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	<title>giorno del ricordo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Politiche della memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 12:34:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ex jugoslava]]></category>
		<category><![CDATA[giorno del ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Niccolò Furri]]></category>
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		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Niccolò Furri</strong> <br /> Questi due monumenti (la Foiba di Basovizza e l’Ossario dei Caduti Slavi) si configurano, quindi, non solo come lieux de mémoire, ma anche come (...)  luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell'identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Niccolò Furri</strong></p>
<p>«Mentre l’accumulazione di memoria prosegue monotona» ripete spesso la voce fuori campo in <em>Méditerranée</em> di Jean-Daniel Pollet, a indicare come lo scorrere del tempo sedimenti la storia umana negli oggetti e più in generale nella produzione culturale che la camera inquadra. Ma una tale visione, che si potrebbe dire destoricizzata, che escluda cioè la conflittualità e le forze agenti sulla formazione della memoria, che la astragga dalle condizioni materiali della sua composizione, rischia di naturalizzare questo processo, prendendolo per mera e immutabile necessità. Perché gli oggetti o luoghi, rifacendosi ai <em>lieux de mémoire</em> di Pierre Nora, e la memoria stessa sono campi in cui si scontrano sia i rapporti di potere che li hanno prodotti sia i discorsi che li innervano.</p>
<p>Lo ha rilevato, seppur all’interno della classica scissione tra struttura e sovrastruttura tanto cara al marxismo, Walter Benjamin nelle celebri <em>Tesi di filosofia della storia</em> quando scrive che «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo nell’istante di un pericolo»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> e questo pericolo è la sua riscrittura, la risignificazione della memoria, la sua tecnicizzazione, ovvero il suo utilizzo distorto a fini ideologici. Il termine memoria, in questo contesto, non si riferisce a ciò che qualcuno ricorda, alle memorie personali che essendo soggettive, per quanto importanti, sono costitutivamente sempre parziali e spesso soggette a ricostruzione specie se lontane temporalmente dai fatti, ma a quella che si potrebbe chiamare macchina memoriale, una politica del ricordo che stabilisce cosa possa essere ricordato, in che modo e da chi. E chi si appropria della macchina, impone la sua memoria.</p>
<p>Ne vediamo il funzionamento ogni 10 febbraio, giornata istituita come Giorno del Ricordo&nbsp; nel 2004 dalla legge 30 marzo 2004 n. 92. Se all&#8217;interno della macchina stanno alcuni fatti, diversamente dalla macchina mitologica jesiana il cui centro è inconoscibile, sulle sue pareti si staglia una serie di elementi di propaganda in questo caso (neo/post)fascista, fatti propri dallo Stato italiano: già solo il giorno (l&#8217;anniversario del Trattato di pace di Parigi del 1947, così disconosciuto in particolare per la cessione dei territori orientali) e il nome (mutuato dal Giorno della Memoria, preso a modello ma in contrapposizione a esso) scelti sono indicativi della matrice e della ratio del provvedimento. A più di vent&#8217;anni dall&#8217;istituzione della giornata la macchina memoriale fascista, che raggruppa arbitrariamente eventi a sé stanti&nbsp; (le foibe istriane del 1943, quelle giuliane del 1945 e l&#8217;esodo istriano-dalmata protrattosi per un decennio circa, indicativamente dal 1947 al 1957), inventando nessi causali e finalità di pulizia etnica, isolando i fatti dalla serie degli eventi che li hanno preceduti e gonfiando le cifre, è diventata ormai narrazione nazional-popolare attraverso opere di dubbio gusto, cerimonie istituzionali e una polizia della memoria che taccia di riduzionismo o di negazionismo le voci critiche. Questo dispositivo al tempo stesso sacralizzante e banalizzante (dove la sacralizzazione mira a «sottrarre un evento [&#8230;] al suo contesto storico specifico, [&#8230;] semplificandone la rappresentazione e preservandola da incursioni indesiderabili»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, mentre la banalizzazione propone «equiparazioni indebite [&#8230;] le quali finiscono per minimizzare o per relativizzare»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> il termine di paragone, in questo caso la Shoah, aumentando il