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	<title>globalizzazione &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>A che punto è la notte? (appunti per una decodifica culturale del trumpismo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Mar 2025 06:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura liberale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> A prima vista il successo di Trump appare connesso con l’uso spregiudicato e abile, ma non abilissimo, di due miti. Il primo è quello della nazione incarnato dal MAGA e il secondo è quello della tecnologia incarnato da Musk, che non a caso si è portato dietro tutta la Silicon Valley.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-111652" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/540px-Stihl_kettensaege.jpg 540w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>A prima vista il successo di Trump appare connesso con l’uso spregiudicato e abile, ma non abilissimo, di due miti. Il primo è quello della nazione incarnato dal MAGA e il secondo è quello della tecnologia incarnato da Musk, che non a caso si è portato dietro tutta la Silicon Valley.</p>
<p>Sul primo sarà sufficiente ricordare che è un tema tipico della destra la spiegazione della decadenza o delle sofferenze di un paese con il tradimento e la corruzione delle classi dirigenti. Esso ha molteplici esempi e, per limitarci all’Italia, la vittoria mutilata su cui Mussolini costruì la presa del potere e D’Annunzio la sua popolarità, è uno di quelli più nitidi. Il fatto che le classi dirigenti siano effettivamente corrotte e non credibili, è il caso tanto dei gruppi dirigenti degli attuali Stati Uniti quanto di quelli dell’Italia liberale, non cambia la natura mitologica di questo discorso. Infatti sono mitiche l’evocazione di un passato dai tratti volutamente vaghi e l’indicazione della risoluzione dei problemi della nazione con l’arrivo al potere di un vero patriota che risolleva magicamente la situazione. Del resto la promessa di tornare grandi è una delle possibili declinazioni di quel “mettere il passato in scatola, con tante maiuscole”, che Furio Jesi indicava come uno dei tratti caratteristici della cultura di destra.</p>
<p>Sul secondo occorre innanzi tutto precisare che il ruolo di Musk come uomo forte dell’amministrazione ha ovviamente risvolti, obiettivi e modi di intervento molto concreti, ma per il senso di queste note a me interessa trattarne soprattutto l’aspetto simbolico, anzi di simbolo incarnato funzionale all’ideologia. Il mito della tecnologia ha infatti un duplice significato: uno è quello di, per parafrasare le parole di Jesi sul passato,  mettere il futuro in scatola a lettere maiuscole, cioè la promessa che nel futuro tutti i problemi saranno risolti da una forza sovrumana come la tecnologia; Il secondo è quello specificamente neoliberista del futuro nella forma di aspettativa di ricchezza (non a caso l’eccezionale capitalizzazione di borsa di alcune società chiave di Musk non è dovuta ai profitti realizzati nel presente, ma alle aspettative di crescita). Va però precisato che a differenza del mito della nazione, che perlomeno nel Novecento è stato tipico delle forze reazionarie, quello della tecnologia ha attraversato l’arco di tutte le posizioni politiche, dalla rivoluzione sovietica al fascismo passando per le liberaldemocrazie, perlomeno nella prima delle due accezioni. Del resto la partecipazione degli imprenditori della Silicon Valley, cioè di un settore innovativo che per i suoi legami con la new economy clintoniana è sempre stato considerato progressista, alla cerimonia di insediamento di Trump aveva valenza mitologica mettendo in scena la tecnologia che presenziava alla nascita di una nuova era. In particolare Trump e Musk si pongono su questo piano come interpreti di un’idea che nella cultura statunitense odierna è profondamente condivisa in diversi ambiti, direi maggioritari, della società, compresi alcuni che avversano politicamente il trumpismo. Si tratta di quello che Evgenij Morozov ha chiamato il soluzionismo ossia la convinzione che qualsiasi problema sociale possa essere risolto tramite la tecnologia. Tale idea è centrale perché è uno degli strumenti fondamentali per camuffare scelte politiche da scelte tecniche neutrali e sarà uno degli strumenti a cui ricorreranno il presidente e il suo doppio nel loro attacco alla democrazia. Allo stesso tempo il soluzionismo è patrimonio anche di quelle élite politiche e finanziarie che si oppongono (si oppongono sempre nel quadro di una logica interna di sistema) ai due e dunque è stato criterio dell’azione anche di amministrazioni passate.</p>
<p>L’uso del mito in politica è storicamente uno dei caratteri del fascismo, se a questo aggiungiamo le pulsioni autoritarie tipiche e i propositi ostentati di imperialismo vecchio stile, l’identificazione di Trump con esso sembrerebbe indiscutibile, ma in questo caso tale equivalenza è ingannevole e rischierebbe di portarci fuori strada. Non solo la riproposizione dell’antifascismo in un quadro di rispetto formale delle prerogative del parlamento e di assenza di una censura generalizzata e perciò ben visibile non sarebbe comprensibile alla maggioranza, ma sfuggirebbero anche gli aspetti specifici e nuovi del trumpismo. Del resto mancano qui almeno tre decisivi elementi del fascismo classico: il partito unico organizzato in forma paramilitare come elemento di inquadramento delle masse, l’esaltazione dello stato, mentre qui al contrario il taglio e il restringimento sono lo scopo esibito, e l’identità controrivoluzionaria, visto che non c’è nessuna rivoluzione da combattere.</p>
<p>L’idea del fascismo eterno, secondo la formulazione che le dette Umberto Eco nella nota conferenza tenuta alla Columbia University nel 1995, è una delle più diffuse oggi tra i democratici di ogni paese e, purtroppo, delle più fuorvianti. Non perché i caratteri che Eco attribuisce al fascismo siano in sé sbagliati e nemmeno perché molti di essi sono comuni a movimenti tradizionalisti e reazionari che non sono stati fascisti, ma perché l’idea di sottrarre il fascismo ai rapporti storici e sociali concreti che lo hanno determinato per trasformarlo in un oggetto logico astratto da applicare a ogni situazione si traduce poi nella sua trasformazione in una sorta di contromito accecante e distorcente. L’applicazione della logica popperiana antistoricista nella sfera della politica produce effetti rovinosi. Questa identificazione impedisce inoltre di vedere che anche vecchie caratteristiche assumono in un altro contesto un significato politico differente: per esempio l’estetizzazione della politica negli anni Trenta è fuor di dubbio un tratto tipicamente fascista, ma con la diffusione dell’apparato mediatico essa diventa una pratica che coinvolge sistematicamente anche le liberaldemocrazie e quindi assume un valore politico diverso. Del resto nell’azione di Trump vediamo una politica aggressiva degli annunci, dunque una politica mediatica che paga molto sul breve periodo, ma sul medio potrebbe rivelarsi discretamente autolesionista, e il ricorso non a una legislazione straordinaria, insomma allo stato di eccezione, ma a una legislazione ordinaria sfruttando l’anomalia americana in cui sono ancora in vigore leggi dei secoli passati, che possono essere usate, in un quadro di legalità formale, con fini antidemocratici nell’attuale contesto: leggi che sono state mantenute in vigore o approvate da amministrazioni precedenti.</p>
<p>Se dovessimo trovare un riferimento più efficace per cogliere pienamente la linea di Trump, la nozione più utile è quella di dittatura liberale che ha utilizzato Massimo De Carolis in un suo intervento sul presidente argentino Milei, non a caso tra i principali alleati di Trump (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=W2gO6Qi2fhs">https://www.youtube.com/watch?v=W2gO6Qi2fhs</a>). L’espressione dittatura liberale viene tratta dalla nota intervista in cui il premio Nobel Von Hajek esprimeva il proprio favore alla dittatura militare cilena di Pinochet, dichiarando di preferire una dittatura liberale a una democrazia senza liberalismo. In particolare la mescolanza di richiami alla difesa della libertà degli individui dalla dittatura dello stato e le  contestuali spinte alla repressione di minoranze e oppositori si spiegano proprio nell’idea che i migliori, cioè i vincitori della competizione naturale in economia ovvero i ricchi, vanno difesi dal risentimento contronatura dei perdenti e allo stesso tempo vanno lasciati liberi di esprimersi. Questa peculiare posizione viene resa popolare tramite l’attacco alla casta, ma a differenza dei populisti che hanno l’idea per così dire di trovare migliori rappresentanti del popolo, qui l’idea stessa di popolo viene eliminata: esiste una massa di individui perdenti a cui viene offerta la possibilità di vendicarsi delle loro sofferenze sui politici corrotti e su varie minoranze indicate come responsabili della situazione e allo stesso tempo la possibilità dell’identificazione simbolica con i migliori che hanno vinto. La motosega che Milei brandisce nei comizi è il simbolo del rancore individualista e della liberazione delle energie dei migliori, cioè i più ricchi, che lo stato pretende di imbrigliare.</p>
<p>Tale genealogia del trumpismo (Pinochet, scuola di Chicago, anarcoliberismo) dimostra che esso è un esito non necessario, perché in storia non c’è nessuna dimensione deterministica, ma possibile della globalizzazione. Tale considerazione implica una concezione della globalizzazione diversa da quella dominante, dovuta alla cultura liberale, come un’epoca di pace, di diffusione della civiltà e dei diritti umani grazie all’effetto armonizzante del mercato unico mondiale, in cui guerre e dittature sono retaggi del passato (basterà ricordare a titolo di esempio la dichiarazione di Obama su Putin, dopo l’occupazione della Crimea nel 2014, che andava in senso contrario alla storia). La realtà ha dimostrato che la globalizzazione non solo è stata un’epoca assolutamente propizia all’imperialismo e alle guerre per motivi sostanziali di carattere economico, ma che è stata distruttiva della democrazia nella misura in cui i grandi capitali e i relativi capitalisti hanno assunto una dimensione finanziaria tale da superare quella di quasi tutti gli stati, salvo gli stati continente, con conseguente perdita di sovranità di questi stessi. Purtroppo non si conoscono forme di democrazia al di fuori di quella degli stati nazione perché la democrazia si basa su una forma di politicizzazione diffusa dei cittadini che nasce dai diritti politici garantiti dalla costituzione. Naturalmente non si tratta di rincorrere le chimere sovraniste, ma di recuperare l’impostazione del movimento no global che a cavallo del millennio aveva colto le tendenze fondamentali della globalizzazione e cercava di articolare una risposta politica all’altezza. L’idea, derivante da questa immagine della globalizzazione, che in Occidente la democrazia sia stabilita una volta per tutte o al massimo sia minacciata da nemici esterni è un’idea sbagliata e pericolosa. Ma questo tema ci porterebbe molto in là, per il discorso che intendo fare qui mi limito a sottolineare che accostarsi all’idea del trumpismo e delle sue varianti come retaggi del passato, come peraltro suggerisce l’uso del termine fascismo, è assolutamente deleterio, perché bisogna considerarli in realtà come anticipazioni di un futuro evitabile ma possibile e manifestazioni per nulla casuali del presente. Bisogna liberarsi, cioè, dalla forma mentis assolutamente fuorviante di trovarci di fronte a un passato che ritorna mentre ciò che arriva è un tipico prodotto della contemporaneità.</p>
