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	<title>Giovanna Cosenza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>SpotPolitik di Giovanna Cosenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 08:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di ⇨ Giovanna Cosenza Che cos’è la SpotPolitik? È la politica che pensa che per comunicare basti scegliere uno slogan generico, due colori e qualche foto. Quella che riduce la comunicazione a uno spot televisivo. Di SpotPolitik hanno peccato tutti i partiti italiani con pochissime eccezioni. Gli anni dal 2007 al 2011 sono stati i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/SpotPolitik.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/2SpotPolitik.jpg" alt="" title="2SpotPolitik" width="217" height="354" class="alignright size-full wp-image-41848" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/2SpotPolitik.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/2SpotPolitik-183x300.jpg 183w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /></a>di ⇨ <a href="http://www.giovannacosenza.it/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a></p>
<p>Che cos’è la <em>SpotPolitik</em>? È la politica che pensa che per comunicare basti scegliere uno slogan generico, due colori e qualche foto. Quella che riduce la comunicazione a uno spot televisivo. Di <em>SpotPolitik</em> hanno peccato tutti i partiti italiani con pochissime eccezioni. Gli anni dal 2007 al 2011 sono stati i peggiori in questo senso, ma non illudiamoci che sia finita: la cattiva comunicazione potrebbe sommergerci ancora. Riflettere gli errori del passato può essere utile ai politici, per non caderci ancora; e a tutti noi per scoprire come sia stato possibile accettare (e votare) quella roba.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
da <strong></strong><strong>SPOTPOLITIK</strong><br />
Editori Laterza [2012]<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>5<br />
PARLA COME MANGI</strong><br />
&nbsp;<br />
<em>Cambia il vento ma noi no</em></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Dal 1994 Berlusconi ha cambiato il linguaggio della politica italiana in modo radicale, facendo un po’ alla volta sparire il politichese tipico della prima Repubblica, fatto di frasi lunghe e contorte, parole astratte e tecnicismi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Berlusconi parla da sempre in modo semplice e diretto: usa espressioni e metafore del linguaggio comune, esemplifica ciò che dice raccontando aneddoti e storie tratte dalla vita quotidiana (incluse le barzellette) e, quando si allontana dal linguaggio ordinario, lo fa per introdurre espressioni tipiche dell’impresa, giusto per ricordare che è da quel mondo che viene, non certo dalla «politica dei politicanti» contro cui si è sempre scagliato. Inoltre, facendo tesoro di alcune tecniche pubblicitarie, trasforma i concetti chiave in slogan semplici, che ripete ossessivamente, ben sapendo che la ripetizione è fondamentale in politica come in pubblicità.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli studi sul linguaggio e sulle tecniche persuasive di Berlusconi sono ormai numerosi e c’è solo l’imbarazzo della scelta. Perciò non mi soffermo sull’argomento, anche perché la lingua di Berlusconi è sempre stata interessante più perché adeguata ai media e alla politica mediatizzata, che perché sbagliata. Anche dopo gli scandali sessuali, infatti, gli errori di Berlusconi sono stati soprattutto di impianto narrativo, come abbiamo visto nel Cap. 1: storie interrotte, a cui manca un pezzo o addirittura il finale, più che parole e frasi sbagliate. Nonostante le apparenze, insomma, dal 2009 Berlusconi sbaglia le storie, ma continua a sbagliare poco le parole. Anche le barzellette più sconce e le espressioni più colorite – che gli avversari considerano sbagliate – hanno infatti una funzione precisa: metterlo al centro dell’attenzione, imporre la sua immagine anticonformista, sottolineare che è sempre lui a dettare le regole.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per quel che riguarda il suo linguaggio, dunque, mi limito a fare un paio di esempi, giusto per mostrare fino a che punto il modo in cui un politico parla può incidere sull’opinione pubblica e sul clima di un periodo. Prendo due casi tratti dalla stessa area semantica: le tasse. Ricordiamo ancora lo slogan che Berlusconi usò nella campagna per le politiche del 2001 «Meno tasse per tutti»: talmente efficace che dura da allora. E ricordiamo la metafora del <em>mettere le mani nelle tasche degli italiani</em>, qualcosa che da sempre Berlusconi dice di non voler fare. Lo slogan era efficace perché usava una parola comune (<em>tasse</em>) invece di espressioni più astratte come <em>prelievo, pressione fiscale</em>, e la estendeva a <em>tutti</em>, senza le complicate distinzioni di reddito e professione che siamo sempre costretti a fare. La metafora delle tasche, dal canto suo, è vivida perché ci fa immaginare qualcosa di concreto, che può vedere chiunque cammini per strada o si trovi su un mezzo pubblico: un mariuolo che infila di soppiatto la mano nella tasca di qualcuno per sfilargli il portafoglio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La metafora, fra l’altro, porta con sé un disvalore importante, perché dire che lo stato <em>mette le mani nelle tasche degli italiani</em> implica equiparare lo stato a un ladro, e l’azione di pagare le tasse a quella di subire un furto. Di qui a ritenere l’evasione fiscale un valore positivo il passo è breve. La metafora insomma si è innestata nella tradizionale scarsa propensione degli italiani a pagare le tasse, contribuendo a consolidarla: per questo è così potente e longeva. Ma allora non dobbiamo stupirci se un po’ alla volta l’Italia si è trovata a fare i conti con un grossissimo problema di evasione fiscale, che nessun governo, né di centrodestra né di centrosinistra, è ancora riuscito a risolvere (e vedremo cosa riuscirà a fare il governo tecnico). Tutta colpa del linguaggio? Non solo, ovviamente, ma le parole ribadiscono sistemi di valori ogni volta che qualcuno le pronuncia o scrive, e lo fanno anche senza che le persone se ne rendano conto. Attorno alla metafora, poi, c’è tutto un lessico di rinforzo: le parole <em>carico, pressione, imposizione fiscale</em> trasformano le tasse in un peso opprimente; la parola evasione, al contrario, sa di fuga, libertà e divertimento. Perciò il linguaggio conta, eccome, anche se certo non è <em>tutta</em> colpa sua.