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	<title>grande fratello &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sono Orwell</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2014 07:30:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Angela Bubba]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angela Bubba L’uomo si trascinò faticosamente al centro del palco, era sudato e vestito con abiti inconsueti e nessuno vi badò finché una delle telecamere, quella frontale, non incappò nello scintillio del suo cranio aguzzo e a tratti spettinato. Quindi il cameraman sbottò in un urlo automatico, ma non ottenne risposta; l’uomo spiccava sul [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angela Bubba</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-48154" alt="GF" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/gf1.jpg" width="755" height="346" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/gf1.jpg 944w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/gf1-300x137.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/gf1-900x412.jpg 900w" sizes="(max-width: 755px) 100vw, 755px" /></p>
<p>L’uomo si trascinò faticosamente al centro del palco, era sudato e vestito con abiti inconsueti e nessuno vi badò finché una delle telecamere, quella frontale, non incappò nello scintillio del suo cranio aguzzo e a tratti spettinato. Quindi il cameraman sbottò in un urlo automatico, ma non ottenne risposta; l’uomo spiccava sul pavimento, luminoso e innaturale per la sua estensione, e s’addensava man mano in un’ombra oscillante, come una fiammella grigia e gentile, e non la smetteva di avanzare.</p>
<p>Solo dopo un paio di minuti uno spettatore, una ragazza pettoruta e che indossava una specie di cencio elettrico, un mutandone traslucido e acceso al centro da un colore rosa tragico, pensò l’uomo, e che presenziava sugli spalti svitando i fianchi da danzatrice, emise uno stridio. Acuto, puro, toccante.</p>
<p>Quando la donna al centro del palco si girò e l’uomo colse il brivido che la percorse, una frustata che dal minitunnel dei suoi tacchi la leccava fino all’acconciatura liscia, spigolosa e isterica quanto una sterlitzia, inverosimilmente bionda, e che s’abbinava all’annichilimento dipinto sulle sue pupille, allora, solo allora, l’uomo intuì che era arrivato il momento delle spiegazioni. Forse avrebbe potuto aprir bocca e dire a tutti di non agitarsi, così, tanto per cominciare, e di non saltare alle conclusioni prendendolo per spacciato per via della sua aria smorta, i vestiti retrò e logori come dio solo sa cosa e il viso che pendeva da una parte all’altra del teschio.</p>
<p>&#8211; Buona sera, disse.</p>
<p>La donna gli andò incontro stringendo gli zigomi. Era malfida e trattenuta, ma anche sinceramente curiosa. Delle faccione su uno schermo l’incitavano ad accostarsi a quella figura incongruente, lunare, come fotocopiata lì dall’alito di un altro pianeta, mentre un paio di quelli che all’uomo parvero degli alfieri esagitati e parecchio strambi per le minacce con cui presero a sputacchiarlo, subito la trassero via chiedendole se andasse tutto bene, se fosse sana e salva e altre cose che l’uomo non poté distinguere.</p>
<p>Andava calmandosi, vide, anche se presto si divincolò agitando sia braccia che piedi e con una veemenza peculiare, da pugile, per poi dirigersi verso di lui proprio mentre veniva bloccato dagli arti: le sembrava un monolite, un’aragosta dalle chele braccate con lacci di carne nera, eleganti e livide come custodie di spade giapponesi.</p>
<p>Escluso muso, naso e fronte, quelle guardie erano totalmente coperte, la donna non avrebbe potuto dire chi fossero, e si scambiavano ordini pare molto intimi prima di spintonare l’uomo al di fuori del palco.</p>
<p>&#8211; Aspettate!, gemette la donna. La sua voce era molliccia e trepidante, mossa da una cauta intelligenza.</p>
<p>&#8211; Liberatelo, fatemi parlare con lui!</p>
<p>Il suo sguardo bucò il cuore delle guardie, le quali mollarono la presa e lasciarono che l’uomo si ricomponesse.</p>
<p>Ora tutti trattenevano il respiro. Il silenzio piombò come un veleno e ogni cosa dava l’impressione di voler esplodere.</p>
<p>A stento la donna si fece avanti allungando una mano, le sue falangi scricchiolarono emettendo un trillo.</p>
<p>&#8211; Piacere. Alessia Marcuzzi.</p>
<p>L’uomo l’assecondò.</p>
<p>&#8211; Eric Arthur Blair, molto lieto.</p>
<p>La donna si avvinghiò a quella pelle e notò che era viscida e gelata. Ritrasse la mano.</p>
<p>&#8211; Sono la conduttrice di questo programma, aggiunse.</p>
<p>&#8211; Del mio libro, vorrà dire.</p>
<p>&#8211; Prego?</p>
<p>&#8211; Magari il mio nome non le dice niente, ma il mio pseudonimo forse sì.</p>
<p>Le facce sullo schermo intanto si accaloravano, le loro labbra sbollicinavano tant’è che sembrava friggessero; mentre il pubblico, sia il laterale che quello ricacciato nel fondo, si sollevava componendo smorfie sguaiate ma piene d’interessamento.</p>
<p>&#8211; Sono Orwell. George Orwell.</p>
<p>Dopo un istante di trepidazione, al quale seguì un ammiccamento del viso che sembrava riaversi da una convalescenza, la donna si contorse cominciando a sbandare, un fenicottero che si schiantava sulla sua magrezza, crollando infine in un accasciamento gentile, contemplativo: le ciglia si toccarono, e la bocca emise dei rintocchi subacquei.</p>