<p>Poco prima della fine del suo mandato Joe Biden ha rilasciato una dichiarazione culturalmente molto importante invitando a guardarsi dalle minacce che gli oligarchi tecnologici possono portare alle democrazie. Con tali parole Biden sdoganava nel lessico politico e giornalistico il concetto di ‘oligarca’ in relazione agli Stati Uniti, che finora veniva usato solo per i paesi dell’ex Unione Sovietica. D’altro canto era sorprendente che tali affermazioni provenissero da un esponente del partito democratico statunitense, che, a cominciare dalla deregulation sotto la presidenza Clinton, è stato a pari merito con i repubblicani edificatore della presente oligarchia. D’altra parte Biden non pensava che tutti i grandi capitalisti, tutti i gruppi di interessi siano negativi per la democrazia, ma che esistano degli oligarchi buoni e degli oligarchi cattivi, per dirla con una semplificazione. Chi sono gli oligarchi buoni? In realtà fino a qualche tempo fa Elon Musk e tutti i giganti della Silicon Valley, quando ancora erano progressisti e collaboravano con le amministrazioni democratiche erano considerati tali. Questa dichiarazione non è però frutto solo di opportunismo politico, ma corrisponde a una precisa necessità ideologica, se non ci fossero oligarchi buoni, non sarebbe sostenibile l’idea della globalizzazione liberista, che ha consentito agli oligarchi di raggiungere dimensioni di ricchezza pericolose per la democrazia, come evento positivo. E’ un atteggiamento che troviamo, per esempio, anche nel film <em>Il lupo di Wall street</em> di Martin Scorsese, in cui l’anomalia è individuale e non sistemica.</p>
<p>Questo tipo di impostazione però rende impossibile qualunque critica radicale del trumpismo come forma oligarchica e la prova ci è stata offerta qualche giorno fa in Italia da Giorgia Meloni. Quando le è stato obiettato il rapporto di vassallaggio con Elon Musk, la presidente del consiglio non ha negato che l’imprenditore sudafricano fosse un oligarca, ma ha obiettato alla sinistra i suoi rapporti con Soros, da lei considerato più considerato pericoloso di Musk. L’imbarazzata e ambigua difesa del finanziere teorico della società aperta fatta da Bersani in una trasmissione televisiva è stata l’eloquente rappresentazione dell’empasse culturale della sinistra liberal globalista nello svolgere un credibile ruolo di critica nei confronti del trumpismo, al di fuori dello stretto perimetro dell’area dei suoi sostenitori.</p>
<p>Si tratta quindi di riconoscere che il trumpismo è una variante estremista del neoliberalismo e che non esiste critica radicale di Trump senza una critica di esso. Queste posizioni sono le uniche che possono garantire una cornice unitaria e potenzialmente egemonica a tutta quella serie di diritti delle minoranze che sono investite dall’attacco di Trump che altrimenti rischiano di essere voci nel deserto. Allo stesso tempo bisogna riconoscere che se questo è un passo essenziale per determinare a che punto è la notte, sono molti altri i fattori perché la presidenza Trump appare essere un’accelerazione della crisi statunitense, dalle dinamiche difficili da prevedere.</p>
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		<title>Il ritorno dello scontro delle civiltà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Huntington]]></category>
		<category><![CDATA[scontro delle civiltà]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> La guerra in Ucraina ha riportato in auge il concetto di scontro di civiltà che aveva conosciuto una sua prima fama negli anni novanta in occasione della definizione delle priorità della politica estera statunitense dopo la vittoria nella Guerra Fredda e l’emergere del fondamentalismo islamico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-106501" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/BoettiMappa-1-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/BoettiMappa-1-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/BoettiMappa-1-150x101.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/BoettiMappa-1.jpg 385w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La guerra in Ucraina ha riportato in auge il concetto di scontro di civiltà che aveva conosciuto una sua prima fama negli anni novanta in occasione della definizione delle priorità della politica estera statunitense dopo la vittoria nella Guerra Fredda e l’emergere del fondamentalismo islamico. Il padre di questa nozione è stato il più importante teorico neocon del secondo Novecento Samuel Huntington, che la elaborò per smorzare gli entusiasmi della parte più liberal dell’amministrazione statunitense, incline a seguire le idee di Fukuyama sulla globalizzazione pacifica garantita dall’apertura al libero mercato che avrebbe arricchito tutti e portato a usare le istituzioni liberaldemocratiche in ogni angolo del mondo. La tesi di Huntington, ineffetti, sostiene che esistono nove civiltà nel mondo e ciascuna delle quali è incardinata su costanti culturali sostanzialmente immodificabili nel lungo periodo, quindi qualsiasi apertura a idee di un’altra civiltà e in particolare a quella occidentale si limita al prelievo di alcuni singoli aspetti, per esempio la tecnologia, che non modificano però la natura di fondo della civiltà, i suoi modelli organizzativi e in definitiva valori e aspirazioni. A conferma della sua tesi Huntington citava l’esempio della Turchia, nella quale era stato promosso da Ataturk in poi un salto di civiltà da quella islamica a quella occidentale, che però era sostanzialmente fallito.</p>
<p>Benché le fonti del concetto di scontro di civiltà  siano riconducibili al pensiero conservatore inglese del Settecento contrario all’universalismo illuminista della rivoluzione francese, al Burke che ai diritti dell’uomo dichiara di preferire quelli di un inglese, ritengo che con questo libro Huntington volesse occupare un ruolo analogo a quello giocato da Tacito nel dibattito imperiale romano con opere come l’<em>Agricola</em> o la <em>Germania</em>, nelle quali erano descritti i rischi potenziali, ideologici e pratici, per il primato dell’impero. Ovviamente una categoria come quella di scontro di civiltà è una categoria tipicamente imperialista proprio perché, eliminando dallo spazio del suo discorso la stessa  categoria di imperialismo, rivela la posizione ideologica e storicamente determinata di chi persegue un progetto di conquista considerando naturale l’espansionismo e non frutto di scelte politiche e della pressione di determinati modi di produzione.</p>
<p>Ora il fatto che questo concetto sia tornato alla ribalta con l’aggressione russa all’Ucraina in prima battuta non è particolarmente significativo. Esso potrebbe apparire, e in qualche misura è,  la riformulazione in termini più aggiornati di un classico argomento della propaganda antirussa ossia la Russia come paese dominato dal dispotismo asiatico che minaccia la civiltà europea: fu usato dagli anglofrancesi durante la guerra di Crimea, dai tedeschi in entrambe le guerre mondiali e da tutti con la rivoluzione russa. L’espressione letteraria più interessante di questo motivo la si trova in <em>Insaziabilità</em> dello scrittore polacco Witkiewicz, non a caso scritto durante gli anni di Pilsudski della quale epoca il romanzo riflette l’immaginario politico. Il ricorso odierno a tale tema è anche una tipica testimonianza di quell’anticomunismo senza comunisti che è uno dei fenomeni ideologici più costitutivi del nostro tempo, ma su cui non c’è spazio qui per soffermarsi.</p>
<p>In realtà l’imperialismo di Putin rientra in pieno nelle categorie e nella storia occidentali: basti pensare all’evento culturale che ha accompagnato l’invasione dell’Ucraina, ossia alla grande mostra pietroburghese su Pietro il Grande, cioè uno dei grandi zar occidentalisti, che vedeva nell’impero russo una delle potenze europee e appunto trasferiva la capitale più a Ovest nella nuova città fondata sul Baltico. E molti dettagli ci suggeriscono che fosse autentica la aspirazione putiniana di portare la Russia nella NATO. Anche la sua tesi sul fatto che gli ucraini e i russi siano in realtà lo stesso popolo e che l&#8217;indipendenza ucraina sia colpa di Lenin, che si è inventato questa strana storia delle nazionalità usata poi dagli stranieri contro la Santa Madre Russia, ha molte corrispondenze con esempi occidentali. A tal proposito vorrei ricordare un passo curioso di una conferenza di Milan Kundera del 1983 sul dominio sovietico sull’Europa centrorientale, che però Adelphi ha meritoriamente ripubblicato nel 2022 a suggerirne la sua attualità, dal titolo <em>Un occidente prigioniero</em>, nel quale, nel ricordare le varie nazionalità mitteleuropee che lottarono nell’Ottocento contro l’Impero austriaco per la loro sopravvivenza come comunità nazionale, lo scrittore omette di citare quella slovacca, pur elencando tutte le altre (“le lotte nazionali di polacchi, cechi, ungheresi, croati, sloveni, romeni, ebrei” op.cit. p.60). Infatti per molti cechi della generazione di Kundera, e di quelle precedenti, gli slovacchi non sono altro che dei cechi che si ostinano a chiamarsi in modo diverso.</p>
