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	<title>gramsci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Scritture subalterne nella letteratura meridionale contemporanea</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/01/scritture-subalterne-nella-letteratura-meridionale-contemporanea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2024 05:48:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Leogrande]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Moliterni]]></category>
		<category><![CDATA[gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura meridionale contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Nino De Vita]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Bodini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Fabio Moliterni </strong> Per studiare la letteratura meridionale contemporanea sarebbe necessaria un’indagine a tutto campo: un lavoro critico, collettivo e condiviso, la cui urgenza sociale e politica si misura soprattutto oggi, nella temperie un po’ asfittica della critica letteraria e accademica.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[In occasione dell&#8217;uscita della raccolta di saggi dal titolo</em> Finzioni meridionali. Il Sud e la letteratura italiana contemporanea (Carocci, 2024), <em>l&#8217;autore ci presenta una riflessione sulle ragioni e i metodi della propria ricerca.]</em></p>
<p>di<strong> Fabio Moliterni</strong></p>
<p>Per studiare la letteratura meridionale contemporanea sarebbe necessaria un’indagine a tutto campo: un lavoro critico, collettivo e condiviso, la cui urgenza sociale e politica si misura soprattutto oggi, nella temperie un po’ asfittica della critica letteraria e accademica. Laddove, per sintetizzare al massimo, la critica letteraria è <em>embedded</em> o non è: si limita alla descrizione inerte, passiva e mimetica dei prodotti culturali, quando non alla promozione di un <em>brand </em>letterario buono per questa stagione di saldi, lustrini e serie tv. Una stagione culturale, la nostra, nella quale i lavoratori della conoscenza, meridionali e non solo, confondono la cultura con l’organizzazione di eventi (la paesologia o l’eco-poesia all’acqua di rose, l’opportunismo e il cinismo di certe operazioni editoriali e accademiche, con il loro più o meno fiorente indotto transmediale e di turismo culturale, ecc.). Ho pensato quindi alla letteratura meridionale del secondo Novecento come a una serie di intertesti sincronici, un insieme testuale molteplice e stratificato, che non si cristallizza in una tendenza ma vive in una continua circolazione di forme. Questa è la condizione di partenza per cartografare una galassia di testi meridionali che si caratterizza nel corso del tempo per una varietà impressionante di modalità narrative ed espressive: una varietà di soluzioni testuali che tuttavia, a mio parere, non deve oscurare la necessità di un giudizio di valore. Per fare solo due esempi: una cosa è far reagire l’opera di Carlo Levi con il pensiero di Ernesto de Martino o con la scrittura di Alessandro Leogrande, un’altra è esaminare da vicino le strutture narrative dei romanzi di Mario Desiati; una cosa è la paesologia didascalica e a tratti patetica espressa da certa poesia recente, un’altra è la ricchezza di risonanze formali e antropologiche che emanano le opere in versi di Vittorio Bodini e di Nino De Vita (e si potrebbe continuare).</p>
<p>Di fronte alla natura plurale e stratificata delle esperienze letterarie meridionali del secondo Novecento, che arrivano fino a oggi, alla cosiddetta letteratura circostante, è necessario rispondere non con un intento meramente descrittivo o ecumenico, che purtroppo accompagna molto spesso gli studi sulla letteratura e sull’identità letteraria meridionale, ma con gli strumenti dell’analisi sociale della letteratura e della critica delle forme. La critica delle forme distingue e seleziona le voci letterarie più rappresentative, tentando di istituire tradizioni e costellazioni di testi esemplari, testi che si presentano sul piano simbolico come sintomi culturali e ideologici connessi alla dimensione materiale del sistema produttivo, alle mutazioni sociali e politiche che hanno attraversato la storia del Meridione d’Italia. Si tratta di un percorso storico e letterario di tipo strabico e anfibio, che attraversa luoghi e lingue diverse, generi plurali, tra prose e poesie, tra inchieste e romanzi, e si mette in dialogo con discipline e con saperi non strettamente letterari, dalla storia degli intellettuali alla nuova narratologia, dalla sociologia alla demologia, dall’etnologia all’antropologia. Le prose favolistiche e argomentative di Sciascia e di Pasolini si affiancano alle poesie di Vittorio Bodini e di Nino De Vita; dai romanzi e dalle opere etnografiche di Carlo Levi e di Ernesto de Martino si arriva alle opere dei giovani narratori pugliesi, Nicola Lagioia accanto ad Alessandro Leogrande. Questa visione rizomatica e plurale della letteratura meridionale contemporanea convoca un dispositivo, un metodo di ricerca che si colloca insieme dentro e fuori alle narrazioni egemoniche del nostro contemporaneo. La natura intrinsecamente antagonista e il potenziale conoscitivo che emergono da queste esperienze letterarie mi hanno fatto pensare alla letteratura meridionale contemporanea come a un’alterità che sfida dal suo interno la contemporaneità, mettendola in tensione con sé stessa.</p>
<p>Non esiste, a mio parere, una presunta specificità identitaria, e tanto meno una supposta purezza, una prerogativa della letteratura meridionale, se non nel confronto reattivo, dinamico e dialettico che alcune tra le migliori esperienze letterarie meridionali istituiscono con il contemporaneo, con il pensiero unico del progresso, con le retoriche del neoliberismo: con l’inconscio politico della nostra epoca, per citare Fredric Jameson. La letteratura meridionale non è uno spazio testuale che aprioristicamente dobbiamo considerare di stampo progressista o reazionario, apocalittico, regressivo o antimoderno, ma non è nemmeno un inerte archivio di scritture da recuperare e ricostruire con un metodo solo descrittivo e ancillare.</p>
<p>Il valore letterario delle opere letterarie meridionali è all’origine del loro significato storico. Per questo ho messo l’accento sull’analisi delle architetture narrative, dei dispositivi testuali, delle modalità enunciative, del punto di vista, e in particolare ho voluto individuare nei testi le pratiche e le strategie discorsive delle voci narranti, la posizione della voce narrante rispetto al mondo rappresentato, quello dei tanti Sud Italia: che è uno spazio, non va mai dimenticato, abitato dai contadini e dagli operai di ieri e di oggi, dai nuovi schiavi nelle campagne, in una parola dai <em>soggetti di storia non egemonici </em>– i subalterni nell’accezione di Gramsci, i marginali e gli <em>outcast</em>, gli uomini e le donne in carne e ossa che Ernesto de Martino chiamava le ‘persone vive del Mezzogiorno’. È uno spazio pluristratificato nel quale gli squilibri e le nuove disuguaglianze generate dalla globalizzazione convivono accanto al persistere di un paesaggio agricolo, alle permanenze del tessuto sociale, economico e antropologico di stampo ancora arcaico o patriarcale; e i flussi migratori, lo spopolamento, il lavoro nero e gli abusi edilizi, l’eco-mafia e i fenomeni dell’emigrazione intellettuale sono il precipitato o il sedimento di una politica sempre più affaristica, autoreferenziale e corrotta, ispirata e asservita, come avviene in questi anni in un tutto il mondo occidentale, agli imperativi del mercato e al trionfo delle ideologie neoliberali.</p>
<p>Troppo spesso, mi pare, nelle espressioni letterarie contemporanee legate ai luoghi del Sud, così come negli studi più recenti sulla letteratura o sulla poesia meridionale &#8211; con tutte le etichette più alla moda come paesologia, poesia meridiana, mediterranea, eccetera -, sfugge questa dimensione doppia, questo doppio legame, potremmo dire, che la letteratura meridionale, a partire da Verga, instaura da sempre con la modernità e con il piano materiale del reale: una dimensione che riguarda simultaneamente la storia e i linguaggi. La mia proposta è di avviare un’indagine che interseca sincronicamente la dimensione retorica (testuale) e quella pragmatica (contestuale) delle opere letterarie meridionali contemporanee: è un tentativo, a partire dai testi, di articolare retorica e sociologia, per cogliere gli aspetti testuali e i comportamenti, gli effetti sociali delle operazioni intellettuali meridionali. Un’analisi di questo tipo impone un duplice terreno di indagine: fuori dal testo, si deve considerare la storia sociale del Mezzogiorno, non solo in un’ottica evolutiva ma frastagliata, fatta di arresti e ripartenze, continuità e discontinuità; all’interno delle opere, con l’analisi dei dispositivi della narrazione o della enunciazione poetica, emerge la costruzione di un’immagine conflittuale e dinamica del Sud, in e attraverso i testi letterari.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine di copertina di Marco Fraddosio</p>
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		<title>L&#8217;intellettuale dissidente</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/05/27/lintellettuale-dissidente/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2020 05:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[adorno]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
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		<category><![CDATA[niccolò ameli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Niccolò Amelii &#160; Chi ha la «cultura» ha, se non il potere, almeno una delle condizioni di esso. (F. Fortini, Dieci inverni) &#160; Gli intellettuali nelle società del neocapitalismo avanzato sopravvivono a stento nei coni d’ombra, nelle aporie, negli interstizi delle strutture professionali e di produzione. Sebbene il fenomeno di disgregamento di un certo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Niccolò Amelii</strong></p>
<p style="text-align: right;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Chi ha la «cultura» ha, se non il potere, almeno</em><br />
<em>una delle condizioni di esso.</em><br />
<em>(F. Fortini, Dieci inverni)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justfy;">Gli intellettuali nelle società del neocapitalismo avanzato sopravvivono a stento nei coni d’ombra, nelle aporie, negli interstizi delle strutture professionali e di produzione. Sebbene il fenomeno di disgregamento di un certo tipo di intellettuale (semi)<em>engagé</em>, culturalmente novecentesco, sembri inscriversi nella sua totalità nel quadro fenomenologico di una contemporaneità che ci appare oramai quasi astorica, esso ha origini ben più lontane. Fortini denuncia la situazione di mutamento ontologico con parole irrevocabili già agli inizi degli anni Settanta, riferendosi a un periodo addirittura precedente: «La crisi storica dell’intellettuale “impegnato” l’avevamo vista venire innanzi ben prima del “miracolo economico»><a href='#Nota1'><b>1</b></a>. Pur esagerando volontariamente i termini critici dell’analisi, Fortini fotografa con grande chiarezza un dato problematico fin da allora evidente e che negli anni a venire avrebbe prodotto una delle più gravi sfaldature tra cultura e realtà: la capillare settorializzazione e parcellizzazione del sapere, non solo nelle accademie, nei poli universitari, nei programmi scolastici, ma nella persona stessa dell’intellettuale, incapace poco a poco di riattingere a quell’interezza, a quel pluriprospettivismo di conoscenza e visione ch’era eredità diretta del Rinascimento, dell’Illuminismo, del positivismo ottocentesco. Bisogna però subito chiarire i concetti in gioco e fare una considerazione che è al contempo premessa generale ed epitaffio: ogni categoria o prassi di pensiero che ha avuto spazio di riflessione, applicazione e discussione nella seconda metà del ‘900, specialmente tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni ’70, non esiste più. Questo accade non perché quelle categorie, quelle ideologie o quegli strumenti critici che venivano utilizzati per provare a scardinare i perni attraverso cui si teneva insieme la società – e che erano anche e soprattutto atti d’amore e di odio, di devozione qualche volta – sono spariti, ma perché non esistono più istituzioni capaci di veicolarli. E con istituzioni intendo dire Politica e Cultura. Una volta si rifletteva costantemente sull’indipendenza della Cultura dal fatto politico, sulla legittimità di considerare la Cultura una ramificazione della Politica o viceversa, alcuni urlavano a gran voce che Cultura è Politica, altri che non c’è Politica senza Cultura. C’era il gusto dell’affermazione assertiva, ma anche del dubbio, dello scetticismo, della decostruzione. La decadenza assai repentina di entrambi questi fondamentali poli dialettici, di questi due ordini di azione e speculazione, ha di fatto esautorato l’intellettuale inteso come figura ontologicamente ben delineata, agente nella società e per la società, nella cultura e per la cultura, nelle arti e per le arti, lo ha privato del suo campo d’azione privilegiato. Venuta meno la tensione costruttiva che alimentava il fervore e il dibattito, all’intellettuale di oggi non è rimasto nient’altro che il silenzio di un ufficio, il vociare di un salotto televisivo, un’aula universitaria, tutti luoghi solitari o autoreferenziali. Ci sono state ovviamente varie e numerose fasi di peggioramento, andate di pari passo all’affermazione dell’industrializzazione culturale, della massificazione dell’arte, della società dei consumi. La fine della Politica è cominciata con il lento depotenziamento dell’egemonia culturale dei partiti, soprattutto quelli di sinistra. Incapaci di continuare a indirizzare i cittadini verso una certa idea di mondo e società – giusta o sbagliata che fosse –, di decriptare e interpretare i segnali emergenti, di allargare le maglie delle proprie categorie d’analisi e di