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	<title>giovanni maria bellu &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il giovane collega</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/01/28/il-giovane-collega/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jacopo guerriero]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jan 2005 19:49:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo e verità]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni maria bellu]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Maria Bellu Sabato 19 febbraio al Teatro i di Milano (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo GIORNALISMO E VERITA&#8217; (vedi qui), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta. In vista dell&#8217;appuntamento, pubblichiamo questo intervento di Giovanni Maria Bellu, inviato de &#8216;La Repubblica&#8217;, in uscita su &#8220;Problemi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Maria Bellu</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/giornaver copia.jpg" border="0" alt="giornaver copia.jpg" width="535" height="72" /></p>
<p><strong>Sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong> (vedi <a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
In vista dell&#8217;appuntamento, pubblichiamo questo intervento di <strong>Giovanni Maria Bellu</strong>, inviato de &#8216;La Repubblica&#8217;,  in uscita su &#8220;Problemi dell&#8217;informazione&#8221;, trimestrale edito da <strong>Il Mulino</strong>. Ringraziamo l&#8217;autore per l&#8217;anticipazione.<br />
<span id="more-894"></span><br />
Di solito ha tra i venticinque e i trent’anni. Se ha avuto fortuna lavora come praticante nella redazione d’un giornale, spesso d’un giornale on-line, o nell’ufficio stampa di qualche ente pubblico.<br />
Lo riconosci subito per una certa inquietudine che lo pervade. E’ il giovane giornalista di buone letture, di buoni studi, di buoni principi: al contrario del suo direttore, del suo caporedattore, e di buona parte dei direttori e dei redattori capo che incontrerà nella carriera, pensa che il suo mestiere possa migliorare il mondo<br />
Non è rimasto sorpreso nell’apprendere che secondo un grandissimo giornalista, <strong>Ryszard Kapuscinski</strong>, “il cinico non è adatto a questo mestiere”. Lui l’ha sempre dato per scontato: ancora si commuove davanti a quei disperati che di tanto in tanto entrano in redazione con un fascicoletto di lettere scritte a tutte le autorità – l’ultima di solito al capo dello Stato, al papa nei casi più gravi – per denunciare qualche vessazione subita. I colleghi lo sanno e li indirizzano tutti a lui.<br />
Se nella tua vita professionale hai fatto qualcosa di buono o anche se, semplicemente,  lavori in uno dei cosiddetti “grandi giornali”, il giovane collega, immancabilmente, a un certo punto assume un’aria grave. Ti lancia uno sguardo complice e ti chiede di svelargli un mistero: “Perché in Italia sono così rari i casi di giornalismo investigativo?”.<br />
Anche se non hai la sensibilità di Kapuscinski, basta solo un minimo di coscienza e di umanità, resti colpito dalla domanda. Ma ancora più dalla monotonia della risposta che ricevi se, per capire meglio o semplicemente per prendere tempo, chiedi al giovane collega: “Secondo te qual è stata la più grande inchiesta di giornalismo investigativo?”.<br />
A rischio d’apparire d’un visionario, giuro di aver colto, in un’occasione, scaturire dallo sguardo del mio interlocutore un lampo che disegnava nell’aria il profilo di <strong>Robert Redford </strong>in <strong>“Tutti gli uomini del presidente</strong>”. Le altre volte, dopo un certo numero di secondi di silenzio, ho comunque avuto come risposta: “il <strong>Watergate</strong>” (a parte un ragazzo di Palermo che parlò dell’indagine di <strong>Tommaso Besozzi </strong>sulla morte del <strong>bandito Giuliano</strong>).<br />