<p>&#8211; Allora? &#8211; fece l’uomo con un che di irritante e insieme d’infantile. &#8211; Avete letto il mio libro? <em>1984</em>?</p>
<p>Nessuno rispondeva. I ragazzi nello schermo erano ammutoliti al pari delle guardie, degli operatori e del pubblico in sala. L’unica presenza viva proveniva dall’uomo che si era spostato, mugugnando e tracciando ellissi sformate torno torno il centro del palco.</p>
<p>&#8211; Credevo fosse scontato.</p>
<p>Si fermò. Squadrò il pubblico laterale dopodiché passò ai ragazzi nello schermo.</p>
<p>&#8211; Credevo che ci fosse addirittura una clausola nel regolamento. Ognuno di voi avrebbe dovuto leggerlo. Come può essere successo?</p>
<p>Quando scostò lo sguardo, roteò il collo porgendolo alle guardie e poi agli operatori oltre le cineprese; in ultimo ispezionò la donna accasciata a terra: il suo corpo componeva una sorta di onda, armonica e pungente.</p>
<p>&#8211; Per voi…</p>
<p>Tornò lentamente ai ragazzi.</p>
<p>&#8211; Per voi è un gioco essere spiati?</p>
<p>&#8211; Sì, rispose uno di loro.</p>
<p>&#8211; Avete la più vaga idea di chi io possa essere?</p>
<p>L’uomo sentì ridacchiare ovunque. Notò che anche le guardie ora si storcinavano in rimbrotti strani e ripetuti.</p>
<p>&#8211; Figuriamoci!, riprese il ragazzo con tono divertito. &#8211; Sarà uno scherzetto organizzato dalla redazione. Ce ne combinano di continuo. Lo sappiamo che Alessia sta fingendo, Alessia è bravissima.</p>
<p>L’uomo aspirò fra i denti.</p>
<p>&#8211; E ditemi… chiese dopo un po’. &#8211; Vi state divertendo?</p>
<p>&#8211; Oh, sì. Tantissimo.</p>
<p>&#8211; Tantissimo, ripeté.</p>
<p>&#8211; Ci sentiamo davvero fortunati.</p>
<p>&#8211; Fortunati?</p>
<p>&#8211; Sì, è ovvio.</p>
<p>&#8211; È ovvio?</p>
<p>&#8211; Be’, mettiamola in questo modo. Mezza Italia vorrebbe essere qui al posto nostro ma il caso ha voluto che ci fossimo noi, proprio noi! Si rende conto?</p>
<p>&#8211; Mi rendo conto.</p>
<p>&#8211; Siamo stati scelti, siamo consapevoli di essere speciali.</p>
<p>&#8211; O siete più ortodossi?</p>
<p>&#8211; Cosa?</p>
<p>&#8211; <em>L&#8217;Ortodossia consiste nel non pensare &#8211; nel non aver bisogno di pensare. L&#8217;Ortodossia è inconsapevolezza</em>. Avete presente?</p>
<p>Senza attendere risposta l’uomo depose entrambi i palmi sul cuore, e strizzò a lungo gli occhi, come per ripescare un’immagine troppo intensa perché troppo bella per essere spiegata. Nessuno osava muoversi o fare altro, le luci delle sala erano tenui ma in grado di sfilettarla in griglie di chiarore quasi artico, perturbante. Risollevando le palpebre l’uomo capì che la paura era tutto nella vita, e che nella vita tutto dipendeva dalla paura.</p>
<p>&#8211; Eppure… riattaccò con cortesia. &#8211; Confidavamo davvero in giorni in migliori, quando scrivemmo quel libro&#8230; Io e Winston, a-ah! Che romantici! Non trovate?</p>
<p>L’uomo si commosse.</p>
<p>&#8211; <em>Al futuro o al passato, al tempo in cui il pensiero sia libero, gli uomini siano gli uni diversi dagli altri e non vivano in solitudine… a un tempo in cui la verità esista e non sia possibile disfare ciò che è stato fatto. Dall’età dell’uniformità, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del bipensiero…</em></p>
<p>Si asciugò le guance e fece per allontanarsi, voltando le spalle lunghe e bitorzolute. Si girò solo per alzare una mano e dire a gran voce – <em>Salve!</em>, mentre tutto lo studio sussultava perché l’uomo, all’improvviso, non si vedeva più.</p>
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		<title>Gli scrittori sullo schermo e Nella casa di François Ozon</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 06:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Si sa, gli scrittori sono esemplari romantici: così il cinema, quando non è impegnato nella caccia al retino della propria figura romantica per eccellenza, cioè il regista (ultimo capofila, Hitchcock), mobilita schiere di professionisti e maestranze per catturare e offrire al pubblico il visino pallido, tendenzialmente deperito ma luciferino, di un asso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<figure id="attachment_45505" aria-describedby="caption-attachment-45505" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/nellacasaok.jpg"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-45505" alt="Un fotogramma del film Nella casa, di François Ozon, 2013" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/nellacasaok-1024x681.jpg" width="700" height="465" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/nellacasaok-1024x681.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/nellacasaok-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/nellacasaok-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/nellacasaok.jpg 1200w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45505" class="wp-caption-text">Un fotogramma del film Nella casa, di François Ozon, 2013</figcaption></figure>
