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	<title>Giulio Cavalli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Foto non ne ho</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Oct 2017 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[adozione]]></category>
		<category><![CDATA[fotografie]]></category>
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					<description><![CDATA[E&#8217; uscito ormai da qualche mese Santa Mamma il nuovo romanzo di Giulio Cavalli. Pubblico volentieri qui su Nazione Indiana qualche pagina e ringrazio l&#8217;autore per la disponibilità. G.B. di Giulio Cavalli Domani portate una vostra foto da piccoli, ci aveva detto la maestra. Forse prima elementare: di solito è lì che si inizia con la perversione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-70153" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/cover-santamamma.jpg" alt="" width="352" height="497" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/cover-santamamma.jpg 352w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/cover-santamamma-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 352px) 100vw, 352px" />E&#8217; uscito ormai da qualche mese</em> Santa Mamma<em> il nuovo romanzo di Giulio Cavalli. Pubblico volentieri qui su Nazione Indiana qualche pagina e ringrazio l&#8217;autore per la disponibilità. G.B.</em></p>
<p>di <strong>Giulio Cavalli</strong></p>
<div class="x_page" title="Page 7">
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<div class="x_column">
<p class=""><span class="">Domani portate una vostra foto da piccoli, ci aveva detto la maestra. Forse prima elementare: di solito è lì che si inizia con la perversione dell’inculcare la meraviglia per la natura col diventare grandi, con la polpa che si aggiunge a polpa e i peli che si fanno capelli. Portate una foto da piccoli, la maestra si chiamava Anna, che dobbiamo fare un lavoretto; e la classe già inebriata dal pensiero di forbici, carta a strisce e colla secca sui polsini del grembiule.</span></p>
<p class=""><span class="">Io invece no. Io non ce l’avevo una mia foto da piccolo.</span></p>
<p class=""><span class="">Non l’ho mai avuta perché sono stato piccolo al massimo a due anni e mezzo: prima niente foto, niente tutine, niente ciucci da tenere sotto teca e nemmeno le prime scarpine </span><span class="">slacciughente </span><span class="">e uncinettate. La mia prima foto sono io, verso i tre anni, seduto sui gradini di un giardino con la ghiaia al posto dell’erba mentre spingo una macchinina fuoristrada rossa con la ruota di scorta avvitata sul tetto. Indosso una maglietta a strisce orizzontali bianche e rosse, pantaloni rossi e lo sguardo abbacinato. Sarò stato colpito da tutto quel troppo rosso o forse dalla violenza di chi martella ruote sui tetti delle auto; mi sono dato questa spiegazione per giustificare la torvatura della faccia. Niente per </span><span class="">cui strapparsi lacrime a inizio del capitolo, intendiamoci: la fotografia, pur tardiva, svolge serenamente la funzione delle nostre foto da piccoli e ogni sputata volta c’è qualcuno che mi trova perfettamente somigliante a uno a caso dei miei figli. Tutto a posto. Qualcuno spericolato vede anche qualcosa di spiccicato “alla mamma” e fa niente che io sia stato adottato: io e lei ci guardiamo e in silenzio ci diciamo che no, che non vale nemmeno la pena di dirglielo, e in silenzio ci diciamo che va bene così. Mica vorrai frantumargli l’eccitazione.</span></p>
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<div class="x_page" title="Page 8">
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<div class="x_column">
<p class=""><span class="">La foto per la maestra Anna comunque non ce l’avevo e già allora non avevo il fisico per inscenare un dramma che non mi sfiorava per niente. Piansi. Iniziai a piangere nel modo meno credibile di tutta la mia vita con un lamento bitonale come una sirena dalle batterie scariche. Per mancanza di lacrime mi misi anche le mani sulla faccia simulando una lentezza straziata e producendo singhiozzi con colpi di pancia: devo essere stato uno spettacolo orribile se è vero che la maestra Anna, con il solito fragore degli adulti che hanno paura dell’oscenità di un pianto in pubblico, si è alzata dalla cattedra per soffocarmi di consolazione. Era sempre abbronzata, Anna. Primavera, estate, autunno e inverno aveva quel colore di terra battuta dei campi da tennis e da vicino profumava di giglio. Mi chiese: “Cosa succede, Carlo?”, e aveva gli occhi blu come due orecchini persi durante una partita. Io sicuro non rispondevo, continuavo a piangere di diaframma. Mai rispondere durante la simulazione di una disperazione se non si ha tutta una tecnica e un’esperienza sulla voce. Ci vogliono anni per piangere e dire insieme.</span></p>
<p class=""><span class="">Alla bidella che mi accolse portato fuori dall’aula dissi </span><span class="">“Sono stato adottato”. Lei e Anna strizzarono un faccia contrita. Anna con i braccialetti che le si incagliavano tra l’orologio e i bottoni delle maniche e che disincagliava con uno scrollo schizofrenico e la bidella con il suo grembiule come se fosse intenta tutto il giorno a preparare minestre. Mi accarezzavano con la cautela che si usa per le bestie feroci, spizzicavano frasi fino alla seconda parola. “Non è mica brutto essere adottati”, fu la bidella a riuscire a finire una frase per prima.</span></p>
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<div class="x_page" title="Page 9">
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<div class="x_column">
<p class=""><span class="">Già, disse Anna. Già, anche la bidella.<br class="" />“Però io non ho la foto.” Già.<br class="" />In corridoio nuotava un puzzo di mensa e i muri soffia</span><span class="">vano vento. Avevo smesso di piangere, disattento, provai a riaccendermi e bastò per rinverdire l’allarme intorno. Anna mi strinse, finalmente. Con il naso tra i pelucchi del suo maglione e l’odore di giglio pensai che a simulare tristezza finisce che ci si intristisce per davvero. Deve essere liquida la tristezza se a versarne un po’ per gioco o simulazione poi si finisce per berla. “Ma la tua mamma è come una mamma vera”, la bidella me l’ha bisbigliato come se fosse un segreto di stato. “Lo so. Lo so.” L’avevo già sentito milioni di volte. “E poi”, mi disse Anna con la sua mano a farmi cerchi sulla schiena, “e poi non è mica colpa tua e nemmeno della tua mamma di adesso. Sei stato adottato ma sei un bambino normale.”</span></p>
