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	<title>giorgio falco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Testimoni involontari del tempo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/06/vivere-e-scrivere-ai-tempi-del-covid-19/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2020 12:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-83919" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto.jpg" alt="" width="800" height="535" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p><em>Il 6 marzo 2020 ancora non mi rendevo conto di quanto le nostre vite sarebbero cambiate per colpa della pandemia Covid-19. Ma forse sospettavo qualcosa, annusavo l’odore di bruciato. Altrimenti non saprei spiegarmi la mail che inviai a un gruppo di scrittrici e scrittori per chiedere loro come stavano vivendo la situazione, come erano cambiati i loro giorni e le loro scritture. Cercavo – lo ammetto – un poco di compagnia nelle parole degli autori, e l’intelligenza e la comprensione dei fatti che avrebbero potuto offrire. Avevo intenzione di pubblicare le risposte su <a href="https://www.rassegna.it" target="_blank" rel="noopener"><strong>Rassegna.it</strong>,</a> un sito letto da attivisti sindacali e lavoratori. Volevo accostare mondi che non sempre si parlano. È così è andata. Ho ricevuto, fino al 30 marzo, <a href="https://www.rassegna.it/tag/scrivere-ai-tempi-del-coronavirus"><strong>diciassette risposte</strong></a>, documenti del cambiamento, anche, nel corso di questo mese alle spalle, dell’accelerazione delle clausure, della pandemia, della paura. Adesso che l’iniziativa è più o meno conclusa, non è terminata però la stagione precaria che pure guarda a un futuro incerto. Mi sono fatto l&#8217;idea che, delle tante manifestazioni di scrittura digitale e web che ci coinvolgono, Nazione Indiana sia probabilmente quella su cui è più sensato lasciare una traccia ulteriore. Forse perché sta qui da tanti anni, e nonostante tutto c&#8217;è ancora. Ecco i testi ricevuti: documento a memoria, piccola testimonianza di quello che ci è capitato. Li inserisco nell&#8217;ordine di pubblicazione su Rassegna, ma di alcuni aggiungo la data in cui sono stati inviati, nel caso sia risultata troppo lontana rispetto a quella di uscita. </em></p>
<p><em>Allego anche una <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Testimoni_involontari_del_tempo.pdf" target="_blank" rel="noopener"><strong>versione pdf</strong></a> e una <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Testimoni_involontari_del_tempo.epub" target="_blank" rel="noopener"><strong>versione epub</strong></a>, per maggiore comodità di lettura. D.O.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Francesco Targhetta</em></p>
<p><em>Lisa Ginzburg</em></p>
<p><em>Gianni Biondillo</em></p>
<p><em>Alessandra Sarchi</em></p>
<p><em>Francesco Pecoraro</em></p>
<p><em>Vanni Santoni</em></p>
<p><em>Igiaba Scego</em></p>
<p><em>Giorgio Falco</em></p>
<p><em>Helena Janeczek</em></p>
<p><em>Alessandro Gazoia</em></p>
<p><em>Luciano Funetta</em></p>
<p><em>Angelo Ferracuti</em></p>
<p><em>Rossella Milone</em></p>
<p><em>Filippo Tuena</em></p>
<p><em>Andrea Gentile</em></p>
<p><em>Stefano Valenti</em></p>
<p><em>Simona Baldanzi</em></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Francesco Targhetta</strong>, <em>10 marzo 2020</em></h3>
<h3>Come insegnante in una scuola di Treviso, non vado a scuola dal 22 febbraio e non ci tornerò presto. Appena è diventato chiaro che la sospensione delle lezioni non sarebbe stata breve, mi sono informato su quale fosse lo strumento più comodo per tenere video-lezioni, ci ho un po’ familiarizzato e ho iniziato a usarlo con i miei studenti.</h3>
<h3>La condivisione di uno spazio virtuale è ben altra cosa rispetto a quella di un’aula, ma tocca accontentarsi: attraverso la chat i ragazzi mi fanno domande e rispondono alle mie sollecitazioni, ogni tanto aprono il microfono e ci parliamo, e così proviamo a surrogare l’insostituibile dialogo che si ha in aula. Mi sembra il male minore, l’unico vero modo per non lasciarli soli. Alla fine della prima video-lezione uno studente, per scherzo, mi ha chiesto: “prof, appena suona la campanella posso andare in bagno?”. Non lo ammetterebbero mai: ma a loro la scuola manca, e anche a me.</h3>
<h3>Molti mi dicono: approfittane per scrivere. Ma non ci riesco; al di là del fatto che il progetto che ho in cantiere è ancora in una fase troppo embrionale, avverto come un ronzio costante di fondo che mi rende difficile focalizzarmi su alcunché. Più concentrato è il posto in cui devo stare, meno concentrato riesco a essere.</h3>
<h3>Leggo moltissimo, ho fatto lunghe passeggiate con gli amici finché ho potuto, chiacchiero al telefono e scrivo mail su mail. E penso di essere fortunato, pur vivendo ora in una zona rossa, perché continuo ad avere uno stipendio regolare e non perderò il mio lavoro. Eppure ho la sgradevole sensazione di qualcosa che scivola via, oltre che l’impressione, impalpabile ma dilagata ovunque, che questo avvertimento della nostra infinita piccolezza e precarietà si sia radicato così profondamente che sarà difficile tornare a fare le cose come prima.</h3>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Lisa Ginzburg</strong>, <em>11 marzo 2020</em></h3>
<div>
<h3>Attraverso questo strano e non facile momento a Parigi, dove abito, e dove l’allerta Coronavirus non ha assunto la forma di particolari cambiamenti di usi e costumi del vivere comune. Chissà per quanto ancora ma – se pure nettamente meno del solito –  strade, caffè, autobus e metropolitane sono affollati. Non che l’ansia per l’epidemia non galoppi tutt’intorno; però mancano segni tangibili, tracce di radicali nuovi assetti che possano amplificare l’angoscia dei pensieri. Visioni trasformate che mi facciano sentire preoccupata più di quanto già non sia. Lo stesso l’ansia aleggia, abita dentro; da dieci giorni (o più? ho perso il conto, il tempo s’è come dilatato) il mio guardare la realtà è più che mai scisso, strabico, un occhio puntato fisso all’Italia – anche al mondo, certo, però all’Italia soprattutto – l’altro alla vita, occhio vigile sulla mia e quella di chi amo.</h3>
<h3>La vita prima di questo deflagrare – di un’epidemia, ma anche di molto altro. Il diverso rapporto con il futuro è la trasformazione più spiazzante. Faccio parte di quella vasta categoria di persone che sono solite vivere pianificando, trovando senso e rassicurazione in un monitoraggio continuo del loro tempo, organizzato secondo scansioni, orizzonti di date ed eventi a venire. Giorni e appuntamenti collocati nel futuro, prossimo o lontano, cui sono solita abbrancarmi come a protesi di me, e che invece improvvisamente o si vanificano, o diventano labili, immersi in una nebbia di possibilità che contiene nella sua bruma una buona dose di incertezza.</h3>
<h3>Il proprio avvenire come ipotesi: un paradigma nuovo, che dilata il presente, illumina il passato, mentre su quel che accadrà “dopo” mantiene un riserbo molto preoccupato. Non è caos quello generato da questo scomporsi delle certezze temporali: piuttosto direi uno smarrimento sconsolato e mite, un sussulto di vulnerabilità, atterrito, senza parole. Epifania muta di uno scoprirsi privi di strumenti per decifrare, la realtà così come se stessi. Per chi scrive, per quanti di noi lavorano con le parole, condizione destabilizzante anche da un punto di vista professionale, e perciò sentita come onnipervasiva, che schiaccia.</h3>
<h3>Il secondo pensiero è rivolto al Sé. Prende forma in embrione in queste settimane, penso, un modo nuovo di concepire le proprie identità. Ci si sente con gli altri, con tutti. Posti di fronte alla medesima minaccia e perciò interconnessi, nonostante ogni separazione da contagio. Davanti a questo grande pericolo che ci riguarda come esseri umani, senza distinzioni, ogni interesse personale quantomeno cambia di valore. A occhio nudo ecco si mostra la vanità dell’essersi sentiti importanti, anche unici. Come un’espiazione: tante forme di narcisismo verranno azzerate da questa nube di contagio, mi viene da supporre. La mannaia di questa malattia terribile, insidiosa e misteriosa, agirà da Grande Livellatore… Fantasie apocalittiche, la cui intensità è misura del disorientamento. Conta moltissimo il lavoro.</h3>
<h3>Leggere, scrivere, stare in ascolto, pensare. Come non mai, impegnarsi è la vera barra del timone; però acquattati, lì anche senza poter prevedere niente. Quanto durerà questa paura? Quanto l’allarme di queste settimane, e i disagi, e gli effetti nella lunga durata trasformeranno i nostri modi di stare al mondo, di lavorare, di amare? Domande ampie, avvolte loro anche dalla bruma incerta di questi giorni molto tesi e cupi. Chissà. Allenarsi all’imprevedibile. Addomesticare l’angoscia cedendo a una duttilità del pensiero. Perché dopo questo forme nuove saranno quelle che useremo: per pensare il tempo, e gli altri, e noi stessi.</h3>
</div>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<div>
<h3><strong>Gianni Biondillo, </strong><em>12 marzo 2020</em></h3>
<h3>Forse l&#8217;immagine dello scrittore solitario, nel chiuso delle sue stanza, che non fa altro che vergare pagine mentre fuori infuria la bufera, può piacere a qualche romantico d&#8217;accatto, ma è pura finzione. Scrivere non è un&#8217;attività solitaria. Lo è forse in un dato momento, ma c&#8217;è una vita, c&#8217;è un mondo da frequentare se si vuole scrivere. La settimana dello scrittore ha momenti schizofrenici. Certo, ci sono la solitudine, il raccoglimento, le ore passate davanti al computer. Ma ci sono anche i viaggi, gli incontri, le scuole, le conferenze. Ci sono le fiere, i saloni, le redazioni, le presentazioni dei libri, tuoi o di altri, nelle librerie, nei centri culturali, nelle scuole. Quando d&#8217;improvviso ti viene proibito tutto ciò senti come una ferita, un vuoto. Ti senti sbilanciato, asimmetrico. Per assurdo, proprio ora che in teoria ho più tempo per scrivere, scrivo di meno, con più difficoltà. Questo tempo “sospeso” è un tempo che non passa, che non si mette a frutto. Le scolaresche, i lettori, i colleghi, gli editori, la gente comune, quella che ti ferma per strada, il bar dove fai colazione, le mostre, i teatri, il cinema, sono il cibo quotidiano, la pasta da modellare, il muro da scalare, la materia prima, rigenerante per ogni scrittore. Nessun artista opera da solo, anche il più solitario.</h3>
<h3>Ma poi, ché di lavoro si parla, non di un ozioso passatempo, non di un hobby da farsi nel tempo libero, la ricaduta economica &#8211; per chi come me vive di parole, chi, insomma, non ha uno stipendio o una rendita assicurata &#8211; è disastrosa. Mi sono saltati incontri, conferenze, appuntamenti, convention programmati da mesi e che non potranno essere recuperati. Su alcune di queste, dove erano presenti rimborsi, <em>fee</em>, gettoni di presenza, avevo fatto affidamento per tamponare il mio magro bilancio familiare. Di libri, solo di libri, non si vive in Italia.</h3>
<h3>E, lo voglio dire, mi infastidisce sentire in televisione chi, cercando di sembrare simpatico o intelligente, se ne esce con dichiarazioni risibili. Cose tipo: “Be&#8217;, ora abbiamo il tempo per leggerci un buon libro”. Ché c&#8217;era bisogno della prospettiva di una pandemia per consigliarlo! Già prima di tutto ciò nessuno andava in una libreria, figuriamoci oggi. Tutto questo tempo sospeso non sarà utilizzato per leggere libri, siamo seri. In un tempo che non passa, in un tempo di pura attualità, il tempo lo passeremo consultando siti di notizie, facendo la conta dei morti e dei sopravvissuti, inebetendoci di fronte allo schermo televisivo, augurandoci nell&#8217;intimo la rissa. Per poi magari scrivere sui social che, male che vada, dobbiamo prenderci questo tempo “per aprire finalmente un buon libro”. Che non c&#8217;è nella maggior parte delle case degli italiani.</h3>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Alessandra Sarchi</strong>, <em>13 marzo 2020</em></h3>
<h3>L’emergenza sanitaria creata dalla diffusione del Coronavirus, e le conseguenti restrizioni alla mobilità e alla socialità, cadono per me come prolungamento di un periodo non tanto diverso: da un anno e mezzo ormai per ragioni di salute passo parecchio tempo da sola. In attesa che le cose migliorino, in attesa che gli esami cui mi sottopongo periodicamente mi consentano di ritornare a fare questa o quella cosa. In molti mi dicono: be’ ne approfitterai per scrivere, in realtà non è così.</h3>
<h3>Scrivere, scrivo, ma senza quella ricchezza di spunti e di sollecitazioni che rendono necessaria quest’attività. La scrittura è già di per sé isolamento, ma un conto è isolarsi mentre si è nel mezzo di relazioni e stratificazioni che premono e chiedono e suggeriscono connessioni e rimandi, e scavano tunnel che dal presente vanno al passato, un conto è vivere isolati per forza, privati della possibilità di un confronto frequente; ci si inaridisce, io mi inaridisco. Si coltivano ossessioni, a volte diventano percorribili con l’immaginazione, a volte è meglio trattarle per quello che sono: spazzatura della psiche.</h3>
<h3>Non è che il mondo di storie e di fantasie che mi porto dentro sia venuto a mancare, però è come se si fosse rattrappito; se ne sta lì, come una ballerina senza pubblico, perché dovrebbe esibirsi? Perché dovrebbe prodursi in una fatica fisica la cui bellezza e perfezione formale non verranno apprezzate da alcuno?</h3>
<h3>Anche ai cultori di un ego intellettuale autonomo e autarchico credo sia chiaro, ora, quanto la vita della mente si nutra di relazioni. Quanto lo scrivere richieda una fiducia nel prossimo di un qualche tipo. Forse è una lezione salutare per noi tardivi figli di un Novecento che ci ha nutriti di individualismo e cinica relatività.</h3>
<h3>Mi manca il cinema e mi manca il teatro, mi manca il poterne parlare con gli amici con cui condivido questi momenti, mi mancano moltissimo biblioteche e musei. Esistono i dialoghi a distanza, le letture e tutto il resto. Esiste il web. E per fortuna esistono gli amici come Davide, che da lontano vengono a stanarti e in questo momento è la cosa che più assomiglia a un: raccontami.</h3>
<h3>L’unica ragione per cui abbia senso pensare di scrivere.</h3>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Francesco Pecoraro</strong>, <em>14 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)</em></h3>
<h3>Per chi scrive e sta, metti, concentrato su qualcosa che lo interessa, un groppo di temi su cui riflettere, cose su cui documentarsi, quella del virus è soprattutto un’irruzione che si subisce a livello mentale, perché il dualismo ultimativo vita/morte spazza via tutti gli altri temi, rendendoli marginali. Le idee su cui stavo lavorando improvvisamente si sfarinano, il pezzo che stavo rifinendo diventa inutile, lo porto avanti per inerzia perché è quasi a posto, altrimenti lo abbandonerei.</h3>
<h3>L’auto-committenza, che caratterizza il lavoro di gran parte degli artisti contemporanei, è come se venisse meno. Con la mente occupata da pensieri ultimi e l’orecchio teso al flusso incessante dell’informazione sulla pandemia, con la città che si chiude e non ti chiama più a distrazione fruizione esplorazione, con gli incontri amicali che si diradano, è difficile assegnarsi dei compiti e tenere duro sull’auto-disciplina necessaria a questo lavoro.</h3>
<h3>Se mancano stimoli attenzione e nutrimento, semplicemente si smette di scrivere. Fortunatamente ancora ricevo una pensione che mi permette di vivere, ma in questi giorni sono solidale con quel titolare di una ditta di catering che racconta dei suoi ordini calati del 100%: gli “eventi” cui prestava i suoi servizi, diventando dannosi, hanno anche rivelato la loro marginalità.</h3>
<h3>Ci difendiamo amputando la vita associata. La cosa è come se si riflettesse nella mia testa. In questa fase la scrittura, da centrale che poteva parermi sino a due settimane fa, sta calando in uno stato secondario. Come tutti, mi domando se e quando questa strana vicenda collettiva finirà. E se, vista la mia età, ne uscirò vivo.</h3>
</div>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<div>
<h3><strong>Vanni Santoni</strong>, <em>15 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)</em></h3>
<h3>Un fatto interessante, tra tanti drammatici, di questi giorni di pandemia, è l’accelerazione del tempo. All’apparenza, il tempo si direbbe rallentato: le ore, chiusi in casa, si fanno lunghe per tutti. In realtà, non ha mai smesso di accelerare: ogni giorno sappiamo qualcosa in più sul virus, vediamo come reagiscono i vari paesi, abbiamo una nuova posizione; le idee e le considerazioni del giorno prima diventano immediatamente obsolete; lo abbiamo visto accadere da noi, e poi, in una replica piuttosto grottesca, perché evitabile, di nuovo in Francia: prima lo sminuire, il paragonare il Coronavirus all’influenza, il dire che colpisce solo chi è già malato; poi l’aumento della preoccupazione, le misure che si fanno via via più serrate, l’ineludibile prenderlo molto sul serio da parte di tutti. Allo stesso modo, ogni giorno siamo diversi <em>noi, </em>perché prendiamo le misure al nostro isolamento, alle nostre reazioni a esso e a quelle di chi ci è vicino.</h3>
<h3>Il contributo che segue, chiestomi da Davide Orecchio, è stato scritto <em>dieci giorni fa</em>. Oggi, vedendo che non era ancora uscito, avevo pensato di riscriverlo, dato che in dieci giorni è cambiato <em>tutto</em>; poi ho ritenuto più interessante lasciarlo così com’è, aggiungendo solo questa piccola introduzione, così che rimanesse a testimonianza di quanto velocemente cambino le cose durante un’emergenza del genere. Al lettore il compito di immaginare le molte, troppe cose che potrei aggiungere dopo così poco tempo.</h3>
<h3><em>[scritto a Bastia il 6 marzo 2020]</em></h3>
<h3>Per carattere – mia madre, da ragazzino, mi diceva sempre che ero “incosciente” – mi viene molto difficile spaventarmi o allarmarmi, così all’inizio della pandemia non ho cambiato minimamente le mie abitudini, che del resto non sono molto mondane essendo del tutto calibrate sul mio lavoro: mi alzo tardi, pranzo presto, vado in biblioteca a scrivere, torno a casa per leggere (e cenare, pure, presto); mi sposto in un caffè per scrivere fino a notte inoltrata, torno a casa a leggere, dormo.</h3>
<h3>L’unico cambiamento, quindi, che ho notato nei primi giorni del Coronavirus, è stato il progressivo calo delle presenze nella biblioteca (e nei bar) in cui sono solito andare, finché verso metà febbraio non mi sono ritrovato da solo nell’intera sala lettura. Cosa che mi ha fatto piacere, così come sul momento mi ha fatto piacere vedere Firenze libera dalla morsa turistica che ogni giorno la soffoca.</h3>
<h3>Quando le cose hanno cominciato a farsi più serie, e a condizionarmi contro la mia volontà – biblioteche chiuse, caffè che chiudevano prima per assenza di clientela – mi trovavo a Bastia, in Corsica, dove lavora in questo momento la mia fidanzata (all’arrivo del traghetto siamo stati accolti dalla stampa, alla quale in un francese mediocre ma spavaldo ho detto che era tutto solo una grande paranoia!), e qui mi sono trattenuto visto che nel frattempo sono saltati o sono stati rimandati <em>tutti </em>gli eventi a cui avrei dovuto partecipare: prima il festival “I Boreali” a Milano (annullato), poi la nuova fiera del libro “Testo” di Firenze (rimandata a giugno), poi il corso di scrittura che dovevo tenere alla Fondazione Altiero Spinelli sempre a Milano (rimandato a data da destinarsi), e ancora “LibriCome” a Roma (annullata); è di queste ore il rinvio di “Book Pride”, altra manifestazione milanese, che pure avrebbe dovuto tenersi a metà aprile, in una data quindi piuttosto lontana.</h3>
<h3>A questo punto, anche considerando l’ultimo dato AIE che parla di un calo delle vendite di libri attorno al 50%, ho cominciato a preoccuparmi un pochino, dato che, comunque, la barca sta a galla anche grazie a questo fitto calendario di eventi di grande qualità, indispensabile per tenere aggregato lo zoccolo dei lettori forti e fortissimi, oltre che noi addetti ai lavori.</h3>
