<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Giovanni Bitetto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giovanni-bitetto/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 07 Apr 2017 16:16:33 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Gabicce Mare</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/04/29/gabicce-mare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Apr 2017 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Bitetto]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=67865</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Bitetto &#160; Vibra un poco la plafoniera sull’autobus che ci porta da Cattolica a Gabicce Mare. E i lampioni disegnano quadrati di luce che attraversiamo per stamparci sulle vetrine. Niente a che vedere con il calore esitante della lampadina sul mio comodino, mentre fisso il volto di mia madre, dei miei zii, delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Bitetto</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Vibra un poco la plafoniera sull’autobus che ci porta da Cattolica a Gabicce Mare. E i lampioni disegnano quadrati di luce che attraversiamo per stamparci sulle vetrine. Niente a che vedere con il calore esitante della lampadina sul mio comodino, mentre fisso il volto di mia madre, dei miei zii, delle cugine che ridono. Già più grandi di me – che ho solo nove anni – sono prese dal desiderio: reclamano un paio di scarpe, un nuovo vestito. Gli adulti le accontentano, spendiamo la serata affannandoci nell’ingenuo shopping delle ferie estive. Questo ricordo corre veloce, se distolgo lo sguardo mi perdo la passeggiata, le chiacchiere, ritrovo macchie verdi a pulsare sulle pupille.<span id="more-67865"></span><br />
I neon sovrastano l’animatore, al centro della pista impugna il microfono e si spende nell’ennesimo monologo. Di solito lo vediamo in calzoncini a bordo piscina, mentre chiama a gran voce i bambini o smanaccia coi padri dai petti villosi, con le madri in bikini ammuffiti. Noi paghiamo l’hotel, paghiamo soprattutto lui per farci divertire. Adesso la sua faccia riempie il locale che sembra una discoteca per signori, un posto sobrio e casereccio in cui far schiantare le comitive di famiglie che ogni anno accompagna nella gita a Gabicce Mare.<br />
A Cattolica non si fa niente, si mangia la piadina e si prende il sole, basta una manciata di giorni per farsi cogliere dalla sonnolenza, se non fosse per la gita le notti scivolerebbero tutte uguali (sono tutte uguali le serate come questa in cui mi ritiro ubriaco nell’umido appartamento di universitari in cui vivo, le notti in cui accendo il lume e medito mezzo nudo o riverso sul comodino). E dunque giriamo per le vie di Gabicce Mare, ci lasciamo spingere nello squallido locale e ridiamo del cabaret, ci scuotiamo sulle sedie mentre il capo animatore esorta a ballare.</p>
<p style="text-align: justify;">La luce del fusibile trema, forse è la mia immaginazione. Le nostre gambe tremano, nel mio ricordo trema tutto, nella sala si allarga uno spiraglio di tensione. Parte la musica, è un vecchio twist che può piacere alle pelli abbronzate, ai vecchi adulti sessantenni soporiferi che lo ballavano da giovani, ai nuovi adulti quarantenni e generalisti che &#8211; solo per il fatto di essere lì a Gabicce piuttosto che in qualche viaggio esotico, in qualche capitale &#8211; balleranno una musica poco pertinente alla loro generazione. Quel twist impastato, anonimo, forse un vecchio pezzo di Vianello, quelle note che potrebbero piacere anche ai giovani imbronciati, ai bambini esagitati vogliosi di correre in pista, eppure trattenuti dai genitori…<br />
Pulsa la muffa verdognola delle luci da discoteca, non si alza nessuno, non ancora. Rivedo un’ombra, una forma dall’aspetto familiare. É il corpo di mia madre, la sagoma di cinquantenne che si erge accanto a me e viene condotta in pista dal braccio del capo animatore. Mia madre non di certo attraente, con le guance un po’ arrossate perché due minuti prima ha cercato di rifiutare. Mia madre è stata scelta dal capo animatore per dare il via alle danze. Perché lei? Perché ha scelto lei che ne stava quieta sulla sedia &#8211; la borsa appena comprata sulle ginocchia &#8211; perché mia madre che adesso si scuote, sorride e scopre le gengive macchiate di rossetto. Sì, mia madre sorride all’uomo che l’ha condotta in pista, un bell’uomo alto e abbronzato, un uomo che lei – costretta in un costume a un pezzo solo, un solo pezzo per coprire la pancia prominente – ha visto dimenarsi in boxer, ogni giorno, per una settimana. L’uomo si muove dolcemente, è elegante, sotto la camicia guizza un corpo da atletico giullare, lei penetra l’aria negli spazi della danza, si accorda al ritmo del corpo altrui, nel ballo spensierato. Nonostante l’estraneità, le gambe di mia madre si armonizzano, formano angoli perfetti, la gonna sfiora le ginocchia dell’omone.<br />
