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	<title>giorgio fontana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Una pellicola montata al contrario: su &#8220;Prima di noi&#8221; di Giorgio Fontana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Nov 2020 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ruini]]></category>
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		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Tesi di filosofia della storia]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; di Daniele Ruini 1. Prima di noi, il maestoso romanzo di Giorgio Fontana uscito per Sellerio a gennaio 2020, rappresenta il tentativo riuscito di dare concretezza narrativa ad un’idea di Walter Benjamin: come ha più volte ricordato lo stesso autore –per esempio in questa bella intervista– l’ispirazione gli è infatti giunta dalla seconda [&#8230;]]]></description>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-87172" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/1583932171265_fontana.jpg.png" alt="" width="305" height="434" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/1583932171265_fontana.jpg.png 305w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/1583932171265_fontana.jpg-211x300.png 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/1583932171265_fontana.jpg-250x356.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/1583932171265_fontana.jpg-200x285.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/1583932171265_fontana.jpg-160x228.png 160w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Daniele Ruini</strong></p>
<p>1.<em> Prima di noi</em>, il maestoso romanzo di Giorgio Fontana uscito per Sellerio a gennaio 2020, rappresenta il tentativo riuscito di dare concretezza narrativa ad un’idea di Walter Benjamin: come ha più volte ricordato lo stesso autore –per esempio in questa bella <a href="https://www.labalenabianca.com/2020/10/05/fuori-dagli-schemi-giorgio-fontana/">intervista</a>– l’ispirazione gli è infatti giunta dalla seconda delle <em>Tesi di filosofia della storia</em>, dove il filosofo tedesco scrive: «C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra». Ecco allora che la storia della famiglia Sartori, che Fontana accompagna per quattro generazioni –dalla disfatta di Caporetto attraverso tutto il Novecento e oltre–, risulta finalmente ben altro che non un “romanzo storico” (etichetta che, comprensibilmente, <a href="https://www.labalenabianca.com/2020/10/05/fuori-dagli-schemi-giorgio-fontana/">sta stretta</a> allo scrittore); al centro delle vite di quasi tutti i personaggi principali del libro c’è infatti un rapporto tutt’altro che risolto col passato della propria famiglia, una sorta di legame, spesso accolto fastidiosamente ma ineludibile, nei confronti di chi è venuto “prima di noi”.</p>
<p>2. A più riprese vediamo i vari protagonisti provare frustrazione per l’impossibilità di sfuggire all’ordine degli eventi e per il fatto che la Storia sembra andare in una direzione già prestabilita. È quanto accade, per esempio, a due dei figli del patriarca Maurizio Sartori: Renzo («Tutto si ripeteva e ancora una volta sarebbe bastato poco per cambiare la storia»: p. 261) e Gabriele, che di fronte al corpo della moglie morta non vuole accettare di vedere perduti per sempre i giorni vissuti insieme: «non accettava che il destino glieli avesse sottratti anche se era nell’ordine delle cose. In mona l’ordine delle cose!» (p. 741). Ma lo stesso sguardo insoddisfatto verso il destino si ritrova nelle generazioni successive, per esempio in Libero (che, dopo aver subito l’ennesimo pestaggio da parte dei bulli della scuola, «desiderava soltanto sabotare il tempo»: p. 464) e così fino agli ultimi rappresentanti della famiglia Sartori, i cugini Dario e Letizia: se il primo, in procinto di lasciare Dublino per rientrare in Italia, avverte «la sensazione di essere entrato finalmente nel regno della maturità», un regno coincidente con quello «vasto e freddo della nostalgia, delle occasioni cui si è detto addio per sempre; il regno delle cose perdute» (p. 849); la seconda interpreta la soffocante e «costante paura del futuro» –che attanaglia lei e la generazione dei nati negli anni ’80– come la manifestazione di quella sofferenza («regolata da un principio di conservazione») a cui sono state improntate le esistenze dei nonni e dei padri (p. 864). Proprio a Letizia, nel suo disorientamento, si deve forse la riflessione più lucida sul rapporto con la storia famigliare, una dipendenza che assume la forma di una condanna:</p>
<blockquote><p>Per decenni, per quasi un secolo la famiglia Sartori aveva costruito una nave partendo dal poco legno disponibile: di generazione in generazione era uscita dal fango e dall’oscurità alzando alberi, tessendo vele, rinforzando lo scafo e accumulando cordame. E infine ecco lei, l’ultimo elemento del processo, una decorazione lignea apposta sulla prua, perfettamente modellata ma in fondo inutile – e con gli occhi aperti sullo scoglio contro cui si sarebbe infranta. Possibile, si diceva, che il passato avesse una tale forza sul presente? Il potere di ciò che accade prima di noi è tale da forgiare un destino? O era soltanto colpa sua? (pp. 798-99)</p></blockquote>
<p>Ma sarà proprio grazie a questa consapevolezza che Letizia saprà trasformare la percezione dolorosa del passato in una prospettiva che assume le sembianze della responsabilità: sarà infatti lei che, alla fine del romanzo, riuscirà in un certo modo a chiudere il cerchio, rafforzando in questo modo «un senso di identità familiare messo alla prova dalla storia e dai destini dei singoli» (come ha precisato <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/giorgio-fontana-prima-di-noi">Mario Bareghi</a>).</p>
<p>3. Contraltare di questa frustrazione per il procedere del tempo sono alcuni tentativi, simbolici o del tutto immaginari, di bloccare l’ordine delle cose e cercare –per usare le parole di Libero– di «sabotare il tempo» e ipotizzare un destino altro. Ecco per esempio il giovane Domenico, il più fragile dei tre figli di Maurizio Sartori, che rimasto per un momento da solo a casa del signor Olbat (il loro dirimpettaio nella Udine degli anni ’30) ripensa all’umiliazione subita qualche giorno prima dal fratello Renzo, preso a sberle dal padre perché rientrato a casa tardi. E dopo il rimpianto per non essersi potuto sostituire al fratello, si volta verso una gabbia di piccioni e, impietosito da un uccello che «sembrava fissarlo», decide di liberarlo e di farlo volare fuori dalla finestra: «“Non tornare”, disse all’uccello», pur sapendo in cuor suo che probabilmente si trattava di un gesto inutile: «A cosa serviva? Sarebbe tornato subito, addestrato com’era» (p. 110).<br />
Oppure Gabriele che, trasferitosi in provincia di Varese alla fine degli anni ’50, viaggia nei fine settimana tra la Lombardia e il Friuli, dov’è rimasta la famiglia. Nel dormiveglia del suo pendolarismo provava talvolta la sensazione che il treno «avesse invertito la direzione» e procedesse non verso Milano ma verso est, e che lui stesse «per smarrirsi nei meandri del vecchio Impero, solcando i monti su cui aveva combattuto suo padre» (p. 328). E a ciò si accompagnava un «inconfessabile desiderio»: Gabriele immaginava infatti «a volte di scendere alla stazione di qualche cittadina di provincia e allontanarsi, sconosciuto a tutti, per non tornare mai più» (p. 333).<br />
E pensieri analoghi attraversano, anni dopo, la mente del figlio di Gabriele, Davide: impegnato come fotografo nella ex-Jugoslavia delle guerre civili, scrive all’amata Sophie del suo senso di inutilità di fronte alla tragedia che scorre sotto i suoi occhi; e le riferisce per lettera alcuni versi del poeta bosniaco Izet Sarajlić, tra cui questo: <em>e se provassimo a fuggire dalla storia?</em> (p. 698).</p>
<p>4. Tra queste ed altre epifanie che si rincorrono nel romanzo, quella più suggestiva è certamente la scena che ha per protagonista il giovane Renzo mentre assiste ad una delle pellicole proiettate al cineforum organizzato dal fratello Gabriele, l’intellettuale di famiglia. Il film («di scarsa qualità, girato con pochi mezzi»: p. 153) è ambientato in un Medioevo favoloso e racconta del dramma di una principessa che, promessa sposa ad un conte, viene uccisa in una congiura organizzata dalla madre. Renzo inizia la visione con atteggiamento dispettoso («E basta con questi filmacci noiosi!» urla dal fondo della sala); ma dopo aver iniziato «a tirare palle di carta in direzione dello schermo» (p. 152), il film attira tutta la sua attenzione. E subito dopo l’assassinio della principessa, ecco cosa accade (la scena è descritta dal punto di vista di Gabriele):</p>
<blockquote><p>«Eh, no!», strillò Renzo dal fondo della sala. «Protesto!».<br />
«Sta’ zitto», disse Gabriele.<br />
«No, no, protesto. La principessa non può morire così, dopo neanche venti minuti. Che roba è?».<br />
Suo fratello si era alzato e la sagoma si sbracciava contro le immagini del film: ma la sua voce aveva un tono diverso, come se non si trattasse di uno dei suoi soliti scherzi, bensì di una questione fondamentale.<br />
«Ha ragione», disse Eleonora Zancon. «Ma mica si può tornare indietro».<br />
«La storia va avanti in questo modo», disse Luciano.<br />
«E sai quanto me ne frega?», replicò Renzo trafficando con il proiettore. Luciano zoppicò per fermarlo, ma lui smontò semplicemente la pellicola e la fece ripartire all’incontrario.<br />
Sullo schermo la principessa tornò in vita e le ombre dei congiurati sfumarono via da lei, come assorbite dall’oscurità delle scale: sul campo di battaglia il cavaliere smise di assistere il corpo esanime di un compagno, che si rialzò di scatto: la lancia fu estratta dal suo petto e la battaglia riprese a gesti di marionette. Il sole invertì la sua corsa nella volta celeste. […] Il menestrello cantò la sua canzone al rovescio. Un gomitolo di lana si riavvolse e tornò sul tavolo della regina madre. Il sovrano uscì dalla porta da cui era entrato, camminando all’indietro con un’espressione talmente buffa che Gabriele non riuscì a trattenere una risata. Nel bosco di larici i cavalieri indietreggiarono in modo innaturale.<br />
Qualcosa si stava compiendo, ma nessuno sapeva spiegare perché fosse così importante e pervaso d’incanto. Tacquero fino a quando la pellicola non si esaurì, scattando su se stessa e lasciando solo il bianco – la semplice luce del proiettore.<br />