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma vediamo che fine fanno le tasche nel 2011. Quando, fra luglio e settembre, l’Unione Europea impone a Berlusconi di ridurre drasticamente e rapidamente il debito pubblico, lo costringe di fatto a <em>mettere le mani nelle nostre tasche</em>. L’immagine, allora, proprio perché così forte, gli torna indietro come un boomerang. E a nulla vale il suo tentativo di parare il colpo – nel discorso di agosto in cui annuncia la manovra economica – mettendoci anche la metafora del <em>cuore che gronda sangue</em>: «Il mio cuore gronda sangue, – dice. – Il vanto del mio governo era che non avrei messo le mani nelle tasche degli italiani. Ma siamo di fronte a una crisi planetaria, andiamo nella direzione chiesta dalla Bce» (<em>Il Sole 24 Ore</em>, 13 agosto 2011).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ora, l’intenzione è anche buona, perché <em>il cuore che gronda </em>è un’immagine non solo facile e ordinaria come <em>le mani nelle tasche</em>, ma ha in più il vantaggio di evocare un simbolo religioso (il cuore ferito di Cristo) e di riferirsi a un’emozione del leader (il dolore). E però, per quanto l’immagine del <em>cuore che sanguina</em> sia potente, non ce la fa da sola ad azzerare la forza di una metafora così radicata nella cultura italiana come quella per cui le tasse sono un furto. Men che meno può farlo nel contesto in cui Berlusconi la dice: gli scandali sessuali in cui è coinvolto non lo mostrano affatto addolorato per le nuove tasse, ma beato fra festini e donne. Altro che cuore grondante. Morale della favola: la potenza di una metafora può essere tale da ritorcersi contro chi la usa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Oltre a evidenziare l’importanza delle parole, il caso esemplifica la vicinanza sempre più stretta fra il linguaggio dei politici e quello della vita di tutti i giorni. Assieme a Berlusconi, anche Antonio Di Pietro e Umberto Bossi hanno spinto molto in questa direzione, fin dagli albori della seconda Repubblica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il <em>dipietrese</em>, come lo stesso Di Pietro si compiace di chiamare il suo linguaggio, è fatto di parole non solo ordinarie, ma spesso pasticciate, scorrette e mescolate a espressioni dialettali, che lui alterna a qualche termine giuridico solo per confermare l’immagine di tutore della legge conquistata con Mani pulite. Inoltre Di Pietro ha una sintassi incerta, in cui il congiuntivo latita e gli anacoluti abbondano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Dal canto loro, Umberto Bossi e molti leader del Carroccio in dosi diverse (più Calderoli e meno Maroni, per esempio) usano due stili linguistici (e comportamentali) in parte diversi a seconda delle circostanze: nei comizi di piazza parlano come la parte meno colta del loro elettorato, indulgendo al turpiloquio e alle invettive, e condendo tutto con gesti volgari: dal dito medio alzato alla mano nella piega del braccio; nei salotti televisivi invece si addomesticano, anche se conservano una lingua colorita e brusca, per essere comunque riconoscibili e coerenti.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Va notato fra l’altro che, negli anni, il turpiloquio e il gesto volgare, un tempo appannaggio quasi esclusivo dei leghisti, hanno contagiato anche altri leader del centrodestra: da Daniela Santanchè che, dopo aver alzato il dito medio per rispondere alle proteste degli studenti nel 2005, non ha più smesso di farlo, a Gianfranco Fini che, parlando a un gruppo di ragazzini immigrati a Roma nel novembre 2009, ha definito «stronzo» chi dice parole razziste. Per poi beccarsi lo stesso epiteto dal ministro Calderoli che, da buon leghista, non poteva certo lasciarsi sfuggire l’occasione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il turpiloquio comunque non è rilevante in sé, ma va visto come uno dei tanti effetti dell’avvicinamento della politica al linguaggio ordinario: poiché le parolacce fanno parte della vita di tutti i giorni, i leader le usano per marcare la loro vicinanza alla «gente». O per apparire trasgressivi e «contro»: non a caso i leghisti, i leader dei movimenti e quelli dell’antipolitica fanno del turpiloquio una cifra stilistica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fra l’altro il progressivo avvicinamento del linguaggio politico a quello ordinario va visto nel quadro di un cambiamento più ampio di tutta la lingua italiana. È all’incirca dalla metà degli anni Novanta, infatti, che le aziende e le amministrazioni pubbliche hanno cominciato a semplificare l’italiano che i loro addetti parlano e scrivono, cercando di ripulire il cosiddetto <em>aziendalese</em> e <em>burocratese</em> dalle oscurità e pesantezze, sia lessicali sia sintattiche, che li hanno sempre contraddistinti. A questo scopo lo sforzo congiunto di linguisti come Tullio De Mauro, Raffaele Simone e dei loro gruppi di ricerca, di pubblicitari come Annamaria Testa, e di molti dirigenti pubblici e privati, hanno portato a risultati importanti e sempre più diffusi. Penso al <em>Codice di stile</em> per la pubblica amministrazione, introdotto nel 1993 da ministro Cassese e ripreso nel 1997 dal ministro Bassanini; penso alla riforma della bolletta Enel nel 1998 e a quella della dichiarazione dei redditi nel 2000; penso infine alla progressiva riscrittura, anno dopo anno, di interi siti web e documenti da parte di comuni, province, regioni, aziende sanitarie, ministeri.