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	<title>giuseppe catozzella &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>E tu splendi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/04/e-tu-splendi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2020 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Giuseppe Catozzella, E tu splendi, Feltrinelli editore, 2018, 231 pagine Anche questa estate, come ogni anno, Pietro e Nina vengono spediti dal padre – la mamma è morta da poco &#8211; da Milano ad Arigliano, il paese d&#8217;origine della famiglia, nel cuore sperduto della Lucania. La voce narrante di Pietro ci fa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-85840" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella.jpg" alt="" width="267" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella.jpg 267w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella-250x391.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella-200x313.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella-160x250.jpg 160w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /></p>
<p align="LEFT"><b>Giuseppe Catozzella, </b><i><b>E tu splendi</b></i><b>, Feltrinelli editore, 2018, 231 pagine</b></p>
<p align="JUSTIFY">Anche questa estate, come ogni anno, Pietro e Nina vengono spediti dal padre – la mamma è morta da poco &#8211; da Milano ad Arigliano, il paese d&#8217;origine della famiglia, nel cuore sperduto della Lucania.</p>
<p align="JUSTIFY">La voce narrante di Pietro ci fa conoscere gli abitanti del borgo: vecchi stralunati, contadini rancorosi, ragazzini selvaggi. Sembrerebbe un&#8217;estate come tutte le altre, immobile e gioiosa, se non fosse che toccherà proprio a Pietro scoprire che nella vecchia torre normanna abbandonata si nasconde un gruppo di clandestini africani.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;avvenimento irrompe come un cataclisma nel borgo, scatenando i più bassi istinti di conservazione, i peggiori rigurgiti identitari, il populismo più vieto nei confronti di questi migranti. E Pietro stesso non ne sarà esente, osservando Josh, uno dei clandestini (suo coetaneo), come fosse un essere misterioso, affascinante e pericoloso. In una realtà piegata da vecchi conti mai saldati, paralizzata dalla memoria e dal passato, il gruppo di clandestini diventa il perfetto capro espiatorio di ogni male, quasi fosse una maledizione, un monito inviato dagli dei.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>E tu splendi </i>è, soprattutto, un tributo alla letteratura meridionalista del novecento. L&#8217;affetto di Giuseppe Catozzella alle terre che descrive è palesato dal calco quasi pedissequo della sua scrittura alla tradizione neorealista dei Silone, dei Levi, degli Jovine. Il Sud di Catozzella sembra fotografato in bianco e nero, con sfumature seppiate; incapace di conoscere la modernità, persino di raggiungerla. Ma non si faccia l&#8217;errore di credere <i>E tu splendi </i>un romanzo “realista”. In realtà non di romanzo dovremmo parlare ma di fiaba. O, forse, di fine del periodo fiabesco della vita. L&#8217;estate raccontata in queste pagine è, in definitiva, quella del passaggio della linea d&#8217;ombra del protagonista, che abbandonerà l&#8217;infanzia verso una nuova consapevolezza dell&#8217;esistenza. Tutta da raccontare.</p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em>, numero 20 del 15 maggio 2018</em>)</p>
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			</item>
		<item>
		<title>‘O Strega! : Non dirmi che hai paura (Feltrinelli) di Giuseppe Catozzella</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/05/28/o-strega-non-dirmi-che-hai-paura-feltrinelli-di-giuseppe-catozzella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 May 2014 15:06:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[Non dirmi che hai paura]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Strega 2014]]></category>
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					<description><![CDATA[Sublime\Samia di Francesco Forlani (Nota al terzo dei dodici romanzi candidati al Premio Strega 2014) Quando si conoscono persone di altri paesi, di altre lingue, viene sempre spontaneo chiedere cosa significhi il loro nome. Perché i nomi, al di là o grazie al suono che portano, spesso nascondono nella propria etimologia un significato che non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_48171" aria-describedby="caption-attachment-48171" style="width: 1280px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1280px-Caspar_David_Friedrich_029.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-48171" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1280px-Caspar_David_Friedrich_029.jpg" alt="1280px-Caspar_David_Friedrich_029" width="1280" height="826" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1280px-Caspar_David_Friedrich_029.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1280px-Caspar_David_Friedrich_029-300x193.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1280px-Caspar_David_Friedrich_029-1024x660.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/1280px-Caspar_David_Friedrich_029-900x580.jpg 900w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48171" class="wp-caption-text">Monaco in riva al mare, 1808 &#8211; 1810, Berlino, Alte Nationalgalerie, di Caspar David Friedrich</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sublime\Samia<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/05/22/o-strega-la-sporca-dozzina/">(Nota al terzo dei dodici romanzi candidati al Premio Strega 2014)</a></p>
<p style="text-align: justify;">Quando si conoscono persone di altri paesi, di altre lingue, viene sempre spontaneo chiedere cosa significhi il loro nome. Perché i nomi, al di là o grazie al suono che portano, spesso nascondono nella propria etimologia un significato che non sempre, ma spesso, traduce insieme all&#8217;augurio un destino. Samia, in arabo, significa sublime, elevata, vicina a Dio. La matrice è ovviamente religiosa ma quando ho terminato la lettura del libro di Giuseppe Catozzella, è alla categoria estetica che ho pensato, alla sua distanza dal bello, dalla dimensione pacificatrice a cui certe cose, un libro, un quadro, una musica, appartengono e che trasmettono in forma di piacere, conforto. Ho pensato dunque alla storia di Samia come a una storia sublime e a come la parola paura ne fosse, tradizionalmente, filosoficamente, il fondamento. Senza paura non può esserci sublime, e di tutte le paure possibili in qualsiasi esperienza vitale, quando diciamo sublime, si tratta di paura della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Non dirmi che hai paura&#8221;</em>, ingiunzione che si trasmettono fin da bambine le due sorelle somale  Hodan e Samia  Yusuf Omar, come un <em>grigri</em>, talismano, portafortuna, si inscrive così in un naturale gioco di specchi che coinvolge oltre alla minuta e coraggiosa protagonista della storia, e del romanzo, il lettore-spettatore, ma soprattutto l&#8217;autore. La scelta della prima persona, l&#8217;immedesimazione da parte di un reporter milanese in un corpo che aspira alla levità, alla sottrazione di ogni gravità per diventare vento e correre più veloce di tutti, è inimmaginabile in un contesto diverso da quello della paura. La storia in cui si imbatte Giuseppe Catozzella è una storia che nell&#8217;estate del 2012 ha fatto il giro del mondo. A pochi giorni dalla tragedia che coinvolse un vecchio peschereccio al largo di Lampedusa provocando la morte di diversi migranti d&#8217;origine somala, pubblicammo su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/08/20/games-with-frontiers-saamiya-yusuf-omar/">Nazione Indiana <b></b></a>la disanima, precisa e struggente che ne aveva fatto Igiaba Scego su Pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/quarta.jpg.207x324_q100_upscale.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-48172" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/quarta.jpg.207x324_q100_upscale.jpg" alt="quarta.jpg.207x324_q100_upscale" width="206" height="324" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/quarta.jpg.207x324_q100_upscale.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/quarta.jpg.207x324_q100_upscale-190x300.jpg 190w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" /></a>Tutte le &#8220;figure del dramma&#8221; erano in campo a cominciare dal vecchio campione somalo  Abdi Bile, che chiede: “<em>sapete che fine ha fatto Saamiya Yusuf Omar?</em>” E sappiamo dall&#8217;autore stesso che fu proprio questo racconto a far nascere in lui il desiderio di dare ad ognuno di quei frammenti una storia in grado di salvare dall&#8217;oblio, più che la morte, la vita della giovane atleta. Nel romanzo si racconta come i sogni prendano forma; in che modo vecchi ritagli di giornale dedicati ai campioni poveri dell&#8217;atletica ravvivino la fiamma di un&#8217;ambizione che trascende il singolo per diventare voce di popolo oppresso, riscatto femminile; in quale maniera questi possano sopravvivere al cambio di paesaggio interiore, bambina e poi donna, ed esterno, sia che si tratti di eventi politici come la guerra a sbrecciare le facciate delle case, o naturali, dalla città al deserto fino al mare. Tutto è in una frase che il padre consegna alle figlie nella prima parte:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; Figlie mie, tutto ciò che fino a ieri era normale, oggi è complicato&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per raccontare il complicato viaggio di un sogno, solo una sensibilità straordinaria come quella di Giuseppe Catozzella  poteva riuscire a non cadere nella trappola  del desiderio di successo editoriale passando su tutto e tutti, in cui scivolano, va detto, molti dei narratori italici under 40. Sicuramente incoraggiato dalla delicatezza con cui Fabio Geda aveva raccolto la storia di Enaiatollah Akbari, per il romanzo documento <a href="http://www.lafeltrinelli.it/libri/fabio-geda/mare-ci-sono-i-coccodrilli/9788860736475">Nel mare ci sono i coccodrilli , </a>la sensazione che ho avuto è stata che &#8220;quella paura&#8221; di cannibalizzare l&#8217;altrui sofferenza, sia stata una presenza costante e necessaria, riuscendo a guidare l&#8217;autore nel passo e nel tono, a lasciare intatto il respiro della vera protagonista, di fare in modo che il &#8220;doppiaggio&#8221; della voce non sacrificasse sull&#8217;altare della narratività o peggio ancora, dell&#8217;editorialità  marketing la VO di Samia.  Un libro, verrebbe da dire a questo punto, che dovrebbe vincere lo Strega? Avrebbe potuto se l&#8217;autore a partire dagli ultimi capitoli non avesse smesso di avere paura. Nel finale il sogno dell&#8217;autore, dai contorni incerti ed esageratamente lirici, prende il sopravvento sul sogno originario, scuote la fragile barca sospesa in mezzo al Mediterraneo, nella cui deriva rimangono a filo d&#8217;acqua due fotografie in bianco e nero, quella di Samia e dell&#8217;amata e mai incontrata nipote, Mannaar.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Milano brucia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 09:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[estorsioni]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280-300x200.jpg" alt="" title="thumbfalse1285572527997_475_280" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-40463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280.jpg 420w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi si è visto che era scalzo, ma non ha smesso un secondo di gridare da là sopra, mentre tutto era avvolto dalle fiamme “Siete pazzi! Siete tutti pazzi, figli di Dio!”, neanche mentre veniva braccato alle spalle da due poliziotti, tirato verso il pavimento, che poi era la copertura di tutta la struttura, “Siete pazzi! Siete i pazzi figli di Dio!”, braccato come un angelo un attimo prima dello spicco del volo, mentre della palestra rimanevano esposti soltanto i pilastri d’acciaio, lo scheletro artritico, e il fumo nero avvolgeva tutto e saliva denso verso il cielo.<span id="more-40460"></span></p>