«Ecco», disse Renzo alle loro spalle. «La principessa è salva». (pp. 153-154)</p></blockquote>
<p>Che questa scena, apparentemente secondaria nell’economia narrativa, abbia invece un ruolo centrale –che sia, per l’appunto, «una questione fondamentale»– lo capiamo dal fatto che è richiamata ben due volte nel corso del romanzo, e sempre da Gabriele. La prima volta più di venti anni dopo (siamo all’inizio degli anni ’60), in una lettera scritta a Renzo dopo averlo incontrato per caso a Milano durante uno sciopero operaio: Gabriele confessa dapprima al fratello il suo rimpianto per il Friuli (il cui abbandono è definito come «un errore tremendo, di quelli che pagherò con l’infelicità»); e poi, rievocando l’antico gesto di Renzo che aveva voluto salvare la principessa del film, ammette che per loro non sarà invece possibile rimandare la storia all’indietro, e che saranno entrambi costretti a convivere con i loro errori (p. 387). La seconda volta vediamo invece un Gabriele ottantenne (siamo nel 2007), appena rincasato da una gita in montagna in compagnia della nipote Letizia (che ha voluto esaudire una specie di ultimo desiderio del nonno), parlare in questi termini alla ragazza: «Come devo dirtelo? La sola cosa che vorrei è riavere tutto da capo. Così com’era». E, citando per l’ultima volta l’episodio della pellicola mandata all’incontrario dal fratello, così si esprime: «Ecco. Vorrei mandare indietro il tempo e riavere mia mamma e tutto il resto» (p. 827).</p>
<p>5. Intorno ai suoi personaggi Fontana costruisce così una rete di risonanze emotivo-filosofiche che danno alla narrazione una profondità da romanzo “classico”. Come si è visto, al centro c’è la riflessione intorno al tempo e alla storia, in un’oscillazione continua tra passato, presente e futuro, tra quello che si è stati, quello che si è e quello che si sarebbe potuti essere. E un altro contributo in questo senso è dato dal personaggio della figlia di Renzo (e sorella di Libero), la musicista Diana, la quale intitola il suo ultimo disco <em>Il dono della chiaroveggenza</em> e sceglie per copertina la foto di uno scorcio deserto di un paesaggio di campagna; discutendone col suo produttore, secondo cui quell’immagine non sarebbe per niente appropriata, giustifica la scelta dicendo che «anche se potessimo vedere il futuro, resterebbe comunque il problema di cosa fare», ovvero di disporre di un «punto di riferimento» che invece costantemente manca (p. 605). Ecco dunque che il romanzo di Fontana si può leggere anche come un tentativo di rispondere a questa inquietudine, quella per la quale –è sempre Diana che parla– «abbiamo tutti molta paura perché non sappiamo come andranno le cose» (p. 593). In mancanza di un punto di riferimento, cercare umilmente «di riappropriarsi del tempo perduto e accumulato alle nostre spalle, delle vicende di chi ha vissuto e sofferto “prima di noi”» (come dice l’<a href="https://www.labalenabianca.com/2020/10/05/fuori-dagli-schemi-giorgio-fontana/">autore</a>) può forse avere un effetto pacificante verso la frustrazione che accomuna gli esseri umani alla perpetua ricerca di un senso; oltre a rappresentare un’opportunità eticamente feconda per recuperare un minimo di apertura e –chissà– magari persino di solidarietà verso gli altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un solo paradiso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/09/un-solo-paradiso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jun 2018 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Gianni Biondillo Giorgio Fontana, Un solo paradiso, Sellerio Editore, 2016, 194 pagine Il caso ha voluto che due vecchi amici si ritrovassero al tavolo di un bar che anni prima fu il rifugio di una compagnia di giovani pronti a superare la loro linea d&#8217;ombra ed entrare nel mondo da adulti. Il narratore, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-74411 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana.jpg" alt="" width="250" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana-200x280.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana-160x224.jpg 160w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><b>Giorgio Fontana, </b><i><b>Un solo paradiso</b></i><b>, Sellerio Editore, 2016, 194 pagine</b></p>
<p align="JUSTIFY">Il caso ha voluto che due vecchi amici si ritrovassero al tavolo di un bar che anni prima fu il rifugio di una compagnia di giovani pronti a superare la loro linea d&#8217;ombra ed entrare nel mondo da adulti.</p>
<p align="JUSTIFY">Il narratore, un fotografo da poco tornato in città, superati i primi imbarazzi (cosa si dice a chi non vedi da anni? Come si reagisce di fronte all&#8217;evidente sfacelo del tuo interlocutore?) ascolterà dapprima controvoglia il terribile racconto di Alessio &#8211; la sua perdita di dignità, il suo sprofondare nell&#8217;oblio dell&#8217;alcool &#8211; per poi ritrovarsi sempre più avvinghiato, persino affascinato dalla storia dell&#8217;amico. Diventando così il nostro testimone.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché Alessio, bicchiere dopo bicchiere, esporrà lucido e irredimibile la sua caduta nel baratro. Per amore. Perché infiniti possono essere gli inferni, ma il paradiso, quando credi d&#8217;averlo trovato, resta unico e irripetibile.</p>
<p align="JUSTIFY">A parlare è il fantasma del ragazzo che fu. Quello che conobbe Martina per caso, che condivise con lei l&#8217;amore per il jazz (e Giorgio Fontana riferisce con precisione maniacale i suoi gusti musicali), che passò notti di indimenticabile amore. Un sesso carnale, primordiale. E che poi conobbe l&#8217;inaspettato distacco, proprio quando tutto sembrava perfetto, una lieve incrinatura nella voce, una piccola bugia, la ferita del tradimento, la perdita del centro.</p>
<p align="JUSTIFY">Non a caso per l&#8217;intero romanzo, l&#8217;autore fa camminare il protagonista in una Milano livida, malinconica, straniata. Una città senza centro, fatta di infinite periferie, non necessariamente degradate, piene anzi di una poesia nascosta, ma incapaci di farsi casa per l&#8217;anima errante di Alessio, che come perduto nel buio non saprà mai oltrepassare la linea d&#8217;ombra, restandone imprigionato, vagando senza requie, inviluppato alla sua maledizione: amare, per una volta sola. Un solo paradiso.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su </em>Cooperazione<em> n° 47 del 22 novembre 2016</em>)</p>
<p align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Parole sotto la torre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/18/parole-sotto-la-torre-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Arpaia]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Sanzone]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Remmert]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio De Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[Portoscuso]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[saverio gaeta]]></category>
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					<description><![CDATA[Parole sotto la torre, Portoscuso &#8211; IX edizione. 23-26 luglio 2015. Le verità dell&#8217;inganno Cosa rende affascinante e misteriosa l&#8217;idea che abbiamo dell&#8217;arte? Il rapporto ambiguo col concetto di verità. La filosofia classica non aveva dubbi in merito. Gli antichi greci parlavano di aletheia (αλήϑεια): “disvelamento”. Tolto il velo del pregiudizio la verità di dimostrava nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Parole sotto la torre, Portoscuso &#8211; IX edizione. 23-26 luglio 2015. <em>Le verità dell&#8217;inganno</em></strong></p>
<p align="JUSTIFY">Cosa rende affascinante e misteriosa l&#8217;idea che abbiamo dell&#8217;arte? Il rapporto ambiguo col concetto di verità. La filosofia classica non aveva dubbi in merito. Gli antichi greci parlavano di <i>aletheia (</i><span style="color: #252525;"><span style="font-family: sans-serif, Arial;"><span style="font-size: small;">αλήϑεια</span></span></span>): “disvelamento”. Tolto il velo del pregiudizio la verità di dimostrava nella sua interezza. Il filosofo cercava la coerenza fra il dato di fatto, la realtà oggettiva e la sua rappresentazione. È il principio di non contraddizione, su cui si basa la logica classica.</p>
<p align="JUSTIFY">Eppure, quasi a contraltare, da sempre l&#8217;arte è il luogo dell&#8217;inganno. La vita che viene rappresentata, che sia con una scultura, un dipinto, un poema, proprio perché rappresentata e non vissuta è intrinsecamente falsa. Contraddittoria.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo schermo che il filosofo ha tolto per il disvelamento, l&#8217;artista lo ripristina. Su quello schermo, su quell&#8217;inganno, costruisce la <i>sua</i> verità. Un mondo coerente solo dentro l&#8217;opera: che sia un romanzo, un film, una <i>piece</i> teatrale.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché solo attraverso l&#8217;inganno, solo attraverso la verosimiglianza, l&#8217;artista può dire la verità. Una verità che va oltre al dato oggettivo e diventa universale. Non possiamo credere a nulla di quello che ci viene raccontato e proprio per questo possiamo fidarci senza remore. Mettiamo fra parentesi l&#8217;incredulità e aderiamo al mondo dipinto sullo schermo. Che così si fa lente d&#8217;ingrandimento, per quanto deformante, del mondo.<br />
Rappresentandocelo ce lo racconta più vero del vero. Le verità dell&#8217;inganno, le uniche ammesse dalla letteratura.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-55494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg" alt="veritahome1-940x345" width="829" height="304" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg 940w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345-300x110.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345-900x330.jpg 900w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px" /></a></p>
<article id="post-2" class="clearfix post-2 page type-page status-publish hentry">
<div class="page-body clearfix">
<p><strong>Giovedì 23 luglio</strong></p>
<p>21.30 <em>Il traduttore malinconico</em></p>
<p><strong>Bruno Arpaia </strong>Conduce <strong>Vito Biolchini</strong></p>
<p>23 <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Despina Economopoulou</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Venerdì 24 luglio</strong></p>
<p>19.30: <em>La memoria presente </em></p>