lettura, essi hanno abdicato, rinunciando con eccessiva arrendevolezza al loro consolidato ed abituale ruolo di guida e di riferimento per accontentarsi della gestione del potere, dell’amministrazione spicciola, della politica senza futuro. Chi ne ha più sofferto è stato paradossalmente proprio l’intellettuale e non il prototipo dell’uomo medio, proiettato verso i fasti della pubblicità e dei quiz show. L’intellettuale, già ormai notevolmente scisso, ha visto sparire davanti ai suoi occhi il terreno di caccia a lui più congeniale, l’amico o il nemico di tante battaglie di penna, di missive, di citazioni, di tesi e antitesi. È venuto a mancare sotto i piedi l’unico spazio di manovra e discorso in cui sentirsi totalmente legittimato, riconosciuto, considerato partner preferito di confronto, a prescindere dalla condivisione o meno degli argomenti e delle posizioni. Ciò ha gravato soprattutto sui “battitori liberi”, coloro che non si riconoscevano totalmente in una determinata forza politica, ma che gravitavano intorno a certi punti cardine, attratti e respinti allo stesso tempo, fedeli ad alcune convinzioni ma sempre critici, sempre eretici, sempre combattivi. L’intellettuale funzionario, quello assoldato nelle fila del partito, mimetizzato ed espropriato delle proprie originarie peculiarità, diventato altro, burocrate o portantino, non ha subito il colpo con pari intensità. Egli ha accettato con passività e arrendevolezza la fine del partito e dunque la morte della Politica e dei luoghi dialettici in cui era fatta perché ha partecipato attivamente al processo di ammazzamento, era sul luogo del delitto e vi sostava con gran piacere. L’intellettuale costantemente eterodosso, curioso e lunatico, il più fervente utopico e idealista si è ritrovato invece isolato, defraudato, incapace di accettare proprio quella solitudine che un tempo invocava ad ogni angolo, seduto ad ogni comizio, nel bel mezzo di ogni discussione. Ha provato prima di arrendersi definitivamente a rivolgersi all’Industria, a farsi ammettere nelle sue corti, tentato dai richiami fatui di un neoumanitarismo più apparente che reale, in un periodo molto limitato di tempo in cui il manager d’alte vedute è sembrato assumere le vesti del mecenate di stampo rinascimentale, felice ed entusiasta di contornarsi di artisti e pensatori. Il momento però è durato davvero poco, sia perché lo pseudo-principe impegnato e di simpatie riformiste è stato sostituito ben presto da consigli dirigenziali spersonalizzati più efficaci e meno interessati, sia perché l’Industria che poteva essere allora ancora struttura a sé stante, organica, lontana dalla finanza dei faccendieri, centrale nella vita di una città e di una comunità è diventata nel giro di qualche inverno un nostalgico ricordo. Egli è allora ritornato tristemente al proprio cantuccio, al proprio studio, alle proprie opere, rimuginando fra sé e sé, quante occasioni perse. Nella nuova condizione di nomade sprovvisto di meta si è reso ben presto conto che nel deserto circostante andavano scemando anche i luoghi fisici a cui un tempo apparteneva per fisiologia, le strutture grazie alle quali perpetuare ed esternalizzare ancora una piccolissima parte del proprio acume critico, intellettivo e conoscitivo. Le riviste chiudono o mutano di forma e contenuto, le case editrici entrano in crisi, la tv nascente fagocita tutto il resto. La cultura è sempre stata minoranza, inutile negarlo. Anche allora era minoranza. Eppure, era una minoranza capace di incidere, di lasciare profondi solchi, di interrogare e porre quesiti che i politici, per cecità o incapacità o convenienza, ignoravano. L’intellettuale aveva compiti d’intraprendenza teorica, di avanguardia del pensiero. Rimaneva inflessibile, armato del proprio bagaglio di studi e di letture, Hegel, Marx, Engels, Lukács, Gramsci, i francofortesi oppure Mill, gli illuministi, Dewey, Croce e tuttavia sempre pronto a sfrondare, a rivedere, a illuminare nuovamente certi passaggi logici, certe vie intraprese. Soprattutto non si collocava né fuori dalla storia, né fuori dalla realtà del mondo, della nazione, della città. Agiva con la coscienza critica di chi è partecipe attivo del farsi delle cose, dei mutamenti in atto, tentando di mediare le altezze filosofiche e di riflessione pura con i bisogni pratici, le richieste di cambiamento pragmatiche della gente, dei cittadini, cercando di modificare, entro i limiti delle proprie possibilità di azione, la realtà stessa, le sue strutture sotterranee e contingenti, i suoi accidenti. Non si trattava semplicemente di fare arte o cultura per il popolo perché «l’arte non si porta, si fa o si sente, è cosa grave, seria; e rara»<a href='#Nota1'><b>2</b></a>; ma di rivestire pienamente un ruolo prestigioso, se non per effettività almeno per retaggio, che si esplicava sempre un po’ più in alto delle cose e sempre un po’ più a lato. Oggi non avviene più nulla di tutto ciò. Con un moto d’intenti e posizionamenti paradossale, proprio quando sono venuti meno i tentacoli eccessivamente totalizzanti di alcune imposizioni di partito che poco o nessuno spazio lasciavano all’arbitrio personale, l’intellettuale non solo non è riuscito ad occupare quello spazio lasciato libero e scoperto dalla ritirata delle parole d’ordine, degli slogan sempre efficaci, dei codici di comportamento di politici e partiti, ma – soccombendo alla più classica reazione “uguale e contraria” – si è ritirato sul pianerottolo, ha cessato di reclamare la propria indipendenza costitutiva, la propria autorità somma, il proprio <em>essere-nonostante-tutto</em>. Su quelle praterie lasciate indifese e incolte hanno poi seminato e raccolto consenso nuovi agenti, nuove figure professionali, nuove manifestazioni della contemporaneità, i falsi miti del neocapitalismo, la pubblicità, la tv, l’industria culturale. Sopraffatto da fattori endogeni – come il dissolvimento di un chiaro orizzonte culturale a cui ancorarsi – ed esogeni – come la marginalizzazione imposta dai nuovi standard di vita, dai nuovi media, il depotenziamento degli istituti di conoscenza, la delegittimazione delle intermediazioni – si è lasciato contaminare impotente dai processi del contemporaneo, di cui non ha assecondato i pregi e le potenzialità inscritte – l’apertura degli orizzonti di studio, le connessioni trasversali con nuovi campi del sapere –, ma unicamente i difetti, l’approssimazione, la superficialità, l’orizzontalità delle relazioni, il multitasking. Intrappolato suo malgrado tra le maglie di un efficiente sistema produttivo, l’intellettuale cede infine «alla pressione che la realtà economica esercita su di lui e all’obbligo di soddisfarne le mutevoli esigenze»<a href='#Nota1'><b>3</b></a>. Poiché con i diritti si dissolvono anche i doveri, anche lo studio è cessato. Per usare le parole di Adorno: «La pressione del conformismo, che grava su ogni produttore, abbassa ulteriormente le sue esigenze verso sé stesso. È il centro stesso dell’autodisciplina intellettuale che appare in procinto di dissolversi»<a href='#Nota1'><b>4</b></a>. L’intellettuale ha dunque rinunciato progressivamente alla propria eredità storica, facendo pian piano a meno di tante opere, tanti autori, tanti concetti, tanti armamenti critici. Non riconosce più le sue prerogative, non sa più difenderle, a stento saprebbe definire la propria fisionomia. Se tutto diventa cultura e la cultura diventa merce, venendo spogliata d’ogni carattere originario interrogativo e inquietante, l’intellettuale rinuncia a farsene interprete, per incapacità personale e perché non c’è più alcun enigma da interpretare, alcun messaggio da veicolare, si limita a frequentare i ristretti circoli ancora sporadicamente aperti, dove si parla soltanto agli amici. L’intellettuale è oggi fluido per vocazione antropologica, privo d’ogni forma di consapevolezza di sé e dei propri indeboliti mezzi, meno preparato, con un bagaglio di conoscenze assai limitato. Non ci sono più referenti privilegiati, la Politica è morta e sepolta, forse non c’è mai stata davvero se non nei libri di filosofia politica, quella di oggi è certamente parodia, i giovani sono obbligati a pensare al profitto e alla sopravvivenza, il popolo è interessato a guardarsi nelle tasche; eppure gli input, le domande e le previsioni irrisolte rimangono urgenti, oltre tutti e oltre ogni specificazione. Un perimetro potenziale di pensiero, prassi e ascolto si ripresenta – seppur limitato – ad ogni nuovo grande quesito che il mondo (spazio + tempo) pone oltrepassando le categorie e i recinti, sottendendo e trascendendo in un sol colpo d’ala gli eterni colossi: Economia, Scienza, Etica, Arte, Religione. I nemici-amici da incolpare sono sepolti, l’ignoranza dei più poco conta. Recuperare la totalità è utopia, inseguirla no&nbsp;</p>
<p>1 F. Fortini, Dieci inverni 1947-1957, Macerata, Quodlibet, 2018.<br />
2 F. Fortini, Dieci inverni, op. cit.<br />
3 M. Horkheimer, Eclisse della ragione, Torino, Einaudi, 2000, p. 92.<br />
4 T. W. Adorno, Minima moralia, Torino, 1979, p. 21.</p>
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		<title>Un saggio di Tolstoj e una nota di Gramsci sull&#8217;Amleto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/29/un-saggio-di-tolstoj-di-shakespeare-e-del-dramma/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Nov 2018 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Pierpaolo Rosati]]></category>
		<category><![CDATA[Skakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[Tolstoj]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pierpaolo Rosati L’inaudita originalità delle idee e l’indubbia autorevolezza del nome inducono a prestare ascolto alla voce di chi – più di un secolo fa – emetteva la condanna più impietosa dell’Amleto e, come se non bastasse, dell’intero corpus shakespeariano. Si parla di Lev Nicolaevič Tolstoj, autore di un Saggio critico del 1903, raccolto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Pierpaolo Rosati</strong></p>
<p>L’inaudita originalità delle idee e l’indubbia autorevolezza del nome inducono a prestare ascolto alla voce di chi – più di un secolo fa – emetteva la condanna più impietosa dell’<em>Amleto</em> e, come se non bastasse, dell’intero <em>corpus</em> shakespeariano. Si parla di Lev Nicolaevič Tolstoj, autore di un <em>Saggio critico</em> del 1903, raccolto dalle Edizioni Boringhieri tra i suoi <em>Scritti sull’arte</em> (con Introduzione di L. Radoyce, Torino 1964 pp. 403-98). <em>Saggio</em> nel quale – aldilà del <em>Re Lear</em>, sempre al centro dell’attenzione – non mancano analisi e rilievi trasversali, rivolti anche ad altri titoli. Pietra dello scandalo, per Tolstoj, è anzitutto il “linguaggio” shakespeariano, che egli definisce “manierato, artificioso, … esagerato e vuoto”; segue la “rappresentazione dei caratteri”, in sé del tutto carente. Lo attesterebbe proprio l’<em>Amleto</em>, lì dove il grande narratore russo, se da un lato riscontra un “evidente difetto… [nel] fatto che proprio il suo protagonista non ha alcun carattere”, dall’altro deduce, con molta acribia, che “Shakespeare non è stato capace, anzi non ha voluto attribuire alcuna specifica personalità ad Amleto, senza neppure capire la necessità di doverlo fare”.  Al tempo stesso, nel Bardo – così dice – “tutto è esagerato: …le azioni, …le loro conseguenze, …i discorsi”, con grave nocumento per quel “senso della misura” senza il quale “non è mai esistito e non può mai esistere l’artista, come senza il senso del ritmo non può esistere il musicista”. Del resto – afferma Tolstoj – i drammi shakespeariani mancano dei tre requisiti indispensabili al genere drammatico: un “contenuto significativo”, un’adeguata “tecnica costruttiva” e una “viva e sincera partecipazione dell’autore a ciò che egli rappresenta sulla scena”.<br />
Trattandosi inoltre di “opere … insignificanti, volgari e amorali”, “le persone che vi compaiono non solo disprezzano la massa (cioè la classe lavoratrice); ma, negano <em>l’aspirazione religiosa</em>, oltre che qualsiasi <em>aspirazione umanitaria</em>”. “L’arte drammatica – al contrario – è sempre stata religiosa, cioè ha sempre avuto lo scopo di suscitare nella gente il chiarimento del rapporto dell’uomo con Dio”.<br />
Ad avviso di Lev Nicolaevič, le radici del funesto laicismo shakespeariano affondavano nell’ “avvento del <em>Protestantesimo</em>” che, in senso lato, aveva trascurato le istanze della drammaturgia cristiana, e nella mentalità degli “uomini del <em>Rinascimento</em> i quali &#8211; per altro verso &#8211; si erano appassionati all’imitazione dell’arte greco-classica” ovvero pagana. Le tesi di Tolstoj raggiungevano così l’apice della spiritualità a lui connaturata, mostrando, nel contempo, tutti i loro limiti.<br />
Se infatti il nostro senso della modernità dovesse mai rinunciare ai progressi antropologico-culturali resi possibili da Umanesimo, Rinascimento e Riforma, dove più ci ritroveremmo se non nel cuore del Medioevo?<br />
In verità, il <em>realismo paternalistico</em> di Tolstoj ed il «Credo» da lui predicato – vale a dire l’esigenza di commisurare l’espressione artistica ai bisogni formativi della “classe popolare”, ovvero “contadina” (siamo nella Russia del primo Novecento!) – altro non esprimevano che l’illusoria fiducia in una visione <em>rétro</em>. La cui presunzione era quella di poter tornare ad una condizione di vita sempre e comunque edificante nella sua mitica e pura autenticità. In prospettiva, <em>mutatis mutandis</em>, verrebbe da pensare al caso altrettanto eterodosso di Pierpaolo Pasolini che – come in fondo Tolstoj – era un <em>intellettuale di sinistra</em>. Il che lascia intendere quanto certe definizioni siano imprecise e sfumate.<br />
Comunque sia di ciò, possiamo ritenere concluso, con l’aggiunta di queste ultime riflessioni, il ragguaglio circa le argomentazioni che il narratore russo presenta nelle quasi cento pagine del suo <em>Saggio</em>. In esso, come si è visto, i rilievi di ordine estetico fanno tutt’uno con le pregiudiziali etico-politiche, morali e religiose. Argomentazioni alle quali, tuttavia, ci sentiamo di dover ribattere, anche sulla scorta di quanto già sottolineato qui:  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/08/12/amleto-un-intellettuale-gramsciano-in-ricordo-del-68/">https://www.nazioneindiana.com/2018/08/12/amleto-un-intellettuale-gramsciano-in-ricordo-del-68/</a><br />
