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	<title>Giorgio Mascitelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Contro la scuola neoliberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[mimmo cangiano]]></category>
		<category><![CDATA[riforme della scuola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola neoliberale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> Una recensione su questo libro collettivo che cerca di rendere conto delle trasformazioni della scuola italiana nel quadro dell'egemonia politica neoliberale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119287" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-210x300.png" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-210x300.png 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-294x420.png 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-150x214.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-300x428.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari.png 500w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></p>
<p><em>Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza</em> a c. di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026, euro 15,20</p>
<p>Il titolo militante di questo libro collettivo trae ispirazione dall’impegno di molti degli autori nella pluridecennale lotta per la difesa della scuola pubblica dall’offensiva neoliberista, ma esso non è solo un testo polemico perché risulta allo stesso tempo un’eccellente introduzione per un non addetto ai lavori desideroso di capire le dinamiche in atto grazie al livello politicamente e culturalmente alto, ma non specialistico, dei contributi e alla varietà degli argomenti trattati. Si passa così da interventi di ordine più generale, che affrontano la crisi della scuola nell’ambito della cultura postmoderna con riferimento allo sdoganamento all’interno delle didattiche di aspetti e pratiche dell’ideologia neoliberale (Lo Vetere), le modifiche, ossia gli ostacoli, al lavoro del docente portati dall’autonomia scolastica e la trasformazione della didattica come esercitazione al lavoro subordinato (Maurizi), la mercificazione dell’insegnamento universitario e secondario (Zinato) e il discorso pubblico (mediatico) sulla scuola e in particolare all’attacco alla figura del docente (Contu) per passare a messe a fuoco rigorose di vari aspetti decisivi della realtà scolastica attuale. Possiamo così vedere la crisi dell’istruzione professionale (Polacco), i meccanismi che stanno dietro alle cosiddette valutazioni oggettive dell’efficienza del sistema scolastico (Latempa), i disastri della riforma dell’accesso alla professione docente tramite i famigerati CFU (Scuderi) e la ricostruzione della vicenda dei finanziamenti PNNR come tentativo di compiere un’ideologica informatizzazione della scuola anziché cercare di usarli produttivamente per i bisogni reali (Bandini). Forse sarebbe valsa la pena di dedicare un intervento anche agli effetti selettivi che produce il mercato della scuola tramite la competizione, dalla fiera degli open day a certe innovazioni burocratiche come il RAV (rapporto di autovalutazione, un documento disponibile sul sito di ogni scuola, in cui si presentano i livelli dell’utenza dell’istituto, in modo da orientare le scelte dei genitori, particolarmente significativo nel passaggio dalla scuola elementare alla media inferiore).</p>
<p>Uno dei meriti fondamentali di questo libro è di proporre in tutti i suoi interventi una lettura di classe delle trasformazioni della scuola di questi ultimi trent’anni, siano esse riforme o ‘buone pratiche’, innovazione lessicale di epoca renziana che è coincisa con la contestuale scomparsa della riflessione su come e per chi sia buona una pratica. Oggi infatti assistiamo a un dibattito politico sulla scuola che, come nota Mimmo Cangiano nell’introduzione, è una vera e propria guerra culturale tra sinistra e destra ossia un dibattito tanto feroce quanto sovrastrutturale. Cosa vuol dire questa espressione? Che in fondo tanto destra quanto sinistra sviluppano un discorso idealizzato, se non mitico, caricando di valore smisurato misure simboliche del tutto secondarie (per esempio la questione dell’obbligo per gli alunni di alzarsi in piedi quando entra in aula il docente), trascurando i processi materiali che intervengono a modificare radicalmente la struttura della scuola. In particolare domina a destra lo stereotipo del declino della scuola abbattuta dal permissivismo sessantottino e dall’altro lato la negazione di qualsiasi declino tramite la retorica dell’inclusione. Quindi “la destra fa il gioco che ha sempre fatto: spiritualizza i processi capitalistici. Mentre lascia intatte (e anzi difende) le dinamiche strutturali che hanno condotto a un tale stato di cose, ammanta questi processi con la sue parole d’ordine (identità, tradizione ecc.)” (p.11); la sinistra invece “legge queste dinamiche strutturali come propedeutiche a una scuola che, lontana dalle secche disciplinariste del gentilianesimo, miri alla formazione di un cittadino sanamente empatico e inclusivo” (p.11). Insomma destra e sinistra si scontrano su simboli culturali, ma non intervengono sui processi materiali, economici, cha hanno un’origine sistemica, di trasformazione e di annichilimento della scuola pubblica.</p>
<p>Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati da una miriade di riforme e innovazioni che ricevono il loro impulso iniziale dalle grandi istituzioni economiche del capitalismo (OCSE, UE, Banca Mondiale, fondazioni e think tank privati) con il duplice obiettivo, non sempre armonizzato, di creare un mercato nella scuola e di formare l’individuo neoliberale tramite l’interiorizzazione degli obiettivi e delle qualità necessarie a diventare un soggetto acquiescente a qualsiasi richiesta del mondo del lavoro. Una parte significativa della pedagogia universitaria sia progressista sia conservatrice ha collaborato fattivamente a questo processo, di cui la cosiddetta didattica delle competenze è l’aspetto più noto, presentandosi come tecnoscienza dell’insegnamento, probabilmente nel tentativo di ricollocarsi a favore di sole in un’università che a sua volta subisce l’offensiva postmoderna contro i saperi non performativi o inutili, ossia quelli non immediatamente spendibili sul mercato o non funzionali al discorso ideologico neoliberale. Possiamo vedere un sintomo di queste dinamiche nell’allergia del discorso pedagogico a qualsiasi storicizzazione, cioè  il docente e gli studenti sono considerati in una classe totalmente avulsa da qualsiasi contesto, quasi in vitro, come si può evincere dagli interventi di Lo Vetere e Maurizi in particolare. Da questo deriva una sorta di feticizzazione di determinate pratiche scolastiche, per esempio certe metodologie, sentite per loro stessa natura come progressive e, ça va sans dire, risolutive senza riflettere sul paesaggio sociale e storico in cui la scuola opera e senza prendere in esame la possibilità che il valore di una determinata pratica non sia assoluto, ma relativo e fortemente condizionato dal quadro generale.</p>
<p>In questo senso il dibattito sulla valutazione assume aspetti grotteschi o, come scrive Latempa, è inesistente perché prescinde sistematicamente dal significato politico, economico e sociale delle prove standardizzate, come quelle INVALSI, e dal loro impatto sulla scuola nel suo complesso. La pretesa di misurare oggettivamente le performance degli insegnanti tramite quelle degli studenti, essenzialmente con quiz, banalizza il lavoro scolastico e non serve a spiegare certo le difficoltà di apprendimento, ma è funzionale a creare tabelle e classifiche che, pretendendo di misurare un’astratta efficienza, mettono in competizione tra loro gli istituti. Non a caso il documento istitutivo delle prove INVALSI venne redatto da tre economisti totalmente estranei alla scuola.</p>
<p>In molti interventi emerge la questione degli insegnanti: l’attacco mediatico a cui sono sottoposti, ricordato da Contu, che li ritrae come depositari di un sapere inutile che comunque non sanno comunicare  e dall’altro la miriade di nuovi incarichi e obblighi di tipo essenzialmente burocratico, che Maurizi descrive puntualmente, non sono un effetto collaterale delle riforme o una questione eminentemente sindacale, perché l’attacco alla figura del docente come lavoratore della conoscenza e la sua trasformazione in un facilitatore o assistente senza particolare autonomia didattica e culturale, di cui si può scorgere un riflesso anche nella vicenda del PNNR raccontata da Bandini e, ancor di più, nell’incredibile riforma del sistema di reclutamento dei docenti tramite l’abilitazione professionale a pagamento offerta dalle università on line, analizzata da Scuderi, è un aspetto centrale della scuola neoliberale. Se si vuole trasformare la scuola in una cinghia di trasmissione delle idee neoliberali, occorre avere insegnanti culturalmente deboli e quindi incapaci di creare un rapporto educativo con i ragazzi. Ciò è particolarmente visibile nella questione del reclutamento dei nuovi docenti, che non deve essere considerata una delle tipiche inefficienze italiane, ma una scelta politica consapevole: cioè la possibilità di ottenere i crediti tramite cui si accede all’abilitazione professionale sostanzialmente pagando, anziché  vincendo concorsi abilitanti o, al limite, facendo scuole in presenza tenute da università pubbliche come in passato, è mirata a rendere più difficile l’assunzione di personale preparato dal punto di vista didattico e disciplinare, con buona pace della retorica della meritocrazia, perché lavoratori dequalificati sono più facilmente manovrabili e più deboli nella loro relazione con gli studenti.  La scuola che mira alla formazione del capitale umano per il mercato del lavoro non solo deve guardare con sospetto a qualsiasi forma di trasmissione culturale, potenzialmente critica verso l’esistente, ma osteggia quella relazione umana tra docente e studente, che è alla base dell’idea stessa di scuola, quello scambio necessariamente asimmetrico, specie all’inizio, ma pur sempre umano, senza il quale non si insegna né si impara nulla.</p>
<p>Si impara invece molto da questo libro, e non alludo soltanto alle analisi puntuali dei meccanismi di distruzione della scuola pubblica in una società e in un mondo, che ama dipingersi come il più civile e illuminato di sempre, ma al richiamo morale e politico, che implicitamente e talvolta anche esplicitamente comunica al lettore, di non accettare di essere governati, ma di criticare con coraggio l’esistente perché una scuola democratica è premessa irrinunciabile di una vita democratica.</p>
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		<title>Cinismo contemporaneo e malinconia anacronistica ovvero opinioni di un disadattato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cinismo]]></category>
		<category><![CDATA[file Epstein]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Starobinski]]></category>
		<category><![CDATA[malinconia]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Sloterdijk]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> il cinismo non solo è un atteggiamento spirituale (o forse si dovrebbe dire figura fenomenologica) molto diffuso nel mondo contemporaneo, ma che esso è anche un prodotto di un certo tipo di sviluppo della modernità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-118976" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-300x234.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-768x600.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-538x420.jpg 538w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-150x117.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-696x544.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Poco più di quarant’anni fa il filosofo tedesco Peter Sloterdijk ha convenientemente dimostrato in un libro importante, <em>Critica della ragion cinica</em>, che il cinismo non solo è un atteggiamento spirituale (o forse si dovrebbe dire figura fenomenologica) molto diffuso nel mondo contemporaneo, ma che esso è anche un prodotto di un certo tipo di sviluppo della modernità. Siccome ritengo questa diagnosi ancora valida, vale la pena di ricapitolare i tratti di questo fenomeno, secondo il nostro autore infatti “Il cinismo, inteso come falsa coscienza illuminista, è un’intelligenza astuta, ambiguamente opaca, indurita e scissa da ogni coraggio aprioristicamente ritenuto ingannevole, come ogni positività: tale forma di coscienza sa occuparsi ormai soltanto di tirare a campare, pur che sia” (op.cit., trad.it, Raffaello Cortina editore, 2013, p.368).  Si tratta cioè di una coscienza conservatrice, che, pur essendo consapevole della possibilità morale della critica, si adatta al mondo così com’è aborrendo ogni speranza, favorita dalla convinzione, fondata o meno, di aver perfettamente capito il proprio tempo.</p>
