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	<title>Giovanni La Varra &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Babilonia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/01/27/babilonia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2025 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[architettura]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Gianni Biondillo</strong> <br />
Fra opere di maggior o minore qualità, fra grandi cantieri e cantieri smisurati, ecco spuntare fuori il Bosco Verticale. Progetto vincente, inutile negarlo, a partire dalla sua comunicazione. Architettura che si fa claim, slogan, motto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-111239" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2.jpg" alt="" width="1135" height="761" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2.jpg 1135w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-1024x687.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-768x515.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-150x101.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-696x467.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-1068x716.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-626x420.jpg 626w" sizes="(max-width: 1135px) 100vw, 1135px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Sembra un&#8217;altra Milano, eppure sono passati solo dieci anni. Quella del 2014 era, a tutti gli effetti, il più grande cantiere d&#8217;Europa, primato scippato a Berlino alla fine del secolo scorso. Nella corsa contro al tempo per arrivare all&#8217;inaugurazione di Expo2015, non c&#8217;era angolo della città che non fosse un cantiere, popolato di “umarelli”, fuori dalle recinzioni di cantiere, con le mani dietro la schiena a disquisire con gli operai (pazientissimi) su come gettare il cemento o eseguire un finitura. Tutto era Expo, in quegli anni, per i milanesi. Anche cose che con Expo non c&#8217;entravano nulla. Ma in fondo non era sbagliato pensarlo. Dopo il sonno post-tangentopoli durato un decennio, il capitale mondiale aveva spostato lo sguardo sulla città meneghina: Expo, insomma, era una scusa, una operazione di marketing urbano per rimettere tutto in moto. Per “estrarre” denaro dall&#8217;edilizia. E fra opere di maggior o minore qualità, fra grandi cantieri e cantieri smisurati, in attesa di riattivare anche gli scali ferroviari, ecco spuntare fuori il Bosco Verticale. Progetto vincente, inutile negarlo, a partire dalla sua comunicazione. Architettura che si fa <em>claim</em>, slogan, motto.</p>
<p>Onore ai tre progettisti. Ché, è bene ricordarlo, sono tre. Altrimenti qui facciamo come con De André, al quale assegniamo la scrittura di tutte le sue canzoni, quando invece le ha quasi tutte scritte con altri autori colpevolmente dimenticati. E parlo di signor autori, da De Gregori a Bubola, da Pagani a Fossati. Quindi, fuori i nomi: Stefano Boeri, Gianandrea Barreca, Giovanni La Varra.</p>
<p>S&#8217;è detto tutto e il contrario di tutto, delle due torri. Io per primo. Pochi progetti hanno avuto laudatori e critici, followers e haters, come il Bosco Verticale. E la cosa in fondo interessante è che hanno ragione sia gli uni che gli altri: è un progetto che guarda alla biodiversità, al rapporto del verde in città, innovativo, visionario; sono case per ricchi, per chi se lo può permettere, è speculazione fondiaria; No è una sperimentazione urbana, un nuovo approccio ecologico, un contributo alla qualità dell&#8217;aria; figuriamoci, è marketing urbano, greenwashing, gentrificazione! Da quanto tempo un&#8217;architettura non scatenava polemiche così accese?</p>
<p>Chi aveva occhio aveva compreso da subito che sarebbe diventato un marcatore territoriale, un oggetto identitario per la metropoli. Gianni Amelio, ad esempio, gira le prime scene del suo <em>L&#8217;intrepido</em>, nel cantiere del Bosco Verticale, dove si vede Antonio Albanese che posa un albero dentro un&#8217;enorme vasca catramata. Il film esce nel 2013, il cantiere non era ancora terminato, ma già se ne sentiva l&#8217;iconicità.</p>
<p>I tre architetti, e loro lo sanno per primi, non hanno inventato niente. Senza bisogno di andare indietro nel tempo (dai giardini di Babilonia alla torre medievale del Guinigi a Lucca), a loro è bastato fermarsi davanti alla facciata verde che orna l&#8217;edificio in via Quadronno degli architetti Mangiarotti e Morassutti per capire che esisteva un modo diverso di pensare gli edifici a torre che non fosse quello delirante che da decenni imperversa in tutto il mondo, fatto di pareti vetrate, riflettenti, dove persino aprire una finestra è vietato. Piaccia o non piaccia, il progetto ha aperto una discussione importante, non solo nella disciplina. Come dobbiamo (ri)pensare le nostre città, di fronte alle sfide dei cambiamenti climatici? Il Bosco Verticale, a ben vedere, è un manifesto. Ha una forza simbolica che travalica quella estetica. Ci dice: le città possono, anzi devono, convivere con la natura. Per la pura e semplice sopravvivenza della specie, elemento centrale di ogni progettazione urbana.</p>
