<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Giuseppe Raudino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giuseppe-raudino/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 12 Aug 2025 08:42:13 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Il fabbro di Ortigia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/13/il-fabbro-di-ortigia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Aug 2025 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bibliotheka Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Raudino]]></category>
		<category><![CDATA[Il fabbro di Ortigia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[siracusa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=113788</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Raudino</strong> <br /> Le cartoline, allora, servivano a rassicurare la famiglia. Le spedivo a casa da ogni porto in cui attraccavamo. Una cartolina con l’indirizzo di Siracusa ma senza testo, senza saluti, senza firma. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Raudino</strong></p>
<p><em>Il brano che segue è l&#8217;incipit di <a href="https://www.bibliotheka.it/libro/9788869349492?srsltid=AfmBOooZyyHeB7r5M2lKSjArtOYBeFiYrBz9g7zvMmGLmQpDOYKI7oGo">Il fabbro di Ortigia</a>, romanzo di Giuseppe Raudino pubblicato da Bibliotheka Edizioni (2024)</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-115153" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-683x1024.jpg" alt="" width="380" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-696x1044.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>Da libeccio, Ortigia mi appare come una femmina di pietra nuda, accosciata sul fianco dritto in posizione fetale, il dorso a levante, il profilo che si specchia nel porto grande, i capelli umidi che sventolano nel tremolio sciroccoso del porto Lachio.</p>
<p>C’è un punto preciso nel cielo, non troppo alto, cinquecento metri all’incirca, un punto preciso tra gli scogli di Castelluccio e la fortezza del Maniace, più o meno sospeso a mezz’aria sull’arco mediano che attraversa l’imboccatura del porto, dal quale è stata scattata la foto riprodotta sulla cartolina che ora tengo in mano. Deve essere stata presa da un velivolo leggero, come uno degli idrovolanti IMAM che avevamo a bordo dell’incrociatore.</p>
<p>Le cartoline, allora, servivano a rassicurare la famiglia. Le spedivo a casa da ogni porto in cui attraccavamo. Una cartolina con l’indirizzo di Siracusa ma senza testo, senza saluti, senza firma. Se avessi scritto dove mi trovavo avrei rivelato informazioni militari, rischiando la corte marziale. Il nemico stava lì ad ascoltare e avrebbe potuto approfittarne. Così ci dicevano: di stare attenti a ogni piccola informazione, anche insignificante, che potevamo rivelare inavvertitamente e che poteva costarci la pelle. Allora bastava una cartolina in bianco, tanto mia madre sapeva che ero io a spedirla, e da ciò capiva che stavo bene, che ero vivo e dove mi trovavo. Pescara, Napoli, Trieste: il timbro postale o l’illustrazione dicevano tutto.</p>
<p>Mia madre era apprensiva. Le volevo molto bene. Mio padre non aveva mai dato l’impressione di essere preoccupato. Non si preoccupava mai di niente, lui, e così doveva essere anche nei miei riguardi. Mi sapeva imbarcato nella Regia Marina e quello già era un privilegio, rispetto alla truppa, alla fanteria dagli scarponi sgualciti e dai moschetti che si inceppavano e puzzavano di rancio. Mia madre no, lei era sempre in pensiero. Io ero il suo preferito, il figlio più piccolo, quello che aveva desiderato a lungo dopo tante sorelle e qualche monello pestifero. Mi aveva desiderato diverso. Un po’ più chiaro di capelli e carnagione, e con gli occhi azzurri. Avrei dovuto somigliare, nei suoi desideri, a un bambolotto che teneva in soggiorno, riposto con grazia sempre sulla stessa poltrona. Un bambolotto dagli occhi di vetro azzurri, anzi celesti. Quando nacqui, mio padre quasi la rimproverò. Aveva un tono burbero, come sempre, e le disse che l’aver fissato troppo a lungo quel bambolotto tanto strano aveva influenzato il mio aspetto al pari di una magherìa. Ero venuto fuori io, con gli occhi celesti e i capelli biondi, come ci si aspetterebbe da un siciliano che nel sangue, a distanza di ottocento anni, ha ancora qualche traccia ereditata dai Normanni. Ma forse poteva trattarsi anche di qualche gene degli Svevi, ché in Germania non sono certo in pochi ad avere i capelli biondi.</p>
<p>La fortezza che protegge l’ingresso del porto siracusano è del periodo svevo. Me lo raccontò un mio professore, alla scuola d’arte. La fece diventare così come appare oggi l’imperatore Federico II. Dove ti giri giri, ci diceva quel professore, in Ortigia vedi svevi, normanni, angioini, aragonesi, greci, romani, arabi e borboni. In ordine sparso.</p>
<p>Io da bambino non ho mai capito le differenze architettoniche, e neanche ora ci faccio troppo caso. Per me Ortigia è lo scoglio che racchiude tutte queste diversità in modo misterioso, lo scoglio in cui sono nato nel 1921 e dove ho giocato ininterrottamente tutti i pomeriggi nei rioni della <em>Spidduta</em> e della <em>Masciarò</em>.</p>
<p>***</p>
<p>Un giorno ero seduto sul gradone d’ingresso della bottega di mio padre. I Currò erano fabbri ferrai. Anch’io lo sarei diventato, anni dopo, ma quel giorno ero ancora molto piccolo. Forse non avevo nemmeno due anni. Sentivo il martello battere ritmicamente contro qualche lastra poggiata sull’incudine e, negli intervalli, il mantice soffiare contro i tizzoni ardenti per alimentare la fucina. Mia madre si era allontanata per delle compere. Perché riuscisse a fare più in fretta e a portarsi più borse, mi aveva lasciato da mio padre, che mi aveva ordinato di giocare per strada. Forse temeva che un bambino così piccolo potesse ferirsi facilmente tra arnesi incandescenti e acuminati; o forse era solo infastidito nel vedermi gironzolare per la bottega mentre lui e i suoi fratelli stavano lavorando.</p>