<p>Questa considerazione di Sloterdijk mi è venuta in mente di recente con la divulgazione dei file del caso Epstein. Questa foto di gruppo del capitalismo globalista, nel quale la brutale mercificazione del corpo femminile si coniuga con la costruzione di reti di complicità bipartisan, o anche tripartisan, che diventano l’iscrizione a un club esclusivo, nel quale il reciproco coinvolgimento criminale vale come la sola garanzia di rispetto degli accordi presi negli affari in un mondo che non rispetta nulla, è certamente un esempio di cinismo contemporaneo, in particolare nell’idiota fiducia che un giro così vasto nello spazio e nel tempo non sarebbe stato scoperto. Il cinismo del potere che emerge qui è, però, già noto e non aggiunge molto a quanto già visto nel passato, come hanno fatto notare sia coloro che si richiamavano nella loro analisi a Sade e a Pasolini sia coloro che guardavano a Schnitzler e Kubrick. Accanto a questo, vi è il cinismo più contemporaneo dell’apparato mediatico che diffonde le rivelazioni con sapienti dosature volte a coprire gli interessi vivi, mettendo in primo piano personaggi famosi ma non potenti o ex potenti e non distinguendo nei file tra contatti pubblici e ordinari e quelli penalmente o eticamente rilevanti. A sua volta questa strategia poggia sul cinismo implicito del pubblico, che commenterà questo o quel partecipante, ma non porrà mai la questione politica generale dell’esistenza del mondo di Epstein. Anche il militante che sarà disponibile a porre tale questione non sfugge a una dinamica cinica perché per lui essa non si pone in sé, in quanto esistenza del male, almeno in prima battuta, ma come sintomo dei rapporti di potere e di produzione sottostanti. Forse l’unica voce, in questo contesto, a sfuggire al cinismo è quella della femminista che rivendica la dignità e la libertà del corpo femminile contro la violenza maschile. Tale voce, tuttavia, a meno di non fare come quella che guarda dall’esterno senza mettere i piedi nella pozzanghera, è destinata a vivere le stesse contraddizioni del militante.</p>
<p>Per il militante, senza potere e senza voce, solo e braccato dall’insensatezza della società, non vedere nelle cose i rapporti sottointesi e rinunciare allo sguardo polemico contro il potere giudicandolo non solo per quello che fa direttamente, ma per quello che significa l’azione in una prospettiva lunga, storica, in breve non essere machiavellico ossia cinico, è impossibile, significa diventare un militante fritto (o cucinato in altra maniera). Ma se la logica del cinismo lo domina in maniera incontrastata, viene riassorbito dentro quella più generale e meglio gestita del potere.</p>
<p>Forse da questa aporia apparentemente insolubile offre una via di uscita l’ottimismo della volontà del militante. Come ogni ottimismo, anche questo deve postulare ingenuamente uno spazio per l’azione che deve essere agita limpidamente e che rompe con l’aspetto rinunciatario e ostile a ogni positività, che il cinismo porta con sé, in nome di una liberazione. Portarsi su questo piano significa però posizionarsi sul terreno del ‘ridicolo e sublime’, cocktail che nella contemporaneità lascia al secondo ingrediente un ruolo simile alle due o tre gocce di angostura nell’old fashioned. D’altra parte, mentre le quantità degli ingredienti nell’old fashioned sono destinate a restare immutabili nel tempo perché non risentono delle dinamiche storiche (forse un giorno non si berrà più l’old fashioned, ma fino all’ultimo giorno le gocce di angostura resteranno due o tre), in un’epoca di veloci trasformazioni, come è diventata la nostra a partire dall’inizio di questo decennio, le quantità di sublime potrebbero aumentare improvvisamente e i rapporti tra i due ingredienti mutarsi notevolmente.</p>
<p>Ora è evidente che se il ridicolo è compatibile con il cinismo, il sublime non lo è affatto, ma ‘ridicolo e sublime’ insieme ci pone inequivocabilmente su un piano diverso: quello della malinconia.  Caratteristica della malinconia è la ciclotimia, sono l’esaltazione e l’abbattimento, entrambi irriducibili agli schemi dell’intelligenza cinica. Ma soprattutto il “malinconico perde il sentimento della correlazione tra il proprio tempo interiore e il movimento delle cose esteriori. Si lamenta della lentezza del tempo […]. Ma spesso il malinconico sente che la sua risposta al mondo è in ritardo. Di fronte allo spettacolo esterno che si accelera vertiginosamente, egli sente in sé una sorta di impedimento” (Jean Starobinski, <em>La malinconia allo specchio</em>, p.59, trad.it., SE, 2006). Se il carattere del malinconico è questo sfasamento anacronistico, esso sfugge, si potrebbe dire per necessità logica, a quel sentimento del tempo tipicamente cinico di sentirsi posizionati al culmine dell’arco temporale, unici interpreti autorizzati del senso dei fatti. Ed è questo il pregio saliente del malinconico: il suo smarrimento e il suo sentimento di inadeguatezza, che rendono impraticabili le risposte preconfezionate del cinismo e pertanto lasciano uno spazio oggettivo alla ribellione. Ciò diventa particolarmente evidente in una vicenda come questa in cui uno dei motori principali è la perversione sessuale, l&#8217;eccitazione del potente di fronte alla vulnerabilità fisica e psicologica della ragazzina, che la società normalizza nella sua adorazione della ricchezza, ed è solo il malinconico ritardatario che può affermarne la natura malata.  Ora che di fronte alla rivelazione dei file, che in definitiva ci dicono cos’è il potere, il rischio è quello di restare attoniti o di accondiscendere al cinismo, che concede sempre una sua gratificazione simbolica e/o pratica, allora le qualità della malinconia diventano più preziose che mai nello sfuggire all’andazzo del mondo e nel preservare una propria indipendenza spirituale (e politica).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Considerazioni sul referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 13:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[carriere dei giudici]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 22.23 marzo. CSM]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio  Mascitelli</strong> <br /> Una breve riflessione sui rischi per l'indipendenza della magistratura provenienti dalla riforma del CSM]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-118934" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura.jpg 441w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Come è noto, il 22-23 marzo prossimi saremo chiamati a un referendum confermativo della riforma del Consiglio superiore della magistratura, che si è reso necessario in quanto tale riforma di tipo costituzionale non avuto la maggioranza qualificata dei 2/3 in parlamento. L’oggetto del referendum e della legge è la separazione delle carriere della magistratura tra quella inquirente (ossia i pubblici ministeri che fanno le indagini ed eventualmente sostengono la pubblica accusa nel caso di un processo) e i giudici propriamente detti, che invece dirigono il processo ed emettono la sentenza. Attualmente promozioni, trasferimenti ed eventuali sanzioni sono gestite dal Consiglio superiore della Magistratura (CSM, presieduto dal presidente della Repubblica, che normalmente delega il ministro della giustizia e costituito da trenta membri, venti eletti dagli stessi magistrati detti ‘togati’ e dieci dal parlamento detti ‘laici’): nella legge oggetto del referendum o meglio nei provvedimenti che correggono 7 articoli della costituzione vengono previsti due CSM, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Ora se le correzioni si limitassero a questo, probabilmente voterei per l’approvazione perché a mio avviso in uno stato democratico, e quindi garantista nell’amministrazione della giustizia, è preferibile che le carriere siano separate, anche se vi sono esempi di magistratura ben funzionante con le carriere unite.</p>
<p>Il problema è che la riforma presentata dal governo non si limita a questo, ma prevede la sostituzione dell’elezione dei membri del CSM con il sorteggio. In particolare i membri togati verranno sorteggiati tra tutti i magistrati, compresi quelli meno esperti o quelli che per qualsiasi tipo di ragione non vogliono far parte del CSM, peraltro tutti saranno indeboliti nell’espletamento dei lori compiti dal fatto di non rappresentare la scelta dei colleghi, ma di essere un prodotto del caso, mentre quelli laici saranno sorteggiati tra una lista di giuristi scelta dal parlamento senza alcun tipo di indicazione numerica (in altre parole la lista sorteggiata dal parlamento potrà essere composta da undici nomi per dieci posti con quel grado di prevedibilità che ciascuno può immaginare). In pratica mentre per i magistrati ci sarà un sorteggio effettivo, per i membri dei CSM scelti dalla politica, ci sarà una nomina travestita da sorteggio. Ora chiunque abbia un minimo di esperienza politica sa che in un&#8217;assemblea composta da una maggioranza selezionata casualmente e una minoranza compatta con una prassi e obiettivi chiari, il controllo effettivo è nelle mani di quest&#8217;ultima. In altri termini questa riforma diventa un cavallo di Troia per sottoporre la magistratura al controllo politico, in particolare della maggioranza parlamentare e quindi in definitiva del governo, come ci conferma l’altra grossa novità ossia l’introduzione dell’Alta corte disciplinare a cui viene affidato il potere di comminare provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, che adesso è competenza del CSM. Questa corte sarà composta da 15 membri di cui 3 nominati dal presidente della repubblica, tre dal parlamento e nove sorteggiati tra i magistrati con almeno venti anni di anzianità di servizio. Anche in questo caso abbiamo nomine politiche per i laici contro sorteggi per i togati. Per queste ragioni penso sia importante votare NO, in quanto i rischi per lo stato di diritto di un controllo politico della magistratura sono superiori a quelli, invero limitati, di un solo CSM.</p>
<p>Preferisco non intervenire sul contesto politico generale, anche se naturalmente alcune osservazioni generali sarebbero da fare su come si collochi questa riforma nel quadro della politica del governo e di quella italiana nel suo complesso, mantenendomi sul nocciolo della cosa perché la campagna elettorale è stata un’occasione, forse inevitabilmente, di polemiche inutili e pretestuose. Spesso nelle campagne elettorali vengono tirate in ballo problematiche relative all’universo mondo e risalenti alla notte dei tempi, ma in un referendum è importante scegliere avendo chiaro qual è il merito della questione, che consiste esattamente in quanto ho descritto sopra.</p>
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		<title>Anatre di ghiaccio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/08/anatre-di-ghiaccio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2026 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Le anatre di ghiaccio]]></category>