capitale simbolico dell&#8217;altro termine per falsa analogia) riallaccia il solito vittimismo di destra al mito degli &#8220;Italiani brava gente&#8221;, uccisi &#8220;in quanto Italiani&#8221;, per nascondere i crimini del Ventennio e per integrarlo così nella storia citabile come un qualsiasi altro periodo, prodromo alla sua esaltazione legittima o, peggio, istituzionalizzata. Non è un caso che questa narrazione abbia trovato uno spazio sempre maggiore dagli anni Novanta del secolo scorso, quando in Europa il processo di integrazione dei vari Stati nella UE e la caduta dei cosiddetti Paesi a socialismo reale, culminata con la mattanza ex jugoslava, hanno rinfocolato i relativi nazionalismi, mentre in Italia la destra ex missina ha acquistato centralità nell’assetto politico seguito allo scossone di Mani Pulite.</p>
<p>Non è nemmeno un caso, quindi, che proprio nel 1992 il Presidente della Repubblica Scalfaro abbia dichiarato monumento nazionale la Foiba di Basovizza. È questo un esempio estremo ma emblematico di come funzioni la macchina memoriale. Innanzitutto, il termine usato: la cavità assurta a simbolo del fenomeno foibario non è una foiba, ma un pozzo minerario, chiuso da una lastra e sormontato da una scultura che riproduce la struttura portante di un argano usato per le esumazioni, culminante con una croce. Le cifre ufficiose parlano prima di 400, poi di 400-600 e infine di 1500 vittime gettate nello strapiombo tra il 2 e il 5 maggio 1945, mentre la stele esplicativa nelle vicinanze del monumento di 300 metri cubi di resti umani nel 1996, che salgono a 500 l’anno successivo. Le operazioni di recupero condotte dagli angloamericani nell’ottobre del 1945 portarono alla luce corpi di soldati tedeschi e di cavalli lì precipitati dopo la battaglia del 30 aprile. È perciò stratigraficamente molto improbabile che salme successive si possano trovare sotto a quelle precedenti e le uniche che si potrebbero rinvenire potrebbero essere quelle di cui si sbarazzarono i nazifascisti dopo l’8 settembre 1943. Ci sono inoltre le smentite del Comando generale dell&#8217;Ottava Armata britannica, del Ministero della Difesa neozelandese (anche se del 1996) e documentazione delle Forze armate statunitensi che qualifica come «inconcludenti» gli esiti della ricerca. Successivamente alla sospensione dei recuperi il pozzo è stato usato come discarica dall&#8217;amministrazione di Trieste, quasi completamente svuotato nel 1954 e infine chiuso nel 1959<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Se tutto ciò non fosse sufficiente, basterebbe un&#8217;ulteriore ricognizione ad appurare i fatti, così da allinearli con una nuova e corretta narrazione, ma si preferisce invece mantenere la parete della macchina memoriale poggiata su discorsi propagandistici.</p>
<p>Un esempio di segno opposto nel trattamento riservato al patrimonio culturale (che Benjamin chiama, a ragion veduta, «preda destinata al vincitore»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>) è lo Spomenik di Barletta. Alloggiato nel cimitero monumentale della città pugliese, è un Ossario commemorativo dei caduti jugoslavi in Sud Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dall’architetto Dušan Džamonja nel 1970. Civili, internati politici e militari jugoslavi fuggiti dai campi di concentramento fascisti in Italia o riparati in Puglia in seguito alle vicende belliche nei Balcani, si unirono alla Resistenza italiana e, dall&#8217;estate del 1944, quando la regione divenne una retrovia anche per la guerra di liberazione in Jugoslavia, lì vennero riaddestrati, per poi riprendere la lotta in patria<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Nell’ambito della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, culminata con il Trattato di Osimo del 1975, con un accordo del 1964 si stabilì la costruzione di alcuni Ossari dove traslare le spoglie delle vittime combattenti. A Barletta, che durante il conflitto ospitava la sede di un contingente militare e di un ospedale e dove già riposavano 175 caduti, venne realizzato il più importante. Si tratta di un monumento brutalista su due livelli che «si sviluppa a raggiera da un nucleo centrale ellittico, costituito dall’oculo posto sulla cripta»<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> a cui si accede scendendo una scalinata, ai cui lati stanno le celle sepolcrali contenenti i resti di 825 salme, le porte bronzee con i loro nomi (a cui se ne aggiungono 463 di dispersi), la vasca in mosaico rosso per le commemorazioni e da dove si accede a una terrazza affacciata sul mare. Al piano superiore, una serie di imponenti blocchi di cemento simili a lapidi aumentano in altezza dall’esterno verso l’interno, fino a raggiungere gli 11 metri di altezza, a protezione dell&#8217;accesso alla cripta. I due piani dialogano sia tramite gli incastri tra il solaio e la parete che chiude la scalinata, sia tramite il lucernario che permette «il collegamento visivo dello spazio inferiore con gli elementi del monumento a livello superiore, evidenziando maggiormente la crescita degli elementi verticali dalle fondazioni stesse della cripta al loro punto più alto.»