<p>Conosco il fuoco da quando ho quattro anni. Dapprima l’ho guardato al riparo, dietro la finestra nel salotto della casa in cui sono nato, periferia nord, tra Niguarda e Bruzzano. Ricordo bene lo scoppio, il rumore dei frantumi di vetro sul marciapiede – la vetrina che collassava; l’avevo capito subito che era una vetrina che colava a terra, poteva sembrare il rumore rassicurante della saracinesca di un negozio che si abbassa, allora vuol dire che sono le sette e mezzo, una giornata era finita e arrivavano i cartoni animati delle otto insieme a mio padre dal lavoro, ma non era esattamente quel rumore e poi era domenica, innanzitutto troppo lungo, quelle frazioni di secondo in più in verità fanno tutto, ti aprono al fatto che deve essere qualcos’altro, il rumore come di mille sassi che insieme piovono sul selciato. Mi sono staccato dalla tv, ho appiccicato il naso al vetro freddo della sala, arrampicato sullo schienale del divano: guardavo giù.</p>
<p>Il fuoco si prendeva la scrivania di legno, si mangiava la plastica del telefono; alcune lingue più lunghe sporgevano verso l’alto dalla vetrina frantumata accarezzando l’insegna di plastica bianca e annerendola, lì di fronte a me, dall’altra parte della strada. Quella era la lucentezza plastica dell’arroganza. Un negozio non va a fuoco da solo, quello lo capisce anche un bambino di quattro anni, qualcuno doveva aver deciso di farlo incenerire: la prepotenza, la violenza delle fiamme che si mangiavano tutto. Quando i vigili del fuoco hanno finito e hanno mosso l’autoclave dal centro della strada io ho preso il mio pesciolino rosso dalla boccia di vetro in cui gli versavo il mangime e l’ho bruciato, prima sul fornello acceso al massimo, tenendolo dalla coda finché non ha smesso di agitarsi, poi in un piatto, sul tavolo della cucina, con un accendino Bic blu.</p>
<p>È molta la differenza, del resto, tra una vetrina che scoppia per il calore delle fiamme che divampano all’interno di un negozio e piano piano lo divorano dallo stomaco, indisturbate innocenti e arrogantissime, e l’ineluttabile naturalezza con cui si è più gentilmente estromessi dalle lobby dalle amicizie dalle appartenenze dai lavori per il fatto di non essere un natobene un leccaculo un introdotto? Non è forse la stessa identica coincidente logica dell’amicizia? Non c’è forse a ben guardare un nesso tra le due cose, tra i due incendi, quello pubblico e quello tutto privato che si consuma invisibile al riparo di un appartamento, di un letto? Non scaturiscono forse i due incendi dallo stesso germe pestifero e omeopatico che cura l’uguale con l’uguale, l’amicizia con il vantaggio reciproco?<br />
Signori, fatevene carico: quelle fiamme siete voi, quelle fiamme sono anche io.</p>
<p>L’altro giorno hanno bruciato il centro sportivo comunale di via Iseo, a Milano, Affori. “Dov’eri, tu?” Dov’ero, io? Sembra che chi è stato mi abiti a due passi, abbia sempre vissuto nella parallela da casa mia. Io li conosco benissimo, da quando sono nato. Sono gli stessi che da trent’anni fanno il prezzo della cocaina e stabiliscono seduti a un tavolo all’inizio dell’anno quanta se ne troverà nelle piazze del nord di Milano, broker degli stupefacenti. Gli stessi che da dieci anni gestiscono la più grande società di movimentazione delle merci della Lombardia. Gli stessi che posseggono la metà delle discoteche della città, quelli che hanno il monopolio del servizio di buttafuori nei locali, quelli che passano tutti i mesi a chiedere soldi ai baracchini che vendono i panini e le bibite di notte, ai quattro angoli di Milano. Gli stessi che hanno fatto eleggere un paio di consiglieri comunali e hanno creato la quarta corsia sulla Milano-Venezia, quegli stessi che seppellivano le scorie tossiche in un buco grosso come dieci campi da calcio dietro l’Esselunga di Pioltello.<br />
Erano stati allontanati da quel centro sportivo non più di qualche mese fa perché appartenenti alla ’ndrangheta. E così l’hanno incendiato, distrutto. Se non è nostro non lo usa più nessuno.<br />
Negli ultimi giorni sono andati in fiamme il Sugar Lounge di via Alserio, zona Isola, il Cappados di viale Monza, il Fox River, l’ex Transilvania e un altro locale in viale Abruzzi. Centotrenta incendi dolosi soltanto a Milano, centotrenta. Più settanta attentati con armi ed esplosivi ai danni di esercizi commerciali vari, e questo è il conto ufficiale, gli attentati riconosciuti, classificati, accertati come di matrice mafiosa.</p>
<p>Così l’uomo sul tetto braccato dai poliziotti e gridante, come Darete il sacerdote di Efesto che è costretto ad abbandonare Troia in fiamme nella piena consapevolezza della situazione, della disfatta – lui lo sa che Troia è ormai perduta per sempre – così quell’angelo scalzo continua a sgolarsi nella sua liturgia sulla pazzia, forse ha tenuto il conto del numero delle fiamme, forse è un contabile d’incendi dolosi rifletto, e io ci penso, forse ha ragione, forse è vero che non siamo sognatori, che siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in incubo, e precisamente quello delle fiamme che tutto avvolgono, che mi vengono a prendere anche di notte mentre dormo che mi scalzano dal letto che cominciano a lambirmi i piedi poi si mangiano la prima gamba dei pantaloni del pigiama poi l’altra e infine la maglietta e poi mi infiammano i capelli il canale auricolare il cervelletto, il fuoco arriva e mi mangia tutto, mi avvampa ormai si è preso la mia ragione da tempo, la capacità che avevo di mettere due pensieri in fila di guardare le cose in maniera critica, di ragionare insomma, un’intelligenza viva, sognante, sana, salvifica, che corrode il reale, che diceva cose sensate anche.<br />
E i due poliziotti lo portano giù, dopo qualche minuto compaiono tutti e tre, l’uomo prodigio in mezzo, il santo al centro, ed è scalzo, davvero non aveva le scarpe, e intanto alle loro spalle la città brucia nell’indifferenza di tutti, non fosse che per questo angelo caduto senza clac, senza platea, che però a un certo punto comincia a strattonare prima a destra poi a sinistra i suoi due custodi in divisa blu ottenendo che si fermino, e comincia a dire, rivolto a quello scarno pubblico, io e altri venti trenta astanti sfigati raccolti sul cavalcavia di viale Enrico Fermi a bloccare il traffico, davanti alle fiamme Darete dice: «Lo sapete che mentre io sono qui che cago» proprio così dice, come se fosse stato lì a cagare «e lo sfintere mi si allarga e mi addolcisce i pensieri perché li solletica, questo nostro adolescente Paese viziato ormai è troppo vecchio anche solo per guardarsi con coscienza nelle mutande e riconoscere il danno, l’essersela fatta addosso. Lo sapete, eh?» e il tono e il viso sono ispirati come quelli di un attore protagonista.<br />
La gente là davanti e anche uno dei due poliziotti abbozza un sorriso, forse vorremmo ridere, forse no.</p>
<p>L’uomo mi passa di fianco scortato, con una mano quasi saluta la folla accarezzandola idealmente nel gesto papale, adesso sono io che penso all’eloquenza del fuoco alla sua forza che sta tutta nel fatto che è lì per tutti, e non può non venirmi in mente il salto di qualità, il cambiamento di strategia. Questi incendi sono qui per essere visti, penso mentre il santo mi passa di fianco e poi guarda il cielo, questo è un segnale bello e buono non è più la minaccia, il raccoglimento del pizzo in silenzio dalle casse di ogni commerciante che non batte un tot di scontrini per tirare fuori il dovuto e tace perché sa il suo e ha paura, questo è un atto pubblico una sfida aperta il guanto lanciato.<br />
Mi sale alla mente allora il consigliere comunale Domenico Anselmo che ha preso a dormire stabilmente nella sua panetteria, la notte, dopo che gli è stata bruciata per non avere concesso la licenza per una sala giochi, dorme all’interno del suo negozio nel profumo del pane fresco perché ha paura di altri atti ritorsivi, ha paura che lo brucino di nuovo oppure rompano le vetrine o le facciano saltare, allora prende sonno o ci prova lì dentro, steso per terra su un materasso alla buona perché crede che fino a lì non possano arrivare – far saltare il locale con lui dentro – dopo che hanno incendiato anche il chiosco di alimentari di un altro consigliere comunale, Francesco Cuvello, per la stessa ragione., la sala giochi.<br />
Mi giro e vedo il volto deformato o così mi sembra di una signora sui cinquanta che come me divide l’attenzione tra il santo e le fiamme, che ancora continuano ad ardere la palestra, hanno attaccato le gomme dei macchinari, il puzzo si fa più intenso. La guardo, lei se ne deve accorgere perché mi concede un sorriso, lo allunga quasi, lo tira, poi senza preavviso il suo volto ossequioso è d’un tratto orribile, il viso comincia a deformarsi, i lineamenti a contorcersi, dalle orbite degli occhi e le narici le fuoriescono larve, migliaia di larve, di acari e di batteri che prendono a impossessarsi dei suoi lineamenti, la sfondano, la divorano. Mi sembra che stia per avvicinarsi, io cerco di scantonare ma sbatto contro la spalla del vecchietto che mi sta di fianco a testa in su, ma lei invece si allontana, mi tiene per la verità a distanza, fa il contrario di ciò che credevo.<br />
Poi il suo viso torna normale, come se nulla fosse stato, ritorna la signora con la gonna nera e il maglioncino che c’era prima. Questa volta mi si avvicina per davvero e sottovoce mi dice: «Milano brucia».<br />
Io rispondo «Eh…».<br />
Senza guardarmi, continuando a fissare le spalle del santo scalzo che viene trascinato via dai due poliziotti, continua: «Hai paura?».<br />
Io giro di poco la testa, la sua guancia è normale, anche l’espressione degli occhi – luminosi, esaltati dal fuoco ma normali: «Di che?» rispondo.<br />
«Non li vedi?» mi fa.<br />
«Vedi chi?» faccio io.<br />
«Non li vedi quando presenti <em>Alveare</em> a Milano e dintorni? Non ci fai caso che ce n’è sempre uno che ti viene ad ascoltare, di solito si mette dietro, un cappellino in testa o una grande sciarpa a coprirgli un po’ la faccia, e quasi di sicuro registra le tue parole?»<br />
A quel punto mi giro completamente verso di lei, lei capisce che le sto chiedendo senza neanche volerlo come fa a sapere quelle cose.<br />
«E non ti fa paura questo?» continua. «Sai cosa vuol dire quando i padroni arrivano a bruciare una città? Lo sai, vero, che il sindaco Pisapia ha dovuto fare quella dichiarazione appena insediato che un commerciante su cinque a Milano paga il pizzo, quando in verità è uno su due? Non ti fa paura che Milano brucia e nessuno fa niente?»</p>
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		<title>Restiamo uniti!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/22/restiamo-uniti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 12:01:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[appello]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella Sono convinto sia profondamente sbagliato sottomettersi alla logica dell’audience che vuole sia la quantità di vendite a fare da amplificatore di una verità scritta nero su bianco. Solo se uno scrittore, un giornalista, un regista, un attore sono già arrivati a tantissima gente allora fa comodo ai grandi giornali o alle tv [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<div id="_mcePaste">Sono convinto sia profondamente sbagliato sottomettersi alla logica dell’audience che vuole sia la quantità di vendite a fare da amplificatore di una verità scritta nero su bianco. Solo se uno scrittore, un giornalista, un regista, un attore sono già arrivati a tantissima gente allora fa comodo ai grandi giornali o alle tv parlare di ciò che essi dicono nelle loro opere.</p>