		<category><![CDATA[Mariano Bàino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> E’ possibile che la scrittura aforistica, questo genere antico quasi di incrocio tra il discorso letterario e quello filosofico, conosca una seconda giovinezza nella situazione attuale di fruizione fluida dei testi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-117833" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/bainoEsterniSTAMPA_page-0001-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/bainoEsterniSTAMPA_page-0001-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/bainoEsterniSTAMPA_page-0001-659x1024.jpg 659w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/bainoEsterniSTAMPA_page-0001-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/bainoEsterniSTAMPA_page-0001-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/bainoEsterniSTAMPA_page-0001-300x466.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/bainoEsterniSTAMPA_page-0001-696x1081.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/bainoEsterniSTAMPA_page-0001.jpg 759w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></p>
<p>E’ possibile che la scrittura aforistica, questo genere antico quasi di incrocio tra il discorso letterario e quello filosofico, conosca una seconda giovinezza nella situazione attuale di fruizione fluida dei testi. I ritmi sincopati di lettura che la nostra esistenza on line diffonde sempre di più, anche fuori dalla rete, possono trovare un antidoto al rischio della banalizzazione multitasking in questa scrittura che fa della sintesi consapevole e della verticalità il proprio punto di forza, a patto che rinunci a una concezione sacralizzata del linguaggio, procedente per illuminazioni, accettando la sfida portata dai flussi comunicativi quotidiani alla parola e al suo senso. Quando tutto diventa narrazione, a superare il flusso incontrollato delle parole potrebbe essere proprio la scrittura aforistica che recupera la perduta lentezza imponendo l’attenzione su qualche singolo dettaglio o frangente.</p>
<p>Mariano Baino ci offre con la nuova edizione arricchita de <em>Le anatre di ghiaccio</em> (Ancona, Argolibri, 2025, euro 14) un esempio significativo di queste possibilità contemporanee. I testi qui raccolti, che variano dalla lunghezza di una pagina fino alla misura delle poche parole, quasi della formula, si avvalgono della duplice esperienza del poeta e del prosatore Baino, anzi in fondo della triplice esperienza, in quanto Baino ha dimostrato di praticare con profitto sia la prosa saggistica sia quella narrativa. Tale varietà stilistica, che non è mai eterogeneità perché è governata con sapienza, è funzionale a quella tematica che rivela l’ambizione alta di questa scrittura di afferrare l’inafferrabile ossia il mondo compulsivo di oggi (e non è un caso che, mentre l’opera mondo non riesce a tenere fede al suo compito novecentesco affondando nel pachidermico romanzo postmoderno, divenuto gioco sulle cose anziché sofferta comprensione, cioè non  vita ma spettacolo, siano delle scritture a vario titolo frammentarie a offrire oggi, almeno per approssimazione, una presa sul reale). Così tramite le sue anatre Baino convoca elementi di critica della società, della cultura e dell’ideologia, dettagli eruditi, ricordi personali, moralità minime e, nello stesso tempo, giochi di parole, nonsense, battute epigrammatiche e un citazionismo spesso rivisitato polemicamente e ironicamente tramite il montaggio.</p>
<p>Del resto ci ricorda Massimiliano Manganelli nell’introduzione che in Mariano Baino abbiamo la convivenza tra “uno scrittore che, con grande approssimazione, possiamo definire sperimentale- o d’avanguardia, se si preferisce- e uno contrassegnato da una postura più classica, più esplicitamente letteraria” (p.5, op.cit.). Questa osservazione è il miglior viatico per la lettura di <em>Le anatre di ghiaccio</em> perché entro questa polarità si collocano e si spiegano i testi nella loro varietà.</p>
<p>A titolo d’esempio, prendiamo questo brevissimo testo tratto dalla sezione iniziale <em>La via di Damasco</em>: “La società, al poeta d’oggi, chiede e ordina solamente questo: «Reading, pagliaccio!»” (p.51). Il calembour citazionistico qui funziona come denuncia di una pratica banalizzante della poesia, dai poetry slam alla ritualità di certe letture. La parola aforistica invera il suo contenuto perché evoca e irride la banalità dominante, così il gioco di parole non è fine a se stesso ma diventa uno scarto etico alla norma.</p>
<p>E ancora: “Gruppi di interessi particolari. La globalizzazione come il contrario dell’universalità. Frazionamenti egoistici e di categoria. Convenienze specifiche che trovano più incisività e potere attraverso la vittimizzazione. Il gruppo debole, che ha subito un <em>vulnus</em>, il gruppo-vittima. Etichettamenti e creazioni di stereotipi. Il <em>victim moviment</em> ci fornisce gli eroi dei nostri tempi. Come saranno i loro monumenti?” (p.148, sez. <em>Globaglie, deglobaglie e post</em>). Qui la sintassi nominale non procede come accumulazione di immagini o concetti, ma al contrario come ricapitolazione di consequenziali passaggi critico-logici che culminano con una domanda polemica, ma non retorica, sull’effetto culturale del culto della memoria e della testimonianza nella nostra epoca. Le strategie retoriche e stilistiche dei due testi proposti sono diverse, l’una più vicina allo sperimentalismo l’altra più canonica, ma funzionali allo specifico intento critico nei confronti di due fenomeni della cultura e dell’ideologia del nostro tempo.</p>
<p>Per esaminare un aforisma più lungo (pp-82-83 nella già citata sezione iniziale <em>La via di Damasco</em>): Baino riporta una citazione dalle <em> Nozioni tendenti alla pubblica felicità</em> di Pietro Verri in cui l’illuminista spiega che per incarichi pubblici sarebbero preferibili uomini modesti e poco ambiziosi perché di solito sono quelli più meritevoli. Ecco allora l’autore chiedersi “come se la sarebbe cavata il Verri ai tempi nostri, in cui la comunicazione risente dell’influenza decisiva delle tecnologie, dell’offerta plurima dei canali televisivi; di ciò che è insomma il messaggio-massaggio descritto da McLuhan con il mondo stropicciato, manipolato, fregato dai media. Come «trascegliere» il più schivo se non c’è (non può più esserci) quello che «si smania» di meno….”. In questo caso invece abbiamo un uso di una scrittura più pianamente saggistica con una citazione e il suo commento, ma anche questo aforisma come quello appena citato si conclude con un interrogativo a dimostrazione della natura interstiziale, problematica e non sacrale della scrittura di Baino.</p>
<p>Naturalmente sarebbe possibile citare altri esempi della biodiversità stilistica de <em>Le anatre di ghiaccio</em>, ma ciò che è comune a tutte queste variazioni è la loro funzionalità a una fenomenologia critica del mondo attuale.</p>
<p>Come si è visto nel libro, gli aforismi sono raccolti in sezioni tematiche che, come si nota soprattutto in quelle più brevi, autorizzano una loro lettura come macrotesto in cui però non va individuato un filo argomentativo consequenziale dei singoli brani, quanto una sorta di indicazione delle loro possibilità di sviluppo in diverse direzioni tematiche; i titoli cioè funzionano come una nebulosa di possibilità argomentative di un certo tema. E’ insomma una scrittura che suggerisce e non asserisce o meglio che privilegia il suggerire e invita il lettore a giungere alle sue conclusioni, e così trova una delle sue ragioni principali di interesse in un’epoca in cui l’uomo vive in una foresta di asserzioni e di consigli per gli acquisti, spacciati come dati di fato scientifici.</p>
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		<title>Il giovane, la manifestazione e il futuro (opinioni di un disadattato)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 12:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni per Gaza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> Tra tutti gli scrittori che in Italia contribuiscono a costruire la narrazione attuale dominante, insomma quella che nel Novecento si sarebbe chiamata ideologia, il più abile e il più intelligente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-116360" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-137x300.jpeg" alt="" width="137" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-137x300.jpeg 137w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-466x1024.jpeg 466w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-768x1686.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-700x1536.jpeg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-933x2048.jpeg 933w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-150x329.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-300x659.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-696x1528.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-1068x2345.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-191x420.jpeg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG-20251003-WA0005-scaled.jpeg 1166w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" /></p>
<p>Tra tutti gli scrittori che in Italia contribuiscono a costruire la narrazione attuale dominante, insomma quella che nel Novecento si sarebbe chiamata ideologia, il più abile e il più intelligente, spregiudicato solo per quel che serve senza cedere in nulla alla vanità, è Alessandro Baricco. Lo avevo già notato ai tempi delle vaccinazioni per il covid, quando aveva ricordato, unico tra i commentatori main stream, che criminalizzare una minoranza che non si vaccinava, per paure superstiziose o per motivi di altro genere, non era utile sul piano sanitario e in compenso avrebbe prodotto una scia di rancore, ma lo conferma con il suo intervento sulle manifestazioni per Gaza (si può leggere qui: <a href="https://www.repubblica.it/cultura/2025/10/09/news/alessandro_baricco_l_addio_al_novecento_dei_ragazzi_nelle_piazze-424900624/?ref=RHLF-BG-P1-S1-T1-s367">https://www.repubblica.it/cultura/2025/10/09/news/alessandro_baricco_l_addio_al_novecento_dei_ragazzi_nelle_piazze-424900624/?ref=RHLF-BG-P1-S1-T1-s367</a>). Infatti negli stessi giorni in cui assistiamo al linciaggio mediatico di Francesca Albanese, colpevole di lesa maestà per aver detto che le argomentazioni della senatrice Segre su Gaza sono inconsistenti, a interventi di autorevoli commentatori che, compunti con il ditino alzato, spiegano che il milione di persone che ha partecipato alla manifestazione di Roma sostiene Hamas perché dieci persone hanno gridato delle sciocchezze, e al tintinnare per i manifestanti di manette, promesse e mantenute, Baricco constata  che queste manifestazioni erano inevitabili perché su Gaza per la sensibilità giovanile si è andato oltre. Dunque queste manifestazioni non sarebbero politiche, ma rappresentano l’addio dei giovani a un modo novecentesco che sta tirando gli ultimi colpi di coda, e qui Baricco è particolarmente abile perché in realtà non è specificato esattamente in cosa consista il novecentismo di Gaza (certo le violenze israeliane, ma anche i concetti di colonialismo e imperialismo che ci servono per analizzare quelle violenze), alla fine tutto diventa novecentesco e quindi da buttare via. Si tratterebbe quindi per i giovani di buttare via definitivamente quel mondo, come se potessero decidere da soli, come se non ci fosse un potere politico economico che decide per loro, per tornare al loro mondo libero, iperconnesso e gamificato della globalizzazione, sbarazzatesi di queste scorie. Credo che in Baricco operi anche una preoccupazione specifica legata alla sua iniziativa della scuola Holden perché con sensibilità si rende conto che queste manifestazioni di Gaza sviluppano un immaginario giovanile non governabile con le narrazioni holdeniane (ed ecco perché le critiche alle narrazioni belliciste dell’apparato mediatico ufficiale).</p>