<p>Con la fronte sudata e la faccia appena annerita, mi aveva guardato severo. «Tu vai fuori», mi aveva intimato, ma non ti muovere da quella porta, aveva aggiunto indicando l&#8217;ingresso. Nella mia vita gli avrei disobbedito qualche volta, in certe occasioni anche con spiccata veemenza, come quel giorno che gli comunicai di volermi arruolare, ma in genere sapevo che era un uomo brusco al quale conveniva ubbidire. Lo avevo capito anche in tenerissima età e quel giorno io mi misi buono buono davanti alla bottega senza muovermi di un passo.</p>
<p>Quando mia madre tornò dal mercato, chiese conto della mia assenza. Mio padre, meravigliato, esplorò ogni angolo della bottega, pensando che fossi entrato senza essere notato. Poi si tolse il grembiule e girò tutti i cortili, tutti i ronchi e tutte le vie limitrofe alla bottega. Chiedeva in giro ma nessuno mi aveva visto. Tutti erano presi ad ascoltare la radio, che parlava di grandi fermenti a Napoli, dove Mussolini, da protagonista sul palco, aveva rilasciato dichiarazioni pesanti: o ci danno il governo o ce lo prendiamo.</p>
<p>La gente, anche nella periferia del Regno – e non esisteva più periferia di Siracusa –, si interrogava sulle sorti del Paese e vociferava delle possibili conseguenze per loro vite, già afflitte da lutti e miseria che la Grande Guerra aveva portato nelle loro famiglie neanche un lustro prima. Mio padre era tornato dal fronte con una rabbia e un disgusto per la guerra, che le parole propagandiste dei fascisti e di d’Annunzio lo mandavano in bestia. Odiava ogni parola di elogio nei riguardi della guerra e del combattimento, perché lui aveva combattuto davvero, obbligato dai regi carabinieri che ti fucilavano alle spalle se provavi a disertare, e che ti facevano fare la stessa fine qualora ti fossi dato latitante e ti avessero trovato e arrestato con l’accusa di renitenza alla leva.</p>
<p>Chi sapeva leggere, raccontava ai propri conoscenti analfabeti come la stampa trattasse l’ascesa dei fasci, e riassumeva le accuse incrociate che fascisti da una parte, e liberali e socialisti dall’altra, si scambiavano con articoli al vetriolo. La tensione si percepiva anche attraverso i resoconti radiofonici che, per quanto addomesticati, lasciavano trasparire la gravità di quello che stava per accadere al Paese. Un cambiamento epocale era alle porte. I siracusani erano tutti intenti a discutere di politica anche se, in concreto, i loro pidocchi sarebbero rimasti attaccati alla stessa miseria, tanto lontana dai centri del potere romani e dai tavoli delle decisioni. Loro discutevano, chi osannando, chi avversando Mussolini, chi bestemmiando grottescamente, chi facendo del sarcasmo sulla minuta statura del re, sia fisica che morale. Potevano permetterselo, potevano chiacchierare con spavalderia e senza ricorrere ai sussurri, perché sapevano che difficilmente le voci della periferia sarebbero state udite da chi aveva il potere di fargliela pagare. O almeno sarebbe stato così per un po’, prima che quelle orecchie indiscrete si fossero intrufolate profondamente nel tessuto sociale di ogni più remoto villaggio, accompagnate dal nerbo di bue e dal nero della camicia.</p>
<p>I siracusani d’Ortigia erano tutti intenti a chiacchierare nei cortili baciati dal sole di fine ottobre e mio padre era intento a cercarmi e non mi trovava.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La nostalgia della madre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/07/06/la-nostalgia-della-madre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2023 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[66thand2nd]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Raudino]]></category>
		<category><![CDATA[Il bambino e le isole]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=103994</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Raudino </strong>  <br /> La vera sorpresa di questo romanzo è dunque l’orizzontalità della Liguria, questo arco che tanto somiglia a un sorriso sottosopra e che viene percorso da destra a manca e viceversa lungo i binari ferroviari.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Raudino</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-103998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID-150x220.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID-286x420.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID.jpg 300w" sizes="(max-width: 205px) 100vw, 205px" />Verticalità e orizzontalità sono i segni che nel corso degli ultimi due millenni si sono caricati di un più alto significato spirituale ben incarnato nel cristianesimo. Tuttavia questa carica semantica si manifesta nella loro immediata contrapposizione, come nel segno di croce: il sigillo verticale della relazione tra l’uomo e Dio, e la fratellanza orizzontale tra l’uomo e il suo prossimo.<br />
Marino Magliani, narratore ligure residente nei Paesi Bassi, ci aveva finora raccontato la sua terra natia in termini di verticalità, con le preziose ambientazioni di valli, colline e rocce che discendono nel mare, ben descritte sia nel <em>Cannocchiale del tenente Dumont</em> (2021) che in <em>Peninsulario </em>(2022). Adesso, invece, come puntualizza lui stesso nella postfazione del nuovo romanzo, ci offre un’inedita orizzontalità della sua Liguria, forse influenzato dalla piattezza dei paesaggi olandesi, descrivendola da Levante a Ponente con lo sguardo che naviga sottocosta o ben prossimo alla riva, scrutando il mare in cerca di isole vicine e lontane. E così, contrapponendosi alla verticalità celebrata negli scritti precedenti, Magliani dà alle stampe <em>Il bambino e le isole (un sogno di Calvino)</em> per le edizioni <a href="https://www.66thand2nd.com/libri/492-il-bambino-e-le-isole-(un-sogno-di-calvino).asp">66thand2nd</a>.</p>
<h2>Un pellegrinaggio paraferroviario</h2>
