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	<title>golem edizioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Enigmi a Busto Arsizio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/06/il-caravaggio-scomparso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Nov 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[golem edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Il Caravaggio scomparso]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ferrazzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Riccardo Ferrazzi</strong> <br />(cappello di <strong>Marino Magliani</strong>)<br /> Per chi non è pratico della zona, sarà meglio chiarirlo subito: Busto Arsizio dista da Milano venti chilometri oppure duemila. Dipende dai punti di vista. In autostrada]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Riccardo Ferrazzi </strong>(cappello di <strong>Marino Magliani</strong>)<strong><br />
</strong></p>
<div dir="ltr"><em>In questo romanzo (&#8220;Il Caravaggio scomparso. Intrigo a Busto Arsizio&#8221;, Golem edizioni, 2021) l&#8217;unica autopsia possibile occorrerebbe farla alle rughe del Caravaggio, forse ritrovato. Ma lo è? Si tratta di un giallo dove a condurre l&#8217;indagine è un giornalista, ironico e scanzonato, e ci si muove tra fabbriche e industriali, anzi, tra industriali, anche in questo caso, scomparsi&#8230; Riccardo <span class="il">Ferrazzi</span> è un traduttore, ha scritto saggi su Napoleone da giovane e sui miti, ed è un affabulatore. Di solito spazia tra mesetas e i quartieri di Madrid, dove ha vissuto a lungo. Oppure a Vienna e Coblenza, ma prima o poi le sue trame si spostano dalle parti del milanese e dimostra di conoscerlo bene, in tutte le sue rughe. Qui di seguito un passo.<br />
</em></div>
<div dir="ltr" style="padding-left: 560px;"><em>M. M.</em></div>
<div dir="ltr"></div>
<div dir="ltr"></div>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-93891" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso.jpg" alt="" width="300" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso.jpg 452w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso-300x425.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso-297x420.jpg 297w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Per chi non è pratico della zona, sarà meglio chiarirlo subito: Busto Arsizio dista da Milano venti chilometri oppure duemila. Dipende dai punti di vista. In autostrada sono venti, in tutto il resto sono di più. Il fatto è che a Milano vive un milione e mezzo di persone, e ogni giorno ne vanno e vengono almeno altrettante, invece a Busto siamo ottantamila in tutto e siamo sempre quelli. Ma soprattutto a Milano si compera, si vende, si intermedia, si pubblicizza; invece a Busto si fabbrica. La differenza è tutta qui perché chi vende deve ruotare lo sguardo a 360 gradi; invece chi fabbrica deve stare concentrato sul prodotto, e così non vede quel che gli succede intorno. In compenso, dove si fabbrica succedono cose che altrove manco se le sognano. A Busto Arsizio sessantamila bustocchi originari (o integrati da precedenti migrazioni) convivono con ventimila siciliani, tutti oriundi di Gela (ridente cittadina in provincia di Caltanissetta). In un altro posto sarebbe scoppiata la guerra civile, a Busto no. Finché hanno madre e padre da riverire, i gelesi fanno i bustocchi in fabbrica e i siculi in casa. Quando poi si affrancano dalla famiglia, si assimilano fin quasi a confondersi con gli indigeni. Dev’essere colpa (o merito) dell’aria, quest’aria nebbiosa e pesante dell’Alto Milanese, che incombe sul cranio di tutti noi figli di Eva e ci costringe a tenere gli occhi bassi. Anche chi ha memoria di cieli azzurri e siepi di ficodindia quando timbra il cartellino da queste parti diventa un nibelungo.</p>
