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	<title>graziano graziani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le epifanie allo specchio di Graziano Graziani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/02/12/le-epifanie-allo-specchio-di-graziano-graziani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Feb 2024 06:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[graziano graziani]]></category>
		<category><![CDATA[Lidia Tecchiati]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Lidia Tecchiati</strong><br />
Girolamo vaga tra i vicoli della sua città così come tra i vicoli della sua memoria, cercando di districare una matassa di ricordi che non riesce a sbrogliare e collocare nel giusto ordine cronologico. Si sofferma sulle assenze, su ciò che una volta c’era e ora velocemente è scomparso, assenze e sostituzioni che hanno completamente cambiato la geografia del suo passato insieme alle abitudini di una vita]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lidia Tecchiati</strong></p>
<p>È il 1906 quando James Joyce pubblica una raccolta di quindici novelle sul “The Irish Homestead”, dal titolo <em>Gente di Dublino</em>. È in quella precisa occasione che introduce il concetto di epifania: una rivelazione improvvisa e inattesa, una manifestazione di qualcosa che non può essere incasellato in una definizione materiale quanto piuttosto in una spirituale. Ma l’elemento straordinario è che questa rivelazione così potente, questa risonanza con ciò che intimamente sentiamo ma che fino a quel momento nemmeno sapevamo di provare, scaturisce da un gesto, un evento, una frase del tutto banali, che caratterizzano la vita quotidiana di un qualsiasi essere vivente. Eppure, ci <em>manifestano</em> un significato celato ben più profondo della banalità e casualità da cui origina.</p>
<p>Più o meno negli stessi anni, nel romanzo autobiografico dalla leggenda editoriale travagliata, <em>Stephen Hero</em>, lo scrittore irlandese ci dà una definizione più precisa di quell’entità così difficile da afferrare e da spiegare che è l’epifania: “L’anima dell’oggetto più comune, la struttura del quale è stata così calettata, ci appare radiante. L’oggetto compie la sua epifania”.</p>
<p>Ed è proprio attraverso presagi e rivelazioni che ai miei occhi si è mostrato il primo romanzo di Graziano Graziani, edito da Tunué e uscito a marzo 2020.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-106233 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/graziani-1.jpg" alt="" width="608" height="896" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/graziani-1.jpg 608w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/graziani-1-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/graziani-1-150x221.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/graziani-1-300x442.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/graziani-1-285x420.jpg 285w" sizes="(max-width: 608px) 100vw, 608px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Girolamo è nato il 29 febbraio, un giorno che nemmeno esiste tutti gli anni. Ne consegue dunque che la sua esistenza, sin dalla nascita, risulti ai suoi e ai nostri occhi precaria e traballante. Si potrebbe definire come un uomo cogitabondo, un flâneur che passeggia, alla mano una cartina geografica alle volte reale, alle volte immaginata. L’azione del camminare come pratica simbolica con cui trasformare lo spazio si estende al suo (e di conseguenza al nostro) sguardo: Girolamo si muove all’interno di uno spazio-tempo spesso non definito, altalenando tra le varie età della sua vita. Nei capitoli anaforici “Girolamo e…”, narrati in terza persona, questo <em>walkscaper</em> ci guida attraverso la sua personale osservazione e interpretazione della realtà, spinto da una disillusione e da un’ironia sferzante che ci sbatte in faccia tutta la tristezza e la frustrazione provata nel far parte di un mondo che non riconosce (più) e nel quale fatica a collocarsi come <em>io</em>.</p>
<p>Il romanzo è costruito su due piani di narrazione differenti: da un lato ci sono i capitoli alla terza persona, in cui Girolamo osserva e riflette, a diverse età, sul mondo che lo circonda, dalla percezione della finitezza umana all’equazione impossibile delle relazioni sentimentali, passando per le grida di bambini irriverenti e approdando al <em>profumo di rum e al sapore di lampone della nostra galassia</em>. Dall’altro, troviamo dei capitoli senza titolo, in cui Girolamo parla in prima persona dando del <em>tu</em> al lettore e a un amico orologiaio, “che normalmente con uno sguardo mette in chiaro il confine che c’è tra speranza e credulità” (p. 186), e lo guarda un po’ come si guardano i mezzi matti, con un misto di diffidenza e nascosta ammirazione. In questi capitoli Girolamo cerca se stesso, attraverso le pieghe del tempo e di una burocrazia tipicamente italiana, illogica e ulteriormente complicabile, quando possibile, e cioè sempre.</p>
