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	<title>giuseppe girimonti greco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I tre quinti sconosciuti di Charlus</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/10/06/i-tre-quinti-sconosciuti-di-charlus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Oct 2024 05:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[charlus]]></category>
		<category><![CDATA[Ezio Sinigaglia]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe girimonti greco]]></category>
		<category><![CDATA[La gelosia di Charlus]]></category>
		<category><![CDATA[marcel proust]]></category>
		<category><![CDATA[Mariolina Bertini]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ezio Sinigaglia </strong> <br /> Charlus è un personaggio fortemente caratterizzato dalla stranezza e imprevedibilità dei comportamenti, tanto che sarebbe difficile trovare, nelle sue innumerevoli apparizioni nel romanzo, una singola occasione in cui il barone non faccia o dica qualcosa di inatteso e sorprendente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-109779" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/9788873648383_0_536_0_75.jpg" alt="" width="460" height="785" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/9788873648383_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/9788873648383_0_536_0_75-176x300.jpg 176w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/9788873648383_0_536_0_75-150x256.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/9788873648383_0_536_0_75-300x512.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/9788873648383_0_536_0_75-246x420.jpg 246w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per Nuova Editrice Berti è da poco uscito <em>La gelosia di Charlus e altri scritti dai Cahiers</em> di Marcel Proust, a cura di Mariolina Bertini, con postfazione di Ezio Sinigaglia e nota bibliografica di Giuseppe Girimonti Greco. Pubblico le ultime pagine della postfazione. [ot]</p>
<p>di <strong>Ezio Sinigaglia</strong></p>
<p>[…]</p>
<p>Di qui si accede allo sterminato reame di Sodoma: i personaggi che lo abitano sono numerosissimi, ma nessuno può aspirare neppure alla lontana al grado di rappresentatività che va riconosciuto al barone di Charlus, sia per la sua presenza, di crescente importanza, in tutti e sette i volumi di cui la <em>Ricerca</em> si compone, sia e forse ancor più per la forza e la complessità della sua personalità piena di contraddizioni.</p>
<p>Charlus è un personaggio fortemente caratterizzato dalla stranezza e imprevedibilità dei comportamenti, tanto che sarebbe difficile trovare, nelle sue innumerevoli apparizioni nel romanzo, una singola occasione in cui il barone non faccia o dica qualcosa di inatteso e sorprendente. Tuttavia, se dovessi indicare, fra le decine e decine di casi, il suo gesto più bizzarro (e alla prima lettura più inspiegabile), non avrei dubbi: è l’incredibile cerimoniale di saluto che Charlus riserva al narratore poco più che bambino quando ne fa ufficialmente la conoscenza, cioè quando sua zia, Madame de Villeparisis, glielo presenta davanti al Grand Hotel di Balbec. Qui il barone, «evitando di guardarmi, borbottando un vago “Piacere” – cui fece seguire alcuni “hum, hum, hum” per dare alla sua cortesia qualcosa di forzato – e ripiegando il mignolo, l’indice e il pollice, mi [<em>tese</em>] il medio e l’anulare, privi di qualsiasi anello, che io strinsi sotto il suo guanto scamosciato» (I, 914). In tanta degnazione e superbia del salutante, dovute alla consapevolezza del suo rango inarrivabile, non c’è nulla di specificamente charlusiano: tutti i Guermantes salutano il resto dell’umanità così, con sufficienza ed esplicito distacco, tendendo ad esempio il braccio nella sua intera lunghezza, come fa il pur amabile Saint-Loup, affinché la distanza dal salutato sia la massima possibile. Di charlusiano c’è invece l’idea di porgere, al posto della mano, due sole dita ritraendo le altre tre. È un gesto sdegnoso? Sì, senza dubbio: ma, nell’economia del romanzo in generale e della costruzione del personaggio in particolare, è anche un gesto dall’importante contenuto simbolico, se vogliamo ammettere che, nel porgere due dita al posto della mano, il barone di Charlus dichiara apertamente di essere disposto a far conoscere soltanto una parte di sé stesso, pari a due quinti: gli altri tre resteranno segreti.</p>
<p>Naturalmente, uno dei tanti svelamenti di cui, nel suo lungo percorso, tortuoso e impassibile a un tempo, va alla ricerca <em>La ricerca</em> (e uno dei tanti itinerari monotematici che il lettore è libero di seguire dal principio alla fine) è lo smascheramento della parte nascosta di Charlus. Un primo segreto viene svelato, come si è visto, in <em>Sodoma e Gomorra I</em>: si tratta dell’omosessualità del barone. Siamo all’incirca a metà del romanzo e, per scoprire la faccia più segreta di questo segreto, dovremo attendere quasi la fine (IV, 479 sgg.), quando l’eroe, ancora una volta grazie a una prodigiosa commistione di audacia e di fortuna, vedrà premiato il suo talento di <em>voyeur-écouteur</em> nel bordello di Jupien, assistendo a una scena drammatica e grottesca di sadomasochismo, orchestrata e governata dallo stesso Charlus in vista del suo piacere, che è tutt’uno con la sua sofferenza.</p>
<p>Questa rivelazione finale è preparata da varie anticipazioni, che tuttavia sfuggono facilmente al lettore per la loro lontananza reciproca e, soprattutto, per la grande distanza che le separa dalla scena della camera 14 bis. Ma il ri-lettore, che ha ben presente nella memoria quest’ultimo episodio, può reperire via via queste anticipazioni e concatenarle in una serie coerente. Qui ne ricorderò due che mi sembrano di particolare importanza.</p>