<p>Ora non credo che occorra l’intelligenza comunicativa di Baricco per comprendere che le narrazioni belliciste e nazionaliste sono perdenti e che sarebbe auspicabile averne una più accattivante, penso che qualsiasi operatore mediatico lo sappia. Il problema è che le narrazioni belliciste si sviluppano perché siamo in un tempo di guerra: per esempio la nuova UE a trazione polacca che si va costruendo sotto i nostri occhi non ha come epicentro l’euro, ma il riarmo e in prospettiva la guerra e, se anche la Germania vorrà riprenderne il controllo, lo farà in questa direzione. A sua volta la guerra è arrivata alle nostre porte perché quello straordinario periodo pacifico della globalizzazione, a sua volta, era un periodo in cui le guerre semplicemente avvenivano lontano (non necessariamente in senso geografico, basti pensare a quella del Kosovo, ma in senso semiotico, lambivano l’immaginario perché al massimo ci indignavano ma non ci coinvolgevano sentendoci, erroneamente, in pace) perché l’Europa stata spendendo i soldi che aveva accumulato durante il cattivo Novecento e, circolando qui ancora i soldi, non c’era ragione di guerra.</p>
<p>Il movimento per Gaza non ha nessuna prospettiva politica, se intendiamo questa cosa nell’accezione novecentesca: infatti il movimento non ha nessuna sponda politica con cui incidere nelle scelte. Chi dovrebbe essere questa sponda? Il centrosinistra con metà dei suoi rappresentanti che su Gaza hanno su per giù le stesse posizioni di Meloni? Non so se mi trattenga il riso o la pietà dal commentare questa prospettiva. Ma proprio questa frustrazione svilupperà consapevolezza e quindi politicizzazione. Infatti Gaza non è solo Gaza, un posto lontano che subisce un tormento inaccettabile contro cui protestare, Gaza per i giovani è l’ingiustizia assoluta che illumina e dà un nome a tutte quelle ingiustizie minori che caratterizzano la loro vita e che in una cultura gamificata non possono avere nome. Cip, cip fa il passero e il poeta traduce “quel prodigio della vostra società. Fuori cemento armato e dentro frolle ossa”.</p>
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		<title>Dal letame nascono i fiori: su Io di Wolfgang Hilbig</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Sep 2025 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[io]]></category>
		<category><![CDATA[recensione a Io]]></category>
		<category><![CDATA[wolfgang Hilbig]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> Il romanzo narra di uno scrittore o aspirante scrittore, che conosciamo con il nome di copertura di Cambert, arruolato dalla Stasi e trasferito dalla sua cittadina di origine, indicata solo con l’iniziale A., nella Berlino Est degli anni ottanta per introdursi nella ‘scena’]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-115140" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/300-ich-210x300.png" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/300-ich-210x300.png 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/300-ich-150x215.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/300-ich-294x420.png 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/300-ich.png 300w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></p>
<p>Esce finalmente per i tipi di Keller <em>Io </em>di Wolfgang Hilbig (Rovereto, 2025, euro 20), uno dei testi contemporanei più significativi della letteratura tedesca ed europea, in una traduzione, capace di rendere plausibile in italiano il tedesco sedimentato e personalissimo dell&#8217;originale, di Roberta Gado e Riccardo Cravero, che si erano già cimentati nei racconti lunghi <em>Le femmine</em> e <em>Vecchio scorticatoio</em>, di cui mi ero occupato qui: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/01/06/le-femmine-di-hilbig/">https://www.nazioneindiana.com/2020/01/06/le-femmine-di-hilbig/</a> .</p>
<p>Il romanzo narra di uno scrittore o aspirante scrittore, che conosciamo con il nome di copertura di Cambert, arruolato dalla Stasi e trasferito dalla sua cittadina di origine, indicata solo con l’iniziale A., nella Berlino Est degli anni ottanta per introdursi nella ‘scena’, così vengono chiamati in gergo dalla ‘ditta’, cioè la Stasi, i circoli letterari del dissenso, e in particolare per seguire uno scrittore misterioso, in quel momento in cima ai sospettati proprio perché nella sua attività letteraria e nel suo comportamento personale non sembra tramare nulla contro la DDR. D’altra parte Cambert rivela, per così dire, un’ontologia debole per cui la sua identificazione con i tratti fittizi della spia diventa in certi momenti pienamente sincera, interpolandosi e scontrandosi con lacerti della sua vita precedente, favorito in ciò dal suo superiore, nome in codice Feuerbach, che lo instrada a una visione disincantata dei rapporti tra cultura, verità e potere e allo stesso tempo sembra essere l’unico a prendere sul serio il potenziale della letteratura. Insomma abbiamo qui un personaggio parzialmente fittizio che si trova per ragioni professionali a dover seguire soggetti dai tratti sconosciuti o nebbiosi, quanto meno a lui, ai quali talvolta deve assegnarne, per necessità di servizio, di inesistenti in una sorta di gioco delle tre carte tra verità e finzione, che troverà il suo esempio più eloquente, quando recatosi in visita dalla madre, che non vede da tre o quattro anni, si accorge che la ditta le ha fatto credere tramite delle sue lettere false che lui fosse fuggito in Germania Federale e decide di non rivelarle la verità perché la storia falsa è più gratificante agli occhi materni della realtà delle cose.</p>
<p>Il romanzo è organizzato in tre lunghi capitoli, dei quali il primo e il terzo sono narrati in prima persona da Cambert stesso, il secondo da un narratore onnisciente in terza persona, sia pure con focalizzazione interna, che racconta la storia dell’arruolamento nella ditta di W., il vero nome di Cambert, che noi però non apprenderemo mai, anche se sembra condividere alcuni aspetti della biografia dell’autore (un poeta proletario che lavora in fabbrica come fuochista in una cittadina di provincia), mentre altri non coincidono (per es. la vicenda si svolge in buona parte negli anni della perestrojka quando Hilbig era già in Germania Federale). Visto che il narratore esterno si insinua nel romanzo proprio nel momento in cui Cambert si addormenta su un treno del passante ferroviario, si potrebbe arrivare a pensare che il narratore non sia nient’altro che lo stesso Cambert che contempla il suo vero io, come una sorta di sosia, di gemello ormai lontano in una differente temperie morale. E’ insomma una struttura narrativa che richiama quell’incertezza di identità di cui scrivevo sopra relativa non solo al protagonista, ma anche allo stato tedesco orientale stesso che appare caratterizzato da una fatiscenza tanto materiale, quanto istituzionale e ideologica. Il libro alterna tratti realistici con momenti onirici e claustrofobici e ciò in ragione non solo dell’architettura narrativa e tematica, ma anche dei registri stilistico-retorici, gestiti dall’autore con quella libertà e padronanza tipiche delle opere destinate a diventare dei classici; accade quindi che vi siano momenti  ironici nei confronti del sistema, che viene irriso anche linguisticamente tramite la messa in scena parodica dei suoi slogan e convenzioni linguistiche, lunghi monologhi interiori, espliciti o riferiti nel libero indiretto, in cui convivano osservazioni e domande ultime sul senso in generale con particolari quotidiani, anche scatologici; infine una procedura fondamentale nel mantenere l’equilibrio tra il realistico e l’onirico è lo sviluppo di una determinata espressione sia in una serie letterale sia in una serie figurata, metaforica o metonimica. A titolo d’esempio nella pagina inziale è possibile leggere l’affermazione “riesco a passare più spesso di tanti altri attraverso i muri”, dove l’io narrante intende la facilità come spia nel penetrare fisicamente negli spazi altrui e quella di avere rapporti proficui con il potere. Ancora più significativo è il titolo del secondo capitolo, “Ricordi nel sottosuolo”, nel quale l’evocazione dell’uomo del sottosuolo convive con la marcata preferenza del protagonista per le cantine come luoghi di quiete e riflessione e nello stesso tempo ottimi nascondigli.</p>
<p>Proprio il riferimento al personaggio dostoevskjano abitatore del sottosuolo, cioè dell’uomo disperato e un po’ compiaciuto della propria abiezione, è il punto (di partenza) che distingue <em>Io</em> dai romanzi di denuncia dell’apparato repressivo del socialismo reale, non perché manchino passaggi pesantemente critici sia in senso realistico, l’odio spontaneo in cui incorre Cambert quando la gente si avvede che si tratta di un collaboratore della Stasi, sia nel monologo raziocinante come un sensazionale  passo in cui il protagonista si convince che l’idea paranoica della Stasi di trasformare l’intera nazione in una massa di spie che si sorvegliano a vicenda sia la perfetta realizzazione di ogni utopia ugualitaria da Platone a Lenin. La questione è invece che i sentimenti contrastanti sulla propria condizione morale determinano quella oscillazione esistenziale, quell’incertezza continua tra realtà e finzione, e si estendono fino a coinvolgere tutto il sistema che Cambert serve: allora  è evidente che emerga il problema del senso o meglio della mancanza di senso che caratterizza tutto il suo mondo; tale sentimento di smarrimento poi è aggravato da un’assenza di qualsiasi illusione sulla controparte occidentale, di cui viene criticato ironicamente il culto mediatico dello scrittore dissidente, che nasconde un vuoto di senso ancora maggiore per la letteratura: lo scrittore al di là del Muro, dice Feuerbach, è “un impiegato impegnato a rigirare i cliché della società dei consumi”. Sono solo le parole di un ufficiale della Stasi, ma per un uomo del sottosuolo le verità spiacevoli non possono che venire da persone spiacevoli, anzi propendo a credere che nell’insistere su questa verità sfuggente e camaleontica in Hilbig ci sia una sfumatura parodica del postmoderno occidentale: si tratta di una lettura probabilmente tendenziosa, ma nel rileggere il libro avevo l’impressione che in questi insistiti giochi di finzione ci fosse anche una sottile presa in giro dello scetticismo light postmoderno occidentale.</p>
<p>Se la problematica centrale del libro, o quanto meno una delle centrali, è l’assenza di senso, l’ascesa del nulla evocato parzialmente in chiave ironica, pare ovvio qui convocare il nome di Samuel Beckett, che anzi è citato esplicitamente, anche se i superiori di Cambert e Feuerbach lo confondono con il santo medievale Thomas Becket. In particolare un romanzo come <em>Molloy</em>, in cui l’agente segreto Moran si dedica alla ricerca dell’inafferrabile personaggio eponimo, con i suoi cambi di narratore sembra recare una lezione che Hilbig ha inteso molto bene e riutilizzato a modo suo. L’ironia beckettiana rimanda però a quella che è una delle fonti principali dell’intera opera hilbigiana ossia il romanticismo tedesco, del quale voglio qui ricordare non qualche citazione o debito stilistico presenti nel testo, ma la nozione di ironia. L’ironia romantica, come sappiamo, è l’ironia radicale che investe tutto il mondo a cominciare dal soggetto stesso che la esercita in una forma di scetticismo generalizzato e non vi è dubbio che in questo senso <em>Io</em> sia un romanzo profondamente ironico. Ciò che probabilmente accomuna Hilbig ai grandi scrittori del romanticismo tedesco è un disagio storico radicale: i romantici, provenienti spesso da un’aristocrazia impoverita dallo sviluppo del capitalismo, non solo vivono dinamiche di emarginazione simbolica e pratica, ma guardano a un mondo che non riconoscono più dominato dal profitto e da uno spirito tecnico di dominio sulla natura, da questa esperienza emerge una domanda senza risposta sul senso di cui l’ironia rappresenta una reazione, assieme, in alcuni di loro, alla regressione reazionaria nell’idealizzazione di un passato medievale. Pur da premesse diverse, Hilbig, il proletario Hilbig si trova nella stessa situazione di sbandamento non solo nel constatare il penoso fallimento dello stato proletario, ma di tutta la modernità illuminista (un fallimento per Hilbig iscritto già nell’idea stessa tipicamente illuminista di una critica perenne). In una serie di lezioni poetiche tenute all’università di Francoforte nel 1995 e intitolate <em>Taglio della critica</em> Hilbig affronta la questione della critica letteraria e della sua trasformazione nella nostra società; essa è però considerata come, in maniera corretta storicamente, un’espressione dello spirito di critica dell’illuminismo. Nella situazione attuale, in particolare dopo lo sviluppo della società mediatica, “letteratura e progresso sono degli opposti”. Infatti Hilbig ricorda che nel 1930 con il suicidio di Majakowski letteratura e illuminismo si separano definitivamente, dopo che il programma del poeta russo di trasformare in un’arma rivoluzionaria la propria penna, nel corso di quella rivoluzione d’ottobre che Hilbig definisce l’ultima grande fase dell’illuminismo, era fallito. In pratica il nostro scrittore accetta la diagnosi postmoderna sulla fine delle grandi narrazioni, ma questa viene vissuta da lui dentro una dinamica drammatica senza aperture in positivo, in perdita di speranze per società e cultura, laddove essa è accettata dai postmoderni in maniera serena e giocosa come fine della storia. Quindi anche se i contesti storici e i contenuti sono radicalmente diversi (i romantici osteggiano quell’illuminismo che per Hilbig non è più tragicamente possibile legare alla letteratura e si risolve in dominio), una delusione senza prospettiva di cambiamento è il terreno comune tra di loro da un punto di vista sentimentale e morale sul quale fiorisce l’ironia radicale.</p>