<p class=""><span class="">Sapeva di caffè, anche.</span></p>
<p class=""><span class="">“Lo so.” “E perché piangi?” C’era un silenzio lirico, il mondo che s’era fermato con l’orecchio teso. Avevo vinto, a modo mio. E poi non lo sapevo perché mi ero buttato in quel lamento. O forse sì. Lo sentivo ma l’avrei saputo solo più adulto: piangere è il mio modo di partire e tor</span><span class="">nare, rassicurarmi di non essermi troppo indurito il cuore sformato dall’accidia che frequento. Mi capita ancora adesso di piangere, da solo, quasi di nascosto: è il mio grufolare cioccolato senza farmi vedere, mettersi il dito nel naso o imprecare contro qualcuno. Piango, mi prendo le misure e verifico di non essermi sformato. Un pianto ispettore.</span></p>
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<div class="x_page" title="Page 10">
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<div class="x_column">
<p class=""><span class="">“Ascolta Carlo, facciamo così&#8230;”</span></p>
<p class=""><span class="">Quando gli adulti propongono soluzioni ai bambini indossano un servilismo cortese che stira le vocali.</span></p>
<p class=""><span class="">“Adesso torniamo in classe&#8230;”</span></p>
<p class=""><span class="">Si sente lontano un chilometro che hanno il terrore che gli si buchi il palloncino delle loro soluzioni.</span></p>
<p class=""><span class="">“Parliamo con i tuoi compagni&#8230;”</span></p>
<p class=""><span class="">Anna parlava come in chiesa. Con le parole pesanti, in</span><span class="">zuppate.</span></p>
<p class=""><span class="">“Gli spieghiamo che sei un bambino speciale&#8230;”</span></p>
<p class=""><span class="">Speciale, normale. Fortunato ma come tutti. Si sarebbe fatta adottare anche lei, lì, per chiudere il discorso.</span></p>
<p class=""><span class="">“E portiamo tutti una foto ma a tre anni. Da piccoli ma a tre anni. Tutti. Così siamo tutti uguali.”</span></p>
<p class=""><span class="">“Ma io non lo voglio dire.”</span></p>
<p class=""><span class="">“Non diciamo niente. Dico che ho deciso io. Sono la maestra, dico, e decido io. Va bene?”</span></p>
<p class=""><span class="">Al rientro la classe non sembrò sfiorata dal melodramma consumato in corridoio: il solito vociare fitto come un ingranaggio in sottofondo di voci a punta non addomesticate si arrestò a bacchetta. Andrea mi ispezionava controllando che tornassi in classe tutto intero, vidi Roberta scimmiottare la contrizione osservata in chissà quali auliche nonne, tutti chi più chi meno cercavano di capire quel poco che </span><span class="">basta per non sembrare disinteressati e scortesi spinti da quell’odiosa educazione fatta di posture affettate. Intanto io camminavo pieno di crepe ma la classe era troppo buia per vederle. Al mio banco Paolo, il compagno con cui avevo fatto il più bel pupazzo di neve della mia vita, si fece da parte anche se lo spazio non mancava e poi fu quel respiro prima della notizia.</span></p>
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<div class="x_column">
<p class=""><span class="">Come succedono. Come succede la vita. Basta suonare le corde che stanno più in fondo la pancia perché tutto s’imbarazzi. Anni a progettare un pavimento solido e poi basta che si infiltri una lacrima, anche ammaestrata, e si naviga a vista sulle zattere.</span></p>
<p class=""><span class="">Alla scuola di Tarrazza, paesino ai bordi della via Emilia, da quell’ottobre del 1983, fu regola portare a scuola la foto appena nati a tre anni per tutti i nuovi alunni della prima classe elementare. Poi la notizia si diffuse in qualche strascicata riunione provinciale e la norma dei tre anni prese piede fino a qualche istituto fuori regione. “È un’indicazione che ci viene da uno studio di psicologi dell’infanzia”, rispose qualche preside vestito marrone smunto di una piccola scuola borghese in Valtellina. Gli adulti sono così: se accade qualcosa di comodo diventa una regola; qualcuno a cui attribuirla al massimo si trova sempre. </span></p>
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		<title>Le botte in piazza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2015 05:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondragone]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulio Cavalli (Giulio Cavalli, dopo anni di teatro, inchieste e impegno civile che lo obbligano ancora oggi a vivere sotto scorta, pubblica, scritto con la stessa rabbia e lucidità, il suo primo romanzo: Mio padre in una scatola da scarpe. Il libro è da qualche giorno in libreria e l&#8217;autore ci regala qui un estratto dal secondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-56628" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI.jpg" alt="CAVALLI" width="295" height="437" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI-203x300.jpg 203w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></a>di <strong>Giulio Cavalli</strong></p>
<p>(Giulio Cavalli, dopo anni di teatro, inchieste e impegno civile che lo obbligano ancora oggi a vivere sotto scorta, pubblica, scritto con la stessa rabbia e lucidità, il suo primo romanzo: <em>Mio padre in una scatola da scarpe</em>. Il libro è da qualche giorno in libreria e l&#8217;autore ci regala qui un estratto dal secondo capitolo. Noi per questo lo ringraziamo. <em>G.B.</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;">La mattina presto. Per Michele può esserci il caldo più unto, il freddo più buio o la pioggia più fitta, ma il mattino va rispettato: l’alba è l’inizio. Cose semplici. Sono due anni che la scuola è finita e tutto il giorno ha già la forma del callo sulle mani, che ti sfregano ruvide la faccia quando ti lavi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Lavorare rende liberi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Michele era stato studente diligente e poco curioso, ma questa cosa del lavoro e della libertà non gli era mai andata giù. I vecchi dicono: “Tocca per farsi una famiglia ed essere una persona per bene”, ma la libertà proprio non c’entra. Ci sono città del mondo in cui il lavoro è un canale che bisogna navigare per stare a galla e sopravvivere, mentre qui a Mondragone si lavora per non dovere niente a nessuno e perché nessuno ti debba niente, per questo Michele ama la fatica: la fatica infatti ha una faccia sola, è meccanica senza viti, acido lattico senza sentimento. La fatica non ha bisogno di merletti. Sono le sei e Michele si alza come si alza il mattino: sale in fretta per scaldarsi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Si fatica principalmente per non sentire tutto il resto» dice sempre quello scemo di Massimiliano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Caffè amaro. Le scarpe che si scollano. Una camicia spessa come pelo di topo, a quadrettoni, con i gomiti quasi trasparenti. Guardandosi allo specchio si osserva. Non è un bel vedere, no, ma tutta questa stoffa è l’armatura per la fatica al magazzino. La porticina del cortile di casa cigola come il portone di un castello abbandonato. Fuori, Mondragone è odore di caglio e case che si sbriciolano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Buongiorno e ben alzato, Michè!» La signora di fronte sta già bollendo la salsa. È cieca e sorda come la salsa ma saluta da orologio svizzero tutte le mattine alla stessa ora.