<p>Si sa, gli scrittori sono esemplari romantici: così il cinema, quando non è impegnato nella caccia al retino della propria figura romantica per eccellenza, cioè il regista (ultimo capofila, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/14/una-sessione-di-consapevolezza-riguardo-a-hitchcock-e-ai-film-che-parlano-di-grandi-opere/" target="_blank">Hitchcock</a>), mobilita schiere di professionisti e maestranze per catturare e offrire al pubblico il visino pallido, tendenzialmente deperito ma luciferino, di un asso della penna.</p>
<p>Ovviamente, sfogliando l’albo mondiale della letteratura, esiste una quantità di scrittori la cui vita avrebbe i numeri giusti per finire sul grande schermo – e infatti, negli ultimi decenni, sono fioccati i <i>biopic</i> più o meno verosimili di Edgar Allan Poe, Truman Capote, Charles Bukowski, William Shakespeare, Virginia Woolf, Francis Scott Fitzgerald. Ma non occorre scomodare i mostri sacri. Le pose di uno scrittore standard invogliano di per sé all’allestimento di un film. Andando a braccio, ce n’è per tutti: dallo scrittore che si fa possedere da oscure forze demoniache (<i>Shining</i>, 1980), a quello bohemien e squattrinato che scrive per assicurare a sé la donna dei propri sogni (<i>Moulin Rouge!</i>, 2001), a quello che svela gli intrighi del potere e ci resta secco (<i>L’uomo nell’ombra</i>, 2010), a quello che svela gli intrighi dello star system e non ci resta secco (<i>False verità</i>, 2005), a quello rintanato e misantropo che torna a nuova vita seguendo le qualità di un allievo piovuto dal cielo <i>(Scoprendo Forrester</i>, 2000), a quello rapito e tagliuzzato senza misericordia da una lettrice accanita e vendicativa (<i>Misery non deve morire</i>, 1990), a quello mentalmente disordinato e interrogato per ore da un commissario a causa di un omicidio (<i>Una pura formalità</i>, 1994).</p>
<p>In un’epoca in cui si legge sempre meno, in cui anche i lettori forti appaiono sufficientemente impallinati dalla crisi, circola sempre più nell’immaginario collettivo il <i>fantasma</i> dello scrittore &#8211; una forma di nostalgia che ha più affinità con gli alieni, cioè con proiezioni fantastiche irraggiungibili, che con il vissuto ordinario, disciplinato e regolare di un uomo o una donna che passano ore e ore a schiacciare tasti e allungare stringhe alfanumeriche sulla rappresentazione virtuale di un foglio di carta. Catturato nell’ambra della vita quotidiana, lo scrittore non garantirebbe <i>plot</i> né chissà quale avventura: i fatti più entusiasmanti sono gli schiocchi infinitesimali che accadono tra le sue sinapsi mentre allinea le parole giuste per comporre un libro e/o un mondo. Ma è impossibile filmare quel momento, o quanto meno metterlo in scena con precisione: lì non ci si arriva se non per continue e sempre provvisorie inferenze e avvicinamenti, risalendo le pagine delle sue opere. La vita esteriore di Kafka o Nabokov, per dire, trasposta in un film, suonerebbe parecchio gracile e noiosa &#8211; del tutto indipendentemente dagli eventi, rimirando quelle esistenze, succubi della mitologia di una vita straordinaria a cui tendiamo senza sforzo, viene più facile immaginarla come un turbinio.</p>
<p>L’ultimo film-turbinio su uno scrittore s’intitola <i>Nella casa</i>, e l’ha diretto François Ozon. La storia, senza tentennamenti, scatta in velocità: Claude, studente sedicenne del liceo Flaubert, ha un talento, la scrittura. Scrive temi, nient’altro &#8211; ma ogni tema sembra il capitolo di un romanzo in cui la famiglia dell’unico coetaneo che frequenta, Rapha, viene passata ai raggi x. Germain, il professore di letteratura francese, legge i temi, rimane sorpreso e sprona Claude a seguire la strada di un realismo spinto, tanto che Claude, con un accanimento crescente di tema in tema, si infila tra le maglie della famiglia e conquista uno a uno figlio, padre, madre con lo scopo di avere un quadro sempre meglio definito delle loro relazioni. Il film fila come un’educazione sentimentale, ma poco per volta diventa un thriller: e così mentre Germain si appassiona sinistramente alle storie di Claude e Claude scivola sempre più in profondità dentro il cuore borghese della famiglia di Rapha, entrambi arriveranno a mettere un doloroso punto a capo alle loro vite.</p>
<p>Il film, nonostante la girandola sfiancante dei colpi di scena, e la colonna sonora incontinente che fodera tutte le superfici della pellicola, ha un pregio: Ozon, tranne che per la scrittura di una lettera per il giornale studentesco, non inquadra mai Claude mentre compone i temi. La scrittura è costantemente messa in scena: se Germain e la moglie leggono a voce alta il tema, Claude diventa il <i>voice over</i> dell’ispezione minuziosa alla casa e ai suoi inquilini – una soluzione che illumina subito l’ossessività di Claude e la morbosità della coppia Germain, e che ci risparmia una delle più grandi pose dello scrittore standard, la scena che avrete visto mille volte e che conoscerete ormai a memoria, dove lo scrittore scrive, cancella, si alza, strappa nuovi fogli ancora, circondato da innumerevoli palline di carta, uno spaventoso blocco creativo che in <i>Shining</i> Kubrick aveva genialmente spostato nella risma di fogli impilati con cura al lato della macchina da scrivere, tutti attraversati dallo stesso ossessivo righino nero, <i>il mattino ha l’oro in bocca</i>.</p>