Dal bordo della pista guardo incuriosito, confronto la madre scatenata con la figura dalle movenze quotidiane. Paragono l’estasi sul suo volto alla noia di casa nostra, le mani &#8211; ora puntate il cielo &#8211; con le dita molli che di solito si abbandonano al telecomando.<br />
La osservo e non so cosa pensare, non penso niente e non immagino nulla di ciò che sto immaginando e ricordando stasera.<br />
Gli zii ridono, le cugine vogliono applaudire. Meravigliato mi abbevero di una madre colta di sorpresa, del sospiro che le sfugge mentre si risiede. Il ballo è finito, la complicità dell’animatore si sfalda per ricompattarsi nel solito fascino guascone, adesso gira fra i tavoli, è l’uomo di tutte le signore, è la proiezione del giovane aitante e bonaccione. Mia madre si rassetta perché non è più abituata, nella sua mole c’è già l’ombra del sudore. Lei torna a parlare con mia zia come se non fosse successo niente, riprendere la padronanza di chi non ha visto sparire la gioventù in un gorgo, di chi ha fresca memoria di come si balla, e sul viso non farà più capolino l’illusione di un flirt fugace. Mia madre non si cura di suo figlio, suo figlio gioca con le ginocchia, si tocca svogliato le cicatrici infantili. Non guardo mia madre con astio e non corro – come d’altronde non sono mai solito fare – insieme ai bambini che affollano la pista e che trascinano i genitori nell’atmosfera finalmente rilassata.<br />
Ma adesso, nella luce che quasi mi brucia la retina perché la fisso da tempo indefinibile – o forse da un secondo, forse solo dall’istante in cui il ricordo arriva e svanisce – in questa frazione io la scruto con astio, la guardo come a imputarla di colpe che non può avere, davvero non ne ha la povera madre colta alla sprovvista, davvero è tutto innocente, tutto sulla superficie.<br />
E il me che ha nove anni lo sa, lo intuisce, se ne frega. Il me che ne ha diciannove vuole approfondire, ricollegarsi a un disagio, suggerire una forma di dolore.<br />
Nella mia mente, in questa luce, il disagio e l’astio ci sono, c’è il peso e ci sono le presunte colpe della madre, c’è tutta la vita messa sul piatto, stringata in quel ricordo, in mille altri che arrivano come un treno. Guardo la madre come avrebbe dovuto farlo il padre, la guardo rifratto e lontano, col fare sprezzante del marito ideale.</p>
<p style="text-align: justify;">È probabile che quel giorno il padre se ne stesse raggomitolato sotto le coperte, è probabile che avesse accampato una scusa per non partecipare alla gita. Lei l’aveva lasciato fare. Perché il padre covava un’espressione triste e cercava di dormire. Dormiva già rincoglionito dagli psicofarmaci che assumeva da qualche mese – mentre lei a dire il vero cercava di fermarlo &#8211; dormiva quando la madre ballava maliziosamente con il capo animatore. Mio padre che da lì a cinque anni si spegnerà nei deliqui di una depressione capace di intaccare il corpo oltre lo spirito, il padre che è morto da cinque anni, cinque anni stanotte? No, non proprio, le date e le meccaniche del tempo non funzionano così bene. Le dinamiche della memoria sono male oliate, così come quelle dello spazio che non è saturo dello sguardo di astio di mio padre, perché non c’è mai stato il suo volto al margine della pista in cui ballava mia madre. E nemmeno il mio sguardo del tempo era astioso, irritato come è ora, lattiginoso e bruciato dalla luce neutra di una lampadina.<br />
Mio padre era assente perché dormiva schiaffeggiato dall’aria condizionata in una camera d’albergo a Cattolica, mentre io lì &#8211; io qui e ora &#8211; guardo Gabicce Mare, sempre da lontanissimo, sempre immerso nell’oscurità che preme non appena dico addio spegnendo questo lume.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sodali</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/01/09/sodali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jan 2016 06:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Bitetto]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=59093</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni Bitetto Sento gridare dentro di me, ma non conosco più il cammino della mia volontà fino alla mia gola. Il marinaio, Fernando Pessoa Reinhard non aveva previsto la pioggia. Heinrich non aveva previsto la pioggia. Sorseggiava rumorosamente il brodo per coprire il brontolio dei tuoni. I lampi inondavano la sala da pranzo, trascinavano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Bitetto </strong></p>