Ebbene, può dirsi davvero, tanto per entrare nel merito, che Amleto fosse un protagonista senza carattere o personalità?<br />
Allo scrivente sembra invece che il carattere del Principe sia, sì, difficile da definire, ma perché multiforme, sfuggente, coinvolto in un tortuoso snodo evolutivo. Niente affatto inesistente, esso si manifesta in varie fasi, disseminate nel corso del dramma. Riassumendo, sono cinque gli stati mentali e psico-emotivi riscontrabili in Amleto, subito dopo la <em>dichiarazione di intenti</em> che egli enuncia al cospetto dello spettro paterno, e che per se stessa costituisce la vera <em>chiave di volta</em> della tragedia, vale a dire il suo <em>manifesto programmatico</em>:</p>
<p><strong><em><br />
</em></strong><em>          Ricordarmi di te </em>[del padre]<em>? Ebbene, dalla tavola</em></p>
<p><em>          della mia memoria cancellerò tutte</em></p>
<p><em>          le banali annotazioni, tutte le massime</em></p>
<p><em>          dei libri e tutte le impressioni</em></p>
<p><em>          che la giovinezza e l’osservazione vi copiarono.</em></p>
<p><em>          E il tuo comandamento, da solo, vivrà </em></p>
<p><em>          nel libro e nel volume della mia mente. </em></p>
<p>I  5, 97–103.</p>
<p>Comincia qui, in tutta evidenza, il tormentato itinerario di Amleto: la lenta e faticosa rimozione del suo <em>curriculum</em> aristocratico-rinascimentale, perseguita per l’appunto in cinque specifici momenti:</p>
<ul>
<li>La rinuncia all’amore galante per Ofelia, un tempo ispirato a modelli comunicativi di ordine letterario (cfr. III 1, 90-102);</li>
<li>L’impulso ad emanciparsi dalle norme positive della religione cristiana, la cui inderogabile condanna del suicidio (cfr. I 2, 131 s.) gli appare invasiva rispetto al libero arbitrio riservato all’individuo (cfr. II 2, 248 s.).</li>
<li>La <em>paura</em> – non più della sanzione divina – ma <em>dell’aldilà</em> in senso indefinito, vago e problematico; da qui l’indecisione tra “essere o non essere”, e l’incerta prospettiva che ne consegue (“morire, dormire, … dormire, forse sognare”). Detto <em>en passant</em>, il celebre monologo (cfr. III 1, 56-88), pur impreziosito da una incomparabile intensità lirica, trova nell’approccio ermeneutico ivi proposto una collocazione narrativa di minor peso; esso infatti «non è più» il <em>passe-partout</em> del dramma o, se si preferisce, il suo <em>biglietto da visita</em>, così come una troppo enfatica recitazione ci ha fatto credere, «ma solo» il corrispettivo ad uno dei diversi <em>steps </em>esistenziali che il nostro protagonista attraversa.</li>
<li>È questa la fase nella quale egli perviene al superamento del <em>dubbio</em>, almeno sul piano teorico: ciò che si riscontra alla vista dei preparativi militari messi in atto dai soldati di Fortebraccio, uomini coraggiosi, motivati da un ideale che li induce ad affrontare una guerra il cui risultato non promette altro che la morte o la conquista di un territorio forse insufficiente ad accogliere le tombe di quanti cadranno per esso (cfr. IV 4, 32-66). Ma – soggiunge Amleto – “quando è in gioco l’onore, è giusto lottare con animosità anche per una pagliuzza”. Piuttosto, egli si sofferma a notare quanto sia la <em>Storia contemporanea </em>a sollecitare gli animi, determinandoli all’azione. Non così la <em>Storia antica</em> che, lontana nel tempo, si ritrova ammantata e distorta dalla retorica celebrativa. Eloquenti, <em>per oppositum</em>, gli esempi dissacranti di Alessandro Magno (V 1, 194-208) e di Giulio Cesare (<em>Ibid</em>., 209-13): eccentrica <em>damnatio memoriae de viris inlustribus</em> (Tolstoj avrebbe parlato di “insipide spiritosaggini”). Il “problema”, molto più seriamente, poneva in gioco lo statuto della Storia, in quanto materia da rileggere attraverso il filtro della demistificazione e di una cultura non più soltanto <em>libresca</em>, ma vivificata dall’esperienza diretta e da una personale consapevolezza nell’agire motivato.</li>
<li>Siamo alla resa dei conti. Tessuti in un inestricabile groviglio, gli eventi precipitano, e la tragedia, inesorabile, si abbatte sul castello di Elsinore. La strage è indiscriminata e non lascia scampo. Lo stesso Amleto, ormai in fin di vita, ha appena il tempo – dopo aver portato a termine la missione affidatagli – di recuperare il proprio ruolo <em>politico</em>. Si volge pertanto alla designazione di colui che potrà succedergli sul trono danese; compito che egli assolve con un “voto morente” (V 2, 350) e con la forza morale di chi detta le proprie volontà testamentarie.<br />
“Il resto è silenzio” (, 352). Sono queste le sue parole estreme, lapidarie. Esse cancellano ogni paura oltremondana e legittimano la sua ineccepibile vendetta alla luce di una <em>prassi </em>tutta terrena. Non già il proverbiale <em>dubbio amletico</em>, ma la conquista di una <em>nuova certezza</em> travolge e nel contempo esalta la vita e la morte del nostro Principe. Gramsci avrebbe potuto riconoscere in lui un <em>intellettuale organico</em>, tale anche perché “amato dal popolo” (IV 3, 4), e ancor più confortato dal “grande affetto che per lui nutriva la gente comune” (IV 7, 18). A farne parola, a denti stretti, era niente meno che Claudio, lo zio usurpatore. Amleto, in tal caso, della sua buona coscienza avrebbe risposto al popolo e non al giudizio divino.</li>
</ul>
<p>Desta qualche meraviglia – lo si può notare <em>ex post</em> – che questa potenziale quanto pertinente lezione gramsciana, nella seconda metà del Novecento non abbia trovato né un portavoce, né alcuno spiraglio presso l’allora dominante <em>cultura di sinistra</em>, come pure avrebbe meritato. Forse, in quel <em>milieu</em>, a determinare l’incerta fortuna dell’<em>Amleto</em> potrebbe aver contribuito un <em>pregiudizio ideologico</em>: l’opinione di quanti ravvisavano nel Principe di Danimarca – quasi una <em>diminutio</em> – null’altro che… <em>un eroe borghese</em>. Non già il giovane Gramsci che – in una “cronaca teatrale” comparsa sull’ «Avanti!» del 20 febbraio 1916 – dedicava all’<em>Amleto</em> una pagina incondizionatamente celebrativa, nonostante la discontinua qualità della messinscena appena rappresentata a Torino da Ruggero Ruggeri, presso il teatro Carignano.<br />
Ma, perché l’ideologo di Ales lamentava la modestia della rappresentazione torinese [Cfr. A. Gramsci, <em>Letteratura e vita nazionale</em>, Editori Riuniti, Roma 1977 pp. 284 s.]?<br />
Vista la disuguaglianza tra la bravura di Ruggeri e la mediocrità degli altri attori, diveniva impossibile per quella rappresentazione rendere in misura adeguata la pari dignità artistica di <em>tutti i personaggi</em>, ciascuno meritevole di trovare il suo giusto “rilievo”. Ché di un dramma <em>collettivo </em>si trattava, e non di una vicenda destinata a coinvolgere “il solo tragico Amleto”!<br />
“Nella concezione shakespeariana – scriveva Gramsci – tutti i personaggi sono grandi”, tanto che “la caratteristica del capolavoro consiste nella saturazione poetica di ogni parola, di ogni atto, di ogni persona”. E null’altro affermava Agostino Lombardo (1927-2005) – l’anglista più influente del nostro mondo accademico – quando parlava dell’<em>Amleto</em> come di un “grande e autonomo universo poetico”. Né altro deplorava Tolstoj, se non l’esatto contrario, vale a dire l’imperdonabile errore che Shakespeare a suo avviso commetteva nell’attribuire, indistintamente, sempre lo stesso linguaggio (ovvero lo stesso registro poetico) a tutte le persone chiamate a calcare la scena: uno <em>standard </em>linguistico tipicamente shakespeariano, sempre aulico, ispirato, aristocratico, e non una lingua personalizzata, di volta in volta coerente con lo <em>status</em> ed il carattere specifico del parlante. Le buone ragioni, e i torti, sembrano talvolta ripartirsi: “a ciascuno il suo”.</p>
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		<item>
		<title>Il presente di Gramsci</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/10/26/il-presente-di-gramsci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2018 05:03:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Triomi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli AA.VV. Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi a c. di Paolo Desogus, Mimmo Cangiano, Marco Gatto e Lorenzo Mari, Galaad Edizioni, 2018, euro 18 La riflessione su Gramsci negli ultimi decenni in Italia è stata alquanto carente, proprio nel momento in cui nel mondo anglofono e iberoamericano la sua figura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>AA.VV. <em>Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi</em> a c. di Paolo Desogus, Mimmo Cangiano, Marco Gatto e Lorenzo Mari, Galaad Edizioni, 2018, euro 18</p>
<p>La riflessione su Gramsci negli ultimi decenni in Italia è stata alquanto carente, proprio nel momento in cui nel mondo anglofono e iberoamericano la sua figura  conosce una ricezione rinnovata e diffusa. Viene a colmare almeno parzialmente questa lacuna il volume collettivo <em>Il presente di Gramsci</em>, che, pur partendo dallo specifico dell’eredità della riflessione letteraria gramsciana, finisce con il fornire una mappa di snodi e punti critici che tocca la storia italiana degli ultimi decenni.</p>
<p>Non a caso uno dei curatori, Marco Gatto, nel suo intervento all’apertura del volume sul significato dell’essere gramsciani oggi si trova a sviluppare una serrata critica alla tradizione operaista mettendo in luce come le insistenze su un soggetto nomade e antagonista ‘nella sua indomabile repulsione per la stabilità’ rientrino ampiamente in una dinamica culturale postmoderna assolutamente rispondente alla soggettività neoliberale. Analogamente Paolo Desogus, che si concentra sul rappresentante nella critica letteraria di questa tradizione, ossia l’Asor Rosa di <em>Scrittori e popolo</em>, sottolinea come l’attuale disastro culturale italiano, nel quale l’industria culturale determina permanentemente senso e gusto comuni,  sia anche legato ‘al venir meno di quella funzione costruttiva e costituente della cultura’ elaborata da Gramsci. Non deve stupire un simile approccio perché nel già citato saggio Marco Gatto ricorda come ‘ essere gramsciani significhi legare la propria specifica conoscenza di un campo della cultura alle esigenze politiche che la costruzione di un’alternativa impone’. In questa prospettiva è ovvio che la riflessione su cultura e masse popolari  ponga almeno idealmente in essere una nuova questione dell’egemonia o quanto meno dell’uscita dalla subalternità dei ceti bassi di questo paese.</p>
<p>Non è possibile in queste poche righe rendere giustizia agli undici densi interventi di altrettanti studiosi su vari temi della riflessione gramsciana sulla letteratura e soprattutto sulla sua eredità in vari autori dell’Italia repubblicana, ma non è un caso che il nome di Pasolini ritorni con frequenza in molti dei contributi presenti nel volume. Da un lato infatti tra tutti gli scrittori italiani l’autore de <em>Le ceneri di Gramsci</em> è quello che si pone come erede perlomeno di un certo tipo di analisi gramsciana sul mondo popolare e sulle sue potenzialità rivoluzionarie;  dall’altro è quello che scopre l’impossibilità dell’intellettuale di essere organico a una dimensione nazionalpopolare ormai soppiantata dallo sviluppo di una piccola borghesia universalizzata in una situazione storica nella quale la sua unica verità consiste nella duplice consapevolezza, come la chiama giustamente Antonio Tricomi, di non appartenere per nascita agli ultimi e per scelta alla borghesia. Se naturalmente è più semplice e immediato trovare elementi gramsciani nel Pasolini degli anni cinquanta, per esempio quello dei romanzi,  non manca una volontà di ‘connessione sentimentale’ con il mondo degli ultimi anche nella fase delle più disperate e apocalittiche diagnosi sulla società consumistica e sulla morte delle culture alternative di fronte a quella piccolo borghese. Del resto, come ricorda Gabriele Fichera, lo stesso Pasolini  afferma che il concetto di genocidio culturale è di derivazione gramsciana.  E certamente un problema di storiografia letteraria assolutamente propedeutico alla riproposizione di una prospettiva gramsciana nella cultura italiana attuale è quello di un’analisi approfondita di come le principali categorie gramsciane attraversino la riflessione dell’ultimo Pasolini, proprio in ragione della lucidità dell’autore bolognese nel cogliere tendenze di lungo periodo della società ancora attive oggi.</p>
<p>In questa prospettiva risulta di grande interesse il saggio di Lorenzo Mari dedicato a una rilettura dell’Asia <em>Maggiore</em> di Fortini, nel quale viene affrontato la questione della Cina rivoluzionaria a partire da un viaggio effettuato dallo stesso Fortini con altri intellettuali italiani nel 1955. Nello sguardo  non eurocentrico, senza per questo essere apologetico, di Fortini sulla rivoluzione cinese Mari scorge un esempio dell’eredità gramsciana, al di fuori della sintesi classica togliattiana, dell’intellettuale organico come di colui che ‘ non si deve limitare a definire la subalternità come oggetto di studio, ma imparare da essa, attraverso l’imprescindibilità della propria funzione di mediazione’ e infatti non a caso Mari dedica spazio nel suo saggio alla ricezione di Gramsci negli odierni studi postcoloniali.</p>