<p>Resta da capire che genere di scrittore sta puntando il dito contro la borghesia francese, perché una cosa è chiara: quando un film dipana la vita di uno scrittore, e illumina la costruzione di un’opera letteraria, dieci a uno sta propagandando una certa idea di letteratura, un’idea normativa di letteratura, di cosa la letteratura dovrebbe o non dovrebbe fare. Claude è uno studente, siede all’ultimo banco, osserva gli altri senza a sua volta essere osservato – con le stesse modalità, penetra nello spazio privato di una casa, rovista le sue stanze e, senza alcun dilemma etico, studia la fattura e la disposizione degli oggetti quotidiani e si impossessa delle abitudini, ripugnanti e per questo così modeste e umane, dei suoi inquilini. Nelle ricognizioni segrete di Claude, nella loro riproposizione letteraria, regna il distacco assoluto, e se pure è presente qualche momento di mimesi, di confusione dolorosa tra quelle ricognizioni e la sua vita, è solo perché s’innamora in modo adolescenziale della madre di Rapha – amore che almeno in una scena, quella dove la madre di Rapha, distesa sul divano, è ripresa dalle unghie laccate dei piedi agli occhi chiusi sotto lo sguardo rapito di Claude, Ozon gira come se fosse un remake di <i>Lolita</i> a parti invertite (tra l’altro, il professore di letteratura francese si chiama Germain Germain proprio come Humbert Humbert, e la madre di Rapha è quanto di più vicino alla bellezza vacua e ormai avanti negli anni di Dolores Haze).</p>
<p>Claude, a questo punto – e Germain potrebbe andarne fiero, gli insegnamenti e le letture che impartisce filano in questa direzione – sarebbe uno scrittore realista. Osserva con distacco quanto accade nella casa, studia con freddo rigore i comportamenti dei suoi inquilini, ripropone in modo calligrafico gli eventi principali ricollocandoli nella cornice di un tema, e in coda a ogni tema, per accrescerne la suspense, allunga l’ombra carica di incognite e di oscuri presagi di un <i>continua</i>.</p>
<p>Ma è realismo questo? Prendendo per buona la definizione che ne dà Walter Siti, avremmo qualche dubbio. Scrive Siti nella seconda pagina de <i>Il realismo è l’impossibile</i>: “<i>Il realismo, per come la vedo io, è l’antiabitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale – mette in dubbio per un istante quel che Nabokov (nelle </i>Lezioni di letteratura<i>) chiama “il rozzo compromesso dei sensi” e sembra che ci lasci intravedere la cosa stessa, la realtà infinita, informe e impredicabile. Realismo è quella postura verbale o iconica (talvolta casuale, talvolta ottenuta a forza di tecnica) che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà </i>[…]”. Ecco, a guardare bene, nella scrittura di Claude non c’è traccia di questa antiabitudine, né tantomeno la descrizione impietosa della famiglia di Rapha accoglie qualche illuminazione che piega le sbarre della nostra stereotipia mentale. In fondo, appare già tutto ampiamente visto e codificato: e così alle pose di uno scrittore standard che desidera cogliere la realtà nel suo divenire, segue un adolescente ricco ma tarato con tendenze omosessuali, un padre molto <i>parvenu</i> che tenta con piccoli e miseri mezzi di arricchirsi ancora, una moglie insoddisfatta della propria vita e dell’arredo del proprio appartamento con qualche velleità artistica, un professore di letteratura che un tempo ha scritto un romanzo ma con scarso successo, una moglie del professore che dirige una galleria d’arte contemporanea al solo scopo di vendere le opere e garantirsi la stagnazione perpetua dentro i confini di una classe sociale in cui ha stipato la sua esistenza. Una borghesia da operetta, in fondo, nel cui mondo, la realtà, piuttosto che lasciarsi cogliere impreparata, è preparata da tempo.</p>
<p>Nonostante ciò, perdura la sensazione che Claude sia in tutto e per tutto uno scrittore realista. Anche se il modo in cui Claude sbozza la massa informe della realtà, stilizzandola in una figura già riconoscibile, non sembra trovare precedenti nella tradizione letteraria, ma nella logica di un altro mezzo, la televisione &#8211; del resto, per tutto il film, Claude non esibisce alcuna preparazione letteraria, anzi ne sembra piuttosto asciutto, sarà Germain a somministrargli in corso d’opera i romanzi che potrebbero soccorrerlo nel suo apprendistato. Due sono gli indizi più forti: il fatto che Claude osservi senza essere visto gli abitanti di un luogo chiuso come una <i>casa</i>, e l’evidenza che i temi si chiudano tutti con un identico espediente, quel <i>continua</i>. Insomma, è come se la scrittura di questo adolescente, la cui formazione deve qualcosa in più alla televisione che ai libri, fosse un pendolo che oscilla tra le forme di un <i>reality</i> e quelle di un <i>serial televisivo</i>. D’altra parte, Claude si muove all’interno della casa con la stessa invisibile discrezione di una telecamera sul set di una edizione del <i>Grande Fratello</i>, e quel <i>continua</i>, che in gergo televisivo verrebbe etichettato come <i>cliffhanger</i>, non ricorda nient’altro che il rito straziante con cui finiscono e danno l’arrivederci ai telespettatori le puntate di una telenovela o di una soap-opera, sempre in corrispondenza di un colpo di scena o di un climax narrativo.</p>