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Lui risponde, anzi ci prova. Meglio, alza la mano e scatta con la testa, gli viene male: cade come da un lato, inciampa, sorride, rialza la mano, ride, no forse non se ne è nemmeno accorta e allora stinge il sorriso e niente, come se non fosse successo niente. «’Ngiorno.» Che fatica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mentre la strada scende vuota verso lo stop Michele prova a ripensare alla serata appena passata e a quelle voci che lo rivolevano in piedi: non è facile portare addosso le botte a mezza faccia facendo finta di essere elegante, tu che elegante poi non lo sei stato nemmeno al battesimo o alla comunione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Erano in tre e Michele li aveva notati già da giorni per quelle smorfie da guappi che qui vengono ammaestrati in serie, seduti arrampicati sul muretto in piazza. Ieri sera erano nella solita posa, di quelli che vorrebbero essere falchi ma sono solo una nidiata di avvoltoi. Ieri aveva anche deciso di bersi una bottiglia in compagnia e festeggiare l’assunzione che era diventata ufficiale per tutti, al magazzino. Adulti a tempo indeterminato con il libretto di lavoro in tasca. Ci avevano promesso anche un po’ di malattia e ferie, non proprio tutte quelle che c’erano scritte nel contratto – che per sicurezza avevano fatto leggere a Giulio, che si era trasferito su a Milano e aveva imparato l’italiano meglio di come si impara un po’ sgarruppato nella scuola di Mondragone, e anche Giulio aveva esultato per un contratto che in fondo anche a parole era simile a quello che c’era scritto. Per questo avevano deciso di prendersi il vino, mica quello più buono, ma la qualità subito sotto, ben distante dal vino schifoso e lunghissimo che si bevevano di solito a pranzo. La locanda li conosceva per nome e cognome e si era fidata anche a dargli quattro bicchieri di vetro da portare fino in mezzo alla piazza con la bottiglia impolverata, perché c’è da fidarsi di Michele e quegli altri colleghi suoi, che non creano mai problemi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Stavano appena stappando il tappo a vite come quello della spuma e ridevano pensando che poi magari un giorno qualcuno sarebbe diventato capoturno, poi magari un giorno, ridevano, avrebbe comprato un vino con il tappo quello vero.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Era stato un attimo e gli altri tre guappi erano già in mezzo. Dammi. No. Forza, dài qua. Ma che vuoi. Festeggiamo anche noi. Facciamo da soli grazie. Lo decidiamo noi chi festeggia qui in piazza. Non ci penso nemmeno…</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ed è stata subito una paranza di botte che facevano più rumore dei bicchieri che rotolavano sui sassi. Tonfi secchi sulle parti molli e il fruscio dei rami secchi quando si pestano con le scarpe, solo che questi erano in faccia, sulla mandibola e sotto gli occhi. Roba forte. Gli scappa anche da ridere, gli scapperebbe se non fosse per quell’angolo della bocca che brucia. Bicchieri come bombe a mano e pugni dappertutto: una sagra. Michele aveva cominciato a picchiare con tutta la voglia che aveva accumulato negli anni, come si immaginava si potesse picchiare solo prima di morire. E non menava solo quei tre cuccioli d’avvoltoio, no, picchiava i ricchi sempre gonfi alla domenica mattina; picchiava quelli che gridavano scemo a Massimiliano che piangeva come i magri anche se è grasso come un tacchino, e picchiava anche per lo scemo di troppo che gli dava quando anche lui esagerava con lo scherzo; picchiava per i vecchi così vecchi che fuori dalla chiesa sembra che ci manchi solo che se li porti via il vento o li sciolga questo sole unto. Picchiava l’odore dell’incenso che cuoceva la bara di sua madre; picchiava suo padre e il vino che gli aveva trasformato il cervello in una crosta incapace d’intendere cosa fosse quel fumo e cosa fosse quella bara; picchiava Giulio che tornava sempre così felice e tuttoaposto </span><span style="font-size: medium;">che sembrava avere anche perso l’odore di quelli che erano nati lì e aveva il colore delle persone sempreaposto che vivono a Milano; picchiava nonna che non era mai scivolata nemmeno per sbaglio in un abbraccio o un “ti voglio bene” e intanto picchiava anche quel “ti voglio bene” di nonno che è un cappio ogni domenica a fare la zuppa loro due come due vedovi. Picchiava gli indecisi come lui che vivono la vita come si mangiano le unghie; picchiava i prepotenti che tutti li condannano ma alla fine vincono sempre; picchiava la sua scuola così lercia che non gli aveva insegnato il vocabolario per le volte che avrebbe voluto dare un nome alle cose; picchiava la tranquillità che sono vent’anni che la insegue e che dio non chiedo mica tanto e che gli sembra irraggiungibile, nemmeno avesse voluto fare il pilota cacciabombardiere. Picchiava quel prete che ora se n’è andato dalla parrocchia e che si portava le donne nel retro dopo l’ultima messa; picchiava il nonno dei Torre che si faceva restituire i prestiti tra le cosce delle mogli degli altri – e si picchiava anche, per tutte le volte che non aveva avuto abbastanza coraggio; poi picchiava gli infami, i soloni, i tristi a comando, gli urlatori, i maleducati perché prepotenti, i prepotenti maleducati e gli educati a essere bravi prepotenti; picchiava quella sera che sua madre aveva detto di non dirlo a papà e quel mattino che papà gli aveva detto torno e non era tornato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Solo dopo aveva picchiato Tore, Pino e Ciro. Solo dopo. Soprattutto Tore: l’avevano portato via all’ospedale di Caserta che piangeva e urlava ormai come un pulcino.