<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> Tre, invece, sono le linee di fuga che segue lo sguardo del visitatore: una, ovviamente, verso la macchia di colore rosso in basso, una frontale verso il lontano, l&#8217;Adriatico e idealmente la Jugoslavia e la terza verso l&#8217;alto a seguire l&#8217;altezza degli steli, che acquistano quasi le sembianze di vele di una nave pronta ad attraversare il mare. Con l&#8217;implosione sanguinosa della Repubblica Socialista Federale, alla quale spettava la manutenzione e la conservazione dell&#8217;opera, non si è più fatto fronte al deterioramento dello Spomenik causato dagli eventi atmosferici e il suo stato di deperimento si è fatto via via più evidente sia direttamente sui materiali con efflorescenze, licheni, crepe e la scopertura di alcune armature del cemento, sia nell’incuria degli spazi dove talvolta vengono abbandonati rifiuti e che sono usati addirittura come latrina. Lontano dagli itinerari e assente dalle guide turistiche, difficilmente instagrammabile, scenografia per cerimonie ufficiali di commemorazione dei caduti che purtroppo non riescono a svincolarsi dalla retorica nazionalista, statolatrica e militarista, l’Ossario di Džamonja è l’esempio più calzante di un doppio smemoramento: dei fatti e di ciò che è stato pensato per ricordali. Ma, come in un negativo fotografico, «le mutazioni di forma cui è soggetto un edificio sono processi di registrazione: le <em>deformazioni</em>, in quanto materia <em>in formazione</em>, sono anche <em>informazione</em>.»<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a></p>
<p>Questi due monumenti si configurano, quindi, non solo come <em>lieux de mémoire</em>, ma anche come quelli che potremmo chiamare <em>lieux d&#8217;oubli</em>, luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell&#8217;identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. La loro funzione obliante agisce, però, in maniera antitetica. Se la Foiba di Basovizza impone una e una sola memoria, sacralizzandola e impedendo ulteriori ricerche con la tanto simbolica quanto materica lastra a chiusura della bocca del pozzo, per lo Spomenik sono lo stato di abbandono e la marginalizzazione a operare la rimozione. In questo caso si può parlare di oblio in sé o completo (che tende cioè a dimenticare un luogo per dimenticare una serie di eventi, anche se non è mai, sul piano storico, del tutto compiuto), nel primo di oblio relativo o parziale (che tende, ricordando un luogo, a nascondere una serie di eventi). Fortunatamente c&#8217;è chi si oppone a tutto ciò proprio perché il nucleo della macchina memoriale è conoscibile, pur con le ovvie difficoltà della ricerca documentale, archeologica e testimoniale. Non ci si limita, infatti, «a girare in cerchio»<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a> attorno al centro e, se le sue pareti sono permeabili alla manipolazione, allo stesso modo possono essere attraversate per far emergere quali fatti siano stati occultati, quali inventati e quali siano ricostruibili.</p>
<p>Non si tratta di esaltare la Resistenza titina, in nome di una qualche jugostalgia, né di nasconderne i crimini, ma di (re)inserirla all&#8217;interno della lotta internazionale (e internazionalista) al nazi-fascismo, di iniziare, allo stesso tempo, a denazionalizzarla assieme a quella italiana, mettendone in luce le pluralità e, in qualche modo, smitizzarle entrambe, de-eroicizzarle, per sabotarne la latente retorica bellicista. Si tratta di preservarne il ricordo, visto che «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince»<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> e non lasciare che la ricostruzione fascista degli eventi rimanga maggioritaria, una ricostruzione che inventa un genocidio per occultare la partecipazione dei suoi progenitori politici a Shoah e Porrajmos, modellata da chi non vuole vedere il genocidio palestinese in corso, di cui è complice, che rivendica le politiche stragiste alle frontiere e quelle concentrazionarie dei centri di detenzione amministrativa.</p>