<p>La prima precede addirittura l’entrata in scena di Charlus (se si esclude la sua fuggevole apparizione nel giardino degli Swann a Combray: I, 172-173). È il nipote Saint-Loup a raccontare al narratore le gesta giovanili di suo zio Palamède, che è atteso dopo poche ore a Balbec e del quale dunque l’eroe sta per fare la conoscenza. Si parla della sua «lontana giovinezza», dei suoi mirabolanti successi con le donne e di «una <em>garçonnière</em> che spartiva, con tre amici» non meno belli di lui e, come lui, infaticabili amatori (I, 909-910). Racconta Saint-Loup che un conoscente «“aveva chiesto a mio zio di poter andare in questa <em>garçonnière</em>. Senonché, appena arrivato, non fu alle donne, ma allo zio Palamède che si mise a fare una dichiarazione.”» Ciò che lascia sbalorditi è la punizione che Charlus e i suoi due amici riservano al “colpevole”: «“lo spogliarono, lo pestarono a sangue e, con un freddo da dieci sotto zero, lo buttarono a calci sulla strada, dove fu trovato mezzo morto”.»</p>
<p>La seconda anticipazione cade qualche centinaio di pagine dopo, durante la passeggiata che Charlus e il narratore fanno insieme, tornando a piedi dal “pomeriggio” a casa di Madame de Villeparisis. A un certo punto il barone prende a fantasticare intorno a Bloch, l’amico ebreo di Marcel: «“Potrebbe forse affittare un locale e procurarmi qualche divertimento biblico […] Per esempio, uno scontro fra il vostro amico e suo padre, con ferimento del secondo, come fra David e Golia. […] Potrebbe anche, già che c’è, prendere a bastonate quella carogna […] di sua madre”» (II, 346-347).</p>
<p>Nel secondo di questi passi e, con ogni probabilità, anche nel primo, è la fantasia a prevalere sulla realtà: ma, in quelle che chiamiamo “perversioni sessuali”, è proprio la fantasia l’elemento determinante, e non si può certo negare che la chiave del sadismo (e del suo opposto complementare, il masochismo) sia già stata messa a disposizione del lettore che fosse interessato a indagare la complessa personalità del barone.</p>
<p>Più in generale, del resto, una componente di sadismo autopunitivo è presente in tutte le strategie seduttive di Charlus, che sembrano costruite per fallire: basterà citare l’esempio dei suoi maldestri tentativi di adescamento del narratore, o quello della sua goffa lettera ad Aimé (il giovane e attraente direttore del Grand Hotel di Balbec) o, ancora, l’esito con ogni probabilità solo platonico del suo corteggiamento del violinista Morel e la catastrofe umiliante in cui questo rapporto per così dire pigmalionico va infine a sfociare. Tutto sembra organizzato per nutrire un insaziabile senso di colpa che, originato dal tradimento (dei genitori, della famiglia, dell’educazione, della religione) di cui l’omosessuale si accusa, esige che ogni piacere sia sempre soffocato dalla sofferenza. Quello del tradimento è uno dei temi che accomunano le due “razze maledette”: soltanto che, nel caso degli ebrei, il tradimento si consuma uscendo dal gruppo (ad esempio cambiando cognome, come farà Bloch), nel caso degli omosessuali entrando a farne parte e contraendo quindi quella malattia vergognosa, e per definizione inguaribile poiché inesistente, che ha il nome di “inversione sessuale”.</p>
<p>È dunque logico che, con queste premesse, i soli tentativi di seduzione destinati al successo siano quelli esenti da ogni sovrastruttura culturale, legati esclusivamente al linguaggio del corpo, quasi animaleschi nella loro naturalezza istintiva, come esemplificato con meravigliosa semplicità dal corteggiamento che – in alternativa o a completamento della famosa similitudine vegetal-entomologica di Proust – potremmo definire “ornitologico”, tanto è rapido, efficace e variopinto nella sua codificata reciprocità, fra il barone e Jupien (II, 725 sgg.).</p>
<p>Questo segreto di Charlus (l’orientamento sadomasochistico della sua sessualità) non sembra volerci parlare soltanto di Charlus, ma di un carattere tipico della moderna Sodoma: un tratto psicologico cui mi piacerebbe dare il nome di “sansebastianismo”, cioè una mistica e un’estetica del martirio diffusissime nel mondo degli omosessuali fino a pochi decenni or sono, e forse abbastanza diffuse ancor oggi.</p>
<p>Di questo atteggiamento autopunitivo, che lo condividesse o meno, certo è che Proust era perfettamente a conoscenza. Sebastiano, santo patrono del reame di Sodoma, compare una sola volta nel romanzo, in un contesto in apparenza molto diverso ma convergente nella sostanza. Si parla (I, 157) di Legrandin e della lotta interiore che si combatte dentro di lui fra il moralista a parole, che disprezza lo snobismo degli altri, e lo snob assetato di riconoscimenti sociali «che egli nascondeva con cura nel fondo di se stesso», così da sentirsi una specie di San Sebastiano dello snobismo, «crivellato e illanguidito» da mille frecce. La somiglianza con il caso del barone di Charlus, che nasconde nel fondo di sé, sotto l’esibizione tenace di una virilità esagerata (le docce gelate, le lunghissime camminate, il disprezzo per ogni effeminatezza), il desiderio che lo illanguidisce, non potrebbe essere più evidente.</p>
<p>Non interessa qui indagare sainte-beuvianamente fino a che punto il personaggio emblematico di Charlus rappresenti e in parte viva l’omosessualità dell’autore: ciò che conta è piuttosto osservare la vitalità indomabile con cui, fra l’io inguaribilmente naïf dell’eroe e quello espertissimo dell’autore, l’io del narratore corra senza sosta come una spola, generando un <em>pas de trois</em> dalle coreografie svariate e originalissime. Ciò che conta è soprattutto constatare come l’autobiografia di Proust, trasfigurandosi nell’opera d’arte, si trasformi ogni volta, per prodigio, nella biografia del lettore.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>La stanza di Élise</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/10/04/la-stanza-di-elise/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Oct 2024 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Musardo]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe girimonti greco]]></category>
		<category><![CDATA[La stanza di Élise]]></category>