<div id="_mcePaste">No, ciò che un libro, un’inchiesta giornalistica, un documentario, uno spettacolo teatrale, anche solo un articolo di cronaca giudiziaria racconta sta prima di quanto ha venduto. Bisognerebbe considerare l’oggetto e non il consenso che ne deriva e in quale quantità.</div>
<div id="_mcePaste">L’11 maggio 2011 è partito il maxi processo alla ‘ndrangheta in Lombardia, diviso tra rito abbreviato e rito ordinario (questo celebrato nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi, a Ponte Lambro), sèguito delle maxi operazioni – Crimine e Infinito – di luglio 2010, in cui furono tratti in arresto più di 300 affiliati tra Lombardia e Calabria.</div>
<div id="_mcePaste">Un maxi processo di mafia è già di per se un evento che è necessario raccontare, far sapere ai cittadini. Un maxi processo di mafia al Nord, in Lombardia, il cuore economico del Paese, lo è ancora di più.</div>
<div id="_mcePaste">Ma così non è stato, non se ne sono occupati i telegiornali, nemmeno i giornali nazionali.<span id="more-39346"></span></div>
<div id="_mcePaste">Se si raccontano le modalità con cui la mafia più potente del mondo da sessant’anni governa in silenzio la regione più ricca d’Europa e quindi d’Italia, il motore di tutto il Paese, ciò che gli consente di stare dentro il G8 per esempio, se si racconta che gran parte dei capitali prodotti in Lombardia – e quindi una buona fetta del Pil italiano – è frutto di accordi con l’economia criminale, questo è quello che non si può dire, che deve rimanere taciuto.</div>
<div id="_mcePaste">Se si raccontano i meccanismi con cui ciò avviene, i metodi, le strategie, le logiche del controllo del territorio, degli accordi con i politici locali, della partnership con gli imprenditori, il ruolo del commercio di cocaina nell’accumulo di liquidità che entra nelle casse delle imprese pulite, questo è proprio ciò che deve essere silenziato. Se si fa vedere il meccanismo che sta sotto la guaina di protezione e si racconta, si analizza, si mostra l’ingranaggio così com’è, perché tutti lo possano vedere nel luogo che guida la spinta economica dell’intero Paese, si deve essere messi al silenzio.</div>
<div id="_mcePaste">E invece solo questo è quello che andrebbe raccontato se si volessero comprendere le ragioni del sistematico crollo economico e morale italiano. Per comprendere lo stadio a cui siamo arrivati è necessario fare un passo indietro o un passo in dentro, e avere il coraggio di scovarne le ragioni. La grande floridezza dell’economia del nostro Paese è in gran parte sommersa, aiutata in questo dal tessuto imprenditoriale che è proprio del nostro territorio: un arcipelago di medie, piccole, piccolissime aziende. 300 miliardi di euro ogni anno vengono sottratti alle casse dello Stato tra fatturato mafioso (circa 130 miliardi) e corruzione ed evasione fiscale (i restanti 170 miliardi): dieci grandi finanziarie.</div>
<div id="_mcePaste">Per troppo tempo si è voluto far finta di credere che la mafia – il primo Male italiano, la prima cosa che abbiamo esportato nel mondo e che contemporaneamente si mangia la fiducia nel futuro, alimentata dai concetti di merito, di premio per lo sforzo personale, unico vero motore economico – fosse confinata al Sud: se solo una parte del corpo è malata, allora si può guarire, allora il tutto è sano, non c’è da preoccuparsi.</div>
<div id="_mcePaste">Le maxi operazioni in Lombardia e Piemonte, le grandi operazioni in Liguria, Emilia Romagna e Veneto gridano che così non è.</div>
<div id="_mcePaste">E in Lombardia, già negli anni Novanta, ci sono state decine di maxiprocessi, con condanne per circa tremila affiliati di ‘ndrangheta. Tutti nascosti sotto terra, insabbiati, per allontanare sempre più il giorno della consapevolezza, della resa dei conti.</div>
<div id="_mcePaste">Ma quel giorno è alle porte, è evidente a quasi tutti. Sembra essere alle porte il momento di scrivere sulle prime pagine dei giornali che l’Italia è malata. Che il germe della corruzione non è confinato in una precisa latitudine, ma che il modo più facile per creare capitale, quello illegale, ha da sempre tentato e fatto gola a un certo tipo di italiani, del Nord come del Sud. E che da sempre le nostre quattro mafie hanno fatto comodo al tessuto produttivo dell’intero Paese e alla maggior parte della classe politica, che è sempre sembrata fare di tutto per non combatterle.</div>
<div id="_mcePaste">Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, altrimenti – come sempre più spesso succede per i giornali – la realtà, i movimenti, i venti, non solo superano ma scalzano totalmente la comprensione, che resta azzoppata, monca, muta: stupida.</div>
<div id="_mcePaste">Un Paese senza un’adeguata Ragione che lo rappresenta è cieco, guidato dagli istinti.</div>
<div id="_mcePaste">È l’ora del coraggio, invece, della presa di coscienza.</div>
<div id="_mcePaste">Voglio fare un appello, soprattutto ai giovani, ma rivolto a tutti. Soprattutto a coloro che hanno deciso di “metterci la faccia”, di raccontare con il proprio nome i meccanismi con cui agisce la mafia, con cui agisce la corruzione, nel nostro Paese, a quelli che hanno deciso di dedicare anni, tempo prezioso, alla comprensione e al racconto.</div>
<div id="_mcePaste">Scrittori, giornalisti, attori, giovani delle organizzazioni antimafia, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici: mettiamoci insieme.</div>
<div id="_mcePaste">Superiamo le minuscole logiche di appartenenza ai diversi gruppi editoriali, la difesa delle piccole o grandi notorietà, le personalizzazioni e uniamo invece le nostre voci, appoggiamoci, spalleggiamoci, diamoci forza reciproca. Facciamo vincere la verità. Costringiamo i grandi giornali e i telegiornali a occuparsi seriamente di quello che ormai non è più un’ipotesi, mettendo la firma insieme sotto la nostra consapevolezza: la completa compresenza dell’economia criminale e di quella legale sull’intero corpo della Penisola. Aiutiamo il vento che già si è levato ad andare nella giusta direzione, urliamo insieme che siamo per la legalità, per il rispetto delle intelligenze, dei meriti, del lavoro altrui, della Verità, e che siamo contro le arroganze, le prepotenze, l’annichilimento del talento e della fiducia nel futuro, siamo contro le logiche familistiche di spartizione della ricchezza e del lavoro. Gridiamo che siamo pronti per riprenderci finalmente il nostro Paese dove i Padri Costituenti l’hanno lasciato.</div>
<div id="_mcePaste">Gridiamo insieme. Questo è il momento. Gridiamo con forza la Verità. Firmiamo articoli che la raccontano. Facciamoci sentire. Guidiamo la consapevolezza. Ma tutti insieme, finché non saremo tutti gli italiani.</div>
</div>
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		<title>Immagina un alveare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 09:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Alveare]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[[Giuseppe Catozzella, che è un amico di Nazione Indiana, ha pubblicato un libro importante &#8211; Alveare &#8211; sul dominio della &#8216;ndrangheta nel Nord Italia. Ho chiesto alla casa editrice, Rizzoli, il piacere di pubblicare qui le prime pagine, giusto per farvi &#8220;sentire&#8221; il tenore, la rabbia, la forza delle sue parole. G.B.] di Giuseppe Catozzella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg" alt="" title="CatozzellaALVEAREesec.indd" width="200" height="309" class="alignleft size-full wp-image-38738" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a> [<em><a href="http://blobssblog.blogspot.com/">Giuseppe Catozzella</a>, che è un amico di <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=giuseppe+catozzella">Nazione Indiana</a>, ha pubblicato un libro importante &#8211; <strong>Alveare</strong> &#8211; sul dominio della &#8216;ndrangheta nel Nord Italia. Ho chiesto alla casa editrice, Rizzoli, il piacere di pubblicare qui le prime pagine, giusto per farvi &#8220;sentire&#8221; il tenore, la rabbia, la forza delle sue parole.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Immagina un alveare. </p>
<p>Ne ho avuti due, gemelli, nati di nascosto nella mia camera, in quei trenta centimetri scarsi di muro che separano i vetri della finestra dalle persiane. Li ho lasciati crescere, li ho coltivati, ogni ora del giorno ho controllato da sotto, scostando le tende, il brulicare operoso delle piccole api, le loro cellette esagonali che aumentavano.<br />
Ogni tanto aprivo i vetri, mi divertivo a stuzzicarle. Con una bacchetta di ferro piatta e lunga un metro, che avevo sfilato dall’orlo inferiore di una tenda, smuovevo uno dei due alveari, lo toccavo a ripetizione con la punta dell’asticella. Le api non sembravano rendersene conto, non si allarmavano. Eppure dovevano emettere un suono inudibile perché dopo pochi secondi, dal piccolo orto del mio vicino di casa, arrivavano le compagne in soccorso. A quel punto io richiudevo la finestra e le guardavo volare a scatti e convulse, ruotare attorno al loro quartier generale e, completata la ricognizione, ritornare da dove erano venute. <span id="more-38737"></span><br />
A lungo ho lasciato che le loro abitazioni si impilassero l’una sull’altra, si affiancassero, si accatastassero, si accumulassero. Crescevano a vista d’occhio, incontrollabili. <br />
Ci ho messo molto ad accorgermi degli alveari e, quando è successo, erano troppo grandi per una rimozione immediata. Così ho chiuso i vetri, per creare una gabbia, e sono rimasto a osservare: prese singolarmente, le api sono piccole, ma tutte insieme diventano grandi, formano come un unico organismo che si ingrossa in silenzio. Si muovono come rabdomanti e scelgono i luoghi che reputano opportuni per sviluppare i loro patrimoni, senza chiedere il permesso. Lavorano senza sosta: in un batter d’occhio sono lì, hanno costruito, si sono ricavate degli spazi.<br />
In poco tempo i loro due magazzini-laboratorio sono cresciuti fino a un diametro di circa cinquanta centimetri, erano già quasi sul punto di toccarsi. Le api continuavano ad andare avanti e indietro, si muovevano instancabili, per edificare il loro futuro, la loro ricchezza, la loro dote. Si erano appropriate di parte della mia camera, e io ho iniziato a pensare che non avrei mai avuto il coraggio di fermarle, che si sarebbero conquistate l’intera casa, avrebbero cominciato da quella stanza per poi prendersi tutto. </p>
<p>Dopo qualche mese i due alveari erano diventati uno solo, enorme. Un mostro senza forma, una sorta di viscido baco gigantesco, popolato da una nube di minuscole ali infaticabili che avevano perso di vista l’armonia del disegno originario, forse per il fatto che le due costruzioni si erano unite a loro insaputa in una grande larva bitorzoluta, rigonfia e ipertrofica da un lato, affusolata dall’altro. Anche il vento, che aveva soffiato forte per tutta la primavera, doveva aver cesellato quella creazione.<br />
Un impressionante fagiolo di bava umida ricoperta dal frastuono invisibile di migliaia di api in movimento, di ronda incessante dal giardino di sotto fino al mio appartamento. <br />
Spesso mi sono chiesto perché avessero scelto proprio la mia casa. Credo di aver trovato la risposta. <br />
In comune le api, la loro massa sterminata, e la mia casa hanno il silenzio. Non possono che agire nel più assoluto silenzio, scolpite da migliaia di anni di evoluzione che ha tolto rumore alle loro movenze, al loro sostare, alle loro tecniche di insediamento.<br />
I luoghi che abitano non possono che essere altrettanto quieti, in certo modo invisibili, per permettere al loro agire in concerto di porre le fondamenta delle piccole cellette in un posto tranquillo, che non rechi disturbo alla regina. <br />
Silenzio incontra silenzio. </p>
<p>Le api arrivano, importano il loro mercato, i loro metodi, lo fanno ovunque trovino silenzio.<br />
La ’ndrangheta, una delle organizzazioni militari più efficienti mai esistite, assimilata ad al-Qaeda dall’fbI, fa lo stesso. È per questo che la mafia più potente e ricca del mondo, assai diversa nel suo operare dal chiasso della camorra e dall’onore chiacchierato di Cosa Nostra, ha preso casa in Lombardia. L’ha trovata un luogo adatto e fertile in cui nidificare. <br />
