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	<title>Giovanni De Feo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La stanza senza fine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/02/26/la-stanza-senza-fine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Feb 2020 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni De Feo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni De Feo Nico non riuscì a distinguere il momento esatto in cui il racconto del Mastro si insinuò a tal punto nel suo sonno da spaccarlo, come un cuneo di ferro in un ciocco di legno, penetrando in profondità nei suoi sogni. A un certo punto però si trovò a camminare dentro di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="size-full wp-image-83108 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/mercatosenzafine.png" alt="" width="371" height="567" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/mercatosenzafine.png 371w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/mercatosenzafine-196x300.png 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/mercatosenzafine-250x382.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/mercatosenzafine-200x306.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/mercatosenzafine-160x245.png 160w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" />di Giovanni De Feo</strong></p>
<p>Nico non riuscì a distinguere il momento esatto in cui il racconto del Mastro si insinuò a tal punto nel suo sonno da spaccarlo, come un cuneo di ferro in un ciocco di legno, penetrando in profondità nei suoi sogni. A un certo punto però si trovò a camminare dentro di essi.</p>
<p>Era un sogno, e insieme non lo era. Intanto perché era consapevole di stare sognando, e questo era inusuale. E poi perché era tutto molto netto, come se la tenebra fosse stata sbozzata dalla luna. Nel bosco innevato il ragazzo sentiva il crocchiare dei suoi piedi nudi. Era notte, e avrebbe dovuto fare un freddo cane ma il ragazzo lo accusava appena. Sotto la palme nude dei piedi, la neve non scottava. Pian piano dal sentiero illunato lo raggiunsero i rumori di una lotta.</p>
<p>Al di là di uno schermo fitto di betulle, bianche e slanciate come schiene, il ragazzo sentiva un suono di mani su mani, di braccia su braccia, un rotolar di corpi in terra. Sembrava di udire una folla di lottatori in un’arena; ma il ragazzo sapeva che i lottatori erano solo due.</p>
<p>Proprio quando stava per superare lo schermo degli alberi, nel bosco risuonò un grido.</p>
<p>Il ragazzo raddoppiò il passo. Quando sbirciò dentro la radura – uno spiazzo nevoso nelle cui strisciate di neve e fango si leggeva la storia della lotta – il ragazzo sapeva già cosa avrebbe visto: un uomo in piedi e un uomo in terra. Non due uomini, lo stesso identico uomo.</p>
<p>Nico si arrestò in tempo per vedere quello in piedi –vestiva una divisa grigio-verde– girarsi. Pur imbacuccato di scialli incrostati di ghiaccio, lo riconobbe. Era più magro del Farmacista, ed entrambi gli occhi scintillavano al chiarore lunare. Ma era il tenente, Bencivenga. L’uomo lo fissava; l’ansito bianco del suo fiato dilagava nella notte come latte.</p>
<p>Solo allora Nico riuscì a parlare, e nel sogno disse: «Perché lo hai fatto? Perché lo hai guardato in faccia?».</p>
<p>«E tu?» chiese l’uomo, secco. «Perché hai inseguito il tuo doppio a casa tua?»</p>
<p>«Dovevo sapere» disse Nico.</p>
<p>E annuendo, come a dire: “anche io”, il tenente si chinò per trascinare via l’altro corpo.</p>
<p>«Aspetta!» disse Nico avanzando un passo, «che vuol dire che gli hai rubato “uno sguardo”! Che sguardo?! Cosa vuole lui davvero da te?!»</p>
<p>Il tenente rimase di profilo contro la luna; poi voltò il capo. Il ragazzo sentì un rumore come di rametti spezzati, quando le vertebre del collo gli si frantumarono: la testa del tenente aveva fatto un giro completo e ora gli mostrava la nuca. Con la faccia che gli formicolava per lo choc il ragazzo guardò l’uomo ai loro piedi, nella neve. Quello, era il vero Bencivenga.</p>
<p>Il freddo cominciava finalmente a raggiungerlo, gli allagava i polmoni come un silenzio liquido, il gelo immemore che vive tra le stelle più lontane.</p>
<p>«Cosa vuoi?» disse infine il ragazzo. «Cosa vuoi dal Ciclope? E da me? Cosa vuoi da noi tutti?!» Nico vedeva il vapore dietro la sua nuca, come se la bocca dell’altro si fosse aperta.</p>
<p>Poi sentì che non erano più soli. Si girò.</p>
<p>Al posto delle betulle c’era una folla senza fine, immobile, che degradava nel bianco in tutte le direzioni. Erano le genti delle città ora deserte: donne, uomini, vecchi, bambini. Ognuno di loro aveva il corpo rivolto verso di lui e la testa torta innaturalmente all’indietro. Capì, nel sogno, che essi erano coloro che l’Effimero aveva disfatto, e che anche lui avrebbe fatto parte delle sue schiere, quando nel mondo sarebbe morta l’ultima persona che aveva memoria di lui. Dal racconto del Ciclope, tra i più vicini, Nico riconobbe Guglielmin e Scavoni, quest’ultimo ancora con la borsa a tracollo, quella della lettere. Poi l’uomo che era stato il tenente Bencivenga parlò, non solo per se stesso, per tutti.</p>
<p>«Noi» dissero la voci.</p>
<p><a href="https://www.ragazzimondadori.it/libri/la-stanza-senza-fine-le-avventure-fotografiche-di-nicodemo-giovanni-de-feo/"><strong>Testo da: Giovanni De Feo, <em>La stanza senza fine. Le avventure fotografiche di Nicodemo</em>, Mondadori, 2019.</strong></a></p>
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		<title>I Pallidi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/04/08/i-pallidi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Apr 2016 05:12:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[fantastico italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni De Feo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[pallidi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni De Feo Il racconto è apparso sul numero 5 della rivista Hypnos. La sera, seduti a bere ai tavolini sul Gran Corso, li vediamo entrare circospetti nei bar eleganti e specchiati con fare mesto, da cani bastonati. Appena uno di noi se ne accorge fa gomito agli altri; al tavolo si quietano le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni De Feo</strong></p>
<p><em>Il racconto è apparso sul numero 5 della rivis</em>t<em>a <strong><a href="http://www.edizionihypnos.com/home/34-hypnos-cinque.html?search_query=de+feo&amp;results=1">Hypnos</a></strong>.</em></p>
<figure id="attachment_60701" aria-describedby="caption-attachment-60701" style="width: 280px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-60701" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/an-attempt-to-convey.jpg" alt="Jeannie L. Paske, An attempt to convey" width="280" height="612" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/an-attempt-to-convey.jpg 412w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/an-attempt-to-convey-137x300.jpg 137w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /><figcaption id="caption-attachment-60701" class="wp-caption-text"><a href="http://obsoleteworld.com/">Jeannie L. Paske, An attempt to convey</a></figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">La sera, seduti a bere ai tavolini sul Gran Corso, li vediamo entrare circospetti nei bar eleganti e specchiati con fare mesto, da cani bastonati. Appena uno di noi se ne accorge fa gomito agli altri; al tavolo si quietano le risate, zittiscono le battute, ci giriamo unisoni a fissare i nostri nemici con occhi di profonda foresta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora prima di scorgere il Pallido che quelli si nascondono ben bene addosso –nelle maniche, nei taschini, nei tascapani– ancora più delle camicie lise, rovinate sui colletti, ma che pure mantengono un’aria di dignità surrogata; ancora meglio degli occhi disperati, che dardeggiano paurosi in faccia alla folla, a tradirli è la loro camminata da cani stanchi, randagi nel passo e nell’anima. Sono uomini e donne, giovani e meno giovani, ma hanno sempre quel modo guardingo di guatare fino al bancone del caffè, la testa come in ascolto del rombo lontano del pericolo.</p>
<p style="text-align: justify;">E noi, noi siamo per loro quel rombo, e quel pericolo. Subito, come per ordine convenuto, ci alziamo, sorridendoci negli occhi scintillanti e duri, pregustiamo a labbra strette l’umiliazione loro e la nostra profonda soddisfazione. Già il ramingo –così li chiamiamo tra noi– s’è accostato a una signorina che sorseggia lenta un Campari. Col suo librettino aperto costui cerca di imbastire il suo discorso. Lo fa anzi con subdola abilità, da raffinato imbonitore; prima un complimento sulla sua stola di visone, poi sulla bellezza degli orecchini di giada, e il suo buon gusto in fatto di scarpe. Infine produce qualcosa, un oggetto, che attragga su di sé la prima domanda. Può essere un disegno, un quadernetto scritto, una mappa, un piccolo congegno meccanico, qualcosa che egli possa far scivolare sul bancone come per caso, malaccorto. Appena la ragazza cede alla curiosità e chiede, ecco che parte la confessione.</p>
<p style="text-align: justify;"> Egli è poeta, o inventore, o artista, o attore, oppure qualcosa di così assurdo e originale che non può avere nome. Quante ne abbiamo udite negli anni! I creatori di rotte transmondiane, i linguisti di idiomi che esistono solo nei mondi sovralunari, i cartografi di isole di Mezzanotte, i cacciatori di bestie bifronti che vivono in vette remote e il cui corno –assicurano– curerebbe la tubercolosi e le febbri tifoidi.  E anche gli artisti, in fondo i più modesti tra quelli, non si arrabattano dietro a un traguardo comune, i poeti non scrivono liriche d’amore, i pittori non dipingono affreschi nelle chiese o quadri per i committenti, gli attori non cercano la gloria dei teatri alla moda; no, per essi questi sarebbero scopi mondani e quindi disprezzabili. Allora si scopre che il poeta ramingo sta completando un’epopea in centomila versi sulla nascita di una galassia, che il pittore dipinge un affresco di battaglia usando per colori i fosfemi dei pesci abissali, che l’attore si è scritto la parte di un dio-pantera e che recita senza battute, gettando fiori e quarzi colorati dalla bocca, invece di parole. Gli scienziati poi sono i peggiori. Ci sono gli scopritori di nuove pseudo-scienze, gli oneiromanti, i criptomorfi, i necroloquii, gli inventori di macchine che trascrivono le parole non-dette dei neonati, di biciclette-dinamo che si caricano a luce lunare, di occhiali che leggono i giornali nel futuro, e poi i chiropratici degli arti fantasma, gli psicologi dei gatti-mannari, gli ematologi dei vurdalak d’Alsazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Farebbero quasi pena, se non fosse per l’onta che lasciano nel nostro mondo, l’orrore profondo della loro stessa esistenza. Tutti però sono accumunati da una sola necessità. Il vil denaro, che a parole essi disprezzano perché li stornerebbe dai loro ideali, ma che poi è il solo scopo dei loro raggiri da bar. Se la signorina volesse un assaggio della loro arte ­– ecco, uno schizzo– se si pregiasse di lasciar come pegno della futura riuscita, ormai sicura, anzi imminente, un piccolo obolo, un’offerta, un pegno al futuro radioso…</p>