<h3>E ovviamente ho cominciato a preoccuparmi per tutti gli amici precari che cominciavano a rischiare il lavoro, anche fuori dall’editoria: quanta gente, a Firenze, lavora nelle università americane con contratti semestrali? Quanta è precaria nella scuola? Quanta lavora a partita Iva in giro per l’Italia?</h3>
<h3>Insomma, con l’allungarsi del periodo di allarme, c’era poco da fare i gradassi: che uno avesse paura o meno del virus, questo cominciava ad avere effetti reali sulla vita delle persone, mettendo in luce la perversità del sistema tardo-capitalista in cui ci ritroviamo.</h3>
<h3>Ho la fortuna di scrivere sui giornali, che non hanno fermato le loro attività, e ho avuto la fortuna di non avere libri fuori in questo momento: il mio ultimo romanzo è uscito un anno fa e sono fuori dalla fase di promozione, mentre il prossimo è in mezzo al guado e quindi farei vita monastica comunque. È vero che ho un pamphlet in uscita ad aprile, ma essendo un piccolo libro sulla scrittura e sul suo (non) insegnamento, ha un pubblico specifico – gli aspiranti autori – e quindi non lo avrei portato molto in giro… Si dice sempre che le presentazioni servono a poco, ma non è vero: nel momento in cui un libro è in fase di lancio, concorrono, assieme alle recensioni, alla presenza sui social e al resto, a creare attorno al libro quell’aura di attenzione che poi è decisiva nel determinarne il successo. La singola presentazione, come la singola recensione, non cambia niente, ma tutte assieme sono fondamentali (specie quelle alle manifestazioni frequentate dai lettori più attenti) per innescare, se le cose vanno bene, la famosa “massa critica”, e capisco quindi lo stato d’animo esasperato di chi ha avuto un libro in uscita a febbraio o adesso a marzo, normalmente mesi eccellenti per arrivare in libreria.</h3>
<h3>Adesso la mia preoccupazione è per l’intero comparto, che sembra accusare la crisi da pandemia più di altri, ma più in generale per tutti coloro che rischiano il lavoro, nell’editoria come altrove. Cerchiamo di reggere il colpo, e speriamo che almeno tutto questo serva a tenere a mente quanto è importante la sanità pubblica e quanto fa schifo l’erosione dei diritti dei lavoratori.</h3>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Igiaba Scego</strong>, <em>15 marzo 2020</em></h3>
<h3>Caro Davide, mi mancano le parole. È strano da dire visto che facciamo le scrittrici e gli scrittori con vocazione quasi monastica. Ma è la verità, mi mancano tutte le parole per descrivere questo caos. Il coronavirus me le sta togliendo una ad una. Come tutti sto vivendo questa esperienza di vivere sigillata, come se fossi in una scatola di sardine dove l&#8217;unica sardina sei tu, che nuoti e provi a tenerti a galla in quel mare di olio nonostante tutto. Siamo topi in trappola. E stiamo provando ora sulla nostra pelle quello che molti uomini e donne del Sud Globale provano quotidianamente. Io ho sempre ragionato del viaggio, quello possibile e quello negato. Sono sempre stata conscia di essere parte di una bolla di privilegio pazzesca, bolla che mi ha permesso nel tempo di fare viaggi transoceanici in pochi giorni. Ed è questo privilegio di viaggio che mi ha sempre mosso alla difesa di chi invece veniva privato della mobilità, a volte persone con la mia stessa faccia, con il mio stesso colore scuro di pelle, che hanno dovuto attraversare il deserto e la ferocia dei trafficanti solo per poter fare un passo.</h3>
<h3>L&#8217;anno scorso l&#8217;ho capito come non mai quanto il passaporto europeo che portavo in tasca fosse una chiave che apriva magicamente i confini. Infatti è l&#8217;anno scorso che ho fatto la pazzia di attraversare tre volte l&#8217;Atlantico, per andare due volte negli Stati Uniti e una volta in Brasile. Controlli standard e poi via alla conquista di quei territori che in fondo fino a ieri consideravo quasi dietro l&#8217;angolo. Ma niente è dietro l&#8217;angolo. Il privilegio di avere un passaporto forte si è scontrato oggi con un virus che assomiglia ad una cabarettista degli anni &#8217;20 e che ha la caratteristica di colpirti dove non te lo aspetti. E questo virus ci ha calato come non mai nell&#8217;esperienza reale delle persone che il mainstream chiama migranti e che in condizioni di viaggio normale, legale e possibili, sarebbero stati solo viaggiatori.</h3>
<h3>Capisco nell&#8217;intimo, nel dolore di questa stasi causata da condizioni straordinarie, che il diritto alla mobilità dovrebbe essere concesso a tutti. Ma nel mondo nuovo (perché volente o nolente sarà nuovo) che verrà capiremo secondo te la lezione del virus? O continueremo a costruire muri e frontiere? Ora la frontiera me la sento addosso. Io che ho la famiglia quasi tutta fuori dall&#8217;Italia, mi sento separata da loro come non mai. E questo sta succedendo a tante amiche/amici che hanno i figli in qualche altro paese, italiani emigranti con una laurea al posto della valigia di cartone. Sono preoccupata per loro, per la mia famiglia che vive altrove, e se succede qualcosa? La consapevolezza che questa volta non ci sarà un volo Ryanair per raggiungerli mi annienta.</h3>
<h3>In questo il virus ci ha fatto vedere come sarebbe brutto vivere nel mondo sognato dai sovranisti, un mondo sigillato, chiuso, dove l&#8217;assenza della relazione umana è l&#8217;imperativo categorico. Da poco stiamo sperimentando questo paradiso sovranista e già ci da la nausea. Ed è così odioso non poter più fare nulla di quello che ci piaceva, nemmeno il caffè al bar che come sai fa sempre molto made in Italy.</h3>
<h3>Il virus è un dittatore, lo ha definito tale il virologo Burioni. Ed è così. Costringe i nostri governi (dico nostri perché finalmente alla lungimiranza del governo italiano se ne stanno aggiungendo altri) a diramare decreti che mai avrebbero voluto firmare. Ma è anche un virus comunista, mi ha detto Simone Paulino editrice della brasiliana Nos, un virus che sconquassa con la sua invisibilità il mondo del capitale, mettendo a nudo le catene dello sfruttamento e le idee malsane per la società che sono dietro ad alcuni leader di organi sovrazionali. E’ il virus, con la sua pericolosità, che ci mostra con chiarezza le diseguaglianze sociali, i posti letto tagliati in ospedale per profitto, le carceri sfinite da troppe politiche sbagliate.</h3>
<h3>Io però, caro Davide, lo confesso non so dirti se questo virus sia comunista, fascista, qualunquista&#8230; probabilmente è solo un virus ecologista perché mette a nudo la sbagliata relazione di noi esseri umani con il pianeta. Non so che virus sia. So però che, dopo, le nostre piccole vite non saranno più le stesse. Qualcuno la vita non ce l&#8217;avrà più e chi sopravvivrà, dovrà fare i conti con le paure di un dopo che non sappiamo ancora che forma avrà. Niente sarà davvero più lo stesso per nessuno, nemmeno la vita dei paesi sarà più la stessa, con una Cina in gran sfoggio pronta a un suo personale (e meritato direi) rinascimento e con gli Stati Uniti malandati quanto i suoi candidati in corsa alla poltrona di presidente.</h3>
<h3>Vorrei dirti di più, ma ho perso le parole. Anche se ora tu le vedi, le leggi, sono ancora troppo impalpabili come il virus, ancora troppo spaventate. Un giorno torneranno tutte con la lucidità necessaria. Torneranno le parole giuste e ci guideranno verso nuovi orizzonti.  Credo che però per poter scrivere di quello che ci sta succedendo, della paralisi, delle paure, dell&#8217;angoscia, ci vorrà tempo. Molto tempo. Per ora ho deciso di aprire dei libri, leggerli, ho bisogno delle parole degli altri oggi più che mai, per mettere a fuoco, per non perdere l&#8217;equilibrio, per esistere, per resistere. Solo guardando alle esperienze del passato o anche solo dell&#8217;altro ieri potrò/potremo capire come sarà il mondo che verrà.</h3>
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<h3><strong>Giorgio Falco</strong>, <em>16 marzo 2020</em> <em>(inviato l’8 marzo)</em></h3>
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<h3>Prima del coronavirus uscivo poco, adesso esco ancor meno e sono autorizzato dal decreto. Certo, ho dovuto annullare o rinviare alcuni piccoli impegni lavorativi; avrò ulteriori incertezze economiche, ma il mio unico lavoro lo svolgo a casa, scrivendo libri. Di solito non sono invitato a festival, saloni e altre situazioni del genere.</h3>
<h3>Per me è tutto come prima. Beh, quasi. Voglio dire, da alcune settimane fatico a mantenere la concentrazione mentre scrivo e leggo. Di sicuro è aumentata l’ansia; a ogni fine giornata non guardo più le previsioni meteo e le temperature delle varie città del pianeta; adesso guardo il numero dei contagiati e il numero dei morti da coronavirus, in Italia e nel mondo; poi faccio il conteggio dei morti in Italia e in Lombardia, uso la calcolatrice, poiché nessuno ripete più la percentuale del 2%, il valore ipotizzato durante i primi giorni. Oggi la percentuale dei decessi è stata vicino al 5%, ieri era al 4,5%, l’altro ieri era al 4%.</h3>
<h3>Cerco di difendermi ingenuamente, confidando nei numeri, e nel fatto che questo virus sia l’unico portatore di malattia e dolore e morte. All’inizio ho pensato di rifugiarmi nella casa disabitata di un parente, sulla costa adriatica ferrarese, in un luogo quasi disabitato. Ma poiché da molti giorni ho tosse e mal di gola (l’ennesima ricaduta dell’influenza, credo, e spero), a volte temo che sia il coronavirus in una forma blanda, e allora ho preferito rimanere a casa.</h3>
<h3>Da molti anni ho sperimentato su di me una piccola teoria, ovvero che la condizione migliore per guardare il mondo sia avere una febbriciattola, 36.9, al massimo 37.2, non di più. È la soglia per cui tutto appare in una forma leggermente diversa rispetto a quella abituale. È la soglia per cui possiamo togliere il velo appoggiato sulle cose, pur continuando a mentire.</h3>
<h3>Come diceva il mio allenatore dopo aver subìto il primo gol: ragazzi, tranquilli, non è successo niente, non è successo niente. Poi, se e quando arriverà proprio a noi la febbre alta, saremo comunque troppo deboli per sopportare la verità.</h3>
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<h3><strong>Helena Janeczek</strong>, <em>16 marzo 2020 (inviato il 14 marzo)</em></h3>
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<h3>È appena giunta la notizia che anche la Spagna, dove l’epidemia ha avuto un drammatico incremento, ha deciso delle misure simili a quelle italiane. Questo rafforza uno dei pensieri più angosciosi di questi giorni: il Covid corre più veloce dove ogni gesto introiettato contravviene alla regola di mantenere le distanze. Persino nel Lombardo-Veneto, avvezzo a considerarsi “il Nord”, è naturale fare grappolo, salutare con baci, abbracci, pacche e strette di mano, parlare vicino dall’interlocutore. Naturalmente ci sono altri elementi, ma l’idea che il contagio punisca la nostra <em>maggiore </em>socialità – socialità scelta o obbligata – mi risulta abbastanza insopportabile. L’ironia della sorte vuole che dal giorno del primo caso a Codogno, in vista di un tour in Germania poi cancellato dal galoppare degli eventi, mi fossi quasi messa in “autoquarantena”. Ma per quanto mi dispiaccia che la pandemia abbia colpito e abbattuto il lancio ben preparato della traduzione in tedesco di <em>La ragazza con la Leica</em>, in queste settimane non riesco a stare dentro i miei panni di scrittrice.</h3>
<h3>Sono stata presa a imparare delle regole contrarie alle mie abitudini e persino ai miei tic nervosi, io che metto spesso le mani nei capelli e pure in faccia. Questo mi ha fatto sentire esposta a una diffidenza verso me stessa, quasi appesa a un sottile filo di paranoia. Ora sono più serena e rodata, con le scorte di sapone e crema per le mani ormai secche. Però mi sento un corpo vulnerabile attorniato da altri corpi ancora più vulnerabili. Ho tanti amici e addirittura figli di amici che lavorano nella sanità lombarda. Quasi tutti gli altri sono lavoratori autonomi che non hanno idea di come tenersi materialmente a galla, eppure non si lamentano delle misure intraprese. Penso che <em>Rassegna</em> sia il luogo giusto per menzionare queste lavoratrici e questi lavoratori, non importa se sono librai o baristi, teatranti o altre partite Iva.</h3>
<h3>Passo le mie giornate a sentire le persone care, quasi tutte con una forte preoccupazione: genitori anziani, figli all’estero, bambini piccoli da gestire a casa o qualche pregresso clinico che in una situazione normale sarebbe sotto controllo. E poi cerco delle informazioni attendibili su questo virus e le strategie per contrastarlo. Ho una mente pochissimo scientifica, invece adesso mi rasserena solo il rigore del metodo scientifico, incluse le ammissioni di imprevedibilità e di ignoranza. Le mani non rimandano più il privilegio di essere una scrittrice, una che lavorando non le consuma. La testa arranca dietro una realtà mutevolissima per cui il primo grado di comprensione viene fornito da una cultura che non mi è familiare. Ma va bene starci così, in questa crisi, senza una stanza per sé, perché anche con una porta chiusa, la mente non riesce a isolarsi.</h3>
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<h3><strong>Alessandro Gazoia</strong>, <em>17 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)</em></h3>
<h3>In questo momento m’imbarazza scrivere della mia condizione, perché non è di particolare disagio né significativa in special modo. Tuttavia darò in breve la mia testimonianza, appunto solo una tra le tante. Credo che il mio caso sia relativamente raro, infatti da molti anni “lavoro a distanza” come editor: le case editrici con cui collaboro sono lontane centinaia di chilometri e gli autori che seguo, ovvero le persone che sento più spesso per mail o al telefono, vivono in altre regioni, in altri Stati. Quando la situazione era meno grave, molti mi hanno detto scherzando che per me non era cambiato niente: restavo sempre quarantenato volontario. Sono cambiati però i momenti in cui solitamente incontravo le persone dell’ambiente editoriale in generale, ovvero le fiere e i festival: fiere e festival annullati, posticipati, in via di probabile annullamento e posticipo.</h3>
<h3>Ad esempio a metà aprile non ci sarà a Milano Book Pride, fiera nazionale dell’editoria indipendente, con la quale collaboro da diversi anni, come uno dei “curatori del programma”. Venerdì 6 marzo abbiamo comunicato che la manifestazione è rimandata, e non sappiamo ancora quando potremo recuperarla. Dopo l’annuncio, ho guardato ancora una volta il documento condiviso in rete dove in questi mesi noi del “gruppo di lavoro” abbiamo segnato tutti i circa 300 incontri programmati (se un documento condiviso in rete non pare il massimo della tecnologia per organizzare un festival di dimensioni non piccole, è perché non è il massimo della tecnologia, però grazie alla buona volontà di tutti ha sempre funzionato bene; nell’editoria la buona volontà muove le montagne che devono essere mosse).</h3>
<h3>Ho provato dispiacere per il lavoro sfumato, fatto insieme a decine, centinaia di editori e autori, poiché, anche nella migliore delle ipotesi, cioè con un recupero della fiera, si dovrà ricominciare quasi da zero – non essendo certo possibile tra diversi mesi presentare solo libri usciti all’inizio di quest’anno; ma soprattutto c’è il rammarico di avere fatto qualcosa di molto buono (a nostro giudizio) che non può essere condiviso col pubblico dei lettori, lettori per i quali – lo dico senza retorica, perché parliamo pure di concretissima economia – tutto il settore editoriale lavora.</h3>
<h3>Oggi tornerò a editare libri altrui, a scrivere per me e a guardare le notizie. Domani farò lo stesso, dopodomani anche. Fino a quando, spero presto, la “necessità” di aprire ogni ora una pagina web per “controllare la situazione” si farà meno forte.</h3>
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<h3><strong>Luciano Funetta</strong>, <em>18 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)</em></h3>
<h3>Scrivo queste brevi righe da una casa in un quartiere molto popoloso di Roma. Dicono che presto anche qui verranno tracciate le linee della zona rossa. Chi lo dice? Voci. Voci che sussurrano e avanzano ipotesi. Sono esattamente otto giorni che non vado al lavoro, non per ragioni legate all&#8217;emergenza sanitaria.</h3>
<h3>Nell&#8217;ultima settimana ho avuto il tempo – tre ore trafugate alle incombenze quotidiane – di scrivere soltanto la bozza di alcune pagine di accompagnamento a cui una casa editrice mi ha gentilmente chiesto di pensare per il romanzo breve di un&#8217;autrice cilena. È un&#8217;opera che parla delle cicatrici dei sogni. I protagonisti sono poco più che bambini e i loro sogni sono le emissioni spettrali di una notte collettiva.</h3>
<h3>Per il resto dei giorni appena passati ho respirato l&#8217;odore di reparti ospedalieri, viaggiato su mezzi pubblici stranamente poco affollati, ascoltato, per strada, frasi in lingue che all&#8217;improvviso sembravano più antiche e solenni, e ho pensato che la stanchezza e la mancanza di sonno mi avessero trasportato in una megalopoli fuori dal tempo.</h3>
<h3>Ho letto giornali, guardato trasmissioni, cercato articoli, ricevuto messaggi e telefonate, ho comprato medicine, ho letto libri per bambini, pochissime pagine di libri per adulti, ho resistito alla tentazione di riattivare un paio di profili social (non ne faccio uso da anni), sono rimasto in costante contatto con i colleghi della libreria di San Lorenzo dove lavoro. Nelle ultime due settimane abbiamo dovuto annullare gli eventi che permettono al fragile equilibrio del nostro commercio di prosperare. In compenso, mi dicono, stiamo vendendo buoni libri. Soprattutto pare ci sia un certo rinnovato interesse per i cosiddetti “libri che non si possono non leggere prima di morire”.</h3>
<h3>In balcone stamattina, mentre fumavo dopo aver aggiunto due frasi al romanzo con cui combatto ormai da otto anni, ho sentito un insolito silenzio. Mia figlia di tre anni e mio figlio di sei giorni dormivano. Forse era il silenzio del sabato, il silenzio di un sabato come gli altri, o forse c&#8217;era, come mi è parso, in quel silenzio qualcosa di nuovo, un’aria luminosa, «un silenzio che», scrive Thomas Bernhard, «fa davvero orrore alla natura». Niente traffico, niente ambulanze o volanti della polizia, nessuna traccia del rombo che sembra la voce profonda della città.</h3>
<h3>Il silenzio che ultimamente avvertiamo, o meglio questo rumore bianco in cui di tanto in tanto si affacciano versi di uccelli e isolate voci umane che balbettano qualcosa, e che tentiamo di coprire con parole inadatte, ci accompagnerà ancora a lungo. Dovremo amarlo e custodirlo, considerarlo come una prefigurazione. Attraversarlo non ci obbligherà a raccontare la sua comparsa, e tuttavia non potremo ignorarne il lascito. Il silenzio degli ultimi giorni e dei giorni che ancora verranno è tessuto cicatriziale e come ogni cicatrice, come ogni sogno, a distanza di tempo tornerà a farsi vivo. Ne troveremo tracce in ciò che leggeremo e scriveremo, ne porteremo con noi i residui fisici, sociali e psichici. Questo, è ovvio, non comporta che la letteratura o in generale la vita umana sulla terra possano in qualche modo trarne giovamento.</h3>
<h3>Continueremo, quando l’emergenza passerà, a scrivere opere ignobili e a condurre vite infami. Solo di tanto in tanto, può darsi, ci ritroveremo tutti insieme dentro il fantasma di uno strano sogno, in un mattino di quiete abbacinante in cui tutto apparirà uguale a sempre, tutto tranne noi.</h3>
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<h3><strong>Angelo Ferracuti</strong>, <em>19 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Nei giorni scorsi ho avuto l&#8217;influenza, vissuta da solo a casa perché mia moglie si è fratturata il femore sciando due mesi fa e, stando noi al quarto piano, per un periodo è andata a vivere da sua sorella. Tendo per mia natura a non drammatizzare, ho perso una precedente moglie giovanissima di cancro, mi sono costruito “la corazza”, quindi uscivo di casa con il cane – il boxer londoniano Buck, adorabile – anche con la febbre e al freddo, direi in maniera quasi temeraria, sfidando la cattiva sorte e il virus. Buck per ripagarmi veniva al mio capezzale ogni 10 minuti a controllare il mio stato di salute, guardandomi con gli occhi lucidi, interrogativi.</h3>