<p>Ecco che in un attimo si svela il nume tutelare di questo realismo: non tanto Gustave Flaubert, come il film tenta ossessivamente di suggerirci, ma John de Mol, l’inventore multimilionario del <i>Big brother</i>, il format olandese che ha mutato per sempre il destino della comunicazione. Questo realismo, infatti, perfettamente in linea con quanto propone Claude, è di tipo conservatore, non si pone mai l’obiettivo di cogliere impreparata la realtà, piuttosto propende a confermarla, a renderla persistente nelle sue stereotipie, a chiuderla una volta per tutte dentro quei modelli e quelle consuetudini che in modo molto elegante e consolatorio chiamiamo <i>spirito del tempo</i>. Un realismo che organizza, predispone e struttura la vita quotidiana dei propri protagonisti nella trama di una proposizione morbosa delle loro avventure sentimentali e corporali. Il tipo di realismo che non eleva mai in universale il particolare, ma che rincorre i particolari, di tutte le taglie, rovistando nel cassonetto dei tic e delle manie. Ed è proprio questo che incanta più di ogni altra cosa la coppia Germain: non tanto lo stile e la lingua dei temi di Claude, quanto la possibilità di essere fino in fondo dei voyeur senza correre alcun rischio &#8211; che, in fondo, allargando il raggio dalla televisione ai new media, è la strettoia in cui ci infila l’uso mai troppo ingenuo dei social network.</p>
<p>“<i>Se dovessi trovare, per il realismo per come lo intendo, un verbo riassuntivo, indicherei il verbo</i> sporgersi”, scrive in chiusura di saggio Walter Siti. Ma alla fine del film, anche se non si rivela subito alla coscienza dello spettatore il senso di colpa per essere stato piacevolmente sedotto da un realismo conservatore, tutti tirano un passo indietro: la famiglia borghese si ricompone felice, Claude e Germain fantasticano di scrivere con il sorriso sulle labbra, la realtà a cui si ispirano da modello diventa definitivamente una copia pacificata, tutta la tensione irrisolta del conflitto svanisce di colpo. E anche la letteratura, di cui il film doveva darne una versione attraverso il ritratto di uno scrittore sedicenne, alza la manina e fa ciao ciao.</p>
<p>[Le citazioni sono tratte da <em>Il realismo è l&#8217;impossibile</em>, di Walter Siti, nottetempo, pp. 8 e 79]</p>
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		<title>Nel nome dello Zio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Sep 2012 13:09:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[(Giovedì prossimo è in uscita per Guanda Nel nome dello Zio, il nuovo romanzo di Stefano Piedimonte, il quale gentilmente ci regala l&#8217;anteprima, qui di seguito, del quinto capitolo. G.B.) di Stefano Piedimonte Lo Zio era seduto al « tavolino reale » del bar Magna Grecia, una struttura imponente costruita sul litorale di Varcaturo imitando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Nel-nome-dello-Zio.jpg" alt="" title="Nel-nome-dello-Zio" width="271" height="420" class="alignleft size-full wp-image-43391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Nel-nome-dello-Zio.jpg 271w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Nel-nome-dello-Zio-193x300.jpg 193w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" /> (<em>Giovedì prossimo è in uscita per Guanda</em> Nel nome dello Zio,<em> il nuovo romanzo di Stefano Piedimonte, il quale gentilmente ci regala l&#8217;anteprima, qui di seguito, del quinto capitolo. </em>G.B.)</p>
<p>di <strong>Stefano Piedimonte</strong></p>
<p>Lo Zio era seduto al « tavolino reale » del bar Magna Grecia, una struttura imponente costruita sul litorale di Varcaturo imitando le linee (e la grandezza) del Partenone, sorta da un giorno all’altro in un’area destinata a uso agricolo in spregio a tutte le leggi. Non solo a quelle urbanistiche, che sarebbe stato il danno minore, ma soprattutto a quelle del buon gusto e della decenza.<br />
Il Magna Grecia era un’idea venuta al commercialista del clan Mallardo per riciclare una parte del denaro proveniente dalle estorsioni e dal traffico di droga. Alla fine i risultati avevano superato le aspettative: la gente amava mangiare una sfogliatella passeggiando fra una colonna e l’altra del Partenone.<br />
Per lo Zio, era semplicemente una « base », un punto di ritrovo coi colleghi delle famiglie radicate fra Napoli e il Casertano. Il tavolino reale si trovava su un piano leggermente rialzato dell’immenso salone, spostato verso l’interno e circondato da una recinzione di acquari alti una trentina di centimetri. La coerenza stilistica, in un posto del genere, era un’idea da abbandonare ancor prima di varcare la soglia.<br />
Accanto allo Zio, seduto con le spalle verso il fondo del locale, c’erano alla sua sinistra Gigino Tagliaferri, detto ’o Cavallaro, esperto di corse clandestine e finissimo talent scout di quadrupedi da dopare. Alla sua destra, Salvatore Scudiero, detto Totore Telecòm, fine conoscitore dei sistemi per frodare la pay tv e organizzatore di proiezioni clandestine dei match calcistici.<br />