		<category><![CDATA[Michaël Uras]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Michaël Uras </strong> <br /> Le due donne piazzano l’albero in salotto. Sembrano felici. Felici di aver portato in casa un albero pieno di spine. Strana sensazione che spiega quella loro furtiva sortita sul far del giorno. Eppure in casa c’è già un alberello, senza foglie, senza spine, liscio e vellutato.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_109750" aria-describedby="caption-attachment-109750" style="width: 340px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-109750" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/386797241_6775964622446734_1687978820761316217_n.jpg" alt="" width="340" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/386797241_6775964622446734_1687978820761316217_n.jpg 1001w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/386797241_6775964622446734_1687978820761316217_n-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/386797241_6775964622446734_1687978820761316217_n-819x1024.jpg 819w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/386797241_6775964622446734_1687978820761316217_n-768x960.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/386797241_6775964622446734_1687978820761316217_n-150x187.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/386797241_6775964622446734_1687978820761316217_n-300x375.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/386797241_6775964622446734_1687978820761316217_n-696x870.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/386797241_6775964622446734_1687978820761316217_n-336x420.jpg 336w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /><figcaption id="caption-attachment-109750" class="wp-caption-text">ph. Alec Soth, &#8220;Susanne&#8217;s View&#8221;, London, 2018. Dalla serie &#8220;I Know How Furiously Your Heart Is Beating&#8221;. Courtesy of Fraenkel Gallery</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Michaël Uras</strong><br />
traduzione di <strong>Giuseppe Girimonti Greco</strong> e <strong>Federico Musardo</strong></p>
<p><em>[Questo racconto è apparso in francese in un volume promosso dall&#8217;Unicef dal titolo </em>Un Arc-en-ciel d&#8217;émotions<em>, edizioni Le Livre de poche, 2022. La traduzione è inedita].</em></p>
<p>Élise ha una stanza. E fin qui, mi direte, niente di strano. Avere una stanza, nel nostro paese, è una cosa tutto sommato banalissima. Solo che la stanza di Élise non è una semplice stanza. Innanzitutto, ci passa la maggior parte del suo tempo. È un po’ come una boccia di vetro per un pesce rosso. E sia chiaro che non ho nulla contro i pesci rossi. Anzi. Élise non la lascia mai: le sue giornate passano l’una dopo l’altra e lei è sempre là, stesa sul letto. Ma ci sono anche altre possibilità: Élise sul divano (visto che la sua stanza è abbastanza grande da contenerne uno). Élise per terra, mentre fa yoga. Élise alla finestra che guarda la strada disperatamente vuota. Élise al telefono. Sempre. Dappertutto. Insomma, la stanza di Élise è un posto molto gradevole, morbido e accogliente. Se ci entri, poi non vuoi più uscirne. Anche se magari Élise non c’è. Élise rappresenta una specie di valore aggiunto, ma la stanza potrebbe benissimo vivere senza di lei. Le pareti sono crudeli e più longeve degli esseri viventi. È così. Le pareti della stanza di Élise hanno conosciuto altri abitanti e li hanno presto dimenticati. E si dimenticheranno anche di Élise, quando deciderà di andarsene. È così. Ma non bisogna rattristarsene.</p>
<p>Stamattina Élise è uscita molto presto. Andava di fretta. Per un po’ ha fatto su e giù nella sua stanza, a tutta velocità. Poi è schizzata via. Andava proprio di fretta. Non guardava nessuno. Le persone frenetiche sono esasperanti. Somigliano a quegli uccelli che sbattono forte le ali senza mai riuscire a spiccare il volo. Mi sembra un’immagine perfetta della frustrazione. Non si è neppure presa la briga di ripiegare per bene il pigiama, un coso con un cappuccio di lana che va bene per quando fa veramente freddo. O per quando si è molto tristi e ci si vuole nascondere dal mondo. Prima Élise se lo metteva di rado, poi ha iniziato a metterselo sempre. Eppure non era tanto freddolosa. Uscendo, si è infilata, controvoglia, il suo parka blu. Troppo blu, troppo pesante, eppure così piacevole da toccare.</p>
<p>Quando è uscita dalla stanza a tutta velocità, sua madre le ha gridato «Mi raccomando, non ti dimenticare niente!». Ma Élise non dimentica mai niente. È meticolosa. Certi adolescenti non hanno testa. Così dice sua madre. Ma si sbaglia. Élise la testa ce l’ha. E ha anche lunghi capelli castani, sempre in ordine. Occhi verde smeraldo. Una pelle vellutata. Il grido di sua madre ha rimbombato per tutta la casa. Una vera leonessa! Si direbbe che gridare le piaccia. E che a Élise piaccia far gridare sua madre attardandosi un po’, la mattina, dopo aver tenuto per tutta la notte quel cappuccio così morbido sulla sua testa così bella.<br />
A volte sembra quasi che gli esseri umani si urlino addosso per dirsi che si vogliono bene senza dirlo davvero. È così. Vogliono dire qualcosa ma non ci riescono, non hanno il coraggio di dirlo. Perciò fanno in un altro modo. Prendono un’altra strada. Si sfiorano, si urtano. Ma a volte si perdono. Élise si è precipitata giù per le scale perché sua madre la stava aspettando in macchina. Con il motore acceso. Di certo non se ne sarebbe andata senza di lei. Uno mica abbandona così la sua progenie. Ci tiene!</p>
<p>Élise è risalita di corsa, si era dimenticata il berretto. Non è sempre così meticolosa, Élise! Dov’è il berretto? Ora sua madre sta suonando il clacson. Il rumore di un clacson è il peggior rumore dell’universo. Tutti gli uccelli del quartiere si sono dileguati. Uno sbatter d’ali pazzesco. Tutti gli animali si sono spaventati. Ed Élise non trova il berretto. Butta tutto all’aria, alza una cartellina, niente da fare. Sposta la poltrona. È lì sotto? No! Apre l’armadio, niente neanche lì. Fruga tra i suoi vestiti piegati. Piegati con tanta cura dalla donna che adesso sta suonando il clacson nel garage. Si può suonare forte il clacson e al tempo stesso voler bene a qualcuno con altrettanta forza. È solo un altro modo di dire ti voglio bene, piuttosto particolare.<br />