<h3>L&#8217;influenza mi ha lasciato una stanchezza fortissima. Intanto, arrivavano notizie contrastanti, troppo contrastanti, i cosiddetti esperti nelle società mediatiche si esibiscono, spaventando la gente, i miei figli stavano a Bologna e a Milano, non potevano tornare. Prima c’è stata l’angoscia, il panico, la paura di molti che non era la mia, poi tutto è fisiologicamente passato a uno stato di allerta e di adattamento alla clausura, quindi il tempo è diventato un tempo di attesa e di transito, come se le vite di tutti si fossero fermate. Quindi uscire con Buck è stato e resta un vero e proprio privilegio, ogni uscita è diventata un osservatorio sulla vita degli altri.</h3>
<h3>Il clima nella via in questi giorni è da fine dell’umanità, la grana del silenzio a momenti rasserena, sembra quella degli anni 60, oppure dei tempi dell’Austerity, che ricordo benissimo, di ipersocialità, in altri momenti spaventa, sembra quella di prima di una Apocalisse. La gente mi chiama dai balconi, la cosa più bella è stata la riscoperta della nostra reciprocità, la riscoperta del legame sociale, il capire che nessuno vuole stare solo, come ci stanno cercando di far credere i potenti, i media, le tecnologie, la ricerca disperata di parlarci, salutarci, nella mia via è successo spesso in questi giorni. Ho sentito tutti più vicini. Una signora mi ha chiesto se potevo prestarle il cane, per uscire, ho visto un signore, che di solito incontro a passeggio, che si allenava nel quadrato del suo attico nel palazzo che sta di fronte al mio, dalle case potevano arrivare le musiche più diverse, il <em>Nabucco</em> invece che l’<em>Aida</em> o i Rolling Stones, cose che probabilmente c’erano anche prima, ma che adesso, senza più rumori di sottofondo, riuscivano finalmente acusticamente ad affiorare, così come percepivo struggente il canto degli uccelli, l’abbaiare dei cani.</h3>
<h3>Certo ho pensato a certi libri che hanno colonizzato il mio immaginario, soprattutto quelli di Ballard, Camus, ho pensato che questa poteva essere un’occasione per ripensarci come società, ma gli intellettuali – quelli veri – vivono sempre dentro questa riflessione profonda. E gli altri? Siamo sicuri che servirà? Mi dicono che le vendite dei libri siano crollate, la gente non vuole pensare, invece si sono impennati gli share delle tv, la corsa agli accaparramenti nei supermercati.</h3>
<h3>Una cosa è certa, tutti abbiamo capito sulla nostra pelle che siamo schiavi dei mercati, il virus provocherà a catena chiusure di attività economiche, commerciali, siamo tutti consumatori che tengono in vita altri consumatori, e che alimentando questo grande mercato i ricchi saranno sempre più ricchi, e tutto il fronte dei precarizzati, delle fasce più deboli, come gli operai delle fabbriche, ha una doppia esposizione, al virus e alla minaccia della perdita del posto di lavoro.</h3>
<h3>Il virus mostra la debolezza delle società che abbiamo creato, ma nessuna voce si è alzata a difesa del welfare, contro le privatizzazioni della sanità che hanno tolto risorse, specie in Lombardia e in Veneto, le regioni più colpite, governate da un trentennio dalla Lega, dove hanno tagliato servizi, cancellato presìdi, ospedali, così come purtroppo è successo anche in regioni storicamente governate dal centrosinistra. Non c&#8217;è stata una sola voce civile, politica, spirituale, che si è elevata sopra a dichiarazioni tecniche, mediatiche, mediche.</h3>
<h3>Quella che manca, oggi, è una lingua che vada oltre il parlato dell&#8217;eterno presente, una lingua umanistica nuova. Se non cerchiamo quella lingua, se non troviamo quella lingua, politica, letteraria, civile, rischiamo di diventare anche noi scrittori, artisti, complici di quella banalizzata, spettacolarizzata, cinica del grande mercato globale, quella che, per dirla alla Volponi, fa parlare il banco del supermercato, il quale diceva, profetico, che “sembrava scomparsa la profondità del mondo”.</h3>
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<h3><strong>Rossella Milone</strong>, <em>20 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri.</h3>
<h3>Lo dice Marguerite Duras, nei suoi pensieri raccolti da Feltrinelli in <em>Scrivere</em>.</h3>
<h3>È così, per chi scrive: stare soli, concimando la propria scrittura di un silenzio che non è vuoto, ma il circondario dove si raccoglie l’immaginario per creare storie.</h3>
<h3>Gli altri sono tutto ciò che sta prima della storia. Il nostro mondo, la nostra normalità, la ritualità del nostro stare in vita – è tutto ciò che vive prima della storia.</h3>
<h3>Nessuna storia può venire al mondo senza il mondo.</h3>
<h3>Quindi, l’isolamento dello scrittore è solo mentre scrive; è nell’atto creativo che la scrittura mette in campo la separazione di cui parla Duras: dentro quella separazione possiamo vedere gli altri.</h3>
<h3>Quello che sta accadendo in questi giorni di isolamento forzato, ci sta permettendo di scrivere tutti – in senso molto metaforico. Ci sta permettendo – o potrebbe permetterci, se riusciamo a cogliere il virtuosismo di questo shock – di guardare gli altri, di guardare noi stessi, e il mondo in cui viviamo, nello stesso isolamento privilegiato che ha lo scrittore. Da questa separazione possono emergere metafore, illusioni, comprensioni e spiritelli, spifferi inediti in cui ricomporre il mondo.</h3>
<h3>Non è questo, scrivere storie?</h3>
<h3>Io credo di sì. Io credo che stiamo scrivendo tutti, e, come succede con i libri e gli scrittori, c’è chi scriverà meglio, chi peggio.</h3>
<h3>Ora come ora questo isolamento non mi permette di scrivere granché.</h3>
<h3>Il tempo in famiglia, coagulato in salotto e non frazionato fuori le mura domestiche, si riduce come il fiato in una corsa. Soprattutto quando si hanno figli piccoli, il tempo viene fagocitato, risucchiato, e il lavoro diventa un’apnea. Sembra un paradosso, ma si riescono a fare molto, molte meno cose di prima perché i bambini, per fortuna, non conoscono tempo. Nulla in confronto a chi deve rischiare ogni giorno per raggiungere il lavoro, o, addirittura, per chi lavora in ospedale. Noi quarantenati in smart working godiamo di un tempo e di una sicurezza che ci permette di interrompere la vita solo a metà.</h3>
<h3>Però è anche vero che chi fa un lavoro come il mio, creativo, che richiede un isolamento particolare in cui raccogliersi, isolarsi col cervello, entrare in una specie di trance immaginifica, diventa più complicato se un bambino ti si arrampica addosso.</h3>
<h3>Ma, forse, per chi è abituato a scrivere e a passare molto tempo da solo come me, questo tempo va ricalibrato, va solo normalizzato secondo altri parametri, perché la solitudine ci appartiene come una virtù, e non come un fallimento.</h3>
<h3>Mi manca tutto della vita di fuori. Mi manca l’idea, la libertà di poter uscire a prendermi un caffè con un amico, anche se poi non lo farei davvero. Ma questa mancanza è nutrita tutti i giorni da qualcosa di intimo che riscopro nel silenzio di Roma, che più che un silenzio mi sembra un respiro.</h3>
<h3>Allora, visto che sono una maniaca del controllo, sto provando a darmi una disciplina, perché è così che scrivo da sempre: con estro, e con disciplina. Senza, i libri non si scrivono.</h3>
<h3>Risveglio. Due ore di lavoro generale (recensioni, consegne, preparazione delle lezioni on-line).</h3>
<h3>Tempo libero per mia figlia.</h3>
<h3>Due ore di lettura dopo pranzo mentre mia figlia vede un po’ di cartoni e gioca per i fatti suoi.</h3>
<h3>Tempo del gioco. Tempo del gioco. Lezioni on-line nel tardo pomeriggio. Tempo del gioco ancora.</h3>
<h3>Scrittura in tarda serata, dalle 23.00 fino a notte inoltrata.</h3>
<h3>Ecco, questo il mio piano. Nel mio piano quelle ore lì – quelle finali – in cui mi dedico alla scrittura nella notte dilatata della quarantena, sono le più belle, quelle in cui niente è accaduto e tutto quello che accade è nella storia che sto scrivendo.</h3>
<h3>Da quando è cominciato il mio isolamento, questo programmino non l’ho mai ancora rispettato.</h3>
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<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Filippo Tuena</strong>, <em>21 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)</em></h3>
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<h3>Per me, da un punto di vista pratico cambia poco. Vivo diciamo da pensionato. Lavoro in casa da anni. Ho pochi contatti col prossimo. Non do lezioni né nelle scuole né nelle università. Faccio da sempre poche presentazioni. Rinunciarci non mi pesa. Ma quel che nasce da un&#8217;imposizione si vive diversamente da quanto si decide in maniera autonoma.</h3>
<h3>Sono abbastanza preoccupato della situazione, per i figli, per la nipotina, per la crisi economica che seguirà il picco del contagio &#8211; che temo dovrà ancora arrivare.</h3>
<h3>Sto gran parte del tempo in casa, porto il cane a spasso, vado nel piccolo supermercato sotto casa, frequento poco qualche libreria, mi concedo qualche caffè. Passeggio spesso con mia moglie. Il fatto poi che a Milano abbiano chiuso tutti gli spazi di aggregazione culturale mi toglie dal dubbio. Non so se, essendo aperti, andrei nei teatri, nei cinema o nelle sale da concerto. Non sono andato a vedere mostre recentemente, né musei. Vivo, da buon e rispettoso ultra sessantacinquenne, l&#8217;autoclausura suggerita dalle autorità. Non mi pesa. La ritengo una cosa saggia da fare. La faccio.</h3>
<h3>Dovrò pormi tra un paio di settimane la questione se andare a Roma qualche giorno. Dipenderà dalla situazione. Aspetto. Scrivo. Sto ultimando un nuovo libro che mi pone dei problemi. Li affronto.</h3>
<h3>La scorsa settimana ho lanciato una specie di gioco letterario: scrivere un racconto di 9000 battute sull&#8217;<em>Ultimo sesso in tempo di peste</em>. Nata per gioco l&#8217;idea è piaciuta. Ho raccolto una cinquantina di adesioni e in pochi giorni già 25 racconti. M&#8217;interessa molto questo esperimento, non tanto dal punto di vista letterario &#8211; a chi importa la letteratura? forse neppure a me. M&#8217;importa come le persone reagiscono a questa situazione. Se i rapporti personali vengono vissuti con ansia o come soluzione alla quarantena. Quando avrò raccolto un&#8217;altra ventina di testi mi sarò fatto un&#8217;idea più chiara.</h3>
<h3>Per il resto seguo i notiziari, sviluppo diagrammi di previsioni che mi spaventano ma che, ragionevolmente accetto, sperando siano meno preoccupanti di quanto vado prevedendo.</h3>
<h3>Leggo, ma sempre più in maniera scorretta, qui e là; più poesie che prose.</h3>
<h3>Poi, invecchio e, al momento, questa mi sembra una preoccupazione individuale che mi prende forse persino più di una pandemia della quale forse potrei essere una delle tante vittime. Dello scorrere del mio tempo sarò invece certamente vittima.</h3>
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<h3><strong>Andrea Gentile</strong>, <em>23 marzo 2020 (inviato il 16 marzo)</em></h3>
<h3>Da giorni rinvio la scrittura di questo piccolo testo. La procrastinazione è un’arte di cui tutti disponiamo, chi più, chi meno. Funziona più o meno così: cerchi continuamente delle scuse per non fare qualcosa che ti spaventa o ti preoccupa. Dici a te stesso che oggi proprio non puoi, perché hai troppe email a cui rispondere, troppe cose da fare. Dici che domani sarà il giorno giusto, domani avrai certamente tempo per affrontare questo compito. Domani troverai altre scuse. Ci penserò domani, un&#8217;altra volta. Anche questa volta, troverai altre scuse e così via.</h3>
<h3>Questo è un meccanismo visibile, di cui siamo a conoscenza. Ma è già una fase avanzata del percorso che poi ci porterà a fare quella determinata cosa: nel mio caso, scrivere questo piccolo testo.</h3>
<h3>La fase preliminare è ancora più invisibile: non arrivare neanche a darsi delle scuse. Non arrivare neanche a dire a sé stesso che c’è questa cosa da fare, che c’è una parte di te che è contenta di farla, che facendola capirai qualcosa (scrivere spesso serve a pensare). Semplicemente fai finta che questa cosa non esista. L’hai appuntata su un quaderno, magari, come a dire che è qualcosa che in futuro dovrai/potrai/vorrai fare, ma gli appunti sui quaderni sono fatti per essere smarriti. In questa fase preliminare, non cerchi neanche una scusa: questa cosa appartiene al tuo futuro. E visto che non sappiamo nulla del futuro, è una cosa che non ci appartiene.</h3>
<h3>Si chiama “inversione temporale delle preferenze”. Siamo a dieta. È deciso. Faremo la dieta. Al mattino siamo davvero rigorosi: solo un succo di pompelmo e due biscotti, come dice la dieta. Poi però arriva il pranzo. Ed è un pranzo di lavoro. Finiremo in un bel ristorante. Non potremmo certo mettere a disagio il nostro ospite. E poi che bel menù. Mi permetterò una carbonara, solo per oggi.</h3>
<h3>Ecco l’inversione temporale delle preferenze: preferire cioè l’opzione meno vantaggiosa in quanto imminente e meno faticosa. Farsi dunque affascinare dalla gratificazione più immediata possibile. Gratificazione, però, che, alla lunga, non ci farà contenti.</h3>
<h3>Quando si supera questa fase, e si arriva all’altra, cioè a quella in cui ci si dà delle scuse, vuol dire che il nostro “compito” sta oramai emergendo. Si è preso del tempo per spuntare fuori, o per essere abbattuto per sempre.</h3>
<h3>Nel momento in cui sono qui, che scrivo, e mi ripeto che scrivere aiuta a pensare, mi chiedo quale fosse la mia opzione vantaggiosa e perché. Quale era la mia carbonara? Ora lo so: la mia carbonara era non fare assolutamente niente.</h3>
<h3>Parlare del coronavirus, ora, è come aggiungere la legna al fuoco: fare ardere dentro la preoccupazione, il timore, l’ansia.</h3>
<h3>Altro motivo per cui cercavo di sfuggire a questo momento è quello tipico dell’uomo vittima di inversione temporale delle preferenze: a chi mai interesserà come io sto vivendo il coronavirus, cosa ne penso, come scrivo, chi sono? Non ha alcun valore, e quindi è meglio non preoccuparsene. Nascondersi. Non aggiungere la legna al fuoco della preoccupazione. Scrivere d’altronde, come pensare, può essere proprio questo: mettere le mani dentro il camino.</h3>
<h3>Ora, mentre scrivo, mi chiedo allora che cosa significhino questi giorni, queste settimane. Per chi soffre meno, per chi ha la fortuna di poter stare in casa, e non in un ospedale, forse un piccolo significato può emergere.</h3>
<h3>Siamo pieni di codici di comportamento abituali. Giudichiamo continuamente nostra madre o i nostri amici, perché, che so, sono “poco sensibili”, “sciocchi”, “ignoranti”. Apriamo WhatsApp come fossimo gatti con le fusa. Laviamo i piatti, ma non li asciughiamo. Sempre gli stessi gesti, da tempo.</h3>
<h3>A guardarci indietro, forse, potremmo vederci sempre uguali a noi stessi. Sempre le stesse piccole frenesie. Sempre la paura di perdere le chiavi di casa, sempre la paura che arrivi una multa. Da quando abbiamo superato l’adolescenza, siamo sempre uguali, questa è l’impressione.</h3>
<h3>Per alcuni psicologi, i tratti della personalità dei bambini tra i tre e i sei anni si sviluppano in modelli di comportamento che durano per tutta la vita. Questi modelli vengono poi rafforzati dall’ambiente che rispecchia e rafforza questi tratti. Dunque: si costruisce una maschera e poi si indossa quella maschera.</h3>
<h3>Passano altri anni e quella maschera è diventata carne viva sul nostro viso.</h3>
<h3>In seguito all’influenza degli amici e della famiglia, quella maschera diventa il “vero io”. Siamo esattamente come gli altri ci vedono, in pratica.</h3>
<h3>Naturalmente, non del tutto.</h3>
<h3>A un livello più profondo, al di sotto della mente razionale, c’è la maggior parte del nostro essere, tutta la zona coperta dalla maschera. Un pensiero, di notte, ci fa dubitare della nostra autenticità: siamo proprio cosi? Sono proprio questo? E se fossi quell’altro? Non sappiamo rispondere, però. E dato però che non sappiamo rispondere, lasciamo tutto come prima, finiamo per non fare niente.</h3>
<h3>Questi giorni molto difficili, questi giorni in cui vediamo persone ammalarsi, morire, forse, mi dico, potrebbero anche darci questo: tentare di cambiare. Cambiare anche una piccolissima cosa, solo un piccolo gesto. Quando ci svegliamo, controlliamo lo smartphone? Domani no. Tutt’altro.</h3>
<h3>Fare uno sforzo e strapparci la maschera che abbiamo sul viso, almeno un piccolo pezzo. Smetterla con le inversioni temporali delle preferenze. Oppure seguirle, ma con convinzione.</h3>
<h3>Cascare nel vuoto, se serve.</h3>
<h3>Andare a scoprire, nient’altro che un nuovo mondo: il mondo che c’è sotto la maschera.</h3>
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<h3><strong>Stefano Valenti</strong>, <em>26 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Questa notte ho sognato di essere in quarantena. La paura ha colonizzato l&#8217;inconscio collettivo.</h3>
<h3>Preparo da tre anni un romanzo intitolato <em>Cronache della sesta estinzione</em>. È la storia di un uomo che perde tutto e finisce col vivere in strada dove conosce un uomo che non ha mai avuto niente (ed è al contempo la storia di un uomo convinto di essere il responsabile della prossima estinzione). Non è un romanzo distopico, perché, come dice un amico, la distopia ormai la fanno gli autori che scrivono romanzi d&#8217;amore.</h3>
<h3>Ho abbandonato l&#8217;epicentro di tutti i virus, Milano, molti mesi fa, in epoca non sospetta. La casa in cui ora mi trovo (ho chiesto asilo politico a Bologna) era pronta ad accogliermi.</h3>
<h3>La mattina guardo dalla finestra il prato davanti casa. Il ciclo delle stagioni è infine mutato come se per la nuova crisi la fioritura sia stata anticipata. Cerco nomi da dare a quei fiori. Tarassaco, anemone, ortica, margherita e ranuncolo. Fin da febbraio nel prato hanno iniziato a germogliare e hanno portato il colore sempre più in alto. E, ogni mattina, pare che i fiori siano stati messi lì la mattina stessa, posati nel terreno fin già coi loro gambi; pare che le macchie di colore siano disposte con tale maestria da far credere siano state disposte in base a calcoli impenetrabili.</h3>
<h3>Questa mattina sono intento a riconoscere valore a quanto fin qui accaduto. Penso che questa crisi sia l&#8217;ennesima dimostrazione del fallimento politico, economico e sociale, proprio come lo è la minaccia della catastrofe ambientale. Penso che gli sforzi per prevenire una simile catastrofe hanno messo in ombra la ricerca delle cause. Penso che la decrescita sia diventata un obbligo se vogliamo sopravvivere. Ma presuppone una civiltà diversa. Senza questa premessa il collasso potrà essere evitato soltanto con restrizioni, razionamenti e distribuzione controllata delle risorse, tipiche dell&#8217;economia di guerra. Penso sia necessario uscire dal capitalismo. Le uniche incognite sono i tempi e il modo. In modo doloroso o indolore. Già vediamo gli effetti di una uscita dolorosa. Un&#8217;uscita indolore invece non viene nemmeno presa in considerazione.</h3>
<h3>Penso che il compito di un autore sia prefigurare questa civiltà diversa, questa uscita indolore.</h3>
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<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Simona Baldanzi</strong>, <em>30 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Apro gli occhi e penso, anche stanotte né scosse e né tosse. Mi sveglio ogni mattina così. C&#8217;era stato il terremoto a dicembre e ci eravamo stretti per la paura delle nostre case traballanti. Adesso dobbiamo stare distanti e la paura si aggira fuori casa. Una schizofrenia di paure con cui abbiamo dovuto fare i conti qua a ridosso dell&#8217;Appennino.</h3>
<h3>Non ho avuto molto tempo di elaborare, di leggere, di scrivere in queste settimane, c&#8217;era solo il tentativo urgente e maldestro di mettere in sicurezza chi sta lavorando, il far chiudere il più possibile e non essenziale, il limitare i rischi ovunque.</h3>
<h3>Lavoro per la Camera del lavoro di Prato, sono una rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Come si può fare? Come farlo ora e tutto insieme? In Italia si muore sul lavoro in tre o quattro al giorno, come possiamo diventare eccellenze sanificate istantanee?</h3>