<p><strong>Giulia Clarkson</strong> e <strong>Giulio Angioni </strong>Conduce <strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>22 <em>Notizie dal profondo Nord</em></p>
<p><strong>Giorgio Fontana e Enrico Remmert </strong>Conduce <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>23.30: <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Nicola Piovesan</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sabato 25 luglio</strong></p>
<p>19.30: <em>Resistere a vent’anni</em></p>
<p><strong>Marco Rovelli </strong>Conduce <strong>Camilla Barone</strong></p>
<p>22 <em>Nero metropolitano</em></p>
<p><strong>Gianni Biondillo</strong> e <strong>Maurizio De Giovanni</strong></p>
<p>Conduce <strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>23.30: <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Matt – Willis Jones</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Domenica 26 luglio</strong></p>
<p>21.00: <em>Cantarle fuori dai denti</em></p>
<p><strong>Daniele Sanzone</strong> e <strong>Luciana Parisi </strong>Conduce <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>22.30: <em>Verità rubate e bellezze dal profumo di passione e riscatto</em></p>
<p>Concerto dei: <strong>Lello Analfino &amp; Tinturia in acustico</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità<br />
A cura di Skepto International Film Festival<br />
</em></p>
<p><em> </em><strong> </strong></p>
<p><strong>Giovedì 23 luglio</strong></p>
<p><strong><em>Inganni a tempo determinato</em></strong></p>
<p>I frutti sperati – 15′ – Italia</p>
<p>Debtfools – 9′ – Grecia/Spagna<br />
L’homme qui en connaissait un rayon – 20′- Francia<br />
Tuesday – 6′ – Svizzera</p>
<p><strong>Venerdì 24 luglio</strong></p>
<p><em>La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 1)</em></p>
<p>Deus in machina – 20′ – Italia<br />
8 ay – 20′ – Turchia<br />
Ehi muso giallo – 15′ – Italia</p>
<p><strong>Sabato 25 luglio</strong></p>
<p><em>La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 2)</em></p>
<p>Dos caras – 14′ – Argentina<br />
A Short Film on Conformity – 10′ – Norvegia<br />
Not funny – 15′ – Spagna<br />
Hotel – 11′ – Spagna<br />
A cura di Skepto International Film Festival</p>
</div>
</article>
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		<title>Di fronte alla legge</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/21/di-fronte-alla-legge/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 09:48:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro zaccuri]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Un procuratore milanese a fine carriera viene sollecitato da una giovane giornalista a occuparsi del caso di un tunisino condannato per un fatto di sangue che non avrebbe mai commesso, mentre la macchina della giustizia e l’opinione pubblica si aspettano proprio da lui una richiesta di inasprimento della pena. Un prete con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/21/di-fronte-alla-legge/0421-1/" rel="attachment wp-att-41993"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/0421-1-227x300.jpg" alt="" title="0421-1" width="227" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-41993" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/0421-1-227x300.jpg 227w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/0421-1.jpg 565w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></a></p>
<p>Un procuratore milanese a fine carriera viene sollecitato da una giovane giornalista a occuparsi del caso di un tunisino condannato per un fatto di sangue che non avrebbe mai commesso, mentre la macchina della giustizia e l’opinione pubblica si aspettano proprio da lui una richiesta di inasprimento della pena. Un prete con il profilo di grande teologo ripara in un seminario sull’Appennino per fuggire alla fama di essere stato tramite della risurrezione di una bambina morta per un incidente, ma una letterale corte dei miracoli arriva da Roma per stanarlo.<span id="more-41992"></span><br />
<em>Per legge superiore</em> (Sellerio, € 13,00) di <a href="http://www.giorgiofontana.com/">Giorgio Fontana</a> e <em>Dopo il miracolo</em> (Mondadori, €19,00) di Alessandro Zaccuri sono accomunati dall’origine milanese degli autori, da una scrittura più trattenuta che in altre opere, e da un ricorso libero al modello dell’indagine poliziesco-giudiziaria.<br />
Più in là cominciano le differenze. Il romanzo di Fontana è impiantato sulla giustapposizione degli ambienti nell’odierna Milano, il centro borghese e il quartiere di Via Padova. Quello di Zaccuri si limita a un microcosmo di provincia e si svolge in un passato prossimo – il 1985- presentato come ultima propaggine della civiltà contadina e patriarcale. <em>Per legge superiore</em> è una narrazione lineare, centrata sul magistrato Doni; <em>Dopo il miracolo</em> intreccia più filoni, segue molteplici personaggi, sa virare su un grottesco teatrale senza modificare lo stile medio. Ma il discrimine essenziale sembra che uno è un romanzo laico, l’altro cattolico. Per il libro di Fontana si è fatto il nome di Sciascia, per Zaccuri viene facile pensare a Bernanos. E’ innegabile che uno insegua una domanda etica e civile, l’altro un’interrogazione metafisica.<br />
Come mai, allora, hanno in comune quell’impianto noir usato per smentirne le premesse, e quella lingua che cerca la misura, la limpidezza, la minima ingerenza dell’espressività d’autore? L’ipotesi è che tali convergenze siano indizi di un orientamento più simile di quanto appaia, che informa le scelte stilistiche e compositive. In nessuno dei due romanzi si vuole semplicemente raccontare la storia di uno o più individui. Piuttosto vi si immerge per scandagliare un disegno che le trascende, e gli squarci nella tela – la legge nel suo confliggere con la giustizia; la sospensione della legge naturale o divina attraverso il miracolo. A prima vista, lo sfuggente don Alberto e il procuratore che riesplora la sua città amata paiono agli antipodi. Sembra guidato da una hybris luciferina il servo della Chiesa che rifiuta di riconoscersi strumento di una volontà <em>superiore</em>, mentre il servitore dello Stato, per richiamo della <em>legge superiore</em>, trasgredisce il mandato di garantirne l’approssimazione codificata nel diritto.<br />
Eppure entrambi sono consapevoli che la legge di cui sono a servizio è un ordinamento fragile. “Eccezioni sempre, errori mai”, ripete Doni, all’incalzare della ragazza idealista che lo conduce nel mondo parallelo di Via Padova. Ma l’eccezione che in teoria ammette, la teme nella pratica: non solo perché assecondarla significa mettere a rischio la serenità della propria vita privata e pubblica.<br />
Un giorno un collega cerca consiglio nella vicenda di un finanziere alle prime armi che gli ha confessato di aver partecipato a uno scambio di mazzette, quasi chiedendogli il placet di chiudere un occhio su quel “bravo ragazzo” roso dai rimorsi. Doni, irritatissimo, gli ritorce che eccezioni simili portano il paese alla rovina. Diverso è il caso in cui sconta una pena un innocente, come vuole provargli la giornalista, ma l’abbandono della legge in nome della giustizia può avere effetti eversivi. Doni l’ha imparato quando le Br hanno ucciso il suo più caro amico, il magistrato esemplare (e cattolico) da cui ha mutuato la sua massima preferita.<br />
La fame di eccezioni miracolose, nel romanzo di Zaccuri, conduce davanti al seminario emiliano un circo di devozione officiata dalla madre della bambina  rediviva. L’esaltazione stucchevole della neosacerdotessa contrasta con le ragioni delle brave persone che la seguono sulla spinta di tante sofferenze, come sa bene il più anziano seminarista portato alla vocazione dal confronto con una malattia incurabile. Tale congrega brancaleonesca alla ricerca di sollievo dalla legge crudele e ingiusta della vita, può rappresentare una minaccia per la fede? Forse un percorso interpretativo, il libro lo abbozza nel filone centrato su un avvenimento più drammatico. Proprio in apertura, don Alberto scopre il corpo dell’ultimogenito di un devotissimo produttore di vino, impiccato alla cancellata del seminario. Attilio Defanti ha voluto ricambiare una paternità tardiva offrendo altri undici figli alla Madonna, ma il suo Beniamino si è convinto di non rientrare nella grazia di quel voto. Il patriarca, pur distrutto, rifiuta la riconciliazione con il figlio suicida. Però quel gesto di inspiegabile disperazione non si sarebbe compiuto se la sua nascita non fosse stata interpretata come un commercio straordinario con il divino. L’eccezioni, dunque, sono pericolose, se gli uomini vi si affidano come a meccaniche esteriori. E’ solo la labile capacità di ciascuno di orientarsi con gli strumenti della coscienza e della compassione a rendere giusta la giustizia e i miracoli miracolosi. Questo è il nodo umanissimo che i due romanzi scoprono, volendolo condividere con i lettori.</p>
<p><em>pubblicato su</em>L&#8217;Unità<em>, 16 marzo 2012.<br />
</em></p>
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		<title>Senza immagine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/senza-immagine/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 07:58:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[andrea tarabbia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Gli occhi azzurri della ragazza sono rivolti all’intervistatore, ma le pupille restano una voragine risucchiata dal pomeriggio a cui è sopravvissuta. Il trauma è lì, la perdita di uno sguardo capace di posarsi con implicita fiducia sull’esterno. “Passava da una tenda all’altra, calmo, entrava e ammazzava chi c’era dentro”. Anders B. ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal-300x200.jpg" alt="" title="television no signal" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39673" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Gli occhi azzurri della ragazza sono rivolti all’intervistatore, ma le pupille restano una voragine risucchiata dal pomeriggio a cui è sopravvissuta. Il trauma è lì, la perdita di uno sguardo capace di posarsi con implicita fiducia sull’esterno. “Passava da una tenda all’altra, calmo, entrava e ammazzava chi c’era dentro”. Anders B. ha fatto le cose con calma e criterio, in ogni fase. Prima il concime per l’autobomba, poi i social network per farsi conoscere: non dagli amici, ma dai media planetari che infatti abboccano tutti agli stessi ami, quelli più facili per trascinare il mostro in prima pagina<span id="more-39671"></span>. Nessuno si è risparmiato un commento su “Modern Warfare”, lo “sparatutto” più diffuso, quello di cui, a nove anni, mio figlio disse:”lo so che la guerra è brutta, ma il gioco è bello”. Le serie tv violente più popolari, i film scontati come <em>300</em>, mentre passa inosservato <em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/">Dogville</a></em> con Nicole Kidman, l’angelo biondo che stermina un’intera corrotta cittadina anni prima che Lars von Trier a Cannes finì per dichiararsi “in fondo nazista”. L’uomo che ha sterminato la gioventù per fede e di fatto multiculturale, ci tiene invece a non essere liquidato come un volgare neonazi. Quanti libri ha voluto elencare! Da Kant a Kafka, persino il povero Dante arruolato come padre di quell’“Europa cristiana” che non è il solo a invocare. Non c’è bisogno di essere traumatizzati come la ragazza fuggita nel mare gelido, per avvertire freddo nelle ossa e l’inadeguatezza delle risposte. Perché? Il male diventa insondabile più si presenta come banale. Le foto scelte per i profili fasulli, eppure così familiari per chi frequenta twitter e facebook. Ammicca secondo convenzione ai suoi futuri fan e imitatori, Anders B., la bestia bionda fotogenica, anzi: photoshoppata.  </p>