Anche su quello c’era da lucrare parecchio: una partita del Napoli proiettata in un sottoscala, con duecento spettatori stipati come sardine a quattro euro l’uno, significava ottocento euro esentasse guadagnati praticamente senza muovere un dito. In periodo di campionato, lo scherzetto tornava buono per distribuire qualche soldino alle famiglie degli affiliati detenuti. Salvatore aveva appena finito di illustrare allo Zio i suoi sfavillanti progetti per la ripresa del campionato – una sala proiezioni da allestire nella vecchia scuola materna abbandonata, di proprietà del Comune, in grado di ospitare almeno trecento persone – quando il Cavallaro batté due volte il cucchiaino sulla tazza del caffè richiamando col tintinnio l’attenzione dei colleghi.<br />
« Eccoli, ci sono tutti e tre. »<br />
«Addirittura&#8230; » esclamò lo Zio piegando leggermente la testa e sgranando gli occhi in una posa caricaturale. «Ma allora siamo importanti » considerò , offrendo un sorriso compiaciuto e sarcastico prima a Gigino e poi a Salvatore.<br />
Dalle colonne del Partenone sbucarono tre individui simili in tutto e per tutto alla combriccola dello Zio: in due indossavano giubbino di jeans, scarpe da ginnastica e occhiali da sole con lenti a goccia. Quello al centro, invece, portava pantaloni neri classici, mocassini in tinta e una camicia che offendeva quasi tutte le tonalità del rosa, del giallo e dell’arancione. Sbottonata in cima, mostrava un petto villoso e una catena d’oro con Gesù suppliziato ben due volte: la prima per via della crocifissione, la seconda perché sommerso dalla peluria incolta di Antonio Maltradotto, assessore alla viabilità nella giunta comunale.<br />
L’assessore, la camicia preferiva portarla fuori dai pantaloni, per occultare – nelle intenzioni, almeno – il pancione che debordava dalla cintola.<br />
I tre avevano percorso circa metà della distanza che li separava dal tavolino reale quando, a passo spedito, si avvicinò un cameriere in divisa rossa marcata Magna Grecia sul petto e sul cappello. Il giovane fece un brusco dietrofront appena riconosciuti i personaggi, quasi come a scusarsi per l’intenzione di consigliare loro un tavolino diverso da quello dove erano naturalmente diretti.<br />
Tornato dietro il bancone si beccò uno scappellotto dal cassiere. Probabilmente, se non avesse fatto cenno di avvicinarsi agli ospiti di riguardo se lo sarebbe beccato lo stesso. Un collega anziano, che aveva notato la scena, prese con la pinza un micro-babà dalla vetrina e glielo porse in segno di solidarietà . Il cassiere non disse nulla: sfilò da sotto il registratore di cassa un foglietto bianco con alcuni numeri annotati, e con la bic nera scrisse « –1,20 euro » accanto al nome « Tony ».<br />
« Buongiorno, assessore » disse poi con voce sufficiente a raggiungere il centro della sala. Il politico rispose con un semplice cenno del capo e proseguì la camminata verso il tavolino degli «uomini di rispetto». A lui piaceva essere salutato cosı`, platealmente, soprattutto quando ad attenderlo c’erano pezzi da novanta della criminalità partenopea.<br />
Il tavolino reale aveva sedie reali. Soffici, di legno dorato e foderate in rosso. L’imbottitura di un’unica sedia sarebbe bastata per un intero divano compreso di penisola. I Mallardo non badavano a spese, specie quando i soldi erano quelli estorti a commercianti e imprenditori edili.<br />
Quando Maltradotto e i suoi sodali si sedettero di fronte alla compagine dello Zio, le sedie emisero tre sbuffi d’aria sfasati fra loro di qualche nanosecondo. « Ogni volta sembra che hai fatto una loffa» disse lo Zio, ed era il modo più elegante che fosse riuscito a trovare per rompere il ghiaccio.<br />
« Non ti preoccupare, Zio, quando io faccio una loffa te ne accorgi » disse l’assessore esuberante sfilandosi i Ray-Ban e sporgendosi col busto sul tavolo. Il boss non rispose per evitare che si innescasse una gara poco dignitosa per entrambi. Alzò invece una mano per richiamare l’attenzione del cameriere. Stavolta si mosse quello anziano.<br />
Maltradotto fece cenno a uno dei suoi di passargli qualcosa. Il tizio sfilò dalla tasca del giubbino un taccuino e una penna e glieli porse. Prima di prenderli, l’assessore sollevò dal petto il ciondolo a forma di crocifisso e se lo portò alle labbra. Solo a quel punto raccolse carta e penna e fissò lo sguardo sullo Zio.<br />
Il boss, che ben conosceva il personaggio, non rimase affatto sorpreso. Prima di ogni incontro con gli uomini di rispetto, l’assessore chiedeva al Signore di vegliare sui suoi traffici e far sì che tutto andasse bene.<br />
Maltradotto sfogliò rapidamente la gran parte del blocchetto, quindi segnò sulla prima pagina bianca la data e il luogo dell’incontro. Appena sotto scrisse « Zio », poi poggiò la penna sul blocco accentuando il gesto e sollevando lo sguardo sul boss dei Quartieri Spagnoli.<br />
La trattativa poteva cominciare.<br />
Alle 12.45 di un giorno feriale, il cameriere venne liquidato con un ordine di tre Jack Daniel’s. Prese la parola lo Zio. « Allora, assessore, come ti ha anticipato il mio collaboratore abbiamo un piccolo problema. Ma è proprio piccolo, quindi ci metteremo d’accordo sicuramente» Maltradotto fece oscillare il testone avanti e indietro, favorevole a prescindere. « Il problema è che tu hai messo un senso unico proprio davanti alla casa del Traditore, solo che l’hai messo nel verso sbagliato. » Il Traditore era un capo-piazza locale che aveva scalato posizioni all’interno del clan dopo aver tradito i suoi precedenti colleghi e aver consegnato nelle mani dei Mallardo tutti i segreti della famiglia rivale.<br />