<p>Ma questa è per così dire la superficie della questione. L’aspetto più profondo del ricorso odierno al concetto di scontro di civiltà però può essere colto a partire dall’osservazione che nella situazione attuale esso è stato usato in prevalenza da liberal, desiderosi di mostrare che quella che si sta svolgendo in Ucraina è una guerra tra democrazia e autocrazia, ossia da quella cultura politica che, giusto venti o trent’anni fa, aveva avversato l’introduzione di questo concetto. Non credo che questo cambiamento sia dovuto a un ricorso strumentale a esso per giustificare alcune scelte attuali, ma a un’evoluzione politica autentica sempre all’interno di una coscienza ideologica imperialista: in altre parole sarebbe ritenuto più adatto alle necessità politiche e strategiche nell’attuale fase di guerra. Infatti la cultura politica liberal negli anni novanta aveva criticato questa nozione non in quanto imperialista, ma in nome di un’altra ideologia imperiale, quella che indicava negli Stati Uniti i garanti e promotori della legalità internazionale, che puniscono ed emarginano quegli stati canaglia che non accettano il nuovo ordinamento. In quel caso, minacciando gli stati canaglia la pace, diventa legittima la guerra preventiva contro di loro. Oggi semplicemente con equilibri di forza cambiati e perso parzialmente il controllo dei mercati internazionali, l’idea della legalità internazionale non serve più o meglio non è più sostenibile (da qui la critica di parte occidentale all’Onu), ma ci vuole un ritorno all’imperialismo classico. Questo però ci dice non solo che una fase, quella della globalizzazione si è chiusa, ma che si apre una fase di guerra protratta.</p>
<p>Il carattere ideologico e imperialista del concetto di scontro tra civiltà si coglie proprio nell’attribuzione all’imperialismo russo di caratteri radicalmente diversi dalla cultura occidentale, quando è facilissimo rintracciare anche in tempi recenti azioni, strategie e valori del tutto analoghi. In altre parole per spiegare il nazionalismo estremo che ha portato l’entourage putiniano a nutrire la delirante illusione di poter invadere un’Ucraina, controllata da milizie nazionaliste e preparata militarmente (come ha ricordato Merkel, la partecipazione francotedesca agli accordi di Minsk serviva solo a dar tempo agli ucraini di organizzarsi militarmente), senza rischi militari, in una sorta di riedizione dell’invasione della Cecoslovacchia, mandando le sue truppe impreparate incontro alla disfatta subita intorno a Kiev nei primi giorni di guerra, non occorre scomodare Stalin o Gengis Khan, ma basta guardare alle guerre dell’amministrazione Bush in Afghanistan e in Iraq. E’ indubbio che il ricorso al concetto di scontro di civiltà porta il vantaggio di offrire all’opinione pubblica degli occhiali rosa con cui guardare a qualsiasi iniziativa presa dagli Stati Uniti o dai suoi alleati anche in palese contraddizione con i principi liberaldemocratici dichiarati, come dimostra la sostanziale acquiescenza (o forse è più corretto scrivere complicità) all’eccidio di Gaza di questi mesi praticata dall’opinione pubblica liberal.</p>
<p>E, tuttavia, vi è un altro aspetto della guerra in Ucraina che viene a influire sulla concezione dello scontro di civiltà rispetto alla sua formulazione originaria: infatti uno degli aspetti centrali della strategia occidentale era l’affossamento economico della Russia, invischiata nella guerra, tramite sanzioni economiche particolarmente severe. Ora al termine del secondo anno di guerra l’economia europea langue o è in recessione, mentre quella russa ha ripreso a crescere. Questo significa non solo che la maggior parte del mondo non ha seguito Stati Uniti e Unione Europea nella sua lotta, ma che anche le sue classificazioni economiche (vale la pena di ricordare che il PIL della Russia è di poco superiore a quello della Spagna e dunque, secondo gli esperti occidentali, le sanzioni avrebbero dovuto essere devastanti) si stanno rivelando poco credibili per il resto del mondo.</p>
<p>Ora il concetto di scontro di civiltà permette all’opinione pubblica occidentale e occidentalista di andare oltre gli scacchi che la realtà le pone davanti chiudendosi in una sorta di riedizione in forma più transitoria e precaria della coscienza infelice. In questa variante però il piano astratto dell’ideale immutabile non è il mondo celeste, ma un’età dell’oro della globalizzazione, in cui la gente viveva pacificamente di libero mercato, dai tratti marcatamente fantastici, visto che fin dal primo momento la globalizzazione è stata accompagnata dal rombo dei carri armati e degli aeroplani di guerra. E’ chiaro che una costellazione morale del genere crea un terreno favorevole all&#8217;accettazione di qualsiasi tipo di avventura militare grazie alla coscienza di essere, sul piano astratto immutabile dell&#8217;ideale, dei pacifici difensori dei diritti dell&#8217;Uomo, costretti transitoriamente  a usare le maniere forti.</p>
<p>E’ quanto stiamo vedendo a Gaza in questi giorni. La rappresaglia, che ormai per dimensioni non ha più alcun rapporto con l’attacco di Hamas, serve palesemente solo a uccidere più palestinesi possibile per consentire al primo ministro israeliano di mantenere il proprio posto, incurante dell’incendio che sta propagando. Eppure la coscienza infelice occidentale può continuare a raffigurarsi come umanitaria grazie all’idea dello scontro di civiltà e questo è anche l’unico modo per non fare i conti con la disapprovazione del resto del mondo.</p>
<p>Si tratta di una crisi morale in quanto crisi della ragione. E sul piano individuale, oltre a constatarla, c’è ben poco da fare per non esserne coinvolti. Eppure in questo contesto l’analisi politica, la critica dell’ideologia e la lettura materialista dei motivi reali del conflitto, della terza guerra mondiale a pezzi come è stata appropriatamente definita, rifiutando ogni consonanza emotiva non rappresentano solo un barlume di razionalità, un tentativo di restare lucidi, ma anche una linea di condotta etica nel mantenere la barra dritta nella ricerca delle cause e delle responsabilità precise, che è anche un modo, in un mondo che si esprime ormai solo per iperboli, petizioni di principio e grida emotive destinate a giustificare il sangue che sta per essere versato, anzi l’unico modo forse di restare umani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Da un rifugiato all&#8217;altro ( Dettagli)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2022 06:01:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Hannah Arednt]]></category>
		<category><![CDATA[rifugiati]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br />  ‘Anzitutto non vorremmo essere definiti “rifugiati”’, così comincia l’articolo Noi rifugiati di Hannah Arendt, del 1943]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-100426" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Nansen-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Nansen-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Nansen-150x215.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Nansen-300x431.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Nansen-293x420.jpg 293w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Nansen.jpg 335w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" /></p>
<p>‘Anzitutto non vorremmo essere definiti “rifugiati”’, così comincia l’articolo <em>Noi rifugiati </em>di Hannah Arendt, del 1943 e opportunamente ristampato oggi, nel quale racconta con sobrietà autobiografica e rigore filosofico la propria esperienza di rifugiata. Letterariamente, dato il titolo dell’articolo, è un incipit geniale come lo possono essere solo certe constatazioni della realtà, tanto evidenti quanto normalmente sottaciute. L’appassionato di dettagli, il dettagliante, non potrà fare a meno di notare che per buona parte di quelle persone che oggi si trovano nei vari nonluoghi più o meno concentrazionari posizionati alle frontiere del mondo occidentale, in cui finisce o comincia chi non ha i documenti a posto, riuscire a farsi definire ufficialmente ‘rifugiato’ significa invece abbandonare questa condizione di inesistenza legale, che Arendt ascrive alla condizione di rifugiato, per trovare finalmente posto dietro una figura legalmente riconosciuta e socialmente accettata, anche se disprezzata da parte di una fetta considerevole della società. Certo questo rovesciamento è proprio il portato delle esperienze tragiche della seconda guerra mondiale per cui la figura del rifugiato è diventata una situazione riconosciuta perlomeno nelle legislazioni e nelle costituzioni dei paesi democratici, come fa per esempio l’articolo10 della Costituzione italiana. E poi non bisogna esagerare con i paragoni, dai centri di detenzione per i migranti fortunatamente qualcuno ce la fa a uscire e a campare la sua vita, mentre se Arendt, approfittando dei giorni di interregno tra il governo francese e l’occupazione tedesca nel 1940, non fosse scappata dal campo di internamento di Gurs, dove le autorità francesi internavano le ebree tedesche fuggite dalla Germania di Hitler in quanto ebree perché divenute sospette in quanto tedesche, sarebbe finita come le sue compagne direttamente ad Auschwitz.<br />
Il motivo per cui i rifugiati preferivano non farsi chiamare rifugiati negli Stati Uniti era di rispettabilità sociale perché rifugiato era chi era stato tanto sfortunato da essere privo di mezzi e da avere bisogno dell’aiuto di un comitato rifugiati. Insomma la riprovazione sociale del pezzente era quella riservata al rifugiato. Oggi in fondo per un motivo della stessa natura il termine migrante è di grado inferiore indicando colui che se ne è andato senza una reale giustificazione se non la propria povertà, mentre il rifugiato è dovuto fuggire a causa di qualche cosa che lo accomuna alle persone perbene, in quanto non è un semplice disperato ma è in grado di dimostrare di essere un portatore di diritti civili violati.<br />
Certo potrebbe far specie che nell’epoca della globalizzazione qualcuno possa ancora chiosare con la propria pelle la frase di Hannah Arendt che passaporti e certificati di nascita diventano strumenti di differenziazione sociale. Ma questo rivela due aspetti ideologici della globalizzazione; il primo è che non è vero che la globalizzazione supera gli stati nazionali, semplicemente li subordina agli interessi del capitale privato, che è ubiquo, ma poi ne rispetta la loro funzione all’interno di questi limiti; il secondo è che la globalizzazione ha come fine la libera circolazione delle persone, sì, ma solo in quanto libera circolazione delle merci e che una parte di una merce abbondante e poco costosa come la forza lavoro vada persa, se questo serve a mantenere stabile la struttura generale della società, è  accettabile in quanto tale perdita non determina aumenti del suo costo.</p>