<p>Da noi, intanto, ci sono grandi manovre per lo smaltimento delle scorie tossiche venute alla luce con la strage degli innocenti norvegesi. Partendo da Borghezio che trova l’idee di Anders B. condivisibili (premio al coraggio delle proprie opinioni, anche quando puzzano di cadavere), passando per il riflesso di ridurre tutto al buon senso del ”ma quello è uno psicopatico!”, per arrivare alla vetta della malafede:<a href="http://therebelekonomist.blogspot.com/2011/07/peggio-e-piu-peggio.html"> l’editoriale</a> di Vittorio Feltri uscito sullo stesso giornale che, all’indomani delle notizie dalla Norvegia, era riuscito a rimangiarsi solo la metà delle copie con il titolo <em>Sono sempre loro: CI ATTACCANO</em> ( gli islamici, ovviamente).<br />
<em>Quei giovani incapaci di reagire</em>, li chiama Feltri: erano in 500 contro uno, ma in un’ora e mezza di massacro, non hanno saputo far di meglio che scappare. Ragazzi smidollati, vigliacchi. Di più: incapaci di  agire gli uni per gli altri. Fra i giovani laburisti non c’erano eroi disposti al sacrificio, come volevasi dimostrare. Giudizio morale formulato a scopo politico &#8211; niente di nuovo, in fondo. Era una “velina ingrata”, Veronica Lario che non gradiva Noemi e le candidature delle amiche del marito, le donne in piazza sono bacchettone ecc. Predicare bene per razzolare male: il basso continuo di chi fa la morale accusando gli altri di moralismo. La differenza è che qui la materia non sono soltanto una settantina di adolescenti ammazzati, ma anche i compagni che si porteranno addosso per tutta la vita il trauma e il senso di colpa per non essere riusciti a fare esattamente ciò che Feltri rimprovera loro. Serve altro? Un piccolo rinfresco su tutti quegli ebrei che si sono docilmente fatti portare al macello, prova che in effetti si trattava di una genia imbelle? Può bastare una frase, anzi un’ interiezione, della stessa ragazza dagli occhi azzurri sfondati dall’orrore che ripeteva: “è totalmente irreale!”. Come si fa a organizzare una resistenza contro qualcosa che, oltre a essere qualcuno alto un metro e novanta munito di mitraglietta, fucile a pompa e pistola, è soprattutto <em>totalmente irreale</em>?  </p>
<p>Molti giornali hanno pubblicato le foto delle vittime già identificate. Ma di coloro che sono rimasti vivi, il volto rimarrà quasi sempre sconosciuto, com’è giusto. Per rimandare anche a loro, ecco l’elenco provvisorio dei nomi dei ragazzi uccisi. Oltre a un gesto di memoria, forse potrebbe somigliare anche a qualcosa come un minimo atto di resistenza da condividere: perché le regole del gioco, anche di comunicazione, non siano dettate solo dai carnefici.</p>
<p>Alexsander Aas Eriksen, 16 anni</p>
<p>Anders Kristiansen, 18 anni</p>
<p>Adrine Bakkene Espeland, 17 anni</p>
<p>Emil Okkenhaug, 15 anni</p>
<p>Gunnar Linaker, 23 anni</p>
<p>Guro Vartdal Havoll, 18 anni</p>
<p>Hanne Kristine Fridtun, 19 anni</p>
<p>Havard Vederhus,  21 anni</p>
<p>Ismail Haji Ahmed, 19 anni</p>
<p>Johannes Buo, 14 anni</p>
<p>Jamal Rafal Yasin, 20 anni, rifugiata dall’Iraq con la famiglia</p>
<p>Marianne Sandvik, 16 anni</p>
<p>Monica Bosei, 45 anni</p>
<p>Monica Iselin Didriksen, 18 anni</p>
<p>Simon Saebo, 19 anni</p>
<p>Snorre Haller, 30 anni.</p>
<p>Sondre Dale, 17 anni.</p>
<p>Sverre Fleet Bjorkavag, 28 anni</p>
<p>Syvert Knudsen, 17 anni.</p>
<p>Torjus Blattmann, 17 anni. </p>
<p>Tarald Mjelde, 18 anni.</p>
<p>Espen Jorgensen, 17 anni.</p>
<p>Even Flugstad Malmedal, 18 anni.</p>
<p>Gizem Dogan, 17 anni.</p>
<p>Hanne Anette Balch Fjalestad, 43 anni.</p>
<p>Ida Beathe Rogne, 18 anni.</p>
<p>Lejla Selaci, 17 anni.</p>
<p>Lene Maria Bergum, 19 anni.</p>
<p>Silje Fjellbu, 17 anni</p>
<p>Syvert Knudsen, 17 anni</p>
<p>Tamta Liparteliani, georgiana</p>
<p>Tore Eikeland, 21 anni</p>
<p>Trond Berntsen, 51 ann</p>
<p>Ida Beathe Rogne, 18 anni</p>
<p>Morti per l’autobomba a Oslo:</p>
<p>Hanne Lovlie, 30 anni</p>
<p>Ida Marie Hill, 34 anni</p>
<p>Tove Knutsen, 56 anni</p>
<p>Hanna M. Orvik Endresen, 61 anni</p>
<p>Kai Hauge. 32 anni</p>
<p><em> la prima parte di questo pezzo è uscito su</em> L&#8217;Unità<em>, 25 luglio 2011. Grazie a<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_2386.html"> Andrea Tarabbia</a> e <a href="http://www.giorgiofontana.com/">Giorgio Fontana</a> che mi hanno fatto scoprire l&#8217;editoriale di Feltri.</em></p>
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		<title>New Italian Kritik : Giorgio Fontana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 May 2011 08:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[effeffe]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[new Italian Krtitik]]></category>
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					<description><![CDATA[by effeffe]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>by <strong>effeffe</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/lavelocitadelbuio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/lavelocitadelbuio.jpg" alt="" title="lavelocitadelbuio" width="200" height="284" class="aligncenter size-full wp-image-39108" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/new-italian-kritik.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/new-italian-kritik.jpg" alt="" title="new italian kritik" width="242" height="70" class="aligncenter size-full wp-image-39109" /></a></p>
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		<title>Nessuna pietà per i corpi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/01/nessuna-pieta-per-i-corpi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Prosperi]]></category>
		<category><![CDATA[adriano sofri]]></category>
		<category><![CDATA[foto]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[marco mancassola]]></category>
		<category><![CDATA[rappresentazione del dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Cucchi]]></category>
		<category><![CDATA[violenza poliziesca]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Fontana Fra il 16 e il 22 ottobre scorsi, il corpo di Stefano Cucchi scompare. La sua identità è sempre intatta — 31 anni, arrestato la notte del 15 ottobre per possesso di stupefacenti — ma la vista del suo corpo è negata alla famiglia e a chiunque altro. Il padre, la madre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giorgiofontana.com/index.php?option=com_content&#038;task=view&#038;id=223&#038;Itemid=1">Giorgio Fontana</a></strong></p>
<p>Fra il 16 e il 22 ottobre scorsi, il corpo di Stefano Cucchi scompare. La sua identità è sempre intatta — 31 anni, arrestato la notte del 15 ottobre per possesso di stupefacenti — ma la vista del suo corpo è negata alla famiglia e a chiunque altro. Il padre, la madre e la sorella lo vedono per l&#8217;ultima volta in Tribunale, il 16 ottobre, alle nove di mattina. Notano già le ecchimosi sul volto. Di lì in poi, scompare. Il 22 ottobre viene recapitata ai parenti la notizia da parte dell&#8217;ospedale Regina Coeli: Stefano Cucchi è morto.<br />
Lui diceva di essere &#8220;caduto dalle scale&#8221;. La procura di Roma indaga per omicidio preterintenzionale da parte di chi l&#8217;ha avuto in custodia e, verosimilmente, l&#8217;ha ammazzato di botte.<br />
Le <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/quanto-costano-le-fotografie-di-stefano-cucchi/">foto</a> — e ha ragione Adriano Sofri quando dice che nessuno può permettersi di parlare di Cucchi senza averle viste — sono <a href="http://www.cnrmedia.com/notizia/newsid/6267/il-caso-di-stefano-cucchi-morto-per-una-caduta-in-carcere-ecco-le-foto-mostrate-dalla-famiglia.aspx">qui</a>. E sono agghiaccianti.</p>
<p>Quanto alla verità sull&#8217;accaduto, non resta che attendere l&#8217;esito delle indagini. Ma sull&#8217;implausibilità di tesi insabbiatrici, basta già leggere <a href="http://roma.repubblica.it/dettaglio/manconi:-lesioni-e-traumi-sul-corpo-di-cucchi/1762917">questo articolo</a>.<br />
Tutto getta una luce orribile sulla presunta sicurezza in cui siamo avvolti, sul presunto grado di garanzia di una fetta delle forze dell&#8217;ordine, sulla cultura che ha informato tale fetta — e vi invito a leggere il bel <a href="http://www.marcomancassola.com/marco_mancassola_a_nord/2009/10/come-un-rene-sensibile-forze-dellordine-e-crisi-democratica.html">pezzo di Marco Mancassola</a> al riguardo.</p>
<p>Ma c&#8217;è dell&#8217;altro. <span id="more-25709"></span>In un commento apparso su &#8220;la Repubblica&#8221; di ieri 30 ottobre, Adriano Prosperi accenna a una nuova geografia del corpo nella presunta democrazia italiana di oggi. Prosperi parte da un assunto banale, uno di quei tanti luoghi comuni che sono diventati tristemente interessanti: &#8220;ciò che non passa in televisione non esiste&#8221;, e dunque &#8220;ciò che non si vede non esiste&#8221;. Il corpo di Stefano Cucchi è stato negato, non è stato visto e dunque per il sistema non è esistito. Chi gli ha fatto quello che gli ha fatto è stato libero di farlo — ignorando persino l&#8217;antichissimo diritto dell&#8217;<em>habeas corpus</em>. Ignorando ogni forma di rispetto basilare per la fisicità, per il dolore stesso.<br />