Per qualche miracolo spiegabile solo con un’attenta analisi dei sottilissimi equilibri camorristici, era ancora vivo.<br />
« Cioè » proseguì lo Zio, « hai sbagliato a segnare il verso del senso unico sulle carte del Comune, e ora il Traditore per arrivare sotto casa deve fare il giro dell’isolato.<br />
Ha provato pure a farsi il controsenso, ma gli arrivano sempre le altre macchine di fronte&#8230; e mica può litigare ogni giorno con dieci automobilisti. Il Traditore è una persona tranquilla. »<br />
Mentre lo Zio parlava, Maltradotto aveva cominciato a muoversi sulla sedia e a rigirarsi fra le mani le stanghette degli occhiali. Sotto il tavolo, la gamba destra faceva su e giù . Ora il boss aspettava una sua risposta. « Zio, così mi metti in difficoltà » esordì. Lo Zio inclinò la testa e aggrottò le sopracciglia, incredulo. « No, Zio, veramente » continuò l’assessore, « così mi metti in grosse difficoltà . Quel piano traffico l’ho disegnato insieme ai colleghi della giunta comunale. Ora che gli dico? Che il Traditore vuole farsi un’ordinanza personalizzata? Come faccio&#8230; »<br />
« Eh, come fai&#8230; Ma che ci vuole! » esclamò lo Zio sbattendo il pugno sul tavolo. « Tu vai là e gli dici come ti ho detto io: ridatemi un attimo il foglio col disegnino, ché ho sbagliato a segnare un senso unico.»<br />
« E secondo te è così facile » sospirò l’assessore, che ora giocherellava anche col crocifisso d’oro appeso al petto. Nella sala del Magna Grecia, affollata perlopiù da perdigiorno, studenti filonari e delinquentelli da due soldi, la tensione cominciava a percepirsi. Nessuno aveva l’ardire di mettersi a osservare il tavolino reale, ma molti erano i clienti che gettavano l’occhio fra una chiacchiera e l’altra.<br />
Lo Zio tacque per un minuto buono. Poi stringendo gli occhi fece: «Mi sembri Gaucho».<br />
« Chi? » chiese l’assessore, e i suoi sgherri si guardarono fra loro. « Gaucho » ripeté lo Zio come fosse la cosa più naturale del mondo, « Gaucho del gieffe. » Maltradotto guardò a destra e a sinistra: accettava suggerimenti.<br />
I suoi, però , non furono in grado di dargliene. Lo Zio gli schioccò le dita davanti al naso: « Oh! Il gieffe, il Grande Fratello. Gaucho del Grande Fratello. Mi sembri lui: Gaucho del Grande Fratello».<br />
Solo a quel punto i sodali del boss si scambiarono uno sguardo di estasiata complicità : loro sapevano, erano addestrati, e il fatto che i due sgherri « avversari » brancolassero nel buio li riempiva di autentico orgoglio.<br />
« Quando Gaucho entrò nella Casa » prese a spiegare il boss solennemente, « Tania lo prese subito di mira. In senso buono, eh. Era sempre gentile, premurosa, carina. Dovunque Gaucho andasse, se la trovava di fronte. Qualunque cosa Gaucho facesse, Tania si prendeva cura di lui. Anche di nascosto, senza farglielo capire. Addirittura lo spiava. Lui non lo sapeva, ma io sì, perché sulla pay tivù potevo guardare da tutte le telecamere. »<br />
Maltradotto prese un tovagliolino dal dispenser e lo usò per tamponare le gocce di sudore che cominciavano a rigargli le tempie. Prima quella destra, poi quella sinistra, con calma, cercando di non tradire un nervosismo peraltro già evidentissimo.<br />
«Un giorno Tania, dopo aver lavorato un mese pazientemente dietro le quinte, amando Gaucho con tutta se stessa, gli chiese un piccolo gesto d’attenzione. Andò da lui e gli disse: ’Gaucho, io non voglio niente da te, niente di serio. Vorrei solo che tu mi dicessi che almeno una volta, durante la giornata, pensi a me’. Sai cosa rispose Gaucho? » Maltradotto scosse la testa, ipnotizzato.<br />
« Rispose: ’Non posso, mi dispiace’. E sai perché rispose così?» Maltradotto scosse di nuovo la testa. « Perche ´ altrimenti avrebbe dovuto spiegarlo alla sua fidanzata che lo guardava in tivù , avrebbe dovuto spiegarlo alla sua famiglia, alla famiglia di lei, e a chissà quante altre persone. Ma Gaucho non aveva capito una cosa: tutte quelle persone, tutti quelli che lo guardavano in tivù , per lui non avevano mai fatto un cazzo. Tania, invece, per lui aveva fatto molte cose. Ora, assessore, ti do un aiutino: stiamo parlando dell’edizione 2009 del gieffe. Sai che fine fece Gaucho? »<br />
L’assessore alla viabilità scosse la testa per la terza volta.<br />
« Venne eliminato. »</p>
<p>*<br />
<strong>Stefano Piedimonte</strong> <em>è nato nel 1980 a Napoli e si è laureato all’università «L’Orientale». Dal 2006 lavora per il «Corriere del Mezzogiorno», prima come cronista di nera e poi come redattore web della testata</em>. </p>
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		<title>Occorre davvero temere il Grande Fratello?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 05:10:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
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		<category><![CDATA[big brother]]></category>