<p style="text-align: justify;">Quello è il momento in cui non riusciamo più a star fermi, il disgusto vince il fascino con cui da tempo osserviamo la nostra preda. Allora i più spigliati tra noi si fanno vicino al bancone fingendo di ignorarli, gli altri che osservano la scena dalle specchiere rabescate.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è un solo modo per smascherarli. Negli anni ne abbiamo ideati tanti che non li ricordiamo più. Non per amor di originalità, sia inteso, ma perché il godimento della loro umiliazione sia sempre nuovo e fresco, una primizia da spezzare cruda tra i denti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il modo più ovvio è quello di ordinare una brioche e di sbocconcellarla su un piatto, proprio di fianco al ramingo. Ma non è la sua fame che ci interessa, quanto quella del Pallido che egli nasconde. Appena infatti la creatura sente quell’odore zuccherino si affaccia dalla tasca della giacca, allunga zampette anelanti. Basta che la ragazza lo scorga che si alza l’urlo, subito ripetuto da venti bocche. Urla di scandalo, che un Pallido è vista appena sopportabile su un bambino, visto addosso a un adulto è un abominio.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle volte ci accorgiamo di primo acchito dove il ramingo tiene il suo genio tutelare, vediamo il tascapane o la borsa smuoversi di rigonfiamenti sospetti. Allora uno di noi si fa sotto come ubriaco, colpendo repentino con il gomito. Uno squittio. Subito il ramingo è costretto a scostarsi, a frugare, per sincerarsi che il suo Pallido stia bene. Non appena il mostro è fuori uno di noi si fa sotto, lo pesca per la coda mostrandolo allo sgomento degli altri avventori.</p>
<p style="text-align: justify;">E come grida, come supplica il ramingo che gli si restituisca il suo tenero orrore! Ridiamo. Eccolo smascherato, sotto gli occhi di tutti. E noi ne godiamo, ebbri di gioia profonda. Ancora più grande è la nostra soddisfazione quando riconosciamo in quel supplicante un antico compagno di collegio. Allora attacchiamo con lo scherno feroce dei nostri sedici anni, rivanghiamo aneddoti o ne inventiamo di nuovi, gli altri avventori che ridono, il barista ammicca anche lui dal bancone.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, in questo accanimento c’è l’ombra azzurra della nostra nostalgia. In fondo lo facciamo anche per loro, nella tenue speranza che essi rinsaviscano e si sbarazzino dei loro impresentabili compari, che come noi entrino a testa alta nel mondo. Forse non ci sono tra noi scrittori premiati, galleristi affermati, attori di indiscutibile talento, redattori di importanti giornali, critici, direttori di banca, architetti, biologi? Quante volte abbiamo offerto ai nostri antichi compagni un posto nei nostri giornali, un impiego nelle nostre banche, una critica benevola in un settimanale importante, purché essi si sbarazzino dei loro mostri? E a che serve? A nulla. Pare quasi che la loro condizione di emarginati sia per essi un vanto, che più grande è il loro degrado e lo sprezzo degli altri, più alta è la stima che hanno di se stessi. Dicono che con le nostre meschine offerte li vogliamo comprare, che vogliamo corrompere la loro purezza, come se di questa purezza non avessero fatto scempio compromettendosi con le più putride elemosine. Ad ogni modo, è fiato sprecato. Una volta che si è salvato un Pallido dal Grande Esame se ne resta schiavi a vita. Pure, bonari come siamo, non riusciamo a staccarci del tutto dal nostro antico affetto.</p>
<p style="text-align: justify;">È che ce li ricordiamo ancora bene quegli anni, gli anni delle aule alte e profonde, dei refettori infiniti, delle scale labirintine, dei dormitori fiochi e senza fondo, gli anni del Collegio. Anche dei nostri Pallidi ci rammentiamo, sebbene più vagamente, come un sogno appena sfumato dall’alba. A dirli i loro nomi assurdi ci fanno sorridere d’imbarazzo: Pirchio, Cecio, Saramello, Bui-Bui, Tindaro, Sam’r.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordiamo però bene la notte in cui fummo svegliati dalle suore nel dormitorio e venimmo condotti alla segreta Vasca d’Innesto. E la nostra meraviglia –ingenua, certo– davanti a quel brulichio guizzante e proteiforme, l’invito a immergervi il braccio, a “farsi scegliere”, e poi quel zampettio sulla mano, il Pallido che con la sua testolina di vecchio amoroso, e il ritorno, barcollanti come sonnambuli, ognuno con il suo Pallido abbrancato sulla spalla, e poi sotto le coperte, incapaci di dormire per la felicità, tutti con le lenzuola tirate sulla testa, ogni biancore acceso del fioco luccichio dei Pallidi, e non un solo colore uguale.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevamo otto anni. Che ne potevamo sapere del mondo? Per noi la vita era quella; le lezioni al mattino nelle aule decrepite, i Pallidi che –accoccolati sulle spalle– mormoreggiavano nelle nostre orecchie; e allora le prime idee improvvise, ci incendiavano come nembi ardenti di luna, idee frettolosamente scritte in disegni e scarabocchi, e i preti che sfilavano tra i banchi, annuivano seri quando requisivano i nostri fogli, li impacchettavano in quei grandi faldoni gialli. E quando chiedevamo perplessi perché gli adulti non avessero anche loro dei Pallidi, ci veniva data la stessa risposta: che li avevano, ma per gli adulti non stava bene mostrarli, solo noi bambini potevamo, e di questo eravamo fieri, ci sentivamo il petto scintillare di felicità argentina.</p>
<p style="text-align: justify;">Così per anni, di anno in anno, di esame in esame, sempre più complessi. Ai disegni liberi dei primi anni si sostituirono le lezioni di prospettiva, i temi letterari, le equazioni, i compiti di geometria, le dissertazioni di storia. E sempre di più i Pallidi agivano sul nostro spirito, soffiavano in noi la fiamma del loro genio.</p>
<p style="text-align: justify;"> Simbionti, questa era la parola che imparammo, i Pallidi erano i simbionti della nostra anima. Vivevano in totale comunione con noi, spilluzzicavano dai nostri pasti al refettorio, si svegliavano di soprassalto ai nostri incubi, voltolavano con noi nei medesimi accessi di risa alle battute dei compagni più arguti.</p>
<p style="text-align: justify;">Man mano che crescevano le nostre conoscenze imparammo che non c’erano risposte giuste, e che anzi quelle più originali, talvolta le più assurde, venivano premiate dalla suore con solenni sorrisi e un piatto in più di dolce al refettorio. Incoraggiati ci scatenavamo a inventare problemi di cui fornire le soluzioni più assurde e divertenti. Quale era la distanza più breve tra due punti? Una retta. Ma se invece di una retta ci fosse stato un arabesco, che però agiva in uno spazio quadridimensionale? Non sarebbe stato meglio? E giù risate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non sempre le nostre soluzioni erano fatte a ridere. A volte le prendevamo maledettamente sul serio, ci sfidavamo a duelli di trigonometria, di letteratura comparata, di modellizzazione storio-geografica. Le nozioni di base le davamo per scontate, d’altronde se eravamo entrati nel Real Collegio memoria e intelligenza non ci difettavano. No, la vera difficoltà era elaborare problemi che fossero insolubili, di cui nessuno potesse avere la risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Era questo che facevano davvero i Pallidi: non trovavano per noi le risposte, quanto domande che riformulassero il problema in modo del tutto nuovo. Era quello che amavamo fare di più. Non studiavamo per avere buoni voti, o perché volevamo far bella figura ai nostri genitori, e nemmeno perché volevamo capire. In quegli anni ci sembrava che il mondo più che scoperto andasse reinventato, e che studiandolo noi potessimo non solo capirlo, ma ricrearlo daccapo nelle nostre menti.</p>
<p style="text-align: justify;">Man mano che proseguivamo nella gerarchia scolastica i nostri duelli diventavano ufficiali, monitorati da occhi severi. Dal primo liceo divenne proibito, pena l’espulsione, tenersi qualsiasi idea ottenuta attraverso i Pallidi. Tutti i nostri schizzi, tutte le nostre equazioni, i nostri componimenti letterari finivano in quei faldoni gialli. Talvolta nel Collegio venivano professori importanti di università e accademie, ci ponevano problemi sempre più difficili, che pure noi risolvevamo con furia geniale. Bruciavamo, e tutto ciò che toccavamo diventava fiamma.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte, nei dormitori dei più grandi, i Pallidi si arrampicavano sul soffitto e facevano strane evoluzioni, intrecci di luce che ci incantavamo a fissare, e a seguito dei quali facevamo sogni straordinari, che spesso ci fornivano la soluzione di compiti dalla consegna imminente. Perfino i nostri sogni erano monitorati, registrati con scrupolo dalle oneiro-scriventi ad aghi che le suore tenevano sotto i nostri letti. Anche quell’invenzione –non ci stupimmo di scoprire– era stata ideata da un vecchio studente del Real Collegio.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto il Grande Esame si avvicinava. Nessuno di noi sapeva in cosa consistesse, né era possibile che ne trapelasse il segreto, dal momento che gli ultimi test si tenevano in una torre-guglia distaccata dal nostro comprensorio. Inoltre, tutti quelli che passavano l’esame non rientravano più nel Collegio. Anno dopo anno avevamo visto gli studenti delle ultime classi prepararsi con giubilo all’esame, marciare verso la torre-guglia e di lì guadagnarsi l’uscita per il mondo. Naturalmente tutti gli adulti lì dentro avevano passato quell’esame. Ma la reticenza dei professori su quell’iniziazione era totale. Interrogati sui suoi misteri, rispondevano con un mutismo assoluto, parete liscia e dura su cui non trovavamo appigli.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo due cose sapevamo per certo, sebbene nessuno ce le avesse dette. La prima era che, per quanto difficile fosse, al Grande Esame nessuno veniva bocciato. Non si sapeva infatti mai di uno studente che lo avesse dovuto ripetere. La seconda era che ­–da quel momento in poi– non avremmo più avuto il permesso di mostrare i Pallidi alla luce del giorno. Questo era un problema sul quale avevamo ragionato a lungo negli interminabili pomeriggi del dopo-mensa.