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		<title>Dopo il turismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2020 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[dopo il turismo]]></category>
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					<description><![CDATA[[E&#8217; uscito per Nottetempo l&#8217;ebook Dopo il turismo di Lucia Tozzi, scaricabile gratuitamente dal sito dell&#8217;editore. Ne pubblico a mo&#8217; di anticipazione il paragrafo dal titolo La globalizzazione e il turismo, ringraziando l&#8217;editore e l&#8217;autrice. ot] di Lucia Tozzi La critica no global di inizio millennio, che univa lotte anticapitaliste e ambientaliste, fu archiviata in parte a causa del suo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_85094" aria-describedby="caption-attachment-85094" style="width: 1100px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-85094" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/©-JONAS-BENDIKSEN-MAGNUM-PHOTOS.jpg" alt="" width="1100" height="737" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/©-JONAS-BENDIKSEN-MAGNUM-PHOTOS.jpg 1100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/©-JONAS-BENDIKSEN-MAGNUM-PHOTOS-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/©-JONAS-BENDIKSEN-MAGNUM-PHOTOS-768x515.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/©-JONAS-BENDIKSEN-MAGNUM-PHOTOS-1024x686.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/©-JONAS-BENDIKSEN-MAGNUM-PHOTOS-250x168.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/©-JONAS-BENDIKSEN-MAGNUM-PHOTOS-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/©-JONAS-BENDIKSEN-MAGNUM-PHOTOS-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 1100px) 100vw, 1100px" /><figcaption id="caption-attachment-85094" class="wp-caption-text">© JONAS BENDIKSEN | MAGNUM PHOTOS</figcaption></figure>
<p>[E&#8217; uscito per Nottetempo l&#8217;ebook <em>Dopo il turismo </em>di Lucia Tozzi, scaricabile gratuitamente dal <a href="https://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/dopo-il-turismo">sito</a> dell&#8217;editore. Ne pubblico a mo&#8217; di anticipazione il paragrafo dal titolo <em>La globalizzazione e il turismo, </em>ringraziando l&#8217;editore e l&#8217;autrice. <em>ot</em>]</p>
<p>di <strong>Lucia Tozzi</strong></p>
<p>La critica no global di inizio millennio, che univa lotte anticapitaliste e ambientaliste, fu archiviata in parte a causa del suo spirito comunitarista che non si adattava molto alle reti ultraflessibili dei movimenti urbani, e in parte perché il pensiero sulle migrazioni, reso nel frattempo sempre piú urgente dall’espansione del fenomeno e delle sue conseguenze tragiche, ha messo in primo piano il diritto alla libertà di movimento delle persone, spostando il focus della lotta dalla difesa dei territori all’abbattimento delle frontiere. La resistenza dei contadini indiani contro la Monsanto è apparsa tutto a un tratto meno cruciale del loro diritto di fuga dal paese martoriato dagli effetti della globalizzazione.</p>
<p>La crisi del 2008 ha spostato poi l’attenzione sulla critica alla finanziarizzazione dell’economia, alla liberalizzazione della circolazione di merci e capitali contrapposta al controllo selettivo del movimento di persone: libertà per i cittadini di paesi ricchi, vessazione nei confronti dei cittadini di paesi poveri. Si è consolidata da allora l’idea che esiste una globalizzazione buona, che facilita lo spostamento di popoli e individui, lo scambio culturale, l’internazionalismo politico, e una cattiva, quella di matrice neoliberista. Un’idea che si è cristallizzata fino a diventare un dogma incontestabile quando hanno cominciato a diffondersi con sempre maggior successo i “populismi” di destra. Da lí in poi ogni critica rivolta alla crescita esponenziale della mobilità viene liquidata nel migliore dei casi come una manifestazione del frusto pensiero della decrescita felice, nel peggiore come sovranismo.</p>
<p>E cosí, grazie all’accumulazione di scarti e tabú, è stato finora quasi impossibile avanzare un dubbio sulla legittimità politica e la sostenibilità sociale e ambientale di questa nostra isteria cinetica senza passare per reazionari e fustigatori di piaceri altrui. In una recente intervista Noam Chomsky spiega che “non c’è niente di sbagliato nella globalizzazione in sé. È bello, per esempio, fare un viaggio in Spagna”<sup>7</sup>. Identificando tout court la globalizzazione con un positivo processo di democratizzazione dell’accesso al turismo, un piacere legittimo e incontestabile, Chomsky passa poi a scaricare, come da manuale, ogni responsabilità delle storture del mondo sull’<em>altra</em> globalizzazione, quella cattiva, plasmata dalle forze economiche del capitalismo estrattivo.</p>
<p>Il problema è che questa dicotomia è del tutto astratta: il turismo è la piú feroce delle industrie neo­liberiste, equivale secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Turismo (unwto) al 10% del pil globale e occupa il 10% dei lavoratori mondiali. E non solo: nel calcolo dei volumi d’affari del turismo globale non rientrano solo gli spostamenti legati al tempo libero, ma tutti gli spostamenti. Viaggi di lavoro, di studio, di svago, per ragioni di salute, pellegrinaggi, visite ai parenti, persino migrazioni. Tutto conta, ogni arrivo nazionale e internazionale, ogni notte in albergo o in b&amp;b, ogni ingresso al museo va inteso materialisticamente come turismo.</p>
<p>Turistificazione e globalizzazione non sono due processi paralleli, sono quasi interamente sovrapponibili: ideologia e industria del movimento. Il manager che fa avanti e indietro da Wuhan e il ventenne che gira per festival techno, da questo punto di vista, hanno la stessa funzione. Le città possono competere per cose apparentemente diverse come diventare sede di un’agenzia governativa o aggiudicarsi un grande evento, ma gli obiettivi appartengono alla stessa costellazione: generare mobilità, attrarre persone e fondi pubblici e privati.</p>
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		<title>Considerazioni sul sovranismo percepito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jan 2019 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Salvini]]></category>
		<category><![CDATA[sovranismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Narra la storia che Jean-Baptiste Lully morì di cancrena a un piede, che il compositore italofrancese si era ferito da sé con la mazza di ferro con la quale soleva battere il tempo dell’orchestra rifiutando in seguito di farsi amputare la gamba, come proposto dai medici. Devo confessare che l’Italia sotto le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Narra la storia che Jean-Baptiste Lully morì di cancrena a un piede, che il compositore italofrancese si era ferito da sé con la mazza di ferro con la quale soleva battere il tempo dell’orchestra rifiutando in seguito di farsi amputare la gamba, come proposto dai medici. Devo confessare che l’Italia sotto le cure di Salvini evoca ai miei occhi più che un immaginario mussoliniano proprio lo spettro della fine di Lully. Mi sembra questa la morale che insegna la vicenda della recente legge finanziaria: dalle roboanti dichiarazioni di non arretramento nemmeno di un millimetro fino all’accordo che introduce nuovi obblighi finanziari per un’Italia, che nel frattempo è completamente isolata in Europa ( si sa che gli amici austriaci e ungheresi di Salvini considerano esauriti i loro doveri amicali una volta fattisi un selfie con il ministro degli interni e per tutto il resto si attengono scrupolosamente alle indicazioni della Germania).</p>
<p>Se questo esito, del tutto prevedibile per come è stata condotta la tattica italiana di rapporti con la commissione europea, è verosimilmente indifferente al cinismo politico di Salvini, che considera la finanziaria un argomento qualsiasi della sua campagna elettorale  permanente, è probabile che per altri esponenti del governo, che si sono posti seriamente la questione dell’approvazione della legge, il momento della ritirata del progetto sia coinciso con il fallimento dell’asta dei BTP Italia di novembre. I BTP Italia sono infatti dei titoli rivolti ai piccoli risparmiatori, che lanciati con successo negli anni scorsi avevano avuto la funzione utile di segnalare che attacchi speculativi di breve periodo contro l’Italia erano destinati all’insuccesso per la capacità d finanziarsi sul mercato interno. In altri termini quell’Italia settentrionale e benestante di provincia che ha votato massicciamente per Salvini ha abbandonato il governo su un’iniziativa che numerosi esponenti della Lega avevano lasciato intendere essere un modo per offrire gambe solide su cui far marciare l’idea sovranista. Questo sovranismo del cuore ma non del portafoglio è del resto comprensibile sul piano degli interessi di classe perché per il momento per le persone sopra un certo livello economico quella europea resta la soluzione più conveniente e l’idea di investire i propri soldi in titoli emessi da un governo che va a uno scontro frontale con l’Europa, per quanto astrattamente a qualcuno possa piacere questa prospettiva, non è certo rassicurante. D’altra parte Salvini, se vuole continuare a togliere voti ai cinquestelle, non può rinunciare a quei toni che servono a intercettare le fasce della popolazione più in difficoltà.</p>
<p>In realtà questa scelta di Salvini non è solo frutto delle necessità tattiche di fare concorrenza agli alleati di governo, ma la sua efficacia risiede nel fatto che la borghesia nell’era della globalizzazione ha perduto la capacità simbolica e peraltro anche quella politica di costruire grande aggregazioni egemoniche sul piano nazionale che governino la società: di conseguenza chi vuole vincere deve fare riferimento a istanze simboliche di altro genere. Questo in quanto la borghesia  nell’era della globalizzazione ossia dell’abolizione del mercato interno è per forza transnazionale, tranne nei paesi centrali del sistema come gli Stati Uniti, la Cina e forse la Germania e il Giappone, ma questo nel concreto significa una sua tendenziale convergenza con obiettivi e interessi stranieri che si pongono, in un’ottica sovranista, in oggettiva opposizione con lo sviluppo del paese.</p>