<p>Michele Sisto in un importante ed esaustivo saggio dedicato alla fortuna italiana di Wolfgang Hilbig, <em>Wolfgang Hilbig nel campo letterario italiano</em> (2024), ricorda come il primo tentativo di far conoscere lo scrittore al lettore italiano con il libro di racconti <em>La presenza dei gatti </em>(1996) si scontrò con un’aspettativa nei confronti di un autore dell’ex DDR di maggiore realismo e di una leggibilità politica più immediata e chiara. Si potrebbe allargare questa considerazione sulla scorta di <em>Critica della vittima</em> di Daniele Giglioli osservando che proprio negli anni Novanta nella cultura occidentale si afferma quel paradigma vittimario, in ragione del quale alla vittima di persecuzioni storiche viene assegnata un’autorità morale assoluta e indiscutibile sulla quale si sono costruite brillanti carriere letterarie anche tra gli scrittori dei paesi del fu Patto di Varsavia, e che un romanzo come <em>Io </em>va in direzione opposta seguendo lo svolgimento della vita anche nei suoi aspetti meno edificanti invece di cercare un fermo immagine con i protagonisti ripresi nella giusta luce e in posa quasi monumentale. Siccome il paradigma vittimario esprime lo spirito del tempo, segnatamente del post Ottantanove, possiamo considerare <em>Io </em>un esempio di letteratura inattuale: come sappiamo l’inattualità è nella letteratura un pregio irrinunciabile per poter essere letti con profitto al di fuori del contesto in cui il libro è stato scritto. E così ora che la DDR è ormai un argomento di repertorio anche in Germania, esaurita la nostalgia per la Trabant, l’ironia e l’ambiguità di Cambert sono illuminanti anche in questo nostro disgraziato tempo, nel quale, se ci guardiamo intorno o anche solo osserviamo il fondo della tazzina di caffè appena bevuto, ci accorgiamo che il sentimento dominante, a dispetto di tutte le libertà di cui siamo passibili, come cantavano i CCCP Fedeli  alla linea negli anni ottanta,  è quello dell’impotenza, e quindi della disperazione, di fronte alle catastrofi (belliche, ambientali, umanitarie e morali) che ci circondano: un sentimento che Cambert conosce profondamente in tutte le sue sfumature.</p>
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		<title>Nella terza guerra mondiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ʃconnessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[militarismo]]></category>
		<category><![CDATA[terza guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> Nella prospettiva, giustamente evocata dal libro, di uno sciopero generale transnazionale contro la guerra è dunque importante disporre di un’analisi puntuale delle origini del conflitto per costruire una piattaforma politica con risposte all’altezza delle domande che la situazione pone.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-114793" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/connessioni-1536x1536-1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/connessioni-1536x1536-1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/connessioni-1536x1536-1-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/connessioni-1536x1536-1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/connessioni-1536x1536-1-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/connessioni-1536x1536-1.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/connessioni-1536x1536-1-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/connessioni-1536x1536-1-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/connessioni-1536x1536-1-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><em>Nella terza guerra mondiale </em>(Deriveapprodi, Bologna, 2025, euro 15) è un libro a cura del collettivo politico ʃconnessioni precarie, che si propone tramite l’analisi di alcuni concetti chiave di esaminare la situazione internazionale individuando alcune linee di intervento politico dal basso nella situazione attuale. I concetti chiave individuati (transnazionale, Stato, militarismo, migranti, conflitti climatici, decoloniale, resistenza, strike the war) a cui corrispondono i vari capitoli vanno a formare un lessico politico che deve essere alla base dell’impegno per trasformare il presente.</p>
<p>Come si può capire da questi stessi lemmi, la riflessione sulla guerra intreccia una serie di temi salienti della contemporaneità. Proprio questa impostazione è funzionale ad abbandonare qualsiasi prospettiva geopolitica nell’affrontare il tema della guerra riportando al centro dell’attenzione il fatto che “nelle guerre definite mondiali la posta in gioco non è stata solo la lotta tra gli Stati per il predominio, ma in maniera altrettanto, se non più, rilevante il modo di esercitare il comando sul lavoro vivo”(p.12). Questo è il primo merito del libro perché il discorso geopolitico, sebbene resti un’analisi razionale rispetto a forme di spiegazione ideologiche o mitologiche come lo scontro di civiltà, finisce con l’oscurare l’aspetto strutturale, che è alla base della guerra mondiale, e in particolare quella guerra civile mondiale, analizzata con rigore da Maurizio Lazzarato, che il grande capitale ha cominciato contro le masse, ben prima che il conflitto coinvolgesse apertamente gli stati con l’invasione russa dell’Ucraina.</p>
<p>In questa prospettiva lo stato, che con la guerra sembra avere riacquistato una posizione di primo piano tramite il suo tradizionale ruolo di detentore del potere militare, dopo che la globalizzazione ne aveva messo in crisi il ruolo di garante dei processi di accumulazione dei profitti, si trova in realtà in una situazione di disarticolazione, qui chiamata disallineamento tra stato e capitale, nel quale il primo non riesce pienamente a essere funzionale agli interessi del secondo, che muta forma nella nuova situazione bellica. Ad esempio l’intervento nel 2023 per salvare alcune banche statunitensi da una nuova crisi finanziaria, coordinato tra stato e la banca privata J.P. Morgan, come del resto su un altro piano dell’azione statale il ruolo di Starlinks nella guerra in Ucraina, è una testimonianza di questo rapporto diverso rispetto al passato tra stato e capitalismo privato.</p>
<p>Il militarismo a sua volta viene individuato non come semplice ideologia bellica, che prelude a un’involuzione autoritaria della società sia nei suoi aspetti politici sia in quelli sociali (donne, lgbqt, migranti), ma come regolatore politico che “dà forma a politiche industriali e sociali che ridefiniscono le condizioni della produzione e della riproduzione e i rapporti di forza tra capitale e lavoro” (p.50). E qui è possibile notare uno scarto netto con la fase della globalizzazione, dove nonostante la serie delle guerre umanitarie, l’autorappresentazione ideologica era quella della fine della storia e di un mondo pacificato tramite il neoliberismo, mentre ora il principio della guerra e le sue eccezioni allo stato di diritto vengono rivendicati.</p>
<p>La guerra investe anche l’emergenza ambientale destrutturando o sospendendo le politiche di transizione verde. Queste politiche già in precedenza erano volte alla costruzione di “una grande fabbrica pulita internazionale” ossia al mantenimento delle logiche produttive capitalistiche globalizzanti, che sono alla base della crisi ambientale e dello sfruttamento dei lavoratori, mentre oggi si assiste a un ritorno, con il riarmo, del capitalismo tradizionale e a un interventismo dello stato, in un quadro in cui il movimento ambientalista tende a disperdersi in lotte frammentarie e incapaci di costruire connessioni stabili.</p>
<p>In un quadro di terza guerra mondiale a pezzi, per usare la perspicua formula bergogliana, dove quindi le linee di conflitto sono più articolare e intrecciate e, in una parola, meno chiare rispetto ai due conflitti mondiali precedenti, se non altro perché tra i paesi del G7 e quelli dei Brics non sussiste uno stato di guerra aperta, ma tutt’al più per procura secondo modalità da guerra fredda, anche la nozione di decoloniale deve essere rideclinata. Secondo gli autori “a differenza della rottura decoloniale dei primi anni Novanta, il discorso decoloniale alimenta le divisioni belliche in campo, ma ha smesso di produrre crepe all’interno del tentativo di comando globale sul lavoro vivo che la Terza guerra mondiale punta violentemente a riaffermare” (p.79); in altre parole, rispetto alla fase della globalizzazione, in cui i movimenti decoloniali esercitavano un ruolo diretto di critica dell’organizzazione capitalistica, la guerra ha messo in primo piano posizioni nazionaliste che non svolgono più una contestazione all’ordine globale, ma si posizionano all’interno della logica bellica magari a sostegno dei capitalismi emergenti scambiati per resistenze all’imperialismo occidentale. E’ insomma il rischio del campismo (il termine indica il sostegno a regimi autoritari, retrivi e a loro volta capitalistici semplicemente perché generano l’illusione che siano forze anticapitaliste per il solo fatto di essere antioccidentali) quello che viene paventato. E’ indubbio, sul piano storico, che il movimento no global, che a Genova nel 2001 aveva espresso un suo punto alto, fu messo in crisi dalla guerra promossa da Bush dopo l’attentato alle Due Torri, così come l’affermazione sulla scena mondiale di potenze non occidentali che puntano a un mondo multipolare, in primo luogo la Russia putiniana, non coincide certo con uno sviluppo di forze democratiche né tanto meno antimperialiste. D’altra parte l’ascesa di Cina, India, Brasile e in misura minore Sudafrica, basti pensare all’espansione cinese di Africa a colpi di accordi commerciali, ha portato rispetto a trent’anni fa a un parziale ridirezionamento della ricchezza verso i paesi del Sud, anche se ha fatto nascere all’interno dei singoli paesi una borghesia nazionale (e nazionalista) e quindi una questione sociale che pone la necessità di una radicale ridistribuzione all&#8217;interno di quelle stesse società. D’altra parte sappiamo grazie a Piketty che l’economia occidentale  oggi è essenzialmente un’economia della rendita finanziaria, la quale per funzionare ha bisogno di una moneta di riferimento internazionale, che a sua volta diventa tale sia per un primato economico sia politicomilitare del paese che la emette ossia degli Stati Uniti, ed è evidente che linee alternative, specie se globali, di distribuzione della ricchezza mettono in discussione tale primato. E la guerra, insieme a politiche economiche aggressive (dazi, dumping, attacco ai debiti pubblici), è uno degli strumenti del suo mantenimento.</p>
<p>Nella prospettiva, giustamente evocata dal libro, di uno sciopero generale transnazionale contro la guerra è dunque importante disporre di un’analisi puntuale delle origini del conflitto per costruire una piattaforma politica con risposte all’altezza delle domande che la situazione pone. E non vi è dubbio che questo libro porti un contributo importante in tal senso, anche da un punto di vista metodologico in quanto la scelta di costruire un lessico politico della Terza guerra mondiale si rivela feconda per il lettore mettendo in luce sconvolgimenti e cambiamenti che lo scenario produce sulle grandi questioni dell’agenda politica contemporanea.</p>