Il berretto è sotto il cuscino! Ma Élise non l’aveva mica messo lì. Forse si era voluto nascondere. C’era troppo rumore in casa, troppa confusione! Chi è il colpevole? Chi è stato a nascondere il suo morbido berretto? Élise non ha tempo per pensarci. Non ora. Risolverà il mistero al suo ritorno. Nel frattempo pensa soltanto a sistemarsi in testa il berretto che la sua migliore amica le ha regalato per il compleanno, un mese prima della sua scomparsa. Emma. Un berretto bianco. Ben calato sulle orecchie perché fuori fa un freddo tremendo. La neve ha ricoperto la casa e tutte le vie dei dintorni. La notte è stata calma, immobile, senza vita. Tutti si sono messi al riparo. Fuori non c’era neanche un gatto. In quel momento uscire così presto senza berretto bianco sarebbe stata una follia.<br />
Parka blu, berretto bianco. Emma, quando la vede conciata così la chiama Puffo… lo trovano divertente. Ridono e si prendono in giro chiamandosi Gargamella e Birba…<br />
Battute che possono capire soltanto loro. Sfioramenti di parole. E di mani.</p>
<p>In casa, adesso che non ci sono più né Élise né sua madre, torna la calma. È un’oasi di pace in cui è un piacere stendersi vicino al caminetto spento. Nessuno più ci mette un ciocco per tenere acceso il fuoco. Nessuno. Fuori, la neve non la smette più di posarsi sulla strada. E le finestre tempestate dai fiocchi lasciano passare appena un filo di luce. Tutto è addormentato.<br />
In macchina, Élise e sua madre stanno di sicuro parlando ad alta voce. Parlano sempre ad alta voce perché la mamma di Élise ha la brutta abitudine di ascoltare la musica ad altissimo volume. E quindi, per riuscire a sentirsi al di sopra della musica, devono per forza parlare ad alta voce. Le persone che ascoltano la musica a tutto volume evidentemente hanno problemi di udito. O forse, chissà, vogliono coprire il rumore del mondo, evitare di sentirlo, fare come se non esistesse. Le case hanno bisogno del vuoto, di un vuoto che non contempli la presenza di esseri umani. E la casa di Élise dev’essere ben contenta di vederli uscire. Non solo la casa, peraltro. Anche gli insetti e tutto il resto. Ma la loro assenza ahimè non dura a lungo.</p>
<p>Tant’è vero che, a pochi minuti di distanza dalla partenza delle sue abitanti, la porta d’ingresso si apre. Un attimo prima, l’armeggiare di una chiave esitante si era fatto sentire nella casa vuota. Destra. Sinistra. Dopodiché la maniglia, che cigola da mesi, si è come svegliata. Il padre di Élise sembra esplorare un pianeta sconosciuto. Guarda il tappeto, i mobili del salotto e tutti gli oggetti come se non li avesse mai visti. Si ferma davanti a una foto di Élise. Élise e il cane. Un cane che una sera si è presentato alla porta di casa e che i genitori di Élise hanno fatto entrare… proprio loro che in quella casa non fanno mai entrare niente e nessuno, neanche un pacco regalo. Il cane si è sistemato lì da loro e nessuno è mai venuto a reclamarlo. Bisogna dire che il suo aspetto non era dei più allettanti. Il pelo sembrava eternamente bagnato, quando te lo trovavi di fronte avevi l’impressione che fosse appena uscito dalla lavatrice. Zero stile, ’sto cane. Ma Élise gli era affezionata. Molto. Le cose stanno così. Per fortuna un bel giorno il cane se n’è andato, senza dare spiegazioni. Un cane randagio alla fine torna sempre in mezzo alla strada. Proprio come i salmoni che tornano sempre là dove sono nati.</p>
<p>Il papà di Élise prende la foto tra le mani, non vuole rischiare di farla cadere. Preme forte sui bordi della cornice. Poi rimette a posto la foto. Ed Élise. E il cane.<br />
Sale nella stanza della figlia. Lei non c’è. Ma evidentemente lui lo sa, visto che non la chiama come fa di solito. Niente “tesoro”. Né “passerotto”, espressione che Élise rifiuta categoricamente. E non ha tutti i torti. Che piacere c’è nel farsi chiamare così? “passerotto” non è un soprannome che possa far impazzire una ragazza…<br />
È lì in piedi nel mondo di Élise, nel suo minuscolo universo, e guarda ogni cosa con calma, come se volesse portarsi via tutto quanto con gli occhi. Il manifesto del concerto al quale sono andati insieme un anno prima. Era un cantante che non sa cantare e la cui musica riempie la boccia di Élise almeno una volta al giorno. Probabilmente adesso il padre di Élise sta pensando a quella serata memorabile. Erano rientrati tardissimo dal concerto. Élise aveva continuato a canticchiare per un’ora, persino sotto le coperte. Canta meglio di quel cantante, e suo padre gliel’aveva detto l’indomani a colazione. Discussione non facile perché Élise lo adora…<br />
Eppure, di fronte al manifesto, il padre resta in silenzio. Ne accarezza la carta, come se volesse recuperare un pezzetto di Élise. Gli esseri umani a volte fanno cose strane. Meglio lasciarli fare e tenersi a distanza. La mano del papà di Élise è ancora sul manifesto quando suona il campanello. Lui sobbalza. E anche i ragni. Si precipita verso la finestra per vedere chi lo disturba. La persona che sta suonando evidentemente non sa come funziona un campanello, perché il rumore non cessa. Il suonatore, o la suonatrice, tiene il dito premuto. Il papà di Élise si immobilizza come una preda che si finge morta per ingannare il suo predatore. “Non ci sono, non esisto…”.<br />
È come congelato, il povero papà. Fermo alla finestra, quest’omone è lì che prega affinché il suono del campanello gli dia tregua. Lo stesso vale per i ragni e gli altri insetti. E a un certo punto il suono si dilegua nel nulla da cui proveniva. Il papà di Élise, scampato il pericolo, ricomincia a muoversi. Si siede piano sul letto di Élise, come se lei stesse dormendo e lui non volesse svegliarla. Fa sempre così quando sua figlia è malata e lui, di notte, viene a vedere se sta meglio. Si accoccola sul letto, quasi come un gatto. Quasi. Apre il comodino della figlia. Vietato! Vietato! Élise ha categoricamente vietato a chiunque di aprire il cassetto del suo comodino.<br />
Un giorno la madre ha sbirciato tra i suoi piccoli segreti e quella sera è stata un susseguirsi di urla e scenate. “Questa è la mia stanza! Ho diritto alla mia privacy”.<br />