Non so – ma non credo – che un sondaggio del genere sia mai stato svolto in modo sistematico nelle scuole di giornalismo o tra i praticanti che s’assiepano nella “sala concorsi” a Roma per sostenere l’esame di Stato.  Tuttavia sono abbastanza convinto che darebbe risultati molto simili a quelli che ho potuto empiricamente raccogliere.<br />
La risposta dei giovani giornalisti rivela che il luogo comune secondo cui “in Italia non c’è giornalismo investigativo” deriva dal modello fondamentale dominante: un’inchiesta che determinò le dimissioni del presidente degli Stati Uniti d’America.<br />
Certo, si potrebbe far notare al giovane collega che lo scoop di <strong>Bernstein </strong>e <strong>Woodward </strong>non può essere considerato il modello del giornalismo investigativo per il semplice fatto che il giornalismo investigativo è un metodo e non un risultato. Una risposta “tecnica”. Ma non basta: il luogo comune “americano” è diffuso ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori e pesa come un marchio di provinciale inadeguatezza su tutto il giornalismo italiano. Resiste nel tempo, inossidabile, a dispetto del fatto che nel nostro paese “il giornalismo d’approfondimento, nelle sue diverse declinazioni, si sta ritagliando nuovi spazi d’azione, tornando a rivestire il ruolo svolto verso la metà degli anni settanta” (Enrico Bianda, Verso un ritorno del giornalismo d’approfondimento”, pag. 245 e ss.  in “Il giornalismo in Italia”, Carocci, 2003).<br />
Bianda cita tra gli altri “Report” di <strong>Milena Gabanelli</strong>, le inchieste “vecchio stile”  di “Diario”, i libri di <strong>Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio</strong>, “Blu notte” di <strong>Carlo Lucarelli</strong>. Ma anche “<strong>Le iene”</strong> e “<strong>Striscia la notizia</strong>” oltre che il soppresso “<strong>Sciuscià” </strong>di <strong>Michele Santoro</strong>. Si tratta, come si vede, di generi e stili molto diversi. Alla lista possono essere aggiunte le inchieste di <strong>Carlo Bonini </strong>e <strong>Giuseppe D’Avanzo </strong>per “La Repubblica”, i reportage di costume di <strong>Gian Antonio Stella </strong>sul “Corriere della Sera” o – forse la più ‘investigativa’ di quelle recenti – l’indagine, apparsa sempre sul “Corriere della Sera”, di Fabrizio Gatti sui centri di prima accoglienza per gli immigrati. L’elenco potrebbe continuare e ci sarebbe sempre il rischio di dimenticare qualcuno. Non è affatto piccolo lo spazio del giornalismo d’approfondimento in Italia.<br />
Ma il giovane collega si è formato su buone letture e su buoni principi. La sua formazione è la ragione dello sconforto. Crede al giornalismo come strumento di controllo sulla cosa pubblica. La sua risposta non comunica solo un’idea della professione ma anche un’aspettativa rispetto alla società e al suo sistema di valori, alla capacità di difenderlo fino al punto d’obbligare anche l’uomo più potente a dimettersi se si dimostra che quel sistema di valori egli ha tradito. Il giornalismo investigativo, come metodo, attiene alle tecniche della professione. Il giornalismo investigativo come percezione dei possibili effetti di  un’inchiesta chiama in causa una questione più ampia e complessa: l’esistenza di un’opinione pubblica sensibile e avvertita &#8211; questione, come è noto, antica &#8211; in assenza della quale nemmeno un esercito di Bernstein e Woodward coadiuvato da una moltitudine di gole profonde sarebbe stato in grado di condurre alle dimissioni il portaborse di <strong>Richard Nixon</strong>. Insomma, i risultati di un’inchiesta che denuncia un caso di malcostume politico  &#8211; è questo che va detto al giovane collega e ricordato a noi stessi &#8211;  non dipendono solo dall’accuratezza dell’inchiesta ma dal grado di condanna sociale del malcostume.<br />