<p>La vera sorpresa di questo romanzo è dunque l’orizzontalità della Liguria, questo arco che tanto somiglia a un sorriso sottosopra e che viene percorso da destra a manca e viceversa lungo i binari ferroviari. Protagonista di questo insolito viaggio è un bambino che abbandona la propria madre e si trasforma in un “vecchio pellegrino ferroviario”. Un giovane che diventa vecchio, dunque. La bellezza del racconto consiste non solo nella sovrapposizione spazio-temporale di luoghi, ma anche nelle stratificazioni anagrafiche del personaggio principale, un bambino del quale non si sa bene se si stia imbarcando in un’avventura di vagabondaggio per sfuggire a una madre troppo apprensiva o se stia ubbidendo al destino che un celebre scrittore avrebbe designato proprio per lui. Lo scrittore, in questo caso, è Italo Calvino, che, oltre a comparire nel titolo del libro, in vita ebbe forti legami con la terra di Magliani e che in Magliani ha lasciato una forte traccia di ammirazione.</p>
<h2>Una vita senza attraversare</h2>
<p>La peculiarità della storia di questo bambino è seguire i binari senza mai attraversarli (raccomandazione materna alla quale non si sottrae per tutta la vita), e campare di espedienti mentre i giorni, le stagioni e gli anni si susseguono. Teniamo presente, in nome dell’orizzontalità, che la Liguria è solcata trasversalmente dalla rete ferroviaria, e questa peculiarità detta le oscillazioni narrative tra Ponente e Levante. Da bambino, il protagonista diventa adolescente, e poi uomo maturo, e poi anziano, fino al declino fisico accompagnato da un pizzico di crescente irriverenza, perché si sa che una vita dura finisce per rendere più saggi e disincantati, e perfino più allergici alle regole. Eppure il vecchio vagabondo, prossimo a chiudere il ciclo della propria esistenza, presenta in qualche modo delle strette somiglianze con il bambino che era stato un tempo, ed è pronto a emozionarsi per un incontro o un ricordo. In ultima analisi, il vecchio è il bambino coincidono, sono simultaneamente la stessa persona, non c’è scarto tra i distinti piani temporali.</p>
<h2>La madre coincide con l’isola</h2>
<p>Nel girovagare tra est e ovest, alcuni posti sono toccati più di una volta, ma non sono mai osservati dallo stesso sguardo. I luoghi sono a volte uguali a sé stessi, sono trasformati dal di dentro o dal di fuori. Gli occhi del protagonista si posano sulla costa, scrutano dentro le gallerie buie, si riparano dai riflessi accecanti, ma soprattutto sono alla ricerca di qualcosa di più impalpabile, di un’isola lontana o vicina, dell’imponente Corsica o degli isolotti prossimi, come il Tino, Palmaria e Bergeggi, Gallinara e Alassio.<br />
Questa frenetica osservazione delle isole liguri spinge il protagonista ad alcune riflessioni che portano alla personificazione delle isole stesse: le “isole non sono mica eterne, ci sono e se ne vanno”. Come le persone.<br />
La chiave per comprendere il senso profondo di questo romanzo la si può ottenere facendo coincidere la figura materna con il concetto di isola: la madre è colei dalla quale all’inizio il bambino scappa semidisubbidiente e alla quale giunge nella vecchiaia per un fugace incontro al di fuori del tempo. Scrive infatti Magliani: “La voce di lei [della madre] emergeva dalle rive, o da più lontano, proveniva dalle isolette che la costa seminava tra i suoi occhi e l’orizzonte”. Le isole sono il richiamo della donna che lo ha generato e dalla quale il protagonista si separa volontariamente (“Le isole, come l’esilio perfetto”).</p>
<h2>Una mappa di odori e relazioni</h2>
<p>Nella postfazione Magliani puntualizza che questo suo libro è “una mappa, qualcosa di puramente geografico e nello stesso tempo cronologico”. Io aggiungerei che è una mappa di relazioni: il bambino incontra o sogna di incontrare dei personaggi chiave che arricchiranno spiritualmente il suo viaggio. Spesso sono artisti e letterati come Italo Calvino, Camillo Sbarbaro e Carlo Levi. A volte ci sono forti indizi che tra le righe del romanzo prendano forma intellettuali del calibro di Antonio Tabucchi e Carlo Bo, rievocati per scritture e traduzioni altisonanti, ma alla fine quella che accompagna incessantemente il protagonista è la figura della madre-isola.<br />
A prova di ciò, avviene a un certo punto una trasformazione nel protagonista che conferma la teoria della madre trasfigurata in isola: all’inizio il protagonista racconta che “gli mancava così tanto una madre che l’avrebbe raggiunta a nuoto, se avesse saputo nuotare”, e qualche pagina più avanti, a seguito dell’incontro con un maestro che gli insegnerà a nuotare, lo stesso protagonista gioirà affermando che “sentiva la madre più accanto, ne sentiva l’odore, non il profumo di violetta che usava prima di uscire, ma il suo odore di madre”. E ancora, a ribadire il forte legame tra odore e ricordo, oltre che tra isola e madre: “lui la scoprirebbe per il suo odore di madre. Ora crede di saperlo bene cosa è la nostalgia. Non è mica la nostalgia del passato o del tempo futuro o di una regione, è solo la nostalgia di noi stessi”.</p>
<h2>L’impalpabilità di un sogno che comincia</h2>
<p>Dopo una vita trascorsa a rincorrere un sogno altrui (di Calvino) che in seguito ha fatto proprio, un sogno che lo tiene lontano dal calore domestico, l’incontro con la madre si carica di toni commoventi: nonostante la presunta vicinanza fisica, lei resta ancora impalpabile come un’isola che si vorrebbe tanto raggiungere a nuoto ma che è appena troppo lontana, e questa impalpabilità viene resa con maestria attraverso la leggerezza di un vestito che svolazza al vento, con il rifiuto di mangiare qualcosa (esiste nulla di più fisico del cibo?), con la proposta di lei di portare la bisaccia e la maglietta pulita del figlio da qualche parte misteriosa, con il verosimile intento di dare sollievo al figlio dopo le fatiche del vagabondaggio, rimuovendo quel fardello nell’ultimo tratto della vita di costui, precedendolo e serbandogli una candida veste metafisica che il figlio avrebbe presto ritrovato dopo aver finalmente guadato il fluire dei binari, quei binari che per tutta la vita aveva affiancato senza mai attraversare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il fotogramma</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/19/il-fotogramma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2023 06:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Raudino]]></category>