<p style="text-align: right;">Sento gridare dentro di me, ma non conosco più il cammino della mia volontà fino alla mia gola.<br />
<em>Il marinaio</em>, Fernando Pessoa</p>
<p style="text-align: justify;">Reinhard non aveva previsto la pioggia.<br />
Heinrich non aveva previsto la pioggia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorseggiava rumorosamente il brodo per coprire il brontolio dei tuoni. I lampi inondavano la sala da pranzo, trascinavano la luce dell’unica candela. S’illuminava il tavolaccio di legno, il vecchio curvo: rimestava nel piatto adoperando il cucchiaio. Heinrich scrutava i pezzi di pasta che galleggiavano a mo’ di arcipelago, la superficie del liquido ambrato, bastava un soffio per scatenare il maremoto, devastarne la geografia provvisoria, squadrava le rotte marittime delle verdure, dei pezzi di carne che avrebbe prelevato con un semplice gesto. Il brodo si raffreddava e lui rimaneva immobile, nutrendosi di tanto in tanto, la bocca schifata dal liquido inerte. Non cessava di piovere.<span id="more-59093"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Reinhard teneva la testa bassa, gli occhi fissi sugli scarponi mezzi affondati. Il fango gli arrivava alle caviglie, creava piccoli mulinelli quando sollevava i piedi, l’effetto del risucchio lo rallentava, gli donava l’andatura metodica di un automa. Se camminare in quelle condizioni era un problema (mentre l’acqua gli sferzava il viso, i goccioloni impiastricciavano i capelli, colando sulla fronte, nelle orecchie, scivolando dal collo giù per la schiena) trascinare il sacco risultava impossibile. La mano aveva perso sensibilità, la pioggia crivellava la tela, pareva che il contenuto sussultasse. Reinhard girò il capo, scacciò il pensiero, cercò di orientarsi come meglio poteva. S’incamminò sul declivio, lasciandosi dietro una traccia di detriti, l’erba schiacciata nell’acquitrino. Il sacco si impiastricciava di fanghiglia appesantendosi di minuto in minuto, Reinhard lo arpionò con le dita scheletriche, rischiando di cadere.</p>
<p style="text-align: justify;">Heinrich circumnavigava il piatto, si fermava solo quando il movimento troppo brusco minacciava di macchiare il tavolo. Poi sorseggiava il brodo, avvistava un capello grigio, si specchiava nel liquido, la superficie cangiante che gli impediva di afferrare l’immagine del volto rugoso. Alzando lo sguardo avrebbe rivisto i medesimi lineamenti fugaci nella fotografia del padre. Sulla mensola due paia di occhi cordiali, lo sfondo occupato dalla casa, il bianco e nero che s’irradiava nella stanza. Nella foto c’era bel tempo, l’aria marzolina, non pioveva, nella casa reale, al di fuori di essa, il temporale non cessava. Heinrich poteva alzare lo sguardo, scrutare madre e padre, poteva gettare un’occhiata fuori dalla finestra, al cielo rannuvolato, la terra che tendeva al marrone, poteva ricominciare a mangiare, non fece nulla di tutto ciò.</p>
<p style="text-align: justify;">Reinhard avanzava all’indietro, le ginocchia puntate verso l’alto, mentre i polpacci strisciavano, per dar modo al vecchio di scendere la collina. I nervi tesi ingrossavano il cuoio degli scarponi, la presa cercava di farsi più salda, di propiziare l’ennesimo passo. Le mani volgevano al bluastro. Reinhard stringeva con tutte le forze, immaginandosi le membra come un rimorchio, il sacco un’appendice: anche un minimo calo di attenzione lo avrebbe fermato, il tessuto sarebbe sgusciato lontano, la terra umida ne avrebbe accolto il contenuto. Non poteva permetterlo, sbatteva i denti mentre i capelli si appesantivano d’acqua, un ciuffo velava la vista, terminava nella bocca ansimante, egli sentiva il sapore dell’unto, mentre i vestiti si incollavano al corpo come una seconda pelle.</p>