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Ritardo! Sei e quarantacinque, cos’hai? Pisciato nel letto?»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È già arrivato al magazzino, ha superato la discesa e il capannone è in fondo alla prima strada a destra. Il capoturno è già acceso sulla modalità scassaminchia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Non sono stato bene.» Sembra di essere ancora a scuola. Giustificarsi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Lo so.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mentre il capoturno parla sbucano alle sue spalle Ciccio e Berto. Hanno gli occhi bassi e tremano. Berto ha un ematoma sulla faccia, sembra un’ombra controsole. Volano le notizie, qui al magazzino, e con queste facce lavate male dal sangue raffermo di ieri sera non è facile fingere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ciccio balbetta un avvertimento verso Michele, ma l’aria è così spessa che sbatte prima di arrivare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Capo, alla fine siamo tutti qui.» Dio, che difesa debole, vedi che serve studiare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Noi non ne vogliamo teste matte, noi vogliamo gente che sistema la merce!»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Forse Berto ora sta cercando di dire che siamo pronti, che mancano i guanti e si entra subito di corsa nel capannone in mezzo alla sabbia ma viene zittito: è bastato un occhio di sguincio. Il capoturno ha la barbetta incolta che vibra come quella di una capra. «Andate a casa.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Finalmente Ciccio emette suoni e abbozza una difesa: stiamo bene, non c’è problema, sono solo tre pugni, li abbiamo presi e li abbiamo dati tutti da ragazzi, domani si saranno già dimenticati. È sempre il più diplomatico, Ciccio, giù al capannone.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Andate a casa. Lavatevi. Noi non abbiamo bisogno di ragazzi!»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il portone si chiude con un glong. Ogni portone suonerebbe la fine esattamente così.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Licenziato poche ore dopo essere diventato indeterminato, Michele non l’avrebbe nemmeno mai potuto immaginare, con quella fantasia piatta che si fermava alla discesa fuori casa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Dite che siamo licenziati?»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Avevo sentito alla radio, mi pare, alla radio hanno detto che ci vuole il preavviso. Che ti avvisano prima.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Mica abbiamo rubato. Mica abbiamo ammazzato.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Altrimenti che posto fisso è, fisso di che cosa…?»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Ci ha avvisato? Sì. Ci ha detto di andare a casa? E noi andiamo a casa. O c’è qualcuno che stamattina vuole fare l’eroe? Con la faccia mezza spaccata, pure.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nessuno risponde. Prega, Michele. Prega che davvero sia tutto un falso questa storia dell’ultima occasione, perché non è mica normale avere l’ultima occasione che non hai nemmeno diciotto anni e che si è tuffata dentro una bottiglia di vino rosso di mezza qualità. Non aveva pregato mai, nemmeno ai funerali aveva pregato, e questa tanto non è nemmeno una preghiera ma sperare di convincersi a sperare di avere frainteso. Berto ha il sole che batte sull’ematoma e sembra che si faccia ombra da solo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ciccio continua a chiedere se davvero sono licenziati ma intanto, senza pensarci, ha cominciato a contare gli spicci nei pantaloni consumati sulle ginocchia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non si dicono nemmeno un “ciao” e si dividono innaturali, come se non fossero i tre che si sono difesi dalle stesse botte la sera prima.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La carriera più veloce della storia, pensa Michele. E gli verrebbe da ridere, se non fosse per il solito angolo della bocca. Davanti al portone coglie la differenza tra galleggiare e camminare. Ma dura un attimo: la signora salsa sta già chiedendo come mai è tornato a casa così presto.</span></p>
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		<title>L&#8217;amico degli eroi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/07/18/lamico-degli-eroi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2014 06:00:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cisco Bellotti]]></category>
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					<description><![CDATA[Un romanzo e uno spettacolo teatrale di Giulio Cavalli liberamente ispirato alla vita di Marcello Dell&#8217;Utri. Le musiche dello spettacolo (eseguite dal vivo) sono di Cisco Bellotti Marcello è un giovane e intraprendente siciliano nato da una famiglia borghese ma decadente del centro di Palermo. Marcello e il fratello Alberto vivono in simbiosi una giovinezza di lusso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un romanzo e uno spettacolo teatrale di <strong>Giulio Cavalli </strong>liberamente ispirato alla vita di Marcello Dell&#8217;Utri. Le musiche dello spettacolo (eseguite dal vivo) sono di <strong>Cisco Bellotti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/dellutri1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-48519" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/dellutri1.jpg" alt="dellutri1" width="520" height="345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/dellutri1.jpg 520w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/dellutri1-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/dellutri1-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 520px) 100vw, 520px" /></a></p>
<p>Marcello è un giovane e intraprendente siciliano nato da una famiglia borghese ma decadente del centro di Palermo. Marcello e il fratello Alberto vivono in simbiosi una giovinezza di lusso apparente mentre subiscono le difficoltà economiche di un padre che si ritrova professionalmente fuori gioco negli ambienti che contano in città per l’arresto di alcuni elementi a cui faceva riferimento. Per questo Marcello cresce con un insito odio nei confronti della magistratura vista sin da piccolo come la causa della decadenza famigliare.</p>