<h3>Lavarsi spesso le mani, una cosa piccola e banale. Li conoscete i cantieri, i capannoni, i magazzini, le fabbriche, i furgoni, i treni, i cessi di chi lavora? Catapultati in lotte ridicole eppur vitali come chiedere il sapone, i disinfettanti, i plexiglass, i guanti, le mascherine. Improvvisamente lottare a distanza, senza assemblee, senza scambiarsi strette di mano, senza condivisione di sguardi fuori dagli schermi, chiedere ovunque un&#8217;organizzazione del lavoro con turni ridotti, con la distanza e la rarefazione di presenze, con la conciliazione della vita fuori, rafforzare il lavoro in ospedale e di cura.</h3>
<h3>Non dovevamo aver già lottato prima e meglio per tutto questo e per non ritrovarci così impreparati? Un uragano di telefonate, mail, chat, videoconferenze, videochiamate, decreti, protocolli, interventi, risposte da dare, protezioni da costruire e reperire. Proteggere pelle e nervi degli altri, problemi che provi a spazzare, ma come i coriandoli, te li ritrovi ovunque, anche nelle mutande.</h3>
<h3>Fin da ragazzina mia mamma mi diceva che in casa avevo i pruni, perché stavo sempre fuori. La mia vita è sempre stata fuori, è difficile pensare che lo spazio privato possa proteggermi più dello spazio pubblico. In realtà gli spazi che ci stanno curando sono proprio quelli pubblici come gli ospedali, i centri di ricerca e gli scienziati, la protezione è un ambiente liberato dalle nostre tossicità e frenesia, i luoghi sono tornati a chi li vive nei pressi.</h3>
<h3>Oggi ho sbucciato tre kiwi, piccoli e succosi. Li ho mangiati alla finestra guardando il ciliegio. Mio babbo si prende cura di un pergolato di kiwi e quando sono andata a portare la spesa ai miei per evitare a mia mamma di uscire e stare in fila al ghiaccio, che qua pure è nevischiato, ho fatto un bottino di kiwi, ma anche di conserve, marmellate, verdure sottolio. Non è difficile salutare i miei a distanza, senza abbracciarsi, noi non siamo mai stati avvezzi a smancerie. Non avrei mai creduto potesse essere un vantaggio la ruvidità. Sul ciliegio si è posato un merlo. Mi è parso che controllasse i rami: devono ancora sbocciare i fiori, per i frutti bisogna aspettare. Se ne è andato, ignorandomi.</h3>
<h3>Fuori le specie animali e vegetali vivono meglio senza di noi. Noi coltiviamo piccoli desideri, alcuni nuovi, altri vecchi, altri ancora interrotti. Scaviamo pozzi segreti da cui tirare fuori risorse e unguenti e tunnel per evadere. Vale la pena sopravvivere a questa pandemia per vedere la fine della miseria umana e del sistema economico fondato sul profitto che ci ha ammalato, affamato, isolato. Vale la pena sopportare la solitudine credendo che i ragazzini costretti in piccole stanze nei condomini popolari senza giardino stiano già costruendo una lingua nuova per un mondo nuovo, giusto e sano. Vale la pena aspettare che il merlo torni e si mangi ciò che gli spetta, ignorandomi.</h3>
<p><em>Immagine di <a href="https://pixabay.com/users/nike159-4320960/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2042738">Nici Keil</a> da <a href="https://pixabay.com/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2042738">Pixabay</a> </em></p>
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		<title>il Sottofondo italiano di Giorgio Falco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2015 12:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio falco]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta &#8220;Avvertivo tutta questa infinita cupezza, e così, non volendo suicidarmi alle scuole elementari, pregavo in spiaggia, a otto anni invocavo bisbigliando sotto l’ombrellone, inventavo una lingua che non fosse l’italiano per farmi ascoltare da un dio straniero. Portami via, imploravo nella lingua inventata che doveva uccidere l’italiano; portami via da qui, dalla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-54152" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/cover-200x300.jpg" alt="cover" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/cover-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/cover-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/cover-900x1350.jpg 900w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Avvertivo tutta questa infinita cupezza, e così, non volendo suicidarmi alle scuole elementari, pregavo in spiaggia, a otto anni invocavo bisbigliando sotto l’ombrellone, inventavo una lingua che non fosse l’italiano per farmi ascoltare da un dio straniero. Portami via, imploravo nella lingua inventata che doveva uccidere l’italiano; portami via da qui, dalla mia famiglia, da questa nazione, da coloro che scrivono <i>in questo Paese</i> e riescono a commentare e giustificare qualsiasi cosa.&#8221; <span id="more-54150"></span></p>
<p style="text-align: justify;">“Portami via!” è l’appello accorato che funge da leitmotiv, e che si fa sentire bene, con più o meno prepotenza, in tutto il <i>Sottofondo italiano</i> di Giorgio Falco, recentemente edito da <i>Laterza</i> nella bella collana <i>Solaris</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Portami via!” dice il protagonista bambino, mentre rinuncia precocemente al sogno di diventare un calciatore; ripeterà quello stesso mantra da adulto, quando si troverà imbrigliato nelle maglie di un’alienante macchina aziendale; chiederà ancora “Portami via!”, perfino una volta rimasto da solo, mentre tenta di portare avanti una lotta urbana, fuori tempo massimo, per i diritti dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuerà, il nostro lucido e vivo protagonista, a sognare l’esilio volontario da uno Stato che non sa riconoscere affatto come tale, desidera ardentemente la fuga da una realtà che non gli è mai appartenuta, auspica un allontanamento, a tratti distopico, da una routine fastidiosa, posticcia, ingombrante, e da ultimo tende, costantemente, con veemenza, al silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Un silenzio impraticabile, tuttavia, un silenzio che starebbe a significare armonia, pacificazione, o &#8211; peggio ancora! &#8211; perfetto inquadramento negli schemi e stilemi di una società borghese, cieca e opprimente, che è quella che sta diventando l’Italia industriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricorda, il protagonista, di quando suo padre tornava a casa dal lavoro, la sera, e era solito sbuffare: “sta diventando una cosa impossibile”. E quel sentimento di impossibilità, di impraticabilità del vivere quotidiano, quella visione così negativa e senza scampo nei confronti di un futuro a dir poco indecente, invece che annichilire quel bambino, invece di scoraggiarlo, o di umiliarlo, o giustamente preoccuparlo, no, quel sentimento di impossibilità panica lo rassicurava. Lo faceva sentire a casa, padrone dei suoi spazi, dei suoi ricordi, dei suoi &#8211; stavolta sì! &#8211; silenzi indotti, familiari, sociali, universali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco la ricerca della via di fuga, il bisogno di separazione intima, discreta, eppure netta e senza appello, l’incontentabile desiderio di rifugiarsi in uno spazio altro, scevro dai conflitti troppo macchinosi della politica mafiosa, libero dalle catene usuranti di un lavoro spersonalizzante, distante dai ragionamenti oziosi del marketing, della pubblicità, che ostentano la pretesa di un finto benessere, l’impostura di un qualche tipo di crescita, soprattutto economica.</p>
<p style="text-align: justify;">La lingua, soprattutto: il linguaggio trito e ritrito degli slogan per famiglie, i trend motivazionali dei lavoratori sfruttati, la bieca virtualità dei social network, che restituiscono un gergo asfittico, insieme a una sequela di immagini, tra le più grottesche e torbide, di perfetti sconosciuti o colleghi sodali di una vita. Una lingua che non sa reagire, che non sa sopperire, ancora, alla ricerca di uno spazio altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo spazio altro, alla fine, in cui “non c’era più il rischio di pericolose vicinanze”, si scopre ancora invaso dal un velo ottenebrante e traslucido, che è il rumore di fondo, il rumore dei nostri stessi pensieri, delle nostre stesse cicliche azioni minuziose, del nostro chiacchiericcio sempre in fieri, della nostra coscienza e autocoscienza sfinita, sempre percepita come secondaria rispetto a un orizzonte d’attesa più alto, più luminoso, un orizzonte misticheggiante che ovviamente non arriverà mai; resta giusto la nostra consapevolezza superficiale, propriamente (e tenacemente&#8230;) italiana.</p>
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		<title>5 note per Hilde</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Oct 2014 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio falco]]></category>
		<category><![CDATA[Il Ponte]]></category>
		<category><![CDATA[La gemella H]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Sabrina Ragucci]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Ottonieri]]></category>
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					<description><![CDATA[di: Tommaso Ottonieri   1. NEL TUONO DELLA H: UNA SAGA DEL RESPIRO Salutata, a ragione, dal primissimo apparire, come opera destinata a segnare un cardine imprescindibile, e punto di non ritorno, nella narrativa italiana di questo già avanzato inizio di millennio, poi di recente bacchettata, piuttosto risibilmente, per via di qualche virgola giudicata scoscesa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_49012" aria-describedby="caption-attachment-49012" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/natura-morta-di-mele-a-merano-2009-c2a9-sabrina-ragucci.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-49012" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/natura-morta-di-mele-a-merano-2009-c2a9-sabrina-ragucci-300x300.jpg" alt="Natura morta di mele a Merano, 2009 - Sabrina Ragucci" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/natura-morta-di-mele-a-merano-2009-c2a9-sabrina-ragucci-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/natura-morta-di-mele-a-merano-2009-c2a9-sabrina-ragucci-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/natura-morta-di-mele-a-merano-2009-c2a9-sabrina-ragucci-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/natura-morta-di-mele-a-merano-2009-c2a9-sabrina-ragucci-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/natura-morta-di-mele-a-merano-2009-c2a9-sabrina-ragucci-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/natura-morta-di-mele-a-merano-2009-c2a9-sabrina-ragucci-900x900.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49012" class="wp-caption-text">Natura morta di mele a Merano, 2009 &#8211; Sabrina Ragucci</figcaption></figure>
<p>di:<b> Tommaso Ottonieri</b></p>
<p><b> </b></p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">1. NEL TUONO DELLA H: UNA SAGA DEL RESPIRO</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Salutata, a ragione, dal primissimo apparire, come opera destinata a segnare un cardine imprescindibile, e punto di non ritorno, nella narrativa italiana di questo già avanzato inizio di millennio, poi di recente bacchettata, piuttosto risibilmente, per via di qualche virgola giudicata scoscesa più di quanto accettabile da editors privi di estro, La gemella H si presenta e dichiara (fin nella noterella editoriale in quarta) in veste di saga familiare. La saga – va subito detto – riguarda, centralmente, il nazismo; ossia – ancor più della sua espressione realizzata, – la persistenza della sua ombra, cioè, di esso, il lascito invisibile: il modo in cui è penetrato nelle coscienze d’Occidente, divenendone la filigrana rimossa eppure sempre incombente, attiva, pronta a riemergere quasi er via di atti mancati nella meschina economia della vita quotidiana. Il pensiero va, naturalmente, a quel vero e proprio capovolgimento inverante, che è The Man in the High Castle, di Philip K.Dick, ambientato (lo sappiamo) in un Nordamerica nel tempo in cui L’Asse ha vinto la Guerra; ma l’effetto è ancor più straniatamente “vero”, se l’agnizione si centra sulla terra dei limoni in fiore, quella “gemellare” dell’Asse, maestra di nazionalpopulismo prima che, poi, satellite ed elettiva allieva, d’una nazi-ideologia dissimulata e definitivamente diffusa (tradotta in impero totalitario della comunicazione e della pubblicità): tantopiù se eletta dalla mentalità germanica come mito di classicità sovratemporale, e meta elettiva di Grand Tour (tappa d’ogni individuo romanzo-di-formazione) prima ancora che di turismo di massa; compiendosi nel tempo orizzontale e sospeso della megalopoli vacanziera dell’Adriatico di Romagna, che la saga, discesa dal Mitteleuropa, giunge così a inverarsi nella nostra stessa genealogia.<span id="more-49011"></span></p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Seppur legittimata dalla struttura, e dalla stessa coralità (epica cioè, qui anti-epica) della parola che la conduce, la qualifica di saga appare del resto straniata, in parte impropria, per questo romanzo; quanto mai peculiare è la ripresa di questo genere di fondazione: rescindente e scomposta specie di “saga” in verità, se essa riprende, e quasi dal didentro (l’effetto spiazzante è quello di una camera da presa interna, una sorta di GoPro o meglio una piccola moltitudine di GoPro, capaci di rovesciarsi a 360° e all’indietro fine nelle fibre dei corpi che ne sono fatti supporto) la fisarmonica degli eventi di una “esemplare” famiglia ariana tra la grande guerra e il tempo stesso in cui Falco empiricamente scrive la sua opera, se essa svolge dunque sull’arco di 4 generazioni, pure si comprime sul nesso incomunicante di una coppia tanto indistricabile – geneticamente, in primo luogo – quanto disgiuntiva.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Tale è, dichiarata nel titolo, l’emergere, – ipostasi (o mito negativo, che sia Bayer o RKO) in risalita quasi da un laboratorio dei più ambiziosi e pindarici orrori (si pensa a Whale, oltre che a Mengele naturalmente), – d’una coppia speculare e asimmetrica insieme, uno pseudo-couple tutto straniato a sé e a chi, lettore, sia chiamato a decrittarne la loro (dis)simiglianza: corpi e segni che di riflesso, e quindi su noi, quasi su una superficie di microspecchi a mosaico, costantemente si focalizzano e disindividuano; disgiunta coppia di gemelle monozigote, dal nome entrambe a iniziale H. (Helga, Hilde) anzi H.H. (Hinner il cognome), incarnazioni ultime d’una genealogia e un Heimat in cui il rumore bianco di quella non-lettera si fa determinante marca identitaria (Hans è il padre, “intellettuale organico” del Reich – giornalista piccolo di cronache dell’ultraprovincia bavarese, – e ancora Herbert è il padre di Hans, il fabbro). L’identità delle due è tanto più irriducibile, l’una in rapporto all’altra, quanto più la corrispondenza fisica appare sovrannaturalmente speculare, epidermica: quanto più assoluta è la comunanza, oltre che di geni, di fattezze. Il titolo, di fatto, genera una prima figura di rescissione (la scrittura di Falco è questo bisturi sottile, capace di penetrare negl’incastri di una simile doublure e liberarne, ciascuno nel suo verso, i contorni… e giunge tanto più en abîme allora quello straordinario racconto-nel-racconto dedicato al cartellonista Lenhart e al suo immaginario modello, apparentemente irrelato ma quasi, di questo libro, il “manifesto” effettivo); la gemella: quale, o ancor più, perché tanto célibataire, rispetto al suo doppio? Una funzione, quasi; che rimanda all’immagine che rispecchia, ma senza rifletterla, né contemplarla. La H, del resto, è fonesi legata al respiro o forse alla sua assenza (la fine di Hilde, e ancor più, allora, la “sopravvivenza” di Helga… il “respiro” che, ultima parola del testo, sembra assorbirlo per intero, ad estinguerlo); della performance narrativa di Falco, il rumore-base, bianco – a presiederla per intero, nel vibrare occulto del suo indicibile silenzio. Di questa lettera mancante (afona e risucchiante, insieme) cogliamo la risonanza d’ogni mutezza, ogni blank: ma anche, una persistenza dell’invisibile, dell’inespresso, persino dell’incompiuto. Di quel che segna, cioè, in tutte le sue pieghe, l’esperienza senza spessore di voci impresse nel tempo, traumatico, che (pur disorganiche a esso) accettano e rappresentano: nell’evoluzione, e devoluzione, in cui disegnano le inconsistenti scie dei loro fiati e tracciati, in cui progressivamente, fatte silenzio, come respiro, dileguano.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">2. LA DISTANZA MONOZIGOTE</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">La gemella, la mai del tutto integrata, la de-integrata, in parte (“ribelle conformista”, la si dice), coscienza che di questo libro conduce il dire (per sempre diffrangerlo, sempre esserne diffratta) delle due è Hilde. Parola-coro (coro esterno) di questa scrittura tanto coerentemente molteplice ed esplosa, e pervasa non meno di pathos inapparente – per essersi imposta come una disciplina di drastico abbattimento delle sue temperature altissime; parola interna e straniata (ma non estranea) a ciò che, nella saga e nella sua immediata contrazione, si svolge. Nulla di più esemplare del resto, della sua/loro anagrafe, e della determinazione del loro Heimat; è nella Baviera profonda, in un suo quintessenziale recesso virtuale (“Bockburg”, cittadina verissima e immaginaria, che la scrittura di Falco sa ri/costruire tridimensionalmente ex-novo come fosse un Truman Show), è nel topico ’33 della presa del potere di Hitler (H che riassume/implica ogni altra, nell’ottica di questo libro) anzi 40 giorni dopo la stessa, come la maturazione irrevocabile e “incolpevole” d’un morbo, è proprio lì, proprio allora, che la vediamo venire al mondo: quasi che fosse da un abisso di alienità, pervasivo e inestirpabile; seconda a Helga la quale (a differenza di lei) fin dall’inizio, nella foga del fuoriuscire, sembra voler assimilarsi senza residui al suo lessico nazional-familiare da cui è sorta, e che continuerà ad alimentare passivamente e ritrasmettere, passo su passo, grano su grano, respiro su respiro.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Il punto di vista che si assume attraverso la focale pur dislocata di Hilde, introduce (chi, hypocrite, legge, presumendo ancora di trovarsi estraneo – quando invece, a specchio, la gemellarità lo include e assorbe, come tela di ragno) ci introduce giusto sul margine, inerte ma non avulso, di quello scorrere dell’aberrarsi della storia, dal nodo perverso che, per la coscienza d’Europa, coincide con la parabola del Reich, e con la riconversione del dopoguerra avanzato. Ché la prospettiva offerta da lei, la gemella H, l’ignava ammutinata, inconsapevolmente connivente con quel che più le repelle, l’angolo di visione su ciò che accade – seppur implicato per qualcosa come un peccato originale che coinvolge, dicevo, ancorché quella ariana, l’intera genealogia d’Occidente, – resta laterale, alla periferia degli eventi della “grande” (orrifica) storia, si ferma sui dettagli che, in quel margine, più indirettamente li riflettono, e ne amplificano la sordità del suono. Emanuele Trevi, recensendo il libro (“Il corriere della sera”, 2.3), parlava di un “orrore a bassa intensità”, fotografato dal prisma dello sguardo di Falco: come fissandosi su una miriade di fotogrammi Hopper sfalsati l’uno sull’altro, aggiungerei (H, altra H, in Hopper); ed è la “normalità” ineluttabile dell’aberrazione, nel suo incedere impercettibile e accettato, il passo costante del libro, suo basso continuo, cioè di esso, insieme, il fotogramma e il suono: a prolungarsi come dietro un vetro opaco, attutito da un rimbombo di sordina, come dal retro d’una finestra parzialmente insonorizzante che si affacci allato all’abiezione, senza volersela confessare, perché intrattiene – con chi guarda da sé stornandola, quell’abiezione – un legame di sangue.