<p style="text-align: justify;">I brandelli di pasta si scontravano nel centro del piatto, una piccola pangea di farina lavorata. Heinrich avvicinò il cucchiaio, ve lo poggiò sopra, spinse lentamente, facendo in modo che i frammenti affondassero. Quando li sentì toccare il fondo, alleggerì la pressione, i grumi salirono repentinamente, riaffiorarono schizzando goccioline aranciate. Un tuono sconquassò lo spazio, coprì la risata di Heinrich. Il fragore si modulò in un ritmico lamento, la pendola accanto alla credenza batteva un numero imprecisato di colpi, Heinrich si stupì del tempo passato, si stupì della melodia dell’orologio che raggranellava minuti sin da quando c’era la madre a pulirlo. Non vedeva da tempo la donnina (talmente vecchia da far sembrare il figlio un giovincello) la pendola era coperta di polvere, i meccanismi scricchiolavano sotto il peso delle corde consunte,eppure non vi era giornata trascorsa senza il verdetto dei rintocchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Era inciampato in una radice, ma per fortuna evitò la caduta. Sentiva il tubero avvolto alla caviglia, la punta lacerava i pantaloni, la carne improvvisamente bruciava. Si morse il labbro per sublimare il dolore, il profilo del sangue si disegnò sulle labbra. Si accovacciò, liberando una mano, affondando le dita nella melma gelida. Adesso la schiena riceveva gran parte dell’acqua. Reinhard andava alla cieca, tastava la ferita. Individuò il corpo estraneo, strattonò per allontanarlo. Se lo ritrovò in mano, pareva un pezzo d’intestino, lo gettò, sarebbe stato riassorbito dal ventre cavernoso.</p>
<p style="text-align: justify;">Heinrich odiava il brodo freddo. Ingoiava piccoli sorsi pensando al sapore acidulo dello sciroppo. I filamenti di carne si incastravano tra i denti, i grani di pasta raschiavano il palato, ogni nuovo boccone lo avvicinava alla sensazione di fradiciume che avrebbe provato se fosse stato sotto quella pioggia. L’ennesimo lampo gli bruciò la retina, si stampò sull’ebano della pendola e sulle facce dei genitori bloccati nell’eterno sorriso.<br />
Un ultimo strattone, la slavina di fango che schizzava sulle anche. Reinhard riprendeva la posizione eretta. Aveva sentito il terreno appianarsi, la pendenza sparire. Mentre la gravità impediva al fango di formare un fiume, l’incessante lavorio della pioggia lo costringeva a gorgogliare. Le bolle di melma si allargavano, scoppiavano, il terreno permeabile rigurgitava frammenti di pietra e ossa animali. Reinhard non poteva vedere, toccava materie aliene, sapeva che stava calpestando crani di volpe, zampe di lepre. Avrebbe potuto sorridere al pensiero che, se avesse aperto il sacco, le membra umane si sarebbero mischiate a quelle animali, indistinguibili per forma e sostanza, talmente malmesse da essere scambiate per pietre. Un abbozzo di sorriso. No, non un ghigno, ma una smorfia di dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cucchiaio strideva contro il fondo del piatto, le narici di Heinrich erano dilatate in una brevissima istantanea di disappunto. Stava terminando il brodo, lasciava il risciacquo sugoso e qualche solitario scoglio, frammenti di pasta o verdura. Fletté le dita, si ravvivò i capelli, sapendo di divellere altri filamenti argentei. Un soffio d’aria gli trapassò il collo, schiantandosi nel corpo della candela, la fiamma si spense. Buio, nuovi segni di astio sul volto di Heinrich. Il vecchio dovette avvicinarsi alla credenza, adesso sapeva di avere il ventre a pochi centimetri dal volto degli avi. Heinrich prese un fiammifero, sfregò con dovizia, l’esplosione riaccendeva la candela. Per un attimo lo stoppino divenne un abbraccio infuocato, la stanza ardeva di nuova luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Reinhard vide la luce. Il bagliore alla periferia del campo visivo. Si mosse in quella direzione, aspettando che la danza dei lampi illuminasse qualcosa di vagamente simile a un casolare. Poteva scorgere, dal puntolino, lontanissimo, irradiarsi il segno di un’oscurità più solida dell’aria. Il cambio di direzione aveva fatto torcere il sacco, le membra dei cadaveri si mossero, le dita puntavano contro la tela grezza, sfioravano Reinhard. Egli percepì il pollice di una mano, l’alluce di un piede, nel fondo le teste sbattevano e forse si incrostavano di fango. Il padre dal cranio sfondato avrebbe accolto l’argilla. Ma Reinhard doveva scacciare quei pensieri, relegarli sul fondo della mente, del cuore, del peso che trascinava con tanta stolidità. Doveva concentrarsi su altro, sui chilometri percorsi da quando aveva lasciato il pickup ingolfato, sullo spettro di luce che