		<category><![CDATA[Il fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[spagna]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=101697</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Raudino</strong> <br /> Mi sono passati accanto due uomini della guardia civil in sella a due splendidi andalusi bianchi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Raudino</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cattedrale-maiorca.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-101835" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cattedrale-maiorca-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cattedrale-maiorca-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cattedrale-maiorca-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cattedrale-maiorca-634x420.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cattedrale-maiorca.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Mi sono passati accanto due uomini della <em>guardia civil</em> in sella a due splendidi andalusi bianchi. Zoccoli scalpitanti, muscoli tesi, una linea di schiuma come un febbrile sudore. Andatura possente. I simboli di virilità si sprecano, così non capisco quei berretti dalla visiera corta e quelle camicie azzurrine da polizia municipale.<br />
Sono seduto su una panchina a <em>Parc de la Mar</em>, proprio dove è avvenuto il fatto. A malapena riesco a vedere uno dei due rosoni dell’imponente cattedrale di Palma. Ci sono punti in cui si riflette tutta sull’acqua, ed è uno spettacolo di linee gotiche che scorrono sulla superficie vibrante, di pienezze e vacuità e chiaroscuri che tremano appena sull’incresparsi dello specchio salmastro.</p>
<p>Immagino che la macchina, cadendoci dentro, abbia generato prima una scia, come quelle che lasciano le papere in navigazione sugli stagni, e poi sia crollata a picco dopo qualche metro.<br />
La forma della cattedrale specchiata nella notte sarà stata simile a una lacrima che vibrava nella fioca controluce di una candela, mentre l’abisso notturno si inghiottiva i due passeggeri. Che tragedia. Un uomo e il figlio della compagna. Una tragedia, un incidente inevitabile. Ma siamo sicuri che sia stata davvero una fatalità?</p>
<p>Diamo subito i nomi, perché se continuiamo a chiamarli con appellativi generici rischiamo di non percepirli per quello che sono: esseri umani veri a cui è capitato qualcosa di inaccettabile. Uomini, donne, bambini, vittime, cittadini, padri, madri e figli: quelli sono tutti e nessuno, nessuno e centomila. Le vittime di questa storia sono tre: Juan Carlos, alla guida; il piccolo Giancarlo, sul seggiolino accanto a lui; e Veronica, che li stava aspettando a casa e che da allora continua ad aspettarli.</p>
<p>Conosco Veronica da vent’anni, ben prima che dall’Italia si trasferisse a Maiorca, prima che nascesse Giancarlo dalla precedente relazione e prima che conoscesse Juan Carlos.<br />
Appena mi è giunta la notizia, ho preso il primo aereo e sono corso qui. Non so se lei abbia capito, compreso a fondo. Sta nel suo letto, non parla, non mangia. Si lascia fare le flebo per tenersi viva e tenere così vivo il dolore. Le ho promesso che farò del mio meglio, ma non so se abbia capito anche questo. Non posso condurre un’indagine come in Italia, non ho contatti ufficiali con la <em>guardia civil</em>. Qui sono solo un turista, il poliziotto posso farlo solo a Roma.</p>
<p>Poco prima di partire, mi sono andato a guardare su Google Earth tutti i punti citati dagli articoli di cronaca dei giornali maiorchini. Me li sono studiati da ogni angolazione tramite Street View e poi li ho incrociati con i percorsi probabili di quella sera.<br />
Il piccolo Giancarlo era andato a una festa di compleanno. Veronica preparava la cena e Juan Carlos era andato a prendere il bambino per riportarlo a casa. Vivevano da sei mesi insieme, lei si era trasferita nell’attico di lui appena fuori il centro. Veronica mi aveva mandato le foto e mi aveva invitato ancora una volta perché venissi a trovarla. Avrei preferito accettare l’invito in circostanze più gioiose…<br />
Dicevo dei percorsi. Tra l’indirizzo della festa e l’attico di Juan Carlos, <em>Parc de la Mar</em> non è di passaggio. C’è stata di certo una deviazione, una deviazione inaspettata, forse.<br />
Non sappiamo quando l’auto sia caduta in acqua, perché non ci sono testimoni, per cui non sappiamo nemmeno se, dopo aver preso alla festa Giancarlo, Juan Carlos sia andato direttamente là, nel luogo dell’incidente, oppure abbia prima incontrato qualcuno da quelle parti. Gli inquirenti stanno cercando di capirci qualcosa su orari e percorsi andando a visionare le immagini delle telecamere di sicurezza sparse un po’ ovunque, ma ci vorrà del tempo. Forse avrò accesso a qualche dato per mezzo dell’avvocato di Veronica, che le ho immediatamente consigliato di consultare e che mi pare segua un po’ troppo pigramente il caso.<br />
Quello che sappiamo finora è che non sono state trovate tracce di frenata prima del salto in acqua, per cui si ipotizza un colpo di sonno.</p>
<p>A me l’ipotesi del colpo di sonno non sembra plausibile. Non alle nove di sera. Veronica dice che non era stanco né stressato, questo è riuscito a farmelo capire. Prima di mettersi in macchina non aveva toccato nemmeno una lattina di birra. Non usava droghe o medicinali che potessero influire sulla guida.</p>