La globalizzazione l’ha mossa lei, l’ha tessuta nel silenzio dell’operosità, prima ancora che si cominciasse anche solo a parlarne, che un economista le desse il nome, che un giornalista la battezzasse su un quotidiano. È lei che, da quarant’anni, decide oggi quello che tu farai domani. <br />
Ventiquattr’ore dopo la caduta del muro di berlino, un boss di ’ndrangheta viene intercettato al telefono con un suo luogotenente che si trova in Germania. Gli dice solo: «Compra tutto». L’uomo viene fermato nella sua auto con 2.600 miliardi di lire in contanti: stava per acquistare una raffineria, un’acciaieria e quote di una banca a San Pietroburgo, dopo aver attraversato la Polonia e il confine con la Russia. Come una massaia che mette in tasca qualche risparmio ed esce di casa per approfittare del primo giorno di saldi. Quell’uomo era Salvatore Filippone, faccendiere legato a varie potentissime cosche del reggino, i D’Agostino, i Serraino-Condello-Imerti e i Piromalli della piana di Gioia Tauro.<br />
Un altro boss viene intercettato mentre racconta di aver disseppellito più di cento miliardi di lire da un bosco e di averne trovati otto marciti, putrefatti dall’umidità e dal tempo. Non ha fatto altro che buttarli via insieme al sacco di tela in cui erano stati sotterrati. bruciati come se fossero niente, perché la ’ndrangheta non ha più il problema di fare soldi, ma soltanto quello di giustificare la sua ricchezza e reinvestirla in immaginario.<br />
Non si muove assecondando i ritmi del mondo, ma ne crea di nuovi, a sua misura. Come ha fatto con un’importante compagnia aerea, insospettabile: una volta al mese ha istituito un volo diretto dal Canada al piccolo scalo di Lamezia Terme, una linea invisibile, per facilitare gli spostamenti degli affiliati che fanno affari oltreoceano. </p>
<p>Dalla casa madre la ’ndrangheta è arrivata a colonizzare completamente la regione più ricca d’Italia, costruendo un impero come un alveare silenzioso. Un impero fondato sul sangue.<br />
Tutto è cementato dal sangue. Lo stesso che scorre nelle vene del Padre scorre in quelle del figlio e dello Spirito santo. </p>
<p>Immagina un alveare.</p>
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		<title>Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 19:15:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[ilda bocassini]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella Tutto, come spesso succede per queste cose, è nato da quattro colpi sparati in faccia. Sparati a trenta centimetri dentro un bar di San Vittore Olona, provincia di Milano, nell’arroventato pomeriggio del 14 luglio del 2008. A rimanere a terra senza più la faccia è Carmelo Novella, detto Nunzio, 58 anni, boss [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/23nkcHxLKqU&amp;hl=en_US&amp;fs=1?rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>Tutto, come spesso succede per queste cose, è nato da quattro colpi sparati in faccia. Sparati a trenta centimetri dentro un bar di San Vittore Olona, provincia di Milano, nell’arroventato pomeriggio del 14 luglio del 2008. A rimanere a terra senza più la faccia è Carmelo Novella, detto Nunzio, 58 anni, boss di ‘ndrangheta di primordine, a capo della Locale di Milano, la divisione con cui la Provincia, il Crimine, la Casa Madre calabra separa i territori.<span id="more-36111"></span></p>
<p>Ogni Locale può includere più ‘ndrine, più famiglie, ed è costituita da almeno 49 affiliati. Nunzio Novella si era messo in testa di separare La Lombardia, il mandamento del Nord Italia, dalla Casa Madre, dopo aver ammazzato Cosimo Barranca, ex reggente della Lombardia, e aver cancellato tutte le sue “doti”, tutti i gradi da lui affidati ai suoi uomini di fiducia. Era uno scissionista, e per questo è stato punito. Che la sua fine si stava avvicinando lo ha capito da un gesto inequivocabile, per chiunque abbia origini nel sud d’Italia: non gli era arrivato l’invito al matrimonio della figlia di Rocco Aquino, boss della jonica. “Qui stanno impostando un discorso. Rocco Aquino non mi mandò l’invito, a Cosimo e a ‘u Panetta sì. Non sappiamo che c’è sotto, che cazzo stanno preparando.” E un’altra è l’intercettazione che Nunzio non conosce ma che noi conosciamo, e che ha decretato la sua fine: “Quello è venuto qua sotto (in Calabria) e ha raccontato a Dio che non è Dio, ma lui è finito ormai. La Provincia lo ha licenziato.” Licenziato. Finito. Bum.</p>
<p>Dopo di lui il Crimine affida temporaneamente lo scettro della Lombardia all’avvocato Pino Neri, fino al 31 ottobre del 2009 quando 23 capi-Locale si incontrano nel centro anziani di Paderno Dugnano dedicato a Falcone e Borsellino. Quella sera, nel corso della tradizionale <em>mangiata</em> a base di capretto viene nominato a capo della Lombardia Pasquale Zappia. A Milano, solo negli ultimi due anni, sono stati documentate più di 40 mangiate. Più di 40 summit di ‘ndrangheta, avvenuti tra i 500 affiliati lombardi.</p>
<p>Sono quei quattro colpi in faccia che fanno partire l’operazione “Crimine”, 305 arrestati, la più grande operazione sulla ‘ndrangheta in Lombardia di tutti i tempi, che svela per la prima volta che cosa è la ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale più potente al mondo. Lo dice anche il procuratore generale di Milano, Manlio Minale: “Questa operazione ha lo stesso valore per lo smascheramento della ‘ndrangheta delle dichiarazioni del super pentito Buscetta a Giovanni Falcone per cosa nostra.”</p>
<p>“Tutto il mondo è diviso in Calabria e ciò che lo diventerà”, dicono i carabinieri di Monza. E infatti di nuovo, dopo l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa in occasione degli arresti delle scorse settimane ai danni del clan dei Valle, il gip Giuseppe Gennari ne firma una seconda, ancora più esemplare per comprendere i meccanismi da manuale con cui la ‘ndrangheta è entrata dentro le maglie della imprenditoria e degli appoggi politici importanti in Lombardia.</p>
<p>Questa ordinanza, infatti, firmata su richiesta congiunta del procuratore aggiunto di Milano Ilda Bocassini e del procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, che ha visto coinvolti più di tremila tra poliziotti e carabinieri, è esemplare per almeno quattro ragioni.</p>
<p>La prima è la natura della struttura della mafia più potente del mondo. È a forma di piramide, come tutte le Corporation, come tutte le holding che reggono il capitalismo occidentale. C’è un vertice, il Crimine, chiamato anche Provincia. Dal crimine dipendono tutte le decisioni, qualunque decisione importante anche le Colonie. Il Crimine ha potere di vita e di morte. Sotto il Crimine c’è un Contabile, un Mastro generale, un Capo Società e un Mastro di giornata. L’unità minima è la ‘ndrina, che può essere costituita da una sola famiglia o da due legate da un matrimonio. Più ‘ndrine formano una Locale, che per essere costituita deve avere almeno 49 affiliati. A capo di ogni Locale c’è la Copiata, una triade costituita dal Capolocale, dal contabile e dal crimine, colui che sovraintende alle attività illecite.</p>
<p>Sono state documentate 15 Locali tra Milano, Varese e Como, ma Ilda Bocassini dice che “di certo sono molte di più”: Bresso, Cormano, Desio, Seregno, Calbiate, Pioltello, Corsico, Rho, Bollate, Nerviano, Limbiate, Solaro, Mariano Comense, Canzo, Erba.</p>
<p>La seconda ragione è la descrizione della metodologia con cui la ‘ndrangheta si impossessa di aziende decotte o anche perfettamente funzionanti, ne diventa primo azionista e le utilizza come fronte pulito per vincere appalti pubblici o commesse private. Lo stesso Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, lo dice nella conferenza stampa, quando riporta una delle moltissime intercettazioni telefoniche che insieme a quelle ambientali e ai pedinamenti hanno consentito di scoperchiare la cupola di ‘ndrangheta. Due boss parlano tra di loro, e uno dice all’altro: “Noi siamo entrati nei cantieri e ci siamo presi i lavori con la forza. Noi non dobbiamo più lavorare così, noi dobbiamo farci dare i lavori”. Sono 130 i casi di imprenditori minacciati, di mezzi bruciati, di pallottole sparate contro macchine, di bossoli recapitati nelle cassette delle lettere. E neppure un caso di denuncia. Lo dice anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: “Siamo consapevoli che le infiltrazioni sono molto forti nel Nord. Oggi la nuova logica della criminalità è entrare in aziende sane, comprarle approfittando della crisi, insinuandosi nei grandi appalti, come l’Abruzzo piuttosto che l’Expo 2015.” Ma non si tratta sempre di “compare” un’azienda, si tratta anche di taglieggiarla costringendola al fallimento con il metodo dell’usura, come dimostrano gli arresti del clan dei Valle.</p>
<p>Il metodo per appropriarsi di un’azienda, dunque: l’ordinanza cita il caso della Perego Strade, diventata “punto di contatto tra colletti bianchi e organizzazioni criminali”. La Perego Strade, una delle principali aziende di movimento terra di tutta la Lombardia, aveva sede a Cassago Brianza. Gli affari poi cominciano ad andare male, e l’azienda è costretta al fallimento. È a quel punto che, come sempre, entra la ‘ndrangheta. Tanta liquidità che le banche non possono più elargire, e il subentro di altri soci. Diventa Perego General Contractor, nella quale il socio occulto è Salvatore Strangio, nato a Careri, provincia di Reggio Calabria, che subentra sotto il paravento di due società fiduciarie milanesi. L’azienda ha circa un centinaio di dipendenti, e sembra salvata. E in effetti l’azienda va benissimo: vince appalti per fare lavori dentro il Tribunale di Milano, all’ospedale Sant’Anna di Como, fa la Statale 38 della Valtellina, fa la Statale Paullese, vince l’appalto Snam a Erba. Fa tanti soldi. Eppure, in otto mesi, fallisce anche la Perego General Contractor. Spariscono più di 4 milioni di euro. Poi, fallisce un altro tentativo di ridare vita all’azienda, quello della Cosbau di Trento, che ha già vinto anche appalti pubblici per la ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto.</p>
<p>Ecco, allora: ci si impossessa di un’azienda decotta o in fase di decottura subentrando con liquidi e come soci occulti. Si rivitalizza l’azienda e attraverso il nome del primo proprietario si vincono appalti. Poi, in associazione a delinquere con l’ex proprietario (Perego è stato arrestato con la stessa accusa di associazione di stampo mafioso), si svuota l’azienda – se non serve più – e si mandano a casa i dipendenti.</p>
<p>Oppure si può anche generare il fallimento di un’azienda impedendole di lavorare con le minacce. Una volta in fallimento, si subentra. Oppure ancora si presta denaro con tassi usurai, e alla decorrenza dei termini ci si impossessa dell’azienda. “Sorpassato il bar in auto, siamo andati nei box, Novella mi ha fatto sedere rimanendo tranquillo, poi ha chiamato qualcuno con il citofono, sito all’interno del box. Ha preso una pistola automatica e mi ha colpito. Quindi ha tirato fuori due cambiali che non avevo pagato e mi ha chiesto di mangiarle”, racconta un imprenditore.</p>
<p>In tutti e tre i casi, comunque, si partecipa agli appalti pubblici, compresi quelli per Expo 2015.</p>
<p>La terza ragione è la messa in scena dei fittissimi agganci politici della ‘ndrangheta in Lombardia. Il fratello di Francesco Lampada, arrestato nell’operazione sul clan Valle, entra ed esce con grande familiarità dall’assessorato alla Famiglia, suola e politiche sociali del Comune di Milano, dall’ufficio della superdirigente Carmela Madaffari, assunta proprio dal sindaco Moratti in persona. “Andiamo a trovare Carmelina” dice Giulio Lampada, che ha fondato il suo impero con le slot machine nei bar, prima di cominciare ad acquistarli per conto suo, i bar e i ristoranti.</p>