<p>Visto che Salvini è innanzi tutto espressione della parte culturalmente e politicamente più retriva di questa borghesia, sarà costretto per non perdere la sua base a una politica sovranista limitata ad alcuni aspetti politici tralasciando quelli economici. Insomma avremo con ogni probabilità quello che si potrebbe chiamare un sovranismo sovrastrutturale che punterà molto sul razzismo e sulla lotta contro gli emigranti extracomunitari come forma di compensazione simbolica per le classi subordinate e di fatto abbandonate a se stesse, anche se è verosimile che verranno introdotti altri temi di forte impatto simbolico, per esempio è da seguire con attenzione in cosa effettivamente si tradurrà l’annunciata misura di introdurre l’insegnamento dell’educazione alla cittadinanza in tutte le scuole con personale formato ad hoc. Insomma è probabile che la Lega rafforzerà sul piano della rappresentazione politica le istanze sovraniste e su quello della volontà economica si atterrà alle linee neoliberiste, come dimostra anche il progetto di legge sull’autonomia differenziata delle regioni del nord.</p>
<p>In linea teorica questa politica salviniana non è affatto irresistibile e anzi fino a pochi anni fa non avrebbe avuto spazio di manovra, ma oggi la crisi del partito democratico la rende senza avversari. Il partito democratico sotto la guida di Renzi ha compiuto l’errore di trasformarsi nel campione nazionale di questa borghesia transnazionale abbandonando la propria base tradizionale con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti e in ciò condividendo lo stesso destino di altri partiti di centrosinistra in altri nazioni che hanno compiuto il medesimo errore, con l’aggiunta che nello specifico italiano questa borghesia transnazionale è  in fuga dal paese  anche in senso fisico e dunque progressivamente disinteressata alla sua evoluzione o involuzione. Del resto queste posizioni alla Emma Bonino, nelle quali la globalizzazione è una trionfale cavalcata in cui le occasioni fioccano a saperle cogliere, possono godere di grande popolarità in qualche redazione o in qualche istituto di ricerca di Milano e Roma, ma non sono adatte a governare una nazione, che resta anche nella globalizzazione una dimensione di governo irrinunciabile. Insomma questo sovranismo sovrastrutturale e zoppicante è tenuto in piedi involontariamente dagli apologeti della globalizzazione esattamente come è accaduto in Ungheria.</p>
<p>Ne <em>La grande proletaria s’è mossa</em>, il discorso con cui Giovanni Pascoli elogiava la guerra di Libia, si trova una contraddizione rivelatrice : all’inizio il poeta ricorda come gli emigranti italiani all’estero in quanto poveri lavoratori sono soggetti a discriminazioni e forme di razzismo da parte degli stranieri, nella seconda parte del testo il poeta ricorda la superiorità culturale dell’Italia su berberi e turchi con i toni tipici del paternalismo imperialista dell’epoca. Questo stato d’animo contraddittorio, ovviamente in forme storicamente diverse, sussiste anche oggi in Italia e tutta la capacità comunicativa di Salvini, così sottolineata da numerosi commentatori, consiste nello sfruttarlo. Questa operazione, per quanto condotta con abilità, troverà un suo limite oggettivo quando il sovranismo salviniano rivelerà la sua natura sovrastrutturale ossia la sua non volontà di toccare i rapporti di forza decisi dalle attuali politiche europee e globali. Eppure anche il raggiungimento di questo limite rischia di non bloccare la sua operazione politica se si troverà di fronte un’opposizione politicamente corretta che continua a considerare l’Europa neoliberista dei nostri giorni il migliore dei mondi possibili e incapace di ricordare che l’unico cambiamento dei rapporti di forza possibile in Europa nascerà da una politica delle alleanze con chi in Europa vive problemi analoghi ai nostri.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La mala ora dell’Ultraliberismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Sep 2014 12:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[ultraliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Viviane Forrester]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Viviane Forrester, Una strana dittatura, traduzione di Fabrizio Ascari, TEA, 2003. Viviane Forrester (qui in uno scatto di Jean-Marc Armani) è morta l’anno scorso. Era di nazionalità francese. E di origine ebraica. Conosceva Georges Perec. Ho saputo di lei grazie a una bellissima videointervista a Perec degli anni Settanta, tuttora reperibile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/georges-viviane.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-48822" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/georges-viviane.jpg" alt="georges-viviane" width="449" height="348" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/georges-viviane.jpg 449w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/georges-viviane-300x232.jpg 300w" sizes="(max-width: 449px) 100vw, 449px" /></a>di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p><strong>Viviane Forrester</strong>, <em>Una strana dittatura</em>, traduzione di Fabrizio Ascari, TEA, 2003.</p>
<p>Viviane Forrester (<a href="http://www.jean-marc-armani.com/img/portraits/Vivianne_Forrester.jpg">qui</a> in uno scatto di Jean-Marc Armani) è morta l’anno scorso. Era di nazionalità francese. E di origine ebraica. Conosceva Georges Perec. Ho saputo di lei grazie a una bellissima videointervista a Perec degli anni Settanta, tuttora reperibile in rete e già citata in un mio articolo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/09/03/telp-1/">cortesemente ospitato da NI</a>. Qui i modi fascinosi della Forrester fanno da contrasto con la voce burbera di Perec, lei in un cappottino scuro con una cintura che le stritola la vita, lui con un montone dal bavero alzato, i capelli e il pizzetto da scienziato pazzo, il suo gesticolare ossessivo. Il video è girato nei pressi di rue Vilin, le prime inquadrature proprio davanti a quello che era stato il negozio di parrucchiera della madre di Perec, deportata e morta probabilmente ad Auschwitz. Dalla descrizione di quei luoghi, oggi completamente stravolti, Perec prende spunto per parlare del suo ultimo libro e per illustrare quello che sarà il suo progetto più grandioso: <em>La vita istruzioni per l’uso</em>. La Forrester sorride, ascolta, fa domande con voce cinguettante, non lo chiama né monsieur Perec, né Georges ma per intero: Georges Perec, dandogli del Voi (che è poi il Lei francese).</p>
<p>Ebbene, mai avrei pensato che una figura tutta delicatezza e femminilità potesse sfoderare gli artigli da leone in un pamphlet pieno di rabbia trattenuta, centottantasei paginette che sono una sorta di “j’accuse” moderno lanciato contro un’intera ideologia: l’ultraliberismo. Lo fa, la Forrester, con un linguaggio lucido e tagliente come un bisturi che non accusa nessuno in particolare se non l’instaurarsi di una forma mentis pericolosissima che si pone come unico obiettivo il profitto in sé, a scapito di tutto e di tutti, anche della distruzione dell’intero pianeta e del suo tessuto sociale.</p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/forrester.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-48823" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/forrester.jpg" alt="forrester" width="300" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/forrester.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/forrester-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Una strana dittatura</em> è un libro indignato e per gli indignati che ha come unico scopo far aprire gli occhi e mostrare la verità. Uscito nel 2000 per la Librairie Arthème Fayard, e lo stesso anno in Italia per Ponte alle Grazie, fa specie che le edizioni TEA – di cui a fatica ho reperito una copia – l’abbiano riproposto con una copertina bruttina e fuorviante, che sembra quasi uno di quegli Urania o di quei vecchi romanzi di spionaggio tradotti alla bell’e meglio e venduti in edicola. Il suo messaggio, condensato in pochi concetti che attraversano il libro come un leitmotiv incalzante, ruota intorno all’idea di una oligarchia che ha ormai in mano le redini del mondo e sta portando tutti verso il baratro senza che i più non solo l’accettino come un’irreversibile evoluzione storica, ma neppure si rendano conto della catastrofe, né – proprio per questo – tentino di opporsi.</p>
<p>Esagerazioni? Discorso da comunisti? Mire sovversive? È istintivo porsi domande di questo tipo proprio perché questo sistema ideologico fondato “sul dogma (o sul fantasma) di un’autoregolazione dell’economia di mercato”, questa “strana dittatura” che controlla ormai la globalizzazione, rende inverosimile la verità e condiziona a tal punto l’opinione pubblica da far credere storicamente inevitabile ciò che non lo è, dando per assodato il fatto che sia la cibernetica la causa di tutto e non lo sia piuttosto l’uso e il successivo sfruttamento a cui è stata sottoposta.</p>
<p>Ma partiamo da un termine abusato e che la Forrester definisce “perverso”: la globalizzazione. L’ultraliberismo è riuscito a trasformare questo concetto in un sinonimo di liberismo: “Quando parliamo di globalizzazione (definizione passiva e neutra dello stato del mondo attuale), è quasi sempre di liberismo (ideologia attiva, aggressiva) che in realtà si tratta; e questa confusione permanente consente di far passare ogni rifiuto di tale sistema politico, delle sue operazioni e delle loro conseguenze, per rifiuto della globalizzazione e dell’amalgama su cui essa poggia, il quale include i progressi della tecnologia. Facile allora, per i cantori del liberismo, liquidare i loro oppositori con un’alzata di spalle o un sorrisetto beffardi, farli passare per insopportabili retrogradi che, sprofondati nel ridicolo, infiacchiti nell’arcaismo, si ostinano a negare la Storia e a rinnegare il Progresso” (…) “Dimentichiamo che la globalizzazione non necessita di una gestione ultraliberista, e che quest’ultima rappresenta soltanto un metodo (del resto calamitoso) fra i tanti possibili. In poche parole, la globalizzazione non è la stessa cosa dell’ultraliberismo – e viceversa!”</p>