Élise se ne accorge subito quando toccano le sue cose. Anche stavolta se ne accorgerà. Suo papà tira fuori una cartolina dal cassetto e legge ad alta voce la scritta. “Arzachena”. I membri della famiglia hanno pronunciato spesso questa parola prima delle vacanze estive. E anche dopo. “Arzachena”. Era la loro vacanza. E di nessun altro. La vicina si era offerta di venire in casa a intervalli regolari. C’erano tante cose da tenere d’occhio, la posta da ritirare, le piante da innaffiare… era gentile, la vicina, premurosa e seria. Puntuale. E anche dolce. Una voce leggera come una foglia trasportata da una brezza soave.<br />
Il papà di Élise ripone con cura la cartolina e richiude il cassetto. Poi tira fuori una lettera dalla tasca del suo lungo cappotto e la infila sotto il cuscino per evitare che la si possa vedere subito. Non sarà mica facile trovarla. A meno che non lo si sia visto nasconderla. Ma Élise non l’ha visto. Élise sotto la neve, con il berretto calato fino agli occhi. La lettera ha preso il posto del berretto. In una casa come questa non ci sono poi tanti nascondigli.</p>
<p>Il papà di Élise inspira profondamente il profumo del cuscino di sua figlia. Un profumo piacevole come un minuscolo raggio di sole in un giorno di tempesta. Vorrebbe portarlo con sé. Adesso il suo respiro si è fatto più veloce. Nella sua cassa toracica è iniziata una specie di corsa. Guarda l’orologio e si dirige di nuovo verso la finestra. Dopo aver spiato per un attimo la neve che non la smette di cadere, esce dalla stanza. Sul pavimento si vedono ancora le impronte delle sue scarpe. La mamma di Élise gli rimprovera sistematicamente di sporcare il parquet e di renderlo scivoloso, e quindi pericoloso, per gli abitanti della casa. Come darle torto? Ma anche lui le rinfaccia diverse cose. Pari e patta. Élise si sottrae a quelle liti rifugiandosi nella sua stanza. La stanza di Élise.<br />
Suo padre scende giù per le scale e apre la porta per andarsene. Ma, prima di dileguarsi, si volta e si posa l’indice sulle labbra. Silenzio… i ragni non diranno nulla della sua visita.<br />
Un istante dopo, la casa torna a essere pacifica. È immersa nella neve e il suo cuore batte lento. Bisogna essere pazzi per uscire con un tempo del genere. Oppure avere qualcosa di importantissimo da fare. Per esempio andare a cercare da mangiare…<br />
Dalla finestra ogni tanto si vede un passante che cammina svelto per la strada. A testa bassa e col cappello. Neanche un cane.</p>
<p>La quiete dura fino al ritorno di Élise e della sua mamma. Quest’ultima apre la porta a fatica, perché non ha le braccia libere. Regge un tronco d’albero. Élise la sta aiutando a portarlo dentro.<br />
&#8211; Stai attenta al muro.<br />
&#8211; Sì, mamma.<br />
&#8211; Stai attenta alle spine.<br />
&#8211; Sì, mamma.<br />
Stai attenta, stai attenta, stai attenta… ma i ragazzi imparano anche dagli errori, che certe volte sono utili.<br />
Le due donne piazzano l’albero in salotto. Sembrano felici. Felici di aver portato in casa un albero pieno di spine. Strana sensazione che spiega quella loro furtiva sortita sul far del giorno. Eppure in casa c’è già un alberello, senza foglie, senza spine, liscio e vellutato. Segue un delirio di gesti scomposti. Di colori. Di oggetti che vengono appesi all’albero senza che l’albero protesti. Gli alberi sono un po’ vigliacchi. Li si può conciare a proprio piacimento. Dopo aver fatto il suo dovere, Élise torna in camera sua e nota le orme che si fermano all’altezza del suo letto. D’istinto, tira via la coperta per sincerarsi che non ci sia nessuno, dopodiché alza il cuscino. La lettera è ancora lì. Élise apre la busta, ne estrae un foglio e inizia a piangere quasi all’istante. Sul parquet cadono lacrime salatissime, silenziose. Lacrime che modificano le tracce che suo padre ha lasciato sul pavimento. Élise si porta il foglio alle labbra.<br />
“Ti voglio bene, papà” ripete più e più volte. “Ti voglio bene, papà”.<br />
Poi abbassa la testa e si guarda accanto alla caviglia. “Ah, se tu potessi parlare… Mi stai fissando in silenzio… ma quindi l’hai visto? Ha aspettato che uscissimo per entrare, vero? Per fortuna ha ancora una copia delle chiavi di casa. Per fortuna. Se solo tu potessi parlare mi diresti quant’era bello. Mi diresti che cosa ha guardato dentro casa, gli oggetti che ha toccato, se ha detto qualcosa, se ha pronunciato il mio nome… ma tu non mi dirai niente. Sono proprio una sciocca.”</p>
<p>No, non sei sciocca, Élise, ma hai proprio ragione: non dirò niente, non parlerò… perché io non posso parlare. Su questo non c’è alcun dubbio. Né con te, né con nessun altro. Rimarrò un testimone muto. Muto come un pesce… O, meglio ancora, come un gatto! Che è poi ciò che sono.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le tenebre Conerotiche</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/08/14/le-tenebre-conerotiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Aug 2018 05:13:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Ezio Sinigaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Fifí]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe girimonti greco]]></category>
		<category><![CDATA[le tenebre conerotiche]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura erotica]]></category>
		<category><![CDATA[Sciofí e l’Amor]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ezio Sinigaglia Nota introduttiva di Giuseppe Girimonti Greco Queste pagine sono tratte dal secondo capitolo del romanzo inedito Fifí, Sciofí e l’Amor, del quale sono già stati pubblicati due estratti su riviste cartacee: Rinaldo all’opera: un pastiche tassiano (“Fronesis”, 19, genn.-giu. 2014) e Sciadè Sulapí (“Nuovi Argomenti”, 81, genn.-mar. 2018). Lo strano rapporto d’amore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_75292" aria-describedby="caption-attachment-75292" style="width: 584px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-75292" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/0cbe4534-ee35-11e6-8267-39b37b428d48.jpg" alt="" width="584" height="446" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/0cbe4534-ee35-11e6-8267-39b37b428d48.jpg 584w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/0cbe4534-ee35-11e6-8267-39b37b428d48-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/0cbe4534-ee35-11e6-8267-39b37b428d48-250x191.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/0cbe4534-ee35-11e6-8267-39b37b428d48-200x153.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/0cbe4534-ee35-11e6-8267-39b37b428d48-160x122.jpg 160w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /><figcaption id="caption-attachment-75292" class="wp-caption-text">Valerio Adami &#8211; Dormire, dormire</figcaption></figure>