C’è un libro di giornalismo investigativo che, benché piuttosto conosciuto, di solito non viene incluso nella categoria. Ma “Il venditore” di <strong>Giuseppe Fiori </strong>&#8211; che ha come sottotitolo <em><strong>“Storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest” </strong></em>(Garzanti) &#8211; è a tutti gli effetti un esempio di giornalismo investigativo di alta qualità e rara accuratezza. La sua lettura, ho sperimentato, ha un effetto prodigioso: come se nelle orecchie dei fan del reporter Robert Redford cominciasse a risuonare il salutare e realistico ritornello: “Tu vo fa’ l’americano, ma si nato in Italì”. Così suggerisco al boy di leggerselo tutto o, almeno, d’andarsi a guardare il quarto paragrafo del quinto capitolo, quello che racconta come Silvio Berlusconi divenne proprietario della villa di Arcore grazie al “raggiro” orchestrato da un suo amico, <strong>Cesare Previti</strong>, che era anche il legale della proprietaria, la marchesina <strong>Anna Maria Casati Stampa </strong>rimasta improvvisamente orfana, il 20 agosto del 1970, del padre e della madre.<br />
Il termine “raggiro” è quello che Fiori utilizza per definire la vicenda. <strong>Una rara sintesi di cinismo e scorrettezza, accompagnati da una assenza totale di umana pietà. Su suggerimento di Previti, diventato suo pro-tutore e legale, la marchesina, orfana minorenne, cede la villa a per 500 milioni di lire, il costo che all’epoca aveva un appartamento nel centro di Milano.</strong> Il giovane collega, o chiunque altro, conclusa la lettura potrà  facilmente mettere a confronto la gravità dei comportamenti denunciati da Fiori (e anche da  <strong>Giovanni Ruggeri </strong>e <strong>Mario Guarino </strong>nella loro <em>Inchiesta sul Signor tv</em>”, Kaos, 1994) con altri comportamenti segnalati negli stessi anni da giornalisti investigativi americani &#8211; per esempio il caso della ministra della Giustizia di <strong>Clinton</strong> costretta a dimettersi per non aver pagato i contributi alla colf – e dunque domandarsi se il problema sia, in Italia, l’insufficienza di giornalismo investigativo o di etica pubblica. Un dubbio sano, formativo. Anche perché prendere atto di questa condizione  aiuta a spiegare un’altra peculiarità nazionale: l’inclusione nella categoria del “giornalismo investigativo”, o quanto meno in quella del “giornalismo di approfondimento”, di formati molteplici e diversi: dalle cronache di Tangentopoli ai blitz delle Jene e del Gabibbo.<br />
Si potrebbe risolvere il problema attribuendo questa varietà al fatto che la categoria del giornalismo d’inchiesta è definita in modo inadeguato. Ma, come nel caso del modello-Watergate, qualunque argomento di tipo tecnico non basta a spiegare il puro dato di fatto della percezione comune di queste forme diverse di informazione come in senso lato “investigative”, “di denuncia” e così via. Percezione, d’altra parte, confermata dal fatto che negli ultimi anni i colpi della censura politica hanno raggiunto le une e le altre: <strong>Sabina Guzzanti </strong>come <strong>Michele Santoro, Paolo Rossi </strong>come <strong>Enzo Biagi</strong>. Del resto, non fu proprio da un incontro tra le due forme – <strong>l’intervista di Luttazzi a Travaglio</strong> poco prima delle elezioni politiche del 2001 – che scaturì la madre di tutte le polemiche (e di tutte le epurazioni)?<br />
Sorge un dubbio o, forse, un’ipotesi di lavoro: che il giornalismo degli atti giudiziari e il giornalismo della satira siano due modi diversi di fronteggiare lo stesso problema – la debolezza dell’etica pubblica, quel moto d’indignazione che altrimenti, davanti a una violazione di regole condivise, dovrebbe scattare in modo immediato e spontaneo – e che sia questo ad accomunarli. L’atto giudiziario in questa prospettiva può essere visto come lo strumento che, sancendo formalmente, per la sua stessa natura, una violazione delle regole, riempie il vuoto della condanna morale. Allo stesso modo le denunce formulate in chiave satirica, mettendo in moto il meccanismo della risata – che è costituito dalla sorpresa, dall’interruzione dell’ordine logico delle cose – sottolinea la difformità d’un comportamento rispetto alle regole della convivenza in un paese democratico e civile: “Ciò che provoca un vivace scoppio di risa non può che essere qualcosa di assurdo”, <strong>Immanuel Kant.