<p>Allo stesso modo la propaganda ultraliberista ha imposto termini ed espressioni che “hanno il dono di persuadere senza bisogno di discussioni”. Ecco allora il <em>mercato libero</em> (di fare del profitto, aggiunge la Forrester), le <em>ristrutturazioni</em> (smantellamenti di imprese o comunque disintegrazioni delle loro masse di lavoratori), o i <em>deficit pubblici da combattere</em>, che sono in realtà – sempre la Forrester – benefici per il pubblico: “Le spese giudicate superflue, addirittura nocive, hanno l’unico difetto di non essere redditizie e di essere perdute per l’economia privata, quindi di rappresentare mancati profitti per essa insopportabili. Ora, queste spese sono vitali per i settori essenziali della società, in particolare quelli dell’educazione e della salute”. La propaganda finisce così per legittimare deregolamentazioni, delocalizzazioni, fughe di capitali e un’economia di mercato costruita su forme sempre più speculative.</p>
<p>Il libro è stato scritto nel 2000. Prima pertanto dell’abbattimento del potere d’acquisto di stipendi e pensioni con l’entrata in vigore dell’Euro (2002), e prima ancora dell’inizio della crisi economica (2007/2008). Eppure l’ideologia ultraliberista era già avviata nella sua allucinante politica di fusioni e di licenziamenti finalizzati soltanto ad aumentare il profitto. La Forrester cita numerosi esempi, come il gigante della telefonia americana ATT che nel 1996 annuncia 40.000 licenziamenti e, subito dopo, vede pubblicato sui giornali lo stipendio del suo direttore generale, Robert Allen, con 16,2 milioni di dollari: triplicato rispetto l’anno precedente pur non avendo al suo attivo nessuna realizzazione di utili se non solo quei 40.000 licenziamenti. Oppure l’Alcatel, 15 miliardi di franchi di utili nel 1996, che annuncia 12.000 licenziamenti, portando a 30.000 quelli che ha effettuato in quattro anni. Oppure ancora la Michelin che durante il primo semestre del 1999 ha un rialzo di utili del 17%, con prospettive favorevoli, e contemporaneamente licenzia 7.500 dipendenti, cioè un decimo degli effettivi, scaglionato in tre anni. In tutti i casi, come negli altri citati dalla Forrester, i titoli in Borsa hanno rialzi prodigiosi: “Gli annunci dei licenziamenti entusiasmano gli azionisti, li stimolano ancora più degli utili”. La propaganda – per constatarlo basta seguire qualche telegiornale – giustifica tutte queste manovre, in Francia come in Italia, come nel resto del mondo. E le scandisce con frasi di rito: la globalizzazione obbliga&#8230; la competitività vuole che&#8230; e poi l’occupazione dipende dalla crescita, la crescita dalla competitività, dalla capacità di sopprimere posti di lavoro. Vale a dire: per lottare contro la disoccupazione, niente di meglio dei licenziamenti. Certo, questa sì che è una tesi coerente.</p>
<p>Ma la Forrester affonda sempre più il dito nella piaga: la scure dei licenziamenti pesa sui lavoratori superstiti e sulle poche nuove assunzioni a termine esasperando il gioco al ribasso del costo del lavoro e diffondendo nella stragrande maggioranza l’angosciosa minaccia di finire ad ingrossare le file dei disoccupati, spingendo ad accettare sottomissioni e costrizioni sempre più opprimenti. Si arriva così a quelli che già chiamano <em>working poor</em>, ossia lavoratori poveri. Gli Stati Uniti ne sono pieni, così come sono pieni di poveri e di senzatetto: da oltre trent’anni la prima potenza economica mondiale conta lo stesso numero incredibile di indigenti, più di trentacinque milioni di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà, molti dei quali non risultano neppure disoccupati perché usciti dalle statistiche in quanto non più titolari di sussidi. L’economista americano <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Reich">Robert Reich</a>, segretario al Ministero del Lavoro dal 1993 al 1996, sottolinea che negli Stati uniti ci sono milioni di <em>working poor</em> che lavorano a tempo pieno e non guadagnano abbastanza per uscire dalla miseria, e questo a causa della flessibilità concessa alle imprese e non ai salariati. Insomma, la prima potenza economica mondiale è anche la prima fra i paesi industrializzati per quanto riguarda il tasso di povertà della sua popolazione. Questo, dice la Forrester, fa riflettere sul senso, sulla qualità, sulla natura dell’economia mondiale.</p>
<p>Prima ancora del crollo borsistico dell’11 settembre 2002 e prima dello scoppio della bolla immobiliare dei Subprime che innescherà nel 2007 la crisi mondiale, la Forrester punta già il dito sull’economia virtuale e sulla speculazione, sui profitti originati da “prodotti derivati”, ossia non-prodotti che si negoziano come se fossero materiali. Si vendono rischi virtuali legati a contratti ancora in stato di progetto, poi si vendono i rischi che scaturiscono dall’acquisto di questi rischi, e così via. Si vende insomma il nulla speculando su ogni negoziazione, scommesse su scommesse su scommesse. A questo porta l’economia di mercato. I profitti sono folgoranti e immediati, a tempo di record. Ma la cosa più preoccupante è che se si produce profitto da utili senza produrre utili da vendita di prodotti reali, non occorrono neanche più lavoratori reali, se non quello stretto necessario per le manovre contabili. E se i prodotti da vendere non contano più nulla, significa che anche i consumatori – ossia gli acquirenti di questi beni – non contano più nulla. Contano piuttosto gli investitori, ossia chi acquista titoli di partecipazione per concorrere alla spartizione di questi enormi profitti costruiti dal nulla. Ecco dove siamo arrivati.</p>
<p>Così la Forrester: “Se la disoccupazione non esistesse, il regime ultraliberista la inventerebbe, perché gli è indispensabile. È quella che permette all’economia privata di tenere sotto il proprio giogo la popolazione di tutto il pianeta mantenendo la coesione sociale, cioè la sottomissione”. Ma se disoccupazione significa anche perdita di consumatori, come può un’azienda permettersi un mancato profitto? Soltanto se il suo carattere di impresa non fosse davvero cambiato, se il suo valore non si distanziasse sempre più dalla sua produzione per essere posto sempre più in relazione alla sua produttività. “Tale valore non dipende più tanto dai suoi attivi reali, dai suoi affari tradizionali, dai prodotti che propone, quanto dalla sua capacità di interessare i mercati finanziari. Ossia dal posto che l’azienda occupa nei fantasmi speculativi” (tradotto in termini nostrani, alla nuova FIAT non interessa più vendere auto ma constatare l’ascesa delle sue quotazioni di Borsa). E allora via con fusioni, incorporazioni, acquisizioni, con creazioni di colossi multinazionali che si muovono in regime di monopolio e con la vendita di prodotti differenziati dai marchi ma omologati in qualità e fattura. Anche il prodotto in sé non conta più nulla: su qualunque marca cada la scelta del consumatore, la multinazionale ha gli utili assicurati.</p>
<p>Un dubbio sorge spontaneo: se la disoccupazione è uno strumento indispensabile per il regime liberista, siamo sicuri che anche l’attuale crisi finanziaria non sia una sua invenzione? Non è forse un ulteriore pretesto per inasprire le sue politiche, sempre con il miraggio di una svolta positiva a favore di una fantomatica esplosione di nuovi posti di lavoro, che quasi certamente non avrà mai luogo? Sì, perché in fondo anche l’inquietante massa di disoccupati viene neutralizzata facilmente attraverso una propaganda adeguata. Basta dipingere l’assistenzialismo come una prassi vergognosa che grava sui contribuenti, i disoccupati stessi come ignobili pigri, incitandoli al lavoro senza offrirne. Un serbatoio di disoccupati in costante aumento per via di licenziamenti di massa effettuati con ragioni – diciamo la verità – che non hanno nulla a che vedere con il valore lavorativo e nemmeno con l’interesse specifico dell’impresa, con la sua produzione e suoi utili reali.</p>
<p>A questo punto ci si chiede chi possa tirare le fila di tutto ciò, chi sia a capo di questa “strana dittatura”, chi sia insomma lo spietato, l’Hitler di turno. Nessuno, questo è il problema. Certo, ci sono le lobby, ma quello che ci troviamo di fronte è un potere anonimo, astratto, fuori portata. Nessuno all’interno dei gruppi industriali vuole distruggere il pianeta o affamarne la popolazione. Non si tratta di una colpa individuale o di malvagità. È semplicemente colpa della logica detta realistica e ritenuta come l’unica moderna dai propagandisti. Se l’amministratore delegato della Michelin, persona per bene, non otterrà utili sufficientemente esorbitanti da attirare gli investitori, nel giro di poco tempo diventerà un’ex amministratore della Michelin. Insomma, responsabile di tutto è il meccanismo assurdo innescato da un mercato che non ammette regole se non quella di macinare profitti ad ogni costo. È un sistema cannibale. Chi non si adegua viene messo in disparte affinché la macchina ultraliberista continui a macinare guadagni.</p>
<p>La propaganda, in questo caso, è subdola e inventa anche strumenti atti a coinvolgere la fascia direttiva dei lavoratori illudendoli di partecipare alla spartizione dei profitti. Esempio lampante i piani di stock option, beneficio accessorio in realtà unicamente speculativi che permettono al piccolo dirigente di acquistare azioni di nuova emissione a un prezzo più basso di quello di mercato e a rivenderle immediatamente realizzando la differenza, oltre tutto con una tassazione bassissima. All’azienda non costano nulla perché l’eventuale monetizzazione è scaricata sul mercato. Peccato che le azioni in circolazione aumentino di numero, il che comporta la necessità di profitti ancora più alti per mantenere inalterati i dividendi unitari, perché gli investitori che contano, è ovvio, vogliono inalterata la loro parte di profitto. Insomma, un altro circolo vizioso che finisce per spingere a tagliare ed economizzare anche a prezzo di una decadenza evidente. Così la Forrester: “Ma sempre e ancora lo stesso interrogativo: perché? A quale scopo? A beneficio di chi o di che cosa, se non del solo profitto?”</p>
<p>Al di là di tutto, la questione non è soltanto morale. Si tratta di un pericolo che è sempre in agguato e che si è concretizzato più di una volta nel corso della Storia: “Non lo ripeteremo mai abbastanza: accettare che esseri umani vengano considerati superflui e che loro stessi arrivino a considerarsi di troppo equivale a lasciare che si instaurino le premesse del peggio. Non è ridicolo affermare che tutti i totalitarismi hanno per base questa negazione del rispetto; questa apre la strada a tutti i fascismi”. Che si sono da sempre instaurati non con la forza ma per colpa di “un certo clima di indifferenza meccanica, di consensi taciti, e l’impressione condivisa da molti (che però spesso cambieranno idea) che la cosa non li riguardi”. Tutto ciò, lo prova la Storia, è una premessa ineludibile ai genocidi. “Opporsi virtualmente ai genocidi non basta. Non avvengono impunemente: hanno bisogno di un terreno preparato; è a monte che vi si deve resistere”.</p>