<p>di<strong> Ezio Sinigaglia</strong></p>
<p>Nota introduttiva di<strong> Giuseppe Girimonti Greco</strong></p>
<p><em>Queste pagine sono tratte dal secondo capitolo del romanzo inedito </em>Fifí, Sciofí e l’Amor<em>, del quale sono già stati pubblicati due estratti su riviste cartacee: </em>Rinaldo all’opera: un pastiche tassiano<em> (“Fronesis”, 19, genn.-giu. 2014) e </em>Sciadè Sulapí<em> (“Nuovi Argomenti”, 81, genn.-mar. 2018).</em><br />
<em>Lo strano rapporto d’amore senza amore fra l’efebico, capriccioso Fifí e Aram (il Narratore, chiamato però Warum dal suo casto amante) è al centro della prima metà del romanzo, mentre la seconda metà si sviluppa intorno al ricordo di Sciofí, un </em>enfant du peuple<em> versiliese, tenero e vigoroso insieme, amato da Aram durante il servizio militare. Ma per tutto il corso del romanzo altri amori (donne e ragazzi), altri personaggi e altre storie vengono alla ribalta, richiamati in vita dalla memoria del Narratore.</em><br />
<em>Per la comprensione di questo breve testo è indispensabile sapere che le “cozze” sono, fin dalla prima pagina del romanzo, gli occhi di Fifí (“Gli occhi sempre più neri, e il bianco intorno lucente, denso, come un liquore. L’insieme è un frutto di mare d’una specie rara. Come una cozza alla rovescia: la carne nera e la conchiglia lattea”), e le “castagne”, più banalmente, quelli del Narratore.</em><br />
<em>L’episodio della vacanza al Conero, da cui è tratto questo brano, è un’occasione creata da un lavoro pubblicitario commissionato a Fifí, che lo realizza facendosi aiutare da Aram: un folder destinato alla promozione turistica del comune di Numana. Si tratta di dodici fotografie accompagnate da altrettanti headline fantasiosi: “Sempre caliente per chi la sabbia amare”, “Incontrare uno scoglio lungo il cammino fa benissimo alla vista”, “I baccanali perpetui dei vigneti”, e altri che rimangono ignoti. Il dodicesimo, mai citato integralmente, fa allusione alle “notti Conerotiche”.</em><br />
<em>Due donne dai soprannomi woolfiani hanno avuto grande importanza nella vita di Aram. La Ramsay (così chiamata perché inizialmente Aram la considerava “il suo faro”) è stata la sua docente di letteratura italiana (è una grande studiosa del Tasso), poi la sua amante e infine sua moglie per oltre due anni. La Dalloway, laureata in matematica e appassionata di astrologia, è stata la prima dopo la Ramsay, ma il Narratore preferisce dire che merita il suo soprannome perché è “fine e disperata”. </em>[ggg]</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Le nostre notti, al Conero, erano di una tenebra assoluta. Qualcosa che è raro gustare, al giorno d’oggi. Avevamo inforcato in pieno la settimana meno lunatica del mese: tre giorni di qui e tre di là, col novilunio in mezzo. La luna, quando c’era, stava in cielo di giorno, al colmo della sua inutilità. Se la si scovava di notte, era bassissima sull’orizzonte, spessa come una scorza di limone o al più come una fetta di melone dopo che la polpa te la sei succhiata. Sembrava in tutto e per tutto, per colore, forma, incurvatura e insignificanza, una bomboniera della prima comunione: un piattino arcuato capace di contenere i cinque confetti delle misteriose nozze col divino e poi nient’altro, a meno di voler incorrere nelle sanzioni post mortem che si comminano ai sacrileghi. Era sacra, certo, com’è nella natura di ogni corpo celeste: ma non ispirava alcun desiderio di venerarla, perché era troppo poca, e fatta molto più di ombra che di luce proprio come i corpi non celesti. A noi, come elemento mitigatore della tenebra in cui vivevamo, non serviva affatto. Il campeggio era stato scelto da Fifí per la sua posizione panoramica e per la parca disseminazione di elementi in muratura in mezzo alla fitta macchia e ai grandi ulivi. Era anche oltremodo parco di luci artificiali: un lampione qui e uno là, ben distanziati, fiochi e discreti, un’illuminazione appena sufficiente a evitare di schiacciare una ranocchia sotto i passi, ma certo non a distinguere il colore degli occhi della ranocchia quando, ferma davanti alla punta delle scarpe, ti gracchiava in faccia tutta la sua riconoscenza. Per di più noi ci eravamo fatti il nido proprio in cima in cima allo scoglio che faceva benissimo alla vista, forse nella speranza che ci facesse ancora meglio: la tenda si apriva verso il mare e, al momento di stabilire il punto dove conficcare il primo picchetto nel sottile strato di terriccio sabbioso e vagamente erboso sotto il quale stava la roccia impenetrabile, avevo suggerito a Fifí di retrocedere di almeno dieci passi dal ciglio dell’abisso perché non corressimo il rischio di precipitarvi nell’offuscamento del risveglio. […]</p>
<p>Sotto lo scoglio cui, orgogliosi dei costumi spartani delle nostre notti, avevamo dato il nome di Taigeto, c’era la sempre caliente per chi la sabbia amare, che ha la caratteristica, ben nota ai naviganti, di scintillare candida nei pleniluni, svelando agli occhi assetati e ai cuori inteneriti dei marinai il disegno divino della costa anche dalla distanza di molte e molte miglia, quasi splendesse di luce propria e fosse mossa dall’intento consapevole e femmineo di gonfiare di desiderio i loro grembi per persuaderli a ritornare a casa. Ma, per chi la sabbia amare come per chi non ne sia capace, non brilla di luce propria, una spiaggia: ha solo un talento straordinario di richiamare su di sé tutte le luci altrui per far soffrire i naviganti: di modo che, in quelle notti noviluniche e sapientemente Conerotiche per le coppie di colibrí strette nel nido, la spiaggia sotto il Taigeto era nera a un punto tale che, guardando nell’abisso, riusciva impossibile distinguere l’aria dalla terra. A volte, mentre eravamo là stretti nel buio nel nostro giaciglio di vibranti emozioni e di stupidità incommensurabili, industriosi nel separare senza tregua, sotto il ferreo taglio di una lama manichea, il sacro del voler bene dal profano dell’amare, ci prendeva, con una rarità statistica che sarebbe interessante sottoporre a indagini medico-scientifiche, il desiderio di fumare. […]</p>