<p>Poi c’è Carlo Antonio Chiriaco, il direttore generale della Asl di Pavia, che comprava i voti per Giancarlo Abelli, il luogotenente del presidente Formigoni proprio sul fronte della Sanità. Chiriaco, finito in carcere, affiderebbe la mansione proprio all’avvocato Pino Neri che, in una intercettazione dice “Giuro che farei la campagna elettorale per lui come fosse la prima volta, con la pistola in bocca, perché chi non lo vota gli sparo”. Intanto gli ospedali pavesi ospitavano Pasquale Barbaro, il figlio del boss appena condannato al processo Cerberus, e Francesco Pelle, quello della strage di Duisburg. Poi c’è Barranca, il Capolocale di Milano, in rapporti con Pietro Pilello, dentro Ente Fiera Milano, la metropolitana milanese, la Finlombarda e molte altre società. Nelle intercettazioni esce anche il nome di Angelo Giammario, consigliere regionale Pdl, proprio in conversazioni elettorali tra Barranca e Chiriaco. C’è scritto a chiare lettere dentro l’ordinanza di custodia cautelare: “Chiriaco mette a disposizione della ‘ndrangheta la sua carica di direttore sanitario Asl e i propri contatti politici a ogni livello, incanalando i voti a favore della candidatura di Giancarlo Abelli e Angelo Giammario.”</p>
<p>Poi ancora c’è l’assessore comunale Pietro Trivi, indagato per corruzione elettorale. E ancora Massimo Ponzoni, ex assessore regionale, che “viene indicato come il personaggio giusto al quale rivolgersi per sostenere la candidatura di un soggetto gradito ai calabresi. E l’inquietudine raddoppia quando si apprende che l’uomo dei calabresi è un colonnello dei carabinieri”.</p>
<p>Di seguito c’è Antonio Oliviero, ex assessore provinciale al turismo nella giunta di Penati, che dal 2009 è passato con il Pdl di Podestà.</p>
<p>Dice in una intercettazione Chiriaco, riguardo ad Abelli: “Deve fare l’assessore alle Infrastrutture che può fare quel cazzo che vuole. Poi lui ha la testa. Nei prossimi cinque anni c’è l’Expo 2015. Ma sai cosa c’è da fare nei prossimi cinque anni a livello di infrastrutture?”</p>
<p>La quarta ragione è rappresentata dal ruolo di quelle che in gergo investigativo vengono chiamate le “talpe”. Già dal primo luglio, ben dodici giorni prima degli arresti delle 5 di mattina del 13 luglio, la ‘ndrangheta sapeva tutto.</p>
<p>Persino i nomi degli arrestati. Conosceva il quando, il come e il dove sarebbero partiti gli arresti. “A Milano ci sarà un bordello. Hanno sentito, hanno fatto i filmati. Un bordello.” Implicati ci sono carabinieri, poliziotti e uomini dei servizi segreti a libro paga delle cosche. “Voi dei Pelle in questa operazione non ci siete, siete in quella che chiamano Patriarca, appena arriva l’estate.”</p>
<p>Ecco, di quella chi scrive non può sapere niente, deve aspettare la comunicazione degli arresti dall’ufficio stampa della Questura.</p>
<p>Cosa ci vuole ancora per far comprendere il ruolo fondamentale della prima holding del nostro Paese nell’economia italiana?</p>
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		<title>Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 08:44:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36037" title="expo-2015-milano2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2-300x219.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2.jpg 534w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></div>
<div>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></div>
<div id="_mcePaste">Procediamo con ordine.  Le ultime tre settimane sono state fondamentali per comprendere quello che si sta preparando al tribunale di Milano, quale sarà lo scenario a cui assisteremo nei prossimi mesi. Lunghi anni di indagini su moltissimi fronti separati stanno infatti cominciando a portare i primi frutti. Si comincia a intravedere quella che sarà una stagione durissima di condanne alla mafia lombarda, simile a quella degli anni Novanta, gli anni dei maxiprocessi per mafia al tribunale di Milano, quelli che comminarono migliaia di anni di carcere agli affiliati alle cosche.</div>
<div id="_mcePaste">Quello che viene fuori dai recentissimi eventi è da un lato un manuale della perfetta infiltrazione nel tesoro dell’Expo e dell’altro la fotografia di una classe di imprenditori, quelli lombardi, che non solo non denuncia affatto e mai, ma che spesso preferisce la collusione per motivi di affari.<span id="more-36036"></span></div>
<div id="_mcePaste">Negli ultimi venti giorni, infatti, il tribunale di Milano ha sancito, se ce ne fosse stato bisogno, con una sentenza di primo grado per associazione mafiosa nel processo Cerberus e con la recentissima ordinanza di custodia cautelare in carcere per tutto il clan Valle (legato a doppio filo al potentissimo clan dei De Stefano, protagonista della sanguinosissima faida da centinaia di morti con il clan Condello e di nuovo imputato adesso a Milano di associazione mafiosa, oltre che di estorsione, usura e intestazione fittizia di beni), che il sindaco Moratti e le autorità si sbagliavano quando negavano l’esistenza della mafia nell’ex capitale morale del Paese e quando si scioglieva frettolosamente la neonata commissione antimafia che avrebbe dovuto cercare di vegliare sul promesso tesoro dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">Il processo Cerberus ha visto la luce alla conclusione dell’omonima inchiesta condotta dal Gico della Guardia di Finanza di Milano che ha eseguito otto arresti su ordine del gip di Milano Piero Gamacchio. Otto arresti che tagliano la testa a uno dei più potenti clan lombardi, quello dei Barbaro-Papalia, che dominano il settore del cemento nell’hinterland milanese: il boss Domenico Barbaro, detto Mico l’australiano, i figli Salvatore e Rosario Barbaro, Pasquale Papalia (figlio del super boss Antonio Papalia) già condannato con rito abbreviato, Mario Miceli, Maurizio De Luna (che ha scelto il rito abbreviato), Maurizio Luraghi e la moglie Giuliana Persegoni. L’accusa è, appunto, di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata all&#8217;estorsione, al porto abusivo di armi e al riciclaggio di denaro. L’11 giugno 2010 la sentenza di primo grado letta dal giudice Aurelio Barazzetta dà ragione quasi su tutto all’impianto accusatorio della pm Alessandra Dolci, e condanna a 9 anni di carcere Salvatore Barbaro, ritenuto il “promotore” dell’associazione mafiosa, a 7 anni Mico l’australianoe l’altro figlio, Rosario. 6 anni di carcere, invece, per Mario Miceli. Ma, insieme a loro, in quella che è una sentenza destinata a fare storia, c’è Maurizio Luraghi, l’imprenditore milanese che ha recentemente avuto le telecamere di Annozero a disposizione per giurare la sua innocenza (nonostante l’esistenza di intercettazioni ambientali in cui lui, parlando con i Barbaro, si dice commosso per aver tirato su insieme a loro tutto l’hinterland sudovest di Milano), che è stato condannato a 4 anni e 6 mesi per le attenuanti generiche, mentre sua moglie è stata assolta per non aver commesso il fatto. Sono decaduti il reato di estorsione e quello dell’uso delle arimi. Quindi, questa sentenza, che sancisce come gran parte del ciclo del cemento (dai lavori di scavo a quelli di movimento terra, al nolo a freddo e al nolo a caldo, all’intermediazione edilizia) dell’hinterland milanese sia stato per anni in mano ai Barbaro-Papalia, sancisce anche il ruolo di un imprenditore lombardo come parte attiva all’interno dell’associazione mafiosa. Chi ha seguito le fasi dibattimentali del processo, come chi scrive, ha in mente benissimo le negazioni di tutti gli altri imprenditori sentiti come testi dall’accusa e dalla difesa. Tutti, senza eccezioni, hanno negato qualsivoglia attività intimidatoria o estorsiva da parte del clan. Che però è poi stata sancita dalla sentenza.</div>
<div id="_mcePaste">Al processo Cerberus sono poi legate altre due indagini, che scaturiranno in altrettanti processi. Nel novembre 2009, infatti, scatta il seguito dell&#8217;inchiesta Cerberus con l&#8217;operazione Parco Sud che porta in cella, tra gli altri, anche gli imprenditori Andrea Madafferi e Alfredo Iorio, accusati di essere il braccio economico-finanziario del clan. Cattura anche per i calabresi Antonio Perre, detto totò &#8216;u cainu, e Domenico Papalia, il figlio minore del boss Antonio, sfuggiti all&#8217;arresto e tuttora latitanti.</div>
<div id="_mcePaste">Il 22 febbraio del 2010, poi, è la volta dell&#8217;operazione Parco Sud II, quella che ha visto gli arresti eccellenti tra i politici: sono scattate le manette anche per l&#8217;ex sindaco di Trezzano sul Naviglio, Tiziano Butturini e l&#8217;assessore del Pdl Michele Iannuzzi.</div>
<div id="_mcePaste">Stessi scenari, dunque: mafiosi in associazione mafiosa con imprenditori, e in alcuni casi con uomini politici. Niente di nuovo? Tutto nuovo, invece, perché questo segna e deve segnare nella coscienza dei cittadini lombardi un cambiamento di rotta, una conquistata consapevolezza del ruolo di alcuni imprenditori e politici. Sono sentenze su cui è obbligatorio riflettere anche alla latitudine padana.</div>
<div id="_mcePaste">Arriviamo a qualche giorno fa, con l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della pm Ilda Bocassini della DDA di Milano. In cella il clan Valle che, secondo l’accusa, si sarebbe procurato un enorme patrimonio poi rinvestito in almeno 15 società (immobiliari, edili, ristorazione, locali notturni, videopoker) con la sola usura ed estorsione. Centinaia gli imprenditori e i commercianti vittime dell’estorsione. 138 immobili sequestrati, 15 aziende, per un totale di circa 8 milioni di beni.</div>
<div id="_mcePaste">Ma, di nuovo, sono le durissime parole del pm Bocassini che devono far riflettere i cittadini lombardi, e devono segnare una importante svolta. “Sono tantissime le vittime, ma nessuno ha denunciato” dice Ilde Bocassini. “Nel Sud c&#8217;è una speranza, nel Nord non c&#8217;è la disponibilità a usare lo strumento della denuncia.” E ancora: “Abbiamo riscontrato il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. “Bisogna mettersi in testa che un’operazione del genere poteva avvenire tranquillamente a Siderno, a San Luca. O si sta con lo Stato o si sta contro lo Stato.” Le parole più dure il procuratore aggiunto le riserva proprio agli imprenditori che non hanno denunciato. linea della procura sarà durissima. casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida. Quando c&#8217;è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi.”</div>
<div id="_mcePaste">È infatti evidente dalla natura del reato, l’usura, che questo trova linfa vitale proprio in forti momenti di crisi economica e di mancanza di liquidità. Ecco, allora, che le ‘ndrine fanno ciò le banche non possono più fare. Le banche, il polmone dell’economia lombarda. “Perché gli imprenditori non denunciano?”, chiedo al pm Bocassini. “In molti casi perché così a loro conviene”, è la secca risposta.</div>
<div id="_mcePaste">Una risposta che certo non mette tranquillità, quando pare che stiano per arrivare i fondi, i 24 miliardi, per l’Expo. E infatti questa operazione, oltre a essere un manuale di mafia tradizionale, “esattamente come opera la Casa Madre” calabrese (per tutti gli elementi attinenti alla villa bunker di Cisliano, “La Masseria”, dotata di decine di telecamere, cani rotweiler, sensori, allarmi e una studio di osservazione audio-video con cui 24 ore su 24 i luogotenenti del boss Franscesco Valle si assicuravano di poter percuotere e picchiare indisturbati i debitori, e per le vedette che sono arrivate anche a seguire per 20 chilometri l’auto di un poliziotto in borghese per poi fermarlo e chiedergli perché fosse passato due volte lì sotto) è un manuale di infiltrazione nei lavori dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">Dice l’ordinanza di custodia cautelare in carcere: “La totale condivisione di interessi tra A. M. (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati, nrd <em>[in seguito assolto in primo e secondo grado di giudizio &#8211; NdR 20190605]</em>) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato M. per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l&#8217;area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all&#8217;amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)”. Citiamo anche una delle intercettazioni che sole, data l’assenza totale di denunce, hanno portato alla conclusione della difficilissima operazione. dice: “Minchia, meglio di Davide che è a Pero&#8230; cosa dobbiamo avere?”. Dalle intercettazioni, si legge ancora nell&#8217;ordinanza, “è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all&#8217;interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori”. E in un&#8217;informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia “si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l&#8217;avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari”.</div>