<p>È una nuova urbanistica quella che si impone. Che progetta la restituzione della permeabilità del suolo o la mobilità dolce fatta di corridoi verdi che collegano parchi e giardini. Parchi non più solo luogo di svago, ma spazi di produzione alimentare a chilometro zero (parchi edibili). Un&#8217;urbanistica che abbatte le isole di calore urbane rendendo i tetti coltivabili e trasformando le barriere infrastrutturali in facciate verdi. Che impianta milioni di alberi. Foreste metropolitane, da gestire come nel medioevo, capaci di essere produttive in termini di materie prime. Un&#8217;urbanistica che è capace di lasciare “a maggese” parti del territorio, mitigando la dannosa presenza umana e qualificando la resilienza dell’ecosistema.</p>
<p>Oggi, a dieci anni di distanza, con tanto di pandemia che ci ha mostrato tutte le nostre difficoltà relazionali, possiamo dire che l&#8217;esperimento del Bosco Verticale, per la sua stessa presenza, ha vinto? Purtroppo no. Alla fine è andata come sappiamo. Il mercato immobiliare ha reso la città sempre più attrattiva solo per chi poteva permetterselo. È l&#8217;ecologia sociale la grande sconfitta di questa città. Volevamo una città esclusiva, è diventata una città escludente.</p>
<p style="clear: both;">(<em>pubblicato precedentemente su</em> La Repubblica-Milano <em>il 3 dicembre 2024</em>)</p>
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		<title>La natura urbana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Perdonate se faccio una lunga digressione storica. La cultura europea occidentale è una cultura solidamente urbana, vede nella città una promessa e un destino. Spesso ha avuto periodi di antiurbanesimo ma le forme che ha elaborato sul territorio sono la testimonianza fisica dell&#8217;idea di identità che oggi chiamiamo europea. La storia spesso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-87234" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione.jpg" alt="" width="1608" height="837" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione.jpg 1608w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-300x156.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-768x400.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-1024x533.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-250x130.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-200x104.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-160x83.jpg 160w" sizes="(max-width: 1608px) 100vw, 1608px" /></p>
<p><a name="docs-internal-guid-9e83cc05-7fff-ddfd-2b"></a><a name="docs-internal-guid-4c48dc05-7fff-db00-ff"></a><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Perdonate se faccio una lunga digressione storica. La cultura europea occidentale è una cultura solidamente urbana, vede nella città una promessa e un destino. Spesso ha avuto periodi di antiurbanesimo ma le forme che ha elaborato sul territorio sono la testimonianza fisica dell&#8217;idea di identità che oggi chiamiamo europea. La storia spesso si muove come una sinusoide. Dopo il crollo dell&#8217;impero romano, si impose un antiurbanesimo cristiano che frantumò i territori, distrusse la rete viaria, dimenticò le città, spesso sovra dimensionate, per una vita agricola. Eppure non bastarono 500 anni di cultura antiurbana: le città risorsero attorno all&#8217;anno mille. I Comuni del medioevo, cercando autonomia dall&#8217;imperatore, e dinamismo economico, crearono una maglia di realtà urbane. La città diventa così l&#8217;</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>habitat naturale</i></span></span> <span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">dell&#8217;uomo. La città rende liberi mentre la natura spaventa, deve essere addomesticata, col lavoro dei campi, oppure tenuta fuori dallo sguardo. È il luogo del selvaggio, delle leggende, il bosco delle fiabe, che non deve essere attraversato se non si vuole essere mangiati dal lupo. La nostra è una estetica urbana che da sempre cerca di esorcizzare il paesaggio selvatico, il paesaggio della paura. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="docs-internal-guid-ab1dcfde-7fff-7a2a-49"></a><a name="docs-internal-guid-08c65bb7-7fff-fc69-ad"></a><a name="docs-internal-guid-010e2e45-7fff-8276-24"></a> <span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">È nel Settecento che nasce il mito del ritorno alla natura come madre generosa e buona. Perché proprio in questo periodo cambia la nostra idea di paesaggio naturale? Perché stavano cambiando le città, in modo repentino e massivo; è il passaggio epocale prodotto dall&#8217;illuminismo e dalla rivoluzione industriale. Nasce la città moderna. Una nuova urbanità, mai vista prima. Il XX secolo è stato il secolo della civiltà delle automobili, e le infrastrutture viabilistiche ne sono l&#8217;unica vera eredità. Infrastrutture che omologano il linguaggio delle forme creando città sempre più simili. La città è vista come meccanismo non come organismo, dove occorre regolare i flussi di traffico. La città del Novecento conosce via via sempre più la dispersione e lo </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>sprawl</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. La città ormai non ha più un disegno unitario riconoscibile. Oggi questo paesaggio antropizzato &#8211; che per millenni ha saputo trovare un equilibrio fra le esigenze di chi lo abitava e il rispetto per il ciclo delle stagioni &#8211; ha subito nell’ultimo secolo troppi shock, troppi strappi sulla tela.