<p>Con Mick Navarra, gelese a metà, non ero mai stato amico nel vero senso della parola. Avevamo fatto le medie e il liceo assieme ma non nella stessa classe. Lui aveva un anno meno di me e parecchi milioni in più. Niente di male: fino ai quindici anni certe differenze si sentono poco. Si gioca al pallone, si fa il filo alle ragazzine, i contrasti si aggiustano con la personalità o a cazzotti. È quando cominci a intravedere l’età della patente che scatta il meccanismo perverso: tu ce l’hai la macchina? E che macchina è? Mick aveva in mente la Porsche e Salvatore gliela comprò: da buon siculo era sensibilissimo al fascino degli status symbol. Ma anche chi nasce con la camicia ha i suoi guai e Mick dovette fare i conti con i condizionamenti psicologici: anche se papà ti scuce la paghetta in dosi omeopatiche, tutti sanno che un giorno i milioni saranno tuoi ed è meglio esserti amico che nemico. Siccome prima o poi te ne rendi conto, cominci a pensare che 24 25 la gente non ti sorride perché sei simpatico ma perché vuole qualcosa da te. E diventi un sospettoso stronzo col quale non c’è verso di entrare in confidenza. Mick era così. Potevi incontrarlo al bar Haiti all’ora dell’aperitivo e tra un crodino e un camparisoda potevi chiacchierare da pari a pari sulle prospettive di classifica della Pro Patria. Magari ti raccontava anche una barzelletta. Ma appena usciti dal bar tornavi a essere un perfetto estraneo.</p>
<p>Comunque, per Navarrone e Navarrino i rapporti sociali erano il minore dei problemi. Narra infatti la leggenda che, dopo aver lasciato Gela in giovane età, Salvatore Navarra approdò a Busto con la classica valigia di cartone legata con lo spago e le idee confuse: suonava i campanelli delle fabbriche, il portinaio si affacciava, lui chiedeva in tono altero di parlare col padrone, il portinaio gli domandava paternamente: «Cosa sai fare?». Lui alzava il mento e rispondeva: «Tutto!». Con queste credenziali non lo assumeva nessuno. E lui girò per aziende meccaniche, chimiche e della plastica, ma anche per tipografie e salumifici, prima di bussare alla porta giusta: una tintoria di filati che aveva bisogno di un apprendista. Lì cominciò il suo cursus honorum. La tintoria era piccola, quasi artigianale, e lui fungeva più che altro da uomo di fatica quando c’erano da consegnare o ritirare i subbi, gli enormi rocchetti sui quali si avvolge il filo, tinto o da tingere; ma in questo modo Salvatore poté ficcare il naso dappertutto: filature, torciture, amiderie, tessiture e stamperie, tanto che riuscì a farsi un’idea dell’intero ciclo del cotone, dal batuffolo colto sulla pianta in Georgia o in Mississippi fino ai vestiti griffati esposti nelle vetrine di via Montenapoleone. Se ne venne fuori con l’idea di un marchingegno da applicare ai telai per renderli più versatili e migliorare la produttività. Fu il primo dei suoi successi: tutte le tessiture lo adottarono. Quando le richieste cominciarono ad arrivare anche dall’estero, Salvatore vendette il brevetto e si dedicò a svilupparne altri. Verso la fine degli anni ’80, quando la crisi del tessile aveva già mandato in rovina i cotonifici e i colossi delle fibre sintetiche, lui calzava scarpe Church, ordinava le camicie in Savile Row e collezionava le cravatte di tutti i reggimenti inglesi. Suscitando commenti di ogni genere, aveva sposato la Teresa Barlocco, procace sciampista di chiara fama nelle discoteche dove la gioventù bustocca praticava la 26 27 caccia grossa. Ma a Salvatore la fama della Teresa non faceva né caldo né freddo: ormai aveva capito che a Busto Arsizio l’uomo d’onore è colui che paga le cambiali prima che vadano in protesto, dopodiché quel che succede a letto o sui sedili reclinabili di un’automobile sono soltanto fatti suoi. Salvatore pensò che gli occorreva una donna per il riposo del guerriero e, mentre gli altri puntavano alla camporella spensierata, lui propose il matrimonio. La Teresa fece i suoi conti e decise che le conveniva. In qualità di guerriero, Salvatore si riposò abbastanza per mettere al mondo due figli. Ma fra un riposo e l’altro seguitò a inventare congegni e meccanismi, tanto che in una ventina d’anni la sua “fabbrichetta” arrivò a contare una cinquantina di dipendenti. L’industria tessile era in crisi, invece la meccanica aveva un gran bisogno di brevetti. Salvatore era l’uomo adatto e passò di successo in successo. Ormai, oltre ad abitare in un