Prosperi contrappone a questo delitto l&#8217;idea della Pietà: la più straziante delle immagini cristiane, quella dove Gesù era innanzitutto la propria materia — era carne e sangue colma di sofferenza, che veniva offerta al credente come una sorta di memento mori. La forza di questa immagine e del suo equivalente laico, a giudizio di Prosperi, è stata erosa.<br />
Sono d&#8217;accordo, e da qui parto per la mia riflessione.</p>
<p>L&#8217;Italia berlusconiana (edificata con pazienza dall&#8217;inizio degli anni &#8217;80) è l&#8217;Italia della mercificazione del corpo. Se dovessimo rappresentarla, apparirebbe come una sfera lucida, brillante, intatta: la superficie di un sistema che non deve necessariamente funzionare, ma che deve sempre apparire come funzionante. La tragedia corporale di Cucchi è una delle tante ferite aperte su questa superficie.<br />
L&#8217;Italia berlusconiana è anche l&#8217;Italia del cortocircuito informativo. Il sovraccarico di parole e opinioni ha portato a un caos dove la verità non è solo più difficile da tracciare, ma è anche un valore secondario: tutti dicono tutto, ma il gancio che lega gli enunciati alla realtà non ha più molta importanza.</p>
<p>Ora, io credo che ci sia un legame profondo fra questi due aspetti. Credo che essi collimino in una sorta di singolarità: il punto terminale dove sia il corpo che la parola perdono senso — meglio: perdono dignità. L&#8217;eccesso di parainformazione fa da contraltare al silenzio e all&#8217;omertà: la moneta con cui il primo viene pagato. Si nega di continuo: non si risponde mai: non si sa. Qualsiasi fatto può essere accomodato da una teoria opportunamente modificata. Questa epoca fa suo il male che Popper diagnosticò al convenzionalismo: se vedo un corvo bianco dopo aver registrato mille corvi neri, allora basta dire che quello non è un corvo. E la superficie del sistema resta intatta.</p>
<p>Il silenzio sul corpo di Stefano Cucchi è l&#8217;ultimo, e per molti versi il più atroce, degli esempi di questo &#8220;silenzio nel chiasso&#8221;.</p>
<p>Abbiamo grande compassione per le anime e per le immagini. Siamo abituati a muoverci nell&#8217;infosfera, nell&#8217;uragano delle metafore, nelle lacrime e nelle testimonianze televisive di chi soffre. Ma la compassione — la pietà, appunto — per i corpi si sta allontanando dal nostro orizzonte, perché ad essi siamo meno abituati: la fisicità è innanzitutto stilizzazione, volgarizzazione. Non serve neanche fare appello alla retorica del &#8220;tutti belli, tutti felici&#8221; o dei volti da Grande Fratello. Basta scendere per strada e guardare. Proprio perché pochi guardano o sanno guardare.<br />
La stessa morte è dilazionata o messa in un ostensorio (penso al corpo di Eluana Englaro). La stessa violenza è lentamente ridotta a una parola — una parola qualunque, una parola che come ogni altra non serve a molto se non a creare fumo — oppure è occultata gelosamente nel silenzio, quando occorre. Quando non deve ledere la superficie del sistema.</p>
<p>Ma il corpo di Stefano Cucchi è uno squarcio che continua a porre domande, e non si placa. Rimane. Persiste. E noi gli dobbiamo una risposta.<br />
Perché il corpo di Stefano Cucchi è il corpo dell&#8217;uomo assassinato a Napoli e scansato dai passanti. È il corpo dei braccianti in nero morti di fame e stanchezza in Puglia o nell&#8217;hinterland milanese. È il corpo degli immigrati dalla Libia respinti al largo delle nostre coste. È il corpo del fratello del mio ex cantante Fabio, morto di overdose su un marciapiede di Milano, anni fa. È il corpo dei ragazzi gay picchiati a Roma. È il corpo degli uomini eritrei, profughi di guerra, che dormono ogni notte in piazza Oberdan da maggio. È il corpo dei ragazzi della Diaz. È il corpo degli stupri nelle strade attorno alla Centrale di Milano.<br />
Mentre tutto intorno esplode il caos di una massa che non percepisce più fisicità alcuna se non a malapena la propria, che gode solo se spinta a farlo, che sta perdendo una visione etica ed estetica della materia.</p>
<p>Nessuna pietà, oggi, per questi corpi.</p>
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		<title>Una difficile leggerezza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/09/17/una-difficile-leggerezza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Sep 2007 04:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[mozart]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Fontana se io caco merda o se lei se la mangia; ora però qualcosa di più serio. Wolfgang a Leopold, 3/10/1777 Anche ciò che può essere leggero può essere grande. Leopold a Wolfgang, 13/8/1778 Le notti di Vienna. Le notti di Parigi. Le notti di Firenze e quelle di Londra. Le notti di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giorgiofontana.com">Giorgio Fontana</a></strong><br />
<small></small><small></small><small></small><small></p>
<p align="right"><em>se io caco merda o se lei se la mangia; ora però qualcosa di più serio.</em></p>
<p></small><small></small><small></small><small></small><small></p>
<p align="right">Wolfgang a Leopold, 3/10/1777</p>
<p></small><br />
<small></small><small></small><small></small><small></p>
<p align="right"><em>Anche ciò che può essere leggero può essere grande.</em></p>
<p></small><small></small><small></small><small></small><small></p>
<p align="right">Leopold a Wolfgang, 13/8/1778</p>
<p>Le notti di Vienna. Le notti di Parigi. Le notti di Firenze e quelle di Londra. Le notti di Madrid. Tutte le notti sono uguali, la fatica è sempre la stessa, e le coperte non pesano meno se dalla finestra vedi un abete o un fiume, una piazza di gitani in festa o un lampione sbavato dalla nebbia. E nelle notti di Salisburgo sono raccolte tutte quelle passate, Leopold, è come un mazzo di carte ben stretto, pesca pure a caso, tanto non cambia nulla. Il figlio ha trent’anni. Dove si trova? L’ultima lettera veniva da Praga, ma le lettere sono strumenti menzogneri, come la luce delle stelle. Restituiscono un’immagine che è già vecchia, già libera dalla mano che l’ha tracciata.<br />
<span id="more-4203"></span><br />
Hai freddo, lo so. Accendi un’altra candela. La cera cotta e liquida di quella vecchia fa da supporto, la incastri sentendo la superficie fra le dita. I gesti ti riescono difficili. È incredibile come anche le cose più semplici diventino problematiche. Non l’avresti mai detto, vero? Non tu. Allora ti fermi per un istante. La fiamma è una cosina piccola e insignificante nel buio della stanza vuota. Sul tavolo ci sono delle partiture, il <em>lavoro segreto</em>, quello che nessuno conosce e nessuno deve conoscere.</p>
<p></small>Ti fa male la schiena. Sei solo, Leopold. Potrebbe quasi essere il momento di fare i conti, se non li avessi già fatti per tutta la vita. In alto a sinistra ci sono i clarinetti, l’ultima nota è un fa diesis. Sai già come verrà piegata la scala, in che modo la farai inabissare finché non risorgano gli archi, e poi — in un minuscolo, semplicissimo fugato — gli ottoni, e poi il resto, verso la fine. Ci sei quasi, vero, Leopold? Non manca molto, una manciata di battute appena.</p>
<p>E intanto il figlio è a Praga.<br />
Il figlio è Parigi.<br />
Il figlio è a Vienna.</p>
<p>Il figlio è ovunque e tu resti lì, a invecchiare. Nessuno lo crederebbe, ma hai un’idea precisa del futuro. In un certo senso, è bastato rivoltare il passato come un guanto: Wolfgang è un genio. Hai provato a mascherarlo in ogni modo, come potevi, a te stesso e a lui stesso e al mondo intero, nel modo migliore: mostrandolo come tale. Dove nascondere una gemma? In mezzo ad altre gemme.</p>
<p>Da piccolo, il figlio era così diligente. Bastavano due trucchetti — abbassargli l’età, farlo suonare ad occhi chiusi — e tutti aprivano la bocca, sorridevano sbalorditi, come di fronte ai paradossi e alle deformità delle <em>Wunderkammer</em>. Davanti a un bambino, erano loro a diventare bambini. Che magnifico paradosso! Qualcuno ti aveva accusato (e molti lo faranno ancora, Leopold) di aver creato due mostri, il figlio e sua sorella. Di averli costretti a fenomeni da baraccone, tristissimi lacché dell’aristocrazia europea, di aver rubato la loro infanzia.</p>
<p>Idiozie. Cos’è l’infanzia, se non il momento dove la possibilità comincia a diventare destino? E questo tu stavi cercando di fare. Questo soltanto. Compiere un destino.</p>
<p>Il figlio è un genio. Hai impiegato tempo ad accettarlo, e ancora più tempo a non rivelarlo mai nelle tue lettere, forse nemmeno alla tua coscienza. Ma ora vuoi soltanto una cosa: che il suo genio rimanga. Che per tutto il resto del tempo — se questa espressione ha un senso — l’umanità si raccolga di fronte alla sua opera. In cerchio. Come nei teatri greci. Come se davvero esistesse qualcosa capace di trascendere gli spazi e gli istanti. Questo vuoi. Ma c’è un corollario. Ormai lo sai, l’hai capito. L’unico destino di un genio è quello della morte: l’apoteosi della forma sulla materia, della mente sul corpo. La tua rassegnazione si circonda di fuochi, come per scaldarsi.</p>
<p>Questa è la prima cosa. Forse la più importante. Quella che rimarrà, senz’altro.</p>
<p>La seconda invece la tieni fra le mani, e fra poco sarà una stanza di archi in cui un oboe richiamerà la frase iniziale — una frase dolcissima, l’incanto del legno, l’esattezza del re maggiore. Sai (non lo <em>sai </em>ancora di preciso, eppure ne sei certo) che questa frase non salirà in un crescendo, ma si scioglierà in un lago più vasto, in un finale che non ha nulla di brillante, o di energico: ma che è come il movimento di una palpebra che si chiude, lentamente, declinata dall’ombra. <em>Questa</em> è la seconda cosa, Leopold: il lavoro segreto. In un angolo riposto della tua coscienza, sai che il padre deve soccombere al figlio. È una legge antica, e nessuno può trasgredirla. Del resto, per cosa potresti essere ricordato? Per <em>Le nozze contadine</em>? La <em>Sinfonia burlesca</em>? Per la tua <em>Violinschule</em>? Figuriamoci.</p>
<p>Ma passare una vita a comporre serenate, con un cervello come il tuo&#8230; Be’, occorreva dell’altro. Non che questo ti contraddicesse, andando contro il pragmatismo. Al contrario. Era semplicemente l’ennesimo conto in una vita fatta di calcoli: per riempire la tua esistenza ci voleva un altro piatto di bilancia, dove scaricare il tuo amore per la bellezza, tutta la bellezza autentica di eri capace. Perché ne eri, ne <em>sei </em>capace, Leopold: senza alcun genio a portarti consiglio, senza muse né dei cui affidarsi: col solo travaglio di una vita, con la sola pialla della pazienza. Una difficile leggerezza. Un difficile equilibrio&#8230;</p>