<ul>
<li><strong>Note</strong></li>
</ul>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, Einaudi, Torino, 1962, p. 77</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Valentina Pisanty, <em>Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah</em>, Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2012, p. 89-90</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> ivi, p. 49</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Sulla Foiba di Basovizza, cfr. Claudia Cernigoi, <em>Operazione foibe a Trieste. Tra mito e storia</em>, Udine, Kappa Vu, 2005; Id. <em>La Foiba di Basovizza</em>, La Nuova Alabarda, Trieste, 2011: <a href="https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf">https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf</a>; Jože Pirjevec, <em>Foibe. Una storia italiana</em>, Einaudi, Torino, 2009</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 76</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. Andrea Martocchia, <em>I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata</em>, Odradek, Roma, 2011</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Rosanna Rizzi, <em>Il Cimitero degli Slavi di Dušan Džamonja a Barletta</em>, Politecnico di Bari &#8211; Facoltà di Architettura, Bari, 2003/2004: <a href="https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta">https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta</a></p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> ivi</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Eyal Weizman, <em>Architettura forense. La manipolazione delle immagini nelle guerre contemporanee</em>, Meltemi, Milano, 2022, p. 78</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Furio Jesi, <em>Mito</em>, Quodlibet, Macerata, 2023, p. 119</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 78</p>
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		<title>E allora le Foibe? ( conversazione con Eric Gobetti)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Mar 2021 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Eric Gobetti]]></category>
		<category><![CDATA[foibe]]></category>
		<category><![CDATA[giorno del ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[Istria]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Galbiati Il libro “E allora le foibe?” di Eric Gobetti, pubblicato da Laterza poco prima del Giorno del Ricordo, è diventato un caso editoriale e politico. Sui social forum ha creato un acceso dibattito, ma anche giornalisti e politici, a partire da Giorgia Meloni, hanno preso posizione su come Gobetti ha interpretato i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Lorenzo Galbiati</strong></p>
<p><em>Il libro “E allora le foibe?” di Eric Gobetti, pubblicato da Laterza poco prima del Giorno del Ricordo, è diventato un caso editoriale e politico. Sui social forum ha creato un acceso dibattito, ma anche giornalisti e politici, a partire da Giorgia Meloni, hanno preso posizione su come Gobetti ha interpretato i fenomeni delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata all’interno della sua narrazione. </em></p>
<p><em>Personalmente, sono contrario al Giorno del Ricordo poiché trasforma una tragedia regionale – per quanto grave – in una commemorazione nazionale ma soprattutto perché credo, solidalmente con Gobetti, che non abbia senso “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell&#8217;esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati” (Legge 30 marzo 2004, n. 92) senza ricordare, contestualmente, la precedente occupazione fascista dei territori jugoslavi, che ha portato a crimini storici di entità simile, se non maggiore.</em></p>
<p><em>Inoltre, ritengo che ogni solennità istituzionale che pretende di fissare per legge la memoria di un preciso avvenimento storico finisca, di fatto, con l’ostacolare la libertà di ricerca storica e con il proporre un “dovere del ricordo” selettivo.</em></p>
<p><em>Pur avendo qualche riserva sulla sua narrazione, penso che Gobetti, con il suo “E allora le foibe?”, abbia meritoriamente posto al centro del dibattito storico-politico sulle foibe i crimini commessi dagli italiani nei territori del confine orientale, mettendo così in discussione le modalità retoriche che hanno assunto le celebrazioni pubbliche del Giorno del Ricordo. </em></p>