<p>In genere, era una persona nell’apparenza equilibrata. Veronica l’aveva conosciuto a una mostra d’arte in Italia e i due si erano subito piaciuti. A quel tempo era separata da poco. Giancarlo aveva due anni circa ma Juan Carlos non si era lasciato scoraggiare quando aveva appreso che lei aveva già un figlio. E così le aveva fatto ugualmente la corte in modo spudorato e l’aveva invitata da lui, alle Baleari. Doveva essere una vacanza di una settimana e invece c’era rimasta per tutti questi anni. Le piaceva la vita isolana, meno caotica di quella di Roma, eppure non meno divertente. C’era a Palma un modo diverso di occupare il tempo, con meno traffico e più ristoranti di pesce. Aveva trovato facilmente un lavoro in una agenzia immobiliare dove cercavano qualcuno che parlasse l’italiano e in cambio le fornivano un appartamento in centro niente male a un prezzo molto conveniente. Ciò che le restava dello stipendio al netto delle spese era una somma discreta, e in più aveva sole e mare tutto l’anno. I fine settimana li dedicava a esplorare l’isola e, quando si ricordava di questo vecchio amico dell’università che sarei io, mi inviava qualche foto: la spiaggia dove nuotava Anais Nin, lo studio di Picasso, il pianoforte con cui Chopin aveva composto una celebre sonata, la casa di Robert Graves, la tomba di Raimondo Lullo. Sembrava che tutti i grandi fossero passati da Maiorca in punta di piedi.</p>
<p>Io non andai mai a trovarla. Mi sentivo a disagio perché lei non conviveva con Juan Carlos e loro due conducevano una vita quasi da fidanzati piuttosto che da partner stabili. Mi imbarazzava l’idea di lasciarmi ospitare da lei mentre il fidanzato abitava nel suo appartamento qualche chilometro più in là. E così mi trovai sempre qualche scusa. Invece ci incontravamo a Roma, immancabilmente per una pizza o almeno un caffè, quello sì, perché lei tornava un paio di volte l’anno a trovare i suoi. Juan Carlos non l’accompagnava mai. Io Juan Calos l’ho solo in visto in foto: da vivo, e ora anche da morto. Tutti i quotidiani non hanno pubblicato altro, negli ultimi giorni. Perfino una foto di lui con Giancarlo, che hanno reso irriconoscibile per deontologia professionale e per pietà, coprendo gli occhi con un rettangolo nero che rende l’immagine ancora più triste.</p>
<p>Juan Carlos non mi è mai piaciuto. Ripeto, non lo conosco affatto, ma uno che non viaggia mai insieme alla propria compagna… Mi pareva volesse tenere le distanze. Non so, non riesco a farmene un’alta opinione.</p>
<p>***</p>
<p>Il mio spagnolo parlato è molto arrugginito ma a leggere me la cavo benissimo. Sfogliando un quotidiano, mentre sono in cerca di indizi, mi cade l’ occhio su un trafiletto: un’orchestra italiana dà un concerto alla cattedrale proprio questa sera. Ho sentito parlare di questo direttore, un pallone gonfiato che però sa il fatto suo. Sono incuriosito e decido di andare.<br />
Il concerto è prima di cena, al vespro, e quando sono nel mastodontico edificio capisco il perché di questa scelta insolita. Il rosone, al tramonto, si lascia attraversare da un fascio luminoso perfettamente allineato che ne proietta i colori esattamente sotto il secondo rosone, sulla facciata opposta. La figura proiettata conserva la stessa policromia e i due cerchi si sfiorano, quasi a formare un otto.<br />
Che spettacolo: mentre l’orchestra suona divinamente, si forma sulla parete dell’abside questo otto gigante. Se il sette è il simbolo cristiano della perfezione, come i giorni per creare l’universo, che è perfetto, come la somma tra Dio trino e i quattro punti cardinali terresti; l’otto è il sette più uno, ovvero la perfezione in sovrabbondanza, come la celebrazione delle ottave, come l’intervallo musicale ascendente che corrisponde all’estasi.<br />
Dentro la cattedrale mi pareva di assistere anche a me a un’estasi, alla transverberazione dell’infinito, che poi l’infinito si rappresenta con una cifra che è un otto coricato.</p>
<p>***</p>
<p>Quando esco dal concerto sono scosso. La vista di quella proiezione policroma, unita all’armonia sovrannaturale della musica suonata dall’orchestra sotto la direzione di quel talentuoso maestro, mi hanno fatto sentire sospeso come in un altro mondo. Contemplavo le volte gotiche, il soffitto altissimo, le campate e le navate, l’altare appena nascosto dai musicisti, il silenzio profondo di quel luogo sacro. Mi sentivo quasi a contatto col mistero divino.</p>
<p>Appena uscito fuori ho riacceso il telefono e sono comparse alcune notifiche. Tra di esse, ho subito notato quella di un mio amico che si intende molto di social e di ricerche online, tanto che lavora come responsabile per la comunicazione di una nota <em>influencer </em>italiana, una stella nel mondo del <em>fashion blogging</em>.<br />
Avevo chiesto aiuto a questo mio amico per reperire materiale online sull’incidente che è costato la vita a Juan Carlos e al piccolo Giancarlo. Per questo ho aperto il suo messaggio con apprensione. Mi scrive di essere riuscito a trovare un fotogramma di un istante prima dell’incidente. L’ha reperito in un gruppo privato di forze di polizia su Facebook. Ha preteso di essere una giovane recluta della <em>guardia civil</em> in procinto di essere assegnata a Soller e l’hanno ammesso. Che gran figlio di puttana, questo mio amico: a forza di viaggiare con la sua bella amica <em>influencer</em>, parla tante lingue e mastica bene persino il catalano.<br />
Ad ogni modo, questo fotogramma non è stato ancora acquisito agli atti dal giudice, ma rivelerebbe una grande novità secondo gli agenti che se lo scambiano online per un confronto di opinioni: il fotogramma mostrerebbe un tentativo di frenata. Strano che la perizia non abbia rilevato tracce di pneumatici sul luogo.</p>
<p>Un fotogramma,dunque. Solo un fottutissimo fotogramma. I commenti parlavano chiaro: non era un’immagine estrapolata da un video ma piuttosto una foto vera e propria, come quella di un autovelox.<br />