<p>Sai che a un certo punto, fra non molto, questo lavoro finirà. La tua mano segnerà l’ultima nota, Dio permettendo. Il tuo lavoro sarà pronto per le fiamme. Ne ricorderai alcuni frammenti, se la memoria ti accompagnerà fino alla fine: forse li canterai sottovoce prima di dormire. Il rammarico di non saperlo eseguito è poca cosa, accanto alla consolazione di averlo composto. Sarà con te per sempre.</p>
<p>Ora sbadigli: sei stanco. La tua palandrana sembra tenere meno caldo, la candela illuminare sempre meno. Le percezioni si allontanano dalla realtà, il mondo non corrisponde più alla coscienza. È l’ora di andare a letto. Spegni la fiamma con due dita, tremando appena al bruciore del tocco. Domani dovrai rispondere a Wolfgang, e scrivere a Nannerl, e rimproverare il tuo servo perché non ha pulito il vassoio come si deve.</p>
<p>Domani.</p>
<p>Ora però tutto è sciolto nel buio, e tu sei solo con un pensiero. Il pensiero ti ripugna, o fai in modo che ti ripugni, perché dopotutto sei un vecchio austriaco: ma forse tutto questo — queste note, questa frase d’oboe, e il tuo lavoro, e il destino del tuo lavoro — forse tutto questo si chiama amore. La notte di Salisburgo che contiene tutte le altre, e muore all’alba, semplicemente, come ogni notte. La musica di un padre che contiene quella del figlio — e brucia lentamente, brucia e se ne va, per lasciar posto ad essa, per lasciar posto a Wolfgang.</p>
<p>Forse, Leopold, questo si chiama amore.</p>
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		<title>Claudia Mancini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 May 2007 04:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Fontana Una cosa non le era sfuggita, in mezzo al solito caos di particolari inutili (le dita fra le dita, la luce che calava, un odore di torta). Da qualche tempo, la madre le aveva messo un televisore davanti al letto. Era sempre acceso e doveva farle compagnia. Impedirle di sentirsi sola, anche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giorgiofontana.com">Giorgio Fontana</a></strong></p>
<p>Una cosa non le era sfuggita, in mezzo al solito caos di particolari inutili (le dita fra le dita, la luce che calava, un odore di torta). Da qualche tempo, la madre le aveva messo un televisore davanti al letto. Era sempre acceso e doveva farle compagnia. Impedirle di sentirsi sola, anche quando lo era: ma in realtà sortiva appena l’effetto opposto, quello di un altro rumore subacqueo. L’ennesima prova che lei esisteva.<br />
In fondo la malattia non si riduceva che a questo: a un problema di percezione. Lo sfondo diventava l’elemento rilevante. Uno specchio in cui vederti così com’eri, schiacciata nel letto, condannata alle bollicine nel bicchiere. Alla polvere sul comodino. Mentre tutto il resto, tutto l’importante scivolava via.<br />
Ma una cosa, ora, non le era sfuggita.<br />
La ragazza era stata trovata giù sul marciapiede. Sotto il balcone di casa. Era appena tornata dall’università. Il collo si era rotto nell’impatto. Il video si bloccò su una bionda con gli occhiali, magrettina, il volto sporcato di nei.<br />
La voce disse che si chiamava Claudia Mancini.<span id="more-3897"></span><br />
Questo è banale, pensò lei buttando le coperte sopra la spalla. Questo è banale e dovrebbe significare qualcosa se fosse un segno, ma i segni non esistono, esistono solo i particolari, l’odore di torta, le dita fra le dita, il ronzio della luce. Quindi non ha senso.<br />
Sua madre entrò nella stanza, con un sorriso breve.<br />
«Come va, amore?», chiese.<br />
«Insomma.»<br />
«Vuoi qualcosa? Dell’acqua?»<br />
«No, grazie.»<br />
«Una fetta di torta.»<br />
«Non ho fame.»<br />
«Devi sforzarti. Altrimenti ti si chiude lo stomaco.»<br />
«Lo so, ma non ho fame.»<br />
«Una fettina piccola.»<br />
«No.»<br />
«Ma lo sai che il dottore&#8230;»<br />
«Ti dico di <em>no</em>, cazzo!»<br />
Sua madre si passò le mani nei capelli.<br />
«Scusa», disse Claudia a bassa voce.<br />
«Non ti devi scusare.» Si sedette sul letto. Claudia spostò la gamba destra per farla accomodare meglio. «Sei tanto stanca, figlia mia. Ma guarda come sei bella. È talmente un&#8230; <em>peccato</em> che&#8230;»<br />
«Lo so, ma non riesco a&#8230;»<br />
«Stai tranquilla.»<br />
«È che davvero non — ci riesco.»<br />
«Tranquilla», ripeté la madre. «Non ti preoccupare. È un periodo. Ci vuole solo del tempo. Un po’ di tempo, e ti prometto che ne uscirai fuori.» Poi allargò ancora il suo sorriso, le carezzò i capelli. «Lo sai quanto ti voglio bene, vero?»<br />
«Sì», disse Claudia. Sentì un bacio atterrare sui suoi occhi chiusi, e poi più nulla: solo di nuovo il ronzio della televisione, l’odore di torta, e Claudia Mancini che era morta a due chilometri da lei.</p>
<p>La sera, anche se non lo voleva, mise il portatile sulle ginocchia e andò su internet a cercare informazioni. Ormai erano tre settimane che viveva a letto. Era cominciata con una crisi di panico, mentre leggeva in biblioteca. La prima cosa che le aveva chiesto il dottore era stata: descrivimi come ti senti. Lei rispose che l’immagine più vicina — ma ancora distante infinite miglia di violenza — era quella di trovarsi in uno sgabuzzino vuoto. Da sola. Di colpo. Per ore. Finché qualcuno non fa scivolare un bigliettino sotto la porta, come una lingua bianca.<br />
«E cosa ci sarebbe scritto sul bigliettino?», aveva chiesto il dottore.<br />
Claudia consultò i siti dei quotidiani più importanti, ma non c’era nessun articolo. La notizia doveva essere stata trasmessa solo a livello locale. Trovò qualche ragguaglio e una manciata di informazioni che già sapeva. Ventisei anni, impiegata, Via Pascoli eccetera. Un tragico evento, le periferie eccetera.<br />
Claudia chiuse il portatile e rimase a sentirne il caldo e il ronzio sul grembo. I suoi genitori russavano. Si passò una mano sulla fronte e la trovò fredda. Non mangiava nulla da tre giorni. Sapeva che non avrebbe dormito. C’era una logica implacabile nella malattia, tutta una serie di assiomi. Scostò il portatile e prese il blocco che teneva sul comodino, sopra tre libri e una scatola di fazzoletti. Stappò la penna rossa con la bocca e sputò il cappuccio a lato, le labbra che tremavano. Scrisse:</p>
<p align="center">CLAUDIA MANCINI<br />
CLAUDIA MANCINI<br />
CLAUDIA MANCINI</p>
<p align="center">
<p align="center"><span style="text-decoration: line-through;">RESTER<br />
PERCHÉ??<br />
RESTERAI QUI PER SEMPRE</span></p>
<p>Poi ripose il blocco, spense la luce, si sdraiò fino ad essere (enumerò) soltanto una scheggia sommersa dalla lana, un corpo qualunque, un oggetto, una piega del lenzuolo, le bollicine nel bicchiere, l’odore di torta del corridoio, le dita fra le dita.</p>
<p>Il mattino dopo chiese alla madre di comprare il giornale della provincia. Mentre la aspettava cercò di riaprire il libro davanti al quale tutto era iniziato — quel giorno in biblioteca, il giorno in cui era svenuta. Era una specie di sfida. Credeva che finendolo la sua malattia si sarebbe dissolta. Le riuscì solo di sfogliarlo. Era un grosso mattone sull’uso dei colori nella scuola fiamminga. Pensò al punto in cui era arrivata con la tesi di dottorato. Tutto le si sfaceva in testa. Mesi di lavoro le apparivano incredibilmente poco importanti, di fronte alla speranza di avere appetito.<br />
La madre rientrò in una nube di fretta e sorrisi. Le posò il giornale sul letto e disse che fuori era una bellissima giornata. Claudia alzò gli occhi e si sporse un po’ dalla finestra.<br />
«Ho incrociato Marco e Federica», disse la madre mettendo qualcosa nell’armadio. «Mi hanno chiesto come stavi. Credo vogliano passare a trovarti. Ti farà bene. Devi vedere della gente, è il primo passo per tirarti un po’ fuori.» Si asciugò il sudore dal collo, sempre sorridendo. Quanto doveva essere terribile, mostrare sempre tenerezza. «Ti preparo un tè», disse.<br />
Claudia guardò giù e vide: tre magrebini che si lavavano a un idrante, un bambino mano nella mano del padre, dei ragazzi in cerchio, un’auto gialla. La madre se ne andò parlottando fra sé, quasi a segnalare che la sua presenza era sempre vigile.<br />
Claudia graffiò il materasso. La lingua le pesava in bocca. Sentì i tremiti spargersi sul corpo come insetti. Lo sapeva. Cominciava sempre così. I muscoli dell’addome si contrassero come un pugno. Viveva eternamente con il mal di stomaco, ma in quei momenti era come se un pugnale la stesse per trafiggere e lei dovesse opporre resistenza — flettersi, curvarsi come una parentesi, come una danzatrice o una baccante, esame di letteratura greca, ricordi?, portare due dita su un capello e poi strapparlo, e sentire gli occhi oltre il bordo delle ciglia, quasi stessero cadendo, tutto il mondo felice e lei in uno sgabuzzino, il colore dell’acqua, il verde delle matite, il tremito alle labbra, e già stava per bruciare un urlo, quando si ricordò del giornale.</p>
<p>Il pomeriggio andò dal dottore, come ogni mercoledì e venerdì. Riceveva in una stanza a tre palazzi di distanza dal suo. La madre aveva trovato quello più vicino per non farla camminare troppo. Claudia pensava che quelle sedute non servissero a molto, ma forse erano la parvenza di una via giusta. Un buon proposito, qualcosa da rispettare, prima di scivolare via. Era importante segnare delle tappe.<br />
Nella sala d’attesa, furono solo grani di polvere e la carta patinata della rivista, e il colore del ficus beniamino — meno verde, meno intenso di quanto ricordasse. Poi entrò.<br />
«Claudia», disse l’uomo dietro la scrivania.<br />
«Dottor Fresi», disse lei. Si sedette sulla poltrona.<br />
«Come va oggi?»<br />
«Male.»<br />
«Credi di essere migliorata rispetto a settimana scorsa?»<br />
«No.»<br />
«Peggiorata?»<br />
«No.»<br />
Il dottore annuì.<br />
«Cos’hai fatto questo weekend?»<br />
«Sono stata a casa a guardare la parete. Ogni cinque ore circa ho avuto un attacco, sempre con la stessa sensazione. Quella di non avere più vie d’uscita. Di credere che non potrò mai più sentirmi bene, o felice, o anche solo realizzata.» Strinse le labbra. Voleva essere molto precisa, perché aveva una domanda da fare, ed è sempre bene mostrarsi lucidi prima di fare domande. «Di nuovo, ho seguito il suo metodo. Mi sono imposta di pensare che tutto questo fosse irrazionale. E ho cercato di indagarne le cause. Ma non ho trovato niente. La mia testa è spaccata in due. C’è una parte che mi dice di smetterla con i capricci. E l’altra che&#8230; be’, è chiusa in uno sgabuzzino.» Fece una pausa. «Per dormire, ho preso cinque pastiglie a notte.»<br />