<p>Ecco che allora il ruolo dell’opinione pubblica diventa fondamentale. Nessuna dittatura ha potuto reggere il potere senza il consenso popolare, palese o tacito. Per questo la diffusione della consapevolezza che non c’è nulla di inevitabile e che l’economia di mercato non è l’unica strada possibile sono il modo più efficace per contrastare l’ultraliberismo. L’opinione pubblica, non dimentichiamolo, è l’unica in grado di influenzare le decisioni dei governi e di battere qualsiasi propaganda.</p>
<p>Dall’uscita di <em>Una strana dittatura</em> sono passati quattordici anni. È dei giorni scorsi la fusione Alitalia-Etihad con trasformazione in azioni di due terzi dei debiti. Le parole che circolano sono quelle ripetute dalla Forrester sino alla nausea: competitività, stabilizzazione dell’azienda, servizio di qualità (ma Alitalia da sola faceva poi così schifo?), costo del lavoro ulteriormente compresso (l’amministratore Del Torchio parla di “decisioni dolorose”, eppure nelle <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2014/08/08/alitalia-del-torchio-bene-firma-uil_98643e97-b9b9-4510-aace-5c6e00e5fa32.html">fotografia</a> di gruppo sorride con entusiasmo). Il risultato di tutto ciò sono altre alcune migliaia di tagli di posti di lavoro. E un azionariato soddisfatto. L’ultraliberismo procede nella sua marcia apparentemente inarrestabile. Almeno per ora.</p>
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		<title>Solo musica italiana ovvero opinioni di un disadattato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/08/12/solo-musica-italiana-ovvero-opinioni-di-un-disadattato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2014 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Giorgio Mascitelli   Nell&#8217;incantevole località marittima nella quale ho soggiornato recentemente campeggiavano manifesti annunzianti perentoriamente una grigliata danzante prevista sia per il sabato sia per la domenica nella piazza del paese esclusivamente a base di musica e carni italiane. Devo confessare che mi ha trattenuto dal parteciparvi tutta una serie di ragioni, la [&#8230;]]]></description>
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<p style="margin-bottom: 0cm"><span style="font-size: large"><b>di Giorgio Mascitelli</b></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"><span style="font-size: large">Nell&#8217;incantevole località marittima nella quale ho soggiornato recentemente campeggiavano manifesti annunzianti perentoriamente una grigliata danzante prevista sia per il sabato sia per la domenica nella piazza del paese esclusivamente a base di musica e carni italiane. Devo confessare che mi ha trattenuto dal parteciparvi tutta una serie di ragioni, la più importante delle quali è il fatto che il sabato e la domenica in questione erano quelli immediatamente precedenti al mio arrivo, tuttavia il titolo del manifesto, recante la scritta a lettere cubitali &#8216;italian music&#8217; in inglese, mi ha colpito. Scartata subito l&#8217;ipotesi che il manifesto si rivolgesse ai turisti stranieri, pure presenti, perché il testo anche nelle sue parti informative era scritto esclusivamente nella nostra lingua, sono restato alquanto sorpreso di una scelta simile. Certo la differenza tra italiano e inglese in questa espressione è veramente minimale, due a e un&#8217;inversione dell&#8217;ordine delle parole, e dunque comprensibile anche all&#8217;italofono più digiuno della lingua di Shakespeare, ma era per me sorprendente che si fosse sentito il bisogno dell&#8217;inglese per un&#8217;iniziativa che faceva leva sull&#8217;orgoglio nazionale, sia pure nelle forme relativamente innocue di tipo musicale e alimentare.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"><span style="font-size: large">In realtà questa mia sorpresa non aveva ragione d&#8217;essere ed era tutt&#8217;al più un sintomo del mio perenne disadattamento: infatti gli organizzatori non avevano altra scelta che usare l&#8217;inglese. Solo un titolo in inglese poteva testimoniare che la manifestazione sarebbe stato un evento a tutto tondo del mondo contemporaneo e non un&#8217;attardata esibizione provinciale di cose ormai superate dal pericoloso sapore di papaveri e papere o di Marianne che vanno nelle campagne; solo così il turista desideroso di assaporare carni nostrane e tetragono alle musiche barbare avrebbe partecipato con la necessaria convinzione alla festa e con la confortevole sicurezza che fosse qualcosa di ben organizzato e serio. Insomma nell&#8217;era della globalizzazione qualsiasi contenuto per essere recepito favorevolmente deve rispettare determinati standard globali. Ciò naturalmente non toglie che esista quella contraddizione che ha fatto nascere in me il sentimento di sorpresa, anzi direi che questa contraddizione non riguarda solo gli organizzatori di feste di paese, ma anche tutti i settori della produzione culturale e artistica. Naturalmente quando si parla di campi della cultura più articolati simbolicamente questa contraddizione prende forme più complesse e certo non riconducibili con evidenza immediata a quella palese opposizione tra messaggio italiano e medium inglese o meglio globale del manifesto.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"><span style="font-size: large">Proprio la globalizzazione, nonostante gli ultimi quindici anni di guerre violenze crisi ne abbiano minato l&#8217;immagine ottimistica tipica degli anni novanta, resta la principale leva simbolica della cultura contemporanea. La globalizzazione in quanto agente simbolico pone a ogni artista, a ogni scrittore e a ogni operatore culturale del nostro tempo una domanda subdola che suona così: “cosa hai fatto per essere globale?”. La domanda è subdola perché sembra suggerire che siano possibili varie gradazioni di risposte ( “ho fatto abbastanza”, “ho fatto qualcosa”, “non ho fatto molto, però in quella circostanza..” e così via), mentre effettivamente quella domanda contempla solo due risposte: tutto o nulla.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"><span style="font-size: large">In verità nessuno può dare seriamente la risposta nulla perché i tempi non sono maturi, il pubblico non capirebbe e lo sventato che la desse si troverebbe nello spazio di un mattino retrocesso a poeta ufficiale della bocciofila dietro casa. Coloro che non hanno fatto nulla possono solo rispondere alla maniera dei somari a scuola che hanno trascorso il pomeriggio al parco anziché a fare i compiti “non sono stato bene, mi giustifico prof” oppure “non sapevo che ci fossero compiti per oggi”. L&#8217;ordine simbolico della globalizzazione è severo con i suoi fannulloni, ma anche chi ha fatto tutto porta la sua croce: innanzi tutto perché quel tutto non è mai abbastanza e in secondo luogo perché ci si accorge dopo un po&#8217; che per aver fatto tutto per essere globali si finisce col non fare altre cose.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"><span style="font-size: large">Non si tratta di dire chi ha ragione o chi è migliore, anche perché alla domanda che pone la globalizzazione non sempre si riesce a rispondere in maniera consapevole essendo una domanda subdola. Certo l&#8217;ordine simbolico della globalizzazione premia con la sua meritocrazia chi più si impegna nella sua diffusione, ma credo che questo non si possa definire in alcun modo qualcosa di nuovo sotto il sole, piuttosto è più interessante sottolineare la fondamentale unicità degli standard a cui tutti sono sottoposti.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"><span style="font-size: large">Si può ipotizzare che l&#8217;ordine simbolico della globalizzazione nella problematica soggettiva dello scrittore o dell&#8217;artista agisca come una prevalenza simbolica di uno spazio che si vuole uniforme su un tempo sentito come irregolare e non lineare che procede per sbalzi. Il premio a sua volta simbolico di questa lotta contro quella che per comodità potremmo chiamare il peso della storicità è un sentimento di piena appartenenza al proprio tempo, una sorta di perfetta contemporaneità. Il problema è che questo sentimento di pienezza è a sua volta un inganno perché impedisce di cogliere certi tipi di sfumature che sono irrinunciabili nell&#8217;elaborazione di un senso simbolico dell&#8217;esperienza, che credo resti lo scopo dell&#8217;attività letteraria e artistica.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"><span style="font-size: large">Ad esempio, per prendere in considerazione un&#8217;opera giustamente rinomata nel quadro della cultura internazionale, nel romanzo <i>Le correzioni </i><span style="font-style: normal">di Jonathan Franzen assistiamo a un autentico capolavoro di finezza nell&#8217;analisi dei sentimenti dei personaggi e della rappresentazione dei loro rapporti. Improvvisamente questa finezza in occasione dell&#8217;episodio di un viaggio del protagonista in Lituania cede il posto a una rozzezza caricaturale nella rappresentazione del paese quasi da pittoresco giornalistico. Ecco nello scarto tra il cesello della vicenda personale e la mannaia di una rappresentazione della Lituania ignara della sua storia si trova il prezzo pagato all&#8217;ordine simbolico della globalizzazione. Non si tratta certo di un errore letterario di un autore così scaltrito né di stigmatizzarlo moralisticamente, cosa sciocca e inutile, ma di rilevare che ciò che è estraneo all&#8217;ordine simbolico della globalizzazione può sussistere solo nella forma del pittoresco, ridicolo in questo caso, cioè in una forma letterariamente riduttiva o addirittura non letteraria. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"><span style="font-size: large"><span style="font-style: normal">Il problema che sollevo qui non è di tipo politico prescrittivo: occorrerebbe cioè una letteratura impegnata storicamente e politicamente al posto di una intimistica ( al contrario a me piace la letteratura intimistica e decadente, mentre penso che sia nella vita che si debba avere, per quel poco che i tempi concedono, un impegno storicamente consapevole); al contrario è un problema squisitamente estetico nel senso etimologico della parola. L&#8217;ordine simbolico della globalizzazione contempla solo alcuni elementi della realtà e nel contempo si autorappresenta come la totalità del contemporaneo o meglio, come ho già scritto, del qui e ora. Si tratta di una rappresentazione ideologica nel senso marxiano della parola ossia di un discorso volutamente incompleto, di un&#8217;autorappresentazione che lascia fuori molti tratti fondanti. E si sa quanto l&#8217;ideologia nuoccia alla produzione artistica e letteraria.</span></span></p>