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;I risultati di questo lavorio ormai ventennale non sono uniformi: alcuni settori professionali sono arrivati prima, altri dopo. E anche all’interno della stessa realtà – impresa privata, comune, ministero – la capacità di scrivere e parlare per tutti, non solo per addetti ai lavori, si manifesta spesso a macchia di leopardo: alcuni lo sanno e vogliono fare, altri per niente; alcuni testi hanno indici di leggibilità altissimi, altri sembrano appena usciti dalla macchina da scrivere del brigadiere che Calvino parodiava nel 1965, nel celebre saggio sull’<em>antilingua</em>. Insomma, c’è ancora molto da fare. Ma che in Italia ci siano sempre più professionisti e manager che <em>parlano come mangiano</em> è ormai un fatto assodato. E anche un valore: ha più successo chi riesce a esprimersi in modo chiaro e diretto. Chi parla a tutti e non si parla addosso. Persino in politica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questa lunga trasformazione dei costumi linguistici, i partiti di centrodestra sono riusciti ad assorbire abbastanza in fretta gli scossoni di Berlusconi, Bossi e Di Pietro; i partiti di centrosinistra, invece, hanno fatto e fanno più fatica. È così che ancora oggi molti dirigenti di centrosinistra, a tutti i livelli e in tutti gli ambienti, parlano un linguaggio più involuto e difficile dei loro colleghi di centrodestra. Un linguaggio che forse può essere ancora efficace per l’elettorato tradizionale di sinistra, ma difficilmente attrae gli indecisi, i delusi del centrodestra e quelli inclini all’astensione. Il che è un bel problema, visto che le competizioni elettorali si giocano sempre più spesso sulle scelte di elettori fino all’ultimo indecisi.<br />
[&#8230;]<br />
[pag. 141-147]<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 250px;">⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giovanna-cosenza/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a> è professore associato di <em>Filosofia e Teoria dei linguaggi</em> all’Università di Bologna. Autrice di articoli e contributi per riviste e volumi collettivi, ha pubblicato tra l’altro <em>La pragmatica di Paul Grice</em> (Bompiani 2002) e ha curato il volume <em>Semiotica della comunicazione politica</em> (Carocci 2007) e <em>Semiotica dei nuovi media</em> (Editori Laterza). Dal 2008 scrive il blog ⇨ <a href="http://www.giovannacosenza.it/" target="_blank"><strong>Dis.amb.iguando</strong></a>.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Berlusconi: chi di massa ferisce di massa perisce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 15:30:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giovanna Cosenza da DIS.AMB.IGUANDO Ieri – l&#8217;abbiamo visto – i media puntavano su una intercettazione inutile come notizia (non c&#8217;era nulla di nuovo), ma utile a vendere di più. Oggi invece, vivaddio, le prime pagine sono più interessanti: puntano sui numeri, sulla quantità. «Centomila intercettazioni» (Corriere, Repubblica), «Trenta ragazze per il premier» (La Stampa), [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">di <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/09/16/berlusconi-chi-di-massa-ferisce-di-massa-perisce/" title="Berlusconi: chi di massa ferisce di massa perisce" target="_blank"><big><strong>Giovanna Cosenza</strong> da <strong>DIS.AMB.IGUANDO</strong></big></a></p>
<p style="text-align:justify;">Ieri – l&#8217;abbiamo visto – i media puntavano su una <a title="Il business delle intercettazioni" href="http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/09/15/il-business-delle-intercettazioni/" target="_blank"><strong>intercettazione inutile</strong></a> come notizia (non c&#8217;era nulla di nuovo), ma <strong>utile</strong> a vendere di più.<br />
Oggi invece, vivaddio, le prime pagine sono più interessanti: puntano sui numeri, sulla quantità.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://giovannacosenza.files.wordpress.com/2011/09/centomila-intercettazioni1.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-20796" title="Centomila intercettazioni" src="http://giovannacosenza.files.wordpress.com/2011/09/centomila-intercettazioni1.png?w=234&#038;h=86" alt="Centomila intercettazioni" width="234" height="86" /></a>  <a href="http://giovannacosenza.files.wordpress.com/2011/09/silvio-arrenditi.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-20791" title="Silvio, arrenditi!" src="http://giovannacosenza.files.wordpress.com/2011/09/silvio-arrenditi.png?w=200&#038;h=81" alt="Silvio, arrenditi!" width="200" height="81" /></a></p>
<p><span id="more-40112"></span></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>«Centomila intercettazioni»</strong> (Corriere, Repubblica), «<strong>Trenta ragazze</strong> per il premier» (La Stampa), «<strong><em>Tutte</em> le escort</strong>» (Repubblica) mettono Berlusconi <strong>«sotto scacco»</strong> (Il Riformista), lo fanno <strong>«prigioniero»</strong> (L&#8217;Unità), lo mettono sotto assedio, gridandogli: <strong>«Silvio, arrenditi. Sei circondato»</strong> (Libero).</p>