<p>Sarà permesso al lettore non specialistico indicare a fronte di un volume così ricco di stimoli, analisi inedite e informazioni una  questione urgente nella prospettiva dichiarata dai curatori di riproporre la riflessione gramsciana su letteratura e ideologia in chiave odierna. Essa è di carattere storico letterario, ma si tratta di un passo necessario  per l’adeguata collocazione del pensiero gramsciano nel paesaggio attuale:  è la disamina dei limiti di quella che è stata la tradizione/ traduzione gramsciana  italiana del dopoguerra e in particolare la ricezione che tramite il PCI ha sviluppato l’equivoco di un’egemonia culturale intesa essenzialmente come  assoggettamento dell’autonomia dell’attività letteraria a istanze di partito; a questo proposito basterà ricordare la figura controversa di un dirigente come Mario Alicata negli anni cinquanta, senza scomodare la polemica Vittorini/Togliatti. Questa disamina è tanto più necessaria se si pensa alla contemporanea riflessione dellavolpiana sulla critica del gusto che coniugava un approccio di classe alle questioni estetiche con una visione più complessa e rispettosa dell’autonomia del movimento dell’arte e della letteratura novecentesche.  Resta comunque il fatto che con molte delle questioni poste dal libro dovrà fare i conti chiunque sia interessato a una prospettiva di superamento del senso comune attuale in nome di una coscienza collettiva, per parafrasare le parole della postfazione di Mauro Pala.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Amleto, un intellettuale gramsciano ( in ricordo del &#8217;68)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/08/12/amleto-un-intellettuale-gramsciano-in-ricordo-del-68/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Aug 2018 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Amleto politico]]></category>
		<category><![CDATA[gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuale organico]]></category>
		<category><![CDATA[Pierpaolo Rosati]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Pierpaolo Rosati     L&#8217;interpretazione ivi proposta prende le mosse da un passo gramsciano che promette di svelare, per via analogica, valenze euristiche del tutto inopinate. Il nocciolo dell&#8217;argomentazione parla di Amleto che rinvia i propri disegni di vendetta non già perché trattenuto da ragioni psico-emotive più o meno inconsce, ma perché attardato dalla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> di Pierpaolo Rosati</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L&#8217;interpretazione ivi proposta prende le mosse da un passo gramsciano che promette di svelare, per via analogica, valenze euristiche del tutto inopinate. Il nocciolo dell&#8217;argomentazione parla di Amleto che rinvia i propri disegni di vendetta non già perché trattenuto da ragioni psico-emotive più o meno inconsce, ma perché attardato dalla rimozione necessariamente lenta e faticosa dei condizionamenti <em>culturali </em>radicati nella sua esperienza; condizionamenti tali da esigere una preventiva e sofferta <em>rottura epistemologica</em>.</p>
<p>Un percorso del genere Antonio Gramsci lo sollecitava in un soggetto storicamente peculiare, da lui chiamato ad un ruolo <em>organico</em> e <em>rivoluzionario</em>. “Gli intellettuali si sviluppano lentamente” – così scriveva – perché oppressi dal peso di “tutta la tradizione culturale” che essi tentano di “riassumere e sintetizzare” e da cui restano schiacciati, a meno che non riescano a “rompere con il passato” per collocarsi “nel terreno di una nuova ideologia”.1</p>
<p>Ma veniamo alla materia e alle scaturigini del dramma.</p>
<p>Sono state le seconde nozze della regina-madre a turbare profondamente il principe di Elsinor, provocando in lui la crisi dei valori fino a quel punto felicemente vissuti; uno in particolare: quello dello “studente” (dell’<em>intellettuale</em>) che da poco ha lasciato Wittenberg e che chiede di potervi tornare. La stessa Ofelia, in punto di evocare le note caratteristiche dell’Amleto un tempo sereno e galante, ancora teneva conto del principe in quanto <em>courtier</em>, <em>soldier</em> e … <em>scholar </em>(III 1, 154). Da qui l’atteggiamento, si direbbe naturale e consueto, nella sua oleografica evidenza, di Amleto <em>giovane con libro</em>, tutto intento a leggervi “parole” che solo ora gli sembrano vane e insensate <strong>(</strong>II 2, 192). La corruzione morale dell’ideale materno lo ha sconvolto al punto da suscitare in lui pulsioni suicide; ciò che lo trattiene è il timore del castigo ultraterreno sanzionato nei confronti di chi compia un gesto tanto disperato (II 2, 198-203).2</p>
<p>L’Amleto che irrompe sulla scena è dunque un personaggio già immerso nel profondo del dramma. L’apparizione e le rivelazioni dello spettro – irrinunciabili perché di forte impatto per il pubblico elisabettiano –  poco soggiungono alla premonizione che, sin dal principio, gli balena nella mente:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Lo spirito del padre mio in armi! Non tutto è bene;</em></p>
<p><em>io sospetto qualche iniquità. </em></p>
<p>(I 2, 255 s.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le parole del fantasma, in realtà, non fanno che confermare i suoi presagi:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>… O mia profetica anima! </em></p>
<p><em>Mio zio?</em></p>
<p>(I 5, 40 s.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Né mai esse costituiranno, per sé prese, una prova decisiva:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>… Lo spirito ch’io ho veduto</em></p>
<p><em>potrebbe essere un diavolo …</em></p>
<p><em>… Avrò motivi più rilevanti di questo. Il dramma è la cosa </em></p>
<p><em>in cui coglierò la coscienza del re.</em></p>
<p>(II 2, 594 s. e 600 s.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A maggior ragione, nell’apparizione dello spettro è da vedersi solo <em>un coup de théâtre</em>. Molto più pregnante il commento a mezza voce con cui Amleto reagisce di fronte all’ingiunzione dell’ombra paterna:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>… Ricordarmi di te?</em></p>
<p><em>Sì, tu povero fantasma, finché la memoria tien seggio </em></p>
<p><em>in questo globo impazzito. Ricordarmi di te? </em></p>
<p><em>Sì, dalla tavola della mia memoria </em></p>
<p><em>io cancellerò tutti i ricordi triviali e frivoli, </em></p>
<p><em>tutti i detti dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni passate, </em></p>
<p><em>che la giovinezza e l’osservazione copiarono quivi; </em></p>
<p><em>e il tuo comandamento solo vivrà </em></p>
<p><em>nel libro e nel volume del mio cervello, </em></p>
<p><em>non commisto a più vile materia; sì per il cielo! </em></p>
<p>(I 5, 95-104).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rinveniamo qui il bandolo del tormentato percorso che, d’ora innanzi, impegnerà Amleto in una drastica svolta esistenziale. La sua re-azione non sarà dettata da una emotività sconvolta, né dall’elaborazione inconscia di uno snodo evolutivo di tipo psicoanalitico (“il complesso di Edipo”); sarà frutto invece di una razionale ancorché ardua <em>determinazione programmatica</em>, annunciata con lucidità proprio nel passo appena citato, vera chiave di volta della tragedia. Lo “snaturamento dei tempi”, motivo peraltro ricorrente, dà corso al proposito risoluto di liberarsi da ogni sovrastruttura intellettualistica, e non solo dalle remore della religione o dalla paura inibitoria della vita ultraterrena. L’esigenza di concentrarsi su un unico obiettivo induce il nostro principe a voler fare <em>tabula rasa </em>di tutto il gravame culturale e<em> libresco</em> del passato, passibile di invischiare l&#8217;agire in una dilemmaticità irresoluta. Più che un’evoluzione ideologica, egli intraprende un processo di <em>de-ideologizzazione</em> volto alla liberazione della prassi e alla risoluzione in essa delle angustie di una coscienza infelice.</p>
<p>L’<em>amore cortese</em> – vissuto esso stesso nei modi stilizzati di un’esperienza letteraria – rappresenta la prima vittima che Amleto sacrifica alla causa: il colloquio con Ofelia e la denuncia delle proprie passate <em>avences</em> (III 1, 90-152) rappresentano per lui solo l’acconto del prezzo da pagare al compito che lo attende. Gli affetti privati, estranei alla sua missione, altro non sono che diversivi superflui.</p>
<p>Sarà proprio il pesante fardello di una decisione tanto sofferta a sgomentare l’animo del principe e ad intricarlo in una problematica indecisione la cui unica via di uscita sembra prospettare, inevitabile, il sacrificio di sé:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Essere, o non essere: questo è il problema;</em></p>
<p><em>s’egli sia più nobile soffrire nell’animo</em></p>
<p><em>le frombole e i dardi dell’oltraggiosa fortuna,</em></p>
<p><em>o prender armi contro un mare di guai,</em></p>
<p><em>e contrastandoli por fine ad essi. Morire, dormire,</em></p>
<p><em>nient’altro; e con un sonno dire che noi ponian fine</em></p>
<p><em>alla doglia del cuore, e alle mille offese naturali,</em></p>
<p><em>che son retaggio della carne; è un epilogo</em></p>
<p><em>da desiderarsi devotamente, morire e dormire! </em></p>
<p><em>Dormire, forse sognare, sì, lì è l’intoppo,</em></p>
<p><em>perché in quel sonno della morte quali sogni possan venire,</em></p>
<p><em>quando noi ci siamo sbarazzati di questo terreno imbroglio,</em></p>
<p><em>deve farci riflettere: questa è la considerazione</em></p>
<p><em>che dà alla sventura una sì lunga vita … </em></p>
<p>(III 1, 56-69).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel più celebre dei suoi monologhi Amleto rielabora ancora una volta l’idea della morte, considerata come lo scotto necessario alla soluzione del problema; ma, a frenarne l’azione, continua a farsi avanti il pensiero dell’aldilà. Nondimeno, il linguaggio di Shakespeare, sublime per intensità lirica, non riesce a cancellare le tracce di una fonte antica che traspare in lontananza: si allude al Socrate dell’<em>Apologia </em>platonica il quale, discutendo anche lui della morte come di un sonno profondo o, altrimenti, di un sonno accompagnato da sogni,3 sembra emanare un alone che va ben oltre la citazione letterale (“morire, dormire, … forse sognare”).4</p>
<p>È in questa ultima formulazione che il bardo attinge un valore concettuale più ampio, un approccio all’argomento di una coloritura più<em> laica </em>(<em>Socrates docet</em>!).5 Difatti, la morte su cui il nostro protagonista ora si sofferma è sentita come l’esito di una pugnace rivolta, di una lotta eroica, in grado di aprire scenari passati al vaglio di una demitizzazione del metafisico. La vita ultraterrena – nulla più che un sonno turbato da sogni – si è ormai de-teologizzata, ponendosi alla stregua di un’intuizione generica che più non soffre della sanzione comminata dal giudizio divino. Amleto si avvia con sempre maggiore consapevolezza verso un’<em>autonomia </em>della coscienza che, alla fine, lo renderà in tutto padrone delle proprie scelte. Il senso del suo scavo interiore è riposto per l’appunto nello sforzo di rimuovere ogni fattore di <em>eteronomia.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Perché non v’è nulla di buono o di cattivo,</em></p>
<p><em>che non sia il pensiero a rendere tale … </em></p>
<p>(II 2, 248 s.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Queste parole, rivolte da Amleto a Rosencrantz, traducono una riflessione di alto profilo speculativo, ispirata anch’essa all’<em>intellettualismo etico</em> di Socrate. Il bene e il male non rappresentano entità a sé stanti, dotate di una propria valenza ontologica. È il pensiero individuale, nel suo relativismo soggettivistico, a definirne il carattere e a riconoscerne la specificità: è il pensiero di ciascuno che, nella sua attività conoscitiva, pone in essere i valori o i disvalori, determinando la volontà ad attuarli o a respingerli.</p>
<p>La “Fortuna”, in merito, potrà aggiungere ben poco alla scelta dell’animo forte:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>… e beati son quelli </em></p>
<p><em>ne’ quali le passioni e il giudizio sono così ben mescolati</em></p>
<p><em>ch’essi non sono un flauto su cui il dito della Fortuna</em></p>
<p><em>possa premere il tasto che le piace … </em></p>
<p>(III 2, 66-69).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure, Amleto continua ad adagiarsi nell&#8217;inerzia. Se, da un lato, la messinscena dell’assassinio di suo padre ha provocato nello zio una reazione che ne lascia trasparire la colpevolezza; dall’altro, la vista del re ormai solo e indifeso non basta a determinare il principe alla vendetta (III 3, 72 ss.).</p>
<p>Si tratta forse di una inesplicabile incoerenza?</p>
<p>Di certo, le motivazioni addotte da Amleto sembrano poco convincenti. Più che il destino ultraterreno di Claudio, a trattenerlo altro non v&#8217;è che la sollecitudine verso la madre. Nella circostanza, la sua disposizione d’animo suggerisce propositi non-violenti, senza nulla togliere agli aspri rimproveri che pure intende manifestare alla Regina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>… Calma! Ora andrò da mai madre.</em></p>
<p><em>O cuore non perdere il tuo affetto naturale; non lasciare mai</em></p>
<p><em>entrare l’anima di Nerone in questo petto risoluto;</em></p>
<p><em>ch’io sia crudele ma non snaturato:</em></p>
<p><em>io la pugnalerò con le parole, ma non con la mano. </em></p>
<p>(III 2, 382-86).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco una considerazione ribadita poco oltre:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>… Mia madre aspetta.</em></p>
<p><em>Questa medicina non fa che prolungare i tuoi [del re] giorni infermi. </em></p>
<p>(III 3, 95 s.).</p>
<p><em> </em></p>
<p>Quella di Gertrude, d’altronde, è l’unica <em>coscienza</em> che il figlio, prima di agire contro l’usurpatore, tenta di redimere e di portare dalla propria parte. Da qui la priorità che egli attribuisce all’incontro con la madre e l’indugio nei confronti dello zio.</p>
<p>Ma un pressante incitamento all’azione Amleto lo riceve anche alla vista dei preparativi militari messi in atto dai soldati di Fortebraccio: uomini coraggiosi, motivati da una idealità che li induce ad affrontare una guerra il cui esito non promette altro che la morte o la conquista di un territorio forse insufficiente ad accogliere le tombe di quanti cadranno per esso (IV 4, 32-65). A tal punto, la sua indolenza ne resta scossa:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>… Oh, da quest’ora innanzi,</em></p>