attico, era proprietario di un discreto numero di appartamenti in giro per la città, possedeva il dieci per cento de “La Subalpina” (che a Busto vende come il Corriere della Sera, o quasi) e una quota del circolo del golf, dove si faceva vedere ogni tanto, solo per incontrare al bar gli altri industriali. Aveva fatto anche l’abbonamento alle partite casalinghe della Pro Patria e, con esiti esilaranti, si azzardava a pronunciare poche brevi frasi in dialetto. I guai cominciarono quando Mick finì gli studi laureandosi in qualche cosa. Salvatore Navarra, il geniale inventore, come padre era un disastro: non concepiva l’idea che il suo erede potesse desiderare, per esempio, di fare il medico o l’avvocato. Mick doveva entrare in fabbrica, punto e basta. Doveva entrarci da figlio del padrone, ma guai a lui se si fosse permesso di spostare un chiodo! Aveva studiato, sì, ma cosa sapeva? Niente! Era un bamboccio, uno sprovveduto, un babbeo. Aveva tutto da imparare. Doveva guardare e tacere. Come per il delfino di Francia, si sarebbe visto chi era solo dopo che il padre fosse sceso nella tomba. E così Mick si ritrovò piazzato in un ufficio dal quale avrebbe dovuto vedere tutto e imparare tutto; ma non era responsabile di niente, neanche dell’archivio, e l’unica iniziativa che poteva prendere era andare a bere il caffè alla macchinetta. Voi direte che da qualche parte bisogna pure cominciare e uno che ha la Porsche in garage ha poco da lamentarsi. Ma Salvatore sembrava che facesse apposta a trattare suo figlio come l’ultimo dei cretini. Ogni volta che lo incrociava in giro negli uffici lo assaliva rimproverandogli errori e omissioni (soprattutto omissioni, dato che per sbagliare bisogna pur avere qualcosa da fare) e non si tratteneva dal chiamarlo fesso, pirla e coglione, facendosi sentire fino in Perù.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Trappola per lupi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/13/trappola-per-topi-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2020 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Vallepiano]]></category>
		<category><![CDATA[golem edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Trappola per lupi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Bruno Vallepiano Isola di Kornati &#8211; Croazia – Luglio 2019 Sdraiato su un materassino giallo, con la schiena arsa dal sole e il viso immerso nell&#8217;acqua limpida stavo guardavo, annoiato, una miriade di minuscoli pesci che sfrecciavano sotto di me. Giocavo a quanto resistevo senza prendere fiato. Il bagliore del sole spalmato sulla superficie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Trappolaperlupibis_cover-2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-86282" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Trappolaperlupibis_cover-2-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Trappolaperlupibis_cover-2-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Trappolaperlupibis_cover-2-250x352.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Trappolaperlupibis_cover-2-200x282.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Trappolaperlupibis_cover-2-160x226.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Trappolaperlupibis_cover-2.jpg 454w" sizes="(max-width: 213px) 100vw, 213px" /></a></p>
<p>di <strong>Bruno Vallepiano</strong></p>
<p align="center"><span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;"><i><b>Isola di Kornati &#8211; Croazia – Luglio 2019</b></i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Sdraiato su un materassino giallo, con la schiena arsa dal sole e il viso immerso nell&#8217;acqua limpida stavo guardavo, annoiato, una miriade di minuscoli pesci che sfrecciavano sotto di me. Giocavo a quanto resistevo senza prendere fiato.