</strong>L’Ordine nazionale dovrebbe rendere obbligatori incontri periodici tra professionisti maturi e professionisti in formazione. Full immersion dei ‘vecchi’ nelle ragioni che oggi sono alla base della scelta di fare questo mestiere. La domanda del giovane collega è un richiamo alle nostre responsabilità non solo di professionisti ma anche, e soprattutto, di cittadini. Ed è per questo che non può essere elusa con risposte tecniche. La nostra tecnica attiene al reperimento, alla verifica delle notizie e alla chiarezza nel riportarle. Il quesito sul ‘giornalismo investigativo’ si riferisce invece alla capacità delle notizie di produrre effetti.<br />
Kapuscinski non dice solo di non essere cinici. Ci mancherebbe altro. Dice anche che “il vero giornalismo è quello che si dà uno scopo e che mira  a produrre qualche forma di cambiamento”. Oggi in Italia il giornalismo investigativo, “di approfondimento”, “di denuncia” deve produrre le notizie e, assieme, richiamare le ragioni dell’indignazione.</p>
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		<title>I fantasmi di Portopalo, un&#8217;intervista a Giovanni Maria Bellu</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/i-fantasmi-di-portopalo-unintervista-a-giovanni-maria-bellu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jacopo guerriero]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 11:07:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo e verità]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni maria bellu]]></category>
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					<description><![CDATA[Sabato 19 febbraio al Teatro i di Milano (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo GIORNALISMO E VERITA&#8217; (vedi qui), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta. In vista dell&#8217;appuntamento, riprendo da meltingpot.org questa intervista a Giovanni Maria Bellu, autore del volume I fantasmi di Portopalo (Mondadori 2004). Tra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/giornaver copia.jpg" border="0" alt="giornaver copia.jpg" width="535" height="72" /></p>
<p><strong>Sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong> (vedi <a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
In vista dell&#8217;appuntamento, riprendo da <em>meltingpot.org </em> questa intervista a <strong>Giovanni Maria Bellu</strong>, autore del volume <em>I fantasmi di Portopalo </em>(Mondadori 2004).  Tra breve pubblicheremo su Nazione Indiana anche un inedito di Bellu.</p>
<p>Questa vicenda comincia nel dicembre del &#8217;96 e non è ancora finita. Comincia con questo terrificante naufragio, al quale, con una serie di motivi che nel libro cerco di spiegare, le autorità non credono. Resta il fatto però, che siccome ci sono stati dei superstiti, lentamente, quando ormai i giornali non si occupano più della vicenda (se ne occupò solo «il manifesto») la Magistratura andò avanti, imbastì un&#8217;inchiesta e rinviò a giudizio i membri dell&#8217;equipaggio della nave che aveva condotto i migranti fino al Canale di Sicilia.<br />
<span id="more-882"></span><br />
Di questo però non se ne parlava. Se ne riparla quando, per una serie di circostanze casuali, mi trovo in mano questa inchiesta. Io stesso avevo un ricordo vago del &#8220;naufragio fantasma&#8221; e ho dovuto documentarmi nuovamente leggendo gli articoli nell&#8217;archivio del mio giornale, di Repubblica. Grazie a questo lavoro e soprattutto grazie al fatto che ho avuto la fortuna di incontrare un uomo coraggioso, che tra l&#8217;altro ancora oggi paga le conseguenze del suo coraggio, Salvatore Lupo, un pescatore di Portopalo, si arriva a chiarire i motivi per cui questo naufragio è un naufragio fantasma e poi anche ad individuare il relitto della nave affondata che giace ancora oggi a 108 metri di profondità nel