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		<title>Sull&#8217;avvenire intelligente delle nostre scuole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[ChatGpt]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale a scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Manfred Spitzer]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> A partire dagli scorsi mesi si è cominciato ad assistere anche in Italia a una campagna mediatica sommessa ma costante sull’uso dell’Intelligenza artificiale a scuola.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-113868" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/HandC_CRW_9331-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/HandC_CRW_9331-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/HandC_CRW_9331-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/HandC_CRW_9331.jpg 307w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>A partire dagli scorsi mesi si è cominciato ad assistere anche in Italia a una campagna mediatica sommessa ma costante sull’uso dell’Intelligenza artificiale a scuola. Dall’appello a non trascurare l’occasione eccezionale e irrinunciabile fino al richiamo del rischio di perdere il treno del futuro passando per la denuncia della paura dell’innovazione, una serie di argomenti già usati nel passato per abituare l’opinione pubblica all’ineluttabilità di altre innovazioni tecnologiche è tornata a circolare. Sarebbe riduttivo spiegare questo fatto con il tentativo di creare una domanda per questo genere di prodotti magari intercettando fondi o creando un consenso per stanziamenti pubblici in tal senso, non perché interessi del genere non esistano ma perché queste reazioni esprimono uno dei punti chiavi dell’ideologia contemporanea in cui la fiducia razionale nella tecnologia produce atteggiamenti irrazionali nei confronti delle conseguenze sociali che le innovazioni generano.</p>
<p>I toni sono ragionevoli e moderati: si ricorda che in ogni caso l’IA non sostituisce l’insegnante, ma è un prezioso strumento in grado di rinnovare la didattica, addirittura in un supplemento dedicato all’argomento del Corriere della sera, Paolo Ferri con indubbia abilità persuasiva nei confronti del mondo docente arriva a suggerire che chatGpt potrebbe incaricarsi della stesura di verbali e di altre corvée burocratiche che infestano la vita dell’insegnante. Eppure è difficile che vengano discusse opinioni come quelle di Manfred Spitzer : “I bambini a scuola imparano a percepire, pensare, comprendere, pianificare, valutare e decidere (insomma a svolgere una serie di funzioni cognitive) dapprima sotto la guida di un maestro e poi in modo autonomo. Così facendo si modificano le connessioni tra le cellule nervose responsabili di quelle funzioni cognitive e si vanno letteralmente a formare sia il cervello sia la personalità degli individui. Ne consegue quindi che delegare o lasciare fare il lavoro intellettivo alle macchine debba per forza portare a un livello di apprendimento minore da parte dei bambini” (<em>Intelligenza artificiale</em>, trad.it 2024, pp.558-559). La cosa interessante di questa posizione non è soltanto che Spitzer è un neurologo, ma che essa viene espressa all’interno di un libro sull’intelligenza artificiale che è decisamente ottimistico sulle prospettive, insomma quanto di più lontano ci possa essere dall’approccio apocalittico, per usare la vecchia categoria di Umberto Eco. Per esempio, nella disputa tra coloro che parlano di pappagalli stocastici a proposito dei chatbot, alludendo con questo termine ad algoritmi più veloci e potenti ma in sostanza legati alla vecchia logica dei calcolatori, e coloro che ritengono che in realtà questi algoritmi siano riusciti a creare un salto qualitativo agendo come delle vere e proprie reti di neuroni, Spitzer si schiera senza dubbio da quest’ultima parte. Insomma l’allarme non viene lanciato da un allarmista.</p>
<p>Se andiamo a rileggerci quanto si scriveva negli anni Novanta sull’importanza della rete e sulle sue prospettive, ciò che colpisce oggi è l’assoluta incapacità di vedere i problemi sociali che essa avrebbe provocato, anche quando erano facilmente prevedibili. Basta prestare attenzione a un problema come quello delle fake news, che esistevano già nell’ambito mediatico tradizionale: in fondo pensare che avrebbero potuto essere diffuse ancor più efficacemente tramite la rete non era poi così assurdo,  e invece all’epoca abbondiamo di descrizioni estatiche di una società futura in perenne crescita grazie alla libera circolazione della conoscenza, quasi che i vincoli giuridici che regolano la proprietà intellettuale fossero stati aboliti da internet, mentre non vi era nessuna previsione delle dinamiche sociali indesiderate. Ancora una volta vorrei sottolineare che questo tipo di atteggiamento non è spiegabile solo con uno spirito pubblicitario, ma rientra in una forma mentis ideologica che vale la pena di analizzare perché sull’IA nella scuola si sta riproponendo esattamente lo stesso tipo di atteggiamento degli anni Novanta. In generale, quando si parla dell’innovazione tecnologica nella nostra società e se ne elencano benefici e rischi, si parte da una considerazione astratta della nuova tecnologia che viene descritta come funzionante, senza effetti collaterali di alcun genere, in una società concepita come spazio vuoto, in cui non ci sono conflitti di interesse e forze economiche e sociali che perseguono dinamiche totalmente indifferenti al bene collettivo. Al massimo si riconosce la necessità di alcuni adeguamenti di ordine giurisprudenziale, meglio se risolti con la governance ovvero senza nessun vincolo di legge, saltando a piè pari qualsiasi considerazione sul fatto che uno dei problemi centrali del nostro tempo è l’indebolimento della legislazione rispetto all’azione dei grandi gruppi finanziari e industriali.</p>
<p>Eppure una macchina, intelligente o stupida che sia, da questo punto di vista non è importante, non è solo uno strumento, ma è un condensato di rapporti sociali che stanno a monte del suo impiego e della sua progettazione. Il tipo di uso per cui ogni macchina è progettata è strettamente collegato agli investimenti effettuati per produrla e alla domanda sociale a cui risponde, che in un sistema capitalistico è innanzi tutto generare profitti. Questo non vuol dire che in astratto non la si possa usare in maniera creativa o differente rispetto alla logica generale, ma tendenzialmente la diffusione del suo uso seguirà questa logica generale del profitto. E l’Intelligenza Artificiale non fa eccezione. Ora se poniamo mente a dove nasce l’IA nelle sue attuali applicazioni, incontriamo le logiche del capitalismo neoliberista, del downsizing, dell’ottimizzazione dei tagli sui posti di lavoro anche in attivo per produrre più profitti. Allo stesso tempo è la società della concorrenza di tutti contro tutti e della frammentazione delle relazioni. Dunque se l’IA appare indiscutibilmente come un progresso irrinunciabile e si diffonde capillarmente, succede anche perché risponde a questi interessi e a queste logiche in maniera più efficiente delle tecnologie precedenti. Introdurre l’IA nelle scuole significa fare i conti con questo genere di dinamiche e non immaginare astrattamente il suo uso in quella ideale (o idealizzata?), cioè completamente distaccata dai meccanismi sociali dominanti e, naturalmente, allo stesso tempo iperconnessa grazie alle macchine prodotte da quella stessa logica sociale, alla quale ci si immagina estranei.</p>
<p>Naturalmente un’obiezione a questa analisi critica è che essa è troppo astratta e lontana dalle esperienze reali di studenti e insegnanti. E’ un’obiezione assolutamente fondata, alla quale si può replicare solo che un determinato meccanismo sociale, anche se astratto, non per questo motivo non ha effetti molti tangibili nella vita delle persone. Se prendiamo in esame in concreto l’esperienza individuale, è verosimile che con l’IA avremo un aumento delle possibilità di fare cose, che prima erano difficili o impossibili, e allo stesso tempo una minore coscienza del modo e delle ragioni di farle, come mostra Spitzer. Il modello implicito sembra essere colui che ha un macchinone da duecento chilometri orari ed è stato bocciato all’esame di teoria della patente per incapacità di capire le norme del codice della strada.</p>
<p>Uno dei topos degli innovatori tecnologici della scuola è la citazione del passo di Platone in cui viene condannata l’introduzione della scrittura perché avrebbe indebolito le facoltà mnemoniche individuali. Il senso di questo esempio è che una perdita individuale viene ricompensata da un aumento della facoltà della memoria a livello sociale e collettivo: insomma la diminuzione di memoria del singolo venne ampiamente compensata dall’aumento della capacità di memorizzazione della società nel suo complesso tramite il ricorso alla nuova tecnologia della scrittura. Nel caso dell’IA questo esempio rivela due punti di crisi: in primo luogo che la scuola non può per suo compito istituzionale sacrificare le capacità degli individui, ma al contrario ha il dovere di svilupparle; in secondo luogo l’unica cosa che verrà rafforzata sembrano essere i processi di accumulazione di un capitale che estrae i propri profitti anche sfruttando determinate relazioni umane come quelle presenti nel mondo scolastico.</p>
<p>Infatti, quando Bill Gates dice che tra pochi anni l’intelligenza artificiale renderà superflui gli insegnanti, da un punto di vista pedagogico afferma un’assurdità, nel senso che la scuola esiste solo all’interno di un rapporto docente-discente, che è una relazione di tipo umano. Se però prendiamo questa affermazione all’interno dell’ideologia corrente, essa diventa un’espressione assolutamente coerente di un programma. Questo programma è quello che vuole eliminare la scuola come forma di socializzazione del sapere in nome di un radicale individualismo e di un processo di accumulazione non regolato da nessuna istanza. L’intelligenza artificiale ha il compito nel concreto di creare le possibilità tecnologiche per realizzare l’effettiva caduta dell’idea di scuola, che, se fosse annunciata in maniera diretta ed esplicita, solleverebbe proteste, e allo stesso tempo di iscrivere tale perdita sotto la categoria del progresso, quindi come elemento fatale e indiscutibile nella nostra società. Il grande vantaggio dell’IA nella scuola è quello di indurre la gente a credere che un’assenza di scuola sia la scuola del futuro.</p>
<p>Le ragioni sistemiche dell’introduzione dell’IA a scuola sono queste e se qualcuno affermasse che comunque a livello individuale è possibile usare l’IA in maniera costruttiva, risponderei che non ho difficoltà a crederlo, ma che questi usi individuali saranno eccezioni trascurabili rispetto all’impatto del suo impiego generale. In realtà anche a livello collettivo si potrebbero immaginare usi pertinenti e creativi, ma solo a patto di sottoporre a una radicale critica politica l’uso e la concezione stessa dell’IA attualmente dominanti. Questo il compito di docenti e studenti, cioè degli esseri umani che abitano la scuola.</p>
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		<title>A che punto è la notte? (appunti per una decodifica culturale del trumpismo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Mar 2025 06:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura liberale]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> A prima vista il successo di Trump appare connesso con l’uso spregiudicato e abile, ma non abilissimo, di due miti. Il primo è quello della nazione incarnato dal MAGA e il secondo è quello della tecnologia incarnato da Musk, che non a caso si è portato dietro tutta la Silicon Valley.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-111652" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege.jpg 540w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>A prima vista il successo di Trump appare connesso con l’uso spregiudicato e abile, ma non abilissimo, di due miti. Il primo è quello della nazione incarnato dal MAGA e il secondo è quello della tecnologia incarnato da Musk, che non a caso si è portato dietro tutta la Silicon Valley.</p>