</span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Il bagliore del sole spalmato sulla superficie dell&#8217;acqua ne esaltava il turchese e scendeva a riflettersi in tremolanti spicchi arcobaleno sui sassi bianchi distesi sul fondale. Ogni tanto, sollevavo lo sguardo verso la spiaggia semideserta cercando la macchia blu dell&#8217;asciugamano sul quale era distesa Ceci. Il bambino era accanto a lei e trafficava con la sabbia e con alcuni cubi di plastica colorata. Erano al centro della piccola caletta isolata, protetta su due lati dagli scogli e alle spalle da una fitta macchia mediterranea che finiva poi nell&#8217;ampia pineta di Beritnica. Poco più lontano si innalzava la torre di pietra di Stogaj dove nei giorni passati ero andato più volte ad arrampicare. Il nostro bimbo, Idris, era diventato, come Cecilia, bello e abbronzato, e sembrava davvero felice. Bastava guardarlo per capire che stava bene. </span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Gli avevamo affibbiato, con buona pace dei parenti, il nome di battaglia di uno zio partigiano ucciso dai nazisti. </span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Da tre settimane eravamo in pieno relax sulla spiaggia di Metajna. A dire il vero avevamo fatto delle puntatine verso l&#8217;interno girando, a volte, senza una meta precisa, altre invece puntando verso città da visitare, ma sempre senza imporci orari o tempi. Quando eravamo stufi di una cosa ci bastava un&#8217;occhiata e cambiavamo direzione, andando a fare altro. </span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Da un paio di giorni, però, Ceci manifestava una certa inquietudine e avevo capito che ormai era giunto il momento di puntare la prua verso casa, perché quella specie di Eden nel quale avevamo vissuto cominciava a sbiadire e sarebbe stato davvero un peccato inquinare la piacevolezza di quei momenti, con la noia e lo scazzo, che presto sarebbero stati in agguato, se avessimo forzato ancora la nostra permanenza lontani dalla vita di sempre.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Dopo molti giorni, erano tornati, nei nostri discorsi, pensieri rivolti alla nuova casa, o meglio quella che sarebbe diventata, da lì a un po&#8217;, la nostra nuova casa, ancora tutta all&#8217;aria. Erano riaffiorati i ricordi delle passeggiate nei boschi che sovrastano Gariola, delle nostre lunghe serate passate a chiacchierare con i nostri amici Paolo e Clotilde nel cortile della loro cascina, ormai lanciata come B&amp;B, con turisti tedeschi ed olandesi che si avvicendavano nelle camere e ad abbuffarsi con le crostate e le altre golosità gastronomiche che Clotilde cucinava per loro. Addirittura, era comparsa la voglia di una serata a Cuneo, con gelato da Arione e passeggiata sotto i portici.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Era ora di tornare a casa. Che per il momento era ancora il piccolo alloggio di Ceci, diventato ancora più piccolo con l&#8217;arrivo del terzo incomodo e di un mucchio di cose affastellate ovunque. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Per questo avevamo iniziato a pensare ad una casa vera. In un primo tempo avevamo adocchiato un rustico a Gariola, visitato su suggerimento di Paolo. Sembrava fosse in vendita ad un prezzo abbordabile, ma quando il proprietario ci aveva visti interessati all&#8217;acquisto aveva cominciato a fare il difficile e la cifra iniziale era lievitata, così non avevamo concluso nulla, anche perché l&#8217;ultima volta che lo avevamo incontrato gli avevo detto, neppure troppo velatamente, che non mi piaceva essere preso per i fondelli.</span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Infatti, quando mi aveva identificato come “quello visto diverse volte sui giornali” a seguito del mio coinvolgimento in casi polizieschi che, quasi mio malgrado, avevo contribuito a risolvere, si era persuaso che grondassi soldi e quindi pensava di poter lucrare. Così la sua casa era rimasta a farsi divorare dall&#8217;edera e dalle ortiche. Peccato, perché mi sarebbe piaciuta.