<div id="_mcePaste">Tutti questi procedimenti penali, a cui si aggiungono il processo Ortomercato e il processo Isola, e destinati a crescere esponenzialmente nei prossimi mesi, dovrebbero far comprendere ai cittadini milanesi e ai lombardi l’importanza della scelta civica della denuncia, fondamentale strumento per non sperperare il tesoro destinato ai lavori dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">E certo è difficile dimenticare il contributo arrivato nel processo Cerberus dall&#8217;ex sindaco di Buccinasco Maurizio Carbonera, più volte minacciato e oggi alla guida dell&#8217;opposizione, che ha raccontato tutte le minacce subite, le auto bruciate, le famose tre croci lasciate in un prato accanto al Comune durante i giorni dell&#8217;approvazione del Pgt. Un tributo di tenacia e di coraggio fondamentali per la sentenza di condanna ai Barbaro-Papalia.</div>
<div id="_mcePaste">“Senza denunce il nostro lavoro diviene molto più difficile. Ci possiamo appoggiare solo sulle intercettazioni telefoniche e ambientali” tuonano le parole del procuratore aggiunto Bocassini.</div>
<div></div>
<div id="_mcePaste"><em>Pubblicato in forma ridotta su L’espresso</em></div>
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		<title>A Milano la mafia non c&#8217;è</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 May 2010 06:30:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella Due cuori e una casa popolare. Potrebbe essere una calzante descrizione della capitale morale d&#8217;Italia. Milano possiede due cuori: il primo, splendido, in bella mostra nelle vetrine di design delle vie del centro, o affannato a stringere la ventiquattore nelle strade adiacenti a piazza Affari. L&#8217;altro, dimenticato, straccione e volgare, delle periferie. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #262626;">di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></span></p>
<p>Due cuori e una casa popolare. Potrebbe essere una calzante descrizione della capitale morale d&#8217;Italia. Milano possiede due cuori: il primo, splendido, in bella mostra nelle vetrine di design delle vie del centro, o affannato a stringere la ventiquattore nelle strade adiacenti a piazza Affari. L&#8217;altro, dimenticato, straccione e volgare, delle periferie.</p>
<p>Tutta la cerchia della periferia milanese, a 360 gradi, è circondata da case popolari, nella maggior parte dei casi decadenti, gli stucchi cascanti o scrostati, casermoni enormi in cui vivono moltissime famiglie ammassate, i grandi cortili conosciuti dai commissariati locali come liberi luoghi di spaccio.</p>
<p>Ma le case popolari sono anche business. Affari per le cosche mafiose che abitano la zona, e che &#8220;vendono&#8221; per cifre fino a 4000 euro l&#8217;ingresso negli appartamenti, e in alcuni casi si fanno pagare affitti fino a 300 euro al mese. Vittime sono soprattutto gli anziani, che hanno paura ad allontanarsi dalla loro abitazione per paura che venga occupata, e così non si fanno ricoverare in ospedale, non vanno in vacanza.<span id="more-33887"></span></p>
<p>Partendo da sudest e procedendo a 360 gradi, la periferia è in mano a molti clan. I siciliani di via Solomone, in zona Rogoredo; i pugliesi e i calabresi di via Stadera e via Costantino Baroni; i clan calabresi del Giambellino, nella zona di via Vespri Siciliani, via Bruzzesi e via Bellini; ancora i clan calabresi e siciliani a Baggio, in via degli Ippocastani e via Latici; i calabresi e i casertani di Quarto Oggiaro, in via Pescarella e via Lopez, e infine tutte e quattro le matrici mafiose della zona Niguarda, proprio di fronte all&#8217;ospedale maggiore: i clan calabresi in via Villani, i napoletani in largo Rapallo, i pugliesi in via Ciriò e i siciliani di via Luigi Monti.</p>
<p>Questa ricognizione è frutto del lavoro di un&#8217;associazione dal nome eloquente: &#8220;Sos Racket e Usura&#8221;. Associazione che ha riaperto lo scorso 22 aprile in piazzetta Capuana a Quarto Oggiaro. Luogo simbolo dello spaccio e del racket delle case popolari. Un&#8217;ampia piazza che sovrasta una distesa di box chiusi anni fa, dove l&#8217;Aler &#8211; la società regionale che gestisce gli alloggi popolari &#8211; ora sembra voler creare una palestra sotterranea.</p>
<p>Alle tre del pomeriggio del 22 aprile scorso, sotto il porticato di piazza Capuana, sulla sinistra, una scrivania, con un telefono che non si attacca da nessuna parte, il cavo pende tronco dal ripiano. E un grande striscione bianco: &#8220;Sos Racket e Usura&#8221;. Per monitorare le attività di racket, pizzo e usura delle cosche nelle zone popolari di Milano l&#8217;associazione si serve di un metodo tanto semplice quanto invasivo: questionari consegnati casa per casa e nelle attività commerciali, e da restituire via mail o fax, in maniera del tutto anonima. &#8220;Sos Racket e Usura&#8221; rimarrà a Quarto Oggiaro fino al 13 maggio, poi farà il giro delle periferie, dalla zona Niguarda, al Giambellino, poi viale Padova, viale Monza e viale Sarca.</p>
<p>L&#8217;associazione, con a capo Frediano Manzi, ha riaperto i battenti, ma si fa per dire, perché le mura non ce le ha. Il 7 febbraio scorso era stata costretta a sbaraccare per la totale indifferenza delle istituzioni milanesi. Una chiusura completa da parte di Palazzo Marino, nonostante la quale in questi 2 mesi e mezzo i cittadini hanno continuato a denunciare attività illecite all&#8217;associazione, e a chiederne con centinaia di lettere e mail la riapertura.</p>
<p>E il 18 aprile scorso sono stati sparati 8 colpi di arma da fuoco contro il bar latteria di proprietà di una delle cosche coinvolte proprio nel racket delle case popolari, i Pesco. Cosa che potrebbe indicare un riassetto delle dinamiche in zona Niguarda, ora che il clan è sotto processo.</p>
<p>&#8220;A differenza di Palermo e Catania, per esempio, a Milano il sindaco nega la sede all&#8217;unica associazione antiracket. Avendo fatto noi 4 denunce contro l&#8217;Aler (la società che gestisce le case popolari, ndr), eravamo incompatibili con l&#8217;assegnazione da parte dell&#8217;amministrazione comunale di una sede. E la responsabilità è di una sola persona&#8221;, spiega senza mezzi termini Frediano Manzi. &#8220;Noi siamo fieri di avere una sede come questa, perché rispecchia la Milano vera che si tiene nascosta: quella dei quartieri popolari. La Milano di gente per bene che vive nei quartieri più poveri e che non ha mai smesso di fare segnalazioni, a cui puntuali sono seguite le nostre denunce alle autorità. Come gli anziani, che hanno paura di andare in ospedale o in vacanza per timore che la propria casa venga occupata&#8221;.</p>
<p>Di questo si tratta. Le cosche che si occupano dell&#8217;affare vendono gli appartamenti statali. Per entrare bisogna pagare somme fino a quattromila euro, e in alcuni casi &#8211; solo per gli stranieri &#8211; anche un affitto mensile fino a 300 euro, oltre all&#8217;istigazione dei residenti all&#8217;aggressione verso gli agenti, in caso di sgombero, come ha spiegato il capo della squadra Mobile, Alessandro Giuliano. Agendo in questo modo, poi, le famiglie si garantiscono anche il pieno controllo del territorio, preparato così per lo spaccio di droga, di cui parlano anche i cittadini, riguardo a piazzetta Capuana di Quarto Oggiaro: &#8220;È pieno di ragazzini di 12 o 13 anni che girano in bicicletta, soprattutto di sera, e che avvisano i grandi se per caso dovesse passare qualche auto della polizia&#8221;. Come in &#8220;Gomorra&#8221;, ma a Milano.</p>
<p>Il lungo lavoro di &#8220;Sos Racket e Usura&#8221; ha portato finora un risultato concreto, oltre agli sgombri ai danni della famiglia Pesco &#8211; ma si spera che presto si potranno vedere altri frutti di questo duro lavoro sul territorio: il processo al clan palermitano dei Pesco-Priolo-Cardinale, in cui lo stesso Manzi è testimone. Il clan fu incastrato da un video in cui un uomo dell&#8217;associazione, oggi in incognito, fingeva di avere urgente bisogno di un&#8217;abitazione, e si rivolgeva per questo a Giovanna Pesco, donna del clan, detta &#8220;la Gabetti&#8221;: &#8220;Era stupefacente l&#8217;assoluta tranquillità con cui tutta l&#8217;operazione si è svolta&#8221;, dice l&#8217;uomo: &#8220;La sensazione di totale controllo del territorio, la certezza che nulla sarebbe mai venuto fuori. Uno stato d&#8217;animo di convinzione di una grande copertura. Di affari che sono durati per anni e anni nella convinzione che nulla sarebbe mai stato scoperto&#8221;.</p>
<p>Le accuse per il clan che ha continuato a svolgere indisturbato i suoi affari per 13 anni sono di associazione per delinquere finalizzata all&#8217;occupazione abusiva e occupazione abusiva continuata di un quarto delle case popolari del popolare quartiere di Niguarda, proprio di fronte all&#8217;ospedale. &#8220;Il pm Antonio Sangermano mi ha domandato esplicitamente se, prima della nostra denuncia, noi avessimo fatto esposto alle autorità sulla situazione&#8221;, dice Frediano Manzi. &#8220;E la mia risposta è stata affermativa: il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e tutti i gruppi consiliari. Lo sapevano tutti, e nessuno è intervenuto. Voglio citare anche l&#8217;esposto risalente al 1997 di 9 cittadini di via Luigi Monti al Comune di Milano. Quell&#8217;esposto lo dice chiaro e tondo: la cosca Pesco-Priolo-Cardinale spaccia e fa racket degli alloggi almeno da quella data, e si è resa colpevole, tra l&#8217;altro, in quel periodo, di 5 omicidi per tossicodipendenza e un suicidio&#8221;.</p>
<p><span style="color: #262626;">A oggi l&#8217;attività di &#8220;Sos Racket e Usura&#8221; e dei suoi coraggiosi volontari ha permesso di denunciare alle autorità competenti centinaia di casi di usura, pizzo e racket delle case popolari a Milano, cavando fuori a fatica briciole di omertà ai suoi cittadini.</span></p>
<p><em><span style="color: #262626;">Articolo pubblicato su L’espresso il 4/5/2010</span></em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>La &#8216;ndrangheta e il voto di scambio in Lombardia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-ndrangheta-e-il-voto-di-scambio-in-lombardia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 12:28:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella Alessandro Colucci, vicecoordinatore provinciale del Pdl in Lombardia, è ormai noto, per i suoi affari con la &#8216;ndrangheta dei Morabito e per la cena del 2005, in compagnia di uomini del clan, al ristorante Gianat di Milano, per festeggiare &#8211; tra l&#8217;altro &#8211; l&#8217;apertura del For a King, il night aperto sotto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Alessandro Colucci, vicecoordinatore provinciale del Pdl in Lombardia, è ormai noto, per i suoi affari con la &#8216;ndrangheta dei Morabito e per la cena del 2005, in compagnia di uomini del clan, al ristorante Gianat di Milano, per festeggiare &#8211; tra l&#8217;altro &#8211; l&#8217;apertura del For a King, il night aperto sotto l&#8217;Ortomercato milanese di via Lombroso. Ma ora, nell&#8217;articolo di Davide Milosa sul &#8220;Fatto&#8221; e su Milanomafia.com, spuntano altri nomi – importanti – che parlerebbero da soli degli appoggi della &#8216;ndrangheta ad alcuni politici candidati nelle circoscrizioni lombarde per le scorse elezioni Europee: Ignazio La Russa, Carlo Fidanza e Licia Ronzulli.</p>