Io me la sono guardata e riguardata a lungo, questa foto. Torno al <em>Parc de la Mar</em> per capire quale congegno l’abbia scattata, e si tratta proprio di un apparecchio che entra in funzione quando un veicolo accede a quell’area interdetta al traffico. Lo scopo è quello di immortalare il numero di targa e risalire al proprietario del mezzo per recapitargli una bella multa. La macchina fotografica è fissata a un palo, in alto. Evidentemente scatta la foto anche dal lato opposto, dopo che il veicolo è entrato nella zona pedonale, così può riprendere la targa anche se si tratta di una moto.<br />
La foto è di una nitidezza incredibile. Sembra in tonalità di grigio, come le se le immagini fossero state riprese grazie a un sensore a infrarossi. Malgrado il buio, dunque, si vedeva nitidamente la scena dentro l’abitacolo, e questo mi ha fatto impressione. Mi ha fatto impressione vedere la faccia tesa di Juan Carlos pochissimi istanti prima della sua morte e, accanto a lui, la faccia di Giancarlo seminascosta da un palloncino della festa da cui si era appena accomiatato. Il palloncino è chiaramente uno di quelli gonfiati con l’elio, in grado di volare e trattenuti da un filo, la cui estremità è generalmente ben serrata nelle mani di un bambino.<br />
La foto non lasciava spazio a dubbi: il palloncino, non solo fluttuava contro il tettuccio della macchina, ma era tutto proiettato contro il parabrezza, spinto chiaramente in avanti per inerzia. Qualunque altro oggetto non ancorato e libero di muoversi si sarebbe comportato così, scagliandosi in avanti contro il parabrezza, appena il guidatore avesse pigiato il pedale del freno.</p>
<p>***</p>
<p>Rientro a casa di Veronica, la trovo sotto sedativi. L’infermiera che la accudisce mi consiglia di riposare e di rilassarmi con un bel bagno caldo, perché la donna si sarebbe svegliata solo il giorno successivo.<br />
Decido di seguire quel consiglio e mi preparo un bel bagno profumato. La vasca è enorme e lussuosissima. Appena mi immergo, sento il mio corpo fluttuare. Avverto una leggera sonnolenza, mi appisolo un istante e quando mi sveglio sono nel mio appartamento romano immerso nella vasca da bagno a casa mia.<br />
Che brutto sogno. Ma che fortuna che sia stato solo un sogno. Oggi in ufficio ho avuto una giornata pesante e queste sono le conseguenze. Mi sento risollevato per il piccolo Giancarlo, eppure in me prevale quel sentimento di strazio che ho provato sognando e che adesso si attarda a svanire nonostante sia sveglio, come un cattivo odore che non vuole abbandonare una stanza malgrado si vadano ad aprire tutte le finestre. Forse so come far dissipare quell’afrore: devo parlare con qualcuno di questo sogno strambo e così l’incubo sarà libero di volare via. Ovviamente non posso confidarmi con Veronica, perché sarebbe di cattivo gusto; se fossi sposato, ne avrei parlato con mia moglie; con i colleghi poliziotti non è il caso, hanno già tanti pensieri tetri con cui convivere. Non mi resta che parlarne con mio padre, che è un vecchio professore di matematica in pensione ed è ben lieto di ricevere telefonate che interrompano la sua solitudine. Non è la persona più adatta con cui discutere di faccende legate ai sogni e all’inconscio, ma per lo meno sa ascoltare bene.<br />
Afferro il telefono. Il suo numero è tra le mie ultime chiamate in uscita. Ho ancora l’asciugamano attorno ai fianchi e cammino scalzo fino all’armadio in cerca di qualcosa da mettere. Dopo qualche convenevole, vedo al sodo e gli racconto tutto i sogno, senza tralasciare alcun dettaglio.<br />
Quando ho finito lui sospira a lungo. Mi chiede se ricordavo la storia del rosone e gli allineamenti di luce. Me l’aveva raccontato lui anni prima, quando gli avevo parlato dell’imminente trasferimento di Veronica a Maiorca. Mi dice che il fenomeno avviene il 2 di febbraio e l’11 novembre, date simmetriche al solstizio d’inverno. Gli allineamenti astrali lo hanno sempre affascinato, perché ci sono i numeri dentro, e questi numeri li conoscevano già alla perfezione gli astronomi del passato. Poi mi dice una cosa che, se possibile, mi scuote ancora di più: che il palloncino di elio che si schianta contro il parabrezza non è un segno di frenata ma di accelerazione.<br />
Mi riprendo subito dallo shock e gli faccio presente che non ha senso quello che dice. Deve essersi sbagliato, non è logico: un oggetto si proietta in avanti per inerzia in caso di frenata, come un passeggero sull’autobus che cade in avanti se all’improvviso scatta il rosso e l’autista pigia il pedale del freno troppo bruscamente.<br />
Mio padre mi risponde che invece è logico ciò che mi ha detto lui, cioè che il palloncino, in caso di frenata, non va in avanti come tutti gli altri oggetti, ma indietro. La forza di inerzia è in questo caso trascurabile, perché l’elio è leggerissimo, addirittura più leggero dell’aria. Il palloncino è soggetto alla legge di Archimede, come un corpo umano che entra in una vasca: avendo il corpo umano un peso specifico più leggero di quello dell’acqua, riceve una spinta verso l’alto, contraria alla forza di gravità che invece lo spinge in basso. Lo stesso l’elio con l’aria: l’elio è specificamente più leggero e allora l’aria circostante, nella quale è immerso, lo spinge verso l’alto.<br />
Continuo a non capire perché il palloncino, in caso di frenata, dovrebbe andare verso il lunotto posteriore anziché verso il parabrezza. Mio padre mi risponde dicendomi che il principio del grande Archimede vale anche in orizzontale: la macchina, frenando, sposta per inerzia &#8211; quello sì &#8211; un quantitativo d’aria maggiore verso il parabrezza. Schiaccia l’aria dell’abitacolo verso il parabrezza. L’aria là davanti dentro la macchina diventa più concentrata, più “pesante”. La reazione del palloncino d’elio è quella di essere spinta verso dietro, con una forza di verso opposto, che punta verso i sedili posteriori. Generalmente l’unica forza che si applica al principio di Archimede è quella della gravità terrestre, verso il basso, e la reazione avviene verso l’alto. Ma se la forza applicata al principio di Archimede avviene in avanti, la reazione si avrà nel senso opposto, cioè verso dietro.</p>