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti di noi non potevano nemmeno concepire di dover nascondere il proprio simbionte a vita; sarebbe stato come celare il proprio viso fino alla morte. Peggiore ancora era l’idea doversene separare, anche per un breve periodo. Eravamo infatti certi che il Grande Esame avrebbe coinvolto non solo lo studente, ma anche il suo Pallido. Un esame dell’anima, oltre che della mente. Per questo, ragionavamo, saremmo stati separati per un breve periodo dal nostro compagno. Quell’idea ci atterriva. Eravamo ormai talmente assuefatti a loro da non riuscire a staccarcene se non per pochi istanti. Bastava lo perdessimo di vista che subito i pensieri ci si confondevano, il cuore diveniva un morso amaro, finché non potevamo toccarlo nuovamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Così nei mesi che precedettero la grande prova ci esercitammo, nottetempo, nel gioco atroce del distacco. Lasciavamo il nostro Pallido nelle mani del nostro più fidato compagno e poi, le lacrime agli occhi, ci lanciavamo di corsa fino all’estremità del corridoio che dal refettorio dava ai dormitori. Già dopo i primi passi sentivamo la nostra anima tirare allo spasimo. Anche il Pallido gemeva, si contorceva nella presa del compagno, la sua luce pulsava furiosa di dolore. Molti svenivano a metà corridoio. Altri si fermavano subito, ansimanti, stremati. Solo pochi arrivavano fino alla fine. E quando alla fine tornavano, e il nostro compagno lasciava il Pallido correrci incontro, quanti pianti, quante risate! Ci sembrava come ci avessero restituito la parte più preziosa di noi stessi, il posto segreto dove risiedevano tutti i nostri entusiasmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu in quei giorni, una settimana prima del Grande Esame, che vedemmo il nostro primo ramingo. Stavamo facendo ginnastica nel gran cortile quando un uomo brizzolato dai vestiti dimessi, gli occhi iniettati di sangue, irruppe in mezzo a noi urlando, gemendo, piangendo che dovevamo scappare tutti, subito, prima che …</p>
<p style="text-align: justify;">Una torma di preti gli saltò addosso, costringendolo a terra con la pura forza del numero. Non abbastanza in fretta però. Avevamo visto tutti: l’uomo aveva un Pallido sulla spalla. Era la prima volta che vedevamo il simbionte di un adulto. Immediatamente collegammo la pazzia dell’uomo a quella stranezza. Doveva essere così. Per qualche misteriosa alchimia dello spirito chi oltre una certa età mostrava il proprio Pallido finiva per perdere la ragione. Da quel giorno l’obbligo di nascondere il proprio simbionte non ci parve più così arbitrario ma al contrario, sacrosanto. Ancora di più stimammo la saggezza dei nostri maestri e ci pacificammo con la durezza di quel comandamento che finora avevamo ritenuto ingiusto.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte prima del Grande Esame la passammo per la maggior parte insonni, ognuno con la testa sotto il lenzuolo, a bisbigliare al proprio Pallido. Visto dal di fuori, il dormitorio pareva la fantasmagoria di un accampamento, di quella prima notte, quando le suore ci avevano condotto a conoscere i nostri eterni compagni. Cosa dicemmo loro in quelle ore frenetiche non lo ricordiamo. Rammentiamo invece l’odore caldo di quei corpi splendenti, un profumo di lampada accesa. Ancora oggi, anche se molti di noi hanno dimenticato i loro nomi, ricordiamo il profumo che avevano quella notte: pungente, aspro, splendente.</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina seguente ci trovò a marciare in lunghe file verso la guglia oltre le mura del Collegio, nera e dritta come un dito arcano sulla bocca del sole. In file di due entrammo nelle grandi sale, rintronavano dei nostri passi. I preti e le suore ci sorridevano di una felicità elettrica. Uno a uno venimmo istradati verso un corridoio di porte grigie. Nel momento di separarci i nostri sguardi lampeggiarono disperati. Pochi di noi sorridevano, sicuri. Ci saremmo rivisti fuori, non c’era da aver paura. Poi le porte spalancarono, si chiusero alle nostre spalle.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il momento dove i nostri comuni ricordi iniziano a divergere. Giacché il Grande Esame fu esperienza così personale che è difficile farne una media valida per tutti. Grossomodo fu la medesima ordalia, se non in certi dettagli. Proprio in quei dettagli sta la perfezione gloriosa del Real Collegio.</p>
<p style="text-align: justify;">Finora avevamo vissuto in uno stato di beata ignoranza, una semiveglia cui ci eravamo assuefatti. Il Grande Esame consisteva appunto in questo, nel risveglio. Ci rivelava qual era stato lo scopo della nostra educazione e ci permetteva di ritornare nel grande mondo, dove avremmo condotto un’esistenza degna e felice.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro ogni porta grigia c’era una stanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Piccola, dal soffitto basso, la stanza era arredata da un unico tavolo, due sedie, e da una grande specchiera che copriva la gran parte del muro di fronte. Sul tavolo c’era una grande scatola, lunga come un braccio, fatta di un materiale azzurro e trasparente. Sulla parte alta della scatola un foro circolare della grandezza di una mano.</p>
<p style="text-align: justify;">Seduto dall’altra parte del tavolo un uomo in completo scuro ci fissava con un sorriso serio e le punte delle dita bianche unite alle punte.  L’uomo ci fece segno di sedersi, chiese se volevamo un bicchier d’acqua –<em>no grazie</em>, dicemmo tutti­­– poi aprì davanti a noi un faldone giallo. Lo riconoscemmo. Era l’incarto nel quale, per quasi dieci anni, erano state conservate le nostri migliori idee.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutta la nostra vita scolastica, persino i nostri sogni, erano lì, registrati con assoluta acribia, classe dopo classe. Man mano che andavano avanti gli anni la documentazione diventava sempre più consistente. Allora l’uomo con le mani bianche ci sorrise e disse che avevamo fatto molto bene; uno a uno elencò quali erano state le nostre idee migliori, quali le applicazioni pratiche che si stavano studiando in quel momento nelle università, a quali intuizioni erano seguiti dei brevetti, a quanto ammontava la nostra percentuale dei diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente credemmo tutti si trattasse di uno scherzo. La nostra incredulità era però già prevista nel sorriso dell’uomo con le mani bianche. Subito questi produsse dalla sua cartellina una serie di foto e di documenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Mostravano i titoli degli studi di storia, di critica letteraria, di economia comparativa, nonché delle raccolte di poesia, dei romanzi, dei drammi teatrali che erano ispirati alle nostre intuizioni. Gli autori di quei titoli erano professori dell’Accademia, poeti e drammaturghi laureati i cui nomi noi stessi citavamo nei nostri esami con timore riverenziale. Per ognuno di quei libri ci spettava una percentuale nei diritti d’autore. La metà sarebbe andata al Collegio, il resto a noi. E non era finita. La parte scientifica del faldone era la più consistente. Farmaci sperimentali, nuovi composti chimici, metodologie innovative per i trapianti di organi, teorie di micro-biologia le cui applicazioni si stavano studiando in migliaia di laboratori. E poi le invenzioni: radio che captavano le voci del passato, lampadine che si ricaricano con il calore di una mano, un’acqua sintetica che si ghiacciava a un preciso comando sonoro, scatole-quadridimensionali capaci di contenere vaste quantità di spazio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne avremmo riso, se non avessimo riconosciuto in quelle pagine  i sogni ad occhi aperti di tutta una vita. L’uomo dalle mani bianche non la smetteva di sorridere. Disse che in molti casi le applicazioni industriali delle nostre idee si stavano appena testando, che i diritti sarebbero durati per anni a venire. E non solo; gli istituti di ricerca, le accademie, le banche che avevano impiegato le nostre idee ci offrivano già un lavoro ben remunerato. Noi stessi avremmo aiutato a sviluppare le nostre intuizioni. Dovevamo solo scegliere quali e con chi.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altronde una cosa era avere un’intuizione –per quanto geniale– altro era trovarne gli sbocchi pratici, introdurli sul mercato. Per quello bisognava diventare dei cittadini responsabili. Era questo tipo di cittadini che il Real Collegio formava da settecento anni. Da quando le suore dell’ordine avevano scoperto le Vasche di Innesto questa era la regola: tutto ciò che veniva dal Collegio doveva restare lì. Loro ci avevano dato i Pallidi perché accrescessero le nostre capacità ai limiti dell’umano. I nostri familiari si erano sottoposti a un infinito, decennale salasso per pagare la nostra retta. Ora toccava a noi. O restituivamo ciò che apparteneva loro, o tutti i diritti derivati dai nostri brevetti sarebbero andati interamente alla scuola. Non solo, anche ogni possibilità d’impiego sarebbe stata revocata. Non avremmo mai trovato lavoro in nessun istituto, in nessuna organizzazione statale o privata che aveva avuto a che fare con il Real Collegio. Vale a dire, tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Toccava a noi scegliere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo dalle mani bianche continuava a sorridere, fissava la scatola sul tavolo. Non capivamo. Cosa dovevamo restituire? Il braccialetto con il nostro nome? La tessera della mensa? Poi il Pallido sulla nostra spalla si mosse e diede il suo primo gemito. Come sempre, c’era arrivato per primo.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena iniziammo a spingere via il tavolo l’uomo dalle mani bianche schiacciò un tasto invisibile. Subito la stanza si rabbuiò e partì il filmato. Da dentro la parete specchiata venivano proiettati immagini di repertorio. Dapprima antiche, pre-guerra, poi sempre più recenti. Mostravano uomini e donne, giovani e meno giovani. Erano come l’uomo del cortile, squallidi, sporchi, segnati dalla pazzia e dall’abbandono. Vivevano in case occupate, lerciai pieni di topi e di blatte, sopravvivevano a bustine di tè e scatolette di tonno. Li vedemmo stazionare davanti ai caffè del centro, affamati, chiedere l’elemosina ai passanti, pontificare sulle bizzarre teorie cui stavano lavorando. Testimoniammo la solitudine delle loro miserande vite, senza amici, senza famiglia, soli nelle loro stanze clandestine a lavorare a progetti incomprensibili, ognuno ispirato dal mormorio del proprio Pallido. Li seguimmo nei loro giri alcolici, per i locali dove ancora si tollerava la loro presenza, marci di assenzio a farneticare di nuove teorie che –dicevano– avrebbero cambiato il mondo. Infine li scortammo nei loro ultimi spaventosi giorni, di ospedale in ospedale, gonfi di alcol e pazzia, negli stanzoni nudi dove le unghie scarnivano scie di intonaco e le urla non cessavano mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando tornò la luce avevamo le lacrime agli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era tanto ciò che avevamo visto, quanto quello che avevano intuito dal nostro simbionte. Lui stesso ce lo confermava. Era tutto assolutamente vero. Sarebbe andata proprio così.