</span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">La seconda opportunità era stata un altro rustico ma situato un po&#8217; fuori paese, in direzione della vecchia miniera e, a prima vista, decisamente malmesso: il tetto era parzialmente sfondato, i serramenti marci e tutto intorno era cresciuta talmente tanta vegetazione da impedirne una vista d&#8217;insieme. Il proprietario era sembrato piuttosto deciso a liberarsene. Lui risiedeva fuori paese da molto tempo e non gli interessava più tenerla, inoltre non vedeva l&#8217;ora di finirla con le tasse che, nonostante tutto, doveva pagare. Ci aveva raccontato che gliel&#8217;avevano richiesta alcuni costruttori con l&#8217;intenzione di abbatterla e costruire al suo posto un condominio, ma la cosa non gli garbava. Per principio, diceva, non gliel&#8217;aveva venduta. Era la casa nella quale era nato e sapere che noi avremmo avuto intenzione di ristrutturarla mantenendola il più possibile fedele al progetto originale, era una soluzione che lo tranquillizzava maggiormente. Così aveva ingaggiato un boscaiolo e aveva fatto ripulire il terreno tutto intorno al vecchio edificio, estirpando rovi e alberi, e la casa, magicamente, era riapparsa. I muri erano solidi e sani ed era meno peggio di quanto ci fosse apparsa in un primo tempo. Per acquistarla avevo venduto il mio alloggio di Mondovì ed era iniziata la nostra avventura, ma la ristrutturazione era lenta e costosa ed io e Ceci dovevamo tenere a freno la nostra voglia di trasferirci, pur sperando che questo potesse avvenire prima dell&#8217;inverno.</span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Avevo quindi interrotto il mio improvvisato snorkeling, mi ero spinto a riva con questi pensieri in mente e avevo raggiunto Ceci e Idris sdraiandomi sul telo accanto a loro. Lui mi aveva mostrato orgoglioso il piccolo buco che aveva fatto nella sabbia dove aveva riposto alcuni cubetti di plastica e Ceci di era voltata verso di me e mi aveva baciato.</span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">«Pensavo alla nostra nuova casa. Chissà se a quest&#8217;ora avranno finito di mettere su il tetto.»</span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">«Anch&#8217;io mi domandavo la stessa cosa…»</span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">Ci eravamo guardati per un attimo, poi le avevo chiesto «Torniamo?».</span></span><br />
<span style="font-family: Simoncini Garamond, serif;"><span style="font-size: large;">«Non osavo chiedertelo…»</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questo è il primo capitolo di &#8220;Trappola per lupi&#8221;, di Bruno Vallepiano, pubblicato recentemente da Golem Edizioni, nella collana &#8220;Le Vespe&#8221;</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il blues della Maddalena</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/10/10/il-blues-della-maddalena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2019 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[francesco cozzolino]]></category>
		<category><![CDATA[golem edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[il blues della maddalena]]></category>
		<category><![CDATA[marco grasso]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; [Esce oggi il romanzo Il blues della Maddalena di Francesco Cozzolino e Marco Grasso (Golem Edizioni). Ne pubblico il primo capitolo. ot] di Francesco Cozzolino e Marco Grasso Dovrei dormire un po’ e invece sempre la sensazione di essere inghiottito da una crepa nel muro. Guardo la sveglia: alle quattro la mia battaglia è finita e l’attesa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-80759 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-250x325.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-200x260.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-160x208.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001.jpg 761w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[Esce oggi il romanzo </em>Il blues della Maddalena <em>di Francesco Cozzolino e Marco Grasso (Golem Edizioni). Ne pubblico il primo capitolo. </em>ot<em>]</em></p>
<p>di <strong>Francesco Cozzolino</strong><br />
e <strong>Marco Grasso</strong></p>
<p>Dovrei dormire un po’ e invece sempre la sensazione di essere inghiottito da una crepa nel muro. Guardo la sveglia: alle quattro la mia battaglia è finita e l’attesa mi accompagna fino all’alba.<br />