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		<category><![CDATA[polizia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Bruce Schneier Il Grande Fratello non è quel che era solito essere. Lo stato totalitario che George Orwell descrisse nella sua opera più famosa si basa sullo scenario degli anni Quaranta. La società dell’informazione attuale non somiglia per niente al mondo di Orwell, e l’osservazione e l’intimidazione di una popolazione oggi differiscono di gran [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2007/05/is_big_brother_1.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Il Grande Fratello non è quel che era solito essere. Lo stato totalitario che George Orwell descrisse nella sua opera più famosa si basa sullo scenario degli anni Quaranta. La società dell’informazione attuale non somiglia per niente al mondo di Orwell, e l’osservazione e l’intimidazione di una popolazione oggi differiscono di gran lunga dall’esperienza di Winston Smith.<br />
<span id="more-4567"></span><br />
La raccolta di informazioni in “1984” era intenzionale; oggi è involontaria. Nella società dell’informazione noi ci troviamo a generare dati spontaneamente. Nel mondo di Orwell le persone erano per natura anonime; oggi noi tutti lasciamo tracce digitali dappertutto.</p>
<p>Lo stato di polizia di “1984” era centralizzato; oggi è decentralizzato. Le compagnie telefoniche sanno chi chiamate, le compagnie delle carte di credito sanno dove fate i vostri acquisti e Netflix sa quali film guardate. Il vostro Internet Provider può leggere le vostre email; il telefonino può tracciare i vostri movimenti e i supermercati possono controllare ciò che preferite comprare. Non esiste un’unica entità governativa che raccoglie tutti questi dati, perché non ce n’è bisogno. Come ha detto Neal Stephenson, la minaccia non è più rappresentata dal Grande Fratello, ma da migliaia di Piccoli Fratelli.</p>
<p>Il Grande Fratello di “1984” era condotto dallo stato; il Grande Fratello di oggi viene condotto dal mercato. Data broker come ChoicePoint e agenzie di credito come Experian non stanno cercando di creare uno stato di polizia, ma solo di ricavare profitti. Ovviamente queste compagnie approfitteranno dei documenti di identità nazionali, sarebbero degli stupidi a non farlo. E il tipo di correlazioni, di data mining e di precise categorizzazioni che queste entità sono in grado di effettuare sono la ragione per cui il governo degli Stati Uniti compra da loro le informazioni commerciali.</p>
<p>Gli stati di polizia stile “1984” necessitavano di un gran numero di persone. La Germania dell’Est si serviva di un informatore ogni 66 cittadini. Oggi non c’è motivo di assumere persone per osservare altre persone; ci sono i computer che possono fare questo lavoro. Gli stati di polizia stile “1984” erano molto costosi. Oggi la memorizzazione dei dati si sta facendo sempre più economica. Se è troppo caro salvare certe informazioni oggi, sarà fattibile nel giro di pochi anni.</p>
<p>Infine, lo stato di polizia di “1984” fu costituito deliberatamente, mentre oggi sta emergendo spontaneamente. Non vi è motivo di postulare una forza di polizia malevola e un governo che tentano di sconvolgere le nostre libertà. I processi informatici producono naturalmente dati personalizzati; le compagnie li archiviano a scopo di marketing e finiranno con l’essere utilizzati anche dalle forze dell’ordine più oneste e benintenzionate.</p>
<p>Certo, il Grande Fratello orwelliano possedeva una spietata efficienza che è difficile immaginare in un governo attuale. Ma questo non vuol dire assolutamente nulla. Uno stato di polizia approssimativo e inefficiente non è tanto migliore: basta guardare il film “Brazil” per rendersi conto di quanto possa essere pauroso un simile scenario. Alcuni accenni già si possono trovare nella no-fly list, totalmente anomala e inefficace, e negli innumerevoli quanto inutili progetti per categorizzare segretamente le persone a seconda del loro potenziale coefficiente di rischio terroristico. Gli stati di polizia sono intrinsecamente inefficienti, e non c’è ragione di assumere che quelli odierni possano essere più efficienti di quanto non sono.</p>
<p>Il timore non è tanto un governo orwelliano che crei intenzionalmente lo stato totalitario supremo, anche se potrebbe essere una tesi facilmente sostenibile visti i programmi statunitensi di sorveglianza telefonica, le intercettazioni illegali, il data mining su vastissima scala, un documento d’identità nazionale che nessuno vuole, e i vari abusi del Patriot Act. Il grosso guaio è che noi stessi stiamo creando tutto questo, come sottoprodotto naturale della società dell’informazione. Stiamo costruendo l’infrastruttura informatica che permette a governi, multinazionali, organizzazioni criminali e anche a giovanissimi hacker di registrare tutto ciò che facciamo con estrema facilità e persino di cambiare i nostri voti elettorali. E continueremo a farlo a meno di non approvare leggi che regolamentino la creazione, l’utilizzo, la protezione, la rivendita e il trattamento dei dati personali. È proprio l’atteggiamento di considerare insignificante questo problema la causa del problema stesso.</p>
<p>&#8212;<br />
Questo articolo è apparso nel numero di maggio di “Information Security” come seconda parte di un ‘botta e risposta’ con <a href="http://www.ranum.com/security/computer_security/editorials/point-counterpoint/bigbrother.html" title="Pioin and counterpoint: Marcus Ranum on Big Brother">Marcus Ranum</a>.</p>
<p>Edizione italiana curata da <a href="http://www.communicationvalley.it">Communication Valley SpA</a></p>
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