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora però non era abbastanza per mettere la nostra mano nella scatola trasparente. Ma l’uomo dalle mani bianche lo sapeva; e prima che potessimo riprenderci, con abilità perfetta, disse che non eravamo del tutto soli in quella difficile scelta. Altri erano con noi in quel momento, altri che ci avevano osservato da quando eravamo entrati in quella stanza. La parete specchiata ebbe un brivido, e l’argentatura sparì, rivelando oltre di essa una stanza impiegatizia, nella quale stavano i nostri familiari. Non li vedevamo da quasi dieci anni. Fatta eccezione per le lettere che ricevevamo a fine mese, non avevamo avuto più alcun rapporto con loro. Inevitabilmente li trovammo invecchiati, i capelli di nostra madre ingrigiti a ciocche, il fratello maggiore si era fatto uomo, nostro padre arcigno e severo, dimagrato in viso. Ai nostri occhi erano raggrinziti, rinsecchiti, imbruttiti. Tangibile intorno a loro un’aura di tetra miseria, tanto più grande quanto essi cercavano di nasconderla. E ancora di più nei loro occhi. La disperazione era tutta lì, accovacciata in quegli sguardi di pietra. Per la prima volta capivamo il significato della frase “retta ingente”. Per pagare il Real Collegio nostra madre s’era messa a cucire, nostro padre aveva perso il negozio, nostro fratello vendeva in strada, nostra sorella aveva abbandonato il sogno di suonare in conservatorio e faceva le pulizie in un ospedale. Nulla di questo fu detto, ma lo capimmo lo stesso, il Pallido traduceva per noi gli impercettibili indizi dei loro corpi in prove inoppugnabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe bastato che nostro padre ci pregasse di restituire il Pallido che certo avremmo resistito, ci saremmo opposti con l’ultimo anelito della nostra volontà. Invece –parlando all’interfono– i nostri genitori dissero che avrebbero accettato qualsiasi cosa avremmo scelto, che ci avrebbero sostenuto in ogni caso. Gli occhi dei nostri fratelli però, lucidi di rabbia, ci raccontavano un’altra storia. Disobbedire era l’ignominia; non solo per noi, per tutta la famiglia. Nostra madre sarebbe finita a fare le pulizie nella stessa banca nella quale, col tempo, saremmo potuti diventare direttori.</p>
<p style="text-align: justify;">Non tutti cedemmo nello stesso modo o nello stesso momento. Alcuni ci misero più tempo, altri meno. Alla fine fu la lucidità dei nostri Pallidi a darci la misura della realtà. Questo era il paradosso: proprio l’intuizione sovraumana dei simbionti confermava ogni congettura. La miseria, l’ignominia sociale, la solitudine, erano reali, anzi, inevitabili. Eppure, ancora non cedevamo. Sapevamo tutti che nel momento in cui avremmo reso il Pallido la nostra mente sarebbe cambiata per sempre. Mai più avremmo intuito la struttura proteica di una foglia guardandone le venature. Mai più avremmo sognato ad occhi aperti inventando soluzioni a problemi ancora non posti. Mai più avremmo sentito i lampi della nostra immaginazione sfondare il nero muro del possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">La voce dell’uomo con le mani bianche seguitava implacabile. Diceva che da secoli si era capito che solo i ragazzi sono davvero in grado di oltrepassare il noto e introdursi nell’ignoto. Ma la stessa capacità di dar vita all’irreale estranea, senza possibilità di ritorno, dalla vita sociale. Per questo separarsi dai propri Pallidi era l’unica strada possibile. C’è un tempo per seguire i sentieri dell’incanto; e un tempo per tornare e vivere del quotidiano, senza il quale l’immaginazione è solo un dono vuoto. Ora dovevamo scegliere.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa potevamo fare? Nostra madre era lì, il viso rigato di lacrime e disperazione. Dietro di lei scorgevamo un deserto di passi perduti e strade miserevoli; e soprattutto, l’odore acre della pazzia. Ognuno trovò una sua ragione. Alcuni lo fecero per i genitori. Altri per la fame di onori. Altri per le ricchezze future. Altri ancora per la paura di diventare come il ramingo che avevamo visto in cortile. Alla fine però mettemmo tutti la mano dentro la scatola trasparente. Il Pallido non protestava, non ci supplicava, non gemeva nemmeno più. Lo sapeva, sapeva fin dall’inizio cosa avremmo scelto.</p>
<p style="text-align: justify;">Stavamo per ritrarre la mano dalla scatola quando il buco si richiuse intorno al nostro polso. D’istinto provammo a liberarci, la sedia cadde con un tonfo alle nostre spalle. L’uomo dalle mani bianche aveva smesso di sorridere. Ci fissava con occhi duri.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non basta” disse “per rientrare nel mondo dovete sciogliere il nodo che vi lega. Fin quando la luce del Pallido splende vi resterà  una parte di lui, anche a distanza, anche dopo anni e anni. Se non volete diventare come quelli, dovete spezzarne il legame”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di nuovo non capivamo. E di nuovo –implacabile– il Pallido ci mostrò l’immagine di ciò che andava fatto. Scoppiammo in singhiozzi. Dei nostri diciassette anni, nove li avevamo trascorsi con quelli al nostro fianco, non ci si poteva chiedere una cosa simile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non c’era scelta. Così stringemmo il pugno. Prima piano, delicatamente, poi forte da schioccare le nocche. Quando il Pallido cominciò a urlare fu come se il suo grido ci si conficcasse nel petto e ci scoppiasse le vene. Qualcosa di caldo colava tra le nostre dita. L’interno della scatola s’era lordata di un sangue fosforeo, un icore denso la cui luminescenza conoscevamo come il sapore dei nostri sogni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto lo ricordiamo in modo confuso, immagini una sull’altra come un mazzo di vecchie foto. L’infermeria, i lunghi discorsi con il prete-psicologo, le visite mediche, e poi il rilascio, l’abbraccio con i familiari, la lunga strada del ritorno, il lento riadattamento al mondo di fuori, i primi colloqui di lavoro, la soddisfazione crescente per l’utile dei nostri sforzi, la lenta certezza di aver fatto la scelta giusta.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu pressappoco in quel periodo, un paio d’anni dopo il Grande Esame, che ci rincontrammo, noi vecchi compagni del Real Collegio. Quante risate al ricordo dei nostri scherzi, alle fughe proibite nelle dispense dei preti, alla paura degli esami sempre vicini!</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora non ci siamo più lasciati. Ci vediamo spesso, anche una volta alla settimana, nonostante gli impegni familiari e di lavoro. Amiamo soprattutto venire qui, in quei bar specchiati del centro dove tutti ci riconoscono per quelli che siamo: cittadini rispettati, amati, nomi che a dirli le donne si girano, gli uomini sollevano le falde dei loro cappelli. Nostri sono i progetti delle macchine che essi usano quotidianamente, nostri i drammi di grido, i manuali su cui le matricole studiano, nostri gli atenei, gli ospedali, gli istituti di ricerca, i teatri. E non ci importa più se da anni non abbiamo avuto una sola idea originale. Lasciatele ai ragazzi quelle, lasciate a loro la gioia infantile dell’invenzione! Ormai lo sappiamo: creare è un gioco per bambini. A noi basta far fruttare le intuizioni altrui, le nostre fin quando sono bastate, quelle degli altri quando essi non sanno come utilizzarle. In questo siamo diventati maestri, abbiamo imparato bene la nostra lezione. D’altronde, non abbiamo rimpianti. Conduciamo un’esistenza felice, al riparo dalle privazioni che colpiscono i meno fortunati. I nostri mariti, le nostre mogli, ci amano, e così i nostri figli, i nostri colleghi,  i nostri impiegati. Sappiamo esser generosi, magnanimi, giusti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unica crudeltà che ci permettiamo è quella –una volta alla settimana– di riunirci in un bar del centro e stuzzicare quei poveri derelitti dei nostri ex-compagni, i raminghi. In fondo lo facciamo per loro. Se vedessero, se capissero l’abisso in cui sono finiti, forse tornerebbero alla luce della ragione. Ma è proprio questa caparbietà a non voler capire che ci incattivisce. Li odiamo, li odiamo con un odio che solo un ragazzo capirebbe. Eppure, non li si può uccidere. Essi devono rimanere un monito, segno vivente per tutti quelli che sono tentati di prendere la strada sbagliata.</p>
<p style="text-align: justify;">Così quando li trasciniamo fuori dal bar specchiato, sotto al dileggio urlante della folla, ci tratteniamo a stento dal prenderli a calci, da riempirli anche noi di pugni e di tetre insolenze. Invece restiamo impassibili, sorridenti e distaccati, limitandoci ad assaporare il trionfo della loro mortificazione, la paura sulle loro facce rattrappite. Vederli a terra, madidi di terrore, è per noi gioia condivisa, balsamo miracoloso per la fatica delle nostre giornate.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo quando infine si rialzano non riusciamo a trattenere un brivido di disgusto. Sulla loro spalla freme la luce del Pallido. Costui ci fissa con i suoi occhi di insetto, muto, le antenne fosforee tese come braccia. Non dice nulla, eppure per un attimo abbiamo l’impressione che parli, che sussurri a un angolo morto di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritto sulle sue zampe il Pallido ci scruta con sguardo fisso, senza accusare, senza rabbia, limpido nella sua luce, pura come un ricordo che non possediamo più.</p>