Il dottore scrisse una riga sul foglio. Rumore sottile come di un accendino grattato, qualcosa che sfuma, e poi il morbido dei braccioli, e la finestra sul cielo azzurro.<br />
«Come al solito, insomma», aggiunse Claudia con un sorriso.<br />
«Ho capito», disse il dottor Fresi. Annuì un paio di volte fra sé, come a capire che peso dare a quel silenzio, e alle parole successive. «Vedi, io credo che&#8230;»<br />
«Dottore?»<br />
«Sì?»<br />
«Le devo fare una domanda.»<br />
«Prego.»<br />
«Anzi, due domande.»<br />
«Certo. Dimmi pure.»<br />
«Ecco&#8230; Lei pensa che il suicidio sia moralmente sbagliato?»<br />
Il dottore alzò appena le sopracciglia, come a voler scansare dalla fronte il peso di quelle parole — le solite, sempre le stesse parole, sempre e solo gente che non voleva più vivere.<br />
«Claudia», cominciò.<br />
«Aspetti. Le ho già spiegato che l’idea di morire, al momento, è una cosa che trovo molto attraente. Quando dico che vorrei morire è perché davvero non vedo altre soluzioni disponibili. Non è vigliaccheria, ma eliminazione delle alternative.» Si fermò un istante. «Lo so che è un pensiero stupido e che ne abbiamo parlato a lungo. Ma è così.»<br />
«D’accordo.»<br />
«Ma ora le chiedo solo di rispondermi con sincerità. Non voglio una benedizione. Non si preoccupi. Voglio un’opinione distaccata, ecco tutto.»<br />
Il dottore sospirò.<br />
«In tutta onestà», disse, «credo che il problema sia impostato male. Il suicidio è una cosa terribile, ma non va giudicata moralmente.»<br />
«Quindi non è <em>sbagliato</em>.»<br />
«Non in quel senso. Ma è sbagliato in un senso molto più importante.»<br />
«E quale?»<br />
«Il rispetto verso se stessi. E il coraggio di vivere.»<br />
«Perché dovrebbe essere coraggioso vivere?»<br />
«Be’, perché —»<br />
«E perché essere vivi è meglio che essere morti?»<br />
«Aspetta un secondo.»<br />
«Sì.»<br />
«Innanzitutto, essere vivi è meglio che essere morti, perché se sei morto non hai più alcuna possibilità. Può sembrare banale, e anzi lo è. È la banalità più assoluta. Ma è così.»<br />
«È un rimprovero?»<br />
«In che senso, un rimprovero?»<br />
«Lasci stare.»<br />
Il dottore fece una smorfia.<br />
«Non capisco», disse. «Cerco solo di capire.»<br />
«Lo so. È il suo mestiere.»<br />
«Il mestiere di tutti.»<br />
Claudia annuì. Finora, era stato come si aspettava. Prese qualche secondo per valutare di che colore era, precisamente, la parete di fronte a lei: panna? bianco latte?<br />
«Vorrei passare alla seconda domanda», disse poi.<br />
«Certo.»<br />
«È una domanda più difficile.»<br />
«Ti ascolto.»<br />
Claudia respirò a fondo col naso. Sentì un tremito lieve partirle dalla caviglia, lo stomaco tendersi ancora di più, la solita nausea amplificarsi in gola. Non doveva crollare ora. Sapeva che stavolta non ci sarebbe stata alcuna risposta, perché la domanda non aveva il minimo senso: ma era necessario porla. Così aveva deciso. Gli eventi non nascono mai dal nulla. Si preparano nel tempo, si sedimentano come strati geologici, finché d’improvviso qualcosa esplode.<br />
Il dottore la guardava.<br />
Claudia aprì la bocca.</p>
<p>Passarono due giorni. Claudia aveva tenuto i ritagli nascosti con sé fra le coperte. Li aveva stretti fra le mani come un fiore, e aveva dormito come mai negli ultimi tempi. Al buio cercava quel nome con le dita: sapeva a memoria che si trovava lì, fra le parole <em>giovane</em> e , <em>anni 27</em>. Ce n’era anche un altro, poco prima di <em>ragazza semplice</em>, <em>dicono gli amici</em>, <em>generosa</em>, <em>sempre sorridente</em>. A furia di toccarli, pensò di averli segnati con un piccolo solco, e quel piccolo solco significava amore.<br />
Il terzo giorno sua madre le disse che non sarebbe rientrata fino alle quattro. Le lasciò un vassoio con del pollo freddo accanto al letto, e una bottiglietta d’acqua, e un panino all’olio, e la pastiglia nel centro di un piattino, lievemente più opaca dello sfondo. Claudia annuì a tutto.<br />
Poco più tardi si alzò dal letto e si vestì. Era una sensazione strana, vestirsi senza essere obbligata a farlo. Insieme agli abiti le parve di rimettersi addosso la vita normale: questo poteva essere un progresso, il dottore sarebbe stato d’accordo: una nuova forma di terapia. Claudia cercò di concentrarsi nuovamente sulle sue crisi. Non voleva guarire in quel modo così stupido. Ebbe quasi subito un conato di vomito, e lo percepì come un successo.<br />
Poi uscì per strada. Lo Xanax dava a quell’estate un nitore invernale, sbiancava l’intero paesaggio. Claudia avanzava a fatica, con una mano sullo stomaco e un foglietto nell’altra. Prese un autobus. La città era uno sfondo più intenso di quello che si aspettava, uno specchio ancor più brulicante del suo vuoto. Orecchini a stella. Un neo in mezzo alla fronte, come un buco. Odore di sigaretta. Sciarpe arcobaleno. La <em>Marcia alla turca</em>. E il terrore di incontrare qualcuno che conosceva. Giustificare la sua scomparsa, mascherare la malattia con un sorriso strappato. Fu solo quando vide la fermata che capì di avercela fatta.<br />
Scese in fretta. Guardò sul suo foglietto. La casa non doveva essere distante. Ricordava benissimo la forma del palazzo alla televisione. La tonalità fra il rosa e l’arancio. Davanti alla porta d’ingresso c’era ancora una coccarda di lutto. Molte imposte chiuse.<br />
Claudia si avvicinò. La porta era aperta. Non c’era nessun portiere. Controllò i nomi del pianterreno, poi si diede della stupida: doveva essere per forza più in alto. Decise di cominciare dal terzo, e trovò subito la targhetta che voleva. Seconda porta a sinistra. Era stato facile.<br />
Si ravviò i capelli, suonò il campanello, e attese. Il pianerottolo era vuoto e puzzava di minestra sui vestiti. Per un istante Claudia si sentì ancora più perduta di quanto le fosse mai capitato. Un grano di sabbia nel fondo di una clessidra, dove nessuno l’avrebbe mai salvata. Appoggiò una mano contro lo stipite. Era un momento importante nella sua vita, stava facendo una cosa e la stava facendo da sola.<br />
Poi una voce rispose.<br />
«Chi è?»<br />
Era una voce di donna, una voce vestita di garze nere. Claudia si riscosse.<br />
«Buongiorno, signora.»<br />
«Chi è?», ripeté la voce.<br />
«Sono qui per parlare», disse Claudia.<br />
«Cosa vuole?»<br />
«Parlare.»<br />
«Parlare di che?»<br />
«Di Claudia, signora.»<br />
Il silenzio durò una decina di secondi, ma Claudia percepì che quello non era uno spazio vuoto: era un’onda che si stava riempiendo lentamente, prima di spezzarsi contro il legno della porta.<br />
«Basta!», gridò la voce. «Dovete lasciarmi in <em>pace</em>!»<br />
Claudia non disse niente.<br />
«Mia figlia non si è uccisa! Ha capito? Non si è uccisa!»<br />
Claudia non disse niente.<br />
«Era una persona felice. Le volevano tutti bene. Voleva bene ai suoi genitori. Non si sarebbe <em>mai</em> uccisa, capisce? <em>Mai</em>!»<br />
«Sono dell’assistenza sociale», biascicò Claudia alla porta. Ma quello che avrebbe voluto dire era: <em>Anch’io mi chiamo Claudia Mancini</em>. Oppure: <em>Tutti vorremmo ucciderci, e non tutti ci riescono</em>. Oppure ancora: <em>Posso barattare questo dolore con il suo?</em><br />
La voce della porta andò in mille pezzi, un mosaico di singhiozzi e parole grattate sulla gola: «Non m’interessa!», si contorse. «Non voglio sentirne più di storie come questa! Mia figlia non si è uccisa, ha capito? Ha <em>capito</em>?»<br />
Claudia sentì i muscoli dello stomaco che si rilasciavano. Conosceva quella sensazione. Le rare volte che aveva provato sollievo, quei minuscoli istanti dove la malattia le era sembrata soltanto un brutto scherzo. Una cosa che si poteva soffiare via. Immediatamente dopo si sentiva ricadere nel buio, ma non ora. Ora aveva solo voglia di respirare quell’aria umida, quell’odore di minestra.<br />
Dall’altro lato della porta la voce scoppiò in lacrime. Claudia respirò lentamente e con decisione. Sentì la luce del ballatoio attraverso il maglione, come se si stesse facendo strada fra i buchi. Sentì la sua trasparenza e il suo calore. La voce piangeva e prendeva la porta a calci. <em>Non si è uccisa! Non si è uccisa!</em> Al piano di sopra ci fu il rumore di una chiave che gira, un bisbiglio sgranato. L’ascensore cigolò. I particolari tornavano al loro posto come uccelli al nido. C’era l’idea di un peso che si sposta, di una colpa rimessa.<br />
Tutto poteva essere ignorato, ora.<br />
Claudia si staccò dallo stipite e sorrise.</p>
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		<title>Opera al nero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jan 2007 12:52:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Fontana Per Laura e Luca e gli altri &#8220;Quando l’odio degli uomini non comporta alcun rischio, la loro stupidità si convince presto, i motivi arrivano da soli.&#8221; Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte Il paesaggio è quello che conosci da una vita. Campi brumosi, file d’alberi secchi, palazzi color ribes, un paio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/06/15/razzismi-quotidiani/"><img id="image2208" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/razquot3-small.gif" alt="logotipo Razzismi Quotidiani" align="right" /></a></p>
<p>di <strong>Giorgio Fontana</strong></p>
<p><small><em>Per Laura e Luca e gli altri</em></small></p>
<p><small>&#8220;Quando l’odio degli uomini non comporta alcun rischio, la loro stupidità si convince presto, i motivi arrivano da soli.&#8221;</small><small> Louis-Ferdinand Céline, <em>Viaggio al termine della notte</em></small></p>
<p>Il paesaggio è quello che conosci da una vita. Campi brumosi, file d’alberi secchi, palazzi color ribes, un paio di gru, e la tangenziale ovest come un fiume in piena. Il campo le sorge quasi a fianco, all’imbocco del paese. Il cartello OPERA ti dà il benvenuto. È un pomeriggio di fine gennaio. Sai che ne hanno già parlato i telegiornali, a tempo debito: ma questo non è un motivo per smettere d’interrogarsi. Come se le cose possano finire, una volta trasformate in “notizie”. Come se non ci fossero anche tempi indebiti.<br />