<p>***</p>
<p>Chiudo con mio padre, che ha il tatto di non darmi dell’ignorante, e chiamo Veronica. Sembra contenta di sentirmi. Chiedo in generale come va. Mi pare che la mia domanda sia un grilletto che faccia scattare l’esplosione. Va male, malissimo, e in più ha fatto uno strano sogno su Giancarlo. Dice di averlo visto in compagnia di tanti altri bambini su un arcipelago tropicale. Lei non riusciva a raggiungerlo e Giancarlo viveva là in una specie di stato selvaggio e primordiale, desiderando di tornare a casa ma impossibilitato a farlo. A una madre basta uno sguardo per capire quello che passa per la testa e per il cuore dei propri figli. Erano tutti bambini soli e dovevano arrangiarsi senza genitori e adulti. Mi racconta pure che ultimamente non va tanto bene con Juan Carlos: è nervoso, si incazza per qualsiasi sciocchezza, soprattutto per il disordine che porta in giro Giancarlo, sempre più pasticcione e curioso di sperimentare. Fogli, matite colorate, mattoncini Lego dappertutto, mobili, maniglie e telecomandi toccati con le mani unte di patatine.<br />
Le faccio qualche domanda più specifica, per capire la serietà di questi atteggiamenti di Juan Carlos. Non sono uno psicologo, ma i criminali li conosco e sono noiosamente prevedibili. Li puoi raggruppare in poche categorie archetipiche che si contano sulle dita di una mano.<br />
Più risponde alle mie domande, e meno la faccenda mi piace. Gli chiedo dove si trovi adesso Juan Carlos, da come mi parla liberamente ho capito che non è in casa.<br />
Veronica mi dice che è assente per lavoro e tornerà tra un paio di giorni.<br />
Ascoltami, le dico, penso che tu e Giancarlo siate in pericolo. Prendo il primo volo e ti raggiungo. Anch’io ho un sogno da raccontarti, ma lo farò di persona. Se pensi che possa rincasare prima del previsto, vai con Giancarlo in un albergo e aspettami lì.<br />
Veronica si fida. Non protesta, non sminuisce. Forse la mia telefonata era ciò che aspettava senza saperlo, ciò di cui aveva bisogno.<br />
Arrivo a Fiumicino in meno di un’ora, faccio il biglietto e mi imbarco. Una hostess mi fa accomodare al mio posto. La guardo: io ho un debole per le donne dai capelli biondi, ma questa, per essere una brunetta, è molto carina, anzi è proprio bella. Quando siamo in volo, porgendomi una tazza di caffè, non posso fare a meno di notare il suo polso pieno di braccialetti tutti tintinnanti che mi ricordano i sonagli di un trastullo per neonati.</p>
<p>Veronica si fida. Non protesta, non sminuisce. Forse la mia telefonata era ciò che aspettava senza saperlo, ciò di cui aveva bisogno.<br />
Arrivo a Fiumicino in meno di un’ora, faccio il biglietto e mi imbarco. Una hostess mi fa accomodare al mio posto. La guardo: io ho un debole per le donne dai capelli biondi, ma questa, per essere una brunetta, è molto carina, anzi è proprio bella. Quando siamo in volo, porgendomi una tazza di caffè, non posso fare a meno di notare il suo polso pieno di braccialetti tutti tintinnanti che mi ricordano i sonagli di un trastullo per neonati.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: la cattedrale di Palma di Maiorca)</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quintetto d’estate</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/29/quintetto-destate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2022 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Raudino]]></category>
		<category><![CDATA[Ianieri Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Quintetto d'estate]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=99793</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Raudino</strong> <br /> Lo Ionio, alla loro destra, li aveva accompagnati per quasi tutto il tempo, offrendo il suo azzurro intenso come segno di profondità e potenza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/9791280022585_0_536_0_75.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-99955 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/9791280022585_0_536_0_75.jpg" alt="" width="250" height="404" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/9791280022585_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/9791280022585_0_536_0_75-186x300.jpg 186w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/9791280022585_0_536_0_75-150x242.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/9791280022585_0_536_0_75-300x485.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/9791280022585_0_536_0_75-260x420.jpg 260w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a></p>
<p>di <strong>Giuseppe Raudino</strong></p>
<p>L’assiolo non accennava a smettere. Il suo verso copriva perfino il suono incalzante delle spazzole sul piatto. Un sorso e poi un altro ancora lo riportarono a quella notte d’autunno inoltrato, quando il ritmo della serata veniva scandito anche dal percussionista che accompagnava Chet Baker. Ileana non aveva voluto allontanarsi dalla stufa – si era infreddolita sulla moto – e diceva di essere stanchissima. Allora Stefano scostò le due poltrone e srotolò un materassino proprio sul pavimento davanti alla stufa, adagiandoci sopra due, tre plaid.<br />
Ileana aveva deciso.</p>
<p>«Vieni qui» disse dopo essersi seduta sul materasso e vedendo lui che stava per tornare sulla poltrona.</p>
<p>Stefano si sedette dietro di lei e l’abbracciò. Le baciò i capelli. Poi scostò i capelli e le baciò il collo, vicino alla nuca. Ileana rabbrividì, come se le vibrazioni latenti di quando erano arrivati avessero avuto un’impennata, al pari di un motore silenzioso al quale si dà bruscamente gas.<br />