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		<title>Un certo impressionismo: la scuola non è una setta di poeti estinti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2015 05:38:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giovanni De Feo Da qualche tempo gira sul web una lista di compiti delle vacanze di un professore di scienze umane, lista di vita che vanta istruzioni pittoresche come: Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte. Un paio di settimane [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Giovanni De Feo </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da qualche tempo gira sul web una lista di <a href="http://www.huffingtonpost.it/2015/06/08/compiti-vacanze-prof_n_7533582.html">compiti delle vacanze</a> di un professore di scienze umane, lista di vita che vanta istruzioni pittoresche come:<img loading="lazy" class="alignright wp-image-55467" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente.jpg" alt="AttimoFuggente" width="435" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente.jpg 575w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p><em>Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un paio di settimane fa <a href="http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/06/23/scuola-insegnanti-esami">Christian Raimo ha scritto sull&#8217;Internazionale un articolo</a> che prende spunto da quella lista per demolire un certo ‘impressionismo didattico’ che l&#8217;autore percepisce come un serio pericolo per la scuola Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Poster-boy di questa deriva sarebbe il professore Keating, quello che invogliava i sui allievi a lanciare il loro &#8216;barbarico Yawp&#8217; nel film <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> di Peter Weir. L&#8217;articolo di Raimo critica non solo quel film ma anche altri come Ovosodo di Virzì, di cui cita la scena degli esami. In quella scena, lo ricordiamo, uno storditissimo Gabriellini, interrogato dagli insegnanti di Italiano su Leopardi, replica parlando invece delle sue letture: libri di viaggio, fumetti, saggi, tutti evidentemente lontani anni luce dagli interessi dei professori.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Raimo questa scena sarebbe un esempio perfetto del soggettivismo didattico che dilaga nelle nostre scuole. Fornire liste di vita, magari libri e fumetti che nulla hanno a che fare con il programma da svolgere, e soprattutto smarcare il lavoro serio sul testo. Insegnanti preparati invece dovrebbero insegnare innanzitutto l’analisi testuale, magari secondo i dettami del New Criticism, che gli sceneggiatori de <em>L&#8217;attimo Fuggente </em>avevano preso in giro nella famosa scena dello &#8216;strappo dei libri&#8217;. Quella scena sarebbe diseducativa in quanto spingerebbe a tralasciare l&#8217;ermeneutica, vero fondamento dello studio. Citando Raimo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per fortuna però la scuola italiana aveva allora e ancora ha al centro della sua didattica l’analisi testuale; e lo studio delle discipline umanistiche – la storia, la filosofia, la storia dell’arte – si basa su diverse forme di ermeneutica. Interpretazione dell’immagine, interpretazione dei dati (…), metodo scientifico.</em></p>
<p>Chiarita la sua posizione mi chiedo: per quale ragione l&#8217;entusiasmo per la lettura dovrebbe andare a scapito del lavoro serio sui testi?</p>
<p style="text-align: justify;">Nella mia esperienza è vero propri<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-55469" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-300x225.jpg" alt="Motivazione_Mezzadri" width="360" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-900x675.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri.jpg 960w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />o il contrario. Quando studiavo al DITALS, corso di didattica per insegnare Italiano agli stranieri, ci dicevano che l&#8217;insegnamento è composto da quattro fasi: <a href="http://www.vivereinitalia.eu/fei/wp-content/uploads/2013/02/Modelli-Operativi.pdf">motivazione,  globalità,  analisi,  sintesi e riflessione</a>. La prima di queste fasi è appunto la &#8216;motivazione&#8217;. Ovvero, la prima cosa che deve fare un insegnante è motivare lo studente a comunicare. E questo avviene innanzitutto con il desiderio di far compartecipi gli altri di un’emozione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, per lo studio della letteratura è lo stesso. Lo dirò in modo cristallino: non ci può essere studio se prima non si è stati emozionati dalla lettura. Certo, è una condizione necessaria e non sufficiente. Prima l&#8217;impressione emotiva, poi la raccolta di dati, poi la riflessione. Però non solo una non va a scapito dall&#8217;altra, uno è <em>fondamento</em> dell&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Va detta una cosa, io insegno letteratura in una scuola<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Baccellierato_Internazionale"> International Baccalaureat</a>. È una scuola internazionale che nello studio delle materie letterarie ha come modello proprio il <em>New Criticism</em> di cui parla Raimo. Gli esami di letteratura della IB si basano in larga misura sul <em>close reading</em> –un&#8217;analisi rigorosa e minuziosa del testo– ovvero il fondamento metodologico del <em><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/New_Criticism">New Criticism</a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Esempio: all&#8217;esame IB ci si trova davanti a una poesia che non si è mai letta, di cui non si conosce l&#8217;autore, e s<img loading="lazy" class="alignright wp-image-55471 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-300x300.jpg" alt="IBO" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO.jpg 581w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />i deve commentarla. Il fatto è che, esaurito il bagaglio di tecnicismi, se lo studente la poesia non la legge con emozione, se non l’ha interiorizzata, come fa a parlarne? E a che serve poi? A fare la conta dei chiasmi?</p>
<p style="text-align: justify;">Scopriamo le carte. Io sarei un epigone di Keating, ovvero uno di quelli che è diventato insegnante anche grazie a quel film. Vi dirò di più, <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> è il film che faccio vedere ogni anno, all&#8217;inizio del biennio finale della IB. Significa forse che salgo sulla cattedra e prescrivo marcette? In effetti dopo aver visto in classe il film lo faccio a pezzi. &#8220;Guardate&#8221; dico ai miei ragazzi &#8220;che lo studio non sarà tutto così, ci sarà da sgobbare, e sul serio&#8221;. Ma: non nego loro che lo studio della letteratura sarà fatto anche di lanci senza paracadute nei libri, di letture voraci e passione. Ovvio che il lavoro non è tutto lì, ovvio che si parlerà di critica, ovvio che si lavorerà sui testi, la IB ce lo richiede.</p>
<p style="text-align: justify;">Però come potrebbero i ragazzi dirmi qualcosa sui libri che leggiamo in classe se prima quelli non li entusiasmano? La scuola dell&#8217;obbligo non è l&#8217;Università e non può essere solo un laboratorio per specialisti. I ragazzi non hanno scelto di studiare letteratura più di quanto abbiano scelto di alzarsi alle sette tutte le mattine. Non che in quell’obbligo ci sia qualcosa di sbagliato, ma qui sta la difficoltà di un insegnante di liceo rispetto a un professore universitario. Che ogni giorno i suoi allievi avranno sempre la stessa domanda negli occhi. <em>Prof, perché dobbiamo studiare questa roba</em>? E la risposta è sempre diversa ma alla fine è sempre la stessa: perché questa roba parla di te.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si nega affatto la critica e il <em>close reading; </em>ma tutto parte da qui, dall&#8217;entusiasmo e dall&#8217; emozione<em> </em>che una poesia e o un romanzo suscitano in noi. L&#8217;articolo dell&#8217;Internazionale sostiene che una certa tendenza soggettivista rischia di rovinare la scuola Italiana. Bene, posso dire che se la scuola Italiana si sente minacciata da una lista di compiti delle vacanze forse c’è qualcosa che non va? A me pare che nel nostro paese al scuola sia per la maggior parte nelle mani dei tetri agelasti del film Ovosodo, insegnanti che difficilmente mettono in discussione le loro scelte e che mai si sognerebbero rispondere alla domanda negli occhi dei loro studenti: <em>Prof, ma perché?</em></p>
<p>Attenzione, si sta dando per scontato che la scuola Italiana vada protetta così com&#8217;era e com&#8217;è. Allora vi chiedo: perché in Italia <a href="http://www.istat.it/it/archivio/145294">i dati di lettura</a> sono bassissimi da anni? I dati Istat parlano del 7% della popolazione che legge più di un libro l’anno. Perché si legge così poco? Davvero l’insegnamento della letteratura nelle scuole non c’entra niente? Davvero la scuola così com&#8217;è va bene?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non so, a me pare che i Keating Italiani siano così rari che i loro compiti facciano poi notizia sui giornali. La verità è che l&#8217;apprendimento è un processo troppo complesso per esporlo tutto in un film di due ore. Chi insegna lo sa, lo studio è fatto anche di lavori ripetitivi che servono a strutturare le capacità logiche del pensiero. Nel film di Weir non ci sono, chiaro. Ma lo scopo del regista sembrava piuttosto quello di centrare il cuore dell&#8217;insegnamento della letteratura, che è poi quello dare agli studenti gli strumenti per leggere se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa a me sembra una verità semplice ma non banale. Non è banale perché i mezzi per ottenere tale conoscenza sono molteplici e contraddittori, e possono rivolgersi molto facilmente contro l&#8217;insegnante e persino contro lo studente, come dimostra il finale stesso del film<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-55472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-300x217.jpg" alt="Ecce_Bombo" width="350" height="253" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo.jpg 500w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />. Però <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> è esemplare in questo, perché parla della &#8216;motivazione&#8217; come il cuore pulsante dell&#8217;insegnamento delle scienze umane. Un fatto piuttosto banale in didattica delle lingue straniere, ma che a quanto vedo qui fa ancora scalpore. Forse perché prenderlo su serio costringerebbe a rimettere in discussione troppe premesse?</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente credo che prendere Keating alla lettera salendo sui banchi sia un po&#8217; patetico. Al contrario ritengo che il film di Weir nel suo complesso sia ancora oggi una straordinaria fonte di ispirazione. Lo è perché lo studente ideale non è quello ligio che fa bene i temi, bensì chi legge per conto suo, trasversalmente, mai sazio, entusiasmando se stesso e gli altri. Il vero modello de <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> non è Keating, sono i suoi studenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiuderò con una considerazione e una provocazione. Conoscete il titolo originale del film? È <em>Dead Poet Society</em>, dove <em>society</em> starebbe per &#8216;club&#8217;. Nel film è il nome del gruppo di studenti che si riunisce in una grotta e legge poesie fino all&#8217;estasi. Bene, la mia considerazione è che come insegnante io mi auguro studenti così, che leggano e facciano poesia in modi non tradizionali, e usino il loro senso critico su tutto lo scibile, purché li appassioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco la provocazione. A me sembra che la scuola che si sta cercando di proteggere sia proprio una &#8216;setta di poeti estinti&#8217;. Se lo studio della letteratura nella scuola Italiana non cambierà resterà ciò che è sempre stato, un mattone di ‘dati’ che, se non fosse per l&#8217;intraprendenza personale di certi insegnanti, non comunicherebbe altro che noia. Col risultato che a estinguersi non saranno i poeti: ma i lettori.