<p style="text-align:justify;">Credo che il sistema dei media italiano, nel suo insieme, abbia finalmente colto il punto:<strong> Berlusconi sta finendo per quantità, non per qualità.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L&#8217;amore degli italiani per Berlusconi ha resistito</strong> dopo <strong>Noemi</strong> (aprile-maggio 2009) e dopo <strong>Patrizia D&#8217;Addario</strong> (giugno 2009): secondo un sondaggio che <strong><a title="Ipr Marketing" href="http://www.iprmarketing.it/" target="_blank">Ipr Marketing</a></strong> faceva per Repubblica nel giugno 2009 (nel bel mezzo del caso D&#8217;Addario) gli italiani che avevano «molta/abbastanza fiducia» in lui erano ancora il <strong>49%</strong>. All&#8217;epoca sondaggi più favorevoli lo davano addirittura <strong>oltre il 60%</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L&#8217;amore degli italiani ha preso uno scossone</strong><strong> </strong><strong>dopo Ruby</strong> (ottobre-novembre 2010): sempre per <strong></strong><strong><a title="Ipr Marketing" href="http://www.iprmarketing.it/" target="_blank">Ipr</a></strong>, gli italiani «molto/abbastanza» fiduciosi in lui erano il <strong>35%</strong> nel novembre 2010. Ma è stata più una faccenda di accumulo graduale, che di sconvolgimento per la sola Ruby.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Poi, nel 2011, il calo è stato sempre più rapido,</strong> fino ad arrivare al dato che <strong></strong><strong><a title="Ipr Marketing" href="http://www.iprmarketing.it/" target="_blank">Ipr Marketing</a></strong> ha pubblicato ieri: i «molto/abbastanza» fiduciosi sono ormai solo il <strong>24%</strong>. Ma è stata più l&#8217;incapacità di Berlusconi nel gestire la crisi economica, che il turbamento per la sua vita privata. (Trovi tutti i sondaggi su <strong><a title="Sondaggipoliticoelettorali.it" href="http://www.sondaggipoliticoelettorali.it/" target="_blank">Sondaggipoliticoelettorali.it</a></strong>.)</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>O meglio: le due cose assieme hanno fatto calare la fiducia degli italiani</strong>, la questione morale da sola non ce l&#8217;avrebbe mai fatta.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Perché è così che funzionano gli italiani:</strong> per uno scandaletto solo non si turbano più di tanto (siamo uomini e donne di mondo, no?). Specie se il protagonista dello scandalo è il leader che più amano da 17 anni. Ma a lungo andare, se gli scandali si ripetono, ma soprattutto, se ci si mette pure la scontentezza per come lavora, be&#8217;, allora sì.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Un po&#8217; come una moglie che sopporta i tradimenti del marito:</strong> devono essere molti, ravvicinati e smaccati, perché lei si stufi e chieda la separazione. Specie se il marito è ricco e lei no. Se poi porta pure a casa meno soldi, allora la pazienza va via prima. L&#8217;immagine è sessista, ma pure l&#8217;Italia lo è. Dunque è adatta.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Vista in termini di comunicazione:</strong> Berlusconi sta vivendo una specie di contrappasso. Lui, che è stato il più abile di tutti, in Italia, a gestire la comunicazione di massa (televisione, stampa, pubblicità), è ora affossato da ciò che più conta nella comunicazione di massa: i numeri, la quantità.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Non uno, non due o tre, ma cento, mille, centomila intercettazioni e scandali</strong> lo elimineranno dalla scena politica.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La quantità con Berlusconi funziona, ne sono certa. Lentamente, ma funziona.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Perché l’Italia non si mobilita per Ai Weiwei?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/29/perche-l%e2%80%99italia-non-si-mobilita-per-ai-weiwei/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 13:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[⇨ APPELLO ITALIANO PER L&#8217;ARTISTA CINESE AI WEIWEI &#160; di ⇨ Giovanna Cosenza Considerato l’artista cinese più famoso e influente al mondo, ⇨ Ai Weiwei è anche architetto, designer, scrittore, intellettuale, blogger e attivista politico. Lo scorso 3 aprile è stato fermato e sequestrato dalla polizia cinese senza alcuna spiegazione. Ai Weiwei è un cittadino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"> ⇨ <a href="http://www.associazionepulitzer.it/" target="_blank"><u><strong>APPELLO ITALIANO PER L&#8217;ARTISTA CINESE AI WEIWEI</strong></u></a></p>
<p>&nbsp;<br />
di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giovanna-cosenza/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a></p>
<blockquote><p><strong>Considerato l’artista cinese più famoso e influente al mondo,</strong> ⇨ <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ai_Weiwei" target="_blank"><strong>Ai Weiwei</strong></a> è anche architetto, designer, scrittore, intellettuale, blogger e attivista politico. Lo scorso 3 aprile è stato fermato e sequestrato dalla polizia cinese senza alcuna spiegazione.</p>
<p align="right"><strong><span id="more-38902"></span></strong></p>
<p>Ai Weiwei è un cittadino cinese di 53 anni impastato dalla storia del suo paese e forgiato dalla storia globale più recente. Definito dai media internazionali come <strong>“l’Andy Warhol della Cina”</strong>, Ai ha iniziato a scuotere la pigra armonia dell’arte e della cultura cinesi a partire dal 1993, anno del ritorno in patria dopo un volontario esilio decennale a New York…</p></blockquote>
<p>Comincia così un bell’articolo di ⇨ <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1102352143" target="_blank"><strong>Sara Giannini</strong></a>– ex studentessa della magistrale in Semiotica – su ⇨ <a href="http://www.roarmagazine.it/" target="_blank"><strong>Roar Magazine</strong></a> (continua a leggerlo ⇨ <a href="http://www.roarmagazine.it/fenomeni-da-baraccone-20/politica/265-la-repressione-cinese-colpisce-ancora-ai-weiwei-sequestrato-il-3-aprile-a-pechino-la-stampa-italiana-tace.html#axzz1JXZQRXxt" target="_blank"><strong>QUI</strong></a>).</p>