Canale di Sicilia, tra la Sicilia e Malta. Questo è stato il lavoro e questo è anche più o meno lo schema del libro, che però fondamentalmente ha un&#8217;altra prospettiva. Non è solamente il racconto del fatto. E&#8217; scritto in prima persona e ho fatto questa scelta, che disapprovo totalmente quando si tratta di fare un lavoro strettamente giornalistico, perché era un libro, un racconto dove ho voluto trasferire anche le emozioni che ho provato e quanto questa vicenda mi ha messo in discussione come cittadino italiano. Lo dico perché io appartengo a una generazione (sono nato nel &#8217;57) di persone che sono state educate, a scuola o anche nei luoghi della politica, alla solidarietà e a credere che il razzismo non potesse esistere. Nel libro dico &#8220;Siamo una generazione di Kunta kinte&#8221;, quelli che guardavano questo sceneggiato televisivo e restavano sbalorditi perché il razzismo esisteva ed è esistito in un paese che per noi per altri versi era un modello, gli Stati Uniti. A un certo punto succede che noi a partire dagli fine degli anni &#8217;70, negli anni &#8217;80 e tumultuosamente alla fine degli anni &#8217;80, incontriamo le persone che dovevano essere oggetto della nostra solidarietà, cioè i migranti. Proprio in questo momento si metteva alla prova quanto questi valori erano veramente strutturati e consolidati. Questo fatto del &#8217;96 è un altro fatto tragico, un altro dei momenti in cui noi come italiani, incontriamo il fenomeno delle migrazioni. Un fatto che per la sua tragicità, facilmente avrebbe dovuto richiamare quei valori a cui eravamo stati educati. Invece niente. Niente, purtroppo, intanto da parte delle persone che accanto a noi erano cresciute, i razzisti della Lega, gli xenofobi della destra che sappiamo cosa pensano. Ma non succede niente neanche tra di noi, tra l&#8217;altro &#8220;noi&#8221; eravamo al governo allora e tante persone della nostra generazione avevano dei ruoli importanti a livello politico. Non succede niente. Gli appelli dei familiari delle vittime non vengono ascoltati, la vicenda viene completamente ignorata, quasi trattata con sufficienza e snobbata. Questo secondo me è il problema principale. Quello che oggi, secondo me, ci fa ancora riflettere su questa vicenda: quanto veramente &#8220;noi&#8221;, la sinistra italiana, crediamo veramente ai valori che proclamiamo.</p>
<p><strong>Tu dicevi prima che Salvatore Lupo, paga ancora oggi le conseguenze della sua testimonianza, dalla quale poi è partita la tua inchiesta. In che senso</strong>?</p>
<p>Salvatore Lupo vive nel suo paese a Portopalo di Capo Passero nell&#8217;estremo lembo della Sicilia un clima quanto meno ostile. E&#8217; un piccolo paese dove esiste un mercato del pesce attorno al quale c&#8217;è ancora oggi in atto un&#8217;inchiesta della magistratura a proposito delle infiltrazioni mafiose. Salvatore Lupo è stato quello che ha avuto il coraggio di spiegare la ragione per cui, subito dopo il naufragio del &#8217;96, su quasi 300 morti annegati, non veniva trovato nemmeno un cadavere. Fatto stranissimo che convinse le autorità, anche quelle italiane, che probabilmente la vicenda non era avvenuta o almeno non era avvenuta in quei termini catastrofici descritti dai superstiti. Salvatore Lupo mi disse che i cadaveri in realtà venivano trovati dai pescatori di Portopalo e venivano ributtati o lasciati in mare. Questo perché, se avessero fatto quello che la legge impone quindi la denuncia del ritrovamento alle autorità, avrebbero rischiato di vedersi i pescherecci bloccati per giorni e giorni. Un fatto del genere era accaduto ad un loro collega per un altro naufragio qualche mese prima. Quindi decisero di non fare denuncia. Salvatore mi raccontò questo e mi diede l&#8217;input per poi lavorare a Portopalo, parlare con tante persone, alla fine rendermi conto che questa vicenda era nota più o meno a tutti e avere la conferma che quel comportamento c&#8217;era stato non da parte dei pescatori ma delle