<p>Il romanzo tratta della sua anima e del suo sentire, messi in relazione con elementi della vita quotidiana del tutto ordinari e quotidiani, da cui però partono delle riflessioni molto intime e profonde. A volte risulta quasi complicato seguirne i ragionamenti logici, più Girolamo si allontana dalla realtà per approdare all’immaginazione. Questi capitoli, oltre alle epifanie joyciane, mi hanno riportato ad alcuni racconti brevi inzuppati nel realismo magico di Murakami, in cui le storie di personaggi comuni che conducono vite apparentemente normali e ben ancorate alla realtà terrena sono in realtà un espediente come un altro per addentrarsi in un altro piano di esperienza, un po’ come se si aprisse una porta – o meglio un portale – per accedere ad un modo che di ordinario ha solo le vesti, ma che in realtà lascia spazio all’immaginazione e a tuffi onirici. Un modo per affrontare una realtà complicata? Per fuggire dalle domande esistenziali che attanagliano la mente umana da secoli – da dove vengo chi sono e dove sarò dopo la morte?</p>
<p>Forse sì, o forse è tutto più semplice di così. Girolamo vaga tra i vicoli della sua città così come tra i vicoli della sua memoria, cercando di districare una matassa di ricordi che non riesce a sbrogliare e collocare nel giusto ordine cronologico. Si sofferma sulle assenze, su ciò che una volta c’era e ora velocemente è scomparso, assenze e sostituzioni che hanno completamente cambiato la geografia del suo passato insieme alle abitudini di una vita. E, giustamente, Girolamo alle sue abitudini – e di conseguenza alla sua vita – non vuole rinunciare: piena solidarietà da parte mia se alla sostituzione dell’unico forno del quartiere con una banca, risponde con una proposta che a me pare tutto fuorché paradossale: “la banca potrebbe aprire uno sportello per il pane. Uno solo, non di più; gli altri possono pure continuare a commerciare in soldi. Se cominciate voi, magari la banca accanto tra una settimana aprirà uno sportello per la verdura, e quella in fondo alla piazza forse entro la fine del mese si sarà dotata di uno sportello per la frutta. Sarebbe una soluzione pratica, spiega Girolamo” (p. 29).</p>
<p>Ma si sofferma anche sugli sguardi di Viola, unica costante nella sua vita ma anche nelle pagine di questo libro; un amore perduto che nel suo essere lontano dal presente è in grado di tenerlo in vita e riportarlo alla realtà strappandolo così ai suoi viaggi ai confini della realtà. Un’ancora alla realtà che incarna tutte quelle occasioni che Girolamo pare rincorrere ma mancare sempre, tutti quei “se” ipotetici che rimangono sospesi a mezz’aria. È troppo abituato a subire ed osservare la sua esistenza per viverla davvero, o forse è solamente incapace di sincronizzarsi sulle sue frequenze.</p>
<p>“Eccolo, forse, l’unico momento desiderabile dell’esistenza, pensa Girolamo, quello in cui ci si trova un po’ fuori sincronia con sé stessi. Un po’ prima o un po’ dopo, ma proprio di poco, di un’inezia appena, qualcosa di trascurabilissimo nello scorrere del continuum spaziotemporale – e ci si guarda venire investiti da un’onda d’acqua e si ride, perché tanto in realtà siamo già, o non siamo ancora, altrove.” (p. 185)</p>
<p>Si fa sempre fatica a parlare (e scrivere, in questo caso) di qualcosa che si sente come intimamente proprio. Un luogo in cui ci si è a proprio agio con i pensieri, in cui ogni riferimento sembra accordarsi intimamente con le proprie convinzioni sul mondo in cui viviamo e sul suo veloce cambiamento. Uno spazio sicuro in cui si normalizzano i sentimenti umani, anche quelli che solitamente si provano con vergogna, aspettando al varco sensi di colpa che hanno l’esatto compito imposto di divorarci. Un libro che mi ha fatto riflettere su cose che sapevo da sempre dentro di me, ma a cui non sono mai riuscita a trovare uno spazio consono e una parola giusta. Un romanzo che può fungere da mappa urbana e mentale, per orientarci nel mondo e nei suoi luoghi nascosti, per guidarci verso un realismo magico necessario per interpretare la nostra esistenza su questa terra. Per trovare frammenti di noi stessi che formano l’immagine riflessa nello specchio.</p>