<p>Si sganciavano tutti i bottoni, uno per uno, fino all’ultimo, indurito più di ogni altro da qualche sua contrarietà insondabile. Alla fine si sollevava tutto il telo, infilzandolo senza nessuna difficoltà al paletto anteriore di sostegno attraverso un foro apposito, orlato di un anello di metallo: perché a quella tenda nata per viaggiare faceva forse difetto qualche centimetro quadrato di superficie o cubo di volume ma nemmeno un grammo di umana intelligenza.<br />
Allora era come alzare il sipario su uno spettacolo che, anche dopo centinaia di repliche sempre uguali o con minime e impercettibili varianti, lascia ogni volta stupefatti e ammutoliti. E noi, nati e cresciuti in una città dove i cieli notturni sono offuscati dal genio di Edison e tagliati in strisce sottili come nastri per capelli tra i canyon abissali dei palazzi, di quelle repliche ne avevamo viste molto poche. L’ultima volta che avevo contemplato un cielo paragonabile a quello per fittezza della trama e per lucentezza palpitante delle punte d’acciaio azzurrato delle stelle era stato ai tempi del campeggio militare nelle Prealpi Carniche. Ma là abitavo in una tenda larga almeno due volte quella di Fifí e, soprattutto, ci dormivo solo, cosicché le emozioni, quando scostavo il telo blu per invitare una delle costellazioni a me più familiari ad entrarmi in casa per farmi compagnia mentre fumavo, erano di qualità diversa. Forse più forti ancora, perché ero più giovane, più assetato, più felice, più eccitabile e ardente nella mia aspirazione all’assoluto, e perché la solitudine, dinanzi alla dimostrazione superba del mondo in cui è caduta, si espone con più abbandono all’estasi e al terrore. Eppure sentivo dentro di me, in quelle epifanie notturne sulla vetta del Taigeto, che non poteva esserci mai stata né esserci mai più su questa Terra un’emozione cosí stregonesca e prodigiosa come quella che vivevo sotto le stelle con Fifí e che Fifí viveva con me sotto le stelle. Sedevamo l’uno davanti all’altro, il primo con le gambe distese fino a posare i talloni appena oltre la soglia e imprigionato tra le ginocchia piegate del secondo, la schiena contro il petto. Uno sfruttamento razionale ed efficace dello spazio, che ci faceva apparire d’incanto il nostro nido fin troppo grande per due uccellini come noi […].</p>
<p>Quando ero io a stare davanti, Fifí mi posava la punta del mento sull’occipitale e guardavamo il cielo lungo due linee parallele e sovrapposte, una di cozze e una di castagne, come se avessimo inventato lí per lí un nuovo strumento ottico, il tetrocolo della simbiosi Conerotica. Quando le posizioni erano ribaltate, appoggiavo la linea arcuata della gola sulla sua clavicola e sentivo il suo trapezio forte e tenero guizzarmi tra il pomo d’Adamo e il velo pendulo come se, in uno slancio astronomico d’amore, Fifí me lo avesse dato da mangiare. Guardavamo, nient’altro: a volte ci dimenticavamo perfino di fumare. Restavamo là cosí, assisi nel creato, per una mezzora buona, con gli occhi spalancati e con le bocche chiuse, abbracciati, avvolti l’uno dentro l’altro come due bambini che si facessero coraggio di fronte alla rivelazione spaventosa della schiacciante immensità del fuori e della pulviscolare nullità del dentro. Ma non era, in verità, come condividere un’emozione, per quanto forte, con un compagno, per quanto amato. L’aspetto stregonesco del fenomeno stava nella sua capacità di essere osservato, o nella nostra capacità di divorarlo e assimilarlo, in perfetta solitudine pur essendo in due. Non sarebbe mai potuto accadere con nessun altro, questo mi fu chiaro fin dalla prima notte in cui la stregoneria ebbe luogo. Nessun essere umano che avessi mai amato, nemmeno la Dalloway, cosí sobria ed elegante e taciturna, nemmeno la Ramsay, perfino, cosí imbevuta di buon gusto e di cultura letteraria, cosí consapevole della superiorità dell’ineffabile, mi avrebbe permesso di scagliare la mia aspirazione all’assoluto su e giù per i sentieri della Via Lattea senza dire una parola. Parole scelte ed appropriate, come Ecco là Giove! da parte della Dalloway, o Lagrime dal notturno manto! da parte della Ramsay. E l’assoluto si sarebbe all’istante relativizzato: come può sopravvivere, la sete di assoluto, alla distinzione tra pianeti e stelle? come può rimanere ardente, se si inzuppa delle melodiose lacrime del divin Torquato?<br />
Fifí restava muto e sembrava respirare la notte con i miei polmoni. O io coi suoi: la cosa era del tutto indifferente. La nostra era una comunione perfetta entro la quale il problema, pur cosí astratto e metafisico, del come e dove la lama manichea del voler bene dovesse separare i corpi dall’amare non riusciva a intrufolare neppure l’acume della punta. Che importava? Io pensavo: Lo amerò per sempre a modo suo, mi va benissimo. E pensavo di pensarlo con il cervello e il cuore di Fifí.</p>
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		<title>Tutta colpa di feis buk</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/03/04/tutta-colpa-di-feis-buk/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em> Pubblico con grande piacere questo resoconto di due insegnanti delle scuole superiori di Napoli su un&#8217;iniziativa nata spontaneamente e senza sponsor per invitare le ragazze e i ragazzi alla lettura, rendendoli parte attiva e non solo fruitori obbligati. Con l&#8217;augurio che l&#8217;idea possa continuare e crescere in tutto il paese. FM. </em></p>
<p>di <strong> Diana Romagnoli e Maria Laura Vanorio </strong></p>
