto il peperoncino al cameriere, e ha fatto del cerchio di pasta una sfera di fuoco che mi ha bruciato le labbra. Mi ha detto che faceva il professore. Aveva bisogno di qualcuno per accompagnarlo. Aveva sempre viaggiato e non aveva voluto cambiare le sue abitudini, dopo. Ha parlato di un incidente in moto. Non ho insistito. Mi ha detto che mi avrebbe pagato il volo, e che avremmo condiviso le altre spese. La partenza era fissata a giugno, dopo i miei esami. Il mio ruolo consisteva nel preparare l’itinerario, condurre l’auto, prestargli la mia spalla e i miei occhi, guidarlo per le strade. Non avevo mai viaggiato, lo conoscevo appena.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Strappo le foglie di qat osservando i nostri vicini, sorpreso dall’elasticità delle guance yemenite, la cui sfera può raggiungere la taglia di una palla da golf, a volte più grande ancora. La masticazione rende i muscoli delle nostre mascelle quasi dolenti. Il succo contenuto nelle foglie si mescola al nostro sangue, il suo effetto stimolante e narcotico agisce. Trasformato in una fontana di sudore nella notte fresca della capitale, mi ripete con una voce tra la delusione e lo sgomento che non sente niente. So che questa esperienza conta molto per lui: ha vagheggiato da tempo il viaggio nella linfa tanto quanto l’altro. Io, il corpo arrotolato in un vano d’estasi, circolo in una rete di immagini: Rimbaud, la regina di Saba, gli anonimi incrociati il giorno per strada, quei bambini che studiano il Corano seduti a terra in una corte disseminata di pezzi di ricambio d’auto, mentre i loro compagni giocano al cerchio con le ruote di bicicletta senza raggi, sotto un sole di piombo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’acqua gli arriva al petto. È già lontano. Il livello del mare scende lentamente. Mi ha chiesto di lasciarlo andare da solo. È la prima volta che mi parla con questo tono perentorio. Adesso, l’acqua è a metà coscia. Si direbbe che il fondo sabbioso esiti tra superficie e profondità, oscilli tra due stati contraddittori, come questo sole che si rifiuta di tramontare ed eternizza la sua scomparsa, tingendo l’orizzonte del suo oro incandescente. Per tutto il giorno abbiamo costeggiato il Mar Rosso alla ricerca del moka originale, di cui abbiamo bevuto un residuo fetido nel labirinto in rovina della città eponima, oppressa dal calore. Come si orienta? Nessun vento, nessuna onda, nessuna strada per formare una barriera sonora a partire da cui potrebbe costruire una traiettoria ad angolo retto. Una forma arrotondata tra le mani, la testa inclinata verso il misterioso oggetto. Di sicuro una conchiglia. E se fosse venuto qui per farla finita? L’acqua invece del fuoco, con un compagno invece che da solo. Che dire alla sua famiglia? L’ho guardato senza reagire, obbedendo stupidamente alla sua domanda funesta. Unisco le mani in un imbuto: non mi sente. Mi dirigo verso la 4&#215;4: il suono debole e nasale del clacson. L’acqua gli arriva alla nuca. Sa nuotare? D’un tratto, il suo corpo si solleva di nuovo, la sua sagoma leggermente curva avanza di profilo, a ombra cinese, come se camminasse sull’acqua. No, non vuole morire. Soltanto provare il superamento dei suoi limiti, sperimentare i suoi confini. Camminare nel mare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’alfabeto cangiante dei rumori baratta incessantemente la sua rete di significati misteriosi. A volte mi interroga. Spesso tace e si accontenta di ascoltare. Il vinile che scricchiola sul giradischi del mercante diventa un falò dalle fiamme crepitanti. Mi presta il dono della doppia vista, punteggia ogni più piccolo successo con una lusinga, sempre la stessa: «Sei proprio un mago». Non è difficile leggere una mappa, una guida, una direzione su un cartello. Il mio senso dell’orientamento vale disorientamento. Questo provoca a volte delle felici coincidenze, in questa Arabia che veniva definita, un tempo, felice.