<p><em>Ho chiacchierato al telefono con Gobetti per un’ora e mezza, e quella che segue è una sintesi della nostra conversazione.</em></p>
<p><em>Lorenzo Galbiati</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il tuo libro “E allora le foibe?” ha destato molto scalpore. E sta tuttora avendo molto successo di vendite. Siete già alla quarta edizione. Te lo immaginavi? Come te lo spieghi?</em></strong></p>
<p>In parte immaginavo sia che provocasse polemiche sia che avesse un discreto successo – peraltro, come sappiamo, i due aspetti sono spesso collegati.</p>
<p>Il libro comunque non è volutamente polemico, cerca di riportare la vicenda delle foibe alla sua realtà storica. Vorrei che si parlasse di questi temi basandosi sulla conoscenza dei fatti e non con slogan politici.</p>
<p><em> </em></p>
<p><strong><em>Quando ho letto il titolo del libro e dei suoi capitoli, per lo più iperboli che prendono spunto dalla propaganda di Destra, ho pensato che molte famiglie esodate o con parenti infoibati l’avrebbero percepito come irrispettoso, se non offensivo. Mi pare insomma che il tuo sia un pamphlet che, partendo dalla storia del confine orientale, voglia suscitare un dibattito nella società italiana.  Qual è il tuo pensiero in proposito?</em></strong></p>
<p>Il mio libro è il secondo volume della collana “La Storia alla prova dei fatti” di Laterza, che vuole mettere in discussione certe retoriche, certi stereotipi che non hanno basi storiche. Il titolo del libro si rifà a un tormentone di Caterina Guzzanti, che ricalca una tipica espressione usata dall’estrema Destra per capovolgere il discorso pubblico; quando si parla di un dramma storico che li riguarda, i neofascisti chiedono: “E allora le foibe?”. Il titolo dunque intende stigmatizzare questo atteggiamento.</p>
<p>“E allora le foibe?” ha un doppio intento. Uno strettamente professionale: ribadire i risultati della ricerca storica, condivisi dalla maggior parte degli studiosi, in un libro sintetico, con un approccio divulgativo, in modo di arrivare a tutti. Ma c&#8217;è anche un aspetto pamphlettistico, nel senso che i risultati degli studiosi finiscono per mettere in discussione seriamente un discorso pubblico monopolizzato dalla propaganda della Destra neofascista e dalla memoria degli esuli. A questo proposito, io capisco chi ha visto con i suoi occhi il padre infoibato o le famiglie che hanno dovuto lasciare la loro terra e integrarsi con difficoltà in un’altra realtà: il loro dramma è legittimo, ma rappresenta un solo punto di vista. Le memorie condivise sono spesso inconciliabili (come, per esempio, quelle di un partigiano e di un repubblichino), ma sulla base di fonti e documenti si può e si deve scrivere una storia di tutti, anche se potrebbe urtare singole memorie personali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Fino ai vent’anni mi era tutto chiaro: c’erano stati sei milioni di ebrei morti nei lager e chi lo metteva in discussione era un negazionista. Poi ho approfondito la questione e mi sono accorto che il negazionismo era una categoria di comodo, creata più dai politici che dagli storici. </em></strong></p>
<p><strong><em>Lo storico marxista Eric Hobsbawm, di padre ebreo, sosteneva che tra gli storici sono leciti il disaccordo e la discussione sul numero delle vittime della Shoah (la cifra di sei milioni la giudicava “rozza e quasi certamente esagerata”). Anche il mancato ritrovamento di un ordine scritto di Hitler sulla &#8220;soluzione finale&#8221; non avrebbe dovuto essere un argomento tabù, e non importava se ad avanzarlo fosse uno storico filonazista come David Irving. </em></strong></p>
<p><strong><em>Con l’istituzione mondiale della Giornata della Memoria (2005) mi sono chiesto se le affermazioni di Hobsbawn, oggi, non sarebbero considerate negazioniste o riduzioniste.</em></strong></p>
<p><strong><em>Lo stesso problema si pone in Italia con il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004. Da allora, come spieghi nel capitolo introduttivo “Tutti negazionisti”, molti storici che studiano gli avvenimenti del confine orientale sono stati accusati di negazionismo.</em></strong></p>
<p><strong><em>Ci puoi spiegare perché la tua posizione non è né negazionista né riduzionista o giustificazionista?</em></strong></p>
<p>L’uso del termine negazionista viene oggi usato per assimilare il fenomeno della Shoah con quello delle foibe. È un termine dispregiativo volto a screditare gli storici che se ne occupano in modo serio. Le accuse di negazionismo sono piovute addosso a tutti gli studiosi, compreso Raoul Pupo, che se ne occupa da trent’anni ed è ritenuto uno dei più precisi e moderati.</p>