pian piano si allargava, messo a fuoco da distanza meno ragguardevole, il volto consunto dall’acqua che si avvicinava a destinazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Heinrich posò il piatto nel lavandino, non lo avrebbe sciacquato. Di solito accendeva la pipa, posando le vecchie terga in poltrona, sfogliando un libro che non fosse l’album di famiglia (e lo sapeva che prima o poi, a metà serata, avrebbe preso il librone rilegato, posato lo sguardo su mille altre foto, i genitori che sorridevano e lo accusavano). Ma no, non stavolta, scorgeva un lembo grigio avanzare nella distesa marrone. Quella macchiolina non era un grumo di nebbia e neppure un alce frastornata. Era un uomo, un uomo che trascinava qualcosa. Heinrich rifletteva sull’eventualità che ci fosse qualcuno tanto stupido da attraversare la landa infradiciata. Incassò la testa fra le spalle: avrebbe preso il fucile.</p>
<p style="text-align: justify;">Reinhard tentò di non quantificare la strada percorsa, non avvertire il gelo che lo avvolgeva come una coperta, mentre il vento fischiava e muoveva le masse d’acqua, le gocce che impattavano ogni parte del corpo, scomponendosi nella rifrazione. Sull’orizzonte i fulmini circolari trapassavano le nubi, sentiva gli schianti e i fragori lontani, forse una lama, proprio in quel momento, schiacciava il fuoristrada miglia addietro. Reinhard aveva tracciato un solco nel fango, tagliato la campagna ostile col rostro del sacco, con i volti cadaverici dei genitori. Il pickup giaceva impantanato, sul sedile qualche macchia di sangue, il sangue che ad ogni metro si mischiava con la lordura del temporale. Reinhard gelava e digrignava i denti, ormai non pensava più a nulla, non sentiva le braccia, non avvertiva il cuore pulsare, neppure la mente si interrogava sulle azioni delle ore precedenti. Avanzava furiosamente, la luce si faceva vicina.</p>
<p style="text-align: justify;">Heinrich aprì lo sgabuzzino, avvicinò la candela ai ripiani polverosi. Le cianfrusaglie materne giacevano ammonticchiate. Accovacciandosi penetrò l’oscurità: sul fondo riposavano i fucili. Afferrò quello che utilizzava per la caccia, il manico consunto ma la canna ben oliata. Soppesandolo senti il naturale tepore del metallo, uno scatto secco per infilarvi un colpo. Stava per alzarsi quando l’occhio gli cadde sull’ultima arma della fila. Il fucile del padre. Si ricordava di come il genitore gli avesse insegnato a sparare: pomeriggi invasi dall’odore di zolfo, le mani nodose su quelle del bambino, i polsi saldi a spingere il calcio contro la clavicola del figlio. Ordini. Consigli. Acuti stridori verso il cielo. Pacche sulle spalle quando il sangue sgorgava dal foro sbocciato nel fianco dell’uccello. Le mani nodose: le stesse di Heinrich mentre lasciava il suo fucile e ne prendeva un altro. Avrebbe dovuto pulirlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora un fulmine, a questo punto si immaginava le gomme del pickup esplose. Vacillava per il peso, per la resistenza che opponeva il terreno melmoso. La luce si era fatta più fioca, come se si fosse mossa, ma non aveva importanza, vedeva bene il profilo del comignolo, la sporgenza delle pietre annegate nella calce, il giardinetto ridotto a pantano. Si ricordò delle foto scattate, dei due vecchini che si amalgamavano nel sacco: una testa contro un piede, una mano a impigliarsi nelle viscere. Eppure quei vecchi erano stati lì di fronte, sotto il sole, articolavano il suo nome, la filigrana intrecciata e le erre arrotate. Reinhard! Un’enfasi diversa dall’ultimo ordine del padre, le parole prima dell’uccisione e quelle ritrovate dopo, vergate sulla carta da mano ebete. Avanzava ancora Reinhard, distrutto, tremante, ma non disposto a pregare.</p>
<p style="text-align: justify;">La lucentezza dei pezzi sparpagliati, il manico in radica indistinguibile dal piano di legno. Baluginava l’esantema di luce sulle canne tornate a splendere, Heinrich vi scorreva un dito, assaporava l’amorevolezza che tributava al fucile, l’arma accoglieva il ricordo di un tocco affine. I gesti erano composti, misurati, scevri della fretta che ci si sarebbe aspettati da un uomo in pericolo. Heinrich aveva pulito con calma, ora rimontava. Solo lo squarcio delle canne rimaneva aperto, nel fondo bruciava il fuoco della luce riverberatasi sul pavimento, il lampo faceva tremare la stanza e s’incuneava nel vuoto del cilindro. Heinrich immaginò la dinamica interna che avrebbe scaricato i proiettili, una chimica contratta simile all’orgasmo dei fulmini. La pioggia sferzava le pareti, i legni del tetto tremavano, qualche tegola diceva addio alla propria alcova, Heinrich inseriva i bossoli e caricava l’arma e poi, così armato, si girava verso la finestra. Dietro il velo d’acqua prendeva forma la geometria di un volto, adesso poteva scorgere gli zigomi alti agglutinarsi, opporsi al soffio gelido. La tenebra opprimeva il mondo, ma egli aveva capito quali occhi sormontavano quel profilo.</p>