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Young Adult o la nostalgia della semplificazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2014 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni De Feo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni De Feo Alcuni giorni fa la rivista New Yorker[1] ha pubblicato un articolo sugli Young Adult, ovvero i libri per Giovani Adulti, categoria di marketing ormai divenuta genere letterario. L&#8217;articolista, Christopher Beha, polemizza proprio su questo passaggio da marketing a critica letteraria. Se infatti pare lecito che un editore &#8216;bolli&#8217; per ragioni commerciali un romanzo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giovanni De Feo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-49177 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Drooker_New-Yorker-cover_World-of-Books-219x300.jpg" alt="Drooker_New-Yorker-cover_World-of-Books" width="219" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Drooker_New-Yorker-cover_World-of-Books-219x300.jpg 219w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Drooker_New-Yorker-cover_World-of-Books.jpg 350w" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" />Alcuni giorni fa la rivista New Yorker[1] ha pubblicato un articolo sugli Young Adult, ovvero i libri per Giovani Adulti, categoria di marketing ormai divenuta genere letterario. L&#8217;articolista, Christopher Beha, polemizza proprio su questo passaggio da marketing a critica letteraria. Se infatti pare lecito che un editore &#8216;bolli&#8217; per ragioni commerciali un romanzo come Y.A., non altrettanto quando un romanzo viene scritto avendo come scopo una semplificazione premeditata per adulti. Attaccando l&#8217;ultimo Y.A. di successo Beha chiude così: &#8220;Nessun personaggio di quel romanzo sembra vivo in modo significativo. L&#8217;immagine che comunica della vita è così falsa che sembra creata apposta per piacere a qualcuno che non ha vissuto molto, e che quindi non può rendersi conto della differenza&#8221;.</p>
<p>Ciò su cui mi vorrei concentrare qui non è tanto la legittimità di questa etichetta quanto la sua effettiva “readership”, ovvero i consumatori ideali di questi romanzi. In particolar modo vorrei riflettere sugli adulti che leggono &#8216;storie di magia&#8217; o storie fantastiche, ovvero quelle che hanno al loro centro un mondo che non risponde alle leggi del nostro. Mi rendo conto che tali storie non esauriscono tutta la fetta dei Y.A., ma trovo significativo che ne costituiscano tuttavia una parte consistente.</p>
<p><span id="more-49030"></span></p>
<p>Partirò da una constatazione, non mia ma di Tolkien[2], ovvero che un bambino piccolo non ha particolari necessità di ascoltare storie di porte magiche, per la semplice ragione che per lui ogni porta <em>è</em> magica. Cerchiamo di sintetizzare questo stato di conoscenza. Quando si è piccoli il mondo esterno risponde a un quesito metafisico. Una porta, che agli occhi di un adulto è solo un pezzo di legno in un muro, può divenire di volta in volta un’apertura che cancella le persone, apre strade che conducono a mondi lontani, chiude possibilità che mai si ripresenteranno. Questa è la realtà metafisica di ogni porta, il suo orizzonte di possibilità. E se questo avviene con un manufatto umano, figuriamoci con albero, un ruscello, un prato. Tale commistione di mondo interiore e mondo metafisico ha un nome.  Osservate un bambino quando è al massimo livello di attenzione. Sopracciglia alzate, occhi ben aperti, bocca semi spalancata. Sono i marcatori di quello che in un adulto chiamiamo sorpresa, stupore. Lo stato con cui un bambino conosce le prime cose è la meraviglia, e in particolar modo la meraviglia davanti al mistero.</p>
<p>Ciò comincia a cambiare nell&#8217;età in cui la compenetrazione tra cosmo e mondo personale, tra mente e mondo, comincia a venir meno. Quando questa plasticità viene meno, in <em>alcuni</em> adulti scatta un meccanismo regressivo. Non si cerca più la meraviglia, ci si accontenta della nostalgia della meraviglia.</p>
<p>Pure non tutti gli adulti sono uguali, e così non tutti gli aneliti all&#8217;incanto. Per amor di gioco creeremo perciò anche noi le nostre sigle: i Q-A (Quasi Adulti); e i M-A (i Mezzi Adulti). Chiameremo Quasi Adulti quelli che mantengono un rapporto <em>plastico</em> con la realtà. Essi amano la letteratura dell&#8217;immaginario perché la compenetrazione tra immaginazione e mondo è parte del loro modo di esperire la vita.</p>
<p>I Mezzi Adulti sono invece i &#8216;target&#8217; dei libri Y.A: tanto i Quarantenni infantili che i Sedicenni adultizzati. Questi ultimi non hanno più nessun accesso diretto con quella plasticità mondo-mente; ne conservano solo il ricordo. Proprio per questo essi devono riceverlo dall&#8217;esterno in forme via via sempre più semplificate, a secondo di quanto è limitata o deteriorata la loro sensibilità originaria.</p>
<p>A semplificarsi non è solo il contenuto, ma spesso anche il medium che lo veicola. Il M-A preferirà il film al fumetto, il fumetto al romanzo, il best seller ai classici, il classico all&#8217;epica, e via dicendo. Con questo non si vuole dire che il cinema sia intrinsecamente più semplice: ma è intrinsecamente meno collaborativo, richiedendo uno sforzo minore della lettura. Almeno nella sua versione spettacolare.</p>
<p>Facendo un esempio concreto: mi chiedo quanti di quelli che sostengono di amare Tolkien attraverso i film di Peter Jackson abbiano poi letto i romanzi; e quanti di costoro abbiano sfiorato il Silmarillion; e quanti l&#8217;Edda o il Beowulf o il Mabinogion. Non è una questione di sofisticazione letteraria, o almeno, non solo. Il M-A fruitore del fantastico preferirà sempre il surrogato all&#8217;originale proprio perché l&#8217;elemento magico è dato già come una regressione.</p>
<p>Quando è allora che la storia di magia diventa una mera fuga? Quando diventa un’idealizzazione senza sostanza, una semplicità che non ha fondamento. Io credo che tutta la letteratura sia, se non fuga, almeno momentaneo allontanamento dal reale. Perché nello stesso momento in cui esperiamo l&#8217;opera, qualunque essa sia, noi non siamo nella realtà, ma fuori da essa. La differenza casomai sta tra buona fuga e cattiva fuga. E&#8217; un po’ la differenza tra quella che Lewis Mumford[3] chiama &#8220;Utopia della fuga&#8221; e &#8220;Utopia della ricostruzione&#8221;. La prima non fa che sedare il proprio scontento con la realtà. La seconda costringe a creare un diverso sistema di valori attraverso il quale io posso <em>cambiare</em> la mia realtà. Talvolta anche quella degli altri.</p>
<p><span style="color: #000000;">Si può dire che il cattivo fantastico funziona come una cattiva utopia, stordisce il lettore quel tanto che lo si esperisce. E la buona letteratura d&#8217;immaginazione? Fa in realtà quello che fa la buona letteratura realista, tiene svegli invece di addormentare. Quello a cui &#8216;sveglia&#8217;  è il senso del mistero. Questo l&#8217;ambito è specifico del fantastico, lo choc epistemologico con cui si conoscono le cose la prime volta. Allora la meraviglia non è più solo un&#8217;emozione, diviene una forma di conoscenza.</span> Parafrasando Chesterton[4], scrivere che l&#8217;erba è viola ci fa a ricordare la meraviglia più grande, ovvero che l&#8217;erba è verde e di nessun altro colore. Quello choc è  anche nel mito. Non perché il mito sia l&#8217;infanzia del mondo, ma perché l&#8217;infanzia pensa in modo mitico.</p>
<p><span style="color: #000000;">Di questa plasticità mondo-mente il Mezzo Adulto ha una nostalgia feroce, come di qualcosa che ricorda ma che non riesce più a vivere. Il Quasi Adulto anche, eppure riesce ancora a viverlo quel mistero, e non solo nei libri, ma creando. I libri casomai sono solo uno dei mezzi con cui riappropriarsi di quel &#8216;modo conoscitivo&#8217;. Per questo, quando li sceglie, essi tendono a essere complessi, collaborativi, non ovvi.</span></p>
<p>Al contrario le forme consolatorie del fantastico sono appetibili soprattutto a coloro che hanno il <em>gusto </em>dell&#8217;immaginazione, ma non l&#8217;immaginazione stessa; le forme a cui possono accedere devono essere sempre semplici e ludiche. E questa è anche la ragione per cui i Mezzi Adulti sono così ricettivi alla transmedialità, altro termine di marketing. Il romanzo che è potenzialmente anche un videogioco, una App, un film, un album di figurine, si vende meglio e si diffonde meglio.</p>
<p>Ma non si tratta solo di una strategia di vendita. Tornando a quanto diceva il New Yorker, questa semplificazione transmediale sta diventando una tipologia di produzione dell&#8217;opera. Si può chiamare <em>Moby Dick</em> e <em>L&#8217;isola del Tesoro</em> degli Young Adult quanto si vuole, se li aiuta a vendere meglio; restano dei capolavori. Ben diverso quando il libro lo si scrive puntando alla semplificazione in modo ludico e <em>per adulti</em>.</p>
<p>Sia chiaro, nulla di sbagliato nel gioco: ma quando è puro, fine a se stesso. Per questo la premeditazione a tavolino di libri Y.A. –non l&#8217;etichettatura a posteriori– ci sembra una perversione, perché sminuisce tutte la parti in causa.</p>
<p>Adulti infantilizzati, bambini già nostalgici e incapaci di immaginare da soli, questi sono i fruitori ideali del marketing. Come scrive Christopher Beha, alla fine la scelta della semplificazione a tutti i costi è solo un po’ triste, la nostalgia per una semplicità presunta che un tempo era mistero. E quindi, tutt&#8217;altro che semplice.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>[1] http://www.newyorker.com/books/page-turner/henry-james-great-ya-debate</p>
<p>[2]J.R.R. Tolkien, <em>Il medioevo e il fantastico</em>, Bompiani, 2003</p>
<p>[3]L. Mumford, <em>Storia dell&#8217;Utopia</em>, Donzelli, 2008</p>
<p>[4]G. K. Chesterton, <em>Ortodossia</em>, Lindau, 2010</p>