<p>Silvio è uno studente prepotente, egocentrico e scaltro che è stato educato dal padre ad una continua ossessiva ricerca delle scorciatoie ad ogni costo. Vive in paese di provincia del milanese ma lo stesso giorno che ha l’occasione di accompagnare il padre nella banca in cui lavora, nel cuore della Milano bene, si innamora di questa città di eleganza, soldi e affari e decide di diventare, da adulto, un uomo a cui tutti sognano di stringere la mano. Silvio capisce subito che negli ambienti degli affari conta dare un’esagerata proiezione di sé stessi sforzandosi di galleggiare al di sopra delle proprie possibilità in attesa dell’occasione della vita.</p>
<p>Vittorio è mafioso figlio di mafiosi. Senza giri di parole e senza nascondenti anzi: con una venerazione assoluta per i codici medievali che gestiscono i meccanismi sociali e imprenditoriali di Cosa Nostra in Sicilia. E’ conosciuto tra gli amici per la sua abilità nell’esercizio della prepotenza che sia vocale, manesca o armata. Frequenta poco e male una scuola palermitana che utilizza più per arruolare guappi del suo “esercito” che per attitudini di studio. Si diletta in missioni di prepotenza che lo rendono temuto e affascinante per molti e sviluppa un astio per la borghesia siciliana a cui aspira. Come la volpe con l’uva.</p>
<p>Tutti e tre amano il calcio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Sostenete il progetto. Per ogni informazione sul crowdfunding<a href="https://www.produzionidalbasso.com/pdb_3875.html"> cliccare qui</a>. Fatelo però!</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Nomi cognomi e infami</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/10/nomi-cognomi-e-infami/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Mar 2014 07:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
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					<description><![CDATA[Teatro della Cooperativa dall’11 al 16 marzo 2014 produzione Bottega Dei Mestieri Teatrali con il contributo di Next Regione Lombardia e Fondazione Cariplo-Etre NOMI COGNOMI E INFAMI di e con Giulio Cavalli Nomi, cognomi e infami è nato come viaggio tra storie di persone “normali” diventate eroiche per per la pavidità tutta intorno, da Peppino Impastato a Paolo Borsellino, da Libero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/logo_bianco.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-47720 aligncenter" alt="logo_bianco" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/logo_bianco.jpg" width="525" height="223" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/logo_bianco.jpg 656w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/logo_bianco-300x127.jpg 300w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.teatrodellacooperativa.it/"><strong>Teatro della Cooperativa</strong></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>dall’11 al 16 marzo 2014<br />
</strong>produzione <strong>Bottega Dei Mestieri Teatrali<br />
</strong>con il contributo di <strong>Next Regione Lombardia</strong> e <strong>Fondazione Cariplo-Etre</strong><strong><br />
</strong><strong><em>NOMI COGNOMI E INFAMI</em><br />
</strong>di e con<strong> Giulio Cavalli</strong></p>
<p><em><strong>Nomi, cognomi e infami </strong></em>è nato come viaggio tra storie di persone “normali” diventate eroiche per per la pavidità tutta intorno, da Peppino Impastato a Paolo Borsellino, da Libero Grassi a Bruno Caccia fino ai riti e conviti mafiosi che brillano in tutta la loro povertà culturale ed etica. Il canovaccio di <em><strong>Nomi, cognomi e infami </strong></em>è quello che ci succede intorno: le città che cambiano forma per dare forma ai soldi che vanno riciclati, gli episodi di mafia che non vengono riconosciuti come tali e che basterebbe mettere in fila e soprattutto i nomi e i cognomi e questa abitudine persa di indicare i colpevoli per esporli ad un giudizio pubblico. Dice Mark Twain che “non bisogna avere paura di ciò che non si conosce ma di ciò che crediamo vero e invece non lo è”: noi in scena proviamo a ridere e disarticolare la nostra paura.</p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/cavalli-2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47715" alt="cavalli 2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/cavalli-2.jpg" width="476" height="317" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/cavalli-2.jpg 476w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/cavalli-2-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/cavalli-2-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 476px) 100vw, 476px" /></a>“Caro picciotto, o se preferisci, visto che hai imparato a pettinarti e vestirti pulito, caro estorsore, o, se preferisci, caro esattore. E poi caro al tuo capo ufficio, quello che sta seduto a contare i soldi quando alla sera raccoglie le mesate del mandamento, quei soldi che vi auguro che vi marciscano in mano. E poi cari a tutti i falliti, perché è da falliti mangiare sulla metastasi della paura degli altri, oppure, per capirsi meglio, cari a tutti gli uomini d’onore, così ci capiamo meglio, così vi prendiamo dentro tutti e entriamo subito in tema. Sono un commerciante di parole, a volte me le pagano bene, e arrotondo sempre il peso prima di chiudere la vaschetta. […] Questa sera apro la saracinesca fuori orario e vi vengo a cercare io, ma mica per i cinquecento euro così sto messo a posto, ma perché avrei, dico almeno, un paio di domande, una cosa da niente, mica per capire dove non c’è niente da capire, ma per togliermi il peso. Il peso di una curiosità che alla fine cercate sempre di farci pagare nel mercato della vigliaccheria di cui siete i detentori.”…</em></p>
<p style="text-align: right;">Giulio Cavalli</p>
<p><strong>ORARIO SPETTACOLI:<br />
</strong><strong>mar | sab: 20.45<br />
</strong><strong>dom: 16.00<br />
</strong><strong>lun: riposo</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Di che morte morire</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/08/27/di-che-morte-morire/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Aug 2013 16:52:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