<p><strong>Dopo di che Sara, che oggi vive in Germania, mi scrive</strong> chiedendomi di aiutarla a diffondere la notizia, a cui aggiunge il suo stupore e la sua indignazione per il fatto che in Italia, a differenza che in molti altri paesi, il caso <strong>Ai Weiwei</strong> è del tutto trascurato dai media.</p>
<p><strong>A parte infatti alcuni brevi interventi su stampa e tv </strong>(l’ultimo due sere fa su Rai News 24), la notizia circola – poco – solo su blog e testate on line: vedi per esempio questi articoli di ⇨ <a href="http://www.lettera43.it/politica/12553/ai-weiwei-sotto-inchiesta-per-crimini-economici.htm" target="_blank"><strong>Lettera 43</strong></a> e ⇨ <a href="http://daily.wired.it/blog/made_in_china/2011/04/09/ancora-su-ai-weiwei-appello-al-mondo-dell-arte-italiana.html" target="_blank"><strong>Daily Wired</strong></a>, in cui<strong> Simone Pieranni</strong> si fa una domanda analoga a quella che mi faccio io: «Perché il mondo dell’arte italiano ancora non ha partorito almeno un comunicato di solidarietà?». Ma nemmeno la rete italiana – di solito pronta a scaldarsi per un nonnulla – fa tanto clamore (l’articolo di Pieranni su <strong>Daily Wired</strong>, per esempio, non ha nessun commento).</p>
<p>Continua <strong>Sara</strong>:</p>
<blockquote><p><strong>Questi sporadici interventi sono del tutto imparagonabili alla copertura giornalistica</strong> di Germania, Francia, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti (purtroppo non me la cavo bene con le lingue scandinave, ma mi sembra di aver capito che anche lì ci sia movimento). I giornali pubblicano quotidianamente articoli sul caso <strong>Ai Weiwei</strong> sia su carta stampata che online (basta digitare “Ai Weiwei” su Google News, può controllare lei stessa).</p>
<p><strong>Oltre all’informazione, anche i governi di questi stati si sono esposti pubblicamente</strong> e hanno richiesto il rilascio immediato. La Germania si è addirittura offerta di pagare un’eventuale cauzione.</p>
<p><strong>Riguardo alle manifestazioni di piazza, ebbene sì, sono arrivate anche quelle.</strong> Attraverso il gruppo ⇨ <a href="http://www.facebook.com/1001Chairs" target="_blank"><strong>Facebook 1001 Chairs for Ai Weiwei</strong></a> la comunità artistica internazionale ha organizzato un sit-in di fronte alle ambasciate cinesi di tutto il mondo tenutosi domenica 17 alle ore 13. Le 1001 sedie sono un riferimento all’opera “1001 Chairs and Chinese visitors” che <strong>Ai Weiwei</strong> ha realizzato per la scorsa edizione di ⇨ <a href="http://d13.documenta.de/" target="_blank"><strong>Documenta</strong></a> nel 2007.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Picchi di 200-300 partecipanti a New York, Hong Kong e Berlino</strong>. (Il mio prossimo report per ⇨ <a href="http://www.roarmagazine.it/" target="_blank"><strong>Roar Magazine</strong></a> tratta esattamente di questo.)</p>
<p><strong>Vivendo in Germania, posso soltanto dirle che qui, per una lunga serie di motivi</strong> (i tedeschi sono molto sensibili al tema della libertà di espressione e dei diritti umani) la sparizione di <strong>Ai Weiwei</strong> è molto sentita e non soltanto da chi è impegnato nel mondo dell’arte.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perciò rilancio, chiedo a chi legge di rilanciare e domando a tutti: perché i media italiani – così pronti a indignarsi per la «mancanza di libertà di espressione» se permette di parlar male di Berlusconi – trascurano <strong>Ai Weiwei</strong>?</p>
<p><strong>Troppo lontano? Poco riferito al piccolo mondo della politica nostrana?</strong></p>
<p><strong>Perché in Italia nessuno scende in piazza per Ai Weiwei</strong>? Non ce ne frega nulla dei diritti umani?</p>
<p><strong>E perché gli artisti italiani tacciono?</strong></p>
<p>da ⇨ <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank"><strong>DIS. AMB. IGUANDO</strong></a></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Dieci cose da ricordare quando si scende in piazza</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 10:00:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160;&#160;&#160;&#160;di Giovanna Cosenza &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/A6tysEAj6V4?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i contrasti, hanno indotto molti – specie a sinistra – a trovare più somiglianze che differenze: come se il vento nordafricano potesse soffiare anche da noi. D’altra parte – si è detto – l’anno scorso anche Atene, Londra, Roma sono andate in fiamme, dunque non siamo così diversi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Ma la piazza italiana ha una specificità tutta sua</strong>, che la distingue anche da quelle europee, non solo dal nord Africa. In un momento di pausa dopo le ultime manifestazioni contro Berlusconi, è opportuno fare alcune riflessioni. Ecco allora dieci cose da ricordare sulla specificità dello scendere in piazza nel nostro paese.<span id="more-38237"></span><br />