Passi davanti al presidio. Davanti agli striscioni VIA I ROM e DOPO I POOH…I NOMADI. La gente parla e ti guarda sdegnata. Poi il primo che ti viene incontro, dopo cinquanta metri di fango, è un bambino di sette anni. Si chiama Andrej. <span id="more-3183"></span>Ti vede con il bloc-notes in mano e cerca subito di sbirciare, ma è deluso quando nota che non hai ancora scritto nulla. Ha un pallone sgonfio in mano. “Abbiamo una squadra, qui”, dice. “Siamo già sette o otto. E abbiamo scritto una lettera all’Inter.” Giocano un po’ con tutti. Qualcuno è un po’ scarso, però vabbè. Ti chiede se più tardi vuoi fare due tiri.<br />
Tu sorridi e dici okay, poi alzi lo sguardo e cominci a registrare dove ti trovi. Un terreno fangoso e ghiaioso. Quindici tende di media grandezza. Bidoni della spazzatura. Persino qualche estintore. Ma un unico bagno, con due docce e sei gabinetti. Solo due fuochi per cucinare. Niente lavatrice. Un rubinetto all’aperto, con acqua fredda, per lavare i piatti. Quasi ogni giorno la corrente salta. Non c’è illuminazione notturna, a parte due grandi fari.<br />
Sullo sfondo, una rotonda e i cieli vuoti del sud milanese.<br />
Una settantina di persone vivono qui al momento. Circa la metà sono bambini.</p>
<p>La storia comincia con uno sgombero il 14 dicembre in Via Ripamonti. Tutti rumeni, e tutti dotati di regolare permesso di soggiorno. Gente senza precedenti penali, gente normale che lavorava. Il campo stesso è regolare, secondo accordi con la Provincia e il Comune di Opera, e viene gestito dalla <a href="http://www.casadellacarita.org">Casa della Carità Angelo Abriani</a>. L’organizzazione sta puntando all’idea coerente di fare una serie di campi più piccoli, meglio gestibili, per evitare babilonie come il <a href="http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&amp;cont_id=5973">Triboniano</a>.<br />
Laura ha ventiquattro anni ed è il tramite del Comune. Le chiedi che attività stanno portando avanti. Lei ti racconta di come i nomadi tengano alle loro tende, di come siano linde e ben conservate. Ti racconta dei corsi d’italiano per gli adulti. Ti spiega dei concerti e delle partite di calcio che hanno organizzato. E dello sportello per il lavoro che il Comitato Festa dei Popoli, di cui fa parte, sta pensando di attivare.<br />
Ti porta a sentire una lezione di canto a cura della Comunità S. Egidio. Una ragazza suona la chitarra e sette bimbi in cerchio cantano <em>Alla scuola della pace, puoi venire se vuoi, puoi venire puoi ballare…</em> Hanno le facce contente ma un po’ stanche. Sotto un rettangolo di neon, fanno merenda con torta e succhi di frutta in cartone. Mentre scrivi vedi l’alito dal freddo, e per terra c’è solo terra. Laura ti indica uno striscione colorato: IL PAESE DELL’ARCOBALENO / SCUOLA DELLA PACE.<br />
Per un po’ dimentichi quello che c’è fuori. Dimentichi il presidio, le gru, il fango. I bambini ti guardano e sorridono. Tu sorridi. Laura sorride.</p>
<p>Poi però vi sedete su una panchina bianca, in mezzo al prato. Tu riapri il bloc-notes. Laura si accende una sigaretta e comincia a raccontare ciò che le pesa di più. Perché tutto quello che stanno facendo è bello e difficile, ma c’è chi lo sta rendendo ancora più difficile. La parte oscura della storia. L’intolleranza dei suoi concittadini.<br />
“Pensa che il Comune non vuole neanche rendere noto che mi paga per fare da tramite”, dice. “Non vuole farli incazzare ulteriormente.” Punta un dito poco oltre il recinto, verso il presidio. Già, il presidio. È lì dal 20 dicembre, come misura preventiva. Le tende sarebbero arrivate solo il giorno dopo. E durante il consiglio comunale, ecco la storia nota, la notizia: le tende vengono bruciate (molte contenevano già vestiti e beni personali) e i resti portati via come trofei.<br />
Per la prima settimana, picchettano anche ragazzi di Forza Nuova e alcuni ultras dell’Inter: si fa girare la voce di stare attenti, perché “Qui c’è gente coi coltelli.” Col tempo, gran parte della popolazione viene fomentata.<br />
Adesso, dopo un mese, il presidio sembra un luogo d’aggregazione. C’è un baracchino che vende panini e bibite. Fornisce i panini anche alla polizia, con la quale ormai ha fraternizzato. “A volte restano qui tutta la notte”, dice Laura. “Fin dai primi giorni la polizia li ha invitati a restare, per arginare un ulteriore afflusso. Afflusso che comunque non ci sarebbe mai stato, per accordi presi in precedenza con la comunità.”<br />
Poi lei ti racconta dei fatti e tu scrivi meccanicamente.<br />
Da questo momento in poi, sei solo tu e la tua penna.<br />
Il 23 dicembre alcuni ragazzi hanno tolto tre striscioni razzisti dal presidio. Uno di loro è stato fermato dalla polizia e trattenuto fino alle 4 del mattino, poi convocato in questura dalle 8.30 alle 13. Gli sono stati chiesti i nomi dei compagni e le targhe delle auto. “Qual è il mio reato?”, ha domandato. “Nessun reato”, gli è stato risposto, “ma noi dobbiamo essere informati dei fatti.”<br />
La notte successiva – la notte di Natale – è stato stracciato dai picchettanti il controstriscione NO AL RAZZISMO, SI ALL’ACCOGLIENZA. Sotto gli occhi della DIGOS, che non muoveva un muscolo.<br />
Tu scrivi.<br />
Il 15 gennaio è stato organizzato un concerto con musicisti rom. Nel frattempo un corteo di presidianti ha cominciato a inveire. I ragazzi dell’organizzazione sono dovuti restare nel campo fino alle 22, per evitare ulteriori rappresaglie. “Quando siamo usciti”, racconta Laura, “ci hanno urlato SPERIAMO CHE I ROM VI UCCIDANO TUTTI!” Alcuni di loro sono dovuti scappare. Alcuni sono stati inseguiti.<br />
Il 19 gennaio c’è un corteo con Borghezio. I nomadi vengono evacuati alla Casa della Carità, per motivi di sicurezza. Il dispiegamento delle forze dell’ordine è tale da spaventare i pochi del controcorteo.<br />
Tu scrivi.<br />
Qualche giorno fa Laura è uscita dal campo alle 20 e un tizio le ha detto: “Matrimonio, eh?” Lei ha scosso la testa: “Scusi?”, ha chiesto. “Massì”, ha fatto il tizio ridendo. “Per forza. Sei vai lì dentro vuol dire che vai a cercarti un manico da scopare.”<br />
Un ragazzo rom, trattenuto fino a tardi in Casa della Carità, ha preferito entrare dal lato opposto del campo – una bella camminata – per evitare le minacce del picchetto. <em>Ti fidi a passare di qui? Ti fidi davvero?</em><br />
Tu scrivi.<br />
Di fronte a tutto questo, di fronte a un mese di ingiustizia e contraddizioni, Laura ha chiesto l’atto pubblico del presidio. Risposta: non esiste. Non esiste? No, non esiste. Trenta giorni di picchettamento senza alcun atto pubblico.<br />
“Ma al di là di tutto, la cosa peggiore è forse lo stato d’ignoranza della gente”, dice Laura. “E loro giocano su questo. Sui pregiudizi più banali, sulla mala informazione. Sulla presunta delinquenza dei rom, che sono tutti uguali, che rubano al mercato e vivono di niente&#8230; Capisci? Se ci crede mia nonna, ci può anche stare. Ma non che ci creda uno della mia età.”<br />
“È ovvio che campi come il Triboniano siano posti allucinanti”, prosegue. “Ma è la solita vecchia equazione. Più caos, più emarginazione, più povertà, più delinquenza. Non c’è nessuna politica di integrazione a monte. C’è solo l’idea della tolleranza zero.”<br />
Tu scrivi.<br />
Laura scuote la testa e fuma una sigaretta dietro l’altra.</p>
<p>Alla fine vieni presentato a L. – un rom di cinquant’anni, grassoccio, gioviale. È uno di quelli che parlano meglio l’italiano. Scambiate due chiacchiere mentre cuoce del maiale su una piastra. Manda un buon odore, un odore selvatico. Le figure e i gesti si sfanno nel fumo.<br />
“In cinque anni, mai è successa una cosa simile”, dice. “In Via Ripamonti nessuno si lamentava. Se dovevano sgomberare un campo di delinquenti, avevano ragione.” Rovescia un pezzo di maiale. “Io capisco gente. Qualcuni sono buoni, qualcuni cattivi: come per tutti. Perché però noi tutti cattivi? Secondo me hanno sgomberato la comunità sbagliata”, dice. “Volevano prendere altri, gente cattiva. Invece hanno preso noi, che è tutta gente che lavora.” Lo ammette così, alzando le spalle, sorridendo. Il maiale sta diventando quasi nero.<br />
“Mi sta dicendo che vi hanno preso <em>per sbaglio</em>?”<br />
“Non sono sicuro. Io penso di sì.”<br />
Tu non dici niente.<br />
È troppo.<br />
Ti rendi conto che è da quando sei arrivato qui che non hai detto nulla. Scrivi anche questo. Poi L. si prepara per la cena, Laura ti lascia solo un istante, i bambini si diradano e vanno a giocare a pallone accanto alla luce. Passa una ragazzina in bici con le ciabatte e i capelli fradici.<br />
Non hai niente da dire, e allora scrivi.<br />
Scrivi che qui adulti e bambini sono ghettizzati. Scrivi che il degrado psicologico e sociale di questa gente è totale. Scrivi che è domenica pomeriggio e loro non possono nemmeno entrare in un bar, come qualunque essere umano. Scrivi questo. Scrivi che stai assistendo a uno stato di segregazione. Ora. Nel 2007. A cinque chilometri da Milano. Senza alcuna giustificazione legale. Senza che le forze dell’ordine difendano delle persone <em>con regolare permesso di soggiorno</em>. Stai assistendo a tutto questo. Un giorno di gennaio.<br />
A cosa pensi?<br />
A un sacco di cose. A quando stavi in Francia, ai discorsi dei magrebini che conoscevi, all’assurdità di un’espressione come <em>immigrato di terza generazione</em>. Pensi al <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/12/26/porrajmos-%e2%80%93-l%e2%80%99annientamento">Porrajmos</a> e ai buchi nei libri di storia. Pensi a questo schifo di cielo grigio.<br />
Ma soprattutto, pensi che non dovresti mai smettere di interrogarti. Perché le “notizie” sono soltanto segnali. Punte di iceberg che nascondono blocchi enormi di paure, reazioni inconcepibili. Ti arriva alle orecchie che dieci giorni fa hanno sgomberato un altro campo a Chiaravalle. Le notizie sono squarci di un tessuto che è fatto d’ignoranza e odio.<br />
Tu pensi.<br />
Ma quei bambini là, che giocano a pallone sotto il campo e i lampioni e le gru, dieci o undici anni al massimo, come cresceranno? Loro, cosa cazzo penseranno di noi?<br />
“Se gli chiedi di disegnare il futuro”, ti ha detto Laura stringendoti la mano, “disegnano case e non tende, automobili e non biciclette scassate. Vogliono solo una vita normale. Nient’altro. Soltanto una vita normale.”</p>
<p>***</p>
<p><small><a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/09/22/dublino-2006-note-su-un-fenomeno-di-massa/">Qui</a> un altro scritto dello stesso autore.</small></p>
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