<p>“Professorè, tutta colpa di feis buk”, con queste parole esordisce una mamma al colloquio genitori-docenti per giustificare l’insufficienza della figlia nella prova scritta di italiano. Mai nessuno ci aveva sintetizzato con tanta efficacia le critiche ai social network, colpevoli agli occhi di genitori e insegnanti, di distrarre i giovani dalla lettura e dalla scrittura, critiche tanto lapalissiane quanto diffuse, se in un recentissimo e augusto consesso di linguisti (De Mauro, Eco, Serianni) lo stesso Eco ha riportato la leggenda metropolitana dello studente che trasforma il povero Nino Bixio in Nino Biperio (D. Pappalardo, <em>La Repubblica</em>, 22/2/2011); e allora tutti contro la lingua contratta e frammentata dei messaggini della <em>texting generation</em>. Il problema naturalmente è quanto mai complesso e per non relegarci al ruolo stucchevole di collezioniste di frasi da bestiario, abbiamo deciso di rifugiarci proprio in un concorso di scrittura. <span id="more-38312"></span>È nata così l’idea di un progetto, <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=205901109423273&#038;ref=ts#!/home.php?sk=group_183321408361773"><strong><em>La pagina che non c&#8217;era</em></strong></a>, che impegnasse gli allievi nella scrittura <em>à contrainte</em>, ideato da tre insegnanti dell’Istituto Statale Superiore “Pitagora” di Pozzuoli (Na), <strong>Raffaella Bosso, Diana Romagnoli</strong> e <strong>Maria Laura Vanorio</strong> con la collaborazione di <strong>Giuseppe Girimonti Greco</strong> e finanziato grazie alla generosità di un Consiglio d’Istituto che l’ha votato insieme a tanti altri progetti educativi.<br />
Per superare la naturale diffidenza dei ragazzi nei confronti dell’ “atto della lettura”, abbiamo pensato di raccoglierli intorno ai libri ricorrendo a un gioco letterario, che consiste nel calarsi mimeticamente e fisicamente fra le pagine di un autore: nell’imparare a riconoscere in modo empirico la traccia delle diverse scritture, nell’imitarle per poi aggiungere la propria pagina, quella che non c’era, in un punto qualsiasi del libro. Per questa prima edizione del premio abbiamo scelto <em>Lo spazio bianco di <strong>Valeria Parella</strong>, Ed. Einaudi, 2008, </em><em>Zoo col semaforo </em> di <strong>Paolo Piccirillo</strong>, Ed. Nutrimenti, 2010 e <em>Bambini bonsai</em> di <strong>Paolo Zanotti</strong>, Ed. Ponte alle Grazie, 2010, e con ciascuno di questi scrittori è stato organizzato un incontro. I docenti e gli alunni hanno aderito con entusiasmo e i contatti con le diverse scuole si sono moltiplicati in poche settimane con un risultato tanto inaspettato quanto gradito, che in questi tempi bui consola non poco.<br />
Ci siamo così trovate a programmare il nostro primo appuntamento il venti dicembre, per  presentare l’idea ai colleghi e agli alunni che avevano risposto al nostro invito, ma alle quattro del pomeriggio l’Aula Magna era ancora vuota; squillavano i cellulari che annunciavano continue disdette da parte degli insegnanti: consigli di classe, riunioni straordinarie e altri motivi li distoglievano dal venire, perché nel frattempo le scuole di Napoli e provincia come quelle di tutt’Italia avevano seguito gli atenei nella lotta alla riforma Gelmini. Anche il liceo “Pitagora” usciva da due settimane di occupazione, un’occupazione decisa durante un’assemblea infuocata alla quale noi docenti avevamo partecipato, ma da cui eravamo stati banditi: i ragazzi volevano protestare da soli, radicalmente diffidenti verso ogni forma di manifestazione che legasse il loro disagio al nostro. A un certo punto però l’aula ha cominciato a riempirsi di allievi sorridenti che da scuole anche lontane hanno raggiunto, pur senza i loro insegnanti, la nostra.<br />
A gennaio e a febbraio abbiamo incontrato Valeria Parrella e Paolo Piccirillo: alcuni studenti li hanno presentati ai compagni, dialogando direttamente con loro senza inutili distanze e gerarchie; tutti hanno avuto la possibilità di avvicinarsi agli autori, discesi dai piedistalli, parlando liberamente. Di questi appuntamenti hanno poi raccolto delle immagini che monteremo in un documentario.<br />
<strong>L’ultimo incontro con Paolo Zanotti si terrà oggi 4 marzo presso il liceo Genovesi di Napoli alle 15.30</strong>: anche questa volta ci sposteremo in un nuovo liceo, infatti, abbiamo deciso di riunirci in scuole della città e della provincia sempre diverse, perché ci piace pensare che il progetto possa unire e collegare luoghi e istituzioni scolastiche anche lontane fra loro, delineando idealmente uno spazio geometrico nel quale espandersi e favorendo in tal modo il  confronto tra gli allievi e una migliore relazione con i loro professori.<br />
Infine, la parte propositiva e creativa dei ragazzi senza insegnanti: la stesura della pagina fantasma, che invieranno alla commissione composta dalle docenti organizzatrici e dai tre autori, i quali con un gioco nel gioco si imiteranno a vicenda. Verranno premiati tre lavori, uno per ciascuno scrittore, con un buono simbolico da spendere – ancora una volta –  in libri.<br />
Il prossimo anno l’utopia è quella di continuare, facendo diventare il nostro un concorso nazionale, alla ricerca dello sponsor che non c’era. Tante le suggestioni teoriche sulle quali stiamo meditando, sicuramente qualche critica nell’impostazione metodologica ce la siamo meritata, ma se, fuor di retorica, di vittoria si può parlare, questa è da ricercare nella risposta dei ragazzi, che hanno letto attentamente tre libri e per una volta senza scaricare le trame da internet. La scrittura è allora solo un’astuzia, e nemmeno tanto segreta, un gioco che si presenta come un fine, ma che, invece, per l’appunto, è un mezzo.<br />
E se anche a noi scriventi è concesso di aggiungere “la pagina che non c’era”, ci viene voglia di inserirci tra le righe del bel libro di Luca Serianni, <em>L’ora d’italiano</em>, Ed. Laterza, 2010. Naturalmente il nostro obiettivo non è quello di formare scrittori, convinte come siamo con Beniamino Placido che in Italia ci sono sempre stati troppi scrittori e pochi lettori: abbiamo la pretesa di insegnare, attraverso questo lusus oulipiano, la grammatica della scrittura, della lettura e della fantasia (Rodari), dalla quale potrà germinare da sé il piacere di leggere che non può mai essere imposto.</p>
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