<p>Sul primo sarà sufficiente ricordare che è un tema tipico della destra la spiegazione della decadenza o delle sofferenze di un paese con il tradimento e la corruzione delle classi dirigenti. Esso ha molteplici esempi e, per limitarci all’Italia, la vittoria mutilata su cui Mussolini costruì la presa del potere e D’Annunzio la sua popolarità, è uno di quelli più nitidi. Il fatto che le classi dirigenti siano effettivamente corrotte e non credibili, è il caso tanto dei gruppi dirigenti degli attuali Stati Uniti quanto di quelli dell’Italia liberale, non cambia la natura mitologica di questo discorso. Infatti sono mitiche l’evocazione di un passato dai tratti volutamente vaghi e l’indicazione della risoluzione dei problemi della nazione con l’arrivo al potere di un vero patriota che risolleva magicamente la situazione. Del resto la promessa di tornare grandi è una delle possibili declinazioni di quel “mettere il passato in scatola, con tante maiuscole”, che Furio Jesi indicava come uno dei tratti caratteristici della cultura di destra.</p>
<p>Sul secondo occorre innanzi tutto precisare che il ruolo di Musk come uomo forte dell’amministrazione ha ovviamente risvolti, obiettivi e modi di intervento molto concreti, ma per il senso di queste note a me interessa trattarne soprattutto l’aspetto simbolico, anzi di simbolo incarnato funzionale all’ideologia. Il mito della tecnologia ha infatti un duplice significato: uno è quello di, per parafrasare le parole di Jesi sul passato,  mettere il futuro in scatola a lettere maiuscole, cioè la promessa che nel futuro tutti i problemi saranno risolti da una forza sovrumana come la tecnologia; Il secondo è quello specificamente neoliberista del futuro nella forma di aspettativa di ricchezza (non a caso l’eccezionale capitalizzazione di borsa di alcune società chiave di Musk non è dovuta ai profitti realizzati nel presente, ma alle aspettative di crescita). Va però precisato che a differenza del mito della nazione, che perlomeno nel Novecento è stato tipico delle forze reazionarie, quello della tecnologia ha attraversato l’arco di tutte le posizioni politiche, dalla rivoluzione sovietica al fascismo passando per le liberaldemocrazie, perlomeno nella prima delle due accezioni. Del resto la partecipazione degli imprenditori della Silicon Valley, cioè di un settore innovativo che per i suoi legami con la new economy clintoniana è sempre stato considerato progressista, alla cerimonia di insediamento di Trump aveva valenza mitologica mettendo in scena la tecnologia che presenziava alla nascita di una nuova era. In particolare Trump e Musk si pongono su questo piano come interpreti di un’idea che nella cultura statunitense odierna è profondamente condivisa in diversi ambiti, direi maggioritari, della società, compresi alcuni che avversano politicamente il trumpismo. Si tratta di quello che Evgenij Morozov ha chiamato il soluzionismo ossia la convinzione che qualsiasi problema sociale possa essere risolto tramite la tecnologia. Tale idea è centrale perché è uno degli strumenti fondamentali per camuffare scelte politiche da scelte tecniche neutrali e sarà uno degli strumenti a cui ricorreranno il presidente e il suo doppio nel loro attacco alla democrazia. Allo stesso tempo il soluzionismo è patrimonio anche di quelle élite politiche e finanziarie che si oppongono (si oppongono sempre nel quadro di una logica interna di sistema) ai due e dunque è stato criterio dell’azione anche di amministrazioni passate.</p>
<p>L’uso del mito in politica è storicamente uno dei caratteri del fascismo, se a questo aggiungiamo le pulsioni autoritarie tipiche e i propositi ostentati di imperialismo vecchio stile, l’identificazione di Trump con esso sembrerebbe indiscutibile, ma in questo caso tale equivalenza è ingannevole e rischierebbe di portarci fuori strada. Non solo la riproposizione dell’antifascismo in un quadro di rispetto formale delle prerogative del parlamento e di assenza di una censura generalizzata e perciò ben visibile non sarebbe comprensibile alla maggioranza, ma sfuggirebbero anche gli aspetti specifici e nuovi del trumpismo. Del resto mancano qui almeno tre decisivi elementi del fascismo classico: il partito unico organizzato in forma paramilitare come elemento di inquadramento delle masse, l’esaltazione dello stato, mentre qui al contrario il taglio e il restringimento sono lo scopo esibito, e l’identità controrivoluzionaria, visto che non c’è nessuna rivoluzione da combattere.</p>
<p>L’idea del fascismo eterno, secondo la formulazione che le dette Umberto Eco nella nota conferenza tenuta alla Columbia University nel 1995, è una delle più diffuse oggi tra i democratici di ogni paese e, purtroppo, delle più fuorvianti. Non perché i caratteri che Eco attribuisce al fascismo siano in sé sbagliati e nemmeno perché molti di essi sono comuni a movimenti tradizionalisti e reazionari che non sono stati fascisti, ma perché l’idea di sottrarre il fascismo ai rapporti storici e sociali concreti che lo hanno determinato per trasformarlo in un oggetto logico astratto da applicare a ogni situazione si traduce poi nella sua trasformazione in una sorta di contromito accecante e distorcente. L’applicazione della logica popperiana antistoricista nella sfera della politica produce effetti rovinosi. Questa identificazione impedisce inoltre di vedere che anche vecchie caratteristiche assumono in un altro contesto un significato politico differente: per esempio l’estetizzazione della politica negli anni Trenta è fuor di dubbio un tratto tipicamente fascista, ma con la diffusione dell’apparato mediatico essa diventa una pratica che coinvolge sistematicamente anche le liberaldemocrazie e quindi assume un valore politico diverso. Del resto nell’azione di Trump vediamo una politica aggressiva degli annunci, dunque una politica mediatica che paga molto sul breve periodo, ma sul medio potrebbe rivelarsi discretamente autolesionista, e il ricorso non a una legislazione straordinaria, insomma allo stato di eccezione, ma a una legislazione ordinaria sfruttando l’anomalia americana in cui sono ancora in vigore leggi dei secoli passati, che possono essere usate, in un quadro di legalità formale, con fini antidemocratici nell’attuale contesto: leggi che sono state mantenute in vigore o approvate da amministrazioni precedenti.</p>
<p>Se dovessimo trovare un riferimento più efficace per cogliere pienamente la linea di Trump, la nozione più utile è quella di dittatura liberale che ha utilizzato Massimo De Carolis in un suo intervento sul presidente argentino Milei, non a caso tra i principali alleati di Trump (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=W2gO6Qi2fhs">https://www.youtube.com/watch?v=W2gO6Qi2fhs</a>). L’espressione dittatura liberale viene tratta dalla nota intervista in cui il premio Nobel Von Hajek esprimeva il proprio favore alla dittatura militare cilena di Pinochet, dichiarando di preferire una dittatura liberale a una democrazia senza liberalismo. In particolare la mescolanza di richiami alla difesa della libertà degli individui dalla dittatura dello stato e le  contestuali spinte alla repressione di minoranze e oppositori si spiegano proprio nell’idea che i migliori, cioè i vincitori della competizione naturale in economia ovvero i ricchi, vanno difesi dal risentimento contronatura dei perdenti e allo stesso tempo vanno lasciati liberi di esprimersi. Questa peculiare posizione viene resa popolare tramite l’attacco alla casta, ma a differenza dei populisti che hanno l’idea per così dire di trovare migliori rappresentanti del popolo, qui l’idea stessa di popolo viene eliminata: esiste una massa di individui perdenti a cui viene offerta la possibilità di vendicarsi delle loro sofferenze sui politici corrotti e su varie minoranze indicate come responsabili della situazione e allo stesso tempo la possibilità dell’identificazione simbolica con i migliori che hanno vinto. La motosega che Milei brandisce nei comizi è il simbolo del rancore individualista e della liberazione delle energie dei migliori, cioè i più ricchi, che lo stato pretende di imbrigliare.</p>
<p>Tale genealogia del trumpismo (Pinochet, scuola di Chicago, anarcoliberismo) dimostra che esso è un esito non necessario, perché in storia non c’è nessuna dimensione deterministica, ma possibile della globalizzazione. Tale considerazione implica una concezione della globalizzazione diversa da quella dominante, dovuta alla cultura liberale, come un’epoca di pace, di diffusione della civiltà e dei diritti umani grazie all’effetto armonizzante del mercato unico mondiale, in cui guerre e dittature sono retaggi del passato (basterà ricordare a titolo di esempio la dichiarazione di Obama su Putin, dopo l’occupazione della Crimea nel 2014, che andava in senso contrario alla storia). La realtà ha dimostrato che la globalizzazione non solo è stata un’epoca assolutamente propizia all’imperialismo e alle guerre per motivi sostanziali di carattere economico, ma che è stata distruttiva della democrazia nella misura in cui i grandi capitali e i relativi capitalisti hanno assunto una dimensione finanziaria tale da superare quella di quasi tutti gli stati, salvo gli stati continente, con conseguente perdita di sovranità di questi stessi. Purtroppo non si conoscono forme di democrazia al di fuori di quella degli stati nazione perché la democrazia si basa su una forma di politicizzazione diffusa dei cittadini che nasce dai diritti politici garantiti dalla costituzione. Naturalmente non si tratta di rincorrere le chimere sovraniste, ma di recuperare l’impostazione del movimento no global che a cavallo del millennio aveva colto le tendenze fondamentali della globalizzazione e cercava di articolare una risposta politica all’altezza. L’idea, derivante da questa immagine della globalizzazione, che in Occidente la democrazia sia stabilita una volta per tutte o al massimo sia minacciata da nemici esterni è un’idea sbagliata e pericolosa. Ma questo tema ci porterebbe molto in là, per il discorso che intendo fare qui mi limito a sottolineare che accostarsi all’idea del trumpismo e delle sue varianti come retaggi del passato, come peraltro suggerisce l’uso del termine fascismo, è assolutamente deleterio, perché bisogna considerarli in realtà come anticipazioni di un futuro evitabile ma possibile e manifestazioni per nulla casuali del presente. Bisogna liberarsi, cioè, dalla forma mentis assolutamente fuorviante di trovarci di fronte a un passato che ritorna mentre ciò che arriva è un tipico prodotto della contemporaneità.</p>
<p>Poco prima della fine del suo mandato Joe Biden ha rilasciato una dichiarazione culturalmente molto importante invitando a guardarsi dalle minacce che gli oligarchi tecnologici possono portare alle democrazie. Con tali parole Biden sdoganava nel lessico politico e giornalistico il concetto di ‘oligarca’ in relazione agli Stati Uniti, che finora veniva usato solo per i paesi dell’ex Unione Sovietica. D’altro canto era sorprendente che tali affermazioni provenissero da un esponente del partito democratico statunitense, che, a cominciare dalla deregulation sotto la presidenza Clinton, è stato a pari merito con i repubblicani edificatore della presente oligarchia. D’altra parte Biden non pensava che tutti i grandi capitalisti, tutti i gruppi di interessi siano negativi per la democrazia, ma che esistano degli oligarchi buoni e degli oligarchi cattivi, per dirla con una semplificazione. Chi sono gli oligarchi buoni? In realtà fino a qualche tempo fa Elon Musk e tutti i giganti della Silicon Valley, quando ancora erano progressisti e collaboravano con le amministrazioni democratiche erano considerati tali. Questa dichiarazione non è però frutto solo di opportunismo politico, ma corrisponde a una precisa necessità ideologica, se non ci fossero oligarchi buoni, non sarebbe sostenibile l’idea della globalizzazione liberista, che ha consentito agli oligarchi di raggiungere dimensioni di ricchezza pericolose per la democrazia, come evento positivo. E’ un atteggiamento che troviamo, per esempio, anche nel film <em>Il lupo di Wall street</em> di Martin Scorsese, in cui l’anomalia è individuale e non sistemica.</p>