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		<title>Lud-in-the-Mist: ovvero un romanzo incantato che meriterebbe di essere tradotto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Sep 2014 07:52:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni In primavera Giovanni De Feo, scrittore italiano spaesato, che viaggia da Basile a Peter Pan alle illustrazioni di Mervyn Peake, mi consigliò fortemente di leggere un romanzo del primo novecento inglese, Lud-in-the-Mist della modernista Hope Mirrlees.[1] Perché avrei dovuto conoscerlo? Per l’unico motivo che conti davvero – la passione per le storie di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>In primavera <a href="http://www.lankelot.eu/letteratura/de-feo-giovanni-lisola-dei-liombruni.html-0">Giovanni De Feo</a>, scrittore italiano <em>spaesato</em>, che viaggia da Basile a Peter Pan alle illustrazioni di <a href="http://www.mervynpeake.org/">Mervyn Peake</a>, mi consigliò fortemente di leggere un romanzo del primo novecento inglese, <strong><em>Lud-in-the-Mist</em></strong> della modernista <a href="http://hopemirrlees.com/"><strong>Hope Mirrlees</strong></a>.[1] Perché avrei dovuto conoscerlo? Per l’unico motivo che conti davvero – la passione per le storie di magia e ancora di più per tutto ciò che è <em>faery</em>. Tuttavia non ho avuto modo di affrontare il libro che poche settimane fa, in montagna di sera, con l’odore delle stufe che inizia a riempire l’aria alla fine dell’estate e quel silenzio animalesco che viene dai boschi.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-48986" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/lud70.jpg" alt="lud70" width="500" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/lud70.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/lud70-300x240.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><span id="more-48985"></span>Capitale del paese di Dorimare, Lud-in the-Mist sorge alla confluenza di due fiumi, il maggiore Dawl e il suo immissario Dapple che ha origine ad ovest, al di là delle colline (dal nome quanto mai sospetto di <em>Debatable Hills</em>), nella Terra delle Fate. Da secoli, dai giorni del Duca Aubrey, i suoi abitanti non hanno alcuna relazione con i vicini, di cui nemmeno pronunciano il nome, e si è interrotto il commercio di frutti incantati, che usavano arrivare nella cittadina proprio per via fluviale. Eppure tracce fatate sono ovunque, a partire dai nomi bizzarri dei personaggi &#8211; Moonlove, Dreamsweet, Ambrose Honeysuckle, Marigold, Primrose Crabapple, ma anche Hyacinth Baldbreeches; [2] o da scongiuri, imprecazioni e giuramenti peculiari, come <em>Gatti dolenti!</em> o <em>Per il Sole, la Luna, le Stelle e le Mele Dorate dell’Ovest</em>. A rompere, suo malgrado, il tabù che divide le due terre sarà il sindaco Nathaniel Chanticleer, figura tragicomica tormentata dal ricordo di una nota bellissima e terribile, ascoltata per caso da ragazzo uscire da un vecchio liuto.</p>
<p>Se il libro può essere considerato un fantasy, lo è in modo del tutto trasversale: non annovera alcun eroe, ma al contrario un protagonista goffo e dal dubbio senso dell’umorismo; non compaiono re o regine elfiche, duelli di spada, stregoni potenti, personaggi archetipici, ma l’ambiguo popolo delle fate, residente nella tradizione popolare, più che nella mitologia. La Mirrlees recupera la visione folklorica degli esseri fatati, evitando la loro riduzione letteraria a creature minuscole e dispettose &#8211; dalla Mab di Shakespeare o le silfidi di Pope alle figurine alate del tardo ottocento. Così facendo mantiene viva la nozione di soglia indefinibile in cui essi si trovano: simili a umani, ma non del tutto, vicini ai morti pur non essendolo necessariamente, crepuscolari e vaghi come il momento in cui ci si addormenta e i sogni prima del mattino &#8211; sfuggevoli, attraenti, pericolosi.</p>
<blockquote><p>Inoltre nelle menti dei Dorimariti le cose fatate si traducevano sempre in inganno. Le canzoni e le leggende descrivevano la Terra Fatata come un paese dove i villaggi sembravano fatti d’oro e cannella, e dove i preti, che si sostentavano con balsamo della Mecca e incenso, offrivano ogni ora olocausti di pavoni e tori dorati al sole e alla luna. Ma se l’occhio limpido di un mortale onesto avesse osservato queste cose abbastanza a lungo, i castelli scintillanti  si sarebbero rivelati vecchi alberi nodosi, le lanterne lucciole, le pietre preziose cocci e frammenti, e i preti magnificamente adornati e i loro sacrifici favolosi solo vecchi decrepiti intenti a borbottare su un fuoco di rami secchi. Le fate stesse, insegnava la tradizione, erano eternamente gelose delle solide celebrazioni dei mortali e, ammantate di invisibilità, si mescolavano al partecipanti ai matrimoni, alle veglie e alle fiere – ovunque insomma si potesse trovare del buon cibo – e suggevano l’essenza dalla frutta e dalle carni – ma invano, perché niente poteva donar loro una forma materiale. Non era soltanto il cibo che rubavano. Nelle periferie del paese si credeva ancora che i cadaveri non fossero che imbrogli delle fate, fatti perché apparissero carne e ossa, ma senza reale corporeità – altrimenti, perché avrebbero dovuto mutarsi così rapidamente in polvere? Ma la persona vera, di cui il cadavere non era che uno scarso sostituto, era stata rapita dalle Fate, perché avesse cura delle loro famiglie e mietesse i loro campi di garofani.  La gente comune in verità non distingueva mai chiaramente fra le Fate e i morti. Li chiamavano entrambi il ‘Popolo Silente’; e la Via Lattea pensavano fosse il sentiero lungo il quale i morti venivano portati nella Terra Fatata.</p></blockquote>
<p>E ancora si dice su quel loro paese:</p>
<blockquote><p> C’è una terra dove il sole e la luna non brillano; dove gli uccelli sono sogni, le stelle sono visioni, e i fiori immortali germogliano dai pensieri della morte. In quella terra crescono frutti i cui succhi talvolta provocano follia, altre virilità; poiché quei frutti hanno il sapore della vita e della morte, e sono il nutrimento perfetto per le anime umane.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-48987" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Lud-in-the-Mist.jpg" alt="Lud-in-the-Mist" width="250" height="385" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Lud-in-the-Mist.jpg 973w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Lud-in-the-Mist-194x300.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Lud-in-the-Mist-664x1024.jpg 664w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Lud-in-the-Mist-900x1387.jpg 900w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /> Se questi sono scenari familiari ai folkloristi, non lo sono altrettanto per chi conosce le fate attraverso la narrativa per bambini e Tinker Bell, la sua più nota rappresentante. Nella varietà della tradizione gli spiriti fatati assumono invece molte forme e dimensioni: grandi quanto un bambino (e forse essi stessi bambini morti); piccoli quanto un fiore di campo; alti come uomini o donne, ma con aspetto grottesco &#8211; una schiena cava, un occhio scintillante, il piede caprino. Oppure, in tutto mescolabili ai comuni cittadini, possono esprimersi o vestire in modo antiquato ed eccentrico, tradendo le loro origini. La vicinanza fra fate e umani è un segnale della reciproca dipendenza, della necessità di un contatto da cui entrambi sono affetti, esemplificato nel libro proprio dai frutti tralucenti. Talora questi fossero di nuovo consumati risveglierebbero gli abitanti di Lud, interrompendone un ritmo vitale a tal punto quieto da sfociare nell’indifferenza, in relazioni anaffettive e nella repressione inconsapevole dell&#8217;inquietudine come della gioia. E naturalmente questo accade … con l’interferenza di varie figure: il furfante dalla chioma rossa Willy Wisp, imparentato con il Will O’ the Wisp del folklore ovvero l’ingannevole fuoco fatuo dei cimiteri; un morto anzitempo che non riesce a completare il suo messaggio (poiché la morte, quando arriva improvvisa, porta anche questa conseguenza: non ammutolisce, ma inceppa la lingua, la trasforma in rompicapo); e alcuni dorimariti nostalgici di epoche trascorse.</p>
<p>Il tema del frutto fatato e dunque proibito, deriva sia dalla credenza tradizionale per cui mangiare il cibo delle fate implica il divenire loro prigioniero, perdere il senno o addirittura morire di consunzione; che dalla rielaborazione letteraria di<strong> Christina Rossetti</strong> nel suo <strong><a href="http://www.poetryfoundation.org/poem/174262"><em>Goblin Market</em></a></strong>, in cui Laura, vittima  dei frutti comprati dai folletti in cambio di un suo ricciolo e di una lacrima <em>più rara di una perla</em>, viene salvata dall’amore della sorella Lizzie. Nel romanzo della Mirrlees è proprio un gruppo di ragazze a essere colto dalla frenesia dei frutti, sparendo nei prati e oltre le colline. Tuttavia la connotazione negativa del cibo, presente nella poesia, si stempera nel romanzo nel significato più ampio delle passioni umane e nel rischio da correre per farne esperienza. Una spiegazione mirabile sul legame con la dimensione incantata del reale, sintomo della più profonda natura umana, ce la consegna verso la fine del libro il dottor Endymion Leer, che ha il ruolo sia di antagonista del nostro personaggio principale, che di strumento delle fate.</p>
<blockquote><p>Amici, siete dei reietti e non lo sapete e avete rinunciato al vostro posto sulla terra. Poiché vi sono due razze – alberi e uomini; e per ognuna vi è una diversa disposizione. Gli alberi sono silenti, immoti, quieti. Vivono e muoiono, ma non conoscono il sapore della vita e della morte; a loro viene affidato, ma non rivelato un segreto.  Ma l’altra tribù – l’appassionato, tragico, albero senza radici – l’essere umano? Ahimè! Questi è una creatura i cui più alti privilegi sono una maledizione. Sulla sua bocca resta per sempre il sapore dolce-amaro della vita e della morte, ignoto agli alberi. Senza tregua viene trascinato dai due cavalli selvaggi, ricordo e speranza; ed è tormentato da un segreto che non può mai svelare. Poiché ogni essere umano meritevole di questo nome è un iniziato; ma ognuno a Misteri diversi. E alcuni camminano tra i loro simili con il sorriso compassionevole, leggermente sprezzante, di un adepto tra i catecumeni. E alcuni sono fiduciosi e ciarlieri, e volentieri comunicherebbero il loro segreto – invano! Poiché anche se lo urlassero al mercato o lo sussurrassero in musica e poesia, ciò che direbbero non corrisponderebbe mai a ciò che sanno, e sono come fantasmi caricati di un messaggio di tremenda importanza, ma che possono solo trascinare le loro catene farfugliando. Queste sono dunque le due tribù. Cittadini di Lud-in-the-Mist, a quale appartenete? A nessuna, poiché non siete quieti, maestosi e silenti, ma nemmeno inquieti, appassionati e tragici. Non ho potuto mutarvi in alberi; ma avevo sperato di mutarvi in uomini. Ho nutrito e guarito i vostri corpi; e di buon grado avrei fatto lo stesso per le vostre anime.</p></blockquote>
<p>La lingua dell’opera riflette la zona di confine da cui si anima, inventandosi a volte nel racconto ameno di un personaggio da salotto all’ora del tè, altre prendendo la cadenza delle veglie notturne, della peregrinazione solitaria, della favola morale o di una storia di equivoci, e perfino la nota fatale del compito ultimo dello stare al mondo. La lezione di fate e folletti, siano essi quelli tradizionali &#8211; ladri di latte, rapitori di bambini, ospiti permalosi di cucine e granai dove forse furono vivi un tempo -, che quelli più letterari &#8211; espressione di sentimento, arguzia, desiderio -, resta sempre molto concreta: ha a che fare con il godere di ciò che si è e si ha attorno, accettando i cambiamenti imprevisti, i dubbi irrisolvibili e i presagi di decadimento. Una lezione che la Mirrlees sembra aver compreso molto bene e così il suo strampalato protagonista, a suo agio tra le scritte delle lapidi e il loro silenzio fatale più che fra i suoi concittadini.</p>