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-87235" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale.jpg" alt="" width="1277" height="648" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale.jpg 1277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-300x152.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-768x390.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-1024x520.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-250x127.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-200x101.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-160x81.jpg 160w" sizes="(max-width: 1277px) 100vw, 1277px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Siamo di fronte a un bivio che non permette più ripensamenti. Non sarà la pandemia a farci tornare indietro. Fra dieci anni due terzi della popolazione mondiale vivrà in un contesto metropolitano che, già oggi senza tregua continua a rubare terreno, impoverire il suolo, abbattere il patrimonio arboreo, aumentare a dismisura la produzione di CO2. Il cambiamento climatico già in atto da decenni ne è la prova inconfutabile. Ecco il bivio: le città da problema devono diventare una soluzione. Quindi energia sostenibile, riciclo, cubatura zero, mobilità condivisa, e su tutto, forestazione urbana. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Trovare, insomma un nuovo rapporto fra artificiale e naturale fin nel cuore delle nostre metropoli. Una nuova narrazione che veda nella Natura né una madre generosa né una nemica spaventosa. Gli esempi non mancano. Il più famoso, addirittura paradigmatico non solo in Italia, è stato l&#8217;esperienza del Bosco Verticale. Boeri, Barreca e La Varra (i tre progettisti) in fondo non hanno fatto altro che, con raffinato gusto filologico, riproporre architetture per nulla nuove a Milano (penso a un capolavoro come quello di via Quadronno degli architetti Mangiarotti e Morassutti). Ma se l&#8217;esperienza si fosse fermata lì avremmo solo due edifici a disposizione di ricchi abitanti meneghini. Il Bosco Verticale, nei fatti, è invece un manifesto. Ha una forza simbolica che supera quella estetica. Le città possono convivere con la natura. Anzi: la natura deve diventare, per la pura e semplice sopravvivenza della specie, elemento centrale di ogni progettazione urbana.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-87236 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/quadronno.jpg" alt="" width="286" height="353" /><img loading="lazy" class="wp-image-87237 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038.jpg" alt="" width="314" height="314" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038.jpg 638w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-160x160.jpg 160w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-87238 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180608-110749-922.jpg" alt="" width="208" height="153" /></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-87239 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180618-182303-232.jpg" alt="" width="178" height="151" /><img loading="lazy" class="wp-image-87241 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180610-151238-458.jpg" alt="" width="260" height="154" /><span style="color: #000000; font-size: medium; letter-spacing: 0.05em;">Si apre così un nuovo modo di concepire l&#8217;urbanistica: restituire permeabilità al suolo (ci sono esperimenti già in atto di de-asfaltizzazione delle strade parigine), progettare la mobilità dolce attraverso corridoi verdi che collegano parchi e giardini esistenti. Idearne di nuovi: parchi che non hanno solo la funzione di luoghi di svago, ma, come propugno da anni, che siano spazi di produzione alimentare a chilometro zero (parchi edibili). Abbattere le isole di calore urbane rendendo i tetti coltivabili e trasformando le barriere infrastrutturali in facciate verdi. E su tutto impiantare milioni di alberi. Milioni, sì. Non più parchi ma foreste. Che dovranno essere gestite così come si gestivano nel medioevo (quindi anche capaci di essere produttive in termini di materie prime), ma anche luoghi dove la biodiversità possa esprimersi, mitigando la dannosa presenza umana e qualificando la resilienza dell&#8217;ecosistema. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-size: medium; letter-spacing: 0.05em;">Un programma di ridefinizione del paesaggio che deve coinvolgere l&#8217;umanità ad ogni scala della catena decisionale. Il cambiamento climatico porta con sé carestie, povertà, migrazioni bibliche. Non basta riforestare le ricche metropoli occidentali, occorre interrompere la desertificazione inesorabile che sta colpendo come un maglio i paesi più poveri della terra. E dobbiamo farlo noi. E subito. Molto egoisticamente perché ci conviene, pena la nostra stessa estinzione.</span></p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> L&#8217;Ordine <em>del 22 novembre 2020. Le pessime fotografie sono del sottoscritto</em>)</p>
<p align="JUSTIFY">
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