autorità: del parroco, del vice-sindaco, del vigile urbano e compagnia. Salvatore fu il primo che ebbe il coraggio di parlare. Oggi non vive una bella aria, diciamo così. Non entro in altri dettagli perché vivere in una &#8220;cattiva aria&#8221; come quella, significa ricevere degli avvertimenti che sono difficilmente traducibili e decodificabili per chi non conosce quell&#8217;ambiente. Ultima cosa su Portopalo: c&#8217;è nel paese un gruppo di persone, che io credo di aver identificato con certezza, che dal momento dell&#8217;uscita del libro sta svolgendo una campagna di disinformazione sia relativamente ai contenuti del libro sia rispetto al ruolo di Salvatore Lupo. In pratica sostengono che questo lavoro è stato fatto per gettare fango su Portopalo. La cosa è totalmente falsa, come possono verificare e verificano i cittadini di Portopalo che leggono veramente il libro. Anche questo fatto, oltre al difficoltà materiale di vendere copie del libro a Portopalo, dà l&#8217;idea del clima che vive soprattutto Salvatore Lupo.</p>
<p><strong>Puoi riassumere per noi anche le fasi del processo su questa tragedia che si è aperto nel 2001? </strong></p>
<p>Purtroppo da questo punto di vista la vicenda è piuttosto complicata dal punto di vista giuridico. Nel 1997 prima la Procura di Catania poi quella di Siracusa si occupano della vicenda, che poi alla fine rimane totalmente nelle mani di quella di Siracusa. La Procura di Siracusa individua i membri dell&#8217;equipaggio della nave coinvolta nella tragedia: il comandante, i membri dell&#8217;equipaggio e li rinvia a giudizio per omicidio colposo plurimo. Sono 13 imputati, con loro c&#8217;è un pakistano residente a Malta, Ahmed Tourab Sheik, che da Malta organizzava il servizio di shuttle dalla nave grande che conduceva i migranti fino al Canale di Sicilia alle coste siciliane. Era una tecnica che usavano allora. Arrivava una grande nave con in quel caso 450 persone, queste persone salivano su una barca che affiancava la nave al largo e poi questa barca più piccola raggiungeva le coste. Il processo parte ed è in corso quando nel giugno del 2001 trovo il relitto della nave. Succede che i magistrati italiani avevano fatto l&#8217;inchiesta nella convinzione che il naufragio fosse avvenuto nelle nostre acque territoriali, questo perché alcuni testimoni avevano detto di aver visto le luci della costa italiana, e quindi avevano pensato che il naufragio fosse avvenuto vicino alla costa. Era un ragionamento sensato che però non teneva conto delle condizioni di visibilità che cambiano moltissimo e può succedere che anche da molto distante, oltre le acque territoriali si vedano le luci della costa. In relitto si trova invece in acque internazionali e questo fa cadere tutti i pressuposti della giurisdizione italiana. Il processo viene bloccato. Esiste una norma del codice penale che in casi eccezionali, per reati però molto gravi, consente al giudice italiano di indagare su fatti che non riguardano cittadini italiani, che non hanno imputati italiani e che sono successi fuori dall&#8217;Italia. È una norma eccezionale. La Procura di Siracusa ha deciso di applicarla però per poterla rendere applicabile è stata costretta a contestare un reato più grave di quello precedente, cioè l&#8217;omicidio volontario plurimo aggravato. Sostenere l&#8217;esistenza di questo reato, la volontarietà, in questo caso è piuttosto complicato. La contestazione del reato più grave ha prodotto anche una scrematura radicale delle persone che erano accusate nel primo processo. Ne sono rimaste solo due, quelle coinvolte direttamente nella vicenda: il capitano della nave e il trafficante pakistano, di cui ho detto prima. Il processo è attualmente in corso a Siracusa. Il capitano della nave, arrestato in Francia si è opposto all&#8217;estradizione. I giudici francesi hanno negato l&#8217;estradizione, quindi oggi rimane un unico imputato, l&#8217;armatore pakistano Tourab Ahmed Sheik, considerato