<p>Per quanto riguarda me, io non sono né negazionista né riduzionista. Per le foibe mi attengo ai dati su cui concorda la maggior parte degli studiosi, ossia una cifra di 5mila morti, risultato di una sottrazione tra le persone tornate e quelle scomparse. Piuttosto, penso che si possano definire “gonfionisti” coloro che raddoppiano o triplicano la cifra delle vittime, arrivando a 10mila o 15mila morti.</p>
<p>Per quanto riguarda il “giustificazionismo”, io faccio il mio mestiere di studioso, ovvero cerco di comprendere un avvenimento nel suo contesto storico e geografico. Questo non significa giustificare; anzi, sto dimostrando rispetto per le vittime cercando di capire il motivo per cui sono state uccise. Raccontare i ventennali crimini fascisti non è un modo per giustificare le foibe, ma per comprendere il fenomeno: è un mio dovere professionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Nel primo capitolo, “Italiani”, discuti l’identità nazionale di chi viveva nella regione che va da Gorizia a Fiume, comprendente l’Istria. Alla fine, ti chiedi: “Ma queste persone, in definitiva, sono italiane o slave?” E poco dopo rispondi: “Queste regioni non sono italiane da sempre. Sono state invece italianizzate a forza dallo Stato italiano e fascista. Ma prima di allora, erano state, per molti secoli, multiculturali, multilinguistiche, multinazionali.” </em></strong></p>
<p><strong><em>La mia obiezione è questa. Scrivendo che sono state italianizzate a forza, sembra che siano regioni slave. Però, la zona costiera di metà della penisola d’Istria, da Trieste fino a Pola, e parte della zona interna nord-occidentale, erano a netta maggioranza italiana.</em></strong></p>
<p>Questa è un’obiezione che mi fanno in molti.</p>
<p>La frase sull’italianizzazione forzata dev’essere letta insieme alla successiva.</p>
<p>Il ragionamento sulle molteplici identità di quell&#8217;area, che mi pare storicamente indiscutibile, mette in discussione la <em>vulgata</em> di chi dice: “Ci hanno strappato quelle terre con la forza.” Come a dire che erano state sempre italiane (si citano spesso l’Impero Romano e la Repubblica di Venezia). Ma, per esempio, Trieste e Fiume, le città più grandi, sono state fondate dagli austriaci in competizione con Venezia. Dicendo che sono terre “italiane da sempre”, e che gli esuli se ne sono fuggiti perché italiani, si afferma una verità parziale. Gli esuli italiani di quelle terre hanno quasi sempre un’identità mista, frutto di una convivenza durata per secoli.</p>
<p>Quelle terre erano abitate anche da italiani, certo, ma sono entrate a far parte dello Stato italiano solo nel 1918, e poi le popolazioni non italiane sono state italianizzate con la forza.</p>
<p>La logica del nazionalismo, realizzata prima dagli italiani e poi dagli jugoslavi (che pure avevano un ideale sovra-nazionalista), crea un problema a quegli abitanti, li priva di una parte della loro identità mista, meticcia. La volontà di creare uno stato nazionale non dà alternative alle minoranze etniche: o le espelle, o le ammazza o le nazionalizza.</p>
<p>La logica nazionalista è, a mio avviso, l’errore d’origine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Nel secondo capitolo, “Improvvisamente”, parli dell’occupazione fascista delle terre jugoslave di confine. Come si caratterizza questa occupazione? E cosa è successo sull’isola di Arbe?</em></strong></p>
<p>L’occupazione fascista dura vent’anni ma nel 1941, con l’arrivo della guerra, il livello di violenza si inasprisce e comporta una guerra di resistenza, una contro-resistenza, una guerra civile e una guerra contro i civili. Almeno quattro guerre, insomma. L’esercito italiano commette numerosi crimini di guerra per reprimere la resistenza jugoslava. E questo contrasta con il discorso pubblico, che è all’insegna dello slogan “Italiani brava gente”.</p>
<p>Nell’immaginario collettivo, per esempio, è inimmaginabile che l’Italia abbia allestito dei campi di concentramento, noi pensiamo l’abbiano fatto solo i nazisti. Invece circa 100mila jugoslavi sono stati rinchiusi in campi di concentramento. Nel più importante, quello di Arbe, si calcola che siano morti 1500 civili, soprattutto donne e bambini.</p>
<p>Nel complesso, se consideriamo tutte le vittime jugoslave direttamente associabili all’occupazione fascista, siamo nell’ordine delle 10mila, ma in generale circa un milione di persone muoiono in Jugoslavia a causa della guerra portata in quel territorio dall&#8217;Italia e dalla Germania.</p>