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nient’altro che quello che so già di non sapere: una scivolata in moto che rimanderebbe all’immagine di quel proiettile di revolver che, invece di penetrare all’interno del cranio, sarebbe scivolato sopra al mascellare superiore, distruggendo i suoi occhi, inaugurando l’incessante indovinare delle ombre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle Ardenne, à Roche, madame Rimbaud gode di cattiva reputazione tra i contadini del vicinato. Non è stata forse sorpresa in piena notte mentre spostava i paletti che delimitano le sue terre? Suo figlio Arthur ha scelto un altro modo di allargarsi: non spostare i confini, ma attraversarli. Fare indietreggiare i limiti della lingua, preparare il banchetto delle parole per le generazioni future. Finito questo lavoro, è partito. Sapeva con l’esperienza del camminatore che quello che la poesia non può compiere, lo possono le gambe. Il poeta ne ha perduta una lungo la strada. Ha forse sbagliato ostacolo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inutile dirgli a sinistra, a destra, sempre dritto: tutte le direzioni si equivalgono, sono possibili. Sul suo viso, il godimento che gli procura la vibrazione meccanica che ci fa avanzare. Mette la quarta, viaggiamo a cento chilometri l’ora. Questa sensazione, la aspetta da sempre, la ricerca fin dentro i propri sogni, dove si rivede a volte sul suo motore lanciato a tutta velocità, le mani incollate al manubrio, il torso appiattito contro il serbatoio, consustanziale alla sua potenza. A quanto siamo? Sempre, vuole sapere, non vuole sapere che questo: e adesso, a quanto siamo? Ho voglia di rispondergli: siamo ancora? Filiamo alla velocità della scomparsa su questa lingua di sale lungo il Mar Rosso, dove le figure del mondo si spengono, le loro forme raggiunte dall’indistinto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Disegno di <strong>Florence Manlik</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gilles Weinzaepflen vive a Parigi. È musicista, poeta e regista.</p>
<p>Il suo sito web: <a href="http://www.gillesweinzaepflen.com">www.gillesweinzaepflen.com</a></p>
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		<title>Domenica pomeriggio sul ponte (un racconto)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/08/06/domenica-pomeriggio-sul-ponte-un-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Aug 2016 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Gilles Weinzaepflen]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Trento]]></category>
		<category><![CDATA[UCT]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori à Gilles Weinzaepflen Un poeta con un corpo leggero e come sospeso nell’aria da poeta camminava su un ponte che scavalcava un fiume tranquillo ma anche greve di marrone determinazione, perché nelle settimane precedenti aveva invaso le rive, quasi scavallando nelle vie della cittadina. Con lui c’era una donna leggera e come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/08/06/domenica-pomeriggio-sul-ponte-un-racconto/dsc_0058_rid/" rel="attachment wp-att-63998"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-63998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0058_rid-150x150.jpg" alt="DSC_0058_rid" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0058_rid-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0058_rid-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0058_rid-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p align="right">à Gilles Weinzaepflen</p>
<p>Un poeta con un corpo leggero e come sospeso nell’aria da poeta camminava su un ponte che scavalcava un fiume tranquillo ma anche greve di marrone determinazione, perché nelle settimane precedenti aveva invaso le rive, quasi scavallando nelle vie della cittadina. Con lui c’era una donna leggera e come sospesa nell’aria che scuoteva le anche a ogni passo, ma con una grazia trattenuta di cavalla ben educata, la quale era la sua compagna ormai da tanti anni. E anche un uomo straniero che calcava a ogni passo le scarpe da ginnastica sull’asfalto come per incollarle meglio che poteva, forse proprio perché essendo straniero aveva bisogno di sentirsi attaccato a qualcosa. Camminavano fianco a fianco, visto che il marciapiede era largo, e sembrava voler contribuire alla tranquillità di quella domenica pomeriggio così nervosamente contemporanea ma anche per certi versi ottocentesca. Si dirigevano verso la fermata del treno urbano che li avrebbe riportati nell’aria sporca del cuore della metropoli.</p>