Al secondo bacio andò meglio; al terzo i brividi cominciarono a diminuire e il desiderio a crescere. Mentre Stefano le sfilava il maglione, Ileana afferrò una coperta e la mise sulle spalle di entrambi. Quasi nudo, Stefano si alzò per infilare l’ultimo ciocco di legno nella stufa e richiudere velocemente lo sportellino, per poi tornare subito da Ileana, che nel frattempo si era sdraiata e lo invitava su di sé tendendo appena le braccia.<br />
«Fa’ in fretta, ché sento freddo» comandò lei. «Vieni a scaldarmi».<br />
Per il ragazzo fu un ordine dolcissimo da eseguire, come se qualcuno lo avesse costretto ad assaggiare un miele prelibato. Mentre facevano l’amore, i loro occhi si incrociavano sporadicamente; quando il suo sguardo vagava altrove, si posava sul rame dorato dei suoi capelli, che in quel momento parevano avere un profumo melato, e sulla fronte, dove mancava l’incavatura del naso. L’affanno del respiro, insieme col calore della stufa troppo vicina, accesero le sue guance come la buccia di certe mele appetitose.<br />
Solo dopo l’amplesso, il corpo di Ileana cadde in una quiete profonda. Non tremava più, non era più scossa dall’incertezza che ogni slancio verso una nuova storia comporta.</p>
<p>***</p>
<p>Arrivarono senza soste intermedie a Messina. Lo Ionio, alla loro destra, li aveva accompagnati per quasi tutto il tempo, offrendo il suo azzurro intenso come segno di profondità e potenza. Al di là dello stesso mare, a cinquecento chilometri, c’erano la Grecia e le sue isole, Zante, Itaca e Cefalonia, che fanno da guardia all’ingresso del golfo di Patrasso, collegato al lungo porto di Corinto. Proprio da Corinto, guidati da Archia, erano partiti i primi coloni che avrebbero fondato Siracusa sull’isola di Ortigia ventisette secoli prima.<br />
Il maestro, che amava Siracusa e la sua storia, gettando uno sguardo al mare, si chiedeva quali misteriosi segreti fossero sepolti lì sotto per sempre e di quali affascinanti avventure erano state testimoni le onde che sospinsero le triremi greche alla conquista della Magna Grecia.<br />
Imbarcato il camper sul traghetto, salirono tutti sul ponte per sgranchirsi le gambe. Il maestro si avviò sulla fiancata est della nave e si affacciò per ammirare meglio il mare. Sull’altra fiancata, il Tirreno non lo interessava, voleva soltanto respirare il profumo dello Ionio, immergersi nei suoi colori e ammirare le sue profondità tenebrose. Il vento sullo stretto spirava caparbiamente.<br />
Ileana si avvicinò al maestro, che si accorse di lei per il profumo di gelsomino misto a cedro e muschio. Ileana parve che al maestro fosse spuntata qualche lacrima di tristezza o di malinconia, non una di quelle che vengono fuori da occhi arrossati per il troppo vento.<br />
«Eccoti, bella» le disse cambiando espressione, dopo essersi strofinato gli zigomi con il polso «ci mancavi tu a completare il quadro ionico dell’antica Grecia».<br />
Il maestro aveva questo modo di porsi: enigmatico, pieno di sensi nascosti. Chi si accontentava della superficialità lo ascoltava e basta, senza capire, ma i suoi veri allievi erano invitati a tirar fuori da lui la conoscenza, facendo domande.<br />
«In che senso, maestro?» chiese Ileana, ma gli altri quattro si erano già avvicinati perché non era l’unica ad aver sentito quell’affermazione e a voler conoscere il seguito.<br />
«Questo pomeriggio in autostrada gettavo qualche occhiata al mare, e in primo piano avevo i piedi di Calliroe. Lo sapete che ha un piede greco, vero? L’avevate notato? Si vede anche quando indossa i sandali. Ecco, allora ho collegato subito il piede al mare greco. Poco fa mi è capitato di ascoltare Martina che utilizzava una sferza di parole dialettali che derivano dal greco: <em>’ntamatu,</em> <em>vastasu, babbiari</em>. Ora, mentre guardo Messina allontanarsi, sullo sfondo ci sono la città e il suo mare, e in primo piano il tuo profilo, Ileana, un profilo elegante, fine, gentile. Un profilo greco. Ci avete mai fatto caso che tutto ciò che è comunemente ritenuto greco ha un’accezione di bellezza e armonia? Il naso greco e il piede greco sono considerati belli. Peculiari, ma belli. Almeno da chi se ne intende, come la totalità dei pittori classici. Trovatemi un quadro in cui la bellezza femminile venga dipinta senza che i piedi e il profilo siano alla greca».<br />
I ragazzi già smanettavano col cellulare per scaricare immagini di dipinti di Tiziano e Caravaggio per zoomare sulle dita dei piedi e sui nasi.<br />
«Ha ragione, maestro» disse Fabrizio.<br />
«Eh già» disse il maestro con tono sardonico, «ma non lo sapevi che il maestro ha sempre ragione? Specialmente quando ha torto».<br />
Stefano si guardava bene dal commentare: mezza parola sbagliata avrebbe potuto liberare tutto il sarcasmo del maestro, che lo avrebbe fulminato e coperto di ridicolo.<br />
«Comunque, c’è anche un’altra cosa, oltre al profilo greco di Ileana: il flauto. Le navi da guerra greche, le temute triremi, avevano a bordo un flautista, chiamato aulete, che, suonando, dava il ritmo ai rematori. Immaginate quanto poteva essere difficile per centocinquanta rematori muovere i remi in perfetta sincronia. La musica aiutava i greci anche nelle cose pratiche della vita. Il mondo senza musica sparirebbe».<br />
«Che tipo di flauto usavano i greci?» chiese Fabrizio.<br />
«Te lo spiego quando non ci sono le ragazze» ironizzò il maestro.<br />
La sirena del traghetto suonò con prepotenza e si impose violentemente alle orecchie di tutti i passeggeri. Come tanti rumori del mondo caotico e moderno, la sirena penetrava i timpani senza dare scampo agli ascoltatori non consenzienti, allo stesso modo del traffico o delle chiacchiere da bar.</p>
<p><em>NdR: il brano che precede è tratto da &#8220;Quintetto d’estate&#8221;, di Giuseppe Raudino (Ianieri Edizioni, 2022)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-24 19:31:06 by W3 Total Cache
-->