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Mi riferisco, nell’immagine della finestra, a quella che forse è, magistralmente, scena chiave del libro, o almeno nella prima parte di esso: la tipica domenica tedesca di cui Hilde scolara deve scrivere per un compito a casa, e che, del retro delle imposte, distratta mira lo svolgersi deflagrante di un piccolo pogrom domestico ai danni di una coppia di ebrei lituani, ad opera di una squadraccia di quartiere capitanata dallo zio… (ed è una scena, una visione, questa, che sembra anticipata da certe prospettive livide de L’ubicazione del bene: e anzi, storicamente, anticiparle)… Qui, come altrove e ovunque, l’abilità del narratore è nel lasciar percepire lo sviluppo della vicenda, anche storica oltre che familiare, il suo divenire, stando dentro le righe sempre, liberandola, lasciandola percepire, evitando le forre del troppo detto, dell’inautentico, della retorica; ovvero, come osserverà Giulio Ferroni nella sua acuta e appassionata recensione (“l’Unità”, 15.4), “la capacità di interrogare l’evidenza oscura del quotidiano”. L’ombra esemplare di Eichmann, della banalità-del-male allargata nella sua ragioneristica “normalità” miseranda, si estende facilmente sul suo interprete minore e sopravvivente, Hans Hinner, il padre, direttore di testata locale, microimprenditore della comunicazione organica (al regime) prima di riconvertirsi, nel dopoguerra, in microimprenditoria del tempo libero, tempo sospeso, autoeternante, sulla compattezza di sabbia della costiera romagnola.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">3. (SOVRA)ESPOSIZIONI DELLA BILDUNG</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Non meno topica dell’origine anagrafica, è l’evoluzione di quella formazione, a bassa intensità di propensione sentimentale: in un dopoguerra in cui la ricostruzione, la risalita dallo shock, scivola nei jingles e nei ricorsi di una compassata dolce vita rivierasca (d’Adriatico), tra possibili e mai attinte però derive di commedia all’italiana (nei personaggi italiani maschili della seconda parte, in cui è possibile riconoscere di volta in volta i tipi di Sordi, Gassmann, Tognazzi…): è in questo dopoguerra, nella già gemellata Italia (nell’Asse), entro il tempo sospeso – accogliente e inquietante – d’una megalopoli dell’eterno tempo libero e della sua invisibile e persino bonaria ferocia, che si conduce l’educazione sentimentale delle gemelle, anzi della gemella. Che si conduce il loro (il suo) romanzo di formazione, anzi, qui esposto come a non rappresentarsi (ché si sottrae alla rappresentazione; e semmai, si presenta, nel silenzio della sua interminabilità, implacabile e impercettibile come appunto il respiro): Bildung flessa e sfalsata al modo stesso della Saga – costruzione d’una disidentità millimetrica e abissale (o d’una necessaria incompiutezza ossia distanza da ciò che all’esistente è invece in tutto omologo), così come possono essere gemellarmente dissimili due gocce d’acqua, due granelli di sabbia, se ingigantiti da una lente… Bildung che s’intreccia alla costruzione, piccoloborghese e scientifica, mattone su mattone, d’un microimpero edilizio, non più appariscente di quello di tanti altri. – Questo duplice e divergente percorso di formazione e fondazione, trova insomma compimento su una metafisica piattezza di Riviera, dove Hans, il padre, ha investito in un albergo (Hotel Sand) proventi e prebende della sua vecchia imprenditoria di nazista iperintegrato, specializzandosi a ospitare i suoi connazionali forse riciclati anch’essi; su quel lungomare quasi bidimensionale, fragorosamente così muto, km cubi di cemento gettato su di un mare devitalizzato, così scintillantemente spento (scrive Falco: “la dote etica dell’Adriatico”, in una sorta di metallico effetto-Pagliarani): e asfalti sabbie cortili su cui vediamo scorrere lugubri e sempiternamente banali le sagome di ogni possibile riciclato (dal nazismo) come se fosse un fantasma di Sudamerica (l’ombra dell’Ingegnere, anche in questo).</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">E soprattutto, poi: in un dopoguerra di tal fatta, tanto addomesticato quanto subdolamente feroce – in cui cioè l’ideologia totalitaria si svela come microcapitalismo fai-da-te, imprenditoria micragnosa dei corpi, del tempo, prima ancora che delle merci, – in questo nonluogo di villeggiatura, che la nostra Italietta vera simula e realizza, giunge a compimento il destino di quella esemplare genealogia nazionalpopolare, che unisce le gemelle a noi: convertitasi in supernazionale e in parte pecoreccia (commedia all’italiana in versione soffusa, e senza bonarietà che tenga; e febbri del sabato sera magari, dall’era della tv a canale unico, con altre teutoniche gemelle, le Kessler, a protendere giù dai quei pochi pollici di schermi chilometri di leve intimidatorie, a suscitarne i più alieni e inattingibili sogni).</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Perché, man mano che la narrazione procede, si chiarisce che ciò che importa è appunto quest’ultimo focus, tanto strettamente avvinto al primo; in parallelo, dal suo punto di vista straniato, la saga di cui Hilde più che protagonista è testimone, narra dunque di noi, di un capitolo imprescindibile del formarsi ultimo d’una identità italiana, senza (troppa) soluzione di continuità dall’epopea piccoloborghese enfatizzata dall’età fascista. E del modo in cui questa identità, questa ideologia, dal tempo del secondo dopoguerra si risetta e si sviluppa, nell’esplosione euforica dei consumi e dell’edilizia palazzinara (tantopiù in questo lembo di seconde case, o di fantasmi di seconde vite – occasionali o stagionali). Il modo, anzi, in cui persiste pur nella (apparente) estinzione di essa; e in ciò soprattutto risiede (più ancora che dalla contingenza d’un loro trasferimento intermedio a Merano, più che altro per ragioni di salubrità dell’aria, più o meno negli anni della guerra) la ragione dell’immigrazione degli Hinner sulla Riviera nostra nazionalpopolare: ché, qui, da sempre tutto si è riconvertito – gattopardescamente, rimanendo immutato, nella sua ultima sostanza; se Hinner, Hans, rinuncia a decollare verso il Sudamerica – dicevo – per riciclare la sua identità e le sue responsabilità (come tanti nazisti meno piccoli di lui, come Eichmann ad esempio, di cui lui quasi è controfigura), ciò è perché è qui che tutto da sempre è pronto a riciclarsi e ad autoassolversi: in verità il Sudamerica – direbbe Falco – è qui, ma ritradotto ogni volta in un sospetto di farsa, o di raggelante operetta.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Un primo lavoro che questo libro richiede al suo lettore (lo notava Andrea Cortellessa, più esplicitamente nella presentazione nell’ambito di “Libri come”, Roma 16.3, che nell’assai bella e densa recensione uscita il giorno successivo, su “La Stampa” e poi “Doppiozero” in versione integrale), è quello da operare su se stesso, nel riconoscimento/disconoscimento di quella traccia che, striscia appena percettibile, solca la nostra identità, come una ferita sempre aperta: e sembra averla conformata, come una filigrana tagliente e sottile. C’è in questo (nell’ethos radicale, che lo caratterizza) un tratto demoniaco e insieme catartico, nella scrittura di Falco: in essa, siamo indotti a riconoscere e quasi accettare la “normalità” feroce dell’iter culturale che rappresenta, a posizionarci entro il punto di vista, le (ir)ragioni banalmente orroriche e distorte, – salvo agire, una volta operato il riconoscimento, a scollarla da sé; ci conduce, ipnoticamente, ad assumere ad assumere il punto di vista obliquo di Hilde, dal focus dello sguardo di lei così rivelante e implacabilmente fotografico – che però, nella sua resistenza passiva, per quanto testimonii d’ogni menoma banalità d’orrore, resta chiuso nell’incandescenza della sua frigidità senza che paia voler scalfire veramente le logiche da cui si ritrae, e che piuttosto, fotograficamente ritrae: i ritratti degli ospiti dell’hotel rivierasco, scattati con una costanza alla August Sander… (per inciso: anche dal nome di questo fotografo, oltre che dalla granularità della sabbia/Sand, sembra venire, scelto da Hilde, il nome dell’albergo). Queste logiche, da Hilde focalizzate con un fish-eye d’alieno, vengono da lei esposte e messe a nudo, senza che faccia nulla per evitare il retaggio d’una connivenza e in fondo d’una accettazione; eppure, l’esposizione stessa cui è soggetto lo svolgersi pellicolare onni-registrante del suo sguardo (“ritorno al reale”, sì: ma alla radice stessa, del reale), tale (sovra)esposizione strania ogni elemento, lo parcellizza mentre lo sta enfatizzando (in senso ottico, dico), lo brucia e svuota mentre lo mette in vista (così anche la splendida foto in copertina, di Sabrina Ragucci): è questo lucido dissezionarsi, germinante-moltiplicativo del continuo del reale, a denunciarne l’effettualità del vuoto, e a staccarci, in definitiva, dalla nebbia d’ogni (nostra) percezione acquiescente.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">4. LO SPAZIO OTTICO, LA POESIA DELLA PROSA</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Non procedo oltre in un sommario della Gemella H, non mi arrischio a farlo; la vicenda narrata, tanto è lineare, quanto è ricca di pieghe, e piaghe, di macro-microapici, di picchi abissali messi come in sordina, che si riverberano appena percettibili sopra/sotto la soglia del suono: e sarebbe impossibile scorporarli dal contesto e dal flusso in cui si producono – anzi stanno producendo, lì, sotto gli occhi del lettore, emersi come da un sottovuoto denso di elementi, scheggiati dall’ovunque a concentrarsi tutti lì, in quello spazio multiplanare e insieme claustrofobico che la scrittura di Falco (scrittura-sguardo) apre ai nostri occhi, per aprire i nostri occhi (consegnar loro la chiave dello sguardo). Nulla, qui, è davvero riassumibile, nulla nemmeno s’è riassunto nella caméra-stylo stessa di questo scrittore, prima di essere, – come dal vivo, nella sua stessa necrotica e non meno pullulante, convulsa sostanza, – messa in pagina da lui; e allora, va liberato, il libro, la sua storia, consegnandolo ad ogni singola esplorazione di lettura: alla ricezione, vorrei dire, polifonica, poliedrica, cui chiunque voglia affrontare questo testo, non potrà fare a meno di esser trascinato, pagina su pagina (e pagina dentro pagina vorrei dire – se ciò che anche stimola questo romanzo, è una lettura a strati, a schiuder le falde di senso di pensiero di materia di visione che in ogni capoverso, ogni periodo, si sovrappongono con travolgente lucidissima furia).</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Ciò a cui allora è innanzitutto produttivo rivolgersi, è la potenza impetuosa del fluido di questa scrittura. Tanto più se nell’esercizio d’una prosa integrale, inaudita: esercizio veramente poietico, in atto, dal vivo (oltre che sul vivo di esistenze silenti, cui solo quella scrittura, a ritroso dalla loro stessa in/compiutezza, sa riconsegnare l’esemplarità che è loro propria); in atto giusto nell’estendersi e grammaticalizzarsi del suo sguardo, stanante ogni dettaglio, ogni onda di suono. La presa mirabile della scrittura-sguardo di Giorgio Falco, cui non è dato fuggire, risiede appunto nel passo vorrei dire poietico della sua prosa; che non significa poesia-in-prosa, né, tantomeno, prosa-poetica – piuttosto, poesia della prosa: creazione diretta e fisica, fattuale, dell’oggetto, in quanto suono e in quanto visione, giusto all’interno (dall’interno) del linguaggio, del suo autocostruirsi, tratto su tratto, tassello su tassello.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">È da dire in questo che la disciplina del pastiche di Falco e la crudezza della sua precisione, nella sua spinta convulsa a sbalzare i contorni d’ogni dettaglio, si riconduce in parte alla parola, al parlato, di una narrativa in versi come quella Elio Pagliarani, a tratti ripreso esplicitamente, non nei ritmi solamente, o nella vertiginosa ampiezza visuale-sonora dei montaggi, ma poi soprattutto nei temi (fin nel colore acceso d’acciaio che gravita sui set del romanzo: da quello impiegatizio milanese della Ragazza Carla, all’appassirsi del mare della Ballata di Rudi…), che virati permangono come struttura-base di alcune delle invenzioni fondamentali di questo romanzo. Da maestri grandi come Elio, eppure in modo sempre autonomo, da autore ormai inconfondibile, Falco apprende le qualità percussive della scrittura, che non possiamo chiudere in un macrogenere (non prosa, né tantomeno poesia) ma è poiesis, è un agire vivo nel/del linguaggio.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Mai didascalica, mai de-scrittoria, mai a designare alcunché dall’esteriorità d’un secondo grado: questa scrittura è in sé una macchina della realtà (realtà sformante, anamorfizzata, che si allarga e si stringe in lingue di fuoco, a insinuarsi nelle pieghe (le piaghe) del nostro essere fisico e immaginario); per il cuore controverso instabile delirante di esso (il reale), per l’inconcludibilità del suo dolore, la parola della Gemella H sembra trovare sempre nuovi e imprevisti varchi, quasi a formarlo entro sé, ogni volta ex novo. Eppure, questo evocare il reale dalle pareti interne d’una lingua, e finanche dal respiro di un corpo, non è qui pratica di sciamano; c’è una precisione impietosa e non meno convulsa nel costruirsi, linea su linea, e un grano accanto all’altro, di ambienti e corpi, virtuali e concretissimi, a incastro gli uni sugli altri, ruotanti da ogni verso, come in un ologramma di sillabe, un labirinto intrecciato perché si possa fuggire… è una qualità anche architettonica, direi, quella in cui questa scrittura evolve e si definisce: l’ambiente viene, davvero, scritto, fonicamente, sillaba su sillaba, e si caratterizza innanzitutto per il battito-sguardo del suo suono; e sono stanze mobili sono prospettive oblique che s’irradiano tutto intorno a noi, superfici su cui rispecchiarci nella nostra opacità, a esplodere identità e distanza nello stesso scatto, nello stesso (falso)-movimento: esercizio di un’esattezza prossima al delirio, tale da formare, dalla radice, il paesaggio, animandolo ed elevandolo al rango di voce.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">È questo che riesce a fare, la scrittura di Falco: creare spazio, dettagliando spazi in vertigini di close-up, solo per via sintattica; una forza e, se posso dire, un afflato, che viene su da un cumulo d’ingrandimenti così dallo spiegarsi d’una vasta polifonia sintattica, che incede uniforme e molteplice, mutante e mai riducibile al singolo sintagma (il quale, a isolarlo, ne resta celibe e svilito, preda possibile del normatore di turno)… Una musica della crudeltà, che risulta dal moto continuo del divergere-convergere delle esplose schegge, come da una vetrina fracassata in un pogrom; o una cascata di oggetti discordi, incandescenti parole-cunei a configgersi per varie angolature sull’estensione della pagina (suggestiva l’osservazione di Roberto Saviano, – in “La Repubblica”, 20.2 – per cui le merci sarebbero qui la musica-base…), a scuotere il lettore nel profondo della sua coscienza assuefatta a ogni possibile esistente, al totalitario-liquido sonno delle merci…</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Il lavoro fattuale della prosa procede, insomma, di pari passo con quello sull’immagine, e dell’immagine; e si tratta di un lavoro quasi fotografico (lo dicevo prima per Hopper), portato sulla deriva dell’idea di archivio, e sulla scelta, quasi ascetica, che anima certa idea di fotografia, d’una scomparsa di sé in favore d’un archivio silenzioso, e perturbante: Hilde ritrattista anomala e meticolosa dei clienti dell’albergo, rimanda a Sander, ma anche a Sabrina Ragucci, che di Falco è compagna di visioni ed elezioni (e qui autrice della copertina delle tre mele – cui facevo cenno, – dalla quale il dire della Gemella sembra prendere il concreto quasi favolistico avvio: “Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima”). Il mezzo fotografico, espresso nel cuore della scrittura, si presenta come strumento di deposito d’una memoria che, fuori di esso, non rinviene altra traccia, se non lo svanimento; così ad ogni pagina si aggrappa un inventario di oggetti, ormai esauriti – mummificati o fantasmati – e persistenti, pure, nella loro invadenza ossessiva e totalitaria, ad occupare intero lo spazio che era dei corpi e delle vite: “più che i fatti e i giorni, sembra che solo gli oggetti accadano”… Questo regime di altissima definizione dello sguardo si esprime anche per via allucinatoria, staccando da sé una congerie di narrazioni possibili, tutte collaterali – e l’esercizio fotografico diviene grafico tout court, l’immagine si sbalza dal foglio, si anima e movimenta: la più ampia, ed esemplare, fra queste derive narrative, altrove potenziali o appena espresse, è l’ampia parabola dell’impiegato bidimensionale, “ritagliato” da un ipotetico manifesto pubblicitario di Franz Lenhart, “in fuga” da esso in modo non troppo diverso dalla ballerina di Majakovskij (mi riferisco alla cineleggenda perduta di Zakovannaja fil′moj – Incatenata dal film , del 1916), – vero e proprio (micro)romanzo nel romanzo, mise en abîme (già dicevo) grafico-narrativa della vocazione visiva e così peculiarmente iper-realistica di questo libro.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">5. VARI-VUE</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Ma soprattutto, e in tutto questo: vorrei riferirmi a quello che, nell’atto di scrittura e di lettura, mi sembra motivo tale da colpire (e scolpire) più a fondo: la posizione del narratore – cioè, chi parla (in) questo libro: l’identità stessa del soggetto che lo enuncia. Lo statuto della voce narrativa di fatto è misto, complesso – alla lettera: gemellarmente sdoppiato; un flusso che incorpora il dilagare di altri flussi (di coscienza, e esteriori e interiori, e soggettivi e oggettuali: impersonali e corali…); un regime, cioè a dire, di semi-flusso di coscienza (collettivo, semmai, e tutto smembrato pur nella certezza del suo incedere e del suo ethos) e di semi-soggettiva (unica via all’oggettualizzare fino in fondo e il tutto e dal lato interno, il più oscuro, il solo che ci riguardi). Fin dalla venuta al mondo, in una quasi “ripresa” che si conduce addirittura dal profondo (materno) del corpo, percepiamo il costruirsi opprimente del mondo – giusto da quella prospettiva altra di Hilde, mai integrata al “valore” familiare (cui si attiene invece Helga, venuta al mondo per prima) e mai nemmeno sganciata del tutto: una prospettiva che insomma si fa sguardo e prigione. Anche questo è il lavoro, che La gemella H impone al suo lettore: alla voce di Hilde si sovrappongono, a romperla e interromperla e moltiplicarla in una sorta di singolarità/coralità, una quantità di altri discorsi e posizioni, per furor di contrappunto, interminabile, nell’interpolarsi dei punti di vista più eterogenei. La drammaturgia del dialogo s’incorpora così in una polifonia d’indiretto libero, che include voci e punti di vista e materiali a fastello e mai omologabili gli uni agli altri, e tutto a convergere su (divergere da) la voce stessa di Hilde (la quale in essi quasi si riverbera)… In questo materiale eterogeneo e discordante, in questa voce sdoppiata e molteplice, s’importano sì, di volta in volta, i punti di vista dei vari attori della saga, ma anche un poliedro, coralmente scisso, di posizioni in fruttuoso dis/accordo, un confliggere plurivoco di visioni che la voce narrante assume intero su di sé, quasi ad aspirare la miriade di virus e batteri (dell’ideologia irriflessa, del senso-comune) e restituirla, chiarificata, agli occhi del linguaggio.