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					<description><![CDATA[ due righe indignate di Gianni Biondillo &#160; Per la ‘ndrangheta Giulio Cavalli &#8211; come dice  Luigi Bonaventura, pentito della cosca Vrenna-Bonaventura &#8211; è uno scassaminchia. Quindi deve essere fatto fuori. Magari con una morte umiliante, giusto per sputtanarlo. Si può ascoltare la sua confessione qui. Oggi, in una seconda intervista a Fanpage, Bonaventura dice, tra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/cavalligiulio.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-46290" alt="cavalligiulio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/cavalligiulio.jpg" width="300" height="225" /></a> due righe indignate di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per la ‘ndrangheta <strong><a href="http://www.giuliocavalli.net/">Giulio Cavalli</a></strong> &#8211; come dice  Luigi Bonaventura, pentito della cosca Vrenna-Bonaventura &#8211; <strong>è uno scassaminchia</strong>. Quindi deve essere fatto fuori. Magari con una morte umiliante, giusto per sputtanarlo.</p>
<p>Si può ascoltare la sua confessione <a href="http://www.fanpage.it/cosi-la-ndrangheta-voleva-uccidere-giulio-cavalli-la-videotestimonianza-di-un-pentito/">qui</a>.</p>
<p>Oggi, <a href="http://www.fanpage.it/il-pentito-bonaventura-giulio-cavalli-doveva-tacere-la-politica-lombarda-sosteneva-la-ndrangheta/">in una seconda intervista a Fanpage</a>, Bonaventura dice, tra le altre cose, che “dietro i piani di per mettere a tacere per sempre Giulio Cavalli  c&#8217;è anche una parte di politica collusa e ambienti istituzionali, nel senso che le azioni erano fortemente volute anche da qualche politico, nello specifico lombardo.”</p>
<p>Voglio dire due brevi cose:</p>
<p>1) Il silenzio “ufficiale” attorno a queste dichiarazioni è semplicemente vergognoso.</p>
<p>2) Non lasciamolo solo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbraccio Giulio come si abbraccia un fratello. Stretto stretto.</p>
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		<title>Ancora minacce a Giulio Cavalli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/31/ancora-minacce-a-giulio-cavalli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 20:07:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[una nota di Gianni Biondillo Carlo Cosco, ieri, pochi minuti prima di essere condannato all’ergastolo per l’omicidio della sua compagna &#8211; Lea Garofalo, sciolta nell’acido &#8211; ha minacciato Giulio Cavalli, presente nell&#8217;aula della Prima sezione della Corte d&#8217;assise. Ha gridato, rivolto all’attore: “Perché scrivi sui libri che siamo mafiosi?” La risposta l’ha data uno dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/giulio-cavalli-4-.jpg" alt="" title="" width="314" height="269" class="alignleft size-full wp-image-42092" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/giulio-cavalli-4-.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/giulio-cavalli-4--300x257.jpg 300w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" /> una nota di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Carlo Cosco, ieri, pochi minuti prima di essere condannato all’ergastolo per l’omicidio della sua compagna &#8211; Lea Garofalo, sciolta nell’acido &#8211; ha minacciato <a href="http://www.giuliocavalli.net/">Giulio Cavalli</a>, presente nell&#8217;aula della Prima sezione della Corte d&#8217;assise. Ha gridato, rivolto all’attore: “Perché scrivi sui libri che siamo mafiosi?” La risposta l’ha data uno dei fratelli di Cosco, pure lui condannato: “Scrivi perché sei un cornuto e un infame.” Ancora di più, a maggior ragione, ribadisco la mia vicinanza, la mia fratellanza a Giulio. Non sei solo. Il mio abbraccio sarà ancora più stretto. Questa è una minaccia.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Io mi difendo, ma chi difende i miei figli?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/05/04/io-mi-difendo-ma-chi-difende-i-miei-figli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2011 15:40:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[imbecillità]]></category>
		<category><![CDATA[legalità]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulio Cavalli Scuola media. Classe terza. Una delle tante scuole della provincia in cui vivo io e (più di tutto) i miei figli. È un percorso tra alunni e ‘Ammazzateci Tutti’ su legalità e antimafia. Si parla di arresti, di regole, di azioni e di persone, di territorio, Lodi e di Giulio Cavalli. Le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/giulio-cavalli.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/giulio-cavalli.jpg" alt="" title="giulio-cavalli" width="225" height="150" class="alignleft size-full wp-image-38947" /></a> di <a href="http://www.giuliocavalli.net/"><strong>Giulio Cavalli</strong></a></p>
<p>Scuola media. Classe terza. Una delle tante scuole della provincia in cui vivo io e (più di tutto) i miei figli. È un percorso tra alunni e ‘Ammazzateci Tutti’ su legalità e antimafia. Si parla di arresti, di regole, di azioni e di persone, di territorio, Lodi e di Giulio Cavalli. Le minacce, scorta e le solite cose. Si discute e si alza una voce.</p>
<p>“<em>Cavalli se ne deve andare da Lodi. Ci ha messo tutti in pericolo</em>“.<br />
<span id="more-38945"></span><br />
Poche parole. Mi verrebbe da dire le solite, mischiate dall’invidia, dal miope federalismo per la difesa del proprio territorio e (perché no) dal diritto di pensarla diversamente. “<em>Cavalli se ne deve andare</em>” l’ho sentita e me l’hanno scritta centinaia di volte. I più pavidi e unti la sussurrano solo nell’angolo dei bar. Ma dove vivo (e più di tutto i miei figli) tutto è troppo piccolo perché anche i segreti dei bar non rimbalzino in piazza. Qualche anno fa sulla porta di un cesso di scuola ci avevano anche messo l’equazione ‘viva Gela, viva la mafia, abbasso Cavalli”, come se fosse uno schieramento di opposti, una cosa solo mia, solo tra noi. Mi ferisce invece l’idea del pericolo. Lo ammetto. Il pericolo è danno: sono dannoso per la città in cui vivo. Io e (più di tutto) i miei figli.</p>
<p>Ho imparato a diventare impermeabile. Ho mangiato il fango con il sorriso sulla bocca, qualche volta ho colto anche delle verità che non avevo considerato, nelle critiche più dure. Mi sono ripromesso di imparare a conviverci trovando anche una bozza di equilibrio instabile. Mi è capitato di sentirmi comodo in qualsiasi posto del mondo, mi basta riuscire a tenermi lontano, a tenere lontano la mia famiglia da quell’alito che mi ritrovo ad ingoiare.</p>