<p><em>i miei pensieri sian sanguinosi, o non valgano nulla! </em></p>
<p>(IV 4, 66 s.).</p>
<p><em> </em></p>
<p>Se pure merita piena giustificazione il “contendere grandemente per una pagliuzza, quando sia in gioco l’onore” (<em>greatly to find quarrel in a straw / When honour’s at the stake</em>),<sup>6 </sup>l’ironia amara sulla sorte miseranda riservata indistintamente alle spoglie umane, fa da puntuale contrappasso a ogni vanità o puntiglio di casta. Eloquente, in tal senso, il dialogo che Amleto intrattiene con Orazio, di fronte al becchino che scava la fossa destinata alla tomba di Ofelia. Gli esempi passati in rassegna scherniscono tutta una serie di personaggi vanamente altezzosi (<em>politician</em>, <em>courtier</em>, <em>lawyer</em>, <em>great buyer of land</em>),7 senza risparmiare da ultimo il grande Alessandro (V 1, 107-14).</p>
<p>Solo un’eccentrica <em>disputatio de rebus inlustribus</em>? Direi di no! Piuttosto, una fase ulteriore dell’erosione progressiva che induce Amleto a liberarsi gradualmente della <em>cultura libresca</em>. Il contesto pone in gioco lo statuto della<em> Storia</em>, materia essa stessa da rileggere attraverso il filtro della demistificazione. Se contemporaneo, l’evento storico non manca di offrire un insegnamento morale, come suggeriscono le imprese di Fortebraccio; ma, quando il tempo l&#8217;avrà ammantato di mera retorica celebrativa, esso perderà irrimediabilmente ogni significato parenetico. Non c’è molto che valga la pena ricordare della storia dei popoli, quando sia il proprio passato a imporsi con prepotenza: quel <em>vissuto</em> che trova espressione negli affetti naturali (III 2, 96), contaminati in Amleto dalla “fragilità” della madre (I 2, 146). Del resto, la considerazione che il principe shakespeariano ha della Storia trova riscontro nei testi dell&#8217;epoca: nella storiografia rinascimentale, nella narrazione di tipo ciceroniano, intesa come <em>opus oratorium maxime.</em></p>
<p>Ben altro senso assumerà il suo gesto finale, motivato da una consapevolezza non già storica ma rivoluzionaria, meritevole come tale di essere raccontata ai posteri. Null’altro Amleto morente raccomanda ad Orazio, se non di “narrare la <em>sua </em>storia” (<em>To tell </em>my <em>story</em>)8 e di divulgare le ragioni della <em>sua</em> “azione” (<em>act</em>):9</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>O buon Orazio, che nome ferito,</em></p>
<p><em>le cose restando così ignote, vivrebbe dopo di me!</em></p>
<p>(V 2, 336 s.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se ancora un compito Amleto pensa di poter assolvere nell’attimo di vita che gli rimane, esso è di carattere <em>politico </em>e si volge infatti alla designazione del successore. È il ruolo <em>istituzionale</em> ciò che il principe di Danimarca infine recupera, per esercitarlo con la forza morale del moribondo che detta le sue  volontà testamentarie:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>… profetizzo che l’elezione scenderà</em></p>
<p><em>su Fortebraccio; egli ha il mio voto morente.</em></p>
<p>(V 2, 347 s.).</p>
<p><em> </em></p>
<p>“Il resto è silenzio” (V 2, 349): le ultime parole di Amleto cancellano ogni remora ultramondana e legittimano la sua condotta alla luce di una <em>prassi </em>tutta terrena, sostenuta<em> in articulo mortis</em> dall&#8217;<em>impegno</em> civile. Gramsci avrebbe ravvisato in lui – principe “amato dalla moltitudine” (<em>loved of the moltitude</em>)10 – l’atteggiamento dell’intellettuale finalmente <em>organico</em>, investito del suo <em>status </em>regale e del sostegno del popolo:  machiavellico “Principe”, intellettuale gramsciano <em>ante litteram.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>1)  La citazione è enucleata da <em>Alcuni temi della questione meridionale</em>: saggio che Gramsci scrisse nel 1926 e che comparve per la prima volta a Parigi nel 1930, in “Lo stato operaio”, la rivista teorica del PCd’I pubblicata in Francia dagli esuli italiani. In tempi più recenti lo scritto è stato inserito in varie riedizioni gramsciane, sempre riproposte dagli Editori Riuniti di Roma (parte oggi del Gruppo “Mimesis”).</p>
<p>2)  La traduzione italiana è quella di Raffaello Piccoli, in <em>Shakespeare – Teatro</em>, <em>Amleto</em>, Vol. 2, Sansoni, Firenze 1961. Quanto alla restituzione del testo inglese, da cui trarre qua e là ulteriori elementi di conoscenza, all&#8217;edizione oxoniense abbiamo preferito quella di Cambridge, con la relativa suddivisione in Atti, Scene e Versi.</p>
<p>3)  Cfr. Plato, <em>Apol.</em>, 40 c-e.</p>
<p>4)   L’importante edizione parigina del <em>Corpus platonicum</em>, ad opera di Henri Estienne (Henricus Stephanus), risale al 1578. C’è poi una ragione supplementare per avvalorare l’ipotesi che Shakespeare abbia potuto e voluto leggere almeno le “opere giovanili” di Platone (nella traduzione latina del 1592 dovuta a Marsilio Ficino?), data la loro veste letteraria, non a caso dialogica, e la loro dimensione ‘teatrale’: esempio di ricerca filosofica trasposta in una drammatizzazione.</p>
<p>5)  Altro barlume di dottrine socratiche in V 2, 6-9, là dove si fa cenno alla “conoscenza di sé”.</p>
<p>6)  Cfr. IV 4, 70 s.</p>
<p>7)  Cfr. rispettivamente V, 1, v. 78, e poi 81, 96 e 101.</p>
<p>8)  V, 2, 339.</p>
<p>9)  V, 2, 326.</p>
<p>10)<strong>  </strong>IV, 3, 4. La stessa osservazione Claudio la ripete poco dopo, parlando con Laerte: IV, 7, 12 s.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Tra Gramsci e Gogol: come Strati tentava di spiegare il Sud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Sep 2014 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[Gogol]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia Se un narratore sceglie di usare la frase di un uomo politico come esergo del suo romanzo, il rischio di buttarla in politica va messo nel conto. Se il politico che ha scritto quella frase non è uno dei tanti ma è Antonio Gramsci, uno dei migliori che l’Italia ha saputo esprimere, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Domenico Talia</strong></p>
<p>Se un narratore sceglie di usare la frase di un uomo politico come esergo del suo romanzo, il rischio di buttarla in politica va messo nel conto. Se il politico che ha scritto quella frase non è uno dei tanti ma è Antonio Gramsci, uno dei migliori che l’Italia ha saputo esprimere, il rischio aumenta. Che Saverio Strati volesse raccontare una storia in cui la coscienza politica del protagonista fosse la stella polare da seguire, lo si può intuire dal titolo del romanzo, <em>È il Nostro Turno</em> (Mondadori Editore, 1975), e da quella citazione di Gramsci:</p>
<p><em>«Nessuna azione è possibile se la massa stessa non è convinta dei fini che vuole raggiungere e dei metodi che vuole applicare.»</em></p>
<p>Frase che gronda di quella coscienza di classe che ha riempito la storia del Novecento e che oggi sembra soltanto un ferro vecchio che nessuno vuole più usare. Eppure, nonostante le categorie del Novecento sembrano ormai servire a poco in questi tristi anni Duemila, in quel romanzo di Strati, le considerazioni di uno studentello di paese che leggeva Gramsci e che durante la metà del secolo scorso viveva e studiava in una città di provincia nel profondo Sud italiano potrebbero fornire suggerimenti utili a comprendere il nostro tempo.</p>
<p><em>«Sarebbe importante studiare questo fenomeno che si sta affermando in Italia: la divisione del territorio nazionale in aree di potere. Bisognerebbe avere la fantasia di un Gogol e scrivere un romanzo dal titolo: Anime Morte, Italia Anni Cinquanta.»</em></p>
<p>Erano questi i pensieri che Saverio Strati ha messo in bocca al giovane protagonista di <em>È il Nostro Turno</em>. Pensieri di un giovane proletario che sa bene che soltanto la scuola e lo studio lo potranno salvare dalla sua condizione di povero meridionale. Pensieri che mettono insieme Gramsci e Gogol e che ancora oggi potrebbero essere utili strumenti per comprendere le forme di potere e le anime morte dell’Italia degli anni Duemila.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Saverio Strati è scomparso a Firenze nell’aprile scorso, qualche mese prima di compiere novant’anni (era nato nell’agosto del 1924), dopo aver scritto molti romanzi e un grande numero di racconti. La sua è una vasta produzione letteraria che è fortemente intrecciata con la storia del Novecento del Mezzogiorno d’Italia e allo stesso tempo costituisce una sorgente permanente di riflessioni molto attente sulla condizione umana. Tra i tanti romanzi e raccolte di racconti che Saverio Strati ha scritto, <em>È il Nostro Turno</em> è un romanzo che ha ricevuto non molta attenzione da parte della critica, almeno non quell’attenzione che hanno avuto il romanzo che l’ha preceduto, <em>Noi Lazzaroni </em>(Mondadori Editore, 1972), e quello che lo ha seguito, <em>Il Selvaggio di Santa Venere </em>(Mondadori Editore, 1977), con il quale Strati vinse il premio Super Campiello nel 1977. Eppure questo romanzo, più di altri, racconta la parabola dello scrittore contadino e muratore che è stato Saverio Strati. La storia di un giovane del Sud che cerca, attraverso lo studio, un modo per superare le difficoltà di una condizione di povertà ed emarginazione comune alla gran parte delle popolazioni meridionali nel dopoguerra e durante la metà del Novecento. Il racconto è costruito intorno al tema della ricerca e del conseguimento di un titolo di studio da parte dei figli dei poveri contadini meridionali. Il titolo di studio come elemento di superamento dell’emarginazione e come strumento di riscatto per chi nella vita si è dovuto piegare ai voleri dei potenti e ha sempre “faticato” senza mai avere dal lavoro la giustizia sociale e il progresso cui aspirava.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>È il Nostro Turno</em> mantiene e rafforza la tradizione, già presente fin dai racconti de <em>La marchesina</em> (Mondadori Editore, 1956), di un autore che, come aveva scritto Mario La Cava, <em>«… vede sé come uno dei tanti personaggi della vita,…»</em>. In questo romanzo il protagonista è un giovane studente calabrese che racconta le sue avventure vissute in luoghi lontani dal suo piccolo paese, nei quali arriva spinto dalla necessità di ottenere un titolo di studio che potrà offrirgli un’esistenza diversa da quella dei suoi genitori e di tanti suoi paesani. A conferma degli aspetti autobiografici del romanzo, la storia si svolge tra Catanzaro, Reggio Calabria e Firenze. Luoghi in cui il protagonista vive per ragioni di studio, luoghi che nel racconto sono descritti con gli occhi di un figlio di contadini poveri che vive in un paese della Calabria interna e si sente inferiore in un mondo cittadino popolato da piccoli borghesi ipocriti e mediocri. La storia si sviluppa nella narrazione dei rapporti del protagonista con i suoi compagni di studi, con le persone conosciute nella sua vita da pensionante, con le prostitute e i poveri incontrati alla mensa cittadina, con le ragazze con cui intreccia piccoli amori mai perfettamente corrisposti, con donne più o meno mature con le quali i suoi primi rapporti sessuali sono quasi sempre furtivi e problematici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dietro tutte queste vicende, a volte misere, che si sviluppano quotidianamente in quel contesto cittadino, c’è l’essenza del romanzo che già il suo titolo rivela: la formazione di un giovane intellettuale meridionale che si interroga sul ruolo storico che lui e i giovani istruiti come lui dovrebbero avere nella costruzione di una società meridionale libera dagli antichi poteri che l’hanno costretta all’arretratezza, condannandola ad un miseria diffusa e al dominio dei corrotti. Strati e il suo personaggio si chiedono se non sia giunto il tempo (<em>il turno</em>) di una nuova classe di persone istruite e libere da condizionamenti che possa diventare la classe dirigente di un nuovo meridione. Lungo questa traccia si sviluppa il percorso della narrazione che, dietro le vicende quotidiane dei personaggi, affronta in maniera originale e profonda il rapporto tra le potenzialità dei giovani meridionali e il mancato sviluppo del Sud. È questa la ragione principale che rende questo romanzo di strettissima attualità, anche se sono trascorsi quarant’anni da quando Strati lo ha scritto e più di cinquanta dall’epoca in cui la storia è ambientata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infatti, insieme a un piano “interno” che fornisce una sorta di contributo ideologico-politico che esprime la necessità di acquisire una coscienza sociale generatrice di una nuova classe dirigente, il romanzo di Strati, contiene anche un piano “esterno” descrittivo che ha valore di memoria storica ed è costituito dal racconto dei luoghi e dei contesti sociali narrati, come, ad esempio, avviene nella prima parte del romanzo con le descrizioni dettagliate del paesaggio urbano e del contesto sociale di Catanzaro. Descrizioni che oggi rappresentano una singolare testimonianza sui luoghi e sulla vita di quella città nei decenni della metà del secolo scorso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il titolo, come abbiamo detto, indica in una forma evidente il significato delle vicende narrate e segue una tradizione presente in altri romanzi di Strati come <em>Mani Vuote</em> (Mondadori Editore, 1960) e <em>Noi Lazzaroni</em> i quali, come La Cava aveva notato in una sua recensione, sono titoli che indicano <em>«espressioni isolate che hanno una funzione orientativa nell’insieme dei motivi ispiratori di un’opera.»</em> La stessa funzione orientativa si scorge nell’esergo gramsciano del romanzo. E a confermare l’ispirazione gramsciana del piano ideologico-politico del romanzo c’è il suo carattere anti-borghese (<em>«che c’entro io in questo mondo di borghesi!»</em>) che spesso emerge nella narrazione e nelle tante frasi tramite le quali si richiama il ruolo degli intellettuali come soggetti che hanno il compito di <em>«studiare la realtà, minuziosamente, per essere in grado di cambiarla laddove sia necessario.» </em>Il protagonista del romanzo racconta esplicitamente di aver letto le <em>Lettere dal Carcere</em> di Gramsci e di averne tratto ragioni di riflessione. In un passo del romanzo è anche narrato un episodio in cui regala quel libro ad una sua compagna di studi che mostra di non apprezzarlo e questo atteggiamento superficiale della ragazza per lui è motivo di delusione. Volendo sottolineare gli aspetti autobiografici del romanzo si può notare che proprio nello stesso anno in cui Strati ha sostenuto per la prima volta l’esame per la licenza ginnasiale a Catanzaro, la casa editrice Einaudi ha pubblicato le <em>Lettere dal Carcere</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ispirazione gramsciana spinge il protagonista a meditare sulla condizione degli studenti figli di poveri contadini e lo conduce ad acquisire una coscienza del ruolo sociale che quelli come lui devono avere. Giovani studenti che non debbono accontentarsi di vivere una vita più agiata dei loro padri, ma devono assumere un ruolo di guida nella trasformazione sociale del Mezzogiorno:</p>