<p style="text-align: justify;">Reinhard sospirava, la casa si era fatta apparizione solida, il fango le gravitava attorno, bolliva come lava primordiale. Le gambe gli dolevano, si sentiva invischiato nelle piaghe di una creatura abnorme: il suo movimento causava ferite appiccicose. Il sacco reggeva la tensione del lungo peregrinare, dell’acqua che imbeveva la tela e lo appesantiva a tal punto da portarlo a consunzione. Per l’ennesimo centimetro guadagnato si aprivano bucherelli vistosi, squarci infinitesimali che per la pioggia erano voragini, ormai anche le teste dei cadaveri incontravano il terriccio melmoso. Carne bagnata, come la guancia della madre che si inzuppava di minestra. La dentiera dissolta in gola, i capelli incrostati di cibo, un soufflé appassito nel piatto, mentre il padre guardava e non piangeva. Reinhard uccidimi. Rivedeva la scena sotto le secchiate di acqua gelida, sentiva il volto conformarsi allo stupore dell’accaduto. Suo padre, due metri, sovrastava il corpo della moglie. Confessava di averla uccisa, di averla avvelenata, esibiva la boccetta vuota, la sostanza che confluiva nello stomaco della madre e la stroncava. Un paio di cucchiaiate, un urlo soffocato tale da far accorrere il figlio dal giardino alla cucina. Quel minuscolo budino di carne con la testa annegata, era ancora sulla sedia, il padre la reggeva, ma non piangeva. Reinhard uccidimi, siamo troppo vecchi. Preghiere: erano quelle del padre. Lui, sotto la pioggia, mentre trasportava dei cadaveri smembrati, non avrebbe pregato.</p>
<p style="text-align: justify;">Heinrich era in posizione, calcio del fucile bloccato nell’incavo della spalla, occhi ridotti a fessure, concentrati per cogliere ogni minimo movimento della sagoma che si stagliava granulosa. Le mani avvinghiate alla sbarra di legno e metallo formavano un diamante di sporgenze ossee, l’indice della mano destra si protendeva attorno al grilletto, sarebbe bastata una frazione di secondo, sollecitare lo sbuffo d’acciaio, originare la traiettoria al di là del vetro. La tensione si sciolse, l’uomo mollò la presa e abbassò il fucile; un secondo dopo il metallo era di nuovo in erezione. Heinrich provava e riprovava il gesto secco. Ancora una volta. Ancora. L’anguilla si acquattava lungo la coscia, poi tornava a farsi minaccia orizzontale. Quel fucile non era leggero, Heinrich avvertiva la resistenza dell’aria mentre compiva il movimento fulmineo. Immaginava il padre gravato dal peso, il fucile aperto e poggiato sul collo, la gorgiera del padrone, quando le mani erano occupate dai cadaveri di volpi e beccacce. La madre le avrebbe scuoiate, messe a rosolare, riempiva un secchio con sangue e pelle marcia. Quel secchio sarebbe arrivato nelle sue mani, l’ordine era di gettarlo nel pozzo (ora il pozzo rigurgitava limo millenario). Anche quel giorno, quando aveva sparato il suo primo colpo e abbattuto l’uccello, anche dopo la pacca soddisfatta del padre che correva ad agguantare la preda (per torcergli il collo, spezzarne i rimasugli di vita), la testolina della madre apparve sulla porta di casa, le mani si protesero, gran compiacimento nel cuocere la preda del figlio. Che mani nodose, che mani piccole. Mani di padre e madre a confronto. Mani di figlio che spintonavano i vecchi rimbecilliti, mentre gli occhi dei genitori si incendiavano degli ultimi barlumi di coscienza e le gole esalavano maledizioni. Te ne pentirai Heinrich, figlio degenere. Te ne pentirai. Tieniti tutto questo, noi torneremo. Un tuono, un fragore che sapeva di brusio, di voce baritonale del padre, di miagolio della madre. Un tuono spezzò il pensiero iracondo. Heinrich di nuovo in posizione, e poi a riposo. Si avvicinava al vetro e scrutava la figura scossa dal vento.</p>