<p>Il romanzo è nei paesi anglofoni un piccolo cult, che ha influenzato fra l’altro un autore come <a href="http://www.neilgaiman.com/">Neil Gaiman</a>,  la cui fama incantata è consolidata anche in Italia. Più di un lettore del suo <em>Stardust</em>, romanzo in sé non eccezionale, ma arricchito dalle illustrazioni splendide di <a href="http://www.pinterest.com/psun22/art-of-charles-vess/">Charles Vess</a>, riconoscerà nella geografia di Dorimare, una qualche provenienza della città di Muro (Wall), divisa appunto da un muro di cinta dal mondo delle fate.  E forse fra i tanti reami, dragoni e guerre del genere fantasy, non sarebbe poi così inopportuno riproporre un testo meravigliosamente scritto, denso di colline che mai sono quello che sembrano, di visioni sfuggenti, di mucche azzurre e pastori di cui diffidare nella notte di Ognissanti, di bambini che ascoltano il mondo come nessun altro ha mai fatto e di genitori che dunque ricordano. Dopotutto la realtà in cui siamo immersi non si compone che in minima parte di atti eroici, ed è invece assai ricca di epifanie familiari,  amicizie imperfette, dettagli che ognuno di noi converte, nel suo segreto, in sogni.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>[1] Su Hope Mirrless, le sue frequentazioni letterarie e qualche informazione sulla sua opera si veda l’articolo di Michael Swanwick, in inglese, qui: <a href="http://www.infinityplus.co.uk/introduces/mirrlees.htm">http://www.infinityplus.co.uk/introduces/mirrlees.htm</a></p>
<p>[2] Tradotti potrebbero suonare così: Amordiluna, Dolcesogno, Ambrogio Caprifoglio, Calendula, Primula Meladibosco, Giacinto Pelasedere.</p>
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		<title>Dove tornano i mondi immaginari</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2012 22:42:01 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: right"><strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>“Ci aiuta a vedere il mondo reale/ visualizzare un mondo fantastico” ha scritto il poeta americano Wallace Stevens. Il mondo fantastico in cui ci spingiamo ha un rapporto di prossimità con il nostro contingente, avviene in quel luogo dove l’altrove, preconizzato più che manifesto, si incontra con la comune quotidianità – il noto si confonde con l’ignoto, in una zona di confine che non separa affatto, ma si lascia più volte attraversare.<br />
Su questi margini nascono, si addensano le storie.<span id="more-44459"></span><br />
Su questa vaga frontiera un piede è ben saldo nell’ordinario, l’altro si avventura in una terra interiore. Quale dei due terreni è più stabile, più reale? Ogni nuovo viaggiatore avrà al riguardo la sua opinione. Noi preferiamo indugiare ancora un poco in quello spazio marginale che definisce l’attesa. Attendiamo di addentrarci o di uscire dal bosco. Il rintocco della mezzanotte o un passo straniero. Un animale che ci guidi nell’intrico dei roveti o sulla gigantesca superficie del mare.</p>
<p>Della sostanza di questa attesa sono fatte le fiabe. La loro ricchezza di situazioni magiche, straordinarie e al tempo stesso l’indeterminatezza dei loro scenari ridotti ai nomi comuni – la foresta, il villaggio, il palazzo del re – ne fanno perfetta materia simbolica, esemplificativa di un viaggio esperienziale. Così le fiabe restano nell’immaginario collettivo, anche se non le abbiamo lette, se nessuno ce le ha raccontate da bambini o abbiamo un’idea approssimativa di chi siano Basile, Perrault, i Grimm, Andersen o Afanasev, per citare i più importanti tra gli autori delle fiabe letterarie. Permangono non tanto per la loro presunta antica origine orale, questione tanto dubbia quanto dibattuta in campo accademico (1), quanto per la loro capacità di riprodursi da almeno due secoli, trasformandosi fin nella contemporaneità. Che elementi di variegate tradizioni orali sopravvivano congiunti al genio e all’inventiva letteraria degli autori, è in questo senso secondario rispetto all’impatto sulla sensibilità, la fantasia e perfino la memoria di chi nuovamente le incontra. Una fiaba ci immerge in un mondo familiare, improvvisamente ostile o meraviglioso, chiede al suo lettore di guardare sempre un po’ oltre e molto dappresso, qualsiasi cosa accada &#8211; di abbeverarsi alla fonte della propria speranza.</p>
<p>Convinta di questo e da sempre innamorata dell’universo fiabico ho deciso, nell’anno che celebra il bicentenario di quel primo volume di ottantasei fiabe a firma dei Fratelli Grimm, di coinvolgere scrittori e blogger in un esperimento online, aprendo, circa un anno fa, il blog FIABE (2) e chiedendo ad ognuno di ripercorrere tramite l’esperienza personale una fiaba, classica o proveniente dalla tradizione locale. L’esperimento non è nuovo: nel 1998 esce <em>Mirror, Mirror on the Wall: Women Writers Explore Their Favorite Fairy Tales</em>, curato dalla scrittrice Kate Bernheimer, in cui note scrittrici come A.S. Byatt, Margaret Atwood o Joyce Carol Oates, tornano sui sentieri delle loro fiabe preferite. Ero tuttavia molto curiosa di vederne i risultati in ambito italiano, dove la fiaba è meno frequentata rispetto a contesti nordeuropei o americani, e, soprattutto, rivolgendomi ad autori nati grossomodo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta – un arco generazionale più a contatto con la disneyficazione del fiabesco, o con la sua diffusione tramite altri media diversi dal libro, come le audiocassette Fabbri delle Fiabe Sonore.</p>
<p>Sono arrivati così <em>I musicanti di Brema</em>, vecchi animali malandati, non voluti eppure ancora con una loro sorte bizzarra da assolvere o fallire, traslocati in una biblioteca di paese nell’Appennino tosco-emiliano di Azzurra D’Agostino; la pericolosità e il richiamo del desiderio, dell’essere altro da sé e in questo smarrirsi, nelle<em> Scarpette rosse</em> di Marilena Renda; una <em>Cenerentola</em> non più sottomessa, ma liberata nella lettura vendicativa di Marco Simonelli, che rende alla fiaba la sua giusta crudeltà; la <em>Cappuccetto Rosso</em> gioiosa di Renata Morresi, che si ribella in fuga da tutte le esistenze, le punizioni e le assoluzioni che le sono state attribuite; il conflitto femminile, ma sotto il patronato maschile da cui non c’è scampo, che volge inevitabilmente una donna nella sua rivale, della <em>Biancaneve</em> di Cristina Babino; la sopravvivenza e l’affermazione individuale, attraverso mascheramenti che la portano dall’umiliazione al riscatto, della <em>Pelle d’Asino</em> di Francesca Bertazzoni; il sonno protettivo, epifanico della<em> Rosaspina</em> chiusa in un bosco di rovi, come in una camera infantile, di Franca Mancinelli; la <em>Raperonzolo</em> sapiente e selvatica di Patrizia Dughero in cui si riflettono altre donne fantastiche, da Melusina alle Agane dell’Italia nord-orientale. E ancora il mistero dell’altro bestiale in cui si riconosce la <em>Bella</em> di Mariasole Ariot, disarmata, più che guidata, dalla figura paterna; il disvelamento di tutte le apparenze e il perdurare del mistero, in ciò che del reale si percepisce, ne <em>Il guardiano dei porci</em> di Viviana Scarinci; una fiaba segreta di luce e ignoranza, nel gelo nudo de<em> La chiave d’oro</em> di Tiziana Cera Rosco; o la vicenda de <em>Il tenace soldatino di stagno</em> di Mariagiorgia Ulbar, soldato vero stavolta, che si ripara dalla follia della guerra nella scrittura di un diario. Gianni Montieri e Lidia Riviello si confrontano con la leggenda del <em>Pifferaio magico</em>, portata nel nostro più immediato e cogente contesto attuale, concentrandosi l’uno sulla prospettiva dei bambini, qui piuttosto adolescenti inquieti, e sulla musica perduta, così come sulla dimensione sognante dell’infanzia; l’altra sulle bugie e gli inganni sciagurati del sindaco della città-paese, che caccia da sé la gioventù e quindi la possibilità di cambiare, diventare migliori perfino. C’è anche chi ha scelto fiabe meno note al grande pubblico, mutuate dalla tradizione popolare italiana: così Chiara Catapano spedisce tre cartoline da <em>Sassolungo</em>, vetta delle Dolomiti che si confonde nella fisionomia di un gigante ladro e bugiardo; mentre Vanni Santoni si cimenta con le variazioni orali e la censura subita in ambito familiare dalla <em>Capra ferrata</em>, spauracchio rimesso in riga da un uccellino linguacciuto. Non fiaba, ma ricca di elementi fiabeschi e assimilata, al pari di altre avventure per l’infanzia, dall’immaginazione occidentale come qualcosa che è “sempre stato lì”, incontriamo anche la Dorothy de<em> Il mago di Oz</em>, rapita o tratta in salvo dalle scimmie volanti nel racconto di Paolo Triulzi. Infine due celebri gatti che diventano a loro modo la parte migliore dell’umano: la partenopea<em> Gatta Cenerentola</em>, che si mescola al ricordo infantile di Giovanni De Feo dell’amore per “l’altro” animale, più caro nella sua pelliccia che non nell’abito sociale della famosa ragazza coperta di cenere prima, di ricchezze poi; e la scaltrezza de <em>Il gatto con gli stivali</em> di Vincenzo Bagnoli, maestro dell’invenzione di sé, rocambolesca, rischiosa, temeraria, che permette il ribaltamento ironico del mondo come dei destini – permette al futuro di dover essere ancora sognato.</p>
<p>Le vie fantastiche del blog si sono incrociate con il laboratorio di poesia condotto da Elisa Biagini proprio attorno ad una fiaba dei fratelli Grimm, Hänsel e Gretel, cui io stessa ho dedicato il mio scritto. Per due giorni i dieci partecipanti hanno accettato di perdersi nel bosco come i due bambini, recuperando indizi, la strada di casa, in forma di tracce poetiche, qui incluse nella sezione finale.</p>
<p>Oggi le fiabe fino ad ora raccolte diventano un piccolo libro, un talismano per ripensarci bambini, tornare a quel primo afflato, slancio verso le cose, consapevoli del tremendo che ci circonda come della sorpresa, capaci soprattutto di immaginare il passo successivo, fuori dalla foresta, dal castello, dalla pelle malconcia, dagli stivali vecchi, dalla cenere, dal tornado, dalla neve, dal naufragio, dalle calzature strette, dalla montagna, dal cumulo di neve, dalla stia, dalla lingua attorcigliata – a casa.</p>
<p><em>Note</em><br />
1) Si vedano ad esempio i libri di Ruth Bottigheimer, <em>Fairy Tales. A New History</em> (State University of New York, 2009) e il più recente di Willem de Blécourt, <em>Tales of magic, tales in print. On the genealogy of fairy tales and the Brothers Grimm</em> (Manchester University Press, 2012).<br />
2) <a href="http://fiabesca.blogspot.it/" target="_blank">http://fiabesca.blogspot.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><em>Di là dal bosco. Andata e ritorno nel paese delle fiabe.</em> A cura di Francesca Matteoni. Dot.com Press / Le Voci della Luna: Sasso Marconi (BO), 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
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