<p><em>«Non è più possibile che ci respingano ai margini … Non c’è scampo per i nostri avversari; questo è il nostro turno.»</em></p>
<p>Questa visione che il romanzo esprime ha ricevuto alcune critiche nel periodo successivo alla sua pubblicazione da chi ha ravvisato un approccio narrativo eccessivamente ideologico e troppo schierato politicamente per un romanzo che in alcuni passaggi contiene diverse invettive contro i mali della società meridionale e italiana che a taluni sono apparse quasi velleitarie. Eppure, a quarant’anni dalla sua pubblicazione, questo romanzo che non ha avuto la fortuna di altre opere di Strati, mantiene molti elementi di attualità soprattutto a causa delle condizioni di difficoltà in cui ancora oggi si trova il Sud, per l’estrema incertezza – accresciuta anche a causa della crisi – in cui vivono i giovani meridionali e per la persistente arretratezza sociale, di infrastrutture e di servizi che il Sud registra rispetto al resto del Paese. Il libro mostra tramite una narrazione realista anche l’incapacità e le pratiche corruttive non rare nella classe politica e i suoi dimostrati rapporti con la malavita. Tutti questi elementi, ancora oggi molto attuali, sono analizzati tramite le vicende e gli atteggiamenti dei personaggi e sono denunciati senza giustificazioni in questo romanzo “politico” che Strati ha scritto nel periodo che va dal 1973 al 1974.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È sufficiente citare alcuni brevi passaggi del libro per mostrarne l’attualità e l’analisi lucida di mali sociali purtroppo ancora oggi ben presenti nel Meridione d’Italia:</p>
<p><em>«Le forze vive che potrebbero curare i bubboni sono via, partono ogni giorno.  … e i governi e i politici al potere non si preoccupano minimamente di creare condizioni respirabili di vita.»</em></p>
<p>E ancora</p>
<p><em>«Se non si è conosciuti, negli ospedali, dicono si rischia di crepare.»</em></p>
<p>Momenti di sconforto in cui il protagonista mostra di avere perso ogni speranza sul futuro del suo mondo:</p>
<p><em>«Non ci ritornerò mai più al Sud. Il Sud è come una carcassa d’asino abbandonata agli elementi.»</em></p>
<p>Fino a considerazioni e domande che sembrano essere state scritte oggi e che dimostrano come le difficoltà del Mezzogiorno non siano poi così cambiate di molto rispetto a quelle che Strati denunciava:</p>
<p><em>«E il Sud, il Sud scadrà sempre di più? Ha superato ormai da tempo i limiti di ogni depressione. Più in basso non è possibile scendere. Ora che è arrivato al fondo, scatterà … o soggiacerà per sempre?»</em></p>
<p>Insomma, dopo mezzo secolo molte cose non sono cambiate e l’analisi lucida che Strati conduce si dimostra tuttora valida e lo è anche quando il giovane protagonista del suo romanzo riflette su se stesso e si scopre essere diventato uno dei tanti <em>«indifferenti consumatori», </em>uno di quelli che sarebbero dovuti essere classe dirigente ed invece sono <em>«diventati degli squallidi impiegati»</em>.Infine, un ultimo aspetto che testimonia l’attualità del romanzo sta negli accenni al nuovo ruolo della ‘ndrangheta che precedono l’analisi dettagliata che Strati ha condotto tramite una narrazione dall’interno, contenuta ne <em>Il Selvaggio di Santa Venere</em>. Accenni che rivelano come i rapporti tra malavita e politica erano ben presenti nella narrazione storicistica di Strati:</p>
<p><em>«La mafia infatti è diventata classe di potere e nell’amministrazione e nella scuola; classe di potere nei neonati governi regionali la cui funzione è pressoché nulla; è inutile, è di peso e d’intralcio; è covo di ruffiani, di mediocri, e sede di mafiosi»</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’insieme di tutti questi aspetti inseriscono questo romanzo nella traccia narrativa che Strati ha saputo costruire con le molte sue opere fondate sulla descrizione impietosa dei mali del Sud, raccontati tramite le vite dei suoi personaggi e per mezzo di un linguaggio spesso crudo e diretto, non mediato da alcuna diplomazia espressiva o da compromessi con le mode letterarie del suo tempo. Una lingua che è  formale, misurata, monocorde quando a parlare sono i piccolo borghesi che popolano il romanzo, mentre diventa forte, rude, a volte rabbiosa ed efficace quando esce dalla bocca delle persone del popolo, dei poveri che usano espressioni dialettali dirette e piene di significato. Le diverse costruzioni linguistiche sono uno degli strumenti con cui Strati riesce a esplicitare le differenze tra i gruppi sociali che descrive, esprimendo un chiaro punto di vista che la sua narrazione non vuole nascondere e che, seppure quando è diventata invettiva non ha ricevuto giudizi positivi, conferisce una caratteristica di verità e chiarezza alla sua opera letteraria.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>da &#8220;Utopie Letali&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2014 07:30:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Da quando, più di tre anni fa, è iniziata l&#8217;avventura di &#8220;alfabeta2&#8221;, ho cominciato a seguire il lavoro di Carlo Formenti, e mi è parso ben presto insostituibile all&#8217;interno della costellazione teorica dell&#8217;anticapitalismo di sinistra. Insostituibile, innanzitutto, per la sua capacità di criticare parole d&#8217;ordine che in questi anni hanno facilmente attecchito tra le file [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Da quando, più di tre anni fa, è iniziata l&#8217;avventura di &#8220;alfabeta2&#8221;, ho cominciato a seguire il lavoro di Carlo Formenti, e mi è parso ben presto insostituibile all&#8217;interno della costellazione teorica dell&#8217;anticapitalismo di sinistra. Insostituibile, innanzitutto, per la sua capacità di criticare parole d&#8217;ordine che in questi anni hanno facilmente attecchito tra le file della pur dispersa sinistra radicale. Parole d&#8217;ordine spesso elaborate in laboratori universitari e poi date per buone dai movimenti. In questo suo libro appena uscito, di cui pubblichiamo le conclusioni, è possibile anche leggere la parte propositiva della sua riflessione. a. i.]<span id="more-47749"></span></em></p>
<p>di <strong>Carlo Formenti</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><em>Conclusioni<b><br />
</b></em></p>
<p>Se un libro è riuscito a spiegare al lettore le idee che l’autore desiderava trasmettergli, non dovrebbero servire conclusioni: queste spetterebbero al lettore, piuttosto che all’autore (che si presume abbia già detto tutto ciò che voleva dire). Se non c’è riuscito, le conclusioni non potranno ovviare al fallimento. Ma le conclusioni sono un rito editoriale cui nessuno può sottrarsi, perciò, pur arrendendomi alla tradizione, cercherò di tributarle un omaggio limitato. Perciò le pagine che seguono, per la gioia del lettore che ha già affrontato un lungo percorso, saranno le più sintetiche possibili. In questo lavoro, il dibattito teorico e la descrizione dei fatti sociali, politici ed economici sono strettamente intrecciati. Per facilitare quest’ultimo passaggio proverò tuttavia ad esporli separatamente.</p>
<p>Sul piano teorico il libro espone quattro tesi. La prima (capitoli I e II) afferma che la crisi in corso è sintomo di un irreversibile mutamento del modello di accumulazione capitalistica. Tale processo comporta, oltre ai processi di finanziarizzazione e globalizzazione, già analizzati da una serie di autori, un radicale cambiamento dei rapporti di forza fra le cassi sociali che si esprime: 1) nello smisurato arricchimento dei già ricchi e nel progressivo immiserimento dei già poveri e delle classi medie, le quali facevano in precedenza da cuscinetto fra base e vertice sociali; 2) nello smantellamento dello stato sociale, accompagnato da estese privatizzazioni e dalla trasformazione in servizi commerciali di una quota crescente di attività che prima rientravano nelle sfere delle relazioni private, famigliari e comunitarie; 3) nella frammentazione del proletariato dei Paesi occidentali e nella parallela crescita di grandi masse proletarie nei Paesi in via di sviluppo; 4) in una evoluzione dei sistemi politici che segna il divorzio fra mercato e democrazia: gli stati nazione &#8211; privati di quote importanti della loro sovranità, trasferite ad agenzie internazionali, megaimprese private, aggregati politici regionali, ecc. – si trasformano in regimi postdemocratici incaricati di gestire gli interessi locali del capitale globale.</p>
<p>La seconda tesi (capitoli III, IV, V, VI) rovescia il paradigma – caro a postoperaisti, teorici dell’economia della conoscenza, cantori della Rete come ambiente di una “economia del dono”, profeti del lavoro autonomo, ecc. – secondo cui i <i>knowledge workers</i> rappresenterebbero una sorta di avanguardia economica, sociale, politica e culturale destinata a guidare la transizione quasi indolore verso una civiltà postcapitalista. A questa visione viene contrapposta l’idea secondo cui questo strato, dopo le due crisi che hanno squassato il primo decennio del 2000, si è spaccato in due componenti, la prima delle quali è stata integrata/cooptata nella stanza dei bottoni, mentre la seconda è precipitata nel proletariato dove, tuttavia, non rappresenta l’avanguardia bensì il fianco molle della classe, quello più esposto all’offensiva nemica. Viceversa, analizzando la composizione di classe a livello planetario, emergono nuove forze – la classe operaia dei Brics, le masse indigene e contadine dell’America Latina, i lavoratori precari del terziario arretrato negli Stati Uniti e in Europa, i migranti che si  spostano a milioni in tutto il mondo, ecc. – che incarnano una controtendenza verso la concentrazione di enormi energie antagoniste al sistema capitalistico.</p>
<p>La terza tesi (capitoli VII, VIII, IX) riapre il dibattito sull’organizzazione politica. Trent’anni (1980 – 2010) di esperienze politiche caratterizzate dai “nuovi movimenti” – femminismo, ambientalismo, pacifismo, No Global, fino alle più recenti insorgenze di Primavera Araba, Occupy Wall Street e Indignati – dimostrano che la rinuncia alla centralità del soggetto di classe e la sua sostituzione con identità di genere, culturali, di status, ecc., hanno determinato il crollo della capacità delle sinistre &#8211; radicali e non &#8211; di contrastare l’attacco del capitale. Spontaneismo (si presume che i movimenti si auto organizzino e debbano respingere le interferenze esterne), culturalismo (si ripudia la collocazione produttiva come criterio identitario) , “orizzontalismo”, (caro a neoanarchici, postoperaisti e movimenti “incantati” da Internet) hanno provocato l’incapacità dei movimenti di coordinarsi, sedimentare memoria delle proprie esperienze, adottare obiettivi, programmi e forme organizzative comuni. Inoltre questo miscuglio di ideologie antigerarchiche, antistataliste, antiautoritarie, orientate alla rivendicazione di diritti individuali/personali (esito della lunga deriva postsessantottina) sono contigue ai valori della cultura liberale, se non addirittura liberista (è il caso delle idee anarcocapitaliste che prevalgono in molte culture cyber). È chiaro che non si viene a capo di questa regressione riproponendo il modello novecentesco del partito di classe; ma tanto meno se ne viene a capo assecondando il rifiuto di ogni organizzazione politica strutturata – che ironicamente genera conventicole guidate da piccoli leader carismatici. È possibile recuperare l’idea del partito come espressione di interessi di una parte sociale contro la mistificazione di un presunto “interesse generale”, in un’epoca in cui la parte è esplosa in pezzi? Sì, se si riparte dai pezzi senza chiedere loro di rinunciare alla propria specificità, se si immagina, cioè, un modello federativo che riunisca identità differenti – andando oltre l’obsoleta distinzione fra partiti, sindacati, movimenti, associazioni, ecc. – ma convergenti su un programma di opposizione antagonista.</p>
<p>La quarta tesi (capitolo X) &#8211;  conseguenza logica delle precedenti &#8211; afferma la necessità di tornare a riflettere sul concetto di transizione. Contro le nuove teorie del crollo che predicano che il comunismo è immanente al nuovo modo di produrre, per cui basterebbe che la gente se ne accorgesse per mandare in pensione il capitalismo; contro il mito (femminista e non solo) secondo cui la rivoluzione si fa “partendo da sé”, modificando la psicologia e l’antropologia personali, piuttosto che attaccando direttamente  i rapporti economici e politici di dominio;  contro l’idea che si possa arrivare a cambiare il mondo attraverso una lunga marcia dei diritti; contro le utopie “benecomuniste” che pensano si possa cancellare con un tratto di penna “costituente” millenni di diritto pubblico e privato, si sostiene che partito e stato vanno riprogettati come strumenti della transizione al postcapitalismo, e che, a questo fine, rivisitare le teorie gramsciane sul “farsi stato” e sull’egemonia delle classi subalterne è assai più utile delle chiacchiere sul “potere costituente”  delle moltitudini.</p>