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">È qui, è in questo, il ruotare sul suo perno mobile, voracemente a fish-eye, del punto di vista (dello) scrivente: a rimettersi costantemente in gioco, implacabilmente rivelatorio ma senza tirarsi fuori dal massacro del gioco (cioè a dire, il Presente) di cui, tratto su tratto, va ricostruendo la genealogia. Tutto viene rimacinato in una sorta di brusìo costante, in cui può venire a galla eventualmente (ma per via indiretta, di straniamento e impassibilità densa di pathos) la voce, anche, di chi empiricamente ha scritto La gemella, occupandone lo spazio oculare, e moltiplicandolo nel sovrapporsi dei montaggi, che scompongono-ricompongono il cristallo ottico di questo libro. Nell’intreccio delle angolature, un punto di vista (morale più ancora che ottico) che si è tentati di attribuire più specificamente all’autore, è infatti quello che emerge nell’esercizio d’una fulminante, percussiva aforistica, integrata nel poliedro difforme della pagina (ad attualizzare la materia storica che sotto i nostri occhi sta scorrendo); ma è proprio qui che la voce che suona questo libro, giunge a esprimersi in pronunzie più più oggettivate-astratte, ai limiti del saggismo, magari dell’inchiesta, quasi a depersonalizzarsi, assorbendosi ai margini del coro. Ma appunto, anche nelle punte più pianamente saggistiche (come un punto di vista aereo, a volo di falco sul flusso), la prospettiva da cui la voce viene emessa, e da cui il narrato si s/compone e si guarda, resta sempre coralmente diffratta; esteriorizzarsi d’un flusso di coscienza moltitudinario, mai attribuibile unilateralmente ai due, tre soggetti in gioco… Hilde, certo, ma anche la sua controparte integrata, Helga, e poi, naturalmente, l’autore stesso, centro dello smistarsi e rimontarsi delle materie in gioco, molteplici e discordi: ma chi è che veramente enuncia? Resta, nelle orecchie, negli occhi, di questo mondo-flusso interno dell’esterno dell’interno (prendo, non forse ad arbitrio, un titolo da Handke), il contrappunto costante e denso di disarmonie prestabilite oltre ogni controllo, geometrico-convulso, a coinvolgere e straniare: e persino, diceva Giorgio Vasta recensendo (magnificamente) questo libro (“Alias – Il manifesto”, 13.4), a stanare (ogni altro dentro di sé, ogni alieno che ci parassita).</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">C’è un effetto ottico, un bonus venuto dalle merci caduto nell’infanzia di molti di noi, quasi parte dei nostri “romanzi di formazione”, a cui m’è venuto fatto di pensare, quando s’è fissato in me l’effetto ottico di questo libro, la sua prospettiva sempre sfalsata: e il ticchettìo stesso basculante del suo moto, nello scivolare l’una sull’altra delle due identità pseudo-gemellari (e così, i meccanismi di riconoscimento e distanziamento che si suscitano a ogni atto di lettura). Mi riferisco a quelle figurine lucide, spesse, a elementare effetto 3D, a doppio movimento, che la Locatelli impacchettava coi formaggini MIO: bastava muovere il polso, cambiare angolatura, e qualcosa cambiava all’interno dell’immagine – l’illusione d’un movimento, uno scatto magari impercettibile, ma che compiva il senso della prima delle due figure, magari rivoltandolo, svelandolo (almeno questa è la mia percezione, nella lontananza del ricordo): immagine che si rilancia e che ritorna, sempre identica sempre difforme, così rendendosi elementarmente narrazione. Il nome di questa tecnologia elementare, “lenticolare” (è così che la si definisce), a scatto, a sbalzo (elaborata proprio negli anni ’40, così centrali in questo libro), è “vari-vue”; e si tratta di una dicitura che potremmo facilmente adottare per la scrittura della Gemella H, nel suo prospettivismo moltiplicatamente rescisso – il suo (almeno) doppio (almeno triplo) movimento, a costruirsi su immagini apparentemente identiche ma che, nel sovrapporsi/sostituirsi l’una all’altra, si schiudono per intero sul loro scarto minimo – aprono, in questo dire, la vertigine della moltitudine. Che è vertigine attrattiva: al termine della sua rotazione, ottica, questa scrittura si punta tutta dalla prospettiva stessa dei nostri occhi; il soggetto dell’enunciazione, così stanato, siamo, finalmente, noi.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Ho conferito titolo di note, a questa ripresa da una presentazione della Gemella H (L’Aquila, Bibliocasa, il 20 marzo scorso); vorrei che l’epiteto, impreciso che sia, venga inteso anche in una valenza, seconda e pur impropria, di una (impossibile) pentafonìa di alterazioni: in forma di pur inadeguato omaggio alla musica profonda e dissonante, che tràcima e trascina dal fondale di questo, che – con buona pace d’ogni pubblicistica (im)paludata – rimarrà fra i pochi, i pochissimi testi davvero memorabili nella nostra narrativa di fine-inizio millennio.</p>
<p style="color: #424242;text-align: justify">Uscito su <em>Il Ponte</em>, luglio 2014</p>
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		<title>Condominio Oltremare: Falco e Ragucci sulla riviera romagnola</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Sep 2014 05:00:12 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/10681746_10204113788538692_1984268121_n.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-48912" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/10681746_10204113788538692_1984268121_n.jpg" alt="10681746_10204113788538692_1984268121_n" width="188" height="268" /></a></p>
<p style="text-align: justify">di: <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify">&#8220;<em>Intorpidito dai pensieri, insensibile alla scomodità delle scarpe che paiono muoversi autonomamente, arrivo nell&#8217;atrio e mi rendo conto di non ricordare dov&#8217;è la cantina. Sono a disagio in quella parte comune, che si vorrebbe neutrale Per quanto sia improbabile, temo di incontrare qualcuno con cui parlare. Certo, qui non c&#8217;è nessuno, ma per alcuni versi è peggio, mi sembra di essere, se non un ladro, almeno un impostore, uno che è qui senza un motivo specifico: niente famiglia e figli, nessuna moglie o amante da cui scappare.<span id="more-48910"></span></p>
<p> Otto piani, eppure quando esco dal condominio ho l&#8217;impressione di essere sceso da un grattacielo, alcuni raggi di sole fendono la nebbia, tanto che, guardando in alto, vedo la sagoma del balcone. In cortile non ci sono box, soltanto posti auto, le strisce bianche quasi cancellate. Poco oltre il giardinetto condominiale inizia la piscina di venticinque metri. Vuota sembra molto più piccola di quanto ricordassi mentre vi nuotavo da bambino. Giro intorno al palazzo, riconosco la porta che conduce alle cantine. È chiusa, provo la chiave che ho in tasca, la porta si apre. Sono incerto se scendere davvero. La luce cade sui primi gradini, sull&#8217;angolo del muro dove un grosso ragno, sorpreso dall&#8217;evento, cerca di scappare più in alto, scontrandosi con la barriera della parete e del soffitto, che compongono il suo mondo, e ora, lo opprimono. La lampadina illumina il ragno che le è accanto, discendo verso il luogo dell&#8217;approvvigionamento, della scorta di futuro, che si svelava dopo aver acceso le piccole luci cimiteriali sui barattoli e le bottiglie di vino in penombra. Come fai a vivere senza cantina? domandava mio padre. Una serie di porte, alluminio leggero, silenzio, nemmeno il gocciolio di un tubo, lo scatto di piccoli topi. Provo la chiave in tutti i lucchetti, fino a quando una porta si apre.</em>&#8221;<br />
<!--more--></p>
<p style="text-align: justify">E si apre sull&#8217;incantevole riviera romagnola, si apre sulle immagini selezionate dall&#8217;ottima fotografa Sabrina Ragucci, si apre sul movimento lento e precisissimo della scrittura di Giorgio Falco, che in questo libro delicato, <em>Condominio Oltremare</em>, che L&#8217;orma editore ha pubblicato il 18 settembre nella collana <em>fuoriformato</em> diretta da Andrea Cortellessa, arriva a pungere corde assai intime, enigmatiche e molto, molto acute.</p>
<p style="text-align: center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-48914" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed-300x294.jpg" alt="unnamed" width="300" height="294" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed-300x294.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed.jpg 732w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>  <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed2.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-48915" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed2-300x294.jpg" alt="unnamed2" width="300" height="294" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed2-300x294.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed2-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed2.jpg 732w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Ancora, fortissimo, emerge il sentimento di impostura, la percezione di ritrovarsi ad essere fuori posto, fuori tempo massimo, lo sforzo teso a riconsiderare se stessi come un&#8217;entità troppo poco naturale, circondata selvaggiamente, barbaricamente quasi, da un universo (concettuale o meno) invece troppo naturalizzato, appiattito, disconnesso.<br />
Il disagio supremo di riscoprirsi completamente da soli, il terrore antico di non riuscire a maturare uno scambio proficuo coi propri simili, (perché dei simili potranno mai esistere? Così come potrà mai esistere una zona realmente franca?) percorrono interamente il condominio fantasmatico, amniotico, cimiteriale, che è questo nostro <em>Oltremare</em>, che serba in nuce tutto il desiderio d&#8217;evasione di chi lo vuole raccontare, e che cela già nel nome il suo altrove più vagheggiato.<br />
Poi invece, inaspettatamente, lo sguardo-finestra si spalanca a picco su una luminosità d&#8217;avorio, che a tratti sembra posticcia, a tratti si mescola nei sogni più cupi, a volte sa dispiegarsi vivida nella quotidianità di una piscina reale, altre volte riesce solo a camuffarsi in un mare disegnato, emaciato, preimpostato e come lasciato lì, a girare a vuoto, tra gli ingranaggi inceppati di una stanca macchina da presa.<br />
Le immagini e le parole prendono linfa vitale in uno strettissimo rapporto di interdipendenza, non didascalica ma piuttosto analitica, consustanziale, amalgamando il discorso ultimo dietro una trincea geometrica che sembra, invero, non possedere confini.</p>
<p style="text-align: center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed4.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-48917" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed4-300x294.jpg" alt="unnamed4" width="300" height="294" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed4-300x294.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed4-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed4.jpg 732w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>  <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-48916" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed1-300x297.jpg" alt="unnamed1" width="300" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed1-300x297.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed1-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed1-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed1.jpg 724w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">La finestra, appunto, quella finestra che vediamo in copertina, protegge e allontana, conchiude e disvela, ed è sì una serratura forzata sul mare, è un raggomitolarsi viscerale sulle prospettive più ombelicali, ma al contempo è l&#8217;arma da taglio potentissima, è il divisorio netto da attraversare, la berlina da cui e con cui farsi scudo nel mondo, il disarmo di un innato desiderio di alterità.<br />
Questo sentimento di libertà estrema, che è, come spesso accade, paura e desiderio insieme, bisogno e indolenza, proiezione dentro e fuori da sé, mi sembra oltretutto una costante fondamentale della scrittura di Giorgio Falco, come pure è costante, e abbiamo ancora fresca nella memoria <em>La gemella H</em>, recente finalista al Premio Campiello, la commistione necessaria fra presente e passato, la ricerca mai conclusa di quelle radici che sono sì, dei puri radicamenti personali, ma che si esplicano più sinceramente nella rilettura dei ricordi e delle ferite ancora aperte di un intero paese, di un&#8217;intera generazione.<br />
Ripercorrendo quindi le tappe di un passato in continuo defluire, assistiamo alla paralisi (epperò strenuamente vitale) del protagonista, annoiato e confuso dalla troppo ingombrante vita cittadina milanese, in cerca di una plausibile via di salvezza, in fuga da tutto ciò che sa, o che crede di sapere, o meglio che crede di aver sempre saputo, ritrovandosi poi al dunque attonito, al cospetto di un paesaggio lucidamente mistico.<br />
Assistiamo quindi allo straniamento più che consapevole di un protagonista che decide di provare a perdersi, con echi di notissima memoria, nel bel mezzo di una selva perniciosa, volontariamente intrappolato in un <em>Condominio</em> della mente che è puro e profondissimo abisso.</p>
<p style="text-align: center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed5.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-48918" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed5-300x295.jpg" alt="unnamed5" width="300" height="295" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed5-300x295.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed5-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed5.jpg 730w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>  <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed6.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-48919" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed6-300x294.jpg" alt="unnamed6" width="300" height="294" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed6-300x294.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed6-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/unnamed6.jpg 732w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Non c&#8217;è Ripellino, con l&#8217;astuzia ingenua della sua <em>Praga magica</em>, e non c&#8217;è Ghirri, coi suoi scatti lungimiranti e salubri, rubati alle spiagge deserte di Rimini. Sguardo e atmosfere sono del tutto allucinate, distorte da una patina di evidentissima&#8221;normalità&#8221;, popolate da una macroscopica quantità di spunti quotidiani che un andamento troppo avvezzo al vivere quotidiano non sembra più in grado di percepire sul serio.<br />
La bravura risiede tutta, appunto, nello spalancare chiudendo, nel mostrarsi celandosi quasi completamente, nel perfetto gioco di equilibrio degli ossimori. Perché ciò che davvero conta, in questo libro, è l&#8217;esperienza visiva, è l&#8217;atto del guardare, del saper riconoscere le cose, di riuscire a infilare la giusta chiave nella toppa, di riuscire a chiamare padre un padre, a comprendere le ragioni di una famiglia per quanto realmente possano valere; ciò che si vuole, veramente, è provare a riconoscere un tempo storico per la sua stessa storia, e quindi imparare a prendere misura e coscienza di questa prospettiva sempre ellittica, chirurgica, sentimentale, che è la vita.</p>
<p style="text-align: right">&#8220;<em>J&#8217;amerais qu&#8217;il existe des lieux stables, immobiles, intangibles,</em><br />
<em>intouchés et presque intouchables, immuables, enracinés;</em><br />
<em>des lieux qui seraient des références, des points de départ, des sources.</em>&#8221;<br />
Georges Perec</p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=29fSRZrw0vE">Condominio Oltremare</a>&#8211; Video.</p>
<div style="color: #222222">[Slide show delle fotografie e un intervento-presentazione del libro</div>
<div style="color: #222222">dal titolo: Italian East Co(a)st</div>
<div style="color: #222222">Sabato 27 settembre 2014, ore 11</div>
<div style="color: #222222">Venezia, Corderie dell&#8217;Arsenale, palco E]</div>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Dieci per Elio Pagliarani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2013 06:55:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[In occasione del primo anniversario della morte di Elio Pagliarni è appena uscito per la collana I domani di Nino Aragno un volume celebrativo a cura di Andrea Cortellessa, con contributi poetici, saggistici e testimoniali portati da autori e critici che ne hanno conosciuto, studiato e amato la poesia (Cetta Petrollo, Edoardo Albinati, Luca Archibugi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<pre><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/pagliarani.jpeg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45628" alt="pagliarani" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/pagliarani.jpeg" width="200" height="260" /></a></pre>
<p><i>[In occasione del primo anniversario della morte di Elio Pagliarni è appena uscito per la collana </i>I domani<i> di Nino Aragno un volume celebrativo a cura di Andrea Cortellessa, con contributi poetici, saggistici e testimoniali portati da autori e critici che ne hanno conosciuto, studiato e amato la poesia<span id="more-45577"></span> (</i><i>Cetta Petrollo, Edoardo Albinati, Luca Archibugi, Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Luigi Ballerini, Renato Barilli,Cecilia Bello Minciacchi, Francesca Bernardini, Gherardo Bortolotti, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Marco Caporali, Simone Carella, Biagio Cepollaro, Carla Chiarelli, Laura Cingolani, Orazio Converso, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Maurizio Cucchi, Fausto Curi, Claudio Damiani, Elisa Davoglio, Carla De Bellis, Raffaella D’Elia, Cesare De Michelis, Tommaso Di Francesco, Enzo Di Mauro, Giorgio Falco, Paolo Febbraro, Giulio Ferroni, Michele Fianco, Francesca Fiorletta, Gabriele Frasca, Vincenzo Frungillo, Enzo Golino, Elio Grasso, Angelo Guglielmi, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Niva Lorenzini, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Romano Luperini, Valerio Magrelli, Giorgio Manacorda, Massimiliano Manganelli, Francesco Muzzioli, Aldo Nove, Vincenzo Ostuni, Tommaso Ottonieri, Marco Palladini, Giorgio Patrizi, Elio Pecora, Gabriele Pedullà, Walter Pedullà, Plinio Perilli, Jonida Prifti, Laura Pugno, Massimo Raffaeli, Lidia Riviello, Tiziano Scarpa, Alberto Scarponi, Siriana Sgavicchia, Gabriella Sica, Francesco Targhetta, Alberto Toni, Roberto Varese, Carla Vasio, Sara Ventroni, Lello Voce e Ade Zeno). Un ampio percorso critico e umano per e attraverso un poeta di importanza capitale, anche per le generazioni di autori a lui successive; e allo stesso tempo un testo utile anche per un primo avvicinamento alla sua opera. Per </i>Nazione Indiana<i>, ho provato a trascegliere pochi assaggi esemplificativi. </i>AB<i>]</i><i></i></p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px"> </span></pre>
<p>Da <em>Ma dobbiamo continuare. 73 per Elio Pagliarani a un anno dalla morte</em>, Aragno/I domani, 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ELIO PAGLIARANI</strong></p>
<p>Libera labirintiche litanie<br />
Inventa ignote ibridazioni<br />
Ordisce olimpici oltraggi</p>
<p>Privilegia pindariche pipate<br />
Annuncia agguerriti alfabeti<br />
Galvanizza giocose girandole<br />
Lampeggia lussureggianti lallazioni</p>
<p>Improvvisa incantevoli illusioni<br />
Abita acrobatiche allegorie<br />
Rivendica ruggenti rivelazioni</p>
<p>Accumula apocalittiche aurore<br />
Narra numinose navigazioni<br />
Incendia ipotetiche iridescenze</p>
<p style="text-align: right"><em>Nanni Balestrini</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>«Non ho capito!»</strong></p>
<p>«Non ho capito» premessa di un taciuto «ma che state<br />
combinando» fu, del monologo a pause, il punto più<br />
esplicito e lacerante. Altro che «mehr licht» (Goethe)<br />
o «What is the question» (Stein): un ricapitolo di chi<br />
nel dirci addio, con un suo garbo e ritmo da rime aspre<br />
e chiocce ci ricorda con chi abbiamo avuto a che fare:<br />
bisogna che sia robusta la poesia, se il suo fine è la gioia<br />
(«se scriverai di me dirai di gioia, e che sia gioia attiva,<br />
trionfante, che sia una barzelletta spinta, magari»),<br />
senza <em>nec ultra crepidam</em>, e con intatta la voglia di fare<br />
del valore d’uso una merce non esclusa. Ce n’è che<br />
basta per dire, rovesciando il verdetto, che tutto nella<br />
sua vita conferma il modo con cui volle prenderne<br />
commiato. «Ancora non resuscita questo Lazzaro».<br />
E «io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro».</p>
<p style="text-align: right"><em>Luigi Ballerini</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>Dittico per Elio</strong></p>
<p style="text-align: right">s.t.t.l</p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px">    
I

Cimitero di Viserba le fotografie
Di quelli che conosci o conoscevi
Zie dei padri
E vittime delle moto i transigenti
Nipoti.
A loro modo una comunità,
        Un piccolo paese,
Mentre nella metropoli di niente
Hanno conferma i vivi dei seppelliti
Nei falansteri fuori porta
O in transito verso la civiltà
Del vaso delle ceneri
In tinello.