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<p><strong><em>Secondo il mio percepito, nell’immaginario collettivo italiano si crede che i partigiani jugoslavi abbiano ucciso molte migliaia di italiani buttandoli nelle foibe, ossia nelle fosse carsiche. Un crimine con una modalità barbara. Da qui il Giorno del Ricordo. </em></strong></p>
<p><strong><em>Cosa è avvenuto realmente?</em></strong></p>
<p>Il termine foibe viene usato in modo estensivo per descrivere due fenomeni.</p>
<p>Il primo è avvenuto dopo l’armistizio dell’otto settembre del ’43 e dura circa un mese. In questa fase 400-500 persone vengono uccise e gettate nelle foibe. Questi fatti riguardano solo l’Istria, dove avviene una rivolta popolare che probabilmente fa più vittime dei partigiani, che cercano di prendere il controllo del territorio.</p>
<p>Nel 1945, finita la guerra, lo stato jugoslavo opera con la sua polizia politica e compie essenzialmente una resa dei conti. È un fenomeno simile a quello che accade in tutta Europa: i partigiani italiani piemontesi, per esempio, uccidono circa lo stesso numero di presunti collaborazionisti. Sul confine orientale gli arrestati vengono trattenuti nei campi di prigionia (dove alcuni muoiono di stenti), processati sommariamente e infine giustiziati se ritenuti responsabili di collaborazionismo con i nazifascisti. In realtà la maggioranza viene liberata dopo qualche tempo.</p>
<p>Ciò che distingue questa vicenda dalle omologhe europee è la volontà di imporre un cambiamento di regime, un nuovo modello politico e un nuovo stato.</p>
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<p><strong><em>Quindi possiamo dire che sia un mito l’idea che gli italiani venissero gettati vivi nelle foibe…</em></strong></p>
<p>Non possiamo escludere che ci siano stati dei casi del genere, ma far credere che quello fosse il modo prevalente con il quale venivano uccise le vittime è sbagliato. La maggior parte degli italiani è morta nei campi di prigionia.</p>
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<p><strong><em>Uno degli argomenti più spinosi è la natura dell’esodo giuliano-dalmata: si è trattato di una pulizia etnica?</em></strong></p>
<p><strong><em>Il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, ti sei confrontato online con Raoul Pupo. Parlando dell’esodo, Pupo ha detto: </em></strong></p>
<p><strong><em>“L’esodo italiano dall’Istria è un esodo di massa in apparenza scelto ma in realtà dovuto a una costrizione ambientale. Non c’è un piano del governo jugoslavo per espellere gli italiani, tuttavia l’esodo è la conseguenza diretta delle politiche attuate sul territorio dal regime jugoslavo. C’è un progetto jugoslavo di integrazione, la “fratellanza italo-slava”, che però esclude gli italiani non etnici (vanno ricondotti alla slavicità quelli che hanno antenati slavi), e parliamo di un 40%; i fascisti intesi in senso ampio; gli imperialisti che vogliono la sovranità italiana; i borghesi, compresi i bottegai. Insomma, tutti gli italiani sono fuori dalla fratellanza. È in atto una rivoluzione nazionale e sociale bolscevica, dove in larga misura il nemico di classe è costituito dagli italiani. Perciò se ne vanno via tutti, compresi gli operai e i contadini. Non rimane più nessuno. La fratellanza non viene applicata soprattutto perché i quadri locali del regime non ci credono, per cui opprimono gli italiani, che si percepiscono come vittime di un disegno di eliminazione nazionale. Noi storici ricostruiamo un processo diverso e più articolato di quello di una pulizia etnica ma questo termine corrisponde alla percezione degli abitanti italiani dell’Istria.”</em></strong></p>
<p><strong><em>Qual è la tua opinione in merito? </em></strong></p>
<p>Io e Pupo concordiamo sul fatto che il termine pulizia etnica non sia adatto a descrivere l’esodo. La pulizia etnica è un fenomeno specifico, che si realizza nella guerra degli anni Novanta nella ex-Jugoslavia, e che si riferisce alla volontà esplicita di un esercito di espellere una intera popolazione attraverso pratiche violente. Questo di sicuro non accade nell’Istria né nel 1943, quando c’è una rivolta popolare, né nel 1945, quando l’esercito jugoslavo compie una repressione interpretabile come resa dei conti politico-militare. In nessuno dei due casi si può pensare che il governo jugoslavo avesse provocato l’esodo o volesse colpire gli italiani in quanto tali.</p>