<p>Tra qualche anno sorrideremo delle improbabili reazioni di questo Nord in faccia alle mafie. Smetteremo di parlare futilmente di rischi, pretenderemo solo i risultati. Forse succederà (come suggerisce quotidianamente Nando Dalla Chiesa) che capiremo come dopo l’onda emozionale abbiamo il dovere dello studio: studio organizzato, in pianta stabile. Qualcuno fra qualche anno dirà di avere sentito frasi possibili solo nell’immaginario corleonese in una scuola di provincia del profondo Nord.</p>
<p>Oggi evidentemente è solo il tempo dello scontro, della consapevolezza riletta come allarmismo, dell’ignoranza come miglior tecnica di favoreggiamento, delle icone e degli slogan. Sono le regole del gioco desolante del tempo e della regione che viviamo.</p>
<p>Ma quelle scuole e quei ragazzi sono le scuole e i ragazzi che abitano i miei figli. E a loro, oggi, non so proprio come rispondere. Da quest’onda in cui non servono carabinieri e scorte, non so come difenderli.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
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		<title>L&#8217;innocenza di Giulio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/03/29/linnocenza-di-giulio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 14:53:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[renato sarti]]></category>
		<category><![CDATA[teatro della cooperativa]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Pierri]]></category>
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					<description><![CDATA[dal 5 al 22 aprile 2011 – prima nazionale produzione Teatro della Cooperativa – Bottega dei Mestieri Teatrali L’INNOCENZA DI GIULIO – Andreotti non è stato assolto di Giulio Cavalli con la collaborazione di Giancarlo Caselli e Carlo Lucarelli regia Renato Sarti con Giulio Cavalli musiche originali Stefano &#8220;Cisco&#8221; Bellotti &#8211; Modena City Ramblers Disegno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Banner_Cavalli_Pierri.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Banner_Cavalli_Pierri.jpg" alt="" title="Banner_Cavalli_Pierri" width="403" height="145" class="alignnone size-full wp-image-38630" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Banner_Cavalli_Pierri.jpg 403w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Banner_Cavalli_Pierri-300x107.jpg 300w" sizes="(max-width: 403px) 100vw, 403px" /></a><br />
dal 5 al 22 aprile 2011 – prima nazionale<br />
produzione Teatro della Cooperativa – Bottega dei Mestieri Teatrali</p>
<p><em>L’INNOCENZA DI GIULIO – Andreotti non è stato assolto</em><br />
di <strong>Giulio Cavalli</strong></p>
<p>con la collaborazione di <strong>Giancarlo Caselli</strong> e <strong>Carlo Lucarelli</strong><br />
regia <strong>Renato Sarti</strong><br />
con <strong>Giulio Cavalli</strong><br />
musiche originali <strong>Stefano &#8220;Cisco&#8221; Bellotti</strong> &#8211; Modena City Ramblers<br />
Disegno originale di <strong>Ugo Pierri</strong></p>
<p>(<em>tutte le informazioni <a href="http://www.teatrodellacooperativa.it/index.php?page=alias-28">qui</a></em>)</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Un ministero con un prezzo altissimo: la decenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/25/un-ministero-con-un-prezzo-altissimo-la-decenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 13:37:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Brancher]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[Ministero per il federalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulio Cavalli Sono molti e diversi i motivi per cui Brancher ministro dovrebbe accendere rigurgiti insopportabili e non sopportati da un Paese che ha perso il gusto del risveglio: la storia di Brancher, innanzitutto, è un sentiero di ombre che mette le radici nelle pieghe di quella Prima Repubblica che è stata “riciclata” piuttosto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Brancher-400x300.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Brancher-400x300-150x150.jpg" alt="" title="Brancher-400x300" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-35961" /></a> di <strong>Giulio Cavalli</strong></p>
<p>Sono molti e diversi i motivi per cui Brancher ministro dovrebbe accendere rigurgiti insopportabili e non sopportati da un Paese che ha perso il gusto del risveglio: la storia di Brancher, innanzitutto, è un sentiero di ombre che mette le radici nelle pieghe di quella Prima Repubblica che è stata “riciclata” piuttosto che essere confiscata e riassegnata ad uso sociale. <span id="more-35960"></span></p>
<p>Aldo Brancher è sempre stato ad un soffio dalla quasi condanna grazie all’uso spregiudicato delle pieghe “garantiste” e rassicuranti della politica dell’impunità: detenuto per 3 mesi nel carcere di San Vittore, fu uno dei pochissimi inquisiti di Mani pulite a ricevere solidarietà dall’ambiente esterno: lo rivelò il suo datore di lavoro Silvio Berlusconi raccontando che “quando il nostro collaboratore Brancher era a San Vittore, io e Confalonieri giravamo intorno al carcere in automobile: volevamo metterci in comunicazione con lui”. Scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, è stato condannato con giudizio di primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito al Partito Socialista Italiano. In Cassazione il secondo reato va in prescrizione, mentre il primo è stato depenalizzato dal Governo Berlusconi II, del quale faceva parte. Viene indagato a Milano per ricettazione nell’indagine sullo scandalo della Banca Antonveneta e la scalata di Gianpiero Fiorani all’istituto creditizio: la Procura ha rintracciato, presso la Banca Popolare di Lodi, un conto intestato alla moglie di Brancher con un affidamento e una plusvalenza sicura di 300mila euro in due anni.</p>
<p>Oggi il neo ministro del neonato e patetico “Ministero per il federalismo” decide di sfoderare il “legittimo impedimento” per l’udienza prevista domani mattina. Deve organizzare il proprio ministero, dice sornione. Primo buco libero nella fitta agenda del servile ministro è per il prossimo 7 ottobre. In un Paese civile si scenderebbe in piazza, si chiamerebbe la rivoluzione della dignità che viene fatta marcire sotto le suole di un Governo che ha superato il limite dell’oltraggio non solo alla democrazia ma anche alla Costituzione, ai cittadini, alle Istituzioni, alla Giustizia e alla decenza.</p>