<p>Mentre avanzavano un fruscio violento spostò l’aria accanto alla spalla dello straniero, non lontano anche &#8211; sull’altro lato &#8211; dalla spalla della donna leggera, facendo lievitare ancora di più il suo corpo sottile, che si staccò quasi da terra, come gli angeli in certi vecchi quadri. Si trattava di una bicicletta che sfrecciava ardita, e non contenta di averli sorpresi disegnò una virtuosa ansa attorno a una donna con una forma di medusa che incedeva davanti a loro, facendola caracollare dall’altra parte, simile a un lenzuolo gonfiato dal vento. Qualche metro dopo la ruota anteriore del rampichino fiero delle proprie prodezze perse però aderenza e scivolò leggera sul marciapiede, o forse meglio un po’ sollevata sopra di esso, disarcionando il conducente, il quale nella caduta si diresse molto lentamente ma con traiettoria determinata verso l’asfalto, come succede nel tempo rallentato degli incidenti, e molto lentamente ma anche con estrema violenza picchiò alla fine della sua corsa la spalla contro di esso. Non era però finita, perché adesso era la testa che si dirigeva lenta ma inarrestabile contro la pietra della base della spalletta del ponte: ormai lo schianto sembrava ineluttabile. Quella testa rallentò invece per qualche ragione la corsa, fermandosi qualche centimetro prima dell’impatto.</p>
<p>I tre camminatori non vecchi ma nemmeno giovani passarono a fianco dello spericolato corridore, e con sorpresa constatarono che non si trattava di un ragazzo, ma di un uomo con basette di uomo ben ancorato all’asfalto. S’era già rialzato, e tenendo gli occhi bassi osservava la ruota anteriore del rampichino, tutta a onde come un mare aperto arrabbiato. Fece qualche tentativo per fare avanzare la bicicletta, ma questa proprio non voleva saperne. Sembrava incredibile che quei moderni materiali che qualche istante prima erano regolarissimi e efficienti, nella cosiddetta realtà era stato un attimo, fossero adesso così malridotti, e la ruota non potesse più girare. Pareva l’unica prova che era davvero successo qualcosa di non banale, quasi un monito sulla fragilità dell’esistenza. Lo straniero alla ricerca di aderenze sul suolo guardò l’uomo, che sembrava anche lui straniero, seppure di territori più soleggiati e indomiti, per chiedergli se aveva male o aveva bisogno di aiuto, ma era evidente che lui era vergognoso di quanto era successo, e voleva solo scapparsene via per conto suo. E quindi continuarono il loro cammino verso la stazione, alla fine di quella domenica per molti versi ottocentesca passata tra ragazzi che erano ormai uomini fatti, ma chi più chi meno avevano difficoltà a aggrapparsi alle cose quotidiane, essendo tutti artisti con inquietudini e infantilismi per certi versi senili di artisti.</p>
<p>A quel punto il poeta rise, seppure in modo un po’ ineffabile, perché anche i poeti più ineffabili sfogano la tensione ridendo, seguito dalla sua compagna così simile a una delle matite longilinee che era abituata a tenere in mano, e dallo straniero avvezzo a stipare tutto quello che aveva capito del mondo in libri non grossi ma nemmeno sottili e leggeri come quelli del poeta tanto simile a un giunco. Allo straniero piaceva infilare quello che aveva capito anche nei discorsi, pur non essendo un abile conversatore, e quindi spiegò che non c’era da stupirsi che lo strano corridore fosse caduto, visto che lo avevano fissato con sguardi intensi e pieni di rimprovero. Il poeta stentava a capire, perché pur essendo un poeta ultracontemporaneo rotto a qualsiasi sperimentalismo era malato di razionalismo, e anche la sua compagna disegnatrice a dispetto dei suoi disegni bizzarri era prigioniera dello stesso scientismo. Lo straniero se lo aspettava, perché conosceva il paese dove viveva e al quale cercava di abbarbicarsi, e quindi mentre si allontanavano dal ponte e dalla sua acqua simile a caffelatte spiegò che non è poi così difficile per la forza del pensiero far cascare una bicicletta, soprattutto quando varie persone ben decise uniscono le forze.</p>
<p>Il poeta e la sua compagna così simili nella loro elegante fragilità androgina resistevano con esitazioni imbarazzate, ma poi capitolarono, e anzi erano felici di fare loro quella spiegazione con il fascino delle cose esotiche: adoravano giocare assieme con la fantasia. Ormai convinti, o fingendo di esserlo, chiesero al loro amico alcune precisazioni, e lui gliele diede. <em>Allora potremmo rovesciare anche un camion delle spazzature?</em>, domandò dopo qualche attimo di silenzio la donna filiforme, con la fronte solcata da una ruga verticale di bambina seria. Lo straniero in realtà già quasi anziano spiegò con un tono allegro ma anche condiscendente che certo loro tre non sarebbero riusciti a ribaltare un camion delle spazzature, ma forse se fossero stati più numerosi, o a loro si fosse unito qualcuno con facoltà molto potenti, ce l’avrebbero fatta, vallo a sapere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(questo racconto è stato pubblicato sul mensile UCT (Uomo-Città-Territorio), numero 486, luglio 2016, Trento; l&#8217;immagine è una dea-madre, al Museo Archeologico di Cagliari)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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