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(1) La differenza fondamentale fra noi e il nord Africa è che noi siamo ricchi, loro no.</strong> E lo siamo ancora, nonostante la crisi economica e tutti i problemi che abbiamo. Basta infatti ricordare che i redditi medi dei paesi del Maghreb vanno dai circa 3000 euro l’anno del Marocco ai circa 10.000 della Libia, mentre il reddito medio che nel 2008 gli italiani dichiararono al fisco era attorno a 18.000 euro lordi (e poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che sia superiore). Anche se le statistiche fanno sempre torto ai più deboli, ciò significa che le nostre mobilitazioni sono ancora molto lontane – per nostra fortuna – dalla disperazione di massa che sta attraversando il nord Africa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(2) In Italia, come in tutti i paesi ricchi, la piazza non esiste se non è mediatizzata:</strong> senza opportune riprese televisive e copertura stampa, senza opportuna insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(3) In Italia più che in altri paesi la piazza è ormai inflazionata, usurata. </strong>A destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, tutti prima o poi sono scesi in piazza: dalle grandi organizzazioni di partito e sindacato ai gruppi e gruppuscoli indipendenti, da Berlusconi coi suoi sostenitori alle associazioni animaliste. Perciò da noi la piazza non fa più notizia: chi si limita a manifestare si  guadagna al massimo un frammento di telegiornale.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(4) Per guadagnare l’attenzione dei media, bisogna portare in piazza molte, moltissime persone.</strong> Ma bisogna farlo davvero, non solo dichiararlo: il giochetto degli organizzatori che gonfiano le cifre e la questura che le sgonfia c’è sempre stato, a destra come a sinistra, me si è accentuato negli ultimi anni. Lo fece Cofferati, con la manifestazione al Circo Massimo del 2002: dichiarò tre milioni di manifestanti, ma secondo le planimetrie quella piazza e le zone limitrofe tengono al massimo 600 o 700 mila persone. Lo rifece Berlusconi nel 2006, quando dichiarò di aver portato due milioni di persone in piazza San Giovanni, e nel 2010, quando dichiarò di averne portate un milione, mentre la planimetria mostra che ce ne stanno 150 mila. Più di recente, anche attorno al popolo Viola sono nate le cifre più varie: per il primo No-B Day del 5 dicembre 2009, ad esempio, gli organizzatori parlarono di un milione di persone, ma altre fonti, pur simpatizzanti col movimento, dissero 200 o 300 mila e la questura ridusse addirittura a 90 mila. Fra l’altro, evidenziare i contrasti fra le cifre è ormai diventato un genere giornalistico ricorrente. Ed è pure oggetto di gag comiche.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(5) Per mobilitare centinaia di migliaia di persone,</strong> ci vogliono tempo, strategia, pianificazione capillare, soldi. Ecco perché le piazze «civiche», quelle che nascono dalla mobilitazione spontanea di gruppi e associazioni di cittadini che si dichiarano  orgogliosamente liberi da bandiere, fanno molta più fatica a raggiungere i numeri delle manifestazioni organizzate col sostegno di partiti e sindacati.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(6) Per portare in piazza milioni di persone, internet non basta. </strong>Secondo gli ultimi dati di <a href="http://www.internetworldstats.com/" target="_blank"><strong>Internetworldstats.com</strong></a>, in Italia solo il 51,7% della popolazione ha accesso a internet, il che vuol dire che siamo sotto la media europea, che è del 58,4%, e vergognosamente sotto paesi come la Francia (68,9%), l’Inghilterra (82,5%), la Svezia (92,5%). Inoltre, se passiamo dai dati di accesso a quelli di uso effettivo, le cifre scendono ancora: per l’Audiweb gli italiani che nel dicembre 2010 si sono collegati a internet almeno una volta sono solo 25 milioni. Ecco perché internet non è una panacea: una mobilitazione che per organizzarsi usi soprattutto la rete (mail, facebook, social network), taglia fuori a priori una fetta consistente della popolazione, che occorre recuperare con attività capillari sul territorio, nei quartieri, nelle case. Come si faceva quando internet non c’era.<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><object width= "450" height="280"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/qFMBzAzbLQc&#038;ap=%2526fmt%3D18&#038;autoplay=0&#038;rel=0&#038;fs=0&#038;color1=0xffffff&#038;color2=0xffffff&#038;border=0&#038;loop=0&#038;showinfo=0"/></object></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(7) In assenza di grandi numeri, per catturare l’attenzione dei media si possono fare cose strane, originali. </strong>Ma poiché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (nudo, maschere, carri variopinti), giocare al rialzo comporta rischi di illegalità e idiozia di massa. E fare qualcosa che sia davvero nuovo, creativo, è sempre più difficile: bisogna usare il cervello, lavorare in staff, saper gestire in modo oculato i tempi, i modi e i delicati equilibri della sorpresa. Non a caso, le stranezze di piazza riescono bene ai professionisti della comunicazione, come Grillo e Greenpeace, per fare esempi molto diversi. Non a caso, negli ultimi anni i <em>flash mob</em> e le stravaganze di piazza sono passati dal sociale al commerciale, andando a finire nel <em>guerrilla marketing</em>.<br />
Questo non vuol dire che l’originalità riesca solo ai professionisti della comunicazione. Un esempio eccellente è venuto l’anno scorso dai movimenti contro la riforma Gelmini: le immagini dei ricercatori sui tetti e degli studenti sulla torre di Pisa e nel Colosseo avevano una potenza simbolica tale che hanno fatto il giro del mondo.<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><object width= "450" height="368"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/9feQADxKHdk&#038;ap=%2526fmt%3D18&#038;autoplay=0&#038;rel=0&#038;fs=0&#038;color1=0xffffff&#038;color2=0xffffff&#038;border=0&#038;loop=0&#038;showinfo=0"/></object></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(8) Un buon modo per fare grandi numeri è coinvolgere molte piazze nello stesso momento.</strong> Un po’ come fecero i No Global e i movimenti pacifisti nei primi anni duemila: si pensi ai milioni di manifestanti contro la guerra in Iraq, che il 15 febbraio 2003 scesero in piazza in oltre 600 città in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Europa all’estremo oriente. Qualcosa di simile è accaduto il 13 febbraio scorso, quando in oltre 200 città italiane e una trentina nel mondo sono scese in piazze circa un milione di persone in contemporanea. E il numero è credibile, stavolta.