<p>Ecco, se si dovesse trovare un aggettivo per abbigliare questo momento politico, “indecente” sarebbe il più calzante. L’indecenza di un ministero lanciato come una ciambella di salvataggio. L’indecenza di un potere che usava l’impunità per preservarsi e ora pornograficamente nomina potere per impunirsi. L’indecenza di un sorriso che sta sulla faccia di un presunto ladro mentre sfugge al giudizio e tutto intorno gli arredi di palazzo della Repubblica Italiana, i fotografi delle grandi occasioni, il Presidente che stringe la mano, le congratulazioni del Governo, la compostezza dei messi, i flash da cerimonia, gli uffici stampa che hanno raccontato sessant’anni di storia, i braccioli dei padri costituenti.</p>
<p>In mezzo, un ministro in calzamaglia e senza maschera come la pagina di un giornaletto erotico incollata a forza in mezzo ad un manuale di Storia. Come un pacchetto scagazzato lasciato a tutti i cittadini, al mattino presto, fuori dalla porta. Un ministro indecente. L’ennesimo e non l’ultimo. Di una rivoluzione che russa.</p>
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		<title>L’ultima eclisse di INAF e una finanziaria che imbavaglia la ricerca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 May 2010 21:13:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[CNR]]></category>
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		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[INAF]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Bellazzini]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>non ringrazieremo mai abbastanza Giulio Cavalli per la disponibilità a venire alla festa di Nazione Indiana e poi, all&#8217;ultimo minuto, proprio mentre era in viaggio, comprendere che per problemi logistici il suo appuntamento conclusivo sarebbe stato annullato (e non certo per colpa sua). Gli rinnovo l&#8217;incondizionata amicizia e allego qui sotto una cosa che mi ha testé spedito che mi pare di bruciante attualità.</em> G.B.]<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/inaf.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/inaf-300x69.png" alt="" title="inaf" width="300" height="69" class="alignnone size-medium wp-image-35004" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/inaf-300x69.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/inaf.png 622w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giulio Cavalli</strong></p>
<p>Se un giorno riuscissimo a pensare ad un nuovo PIL che non sia più al chilo ma che venga misurato con il termometro delle prospettive e delle opportunità, oggi saremmo un Paese molto più malato di quello che siamo.</p>
<p>La vicenda dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) è la fotografia della politica sempre sull’urgenza, con i modi dell’impiegato della cassa che deve far quadrare i conti prima di chiudere e partire per il mare. E’ la memoria corta applicata all’amministrazione parolaia, indecente, comica nella sua tragicità che si contraddice riuscendo a non dare nemmeno una piega.<br />
<span id="more-35003"></span><br />
I fatti: L’INAF nasce di fatto nel 2001 dalla fusione in Istituto Nazionale dei 12 Osservatori Astronomici professionali. Nel 2005 per volere dell’allora ministro Moratti nell’INAF confluiscono sette istituti (dal CNR) che si occupano di astronomia e astrofisica. E’ un passaggio importante: a INAF viene riconosciuto il ruolo “unificatore” di tutta l’astrofisica italiana. L’organico viene rimpolpato del 50% e inevitabilmente inizia un difficile processo di riassestamento. Oggi il Governo decide che l’INAF si è preso un po’ troppo sul serio e che merita di tornare allo stato di ente inutile o semi-utile, riconfluendo nel CNR. Avete capito bene, quello stesso CNR da cui era “defluito” cinque anni fa: un osceno entra-esci che non fa godere nessuno. Un travaso di sabbie con la logica di un bimbo annoiato sulla spiaggia.</p>
<p>Non ci stupisce, del resto, sapere per certo e toccare con mano l’ignoranza della classe dirigente di questo Paese. Come dice Margherita Hack “Fermare o bloccare la ricerca che avanza così rapidamente vuol dire riportare il paese a un secolo fa. Ma sono troppo ignoranti per rendersene conto. Oltretutto è un danno anche per l’economia: alla lunga stare indietro nella ricerca vuol dire ridursi a dipendere completamente da brevetti dall’estero e quindi ammazzare l’economia. Quindi che vantaggio hanno? È un progetto masochista anche per loro: la responsabilità di riportare l’Italia indietro di un secolo ricade su di loro.”</p>
<p>Ecco una lettera di un ricercatore dell’Ente:</p>
<p>Sono un ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), uno di quegli scienziati che in questi giorni vede il futuro dell’Istituto per il quale lavora sull’ottovolante delle rivelazioni e controrivelazioni di questa finanziaria mediatica, per la quale non possiamo permetterci di spendere 1000 euro per un disabile ma possiamo spendere 1.4 miliardi di euro all’anno per rendere disabili un po’ di afgani. La notizia di oggi e’ che l’Istituto per cui lavoro sara’ accorpato nel CNR: (vedi <a href="http://oggiscienza.wordpress.com/2010/05/27/ecco-la-lista-nera-provvisoria/#comment-1502">qui</a>) Dopo essere entrato e uscito (come altri istituti scientifici, ma non la “CONI Servizi SpA” o la “DIFESA Servizi SpA”) da questa infame lista di proscrizione, oggi sembra piu’ di la’ che di qua.</p>
<p>L’INAF e’ stato riformato 3 volte negli ultimi 5 anni. Il ministro ha appena nominato 5 saggi perche’ scrivano lo statuto dell’istituto di bel nuovo riformato. Ora mentre i saggi di un ministero scrivono lo statuto gli insani di un altro ministero sopprimono l’intero istituto con un meraviglioso esempio di burocratica inefficienza e spreco del pubblico denaro. L’INAF nonostante la continua chirurgia istituzionale delle riforme “a costo zero” (nei sogni della Moratti!) e del continuo definanziamento della ricerca e’ stato valutato eccellente per produttivita’ e qualita’ della produzione da organismi internazionali, visiting commitee stranieri e chi piu’ ne ha piu’ ne metta (si veda, ad esempio <a href="http://193.206.241.5/ufficio-stampa/comunicati-stampa-del-2006/l2019astrofisica-italiana-sta-benissimo-lo-dice-il-civr/">qui</a>). Ma chi se ne importa? Chi se ne frega se l’accorpamento del CNR fara’ risparmiare (forse) 2 lire inutili e peggiorera’ il lavoro di tutti, falcidiera’ i precari devastando le loro vite e soffocando progetti internazionali? Siamo nel paese del tutto va ben e noi siamo i giocattoli per lo spettacolo magnifico in cui noi perdiamo tutto e loro ridacchiano contenti, nell’incubo della ragione di questa Italia ormai disperata e perduta.</p>
<p><em>Michele Bellazzini</em> </p>
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