<p>Al centro del bivio tra denaro da ripulire della &#8216;ndrangheta e legami con i politici c&#8217;è la Kreiamo Spa, società considerata uno dei bracci finanziari della &#8216;ndrangheta delle cosche dei Barbaro-Papalia, e già conosciuta anche perché nel mirino di un altro processo, tuttora in corso nel tribunale di Milano: il processo &#8220;Ortomercato&#8221; (legata, in questo secondo caso, alla figura di Antonio Paolo, prestanome e titolare di una rete di cooperative che lavorano dentro l&#8217;Ortomercato, utilizzate secondo l’accusa per riciclare denaro sporco, e per cui la pm Barbeini il 17 marzo 2010 ha chiesto 8 anni e 6 mesi). <span id="more-32137"></span>E ora il nome della Kreiamo Spa spunta dall&#8217;inchiesta della Dda di Milano racchiusa nel fascicolo &#8220;Parco Sud&#8221; anche in relazione a voto di scambio con politici di spicco di area lombarda e nazionale. &#8220;Io sto facendo votare La Russa, Ronzulli e Fidanza&#8221; dice al telefono Alfredo Iorio (presidente della Kreiamo Spa, e ora in carcere per corruzione aggravata dall&#8217;utilizzo del metodo mafioso) a Michele Iannuzzi (consigliere comunale Pdl a Trezzano sul Naviglio e procacciatore d&#8217;affari per la Kreiamo Spa, società legata alla &#8216;ndrangheta, e in carcere per questo dal febbraio del 2009). E Iannuzzi risponde: &#8220;Quando vado a trovare Osnato (cognato di La Russa, consigliere comunale Pdl a Milano, ndr), &#8220;prepariamo un elenco di tutti i vari comuni dove noi abbiamo portato dei voti, così li vanno a verificare. Poi con la lista della spesa andiamo da lui&#8221;. In questo dialogo c&#8217;è il succo della questione: Iorio della Kreiamo Spa e Iannuzzi vogliono &#8220;costituire un forte gruppo politico di riferimento in area locale per poi poter contrattare con i vertici regionali&#8221;. Per farlo, come appare chiaro dalla trascrizione delle intercettazioni della Dia di Milano, prima pensano a proporre un candidato in proprio, poi &#8211; dato il rifiuto del coordinamento nazionale del partito &#8211; decidono di appoggiare candidati già esistenti. &#8220;Abbiamo Stefano Maullo (assessore regionale Pdl, ndr), Alessandro Colucci (vicecoordinatore provinciale del Pdl, ndr) e Angelo Giammario (consigliere regionale Pdl, ndr)&#8221; dice sempre Iorio. E poi Giulio Gallera (capogruppo del Pdl al Comune di Milano), che &#8220;è la persona più vicina alla nostra mentalità&#8221;. Tutti e quattro attuali candidati alle Regionali del 28-29 marzo in Lombardia. Da tenere a mente: c&#8217;è l&#8217;Affare (la Kreiamo Spa), legato alla &#8216;ndrangheta, che decide di entrare direttamente in politica per avere la strada spianata per gli appalti. Senza intermediazioni. Non ce la fa, e allora sceglie di appoggiare candidati già esistenti, che spianeranno la strada degli appalti e contribuiranno anche, in questo stesso modo, a ripulire denaro.</p>
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		<title>Nella bocca di Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 07:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella &#8220;Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto. Parlare di mafia in Lombardia è vietato.&#8221;  Nando Dalla Chiesa, Milano, 02/02/2010 Sta nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuse<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-30737" title="Dioli_minaccia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ppe Catozzella</strong></p>
<div><em>&#8220;Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto. Parlare di mafia in Lombardia è vietato.&#8221;  </em>Nando Dalla Chiesa, Milano, 02/02/2010</div>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"></a></p>
<p>Sta nella bocca, il male risiede nella bocca. Come la lingua, come l’ostia sconsacrata che ti mangi, che ti succhi, che ti tocchi con la lingua. Risiede dentro la bocca, il male: come il verbo.</p>
<p>La prima cosa che fa è sorridermi. Mi sorride di un sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, lo tira con due dita, come dal dentista: come una pernacchia. Mi mostra il dente che gli hanno spaccato, a luglio. Nella bocca, risiede il male. In due, lo hanno menato. Gli hanno detto: &#8220;Ti ammazziamo stronzo. Questo è perché così non te lo scordi&#8221;. Quella era la quarta minaccia, poi è arrivata la quinta. Cinque, le minacce. A morte. A non parlare più.</p>
<div><span style="color: #1f1f25;">La <em>Scrittura </em>te lo dice: &#8220;Non nominare Dio&#8221;. Non: &#8220;invano&#8221;. Togli proprio il nome, il Dio non nominarlo, non ti provare. Morte a te. La tentazione, la morte segnata, giurata: il tuo cedimento alla nascita. L’anagrafe.<span id="more-30267"></span></span></div>
<div>Eppure. Il primo dio che nomini è la pelle che ti porti addosso, aggrappata ai tuoi stessi nervi. Il primo dio che nomini è il cane che ti azzanna alla gola quando ti rigiri dall’altra parte, sul materasso. Il secondo dio che nomini sono i nervi. I nervi cuciti nella fibra del tuo Paese. Cuciti male, cuciti in fretta. Attaccati sopra. Nascosti sotto uno strato troppo sottile di pelle. Il male: il male naturale. Il terzo dio che nomini sono i nervi che ti prudono, sottopelle, e tu non li raggiungi. Il terzo dio che nomini te lo porti dentro come un cancro. Come il cancro. Il terzo dio che nomini è l’occhio che ti prude da dentro. È l’occhio che non puoi raggiungere. Il terzo dio che nomini è il male che tu sei quando t’inginocchi davanti all’altare. Il quarto dio che nomini è quello che piangi tutte le notti dopo la preghiera della sera. La preghiera dei giusti. Il quinto dio che nomini è tutto il male che ti spinge a fare il bene. Cinque, le minacce. A non parlare più. Gli hanno anche bruciato la casa.</div>
<p>Micco Spicola. Un lavoro all’Ortomercato, al porto di Milano, un contratto a termine, 50 e passa anni, tanti anni, quelli rimasti dietro la bile che scola, la bile che continua a scolare da sola, quando lui si gira dall’altra parte, quando urla, quando grida nel megafono, quando parla piano per i clandestini che non capiscono subito che sono schiavi, poi dopo che glielo urla anche loro lo sanno, lo sanno che 3 euro sono poche, e poi lo dicono, lui, sindacalista, addetto al controllo della marea alta di cooperative di facchinaggio che preparano ogni notte la torta da 3 milioni di euro fumante alla mattina dentro il mercato più grande d’Italia, il porto franco più grande d’Italia. Tutte le notti, in via Lombroso, nel quartiere di spaccio prostituzione clandestini ’ndrangheta, nella zona Corvetto, la zona del re, la zona del <em>For a King</em>, il locale aperto come una ferita purulenta proprio sotto l’Ortomercato, inaugurato da Antonio Paolo, il socio in affari e prestanome del boss della cosca calabrese di Africo, Salvatore Morabito.</p>
<p>Tutte le notti, al primo piano, tra le onde che vanno e che vengono dei lunghissimi tir che continuano a non rispettare le norme antimafia. Dei tir che entrano, una processione infinita di carne, pesce, di frutta, verdura, di clandestini, di caporali, di 3 euro l’ora, di lavoro nero, di lavoro grigio, di spaccio di coca. I tir che continuano a scaricare dentro i capannoni, e non fuori, come dovrebbero per il regolamento antimafia. I tir che vanno e che vengono, in una processione oscena di ventri di balena rigonfi, ricolmi dei boli che saranno i nostri sangui, le nostre ossa, le nostre ciglia, i nostri capelli. Dentro, al coperto. Al sicuro. Coprendo anche le nostre arance, le pere, le cicorie, i kiwi, il lattughino, la carne di bovino, il pesce spada, dei fumi di scarico al diesel pesante.</p>
<p>Micco Spicola lo incontro una notte, dopo la sua quinta minaccia di morte, l’immonda collezione del culo che ti si stringe la paura da sotto i pantaloni, che ti prende da sotto e non ti lascia dormire, che ti infilza dolore fin sotto gli occhi, là dove ti prudono i nervi, là dove arrivi solo con un ferro da maglia, o con il catenaccio che ti tieni in macchina, per terrore che vengano a prenderti, che ti ammazzino. La macchina.</p>
<p>La macchina è una Fiat Uno, e noi ci stiamo dentro ore, di notte. La macchina è vecchia, si vergogna, si vede quasi, parcheggiata di fianco ai suv neri lucidi, alle bmw con i cerchi a ragnatela e le gomme larghe. La macchina è blu, e tace. Noi, dentro, a guardare con gli occhi piccoli a tutte le macchine che si fermavano, a uncinargli le carrozzerie, a quelle macchine minacciose. Micco di tic ne ha qualcuno, gli vengono fuori quando non lo sa, quando per un momento non si pensa, non pensa a ciò che gli stringe da dentro i pantaloni. Ogni tanto c’è l’occhio che gli scivola dietro, come a dirsi di stare tranquillo, che il catenaccio è lì. Io ero arrivato e l’avevo trovato nella sua Uno vecchia di tanti anni. Lui mi aveva fatto segno di tic al labbro di sotto e all’occhio destro di scendere dalla mia, di macchina. E mi aveva aperto la sottile portiera. Mi aveva guardato con minaccia, quasi. Non sapeva chi ero. Il terzo dio che nomini gli diceva paura. Una delle prime cose che fa è sorridermi. Mi sorride con quel sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, tirato da parte a parte con i due indici: la pernacchia. Mi mostra il dente che per metà non c’è. Ti ammazziamo, stronzo. Poi subito mi parla di Hasan, che due notti prima aveva incontrato sul piazzale 63 di carico dei furgoni degli acquirenti. Hasan è egiziano, e in Egitto è avvocato. Hasan. Quando mi parla di Hasan gli brillano gli occhi piccoli e verticali di paura. Si gira, si assicura che lo stia ascoltando, che sia lì con lui, che non me ne vada ancora. Hasan, sono tre anni che tutte le notti scarica centinaia di casse dai tir e le ricarica sui bancali che poi vanno a finire ai mercati, ai supermercati, nella mia mano, nel mio piatto, dentro il mio coltello: nella mia bocca. Lavora come una gru con i nervi, lavora nel silenzio e nel buio, non lo vede sua madre, non lo vede soprattutto suo padre. Lui lavora come una gru con i nervi, la polvere sottile del diesel pesante che gli entra dal naso mentre si abbassa e tira su le casse, la polvere sottile al diesel che si deposita sui suoi polmoni, lui lo sa, questo ha un nome, si chiama sfruttamento di lavoro nero, lui in Egitto è avvocato, in Italia un cazzo. E sono tre anni che lavora in nero, perché è clandestino, perché è nero pure lui, è uno di quegli egiziani neri che sembrano senegalesi. Un avvocato clandestino. Poi segue il padrone al mercato, e lì continua a lavorare fino alle tre del pomeriggio. Lavora 15 ore al giorno, Hasan. E i soldi che tira su gli bastano a malapena a vivere. Per cavarsi l’energia per bestemmiare al cielo nero della notte di Milano quanto è puttana la vita. Micco mi raccontava di Hasan e gli passava il tic, si fermava, si sospendeva, gli dava tregua. Parlava di Hasan e si ritrovava, si distendeva.</p>
<p>Poi mi ha portato a vedere il suo ufficio, Micco. La notte prima era arrivato, e di fuori, sul muro e sulla porta aveva visto il sangue. Il suo sangue. A forma di croce, che dice morte. &#8220;Bastardo&#8221; gli hanno scritto. Bastardo con la croce. Un bastardo ancora vivo per non molto. Con la vernice rossa. A non parlare più.</p>