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(9) Per le piazze femminili vale tutto ciò che ho detto fin qui, con ulteriori precisazioni.</strong> Dopo gli anni settanta, i media italiani si sono sempre più disinteressati delle piazze femminili. Il che è rimasto vero anche negli ultimi anni, nonostante gli appelli su internet, il fermento dei social network e le mobilitazioni di piazza abbiano fatto parlare addirittura di neofemminismo. Gli scandali del premier hanno poi dato ai problemi delle donne nel nostro paese una chance di attenzione in più, specie col caso Ruby. Dopo la manifestazione del 13 febbraio, allora, le cose sembrano in parte cambiate, un po’ perché la mobilitazione è stata imponente, un po’ perché è stata in effetti caratterizzata dalla più importante novità che si potesse immaginare per una manifestazione femminile: ha coinvolto in modo rilevante e visibile anche gli uomini.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il rischio, però, è che i problemi delle donne italiane restino schiacciati dall’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali. Lo dice il <a href="http://www.weforum.org/" target="_blank"><strong>World Economic Forum</strong></a>, che colloca l’Italia al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 per opportunità economica, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico delle donne. Lo dice <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/2008/07/23/la-banca-ditalia-e-le-donne/" target="_blank"><strong>uno studio della Banca d’Italia del 2008</strong></a>, secondo il quale, se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Pil crescerebbe, a produttività invariata, addirittura del 17,5%.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(10) Soluzioni per una piazza efficace? Mai una sola, sempre molte. </strong>Per protestare e rivendicare i propri diritti, ma soprattutto per riuscire a passare dal chiacchiericcio politico-mediatico ai risultati operativi, occorre usare tutti i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla tv, da internet all’azione capillare sul territorio, non solo in piazza ma nei quartieri e nelle case. Senza sottovalutare la rete come modo per conoscersi, creare affinità, mantenere contatti. Ma senza neanche sopravvalutarla: la rete è importante per fare cose off line, non per generare autoreferenzialità.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Quanto ai numeri</strong>, se non si riescono a mobilitare milioni di persone in una volta sola – il che in Italia è sempre difficile – un’alternativa è scendere in piazza a ripetizione, senza mollare dopo qualche mese. In questo, il popolo Viola ha mostrato una certa tenacia e forse anche le organizzazioni femminili potrebbero riservarci qualche sorpresa. Il rischio, però, è che i media si assuefacciano e non diano più rilievo alla cosa. E che pure gli italiani non ci facciano più caso, specie se i numeri restano limitati. Non resta che inventarsi simboli nuovi, iniziative originali che attirino i media, li spiazzino: non per stupire a tutti i costi, ma per dare conto di una ricchezza e varietà di sguardi, storie e voci che nel paese in effetti ci sono, ma non sempre le piazze riescono a esprimere. In questo, la proverbiale creatività italiana potrebbe essere d’aiuto.</p>
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		<title>Scienze della Comunicazione: amenità contro dati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 10:00:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giovanna Cosenza</strong><br />
Martedì sera, a Ballarò, Maria Stella Gelmini ha dichiarato che la riforma della scuola ha voluto dare «peso specifico all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale», perché il ministero ritiene che «piuttosto che tanti corsi di laurea inutili in Scienze delle Comunicazioni (sic) o in altre amenità, servano profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro».]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><span style="font-size:10pt; font-family:Lucida Sans;"> <em>di</em> ⇨ <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/chi-sono/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a></span>  <span style="font-size:10pt; font-family:Lucida Sans;">[ <em>da</em> ⇨ <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank"><strong>DIS.AMB.IGUANDO</strong></a> ]</span></p>
<p><span style="font-size:10pt; font-family:Lucida Sans;"><strong>Martedì sera, a Ballarò, Maria Stella Gelmini </strong>ha dichiarato che la riforma della scuola ha voluto dare «peso specifico all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale», perché il ministero ritiene che «piuttosto che <strong>tanti corsi di laurea inutili in Scienze delle Comunicazioni (sic) o in altre amenità, </strong>servano profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro». Infatti, ha aggiunto, <strong>i corsi in «scienze delle comunicazione non aiutano a trovare lavoro»,</strong> perché «purtroppo <strong>sono più richieste lauree di tipo scientifico,</strong> lauree che in qualche modo servono all’impresa» e <strong>«questi sono i dati»</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Sollecitata da molti studenti e dottorandi </strong>– alcuni arrabbiati, altri avviliti – e da molti ex studenti del settore della comunicazione che lavorano da anni, sono andata a vedermi i dati.</p>
<p align="right"><strong><span id="more-37796"></span></strong></p>