<p>Questo tipo di impostazione però rende impossibile qualunque critica radicale del trumpismo come forma oligarchica e la prova ci è stata offerta qualche giorno fa in Italia da Giorgia Meloni. Quando le è stato obiettato il rapporto di vassallaggio con Elon Musk, la presidente del consiglio non ha negato che l’imprenditore sudafricano fosse un oligarca, ma ha obiettato alla sinistra i suoi rapporti con Soros, da lei considerato più considerato pericoloso di Musk. L’imbarazzata e ambigua difesa del finanziere teorico della società aperta fatta da Bersani in una trasmissione televisiva è stata l’eloquente rappresentazione dell’empasse culturale della sinistra liberal globalista nello svolgere un credibile ruolo di critica nei confronti del trumpismo, al di fuori dello stretto perimetro dell’area dei suoi sostenitori.</p>
<p>Si tratta quindi di riconoscere che il trumpismo è una variante estremista del neoliberalismo e che non esiste critica radicale di Trump senza una critica di esso. Queste posizioni sono le uniche che possono garantire una cornice unitaria e potenzialmente egemonica a tutta quella serie di diritti delle minoranze che sono investite dall’attacco di Trump che altrimenti rischiano di essere voci nel deserto. Allo stesso tempo bisogna riconoscere che se questo è un passo essenziale per determinare a che punto è la notte, sono molti altri i fattori perché la presidenza Trump appare essere un’accelerazione della crisi statunitense, dalle dinamiche difficili da prevedere.</p>
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		<title>Il problema delle torri nella Milano contemporanea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jan 2025 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Anselm Kiefer]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Hangar Bicocca]]></category>
		<category><![CDATA[I sette palazzi celesti]]></category>
		<category><![CDATA[torracchioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> L’installazione I sette Palazzi celesti di Anselm Kiefer presso l’Hangar Bicocca è per me l’unico luogo di Milano che induca al raccoglimento. In questo mio atteggiamento è fondamentale che ignori la complessa simbologia che innerva l’opera]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-111071" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-1920x1080.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241228-WA0001.jpg 2000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>L’installazione <em>I sette Palazzi celesti </em>di Anselm Kiefer presso l’Hangar Bicocca è per me l’unico luogo di Milano che induca al raccoglimento. In questo mio atteggiamento è fondamentale che ignori la complessa simbologia che innerva l’opera; ogni volta leggo attentamente la descrizione delle corrispondenze iconografiche di ognuna delle sette torri, ma subito dopo me le dimentico. Gli elementi della spiritualità ebraica, della cultura rinascimentale e di quella tedesca moderna, nonché i riferimenti alla scienza e alla tecnologia, se li cogliessi  a pieno seguendo le approfondite spiegazioni iconografiche degli studiosi, mi allontanerebbero dallo spirito di raccoglimento. Il mio raccoglimento è legato al fatto, evidentemente, che non conosco bene l’opera (non vorrei che si scambiassero queste mie considerazioni per una sottovalutazione dell’attività degli studiosi di arte, al contrario le analisi dei critici e degli storici dell’arte sono assolutamente necessarie per godere di una serie di aspetti dell’opera che altrimenti sfuggirebbero. E’ che qui non sto parlando di godimento estetico). Allo stesso modo non potrei forse neanche definire <em>I sette palazzi celesti</em> la mia opera d’arte preferita, astrattamente parlando potrei indicare altre installazioni, altre sculture, altri dipinti, altri luoghi che mi piacciono di più: semplicemente è quella che mi è più presente perché abito qui. Infatti il vecchio adagio popolare ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ è una verità basilare nell’osservazione dell’arte: ho molto amato Giacometti, Paul Klee e altri ancora, ma non li ho così spesso davanti allo sguardo. Così amo di più <em>I sette palazzi celesti, </em>perché ha nel mio caso l’incommensurabile superiorità di essere facilmente raggiungibile.</p>
<p>Evidentemente questo significa che la consuetudine crea risonanza. Uso il termine risonanza nell’accezione che gli ha dato il sociologo Hartmut Rosa ossia un canale di relazione con le cose del mondo assolutamente libero e non pregiudicato in cui si perdono le proprie rigidità mentali ottenendo in cambio di sentire vibrare quella determinata cosa del mondo dentro di sé. Potrebbe sembrare strano che un’esperienza legata all’arte, in cui la risonanza, magari indicata con nomi diversi, è sempre stata presente, non si richiami all’eccezionale, ma al quotidiano: basti pensare alla celebre nozione benjaminiana di aura come dimensione unica e trascendente, che la riproducibilità tecnica dell’opera tende a serializzare e dunque a perdere, oltre alle varie declinazioni del concetto di epifania. Il fatto è che nella contemporaneità, specialmente nelle arti visive, la nostra esperienza è caratterizzata da un eccesso di immagini, è un’esperienza caleidoscopica in cui la varietà crea un effetto anestetizzante o, per usare la terminologia filosofica impiegata da Rosa, reificante; le immagini producono uno stupore superficiale che serve solo ad alimentare la curiosità per la successiva apparizione. E’ solo nel banale quotidiano della ripetizione che questo stupore cessa, lasciando spazio alla lentezza che talvolta vuol dire semplicemente distrazione, ma talvolta è un’apertura di uno spazio imprevisto che invita al raccoglimento. Non a caso quando vado all’Hangar a vedere  <em>I sette palazzi celesti</em> non c’è mai fretta, non c’è quella frenesia di vedere tutto quello che si potrebbe vedere lì perché c’è sempre una prossima volta. La vicinanza spaziale crea disponibilità a perdere tempo, che è l’unico modo di guadagnarlo per questo genere di esperienze.</p>
<p>Kiefer ha progettato l’opera in relazione allo spazio esterno, nonostante sia un’opera al chiuso, sia pure in un ambiente insolito come un ex stabilimento industriale. Lo spazio esterno è quello del quartiere Bicocca, dove c’erano le fabbriche della Pirelli e di altre industrie. Negli anni novanta l’area fu trasformata da zona industriale a quartiere residenziale e universitario, con la costruzione sulle antiche officine dell’università, di nuove abitazioni, di uffici, dell’Hangar Bicocca e naturalmente di un centro commerciale. Era la prima di quelle grosse operazioni urbanistiche, dai caratteri spesso speculativi, dovute alla metamorfosi a Milano del capitale industriale in immobiliare, che contribuiranno a trasformare una città anche operaia, e perciò dentro una dialettica con il suo momento fondamentale di opposizione,  in questa roba qui di adesso, con tutte le conseguenze ben note per il paese. In particolare l’arco arancione che immette nel vicino centro commerciale, riportante lo slogan “eat.shop.fun”, costituisce il polo opposto de <em>I sette palazzi celesti </em>e poco importa che siano entrambi prodotti della medesima operazione immobiliare e dunque della medesima logica capitalistica. Non bisogna chiedere all’arte la purezza della coerenza ma di cogliere la vita là dove essa non appare. Piuttosto non è vero che lo slogan consumista qui sostituisca la storia con un eterno presente, come pensavano i situazionisti, infatti alla Bicocca il passato industriale non viene cancellato ma citato, cioè monumentalizzato; allora lo slogan dell’arco va letto come uno sviluppo, o una degenerazione se si preferisce, di quella scritta “A ogni epoca la sua arte, a ogni arte la sua libertà” che si trova sul padiglione viennese della Sezession. L’installazione dell’Hangar risponde all’arte che rivendica la sua piena sincronia al proprio tempo con l’inattualità come unico modo plausibile di essere nel presente.</p>
<p>A scanso di equivoci nostalgici la forma attuale del quartiere non solo è molto più esteticamente valida, ma anche più salubre. Non si tratta del cuore di un uomo malinconico che non accetta che una città cambi più in fretta di lui, ma è un dato oggettivo che la risistemazione urbanistica che mette al centro non più la produzione ma il consumo pone un problema di creatività e di vitalità allo stesso modo che una casa di coniugi dink, cioè benestanti che non vogliono figli, ordinariamente sarà più piacevole di una con prole smoccolante e vociante. E non è un mistero per nessuno che tale modello di risistemazione espelle abitanti vivi per attrarre capitali, che si potrebbe anche dire lavoro morto al posto di lavoro vivo. Le torri di Kiefer sono invece intrinsecamente estranee all’orizzonte del consumo e partecipi di quello della produzione.</p>
<p>Da qui la loro alterità e la loro opposizione al quartiere e alla città di cui sono fiore all’occhiello.</p>
<p>“Ecco Gaza” ha detto nel vedere i palazzi una visitatrice dell’Hangar, che mi è capitato di sentire quando sono andato l’ultima volta. Tale voce aveva doppiamente ragione: in senso letterale perché i moduli sovrapposti di cemento armato che costituiscono i sette palazzi in effetti evocano, tra le altre cose, le rovine dei bombardamenti e in senso metaforico  perché la forma di un’opera artistica, perlomeno di un’opera importante, ha in sé una natura di paradigma, che le consente di rappresentare simbolicamente eventi che l’autore non poteva conoscere. Qui in altri termini vediamo che questo significato contingente e arbitrario ma non posticcio ed evidentemente indipendente dalla volontà dell’autore indica la capacità di un’opera inattuale di centrare e rappresentare per noi il senso del momento storico immediato.</p>
<p>Questa identificazione è resa possibile dal fatto che i palazzi incarnano l’archetipo di una città fantasma, che lo può essere per mille motivi diversi. Tale spettralità fa da contrappunto allo skyline di Milano, che ogni anno si arricchisce di qualche torracchione in più, come li chiamava il Bianciardi che ha assistito alla prima ondata di turrifazioni negli anni del miracolo economico. Ora che viviamo in questa seconda ondata turrifattoria del nuovo secolo, senza nessun boom, la fatiscenza dei palazzi celesti non è solo un monito e uno sberleffo alla perfezione delle nuove torri. L’effetto che si raggiunge è tragicamente ironico perché la spettralità introdotta dalla speculazione si rivela ai nostri occhi solo nei palazzi celesti, mentre essi non sono  che gli specchi fedeli di ciò che succede, perché chi svuota la città di persone sono i torracchioni innovativi, ecocompatibili e iscritti a bilancio di qualche persona giuridica, il cui legale rappresentante forse non ha mai nemmeno messo piede a Milano. Tale effetto ironico viene moltiplicato dal fatto che la verticalità nei sette palazzi celesti ha una dimensione salvifica di superamento della miseria presente, perlomeno in forma di preghiera, e confligge con quella di rispecchiamento facendo risaltare la miserabilità del presente.</p>
<p>M’immagino che questo luogo, l’hangar, all’origine probabilmente nato come orpello come momento decorativo di un’operazione immobiliare, grazie ai <em>Sette palazzi celesti</em> diventi l’epicentro morale dell’alterità in questa città, qui dove esse viene negata ed è per questo che è un luogo di raccoglimento per me. Che cos’altro è il raccoglimento se non superare le cose di ogni giorno, perché captate in una prospettiva diversa più intima o più generale, verso un’alterità?</p>
<p>&nbsp;</p>
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