II

Cade così non lontana
Dall’esistenza
La bestemmia a gote piene
Reiterata
Al distruttore fulmine
Che per quest’anno ha cancellato
La vendemmia a ottobre
L’acino che si gonfia.
</span></pre>
<p style="text-align: right"><em>Franco Buffoni</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>Pagliarani sul Niagara</strong></p>
<p>Parlavi dei bambini,<br />
dicevi della loro furia molecolare,<br />
davanti alla cascata,<br />
anzi, dietro il suo velo,<br />
dentro un cunicolo scavato nella roccia<br />
per sbucare sul retro delle acque.</p>
<p>Al buio, fra la guazza,<br />
con quel film bianco che scorreva in fondo<br />
velando il mondo,<br />
come ficcati dentro un ombelico,<br />
parlavi della nascita,<br />
descrivevi la nascita,<br />
affidavi alla nascita<br />
la parola segreta di ogni storia:</p>
<p>CONTINUA.</p>
<p style="text-align: right"><em>Valerio Magrelli</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">La persona, che diventa personaggio se solo ne scriviamo una riga, e che nel caso di Elio Pagliarani diventa personaggio due volte, non fu per me meno saettante del poeta. Quel che si dice personaggio – Pagliarani aveva le stimmate per esserlo. Lavorare con lui – con tale persona, con tale personaggio, così esuberante – per quindici anni, ha prodotto una quantità di aneddoti (per dire il minimo) cui gli amici più giovani hanno attinto con giusta voluttà. Poiché Elio negli ultimi anni l’ho visto poco, non posso aggiungere altri aneddoti. E poiché questa non è la sede per infine rivolgersi al poeta (in realtà non l’ho mai fatto, anche se sapevo <em>Inventario privato</em> a memoria), mi piace allora rivederlo nelle vesti di bibliofilo goloso, felice tra i suoi libri antichi e antichissimi negli intervalli d’un luminoso pranzo domenicale. Eravamo nella casa alle pendici di Monte Mario, con la moglie Cetta e la figlia Lia Rosa – con me venne Maria Pia, che per lui ha grande affetto. Aggiungo una parola sul sentimento che ho condiviso con un buon numero di persone. Di questo sentimento si parlò il giorno dell’ultimo saluto, il dieci marzo, sui gradini della Chiesa Nuova. Tutti eravamo stupiti d’esser lì, usciti da una chiesa, per quanto prestigiosa. Certo, rispettiamo le volontà familiari. Ma è proibito non pensare a Elio come a un uomo il più provvisto d’una religione laica, e solo laica. Pagliarani era fedele alle sue radici romagnole, il suo senso di giustizia era feroce e terreno. A che cosa erano dovute le sue pazze ire se non all’idea che ogni acquiescenza, ogni rinuncia, ogni mortificazione sarebbero risultate (a se stessi prima di tutti) inique, indegne, suscettibili d’altra ira, d’altro furore? Era in questo modo che anche il dieci marzo a lui pensavamo; ed è così che ora preferisco ricordarlo.</p>
<p style="text-align: right"><em>Franco Cordelli</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Il vero battesimo, me ne rendo conto adesso, senza volerlo me l’ha dato Pagliarani. Doveva essere il Novantacinque. Tornavamo assieme in macchina da Reggio Emilia, mi aveva battezzato critico il mio primo Ricercare, ed ero tutto contento. Elio pure era tutto contento perché alla guida c’era Tommaso che, secondo lui, al volante era il migliore. Lui e Cetta stavano seduti dietro, io accanto al guidatore. Unico intruso in una macchina colma di poeti, mi sentivo in dovere di parlare di poesia. Prima Elio, a bassa voce, aveva avuto parole colme d’ammirazione per Sandro Penna e io sfoggiai un libretto fresco di stampa, il suo carteggio con Montale, dicendo qualcosa sulla bellezza di quest’amicizia fra poeti. Una cosa molto retorica, suppongo; Elio s’incazzò però non per il tono, ma per l’ignoranza. Ma come amici! Ma se Montale gli ha fatto le scarpe tutta la vita! Per la prima volta, stupefatto e terrorizzato, assistevo alla sua collera omerica; tanto urlava e si agitava che l’auto, un paio di volte, ha sbandato sensibilmente. Ecco, in quegli zigzag ho capito una cosa che nessuno mi aveva mai spiegato – che la poesia non sta tutta nei libri. La lezione di quel viaggio non era stata solo di mestiere, ma di vita.</p>
<p style="text-align: right"><em>Andrea Cortellessa</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Ho sempre pensato che Elio Pagliarani avesse un modo tutto suo di rapportarsi alla realtà, come avvertendone il ritmo nascosto, afferrando le sfasature e le dislocazioni in cui si dispiegano le cose, le presenze umane, i linguaggi, ruminando in sé quelle sfasature e riproiettandole, complicandole espandendole nella propria voce e nella propria poesia. Una poesia dall’eccezionale tensione ritmica, che ci ha trasmesso in modo potente, vorticoso, avvolgente, straniante, tutto il senso della complicazione e della contraddizione del mondo che egli si è trovato ad attraversare e che con lui abbiamo attraversato. Elio ha conquistato questa poesia traendo frutto da quella «asimmetria» a cui l’aveva costretto, come racconta nel bellissimo <em>Pro-memoria a Liarosa</em>, la perdita di un occhio all’età di 19 mesi: questa asimmetria ha vivificato e sostenuto la sua illimitata passione «romagnola» per il presente e per la concretezza del mondo, la sua disposizione all’ascolto delle cose, delle persone, dei linguaggi, e lo ha portato a sperimentare, insieme da dentro e da fuori, l’asimmetria costitutiva del mondo e dell’esperienza. <em>Proviamo ancora col rosso</em>, Elio; proviamo a risentire la tua voce e la forza dislocante della tua poesia!</p>
<p style="text-align: right"><em>Giulio Ferroni</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">C’è una corrispondenza fra politica e poetica in Pagliarani. Come sul piano politico Pagliarani mescola istanze moralistiche, populistiche, riformatrici, interpretazione classista della storia e atteggiamenti libertari e anarchici, così su quello letterario l’accettazione di una «funzione sociale», consistente nel compito di «mantenere in efficienza, per tutti, il linguaggio», si accompagna all’esigenza di non accontentarsi della «negazione» radicale sul piano del linguaggio ma di puntare a una «opposizione» o «contrapposizione determinata», verificata sul reale, e capace di produrre «nuovi significati». Pagliarani subisce indubbiamente l’influenza della tradizione illuministica e realistica lombarda, e la fonde col proprio sperimentalismo letterario e con la forza travolgente e corporale con cui inventa il ritmo del verso soppiantando tutta una tradizione metrica di stampo lirico. Di qui un certo isolamento di Pagliarani all’interno del Gruppo 63: era troppo classista e «rivoluzionario» per i fenomenologi e i neopositivistici asettici, troppo riformista per i puri eversori del linguaggio. In fondo, almeno all’altezza della <em>Ragazza Carla</em>, è più l’erede di «Officina» (col suo moralismo e i suoi poemetti narrativi) che un seguace delle nuove teorie elaborate nella redazione del «verri». E per questo giustamente Sanguineti nella sua antologia del 1969 lo pone nella sezione dello «Sperimentalismo realistico» e non in quella della «Nuova avanguardia», dove colloca invece gli altri Novissimi. Fra <em>La ragazza Carla</em> e <em>La ballata di Rudi</em> Pagliarani è stato il maggior poeta espresso dalla temperie sperimentale del secondo Novecento, quello che in modo più realizzato e compiuto ha saputo fondere «opposizione» politica determinata e una innovazione radicale capace di portare alle estreme conseguenze la crisi del genere lirico e la negazione dell’io, non tramite lo sprofondamento in labirinti o in paludi di putredine bensì attraverso il recupero della narratività, e l’invenzione di una espressività realistica nutrita di una coralità e di un ritmo che è giusto definire epici.</p>
<p style="text-align: right"><em>Romano Luperini</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Proviamo con l’invettiva, si disse Pagliarani, e scrisse <em>Epigrammi ferraresi</em>. Ferrarese come Savonarola, «il suo blasone», confessa il poeta evocando la bile. Che in lui rima sempre con pile, la scossa elettrica che si alterna con gli umori del fegato per fulminare le Chiese e gli Imperi di ogni tempo. Il corpo e la tecnica sono uniti dallo stesso scopo, come sempre in Pagliarani il dire e il fare, che qui si corrono incontro lungo la scorciatoia. Prima il linguaggio (l’invettiva), il significato verrà poi in uno sperimentalista le cui forme sono sempre gravide di contenuti da estrarre con dolore, sdegno e sarcasmo. Il messaggio s’è fatto più breve, appuntito, rovente e spezzato dal furore del «moralista padano» e dalla memoria del genere. La frase è una lama di coltello o mannaia <em>(«Quelli</em> sei con la mannaia furono angeli»), dove il ritmo scandisce le parole come strumento a percussione («Ancora non resuscita questo Lazzaro / Io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro»). Se è in gioco la giustizia, tocca dire brutalmente la verità, senza timor di Dio («Tommaso Muntzer disse che cacava addosso a quel Dio che non parlava con lui»). Nel mondo nessuno può dirsi innocente: Pagliarani non salva nemmeno se stesso («Non so se avete capito: siamo in troppi a farmi schifo»). Con l’invettiva il poeta ferisce e picchia, flagella e si autoflagella. L’esperimento riesce sempre a Pagliarani: il linguaggio oggettivo incontra sempre la sua vicenda personale.</p>
<p style="text-align: right"><em>Walter Pedullà</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Muore un poeta, e non si può fare a meno di pensare a quel che ha significato per te, al di là della storia della letteratura, del canone, delle antologie e dei monumenti. Un pensiero semplicistico, forse, che riguarda quella cosa chiamata «vita», parola impresentabile, ma che insomma rende l’idea. Allora ripenso al mio incontro con Pagliarani, con la poesia di Pagliarani, non tanto con la sua cara persona, che ho visto qualche volta, da vecchio, quel che si dice un vecchio amabilmente burbero, con i vestiti gualciti, la voce abrasiva, le guance molli, una voce abrasiva foderata di guance molli. All’università ho registrato <em>La ragazza Carla</em> in un’audiocassetta, per poterla ascoltare con le cuffiette. Ascoltavo il poemetto di Pagliarani e riuscivo a sopportare la mia voce che lo leggeva, che lo infettava. Altri poeti invece non sopportavo che fossero infettati dalla mia voce, avrei voluto avere a disposizione una voce impersonale, assoluta, per registrare le loro poesie, invece la poesia di Pagliarani no, mi sembrava che bisognasse sentire che c’era qualcuno che la leggeva, con un’inflessione e un carattere, e allora riuscivo a sopportare persino la mia voce. Ricordo che poi l’ho pure «portato all’esame», Pagliarani, mi fecero una domanda su una poesia, era <em>provano ancora con l’oro</em>, mi chiesero di leggerla, e mi domandarono che cosa voleva dire, secondo me, provare ancora con l’oro, per una poesia, non ricordo cosa dissi ma so che non fu gran che, perciò continuai a chiedermelo, me lo chiedo ancora, che cosa significa, provare ancora con l’oro, ora che ci penso la mia vita è un tentativo di dare una risposta all’altezza di quella poesia, provare ancora con l’oro, dare fiducia all’oro, alla parola che lo nomina, che non vale niente, che non è oro, provare a vedere se dà un po’ di valore alla frase, se dà valore al provare, provo ancora a provare con l’oro, ogni volta che scrivo, che penso, che parlo, riprovo con l’oro ancora con l’oro ci provo.</p>
<p style="text-align: right"><em>Tiziano Scarpa</em></p>
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		<title>Una serata su Pagliarani e una nuova collana di poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 10:45:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nell’anniversario della scomparsa di Elio Pagliarani, in occasione dell’uscita dell’omaggio Ma dobbiamo continuare. 73 per Elio Pagliarani a un anno dalla morte a cura di Andrea Cortellessa, e della nuova collana poetica i domani di Nino Aragno Editore con I funerali di Corrao di Emilio Isgrò Fondazione Mudima e alfabeta2 invitano all&#8217;incontro che si terrà lunedì 25 marzo alle ore 18:00 presso la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><span style="font-family: Tahoma;font-size: small">Nell’anniversario della scomparsa di Elio Pagliarani, in occasione dell’uscita dell’omaggio <i>Ma dobbiamo continuare. 73 per Elio Pagliarani a un anno dalla morte</i></span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Tahoma;font-size: small">a cura di Andrea Cortellessa, e della nuova collana poetica <i>i domani</i> di <b>Nino Aragno Editore</b> con <i>I funerali di Corrao</i> di Emilio Isgrò</span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Tahoma;font-size: small">Fondazione Mudima e </span><i style="font-family: Tahoma;font-size: small">alfabeta2</i></p>
<p align="center"><span style="font-family: Tahoma;font-size: small">invitano all&#8217;incontro</span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Tahoma;font-size: small">che si terrà</span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Tahoma;font-size: large">lunedì 25 marzo alle ore 18:00</span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Tahoma;font-size: small">presso la Fondazione Mudima</span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Tahoma;font-size: small">in via Tadino, 26 </span><span style="font-family: Tahoma;font-size: small">–</span><span style="font-family: Tahoma;font-size: small"> Milano</span></p>
<p align="center"><strong><b><span style="font-family: 'Times New Roman';font-size: xx-large"> </span></b></strong></p>
<p align="center"><strong><b><span style="font-family: Tahoma;font-size: xx-large">Ma dobbiamo continuare</span></b></strong></p>
<p align="center"><strong><b><span style="font-family: Tahoma;font-size: xx-large">(Per Elio Pagliarani)</span></b></strong><strong><b></b></strong></p>
<p align="center"><span style="font-family: Arial;font-size: large"> </span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Arial;font-size: large">interverranno</span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Arial;font-size: large">Cetta Petrollo Pagliarani, Nanni Balestrini, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, Carla Chiarelli, Michelangelo Coviello, Maurizio Cucchi, Enzo Di Mauro, Giorgio Falco, Vincenzo Frungillo, Aldo Nove, Laura Pugno,</span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Arial;font-size: large">Francesco Targhetta, Ade Zeno e tanti altri</span></p>
<p align="center"><b><span style="font-family: Tahoma;font-size: xx-large"> </span></b></p>
<p align="center"><b><span style="font-family: Tahoma;font-size: x-large">Gian Maria Annovi</span></b></p>
<p align="center"><span style="font-family: Arial;font-size: large">collegato da Denver (Colorado) presenterà il suo <i>Italics</i></span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Arial;font-size: large"> </span></p>
<p align="center"><span style="font-family: Arial;font-size: large">Andrea Cortellessa e Maria Teresa Giaveri presenteranno</span><strong><b></b></strong></p>
<p align="center"><strong><b><span style="font-family: Tahoma;font-size: xx-large">Emilio Isgrò, I funerali di Corrao</span></b></strong></p>
<p align="center"><span style="font-family: Arial;font-size: large">e l’autore ne darà lettura</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Una nuova collana di poesia di Nino Aragno Editore: <i>i domani</i></b></p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-align: justify">Secondo un grande maestro da poco scomparso, Andrea Zanzotto, la poesia è legata a quello che lui chiamava (parafrasando e capovolgendo un assai noto concetto freudiano) </span><i style="text-align: justify">piacere del principio</i><span style="text-align: justify">. Ogni volta la parola interrompendo il silenzio – non importa se con un grido o con un bisbiglio – stimola i nostri sensi. Sia che ci tocchi ascoltare, o prendere la parola. I tempi dell’editoria confliggono da sempre con questa urgenza bruciante e, specie in un contesto fuori dal mercato com’è quello della poesia, costringono gli autori a lunghe attese: a volte interminabili, geologiche.  Percorrendo strettoie, produttive e distributive, che le nuove tecnologie al momento si limitano a promettere di allargare.</span></p>
<p style="text-align: justify">Il progetto dei <i>domani</i>, la nuova collana progettata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno per Nino Aragno Editore, e che s’inaugura in occasione della giornata mondiale della Poesia il 21 marzo 2013, intende conciliare queste diverse temporalità per produrne, chissà, una tutta nuova. Libri compatti, nell’impaginazione e nella struttura: destinati a fotografare, flash e dediche, opere circoscritte ma in sé compiute di autori “nuovi”, per anagrafe o per una marginalità sinora più sofferta che goduta; oppure, al contrario, <i>works in progress</i> di autori più affermati. Andando a cercare gli orientamenti, i generi, i temperamenti più diversi – ma accomunati da una vitalità, da un <i>piacere del principio</i> che è un piacere, appunto, condividere con i lettori. Quasi anticipando i tempi di autori e opere che <i>domani</i>, appunto, si scommette siano destinati a restare. Fermoimmagine di un movimento per sua natura imprevedibile, qual è quello della parola nel vivo del suo farsi.</p>
<p style="text-align: justify">I primi tre titoli: il numero zero è un a parte, anche tipograficamente parlando, in quanto raccoglie 73 omaggi in versi e in prosa giunti alla redazione della rivista <i>alfabeta2 </i>da colleghi, amici e compagni di strada all’indomani della notizia, giusto un anno fa (8 marzo 2012), della scomparsa di un altro grande maestro, Elio Pagliarani. Il libro reca un titolo tratto dal suo poema <i>La ballata di Rudi</i>, un titolo che – è il caso di dire – è tutto un programma: <i>Ma dobbiamo continuare</i>. Il libro a venire di Emilio Isgrò, protagonista delle arti visive oltre che della nostra letteratura, è il poemetto <i>I funerali di Corrao</i>, dedicato all’assassinio – nell’estate del 2011 – di un autentico personaggio della politica e della cultura siciliane, Ludovico Corrao (e che preannuncia una nuova raccolta poetica sull’ambivalente rapporto di Isgrò con la propria <i>incancellabile</i> terra d’origine). Mentre Gian Maria Annovi, un giovane intellettuale trasferito oltreoceano e che è fra i più brillanti della sua generazione (è nato nel 1978), illustra la sua vita “americana” nei versi acuminati e iridescenti di <i>Italics</i>.</p>
<p style="text-align: justify">Perché <i>domani</i>, sempre, è il tempo della poesia.</p>
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		<title>L&#8217;ubicazione del bene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 06:30:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio falco]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Giorgio Falco, L&#8217;ubicazione del bene, 141 pag., Einaudi, 2009 L&#8217;ubicazione del bene è un piccolo libro di racconti che va letto in apnea, cercando di uscirne senza sentirsi troppo frantumati dentro. Cortesforza è lo scenario dove si svolgono le storie narrate: immaginario e perciò più vero del vero. Un sobborgo come tanti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/l_ubicazione_del_bene1.jpg" alt="l_ubicazione_del_bene" title="l_ubicazione_del_bene" width="180" height="279" class="alignnone size-full wp-image-22389" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Giorgio Falco, <em>L&#8217;ubicazione del bene</em>, 141 pag., Einaudi, 2009</strong></p>
<p><em>L&#8217;ubicazione del bene</em> è un piccolo libro di racconti che va letto in apnea, cercando di uscirne senza sentirsi troppo frantumati dentro. Cortesforza è lo scenario dove si svolgono le storie narrate: immaginario e perciò più vero del vero. Un sobborgo come tanti che costellano le uscite della tangenziale milanese: un luogo che pare l&#8217;emulazione fallita dei sobborghi americani, un po&#8217; <em>Truman show</em>, un po&#8217; <em>Desperate housewives</em>.<br />