<p>Come accennavo all’inizio di queste annotazioni conclusive, nel libro tesi teoriche e descrizioni dei fenomeni empirici sono intrecciate. Fanno eccezione il primo e il terzo Interludio: il primo è un elenco di crudi fatti – al limite della cronaca – per far capire al lettore quali effetti stiano producendo le mutazioni economiche e politiche che stiamo vivendo. Fame, miseria, perdita di dignità, riduzione in schiavitù, negazione dei più elementari diritti alla salute, all’istruzione, alla casa e a una vita decente sono destino comune di milioni e milioni di esseri umani, non solo nei Paesi che un tempo chiamavamo Terzo Mondo e oggi si sono conquistati i galloni di nazioni in via di sviluppo, ma anche nei paesi ricchi. Il terzo è a sua volta un repertorio di fatti che illustrano il processo di colonizzazione della Rete da parte di corporation e governi – processo che ha trasformato Internet da luogo (mitico) delle speranze di democrazia diretta, fine della scarsità, libero accesso alla conoscenza, economia del dono, trasparenza, controllo dal basso, ecc. nell’incubo di oggi, nel nuovo Panopticon che ha ispirato il film di Terry Gillian, “The Zero Theorem”, e nel regno della manipolazione di consumatori, utenti e cittadini da parte di un pugno di marchi monopolistici e dei politici al loro servizio.</p>
<p>Il secondo Interludio è un’eccezione di segno opposto, in quanto si tratta di un inciso teorico sull’attualità delle teorie di Marx, Lenin e Gramsci. Il che, assieme ad altre tesi esposte nel libro, mi varrà la duplice accusa di avere rinnegato le radici operaiste ed essermi convertito alla più classica delle ortodossie. Nella prima accusa c’è del vero: del discorso post o neo operaista, dal quale mi ero già allontanato in precedenti lavori, qui resta solo il riferimento alla categoria di composizione di classe, che considero irrinunciabile non solo per capire l’attuale realtà del capitalismo, ma anche per prendere atto del tramonto di un paradigma il cui contenuto di verità si fondava sulla contingenza storica dell’organizzazione fordista del lavoro. Non sono invece disposto ad avvallare il giudizio di “classicismo” neomarxista: è vero che in questo lavoro le idee di Marx, Gramsci e Lenin, hanno un peso tutt’altro che trascurabile, ma è anche vero che, per molti aspetti, le mie idee si distanziano da quelle dei maestri. Non credo, per esempio, che la fine del capitalismo sia un destino immanente alla logica di questo modo di produzione: penso che per farlo finire occorra un progetto rivoluzionario cosciente e organizzato; non credo che la civiltà (comunista o quel che sarà) che succederà a quella capitalista sarà scevra da contraddizioni: penso che i conflitti di genere, interculturali e altri resteranno anche se assumeranno forme diverse, in barba a ingenui ottimismi antropologici; non credo che il partito potrà mantenere le forme novecentesche: credo che dovrà assumere forme adeguate a organizzare/rappresentare un corpo di classe che si è fatto articolato e complesso; credo ancora che lo Stato borghese vada distrutto, ma non credo che lo Stato si estinguerà: penso che subirà radicali mutazioni a mano a mano che le classi subalterne riusciranno a farsi stato. Ci sono altre differenze, ma lascio al lettore, se ne avrà tempo e voglia, il compito di scoprirle.</p>
<p>°</p>
<p>[Carlo Formenti, <em>Utopie letali</em>, Jaca Book, Milano, 2013.]</p>
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		<title>¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Argentina</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jun 2013 06:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Dopo le prime puntate in Spagna &#8211; qui e qui &#8211; ecco una nuova intervista per capire che ruolo giochi la nostra letteratura fuori dai confini nazionali. Questa volta esploreremo l&#8217;Argentina grazie alla guida di Jorge Aulicino. Il salto tra i continenti non vi sembri così arbitrario: le due culture e i due mercati editoriali [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Dopo le prime puntate in Spagna &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/20/que-viva-la-traduccion-la-letteratura-italiana-in-spagna/" target="_blank">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/27/que-viva-la-traduccion-la-letteratura-italiana-in-spagna-2/" target="_blank">qui</a> &#8211; ecco una nuova intervista per capire che ruolo giochi la nostra letteratura fuori dai confini nazionali. Questa volta esploreremo l&#8217;Argentina grazie alla guida di Jorge Aulicino. Il salto tra i continenti non vi sembri così arbitrario: le due culture e i due mercati editoriali sono profondamenti intrecciati.</em> gz)</p>
<p>Un&#8217;intervista a <strong>Jorge Aulicino</strong> di <strong>Ilide Carmignani</strong> e <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<figure id="attachment_45725" aria-describedby="caption-attachment-45725" style="width: 900px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/JAZ_f5_BuenosAires.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-45725" alt="Un'opera di Jaz su una parete di Buenos Aires, Argentina" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/JAZ_f5_BuenosAires.jpg" width="900" height="560" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/JAZ_f5_BuenosAires.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/JAZ_f5_BuenosAires-300x186.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/JAZ_f5_BuenosAires-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45725" class="wp-caption-text">Un&#8217;opera di Jaz su una parete di Buenos Aires, Argentina</figcaption></figure>
<p><b>Che spazio occupa in percentuale la letteratura italiana nell’insieme della letteratura tradotta in Argentina? E le altre letterature europee?</b></p>
<p>Non esistono cifre al riguardo. Non sappiamo nemmeno quale sia la percentuale di letteratura tradotta venduta in Argentina. Ma conviene tener conto, prima di proseguire, che il nostro mercato editoriale è dominato da tre grandi gruppi non argentini: Planeta, Santillana e Random House, che hanno assorbito le grandi case editrici locali, come Sudamericana e Emecé. Con un&#8217;aggravante: le traduzioni che leggiamo sono in genere realizzate in Spagna, da traduttori spagnoli, con lo spagnolo di Spagna e non con quello che si parla in Argentina. Temo che in questo paese l&#8217;epoca d&#8217;oro della traduzione sia finita. Ci sono stati, tuttavia, tempi migliori. Dal 1950 alla fine del secolo scorso, le case editrici argentine hanno pubblicato gli autori contemporanei italiani, tradotti da autori argentini: Moravia, Morante, Pavese, Pratolini, Vittorini, Pirandello, Gadda, Montale, Ungaretti, Quasimodo, Pasolini, Calvino e così via. Enrique Pezzoni, editore di Sudamericana, Horacio Armani, Attilio Dabini, Rodolfo Alonso sono stati grandi traduttori e divulgatori della letteratura italiana attraverso case editrici come Sur, Losada, Sudamericana, Fabril. La sinistra ha tradotto Gramsci negli anni Sessanta. José Aricó e Héctor Agosti sono stati i suoi traduttori e divulgatori. Oggi dipendiamo quasi esclusivamente dalla Spagna, cosa abbastanza scandalosa in un paese che ha accolto più di sei milioni di emigranti italiani, che ha una popolazione per il 60% di origine italiana e che parla con un accento dovuto in parte agli andalusi ma soprattutto ai napoletani, come dimostra un recente studio del  Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (CONICET).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quali sono gli scrittori più conosciuti?</b></p>
<p>Ho letto su Nazione Indiana le interviste ai traduttori spagnoli e direi che qui il panorama è simile. L&#8217;autore più conosciuto è Andrea Camilleri, pubblicato dalla casa editrice spagnola Salamandra. In una cerchia più ristretta di lettori, sono apprezzati Antonio Tabucchi e Alessandro Baricco, pubblicati entrambi da Anagrama. Anche i nomi dei saggisti e dei filosofi sono prevedibili: Umberto Eco, pubblicato da Lumen, è quasi popolare in Argentina. Gianni Vattimo ha, suppongo, delle buone vendite, a giudicare dalla sua presenza sui giornali. Anche lui è stato pubblicato da case editrici spagnole. In una cerchia ancora più ristretta hanno avuto successo anche Toni Negri e Giorgio Agamben.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Viene tradotta la poesia? E la letteratura di genere, la saggistica, i libri per ragazzi? </b></p>
<p>Libri italiani per bambini non se ne conoscono in Argentina. La saggistica, tranne gli autori già menzionati, è legata agli sforzi compiuti da piccole case editrici di dimensioni quasi artigianali. Per esempio, El Cuenco de Plata ha pubblicato pensatori classici come Tommaso Campanella e Torquato Accetto. La stessa casa editrice ha appena pubblicato <i>La divina mímesis</i> di Pasolini, tradotta da Diego Bentivegna. Un&#8217;altra casa editrice molto piccola, Winograd, ha dato alle stampe Pico della Mirandola. Sono sforzi direi quasi eccentrici.<br />
La poesia non viene pubblicata né ristampata, eccetto che nelle piccole case editrici. Un lettore giovane, persino uno scrittore o un poeta giovane, qui non trova traduzioni di Montale, Pavese, Fortini, Pasolini, Penna. Non ha quindi accesso ai grandi poeti del Novecento, a meno che non li trovi nelle librerie di seconda mano o dispersi in Internet. Eppure questi classici contemporanei sono stati tradotti quaranta o cinquant&#8217;anni fa da poeti come Armani e Alonso. Costituiscono una grande eccezione alcune edizioni recenti, tutte pubblicate da case editrici minuscole: María Julia Ruschi ha tradotto Mario Luzi per Grupo Editor e Milo de Angelis per Hilos; Delfina Muschietti ha tradotto Alda Merini per Bajo la Luna (una casa editrice un po’ più grande); Winograd ha pubblicato le <i>Rimas completas</i> di Dante, tradotte da Marcelo Pérez Carrasco; un anno fa Gog y Magog ha date alle stampe la mia traduzione dell’<i>Infierno</i> de Dante (la traduzione completa di tutte e tre le cantiche uscirà da Edhasa quest’anno, se Dio vuole).<br />
Una presenza così scarsa della poesia italiana non corrisponde all’alto livello dei traduttori di poesia disponibili in Argentina, gente come Bentivegna, Muschietti, Pérez Carrasco, Pablo Anadón, Ángel Faretta, Alejandro Bekes, Carlos Vitale, Guillermo Piro, e gli stessi Armani e Alonso, che sono ancora vivi. Molta di questa poesia viene pubblicata su blog.<br />
L&#8217;opera poetica di un autore come Rodolfo Wilcock, che si stabilì in Italia e decise di scrivere in italiano, non è ancora stata tradotta. In Italia l’ha pubblicata Adelphi. Wilcock ha avuto più fortuna con alcuni dei suoi racconti: li ha pubblicati Sudamericana, oggi assorbita da Random House-Mondadori.<br />
Il principale problema che impedisce di pubblicare autori italiani in Argentina, compresi i poeti, è che in genere i diritti appartengono alle case editrici spagnole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quanto sono tradotti i classici? Quali sono accessibili e quali mancano all’appello?</b></p>
<p>Mancano praticamente tutti. Alcuni si possono trovare nei cataloghi delle case editrici spagnole, ma non sempre sono presenti nelle librerie. Ho comprato l&#8217;ultima traduzione dell&#8217;<i>Orlando furioso</i>, realizzata in Spagna da José María Micó, nella libreria online della Casa del Libro di Madrid. Non abbiamo a portata di mano né Ariosto né Machiavelli e nemmeno Dante, tranne che nelle edizioni ridotte. Non è possibile leggere i poeti del Quattrocento nemmeno in edizioni spagnole. Né Petrarca, né Boccaccio, né Tasso, né Leopardi fra gli altri. Ho trovato una riedizione della <i>Divina commedia</i> di Edaf tradotta dal conte di Cheste nell&#8217;Ottocento, una vera chicca! Ma passando a quelle spagnole non si trova la traduzione di Ángel Crespo, novecentesca. La cosa peggiore è che non vengono nemmeno ripubblicate le traduzioni argentine della <i>Divina</i> c<i>ommedia</i>: né quella di Bartolomé Mitre (militare e presidente argentino) della fine dell’Ottocento, né quella di Ángel Battistessa degli anni  Settanta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quali case editrici dedicano spazio agli scrittori italiani? Che tipo di linee editoriali hanno? Esistono case editrici specializzate in letteratura italiana? </b></p>
<p>No, non esistono case editrici specializzate in letteratura italiana. Le linee editoriali sono le stesse che valgono in Spagna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>C’è un qualche lavoro di scouting sulla letteratura italiana contemporanea? Che parte hanno in questo i traduttori?</b></p>
<p>Non c’è niente del genere&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quale accoglienza riserva il pubblico argentino agli autori italiani? Gli scrittori più conosciuti  (Eco, Tabucchi, Camilleri, etc.) sono riusciti in qualche modo a fare da traino?</b></p>
<p>Gli autori italiani sono stati molto amati in Argentina sia dal punto di vista letterario che personale. Calvino, ad esempio, fu molto letto e molto ben accolto durante le sue visite. Perché piaceva la sua letteratura e perché era italiano. La visita di Ungaretti, molti anni fa, fece clamore. La risposta alla seconda parte della domanda è: purtroppo no.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>I libri italiani che vengono tradotti in Argentina che varietà linguistica presentano in spagnolo?  Si traducono (e si vendono) principalmente libri scritti in maniera semplice o anche libri particolarmente elaborati sul piano della lingua e dello stile?</b></p>