<p style="text-align: justify;">La campagna rigurgitava un cancelletto, un pezzo di rete arrugginita, le vestigia di un pollaio affondavano fra la sabbia melmosa. Il limite, il giardino, il segno della proprietà privata. Reinhard non dovette faticare: appoggiò una mano sul ferro, spinse con poca forza. Il cancello si apriva, si schiantava al suolo, il fango trattenuto inondava lo spiazzo grigio. Cosa provava a rimettere piede fra le mura di casa? Cosa provava a trovarsi inzuppato, affogato, portatore di carne morta dentro lo spazio che lo aveva nutrito? Nella terra sfilacciata navigava un badile, fendeva l’acquitrino, sospinto dall’inerzia della tormenta. La punta impattò la suola dello scarpone di Reinhard, si originò una bolla di fango, tenuta in bilico dal cuoio e dall’acciaio, il vecchio la scrutava. Si stagliava il volto del padre, i lineamenti gommosi appiattiti sulla superficie. La punta del badile la penetrava, sfondava il retro della testa di schiuma. Reinhard fallo. E aveva colpito. Aveva abbattuto la pala che stringeva in mano, che si era portato dietro dal giardino, senza pensarci, perché sentiva l’urlo della madre e conosceva la malattia dei vecchi, scappava per arrivare subito, soccorrere. Non c’era nessuno da aiutare. Il padre ammetteva di aver versato il veleno, le rughe pesanti, la faccia putrefatta dal dolore, dalla rassegnazione, eppure quegli occhi così razionali, così maligni. Siamo troppo vecchi, siamo troppo stupidi. Reinhard sapeva che il pazzo aveva ragione. Persino nella bolla la faccia del padre si coloriva di quell’espressione ebete. Madre e padre ultranovantenni, accuditi al meglio delle possibilità, non abbastanza per una fine decente. La follia di un uomo può arrivare a tanto? Era la malattia che aveva spinto il padre ad architettare il piano? O era l’ultimo brandello dell’antica razionalità? Forse il dolore aveva rappreso il cuore, corrotto la mente, il padre non riusciva più a concepirsi come uno scheletro ambulante. Non voleva più vedere la moglie lamentarsi, biascicare. La vescica pompava sangue, le giunture si animavano di piaghe, la lingua si perdeva, girava a vuoto sull’abisso dei buchi di memoria. Reinhard avrebbe dovuto capire, tergiversare, l’errore gravava come un peso, più duro e più forte del sacco che ora stava trascinando. Trascinava, arrancava nel fango perché aveva colpito, aveva piantato la pala nella testa del padre. Forse nell’ultimo rantolo sillabava un grazie. Poi era sopraggiunto il rimbecillimento, gli occhi spenti come sempre, ma stavolta spenti anche della vita, freddi per davvero, due metri d’uomo che s’abbattono sul pavimento, schiantano la sedia su cui giace il cadavere femminile. Ecco i corpi dei coniugi sovrapposti, amalgamati e uniti anche nella fine peggiore. Reinhard, sconvolto e assalito dall’orrore, non riusciva neanche a urlare. Neanche ora, sotto la pioggia, l’urlo sarebbe stata la soluzione. Solo poche ore prima Reinhard non era zuppo, muoveva un passo in direzione del duplice omicidio, si apprestava ad accasciarsi al suolo. Poi aveva visto la lettera. Giaceva nella tasca del padre, spiegazzata, posta in modo che fosse visibile. Lui la prendeva, leggeva l’ultima follia. La bolla scoppiò, evaporò il diorama di padre e madre. Reinhard compì un altro passo.</p>
<p style="text-align: justify;">Heinrich non aveva dubbi, conosceva l’individuo che transitava in giardino. Se lo ricordava più pulito, giovane e dal capello biondo, pagliericcio, mentre il suo tendeva al castano. Se lo ricordava dallo sguardo vivace, la parlantina impeccabile, un ragazzetto che lo guardava e sembrava sfidarlo. Era cresciuto, aveva imparato i modi di città, aveva reso orgoglioso il padre, riempito di lodi la gola della madre. Che sguardo sprezzante gli aveva lanciato, quel giorno in cui, stanco, si era preso tutto e aveva compiuto il tradimento. Aborriva il suo ruolo, il servo fedele di un padre iracondo. O forse era il contrario, forse abbracciava tale natura sino in fondo? Era stato cresciuto per essere il figlio maggiore, aveva appreso i rudimenti del lavoro, della vita parca in quel posto selvaggio. Era stato iniziato all’esercizio del comando. E lui aveva istigato la gerarchia fino allo scioglimento. Non era forse il padre a impartirgli la lezione, a ordinargli di ammazzare il cavallo inutile? Lui lo aveva fatto. Cacciava i genitori inebetiti, i vecchi che si cagavano addosso, si era preso tutto, per una volta, finalmente. Lui lo aveva guardato, sornione, superiore. Lui che non doveva sottostare alle regole, perché era il preferito, la concessione al progresso della vecchia famiglia di montanari. Si sentiva