<p>All’Ortomercato di Milano ci sono le cosche della ’ndrangheta. La società che lo gestisce, l’Ortomercato, 450mila metri quadrati, un porto vivo praticamente, più di tremila persone che ogni notte si spaccano la schiena, i facchini si chiamano, una terra di nessuno che rifiorisce ogni notte, come un tubero cacato male, ficcato all’incontrario, nessun controllo, i caporali fuori a reclutare italiani e clandestini, ficcati a sforzo dentro un tir che scarica in un punto cieco oppure direttamente a scavalcare, tanti, ogni notte che scavalcano le inferriate basse, tenute basse come una marea senza energia viva, un’emorragia. Dalla porta 3, poi, dalle tre e mezzo ogni notte si entra anche senza scavalcare, non c’è nessuno a vigilare, niente. Questo lo sanno tutti, basta che chiedi in giro e ti dicono si entra, entrano tutti, dalle tre e mezzo in poi. La società che gestisce l’Ortomercato di Milano si chiama Sogemi, e al 99 percento è di proprietà del Comune di Milano, se ne sta placida all’ombra della Madonna d’oro che dorme alta, che infilza i piccioni.</p>
<p><em>For a King.</em> The king, in questo caso, è Salvatore Morabito, rivale ad Africo di Peppe Morabito, u tiradrittu, uno dei padrini più potenti di tutte le ’ndrine. L’operazione For a King prende il nome dal locale dei velluti raffinati, dal night che Salvatore Morabito aveva fatto costruire proprio nel cuore degli edifici di Sogemi, nella via Lombroso, una delle vie più purulente di Milano, che la Madonna d’oro non la sa. Il primo agosto del 2007 il Gup di Milano dà 13 anni di prigione al rivale du tiradrittu, dopo che la squadra Mobile e la sezione Criminalità organizzata della Questura di Milano avevano sequestrato 250 chili di coca, dopo le indagini della pm Laura Barbaini. Spaccio internazionale, si chiama, questo lo sa pure Hasan. Dal Sudamerica al Senegal, poi Portogallo, Spagna. Italia. Milano. Ortomercato. I locali di corso Como, i locali dell’Arco della Pace. I locali dietro la Scala. Dentro ai nasi. Dentro ai nasi e poi ai polmoni, e poi al sangue, e poi al cervello.</p>
<p>Il processo che si è chiuso troppo in fretta. È la stessa pm Barbaini a dirlo, quando dice di aver &#8220;fatto appena in tempo a firmare la richiesta per dieci arresti, quelli della droga&#8221;. Dieci arresti pesanti, e fuori dal suo ufficio tre angeli custodi della squadra scorte: Salvatore Morabito, Francesco Pizzinga, Antonino Palamara, Pasquale Modafferi, Francesco Bruzzaniti, più un vigile della polizia annonaria e una funzionaria della banca Unicredit. Quel processo andava chiuso. Ma quel processo, piano, è continuato, sono continuate le indagini della procura, come la tana che fa la talpa nascosta, da sotto, quando continua a scavare e nessuno la vede. L’Ortomercato a Milano non è solo il luogo ideale in cui la luce è bandita, è oscena, la notte, il porto franco benedetto, il girone dello schiavismo denunciato in continuazione e mai fermato, la patria e il tetto di clandestini a 3 euro l’ora, la destinazione di tutto quello che non può avere destinazione, del lavoro nero e del lavoro grigio (40 ore in busta paga, lavorate 250), non è solo il luogo ideale di incontri, di sodalizi, non è solo una bolla magica dentro la città, una bolla che a entrarci dentro poi sparisci, ci entri e non ti trovi. Perché è così che è Milano, dai tempi di Sindona e poi di Calvi. È così: tu entri in una banca, e poi ti dicono facciamo questo, facciamo quest’altro, e tu dietro ai soldi non ti trovi. C’è la ’ndrangheta, siamo coperti. Facciamo questo. E tu entri nella bolla e lo fai. Poi tu sparisci, o non ti sai. L’Ortomercato è il terreno delle ’ndrine di Calabria a Milano, il loro concime e nutrimento. L’inchiesta è continuata, e così il processo. Antonio Paolo, calabrese di Melicuccia, ex facchino ed ex sindacalista Cgil, reinventatosi imprenditore, amministrava il consorzio Nuovo Coseli, gli uffici nello stesso identico edificio della Sogemi, la società al 99 percento del Comune. Gli uffici negli uffici, sotto la Madonna d’oro che dorme.</p>
<p>Novanta società, novanta cooperative, novanta srl, dentro l’Ortomercato. Tutte in mano alla ’ndrangheta, tutte sotto il consorzio Nuovo Coseli. Tutte con scadenza programmata: dopo cinque anni tutte messe in liquidazione in Sicilia. Il giochino semplice, quello delle fatture false che riempiono i portafogli. Nuovo Coseli prende enormi appalti da Sda (Poste Italiane), Dhl, Tnt. Poi li gira a una cerchia di società cooperative di secondo grado, sempre sotto Nuovo Coseli, che di nuovo li passa a società di terzo livello: scatole vuote usate come fabbriche di carte per l’emissione di fatture false incassate e depositate su conti correnti intestati a prestanome. Fatture false per prestazioni mai fornite, e che alla fine portano alla liquidazione le società di secondo livello. La New Coop, per esempio, che in sei mesi monetizza 530mila euro. Nove milioni di euro in meno di tre anni. E così, nove milioni di euro in tre anni, e Micco che mi guarda e con la bocca chiusa mi chiede perché lui che ha cinquanta e passa anni deve prendere mille e tre al mese, ed è precario, e c’ha la famiglia, la moglie le figlie, e c’ha cinque minacce di morte addosso che gli puzzano sotto le ascelle, che gli puzzano dentro la parlata, che gli occhi sono verticali e piccoli e asciutti perché suda troppo, di acqua dentro non ne ha più. Denaro che secondo i pm andava a gonfiare le casse per l’acquisto di enormi partite di droga. Nel 2003 Nuovo Coseli ha debiti per 700mila euro. Antonio Paolo, come ricostruisce il procuratore generale Felice Isnardi, in Appello, manda una lettera a Sogemi e dice che i debiti saranno risanati grazie a un nuovo socio: Salvatore Morabito. Antonio Paolo è il tramite delle cosche di Africo dentro l’Ortomercato di Milano, dentro il porto senza acqua di Milano, con la Madonna d’oro che fa da faro, nelle notti buie e con le nuvole lei è sempre illuminata. &#8220;Questo è il vero riciclaggio&#8221; dice la pm Barbaini. &#8220;Il denaro sporco entra nelle casse della Nuova Coseli per finanziare operazioni in apparenza pulite. Dopodiché, attraverso i fondi neri, torna a disposizione della cosca.&#8221;</p>
<p>Micco Spicola di queste cose non mi dice proprio niente. Nella strada tra il suo ufficio e il parcheggio esterno dove stiamo ore a parlare chiusi dentro una Fiat Uno incrociamo Mohamed. Mohamed è un vecchio. Quando lo vede, Micco ferma la macchina e tira giù il finestrino. Gli fa il cenno con la mano, Mohamed gli allarga il sorriso e gli fa vedere i denti. I denti. Chissà perché la bocca, il dentro della bocca si fa vedere sempre per primo, si presenta come a dire guarda sono il tuo cavallo, guardami dentro la bocca, guardami i denti e la lingua. Guardami il verbo, guarda, non ti sto offrendo niente che non va. Mohamed fatica in nero. Così dice Mohamed: che lui fatica. E lo dice perché ha vissuto a Napoli, prima, e quello gli è rimasto come il timbro al braccio per la vecchia tbc. Prima lavorava in un’impresa edile, poi è caduto da un ponteggio, è rimasto in coma due settimane, e nessuno lo voleva più a faticare. Mi giro verso il parcheggio 60, che è la zona dove Mohamed lavora: zoppica un po’, andando via, quasi incespica nei suoi passi ma non cade, non cade mai, è una danza. Carica camion, si appropria dei bancali lasciati ovunque e li rivende a 50 centesimi l’uno ai grossisti della frutta, sono suoi i bancali dell’Ortomercato, lo sanno tutti. Anche questo sanno tutti, se lo chiedi te lo dicono. I bancali sono tutti di Mohamed, ti dicono. Lasciali lì, i bancali, che ci pensa Mohamed a tirarli su. Mohamed, come Hasan, lavora. Vuole il permesso di soggiorno, vuole uscire dal ricatto.</p>
<p>Le pupille piccole, attente, verticali, ritmate da un tic violento, continuo, non gli lasciano il tempo. Lui, Micco, mi parla degli scioperi. Hanno organizzato due scioperi, qui dentro l’Ortomercato, la giostra dell’inferno. Due scioperi. &#8220;Il miracolo a Milano&#8221;, mi dice Micco. Il miracolo. I primi e unici scioperi della storia dell’Ortomercato. Per dire no allo schiavismo dei padroni delle cooperative. Per dire di no al lavoro a nero. Per dire di no al lavoro senza il rispetto delle norme di sicurezza, e ai licenziamenti che ti tengono per le palle. Per dire che bisogna rispettare i regolamenti antimafia. Per dire che l’accesso al porto che è l’Ortomercato deve essere regolamentato. Per chiedere gare, per gli imprenditori che vogliono lavorare dentro l’Ortomercato, non la discrezionalità di si sa bene chi è. È dal maggio del 2005, quando hanno fatto il primo sciopero, che Micco è minacciato. Gli hanno detto che si deve fare i cazzi suoi. Una delle cooperative che più fa lavorare a nero, a grigio, la Liberty di Claudio Donnolo, nata dalle ceneri della Ncm, potrebbe avere le sue ragioni per non volerlo vedere più, lì. La Liberty. Nata dopo che la Ncm è stata sciolta proprio per alcune inchieste che avevano dimostrato che faceva lavorare a nero i facchini. Gli uffici negli stessi uffici della Ncm. Lo stesso edificio di Sogemi, la società controllata al 99 percento dal Comune di Milano. E la stessa Liberty: il 28 ottobre del 2008 nuovamente pescata per somministrazione illecita di manodopera. E poi di nuovo il 15 gennaio 2010, mi dice l’ispettore del lavoro.</p>
<p>Micco Spicola vive con la morsa nelle mutande. Una morsa costante che non lo lascia mai. Per avere gridato per chi non ha la voce, non ha la lingua, nella città del silenzio ipocrita e calunnioso, sotto l’ombra della Madonna d’oro. Per aver gridato che dove lavora lui la criminalità deve sparire.</p>
<p>Ci avevano messo un anno. Me lo dice in macchina, e quasi gli si mozza la voce dentro la gola: per la rabbia, per le lacrime ficcate che ingoia. Un anno per scrivere un bando, insieme a quello che pochissimi giorni fa ha detto pubblicamente che lascerà l’Ortomercato: Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi. Un amministratore pulito, che si è messo contro qualche interesse importante. Un anno per scrivere un complesso documento che disciplinava l’ingresso delle cooperative dentro l’Ortomercato. Solo tre cooperative. Non di più. Tre che dovevano passare le più minuziose indagini antimafia. Viene promulgato il bando. Tre cooperative vincono: quelle pulite. Le altre, le solite, stavolta escluse. Micco viene minacciato. &#8220;Bastardo&#8221;, la croce. Gli esclusi fanno ricorso al Tribunale amministrativo regionale. Non ci sono ragioni perché vincano il ricorso, sembra, al Tar. Eppure. Il Tar doveva esprimersi entro la fine di gennaio.</p>
<p>Ha rimandato al 15 di aprile, dopo le elezioni regionali. Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi, che ha cercato di ripulire insieme al sindacato, per quanto ha potuto, il porto di Milano, l’Ortomercato, è stato accompagnato alla porta. Che si faccia i cazzi suoi, insieme a Spicola. Che i cazzi di Milano, quelli, se li fanno altri.</p>
<p>&#8220;È la fine dell’Ortomercato&#8221; sputa Micco insieme a un grumo di saliva mentre mi guarda dritto in mezzo agli occhi. &#8220;Questo è un segnale chiaro che qui non deve mai cambiare niente.&#8221;</p>
<p>La notte della decisione del Tar, l’altra notte, io all’Ortomercato poi ci sono ritornato. Alle tre e mezzo, sono entrato dalla porta 3. Nessuno mi ha visto. C’era un grande suv che girava e suonava il clacson. Festeggiavano. Festeggiavano l’amnistia. Io ho tirato fuori la mia piccola macchina fotografica, l’ho cacciata dalla tasca della giacca a vento nera che ho. Da lontano, un uomo sui sessanta mi doveva aver tenuto d’occhio. Mi ha fatto il cenno sulla bocca. Come a dire silenzio. Come a dire dentro la bocca, il male. È dalla bocca che nasce, il male. È lì dentro che risiede. È là dentro che deve stare. Tu ricorda. E magari dillo. Scrivi. È dal bozzolo di saliva che risale, il male. È nel fiato purulento che lo nomina, che lo dice. Il male risale la spina dorsale. Su su fino alla bocca, alla lingua, ai denti. Stai attento ai denti. Fammi vedere i denti, fammeli vedere, voglio controllare le carie. È nella bocca, mi dice con l’indice che censura le labbra, che le tappa, che le sigilla con la fiamma ossidrica, è dentro la bocca che risiede il male, nel Verbo che vuole nominare il dio.</p>
<p><em> (Due estratti sono stati pubblicati su L’espresso.it e su Milanomafia.com)</em></p>
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