<p>I pochi libri che si traducono qui, quasi tutti grazie a piccole case editrici, presentano la varietà linguistica del Río de la Plata. Gli argentini fanno fatica ad accettare lo spagnolo di Madrid, persino nelle opere più popolari, anzi forse soprattutto nelle più popolari. Fanno fatica ad accettare che un personaggio di Camilleri dica <i>gilipollas</i>. Naturalmente si vendono di più i libri di scarsa complessità stilistica. Tabucchi è il livello medio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Sono presenti nelle redazioni culturali argentine dei giornalisti e/o scrittori che conoscono il panorama italiano contemporaneo? Esistono riviste o blog letterari che si prodigano nel promuovere e suggerire ai propri lettori libri italiani?</b></p>
<p>Esistono pochi critici nei grandi giornali che conoscano il panorama italiano contemporaneo. I più importanti &#8211; Armani, Hugo Beccacece &#8211; sono ormai in pensione. Io stesso non lo conosco e sono stato responsabile del supplemento culturale del “Clarín”, il quotidiano più venduto in Argentina. Dipendiamo completamente da ciò che pubblicano gli editori spagnoli. Sappiamo poco, pochissimo, di quello che accade in Italia, e solo grazie ai giornali online.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che immagine ha il lettore argentino dell’Italia? Gli stereotipi che ci caratterizzano all&#8217;estero possono in qualche modo influire sulla scelta dei titoli italiani da tradurre?</b></p>
<p>Lo stereotipo dell&#8217;italiano passionale, che parla a voce alta, è una figura in cui gli argentini si riconoscono. Gli argentini credono di assomigliare ai napoletani, e ne sono felici. In genere, sono orgogliosi delle loro radici italiane e il soprannome <i>tano</i> non è offensivo ma quasi onorifico. Gli immigrati però hanno tagliato tutti i legami con la loro patria e non hanno insegnato l&#8217;italiano ai figli. Tuttavia, più del 50% delle parole del lunfardo (il linguaggio che un tempo era della malavita e oggi è il linguaggio della strada) hanno origine italiana: diciamo comunemente <i>naso</i>, <i>gamba</i>, <i>facha </i>(da faccia), <i>laburo</i> (da lavoro), <i>escrachar</i> (forse da schiacciare, ma con senso diverso: distruggere,  denunciare), <i>balurdo (</i>da balordo, ma come imbroglio<i>)</i>, <i>grosso</i>, <i>mersa (</i>da merce o mercante: volgare<i>)</i>, <i>mina (</i>per dire donna<i>)</i>, <i>nonno</i>, <i>birra</i>, <i>mufa (</i>da muffa: noia, malumore<i>)</i>, <i>manyar</i> (da mangiare), <i>festichola </i>(da festicciola) e altre mille parole che in genere si ignora provengano dall&#8217;italiano o dai dialetti italiani. E normale dire “ma sì” e io credo che anche il nostro vocativo <i>che </i>venga dall&#8217;italiano, da c’è: colui che dice “c’è”, cioè l’italiano.<br />
Tutto questo però non si riflette in una particolare presenza della letteratura italiana nelle librerie. Traduttori per vocazione, come quelli che ho nominato, penso che abbiano spesso scelto l&#8217;italiano per ragioni familiari e culturali. Ma non abbiamo lavoro nelle grandi case editrici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Affinché uno scrittore italiano acceda al mercato editoriale argentino o latinamericano, quanto conta la sua casa editrice di origine?</b></p>
<p>Conta, nel nostro caso, quale casa editrice lo ha pubblicato in Spagna, perché è la Spagna a dominare il mercato e il marketing.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che funzione svolge la letteratura italiana nel polisistema letterario argentino?</b></p>
<p>Nella letteratura argentina, gli autori del dopoguerra, e anche quelli precedenti, sono stati molto influenti, soprattutto Pavese. La poesia argentina attuale, in particolar modo, non sarebbe concepibile senza di lui e senza Montale e Pasolini. Insieme al cinema neorealista sono arrivati numerosi autori che oggi non si pubblicano più. Pratolini, per esempio. Lo stesso Pavese, che ha molto influenzato uno scrittore ormai canonico come Juan José Saer, non si trova più in libreria. Nel campo delle idee, Vattimo è un autore molto letto e discusso, ma non succede la stessa cosa nella letteratura e nella poesia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che tipo di politica culturale persegue l’Italia in Argentina? Potrebbe avere modalità di diffusione più efficaci?</b></p>
<p>Non conosco la politica culturale dell&#8217;Italia in Argentina. L&#8217;associazione Dante Alighieri è ancora in piedi, con filiali in varie città, ma non conosco, né credo che esista, una politica riguardo alla musica, alla letteratura, alle belle arti. Non credo che gli enti preposti abbiano una nozione chiara di quale ricezione possano avere qui gli autori italiani. In un certo senso anche l&#8217;Italia dipende dall&#8217;industria editoriale spagnola. Ci sono due ambiti in cui si potrebbe lavorare: gli incentivi alla traduzione dei classici italiani, compresi quelli ormai canonici del secolo scorso, e gli scambi culturali in genere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Come funziona il mercato editoriale in Argentina? Che scambi ci sono con gli altri paesi dell’America Latina?</b></p>
<p>Il nostro è un mercato con maggiori possibilità rispetto agli altri paesi latinoamericani. L&#8217;Argentina, malgrado abbia un indice di vendita di libri minore ad esempio della Francia, è il paese con il più alto tasso di vendita per abitante di tutti i paesi di lingua spagnola dell’America latina. Si vendono circa 80 milioni di libri all&#8217;anno, in un paese di 40 milioni di abitanti. Questo significa due libri all&#8217;anno per abitante. E una recente inchiesta ha dimostrato che se prendiamo in considerazione la sola classe media la cifra sale a quattro-cinque libri all&#8217;anno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che ruolo svolge l’editoria spagnola? La distribuzione in Argentina funziona nello stesso modo per gli editori spagnoli e latinoamericani?</b></p>
<p>La distribuzione delle case editrici spagnole funziona nello stesso modo in tutti i paesi, che io sappia. E questo ha un risvolto terribile, dal mio punto di vista: i libri di autori argentini pubblicati dagli spagnoli in Argentina molto raramente vengono immessi negli altri mercati latinoamericani, e di rado in Spagna. E la stessa cosa accade negli altri paesi latinoamericani. In Argentina non ci sono, a loro volta, case editrici di altri paesi latinoamericani, tranne il Fondo de Cultura Económica del Messico e la colombiana Norma, che ha smesso di pubblicare romanzi e saggi per dedicarsi solo alla letteratura infantile e giovanile. La casa editrice cilena Lom ha però annunciato che quest&#8217;anno porterà in Argentina un catalogo molto interessante, che comprende anche Pirandello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Le traduzioni argentine circolano anche in altri paesi latinoamericani e in Spagna? Che conseguenze ha nelle traduzioni il problema delle varianti locali dello spagnolo?</b></p>
<p>Penso che le traduzioni argentine non circolino affatto. È raro che le grandi case editrici facciano ricorso a traduttori argentini. Anche gli ottimi traduttori argentini che si sono stabiliti in Spagna e lavorano per le case editrici spagnole devono adattare il loro spagnolo rioplatense all’uso peninsulare. Nel nostro paese, l&#8217;uso dello spagnolo di Spagna nelle traduzioni ha provocato un grande dibattito fra i traduttori e gli intellettuali in genere, perché è una variante dello spagnolo innaturale per noi.</p>
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<p><b>E’ vero che gli argentini sono tradizionalmente considerati traduttori eccellenti?</b></p>
<p>Sono stati e sono ancora oggi dei grandi traduttori, o almeno dei traduttori appassionati. Molti di loro sono stati anche scrittori. Dall’illustre Mariano Moreno, che tradusse Rousseau ai tempi della Rivoluzione, fino a grandi poeti come Alberto Girri, che dagli anni Cinquanta agli anni Novanta fu il decano dei traduttori di poesia anglosassone, e anche un po’ italiana; o come Armani, senza dubbio il più autorevole traduttore di poesia italiana; senza contare Mitre e Battistessa, che tradussero la <i>Divina commedia</i>.<br />
Enrique Pezzoni ha tradotto con grandissima perizia tanto dall&#8217;inglese come dall&#8217;italiano. Aurora Bernárdez è stata una grande traduttrice di Flaubert, Faulkner, Calvino, Sartre. Ci sono stati e ci sono così tanti bravi traduttori che è impossibile nominarli tutti. Vorrei aggiungere che in questo momento sono molto attivi Jorge Fondebrider (inglese, francese), Jorge Salvetti (inglese, italiano, francese), Silvia Camerotto (inglese), Diego Bentivegna (italiano), Pablo Ingberg (inglese), Rolando Costa Picazo (inglese), Pablo Anadón (italiano), María Julia Ruschi (italiano), Gerardo Gambolini (inglese), Marcelo Pérez Carrasco (italiano), Andrés Ehrenhaus (inglese), Florencia Baranger-Bedel (francese), Judith Filc (inglese), Ricardo Herrera (italiano), Migel Angel Petrecca (cinese), ma pochissimi di loro traducono per grandi case editrici. Come ho già detto, l&#8217;Argentina ha avuto un&#8217;età dell&#8217;oro dell&#8217;industria editoriale e quindi della traduzione. Ma non è questa.</p>
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<p><strong>Biografia</strong></p>
<p><strong>Jorge Aulicino</strong> è nato a Buenos Aires nel 1949. Ha lavorato come giornalista per diverse testate e, dal 1984 al 2012, per il “Clarín” di Buenos Aires. Dal 2005 al 2012 è stato direttore del supplemento culturale del Clarín, “<a href="http://www.revistaenie.clarin.com/" target="_blank">Ñ</a>”. Ha fatto parte del Consejo de Dirección del Diario de Poesía di Buenos Aires. Traduce poeti italiani. Ha tradotto, tra gli altri, Cesare Pavese e Pier Paolo Pasolini, Eugenio Montale e Franco Fortini. Ha pubblicato le <i>Rimas</i> di Guido Calvacanti, nel 2011 l’<i>Infierno</i> di Dante e quest’anno <i>Purgatorio</i> e <i>Paraíso</i>. Gestisce il blog di poesía di lingua spagnola e tradotta “<a href="http://campodemaniobras.blogspot.it/" target="_blank">Otra Iglesia es Imposible</a>”. Ha appena dato alle stampe la sua opera poetica nella raccolta <i>Estación Finlandia</i> che comprende tutti i libri scritti fra il 1974 e il 2011, fra cui  <i>Paisaje con autor</i>, <i>Magnificat</i>, <i>Hombres en un restaurante</i>, <i>La línea del coyote</i>, <i>Las Vegas</i>, <i>La luz checoslovaca</i>, <i>La nada</i>, <i>Hostias</i>, <i>Máquina de faro</i> e <i>Cierta dureza en la sintaxis.</i></p>
<p>[La fotografia dell&#8217;opera di Jaz è tratta dal sito <a href="http://www.ekosystem.org/tag/jaz" target="_blank">Ecosystem</a>]</p>
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		<title>Disciplina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 09:52:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bajani]]></category>
		<category><![CDATA[disciplina]]></category>
		<category><![CDATA[gelmini]]></category>
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		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Ogni fascia anagrafica ha il suo spauracchio confezionato ad hoc. Per gli adulti, è disponibile l’extracomunitario. È uno spauracchio di comprovata efficacia, estesa applicazione e referenza millenaria. Funziona bene come catalizzatore della frustrazione e dell’odio sociale, provare per credere. Per i giovani in età scolare, invece, da poco è stato lanciato sul mercato il prodotto “bullo”. Il bullo è una sorta di “extracomunitario italiano adolescente” che mena le mani contro il prossimo, preferibilmente se portatore di handicap, sovrappeso, ritardato, omosessuale. In entrambi i casi (extracomunitari e “extracomunitari italiani adolescenti”) la parola d’ordine è una sola: disciplina.<span id="more-10906"></span> L’ultima conferma l’abbiamo avuta nella nuova riforma della scuola firmata dal Ministro Gelmini, che taglia risorse all’istruzione, mortifica la funzione degli insegnanti, e però invita a dibattere su folkloristici provvedimenti disciplinari, buoni appunto per distrarre e catalizzare l’aggressività sociale. La violenza (dentro e fuori le scuole) si sconfigge con la disciplina. Forse è una strada, però bisogna intendersi sul significato del termine “disciplina”, che improvvisamente sembra diventato prerogativa della destra. La disciplina proposta è: bocciatura per l’insufficienza in condotta e grembiulino obbligatorio a scuola. Il che significa declinare sulla fascia anagrafica adolescenti l’istituzione dell’esercito in strada. Ovvero: obbedienza pena la punizione, l’insegnante come vigile urbano seduto dietro la cattedra con manganello, fischietto e in tasca le manette e il taccuino per emettere multe. Ecco, credo semplicemente che quest’idea della disciplina riveli una concezione desolante del cittadino e del rapporto tra stato e cittadino. Il cittadino è relegato a mero esecutore meccanico di un ordine di cui non è tenuto né a capire né a condividere il senso. Per dirla con Antonio Gramsci, fondatore di questo giornale, è venuto il momento di contrapporre disciplina a disciplina. C’è un tipo di disciplina in cui tutti, semplicemente, pedestramente obbediscono: “i muli della batteria al sergente di batteria, i cavalli ai soldati che li cavalcano. I soldati al tenente, i tenenti ai colonnelli dei reggimenti; i reggimenti a un generale di brigata; le brigate al viceré […]. Il viceré alla regina […]. La regina dà un ordine, e il viceré, i generali, i colonnelli, i tenenti, i soldati, gli animali, tutti si muovono armonicamente e muovono alla conquista”. E poi c’è un’altra disciplina. Questa disciplina nasce dalla consapevolezza di essere parte di una collettività, dalla condivisione di un progetto. Soprattutto nasce dalla cultura, che è quello che chiediamo allo stato, agli insegnanti e alla scuola: “La cultura [&#8230;] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri”. Ma questo fa paura: meglio le istruzioni che l’istruzione. È più rassicurante avere dei consumatori in grembiulino che dei cittadini consapevoli. Se seguiamo bene le istruzioni, diventeremo uguali alla figura disegnata sulla scatola. </p>
<p><em>pubblicato su &#8220;L&#8217;Unità&#8221;.</em></p>
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