<p>In maggioranza, gli italiani se ne vanno via quando si sposta il confine, ossia nel 1947, anno in cui si firma il trattato di pace, e nel 1954, quando viene fissato il confine definitivo. Le motivazioni sono quindi legate allo Stato in cui gli italiani si trovano a vivere.</p>
<p>Occorre chiedersi allora se lo Stato jugoslavo volesse mandarli via. Su questo ci sono tante interpretazioni differenti, poiché la vicenda è complessa, ed è una delle poche su cui non concordo totalmente con Pupo.</p>
<p>Innanzi tutto, non credo che lo stato jugoslavo volesse espellere la maggioranza degli italiani. La politica della fratellanza italo-slava era, in effetti, difficilmente accettabile da tutti, ma non era finta, il governo ci credeva. Erano le autorità locali ad essere particolarmente severe con gli italiani, poiché avevano vissuto l’oppressione fascista, quindi volevano vendicarsi, e avevano una logica nazionalista &#8211; che a Belgrado non c’era.</p>
<p>Inoltre, la mia interpretazione tiene conto del fatto che lo Stato jugoslavo ha espulso per legge i tedeschi ma non gli italiani. Se l’obiettivo fosse stato di espellere gli italiani, non vedo perché non prendere lo stesso provvedimento adottato verso i tedeschi.</p>
<p>In più, secondo le mie fonti, gli italiani rimasti sono il 20%, non meno del 10%, come sostiene Pupo.</p>
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<p><strong><em>Nel capitolo “Espulsione” scrivi che l’esodo “dei profughi istriano-dalmati […] è il risultato estremo di un circolo vizioso innescato dall&#8217;imperialismo italiano e poi dal fascismo. Gli esuli sono le vittime ultime della politica aggressiva del regime, dei crimini di guerra commessi dall&#8217;esercito italiano e della sconfitta militare in una guerra che Mussolini aveva ottusamente contribuito a scatenare&#8221;.</em></strong></p>
<p><strong><em>Questa frase, messa a conclusione del capitolo, mi lascia perplesso, ed è l’unica vera riserva che ho nei confronti del libro. Mi sembra, cioè, che attribuisca al fascismo le politiche e i crimini commessi dagli jugoslavi che hanno indotto l’esodo. In questo senso, potrebbe risultare giustificazionista.</em></strong></p>
<p>Capisco, cerco di spiegare il mio punto di vista.</p>
<p>In tutto il capitolo racconto le politiche del governo jugoslavo che contribuiscono all’esodo. Allo stesso tempo, però, sono convinto che quel fenomeno storico non sarebbe avvenuto se non ci fosse stato prima tutto quello che ha compiuto il fascismo. Mi si potrebbe obiettare che nessun fenomeno storico sarebbe avvenuto senza ciò che lo precede, però, in questo caso specifico, la logica nazionalista, la violenza, la guerra mondiale le hanno portate i fascisti in quel territorio.</p>
<p>Peraltro, è indiscutibile che se l’Italia non avesse perso la guerra, la storia sarebbe andata diversamente. Ma probabilmente in quel caso i territori del confine orientale ora sarebbero tedeschi, dato che erano stati annessi di fatto alla Germania nel 1943.</p>
<p>Il Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, ricorda l’esodo degli italiani da Pola. Ma è anche la data del trattato di pace del 1947, che dovrebbe essere considerata una festa, come qualunque pace, non una tragedia. Sarà impopolare dirlo ma, nonostante le conseguenze, credo che dovremmo essere contenti di aver perso quella guerra, perché l&#8217;abbiamo combattuta dalla parte sbagliata, ovvero al fianco dei nazisti.</p>
<p>L’esodo degli italiani è legato alla perdita di quei territori, allo spostamento del confine, e quindi è il risultato dell’invasione della Jugoslavia e della sconfitta in guerra, senza questi avvenimenti probabilmente non ci sarebbero state le foibe e l&#8217;esodo.</p>
<p>Mi sembra evidente che la responsabilità all’origine di tutta questa vicenda sia del fascismo e dell’esercito italiano.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>In conclusione…</em></strong></p>
<p>Ancora negli anni Ottanta il presidente Cossiga dichiarava che i triestini dovevano ringraziare i partigiani jugoslavi di averli liberati dal terrore nazista. Cossiga, che era persona di provata fede democratica e anticomunista, riteneva giusto ribadire una netta differenza valoriale fra il fascismo e la Resistenza.</p>
<p>Negli ultimi venti anni la percezione pubblica è cambiata: i fascisti sono diventati le vittime e i partigiani di Tito invasori e criminali. Non credo di essere un pericoloso estremista se propongo di tornare a leggere gli avvenimenti nel loro corretto svolgimento storico, adottando un giudizio morale simile a quello del presidente Cossiga!</p>
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