<p style="font-style: normal;margin-bottom: 0cm;font-weight: normal"><span style="font-size: large">Ciò che tra l&#8217;altro resta fuori dall&#8217;ordine simbolico è proprio la percezione della storicità dell&#8217;esperienza umana e colui che l&#8217;avverte, non necessariamente in maniera progressiva o ottimistica, ma anche in chiave negativa o pessimistica, finisce proprio per non fare nulla per essere globale, naturalmente nel senso che a questa parola viene dato dall&#8217;ordine simbolico della globalizzazione così come essa è effettivamente oggi e non come potrebbe o dovrebbe essere. E&#8217; un&#8217;esperienza frustrante quella del fannullone della globalizzazione perchè appunto gli viene negato perfino lo spazio simbolico del contestatore o del dissidente: egli è solo uno che si attarda su cose passate, come la storia, invece di godere dei vantaggi e delle possibilità pressoché infinite offerti dalle nuove tecnologie materiali e mentali.. E&#8217; una condizione frustrante, ma dalla frustrazione talvolta nascono i fiori.</span></p>
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		<title>I desideri e le masse. Una riflessione sul presente</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/09/16/i-desideri-e-le-masse-una-riflessione-sul-presente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2013 12:30:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[walter siti]]></category>
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					<description><![CDATA[[Invito alla lettura di un saggio importante di Guido Mazzoni, che è apparso oggi sul sito &#8220;Le parole e le cose&#8221;.] I desideri e le masse. *]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Invito alla lettura di un saggio importante di <strong>Guido Mazzoni</strong>, che è apparso oggi sul sito &#8220;Le parole e le cose&#8221;.]</em></p>
<p><a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=12011">I desideri e le masse</a>.</p>
<p>*<span id="more-46388"></span></p>
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		<title>ONE BUT UNEQUAL</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Feb 2013 19:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliana Benvenuti]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Lucia Quaquarelli]]></category>
		<category><![CDATA[remo ceserani]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[Alcune considerazioni a partire da La letteratura nell’età globale di Giuliana Benvenuti e Remo Ceserani. di Lucia Quaquarelli In apertura del recente e utilissimo saggio di Benvenuti e Ceserani leggiamo: «In questo libro ricostruiamo il lungo dibattito, iniziato nel Settecento, alle soglie della modernità, sulla possibile dimensione mondiale della letteratura: un dibattito che è ripreso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Alcune considerazioni a partire da </em>La letteratura nell’età globale<em> di Giuliana Benvenuti e Remo Ceserani.</em><strong><em> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/images1.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-thumbnail wp-image-44993" alt="images" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/images1-120x150.jpg" width="120" height="150" /></a></em><br />
</strong></p>
<p>di <strong>Lucia Quaquarelli</strong></p>
<p>In apertura del recente e utilissimo saggio di Benvenuti e Ceserani leggiamo: «In questo libro ricostruiamo il lungo dibattito, iniziato nel Settecento, alle soglie della modernità, sulla possibile <i>dimensione mondiale della letteratura</i>: un dibattito che è ripreso con grande vigore negli ultimi decenni» (p. 7, corsivo mio). Dichiarazione d’intenti e promessa (ampiamente mantenuta), che ha il merito di presentare da subito la riflessione sulla <i>letteratura mondiale</i> in termini di «dimensione», ovvero di ordine di grandezza, di scala. Di scala di progettazione, produzione e diffusione certo, ma soprattutto (e pertanto) di scala di osservazione e analisi.</p>
<p>Siamo cioè tutti più o meno d’accordo nell’ammettere che quando si parla di «letteratura mondiale», oggi, non si intende un oggetto, un corpus o un campo di studio specifico («Salve, io mi occupo di letteratura mondiale, e lei?»), bensì l’elaborazione di una prospettiva di analisi letteraria che metta in conto l’impatto che le recenti trasformazioni « mondializzanti » del mondo (globalizzazione, mondializzazione dell’informazione, flussi migratori, compressioni spazio-temporali, informatizzazione e virtualizzazione dell’esperienza…) hanno avuto sulle lettere e che preveda pertanto il superamento della dimensione strettamente nazionale delle discipline letterarie. Ma non solo.</p>
<p>L’opportunità (l’esigenza, la necessità) di allargare a scala mondiale il campo di osservazione dei fenomeni letterari presuppone anche che si esca, per dirla con Said, dal «labirinto della testualità» (dove testualità si oppone anzitutto a storicità), ci si posizioni nel tempo e nello spazio e si rifletta, inoltre, sulle dinamiche di produzione, traduzione e circolazione dei testi letterari nel mondo, ovvero sulle relazioni (mutevoli nel tempo e nello spazio) tra centri, periferie e semiperiferie della produzione letteraria, insomma sui rapporti di forza entro i quali anche la letteratura viene prodotta e letta. Significa poi provincializzare l’Europa – il che mi pare in generale una buona cosa –  e significa anche, spesso, resuscitare l’autore dalle sue ceneri, poiché, alla stregua di opere e lettori, anche gli autori, scrive sempre Said «appartengono in modo specifico a, e si articolano a partire da, circostanze locali».</p>
<p>La letteratura, insomma, dovrebbe essere considerata, leggiamo a pagina 74 del saggio di Benvenuti e Ceserani, come «una forma di globalità incentrata su attori localizzati facenti parti di reti transfrontaliere». Questa definizione, però, per quanto utile ed essenziale, apre su alcune questioni, talune spinose. Cerco di formularne una, che mi sta particolarmente a cuore.</p>
<p>Lo studio della letteratura su «scala mondiale» richiede allo studioso una capriola: mondializzare (universalizzare) la nozione di letteratura (perché si possa comparare il comparabile) per poi situarla. Voglio dire, per quanto l’approssimazione del <i>distant reading</i> faccia problema e per quanto ancora permanga il dubbio sulla nostra capacità di condurre uno studio della letteratura non compromesso con rapporti di forza postcoloniali, il rischio più grande che corre chi tenta di uscire dall’angustia della dimensione nazionale è quello di presupporre che la letteratura sia una nozione condivisa ai quattro angoli del mondo. Meglio, e per dirla tutta, di presupporre che la <i>nostra</i> nozione di letteratura valga anche per il resto del mondo.</p>
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		<title>MOSCHEE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 22:26:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[chiese cattoliche]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[illuminismo]]></category>
		<category><![CDATA[moschee]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Perché non proviamo ad affrontare le esigenze dei cittadini (“cittadini”, non popolo o pubblico o plebe) in un’ottica illuministica? Che dire della costruzione di nuove chiese cattoliche &#8211; in parte erette con finanziamento statale &#8211; nelle periferie urbane, dove alta è la percentuale di immigrati professanti altri credi religiosi? E delle polemiche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Perché non proviamo ad affrontare le esigenze dei cittadini (“cittadini”, non popolo o pubblico o plebe) in un’ottica illuministica?  Che dire della costruzione di nuove chiese cattoliche &#8211; in parte erette con finanziamento statale &#8211; nelle periferie urbane, dove alta è la percentuale di immigrati professanti altri credi religiosi? E delle polemiche quando certe giunte rifiutano di donare il terreno alla comunità islamica per la costruzione di una moschea, o addirittura quando &#8211; elveticamente ispirate &#8211; vietano tout court la costruzione di nuove moschee? Quale risposta dovrebbe dare un amministratore pubblico laico e privo di preferenze o pregiudizi ideologici?<br />
In primis dovrebbe prendere atto che esistono vasti strati di cittadini con forti esigenze di aggregazione. Le finalità possono essere rituali e religiose, ma anche culturali e ricreative. Si constata che tali esigenze sono molteplici e si giunge alla conclusione che quella municipalità o quel dato quartiere non hanno spazi e denari per finanziare ciascun gruppo nella realizzazione del proprio edificio…<span id="more-27369"></span><br />
Allora che si fa? Una ampia riflessione di ordine generale. Primo: un amministratore deve sempre favorire le aggregazioni. Secondo: fermo restando il rispetto della legge, un amministratore non deve favorire un gruppo di cittadini rispetto ad altri.<br />
Dunque? Si finanzia la costruzione di un unico grande spazio bene attrezzato e polifunzionale, con bagni all’entrata (come nelle chiese finlandesi) e ogni genere di servizi (bar, piccolo ristoro, nursery), con uno spazio principale che il venerdì serve ai musulmani per le loro funzioni e la domenica ai cattolici, ma nulla vieta che il sabato sera diventi sala di ritrovo per i giovani con musiche, canti e danze; il giovedì luogo per la festa della scuola, o il mercoledì cineforum. Con un corredo di piccole sale per il quotidiano culto singolo o di gruppi ristretti, e un’unica guardianìa  responsabile della gestione corrente.<br />
Quanto all’ovvia obiezione: ma cristiani e musulmani hanno l’altare, si potrebbe rispondere: ogni gruppo avrebbe il proprio décor, il proprio scenario ad hoc, come avviene a teatro quando si cambiano le scene. Sarebbe un luogo di aggregazione multietnico e multiculturale. L’unico che un moderno amministratore pubblico dovrebbe finanziare, attrezzare e gestire.<br />
E chissà che – frequentando lo stesso luogo, usando gli stessi servizi – i cittadini non imparino a conoscersi, e magari a valutare i rispettivi credi come obsoleti retaggi di antiche tradizioni, fino a superare lo stadio della preghiera e della magia e ad approdare a quello del dialogo e della riflessione culturale.</p>
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