Ancora pochi minuti e il Colonnello si presenterà alla mia porta per stuccare la parete. Forse è già sul pianerottolo.<br />
Ho provato a dirgli che la domenica devo lavorare, che la notte devo lavorare, ma lui è una di quelle persone che non capisce le ragioni degli altri, e d’altronde non crede che scrivere sulle bustine di zucchero sia un vero lavoro.<br />
Non posso biasimarlo, anche se la ragione che ci divide è un’altra: per lui lo sfregio nel muro rappresenta un affronto, una sfida che non può essere rimandata.<br />
Ecco cosa ci separa, la crepa potrebbe avanzare, contagiare gli altri muri e trovare il perfetto punto di tensione, ma per me difficilmente diventerebbe una priorità. Io sono in bilico e il Colonnello vuole tirarmi dalla parte dei giusti, quelli che odiano il luogo in cui abitano.<br />
Vivo in un condominio variegato, tre piani costruiti all’inizio del secolo scorso, tre appartamenti occupati e tre sfitti. Un viado come amministratrice, un ex militare in pensione e il Fiasco, un bar immortale che sonnecchia di fronte al nostro palazzo.<br />
Il Colonnello abita nell’appartamento di sopra. È in pensione ed è mattiniero, un pessimo incrocio. Ma c’è di peggio, è un cultore dilettante di storia locale, declama lezioni all’unico vicino di casa con cui può ancora parlare, io.<br />
Lo scampanellio del collare annuncia Eisenhower, il suo yorkshire che con rumore furtivo ogni mattina riversa un rivolo di piscio sul mio zerbino.<br />
Poco dopo, alcuni colpi decisi sono l’inno del capo reggimento degli scocciatori.<br />
«Ragazzo, sei sveglio?»<br />
Il silenzio non funzionerà.<br />
«Andiamo, lo so che sei sveglio. Il generale ha puntato la porta e ha abbaiato. Non sbaglia mai, è un ufficiale come me. Forza, apri: prima cominciamo e prima finiamo.»<br />
Potrebbe andare avanti per ore, per questo mi tiro giù dal letto. «Brutta roba l’insonnia. Ma il mattino ha l’oro in bocca, dove tieni<br />
la spatola?»<br />
È nelle battaglie più importanti che ci si accorge che manca l’arma giusta.<br />
Pantaloni di velluto verde, scarpe da ginnastica e camicia di flanella, il Colonnello passa le giornate affaccendato in cose inutili.<br />
«Ho scritto al Comune questa mattina, – dice mentre impasta lo stucco – ho imbucato la lettera poco prima di venire qui. Stanno facendo crollare le edicole votive. Tu sai che nei vicoli di Genova ce ne sono ancora settantacinque? Un tempo la città ne era piena. È una tradizione cristiana del Medioevo e il picco fu a metà del ’600, quando dominavamo il mondo, prestavamo soldi al re di Francia e bruciavamo vivi i Turchi sulle loro zattere…»<br />
Il Colonnello si gratta la tempia con la spatola e inquadra con aria sicura il mio muro.<br />
«…ah, che tempi. Pensa che allora ce n’erano centinaia. Poi, con la grande speculazione degli anni Sessanta, hanno distrutto tutto. Una delle ditte di costruzione che aprì il centro storico come una scatoletta di tonno cominciò ad accatastarle in una cantina. È andato tutto in malora, e un giorno sono sparite. C’è chi dice che se le siano vendute gli operai. Abbiamo perso le edicole e abbiamo guadagnato i grattacieli.»<br />
Il Colonnello suda e parla, consapevole di avere, da qualche parte, un interlocutore. Si occupa della mia parete con passione e riempie la crepa di stucco.<br />
Nel frattempo lo squarcio si è allungato nella parte sana del muro, la mattina è finita e lui deve dare da mangiare a Eisenhower.<br />
Guardo la crepa e mi sembra educato invitarlo a restare per un caffè. Glielo servo con piattino e bustina dove campeggia il precario frutto della mia fatica: “I sogni sono il lavoro in nero della mente”.<br />
La frase lo incuriosisce, ma la liquida con poco: «Lo prendo nero. Non te la sarai mica presa con me, ragazzo? Sai, a una certa età la gente finisce per evitarti. E la solitudine è un nemico al quale non ti preparano nell’esercito».<br />
Su un tappeto di stucco e calce, io e il Colonnello sediamo uno di fronte all’altro e sorseggiamo un pessimo caffè. Lui a schiena ritta su una sedia, io con aria sconfitta nella mia poltrona.<br />