<span id="more-22385"></span><br />
Ma non c&#8217;è nulla da ridere, in queste pagine. Giorgio Falco racconte le sue storie con una durezza, con una assoluta mancanza di trasporto, di pietas, che toglie, anzi taglia, il fiato. Un Carver in salsa lombarda, che si fa osservatore lucido dell&#8217;orrore, di quella continua speranza di una vita perfetta, immobile, e perciò irragiungibile. Una sorta di matematica delle illusioni, una specie di limite che tende all&#8217;infinitamente piccolo: più mi avvicino al sogno di realizzazione oleografica di una vita piccolo borghese e più la vita va riducendosi a una insignificanza senza uscita. Così è per tutti i suoi protagonisti, cristallizzati dentro tipologie comportamentali standard: un “tipo maschile” destinato a una carriera irrisolta, il “tipo femminile” a una maternità fallimentare.</p>
<p>Protagonista vero è Cortesforza: col suo voler essere la città ideale di ogni operatore immobiliare, si dimostra una non-città, il vero non-luogo del contemporaneo, dove nessuno passeggia sui marciapiedi, dove senza autovettura non sei degno di cittadinanza, dove la cura del prato sembra di vitale necessità, dove il vicino di casa è uno sconosciuto, un nemico, come lo sono i tuoi colleghi di lavoro, le mamme casalinghe, la tua stessa famiglia. Un mondo glaciale e ferino, disperato, dove si dimostra la sconfitta esistenziale di un&#8217;intera generazione, quella di chi oggi ha circa quarant&#8217;anni e, escluso dalla Storia, ha cercato un senso nell&#8217;illusione di un mito familiare e insediativo che era già falso quando nacque, negli anni Cinquanta, quelli dove sembra si stia tutti regredendo.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em>, n. 29 del 14 luglio 2009</em>]</p>
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		<title>La qualità del portafoglio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/28/la-qualita-del-portafoglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Feb 2005 07:52:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio falco]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Falco [Giorgio Falco ha pubblicato nel 2004 Pausa caffè (Sironi), del quale ha parlato in Nazione indiana Aldo Nove, qui. Chi preferisse scaricare il testo in formato Rtf può cliccare qui. gm] Io sono Renata Mazzoleni, mi occupo di credito dal 1985. Ho 46 anni, lo dico senza problemi. Staremo assieme per parlare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Giorgio Falco</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="portaeuro.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/portaeuro.jpg" width="225" height="125" align="left/" border="0" vspace="2" />[<i>Giorgio Falco ha pubblicato nel 2004 <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8851800308/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8851800308&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Pausa caffè </a>(Sironi), del quale ha parlato in Nazione indiana Aldo Nove, <a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/000494.html">qui</a>. Chi preferisse scaricare il testo in formato Rtf può cliccare <a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/La_qualità_del_portafoglio_di_Giorgio_Falco.rtf">qui</a>. gm</i>]</p>
<p>Io sono Renata Mazzoleni, mi occupo di credito dal 1985. Ho 46 anni, lo dico senza problemi. Staremo assieme per parlare un po’ di credito.</p>
<p>Io lavoro in una grande azienda, un’assicurazione leader di cui non faccio nome, che s’occupa di fidi, affidamenti e tutto il mondo credito. Da alcuni anni coniugo la mia attività aziendale con quella di consulente formazione e così eccoci qui a parlare un po’ di noi, di come rapportarci con il credito.<br />
<span id="more-985"></span><br />
Io ho fatto la mia bella gavetta iniziando in pratica da zero. Il primo giorno mi presento in azienda, io ragazza giovane, Renata. E io ragazza giovane Renata mi trovo lì davanti i capi e i grandi capi, oddio, grandi, capi, ai tempi avevano quasi 60 anni, vicini alle pensioni che avevano una marcia differente.</p>
<p>Cliente protestato? E allora? Io tirata su neolaureata pensavo che un protesto, un assegno o una cambiale, beh, non dico come il carcere, ma quasi. E loro invece a concedere e aprire i rubinetti.</p>
<p>Io lato credito gestisco 42 risorse. Sapete come girano le cose. Esiste il mondo credito, esiste il mondo vendite. Il mondo vendite, nella dimensione di qualsiasi azienda ha un valore esponenziale altissimo. Ancora oggi ogni giorno io mi scontro con gente più in alto di me, gente non solo più in alto di me in generale, più in alto di me e che appartiene al mondo vendite, il mondo che ci porta a casa poi il cliente.</p>
<p>E se l’azienda è come casa nostra, tu agente prendi ok la provvigione, ma se mi porti a casa un cattivo pagatore, un insolvente, un pianta casini, un deficiente, io ti storno la provvigione senza esitazione.</p>
<p>Una volta non era così, il discorso era molto più selvaggio. Oggi invece è possibile un rapporto basato sullo scambio, la professionalità s’affina con i giorni, l’esperienza, l’efficienza della velocità, soddisfare l’urgenza e concedere il credito, bene o merce o soldi o servizio d’ogni tipo.</p>
<p>Cosa fareste voi con ThyssenKrupp? Gli operai vi bloccano la strada, il signor ThyssenKrupp chiede un aumento del suo fido. Cosa fareste, pur nella drammaticità di perdere i premi? Noi dobbiamo essere un buon padre di famiglia, ragionare come un imprenditore, non come un sindacalista.</p>
<p>Cosa fareste se un supermercato vi chiede un fido di 10 milioni di euro? Avete mai visto il bilancio di un supermercato? Fa schifo! Eppure c’è una cosa che impressiona fin da subito: il cash. Prima cosa:cash!</p>
<p>Cash! Cash! Cash!</p>
<p>Cash utilizzato per investimenti, magari per aprire un megastore che adesso van di moda. Come si finanzia un supermercato? Coi soldi della clientela, certo. Ma supponiamo che io sono un’azienda. E io azienda voglio entrare nella grande distribuzione con un prodotto nuovo, un telefonino innovativo che produco solo io. Supponiamo invece che io azienda produco stracci. Un telefonino innovativo non è uno straccio. Se ti vedi nel telefonino è diverso rispetto a uno straccio.</p>
<p>Io azienda e tu supermercato entriamo in contatto. E tu supermercato hai interesse a farmi entrare dentro te. In questo caso, tu supermercato paghi quando dico io azienda telefonino innovativo. Io azienda straccio, invece, ok, ti entro, ma quando vedo i soldi? E’ così che il supermercato ragiona, vive e si finanzia i giorni, coi pagamenti, a 90, 120. E nel frattempo, un gestore coi baffi lo indirizza bene, tutto il grande grande cash, e allora hai voglia che ritorno, che ritorno economico!</p>
<p>Parliamo un po’ di gru. Gru leader. Sapete, di quelle alte alte che stanno dentro i porti a spostare e sollevare, che solo un pezzo di ricambio costa come un bilocale in Brera. Io gru leader vengo qui da voi a chiedervi dei fidi. Sono sul mercato da trent’anni, sempre regolare e in evidenza, pur con qualche piccola tensione, signori, trent’anni è un tesoro d’esperienza, è improvvisa malattia e totale guarigione, è ricca innovazione, trent’anni fa giravano le 127.</p>
<p>Io srl del 1975 trasformata poi in spa, sempre prettamente padronale. Ce ne sono molte di aziende così. Non parlo solo di ditte individuali o società di persone o srl. Parlo di spa col padre padrone che mette in pensiero, occorre accendergli il cero quando ha un mezzo raffreddore, sapeste quante aziende funzionano solo con un uomo che le guida e morto lui, puf, poi vediamo le statistiche che piangono.</p>
<p>Io azienda vengo a chiedervi dei fidi, i miei clienti mi pagano in ritardo, mi incidono sofferenze non esattamente a breve termine, sofferenze che curo col credito bancario, certo, ma a volte occorrono altri rubinetti.</p>
<p>Io spa, fatturato importante, sono già impegnata con le banche, ho un’esposizione cresciuta per enne motivi, a mia figlia non interessano le gru, lei segue il ramo letterario, il genero, per carità, tempo due anni e vende tutto ai cinesi. Cosa fate? Chiudete i canali e mi fate saltare?</p>
<p>Sentire i colleghi delle banche. E mai fidarsi. Se dicono una cosa, andare in direzione opposta. Loro si parano il cosiddetto, scusate il termine, e a bagno ci andate voi. Ma siete sicuri che io azienda sono un attimo in difficoltà solo per gli incassi ritardati? Non è che forse occorre ammodernarsi?</p>
<p>La struttura della spa prettamente padronale è a palla. Io padre padrone in mezzo, il resto tutto intorno a palla: amministratore delegato, consiglieri, procuratori. Io padre padrone palla faccio girare l’azienda. I manuali ci insegnano che a palla non è una bella cosa.</p>
<p>Sapete cosa fare? Il Kgb. Io assicurazione ho avuto sulla scrivania il Modello Unico del padre padrone, avevo sulla scrivania ettari e ettari di verde senza fine. Son boschi? Son boschi o son terreno edificabile? Son terreno agricolo, sì, ma in prospettiva la bella previsione di un grande cambiamento, edificare? Allora tutto cambia, i boschi fan bene la domenica dei funghi, i fringuelli, gli scoiattoli, che belli, possiamo aprire i rubinetti a una gru solo per via degli scoiattoli?</p>
<p>Datemi il business plan dei prossimi tre anni, i terreni in ogni caso sono meglio di un bel niente, certo, ma non fidatevi troppo della terra, la terra non mi copre 21 milioni di euro d’esposizione e se il resto è tutto ipotecato, camion, capannoni, castelletti, case al mare, tutto sotto l’ala delle banche, guardatevi dai capi, loro se ne fregano e restano i bubboni come Parmalat.</p>
<p>Alzi la mano chi non apriva i rubinetti a mister Parmalat che finivano in crociera negli alberghi dalla figlia o in campionato, l’importante è salvare tutto dentro un file che ti spiega e presuppone, il tragitto del perché e del percome, se non avevo il file mi facevano lo shampoo e mi dicevano, dottoressa, questa è la scopa, vai a pulire i cessi.</p>
<p>Occorre stare in guardia col grande e con il medio e in rapporto anche con il piccolo, definire la nostra esposizione del rischio calcolato, misurato, un gioco di equilibrio, di forte sensazione, a volte si traballa davanti a certe cifre, mi viene tra le mani un grande, ci credo, mi viene tra le mani Rogoredo.</p>
<p>Rogoredo per chi viene da fuori sarà la prossima San Babila a Milano, San Babila a 15 minuti da San Babila, il quartiere del futuro disegnato, prima era terra Redaelli e chimica Montedison, adesso nemmeno si chiama Rogoredo, è Montecity, l’ha detto l’inglese direttore del progetto, non solo è un architetto, è pure baronetto.</p>
<p>Sir Norman Foster ha 500 dipendenti sparsi per il mondo, ha progettato cose veramente belle, non ricordo tutto, una stazione a Londra, un grattacielo in Asia alto dieci volte il mio palazzo in zona Fiera.</p>
<p>L’architetto Foster è venuto qui a Milano col righello, ha misurato via Montenapoleone, un segno di umiltà e precisione, 396 metri di lusso, ha detto, well, la Montecity Avenue sarà 600 metri di vetrine prestigiose nel tessuto urbano, un progetto coraggioso mai pensato, alternativo ma integrato, innovativo.</p>
<p>Asilo nido, scuola materna, scuole, alloggi temporanei per studenti, alberghi, supermercati, uffici, multisala, centro commerciale, vasta soluzione abitativa residenziale, centro congressi da 8000 posti, banche, 33 ettari di parco, chiesa, oratorio, non sarà quartiere dormitorio, manca solo il cimitero, ha già cambiato nome, non più Rogoredo e nemmeno Montecity, si chiama Santa Giulia dentro i cartelloni per la strada.</p>
<p>E io sapeste che emozione e quanto orgoglio lì unica donna in mezzo a tutti gli abiti maschili delle banche, delle aziende d’ogni tipo, non potevano mancare istituzioni comunali e regionali, io unica donna sprofondata nella sedia avrei voluto dir qualcosa.</p>
<p>Va bene Santa Giulia, va bene Montecity, ma Rogoredo, non è periferia?</p>
<p>Eh, chi ha il coraggio di dire certe cose davanti a tutto il futuribile possibile, la vita sulla carta da capire, l’enorme finanziabile, come dire no alla politica schierata, a uno che misura il centro col righello, però, detto tra noi, Rogoredo adesso è una spianata di terriccio e di selciato e dopo, signori, non c’è corso Venezia, inizia San Donato.</p>
<p>In fondo è anche più facile capire e aprire i rubinetti per milioni d’euro di miliardi, Cremonini con la mucca pazza ha avuto pure lui un momento di tensione, io so che cosa è stato il Burghy e cosa sono tutti i bovini Cremonini, è tutto certo e controllato, non credo si sputtani i morti con la carne, ma basta un periodo in cui ti gira male, il servizio indisponente di un ex telegiornale, e andiamo tutti a bagno e c’è la borsa.</p>
<p>Per questo io se azienda diversifico il business principale, io Cremonini colgo le opportunità del mercato, io Cremonini sono anche Chef Express, non posso aspettare un treno senza fare, mi annoio, i giornali sono tutta pubblicità, dopo un po’ stanca, alla stazione scelgo Chef Express, mi faccio il panino, bevo il caffè e quando parto, sul treno, i carrellini baracchini sono solo Cremonini.</p>
<p>Io Cremonini sono Moto, ristorazione autostradale, business strategico fondamentale, mix di relax e cortesia, io sono Roadhouse Grill, io assicurazione sono andata in questa bisteccheria a Legnano con un collega vegetariano, lui ha mangiato solo il contorno di patate, guardava le cameriere, danno gratis le arachidi americane in tutta la catena, io ho mangiato carne e pensavo al fatturato, la visita nei luoghi, guardare il fisico dei luoghi è importante.</p>
<p>Nei luoghi occorre stare attenti, i primi tempi uscivo molto per via della gavetta, adesso mi sposto solo per i fatturati più importanti, i primi tempi vedevo certe cose, macchinari mai utilizzati con tre dita di polvere, l’occhio di una donna può valere come un master, i possibili clienti oggi come ieri vogliono soltanto cash, m’invitavano sempre a mezzogiorno meno venti, facevano vedere quattro cose, sorridevano e dicevano, oh, dottoressa, è già ora di andare al ristorante.</p>
<p>E andavamo nei migliori ristoranti, io bevevo mezza minerale, scrupolosa annotavo mentalmente e dopo trascrivevo, avevo tre colleghi specialmente vecchi col vizio di mangiare e soprattutto bere, tornavano e scrivevano cosa avevano notato, il rosso, il bianco o il rosato?</p>
<p>Non fidatevi neppure delle informazioni commerciali dei provider, spremono notizie dalla rete, un tempo erano agenzie affidabili, vi lavoravano in nero poliziotti, carabinieri, guardie giurate, tutti arrotondavano e battevano il loro territorio, intervistavano i bancari più loquaci o i commercianti di chi aveva poi bisogno, se occorreva allungavano la mancia, centomila per l’aggancio che valeva molto più d’ogni bilancio.</p>
<p>Adesso un poliziotto o un carabiniere in nero fa la body guard che gli conviene, così siamo più soli davanti al grande credito, è facile lo slancio di uno sbaglio o l’abbaglio di un bilancio, dai, se avessimo la sfera di cristallo andremmo per il 6 o i maschietti nella Snai, noi dobbiamo limitare il rischio il più possibile, il mercato è un po’ come la vita.</p>
<p>Insolventi, piccoli evitabili scontenti, pregiudizievoli e protesti, rovinosi smottamenti, pignoramenti e fallimenti, ogni 30 minuti una società muore, 11.604 fallimenti nel 2001 e stavamo meglio, le aziende muoiono di solito circondate dal decoro, siano esse commercio, costruzioni e poi il ristoro</p>
<p>La soppressione del credito bancario, il decesso dell’imprenditore, le scorte elevate, la diminuzione del fatturato dovuta alla congiuntura, il costo del personale, l’espropriazione, il trasferimento, il decentramento, gli ambiziosi programmi d’investimento.</p>
<p>Tutte queste cause messe assieme provocano sgomento per l’improvviso fallimento, noi dobbiamo prevenire, svolgere il lavoro con scrupolo e coraggio, il controllo, abbiamo i nostri skill, monitoraggio, il sollecito prezioso completano la tessera, il mosaico.</p>
<p>La liquidità, la disponibilità, l’indebitamento a breve, l’indebitamento a medio e lungo termine, l’autofinanziamento, i giorni di pagamento, i giorni dell’incasso, i giorni del magazzino, lo scoperto monetario, gli oneri finanziari.</p>
<p>Io azienda opero in Italia?</p>
<p>Io azienda opero all’estero?</p>
<p>Estero cosa?</p>
<p>Europa?</p>
<p>America?</p>
<p>Africa?</p>
<p>Asia?</p>
<p>Arabi che fanno la lotta?</p>
<p>Io azienda sono una spa?</p>
<p>Io azienda sono una srl?</p>
<p>Io azienda sono una sas?</p>
<p>Io azienda sono una snc?</p>
<p>Io azienda sono una ditta individuale?</p>
<p>Io azienda opero con 1 banca?</p>
<p>Io azienda opero con 2 o 5 banche?</p>
<p>Io azienda opero con più di 5 banche?</p>
<p>Io azienda i miei dipendenti sono meno di 5?<br />
Io azienda i miei dipendenti sono più di 5 ma meno di 10?</p>
<p>Io azienda i miei dipendenti sono più di 10 ma meno di 15?</p>
<p>Io azienda i miei dipendenti sono più di 15?</p>
<p>Le abitudini di pagamento cambiano?</p>
<p>Io ditta ritardo?</p>
<p>Io ditta protesto?</p>
<p>Io ditta contesto?</p>
<p>Se la contestazione diventa un’abitudine, attenzione, io ti faccio push, caro il mio cliente, push, io non guardo in faccia a nessuno, push, perché da te cliente dipende poi la sofferenza della intera macro area.</p>
<p>Sei giovane? Non vuoi essere un dipendente? Vuoi essere un imprenditore? Hai un prodotto nuovo o di mercato? Un prodotto obsoleto o di lancio? Tesoro, non mi basta il tuo bilancio.</p>
<p>Hai 25 anni, sei appena laureato, già quando facevi lo studente lavoravi nel settore della telefonia, adesso metti su un negozio, sei un bravo ragazzo, tutti ti vogliono bene, sei figlio unico, tua madre stravede, anche tuo padre ti vuol bene, lo sanno anche le banche, ti sostiene, c’è tuo padre dietro di te, io lato credito tu mi dai fiducia, sei anche un buon partito!</p>
<p>Certo, non è che nonostante il paparino io ti copro di denari, 20.000 euro di supporto al momento di tensione per il leasing delle Smart, ok, 20.000 euro non si negano a nessuno, ma ricorda, 20.000 sarà sempre la tua soglia fino a quando non dimostri di essere cresciuto.</p>
<p>Per questo anche il piccolo fa budget o mi fa male, prendete mille piccoli, prendetene un milione, son numeri veloci, non possiamo essere filosofi col piccolo credito al consumo, per cose di quel tipo ci aiuta la tecnologia, creiamo uno score, una griglia statistica, una matrice per dare ad un interinale la nuova lavatrice.</p>
<p>A Milano ho sentito per radio, alcuni negozi vendevano solo a cinesi barra giapponesi e non agli italiani, non siamo qui per far politica, io sono entrata in un negozio con mia madre, c’era una famiglia di cinesi o giapponesi, ha portato via mezzo negozio, il padrone, un italiano, ha chiamato il barista che sta accanto, tre Campari sul vassoio ai cinesi giapponesi.</p>
<p>In Paolo Sarpi c’è da aver paura, se tampono una macchina compilo la constatazione amichevole in cinese, resiston solo loro, a parte il grande nome made in Italy o il mercato marocchino parallelo.</p>
<p>Anche andare all’estero io azienda io ci vado, ma c’è il rischio paese, le imprese di costruzioni italiane all’estero, col prima comunista non potevi lavorare, caduto il Muro hanno costruito dappertutto, grandi commissioni, le aziende attendono i crediti da anni, alcune han detto, basta, costa troppo recuperare soldi.</p>
<p>Guardate, esiste il mondo bello delle slide, il mondo con le palme dove tutti pagano l’isola deserta, il mare blu, esiste io e esiste tu, ma noi siamo qui, sarebbe bello se tutti fossimo il Gianni e anche l’Umberto, anzi no, scusate, gli Agnelli ora un tempo, era per dire.</p>
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