l&#8217;organizzatore di quel viaggio, che vive a Malta. Sarà sentito anche Sharud Ahmad, un ragazzo pakistano, uno dei 125 superstiti del naufragio che ha già raccontato già ai giudici l&#8217;intera vicenda e il naufragio della Yohan. Temo che questo processo sia solo ormai un processo quasi simbolico, per dire che comunque c&#8217;è un processo. L&#8217;imputato è uno solo, per questo reato probabilmente sarà assolto e in più in questa vicenda sono rimaste coinvolte circa ottanta persone, trafficanti, venditori di biglietti, poliziotti corrotti, tra l&#8217;India, il Pakistan, lo Sri Lanka, Malta, la Grecia, l&#8217;Egitto. Tutte queste persone sono tranquille e continuano la loro attività. Il problema vero, e questa vicenda lo dimostra, è che per queste tragedie non esiste un giudice, cioè non esiste un giudice in grado di occuparsene scavalcando i problemi di competenza territoriale, ci vorrebbe un giudice internazionale che non c&#8217;è.</p>
<p><strong>La Legge Bossi-Fini in Italia, ma purtroppo anche altre leggi sull&#8217;immigrazione, di vari paesi europei come la Francia, restringono se non annullano completamente i diritti dei cittadini migranti. Oggi nel nostro paese il diritto di asilo è stato cancellato (ricordiamo per tutte la vicenda più triste e drammatica della Cap Anamur), la possibilità di rimanere in Italia è vincolata al contratto di lavoro, le espulsioni anche attraverso accordi bilaterali come quello con la Libia diventano deportazioni di massa, i CPT introdotti dalle legge Turco-Napolitano rappresentano luoghi di negazione del diritto, ma secondo il nostro governo per fermare la cosiddetta &#8220;immigrazione clandestina&#8221; è necessario costruirne uno per regione&#8230; </strong></p>
<p>Credo che, come dicono i giuristi, il combinato disposto della Bossi-Fini e dell&#8217;atteggiamento che l&#8217;Italia ha rispetto al diritto di asilo, creano un quadro di straordinaria rozzezza. Anche nella stessa logica di chi ritiene che le migrazioni non siano un fenomeno storico ma siano un fatto da combattere. E spiego perché. La Bossi-Fini crea un rapporto tra la possibilità che una persona entri in un paese e il fatto che sia utile fisicamente a quel paese cioè tratta i migranti come se fossero delle braccia da lavoro. Questo già la dice lunga sulla logica che c&#8217;è dietro. Ma questa logica è sostenibile a una condizione secondo me. A condizione che le stesse persone che la applicano quando ci si trova davanti a situazioni di migranti che fuggono da persecuzioni, che stanno fuggendo per salvare la propria vita o perché non possono esercitare alcun diritto nei loro paesi di provenienza, almeno su questo cioè sul diritto di asilo anche un paese un po&#8217; xenofobo dovrebbe essere coerente. Invece anche sul diritto di asilo siamo assolutamente carenti. Non solo, quando abbiamo delle vicende specifiche che ci pongono il problema, come ad esempio la vicenda di fine settembre di Lampedusa, prendiamo le persone in massa e un migliaio di persone in pochi giorni vengono messe su degli aerei e portati via, in paesi che non aderiscono neanche, tra l&#8217;altro, alla Convenzione di Ginevra. Un comportamento del genere non ha nemmeno bisogno di commenti, tanto è scandaloso di per sé. Ma è scandaloso, ancora di più, rispetto a chi pretende di trattare il fenomeno dell&#8217;immigrazione in generale, di applicare delle norme che impongono ai migranti che vengono in Italia delle vessazioni amministrative, delle terrificanti attese per avere un permesso di soggiorno, tutta la condizione che sappiamo dove c&#8217;è un rigorismo esasperato e feroce nei confronti dei migranti anche di quelli in regola invece si è leggeri, svagati rispetto all&#8217;applicazione di diritti fondamentali che sono riconosciuti a livello internazionale, cioè il diritto di asilo che è una di quelle cose che appartengono alle fondamenta della civiltà. Questo io lo trovo scandaloso.</p>
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