migliore perché li aveva presi sotto la sua ala protettrice? Può essere. Ma adesso come era finito? Heinrich lo guardava tornare nel feudo dell’infanzia lercio e trasportando un sacco! Adesso era lui a provare disprezzo, adesso era lui che lo giudicava, come il fratellino aveva fatto quel giorno, e anche prima, durante la giovinezza, l’adolescenza, l’infanzia, durante la battuta di caccia in cui Heinrich aveva imparato a sparare e lui lo osservava dalla porta di casa, con ammirazione, con disgusto. Un sorriso sottile si disegnò sul volto, paragonava la differente condizione. Stringevano entrambi un arnese: un vecchio sacco, un vecchio fucile. Due uomini con i capelli radi e i peli argentei. Heinrich ghermì nuovamente il calcio, si diresse verso la porta.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tagliare un corpo ci vogliono dei guanti spessi, un grembiule che si è disposti a buttare, perché il sangue lorda tutto e viene via difficilmente. Per tagliare un corpo ci vuole una sega, un martello che spezzi le ossa, i legamenti, disarticoli le giunture. E poi ci vuole un fazzoletto: lo annodi a mo’ bavero, ci ficchi la bocca quando hai voglia di vomitare, quando non ne puoi più di smembrare e sezionare. Reinhard buon borghese, ti diletti come falegname, tu queste cose le sai fare. Vero? Abbattere i propri genitori è come lavorare un tronco, le vecchie carni sono cortecce, le sezioni d’osso sono rami che non hanno nulla da dire. Adoperi la sega circolare, il seghetto per tranciare, un martello che non pianta chiodi. Ti chiedi perché lo stai facendo, sei ipnotizzato dalle ultime parole. Reinhard caro mio hai fatto la scelta giusta, ora compi l’ultimo passo,frantumaci, uniscici, seppelliscici nella nostra terra. Era la grafia del padre, tremante di follia. Erano le ultime volontà firmate dal vecchio e persino dalla madre. Reinhard avanza nel pantano del giardino e assapora il gusto della segatura in cui aveva gettato i pezzi, per impedire al sangue di dilagare. Nella piccola rimessa il mondo è secco, asciuga il palato e vetrifica gli occhi. Sulla via verso casa la campagna è umida, liquida, lo assalta con la risacca dell’argilla. Reinhard chiude gli occhi e avanza ancora di un passo, l’acqua è come il sangue che gocciola. Per trasportare un corpo tagliato ci vuole un baule, lui non ce l’aveva, ripiegava sul sacco. Ora lo trascina fra i detriti, il pickup impantanato è lontano molti chilometri. Per seppellire corpi di omicidi, di parenti, di smembrati, per adempiere alle ultime volontà dei pazzi, ci vuole un posto segnato sulla cartina. Reinhard è a dieci passi dalla porta di casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Heinrich aprì la porta, si stagliò la sagoma e l’acqua si accanì impietosa. Puntò il fucile e sentì il vento invadergli la manica, le goccioline risalire i polsi, fino all’incavo del gomito. Per avere una posizione migliore piantò un piede oltre la soglia, il fango inghiottì il calcagno. La pioggia sferzava il metallo, si abbatteva creando il suono di un tamburo, sembrava che il colpo fosse partito prima del tempo, che stesse partendo in ogni istante.<br />
&#8211; Cosa vuoi, cosa sei venuto a cercare qui?<br />
Herinch guardava gli occhi grigi del fratello.<br />
Reinhard guardava gli occhi grigi del fratello.<br />
Nelle orbite di entrambi si riflettevano i lampi.<br />
&#8211; Cerco la patria.<br />
Si guardavano.<br />
Nel lavabo luccicavano le ultime gocce di brodo. Chilometri addietro il pickup era imploso. Dalla collina pendevano slavine di fango. La scia del sacco svaniva sommersa dall’argilla. Il sangue si era seccato sulle seghe adoperate da Reinhard. In città il temporale non era arrivato e la rimessa giaceva quieta. La radice penetrata nella sua caviglia adesso navigava nelle profondità della terra. La luce della candela stentava ad arrivare alla porta. La casa gracidava sferzata dal tifone. Il sacco taceva. Sul cucchiaio permaneva un residuo di pasta. Il fucile sfidava il temporale. La testa della madre era già cadavere. Il tronco del padre era già cadavere. L’aria puzzava di acqua e terra.<br />
Heinrich non aveva previsto la pioggia.<br />
Reinhard non aveva previsto la pioggia.<br />
-No, tu cerchi la guerra.<br />
Nella filigrana della tenebra, covata da grumi di nubi e da banchi di nebbia, la massa della montagna germogliava minacciosa.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-24 23:30:27 by W3 Total Cache
-->