Non è da tutti usare la buona volontà per sopravvivere in tempi come questi. In fondo non è che una reazione alla solita domanda: cosa fai per tirare avanti? Ognuno risponde come può: «Lo stucco dovrebbe essere asciutto per stasera, mi raccomando non toccarlo. Ripasso domani per vedere com’è venuto».<br />
Lo accompagno alla porta e quando lo sento chiudersi in casa stringo lo scalpello in mano, rimango un momento sul pianerottolo. Eduardo Federico: sulla targhetta il mio secondo nome è discreto come un segreto inconfessabile.<br />
Una volta dentro, il gesto è automatico. Mi avvicino al muro e m’inginocchio davanti alla crepa. Lo stucco ancora fresco si sfalda con facilità, quello già indurito ha bisogno di qualche colpo più deciso, ma in pochi minuti la crepa è come nuova.<br />
Guardo la parete, sembra che sorrida. Non si riesce ancora a vedere dall’altra parte, ma è solo questione di tempo. In fondo il Colonnello ha ragione, la solidarietà è sempre importante. È come condividere un muro, non sai mai chi sono i tuoi vicini di casa finché non li inviti a entrare.<br />
Mi siedo sul pavimento e la osservo. Vedi alla parola crisi. Nel vocabolario cinese si usano due ideogrammi per definirne il significato: cambiamento e opportunità. Nel vocabolario di un giovane occidentale si vince o si perde, e quando non sai bene a che punto sia la partita, un’espressione racchiude il meglio delle filosofie del pianeta: essere nella merda.<br />
A mattina inoltrata apro la dispensa e prendo il necessario per il lavoro: pennelli, rullo e latta di vernice da cinque chili. Fuori dalla finestra la primavera tinge la città di colori caldi. Le scale del palazzo sono grigie e irregolari come quelle che facevano un tempo, quando le cose non erano progettate per essere dritte, ma per durare.<br />
«<em>Carinho</em>!» Wanda è un’esplosione di colori a qualsiasi ora del giorno. Mi regala un sorriso che ha imparato a Bahia e di cui un solo popolo conosce il segreto.<br />
«Ciao, Wanda, tutto bene?»<br />
«No, per fortuna, altrimenti sai che noia, piccolo mio.»<br />
Stretti nel vestito a fiori i suoi bicipiti reggono due sacchi di bottiglie di vetro. Un amministratore che si occupa anche della differenziata metterebbe di buon umore chiunque, ma la cosa più bella è che Wanda è molto più italiana e mascolina di me.<br />
«Ma che vuoi – mi ha detto una volta – la nazionalità è una questione di comfort. È una coperta per ripararti dal freddo. E nessuno può dirmi cosa mettere sul mio letto».<br />
È stata lei a fare i lavori di ristrutturazione del condominio, lascito di un vecchio zio a quanto dice. Il palazzo era in pessime condizioni ed era stata negata l’agibilità. Ma l’amore e i contatti giusti risolvono tutto.<br />
Wanda è un viado, una personalità influente nel quartiere, oltre a gestire vari appartamenti è a capo di un sindacato di prostitute, “il primo del Paese” secondo lei.<br />
Ogni volta che vuole salutarmi mi accarezza la guancia: «Se avessi un’altra vita la dedicherei al tango. Ma se ne avessi altre due, <em>carinho</em>, mi innamorerei dei tuoi occhi tristi».<br />
Un secondo posto non si butta mai via. La saluto quando ormai forse non mi sente più, sono in ritardo per il lavoro.<br />
Esco di casa come se stessi scappando da un uragano, tengo in tasca le cose fondamentali con le quali potrei tirare avanti un giorno in una città allagata: un pacchetto di sigarette semivuoto, uno nuovo, una penna che macchia, un mazzo di biglietti da visita.<br />
La vernice borbotta nella latta, giallo zolfo come lo sguardo di chi ha vissuto troppo tempo a Genova, anziana matrigna che vizia i suoi figli fino a soffocarli.<br />
La cosa più importante è la sfumatura: cerco sempre una tonalità leggermente più chiara dell’originale per fare in modo che in controluce rimanga qualcosa. Nei vicoli, se qualcuno si ferma a fissare un muro per più di un minuto o ha perso la via di casa o è semplicemente annoiato, in ogni caso si merita di vedere qualcosa.<br />
Attraverso tutta la città vecchia per arrivare in via delle Vigne, poi la salita di via Chiabrera dove i tetti si sfiorano e nascondono il cielo. Sono quasi arrivato quando sento quel tono familiare, la lingua più parlata fra<br />