<p><strong>Ho consultato innanzi tutto quel meraviglioso strumento on line che è ⇨ <a href="http://www.almalaurea.it/" target="_blank">Almalaurea</a>: </strong>oltre ad avere un’interfaccia di rara semplicità, ha un database che restituisce in pochi secondi (provare per credere) i risultati di qualunque ricerca. Ho poi parlato con ⇨ <a href="http://www.unibo.it/SitoWebDocente/default.htm?MAT=013643" target="_blank"><strong>Andrea Cammelli</strong></a>, direttore di ⇨ <a href="http://www.almalaurea.it/" target="_blank"><strong>Almalaurea</strong></a>, che mi ha inviato un suo articolo sul rapporto fra le lauree in comunicazione e il mercato del lavoro italiano, appena uscito su ⇨ <a href="http://www.comunicazionepuntodoc.it/" target="_blank"><strong>Comunicazionepuntodoc</strong></a>, n°3, dicembre 2010, pp. 35-42. Eccolo: ⇨ <a href="http://giovannacosenza.files.wordpress.com/2011/01/comunicazionepuntodoc_cammelli.pdf" target="_blank"><strong>«Laureati per comunicare», di Andrea Cammelli</strong>.</a><br />
&nbsp;<br />
<strong>Cosa emerge dai dati? L‘opposto di quanto detto da Maria Stella Gelmini: i laureati del settore della comunicazione lavorano in media più degli altri.</strong><br />
&nbsp;<br />
 ⇨ <a href="http://www.unibo.it/SitoWebDocente/default.htm?MAT=013643" target="_blank"><strong>Cammelli</strong></a> ha confrontato la situazione dei <strong>laureati del 2008</strong> (post-riforma 3+2), intervistati dopo un anno, con quella dei <strong>laureati del 2004</strong> (pre-riforma 3+2), interrogati a 5 anni dalla laurea. Come premessa va detto che, data la crisi dell’ultimo biennio, la situazione del 2009, confrontata con quella del rapporto precedente, è <strong>più preoccupante per tutti</strong>, anche per coloro che escono dalle cosiddette «lauree forti» come Ingegneria e Economia.<br />
&nbsp;<br />
<strong>A parte questo, dall’osservatorio</strong> ⇨ <a href="http://www.almalaurea.it/" target="_blank"><strong>Almalaurea</strong></a> emerge innanzi tutto che <strong>i laureati del 2004 in Scienze della Comunicazione</strong>, a cinque anni dalla laurea, lavorano <strong>nell’87% dei casi</strong>, mentre la media nazionale è <strong>dell’82%</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Anche i neolaureati triennali in Scienze della Comunicazione del 2008 lavorano più  della media nazionale: 49% </strong>contro <strong>42,4%</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Quanto alle lauree specialistiche nel settore della comunicazione ⇨ </strong>(<a href="http://www.unibo.it/SitoWebDocente/default.htm?MAT=013643" target="_blank"><strong>Cammelli</strong></a> ha preso in esame le classi di laurea in Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo, Pubblicità e comunicazione d’impresa, Teoria della comunicazione, Scienze della comunicazione sociale e istituzionale), anche qui i dati confortano i comunicatori: <strong>60% di occupati nel settore della comunicazione,</strong> contro <strong>il 57% della media nazionale.<br />
</strong><br />
<strong>Se infine guardiamo al profilo dei laureati specialistici nella stesse lauree,</strong> scopriamo che gli studenti del settore della comunicazione si laureano prima degli altri (a <strong>26,6 anni</strong> contro i <strong>27,3 </strong>del complesso), hanno svolto periodi di studio all’estero nel <strong>15%</strong> dei casi (come la media degli altri), ma hanno fatto molti <strong>più tirocini e stage </strong>durante gli studi e <strong>conoscono l’inglese</strong> più degli altri.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Tuttavia le note dolenti per i comunicatori ci sono: maggiore precarietà e stipendi più bassi.</strong> Il <strong>33%</strong> dei laureati in Comunicazione nel 2004 hanno ancora un lavoro precario, contro una media nazionale del <strong>24%</strong>; e percepiscono uno stipendio lievamente più basso: <strong>1.279 euro mensili netti</strong> contro i <strong>1.328</strong> del complesso.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Anche il laureati triennali del 2008 hanno gli stessi svantaggi:</strong> fra quelli che lavorano, <strong>il 42% è precario</strong>, contro il <strong>40% </strong>della media nazionale; inoltre lo stipendio medio di un neolaureato in Comunicazione nel 2008 è di <strong>973 euro mensili netti</strong>, contro <strong>1.020 </strong>della media nazionale.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Insomma, che i laureati in comunicazione siano meno richiesti è stereotipo, non realtà.</strong><br />
&nbsp;<br />
<strong>Certo, il mercato del lavoro li valorizza meno, mantenendoli più a lungo nel precariato e pagandoli meno.</strong> Ma è da oltre dieci anni che gli studenti (e i docenti) del settore della comunicazione sopportano <strong>pregiudizi negativi</strong> sul loro conto e battute del tipo «scienze delle merendine» e «altre amenità».<br />
&nbsp;<br />
<strong>Non possiamo pensare che gli stereotipi e i pregiudizi negativi non influiscano nella decisione delle imprese su stipendi e stabilizzazione del lavoro.</strong> È infatti anche a causa di questi pregiudizi che, se un’azienda fa un colloquio a un neolaureato in ingegneria bravo e uno in comunicazione altrettanto (o più) bravo, decide quasi per automatismo di pagarlo meno: l’ingegnere vale di più a priori, non perché «serve di più» all’azienda. La stessa cosa accade quando un’impresa deve decidere di stabilizzare due precari: a parità di condizioni, lo fa prima con l’ingegnere (l’informatico, ecc.) perché «altrimenti scappa».<br />
&nbsp;<br />
<strong>È anche la somma e ripetizione di queste decisioni a creare un mercato di stipendi più bassi e precarizzazioni più frequenti. </strong>E il circolo vizioso è fatto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>In questo senso, dunque, l’uscita del ministro Gelmini è stata infelice:</strong> contribuisce ad alimentare un pregiudizio che nuoce a un profilo professionale di cui il mercato ha molto bisogno. Speriamo che, dati alla mano, l’uscita infelice possa quantomeno essere corretta.<br />
&nbsp;</span></p>
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