queste vie, il mugugno. Un dialetto che assomiglia a un lamento continuo, l’espressione naturale della città, che ho trasformato in un fruttuoso business.<br />
«Ma io mi dico, cosa passa per la testa di questi teppisti?» Il mio primo cliente della giornata.<br />
«E poi, che vuol dire questa frase? Almeno avesse un senso.»<br />
Tre metri per uno, tratto nero su sfondo giallo, è la bottega di un parrucchiere, un posto dove la gente passa un’infinità di tempo.<br />
Il luogo non è mai scelto a caso. La cornice deve enfatizzare adeguatamente le parole. In fondo sto rispondendo alla pubblicità del futuro, un tempo in cui non basta più un taglio di capelli per sentirsi meglio, nemmeno se è alla moda. Il pennello si muove, ma è come se fissasse per sempre quella scritta.<br />
Se apro un qualunque manuale di psicopatologia mi accorgo di avere una quantità di malattie variabile fra le trenta e le quaranta. La maggior parte delle volte succede di notte. Il trucco è alzarsi e camminare, nessuno busserà più per chiederti se sei vivo o no.<br />
Con questo piccolo stratagemma ho trasformato un insopportabile fastidio in un sistema di lavoro. Io la chiamo insonnia creativa.<br />
Lavoro in due tempi, dalle due alle sei il pennello scrive. Di giorno, nei ritagli di tempo, il pennello cancella. E io sono uno dei tanti giovani creativi che aiuta il quartiere.<br />
Le mie parole hanno vita breve, anche se c’è sempre qualcuno che le vede: chi rientra tardi e chi esce presto, i due momenti migliori della vita di ognuno, quando si lascia e quando si riprende la via di casa. Quando gli occhi sono quasi pieni e quando sono quasi vuoti. Ho il potere del primo e dell’ultimo pensiero nell’esistenza di queste persone; forse non è molto, ma di certo non è poco.<br />
Il viso del parrucchiere tradisce un sorriso, e un cliente soddisfatto significa sempre un altro cliente.<br />
«Venga, le offro un caffè, – dice mentre ammira il risultato – questa è la democrazia: tanti bei discorsi e poi ognuno fa quel che vuole. I giovani, invece di lavorare, vanno in giro a imbrattare i muri».<br />
Al bancone ci servono due tazzine, lui prende una bustina e legge: “La dittatura del sorriso finirà”.<br />
Con un leggero turbamento si volta e ricomincia: «Io il mio negozio l’ho tirato su da solo, quando ho cominciato qui non c’era nulla. Anche adesso non è facile, forse non sarà il quartiere migliore, ma per fortuna rimane gente come lei che si dà da fare».<br />
Pagati i caffè torniamo davanti al muro, lui annuisce ed estrae una banconota da cinquanta. Quando ci stringiamo la mano, recito la mia parte: «Se ha ancora bisogno di me, questo è il mio biglietto. Crac – Agenzia Risoluzione Problemi».<br />
Lei scrive il suo problema, noi glielo risolviamo. Se il problema lo abbiamo creato noi, è solo un dettaglio.<br />
Mi allontano qualche metro per ammirare l’opera. La superficie gialla nasconde un’essenza nera come la pece: “La chiave del successo è la sua necessità”.</p>
<p>Secondo vicolo, secondo cliente. Il mio lavoro continua in una strada del vecchio ghetto ebraico. L’uomo della pescheria è fuori di sé e io lo accolgo con il sorriso di chi capisce i problemi altrui ed è lì per risolverli.<br />
Il suo «mi piacerebbe avere per le mani chi mi ha imbrattato il muro» è solo un nuovo lamento che aspetta di essere consolato.<br />
«I colori della città vecchia sono molto particolari, rosso, giallo, verde acqua: venivano usati perché i marinai che facevano ritorno potessero riconoscere la propria casa entrando in porto; per guadagnare tempo, per essere a casa prima di mettere piede sulla terraferma» gli dico.<br />
È un’idea romantica che mi ha portato ad amare i muri di questa città, ormai li conosco uno a uno, come le pagine di uno spartito che suono ogni notte.<br />
Piazza Fossatello è l’ultima della lista. Ci arrivo quando la luce del tramonto comincia a salire dal mare e mi ricorda che la sera è dietro l’angolo, un momento importante da queste parti.</p>
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