<p>Una scrittura essenziale, solo apparentemente asciutta, eppure densissima; a tratti nostalgica, come richiede questo libro. Una rinuncia ammirabile al superfluo – e in letteratura al giorno d’oggi ne abbiamo fin troppo – e una capacità di comunicazione e connessione emotiva che si poteva già trovare negli scritti precedenti dell’autore, penso ad esempio alla <em>Planimetria sentimentale del disastro</em>, e che in questo suo primo romanzo trova terreno fertile per esprimersi nella sua forma migliore.</p>
<p>Questo è stato ed è per me questo libro: un luogo in cui ogni scoperta si rivela come un’epifania, e si chiude con un sorriso convinto, dato da un qualcosa che si presagiva e che viene confermato. Una sensazione epidermica e poetica simile a quella che Amélie Poulain provava tuffando la mano in un grosso sacco di legumi.</p>
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		<title>Dieci (piccoli) nuovi indiani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/09/dieci-piccoli-nuovi-indiani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Oct 2014 06:54:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
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					<description><![CDATA[Care lettrici e cari lettori, siamo lieti di condividere con voi una grande novità. Ci stiamo moltiplicando, anzi ci siamo già moltiplicati. Per dieci. Dieci (piccoli) indiani sono arrivati a portare una ventata d’aria nuova in Nazione Indiana. La cifra tonda è casuale; lo è altrettanto che, sommandovi la graditissima “indiana di ritorno” ⇨ Francesca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/diecipiccoliindiani.gif"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49199" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/diecipiccoliindiani.gif" alt="diecipiccoliindiani" width="960" height="131" /></a></p>
<p><strong>Care lettrici e cari lettori</strong>,</p>
<p>siamo lieti di condividere con voi una grande novità. Ci stiamo moltiplicando, anzi ci siamo già moltiplicati. Per dieci. Dieci (piccoli) indiani sono arrivati a portare una ventata d’aria nuova in Nazione Indiana.<span id="more-49193"></span></p>
<p>La cifra tonda è casuale; lo è altrettanto che, sommandovi la graditissima “indiana di ritorno” ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesca-matteoni/"><strong>Francesca Matteoni</strong></a>, si giunga a coprire l’esatto arco temporale della nostra storia. Dieci anni &#8211; più quello in corso &#8211; sono un’età molto avanzata nella realtà virtuale. Da quando fummo i primi in Italia a inaugurare un blog letterario collettivo, il mondo e il modo di stare in rete è cambiato. La forma-blog è invecchiata, non è più il solo modello di comunicazione digitale e senz’altro ha smesso di rappresentare lo strumento più agile e diffuso per trasmettere online dei contenuti, così da aprirli all’interazione con i lettori. Eppure in questi anni, in Italia, è cresciuto un arcipelago di siti letterari e culturali la cui vitalità non ha forse eguali in altri Paesi, e che risalta (e trova quasi certamente una causa) nell’impoverimento dei media tradizionali. Oggi il bisogno di orientamento alla lettura e l’esercizio della scrittura incontrano nella rete molti itinerari e palestre. Noi della vecchia guardia (un po’ meno agili di un tempo, un po’ meno liberi da impegni e impicci) siamo contenti che Nazione Indiana abbia tutt’ora il suo posto nella mappa, e che conservi il suo scopo e il suo spazio. L’importante è che la nostra comune impresa continui ad avere la spinta propulsiva che serve a reinventare e ravvivare il carattere più felice di questa esperienza: restare curiosi, indipendenti e soprattutto aperti. Spalancare le porte, ampliare le voci: per vera voglia di rilanciare l&#8217;avventura con la sua dose di rischio e di imprevisto.</p>
<p>Fin dalla sua nascita, Nazione Indiana ha presentato una fisionomia particolare: in un campo dominato ancora dalle riviste cartacee e dalle pagine culturali, si poneva in un atteggiamento di relativa esteriorità. L’esteriorità era in realtà duplice: da un lato, rispetto alla rete come cantiere sconfinato di iniziative e testi; dall’altro, rispetto al mondo ufficiale degli scrittori e critici che non riuscivano a immaginare come quella realtà caotica e litigiosa potesse generare spazi di cultura seri. Questo posizionamento sghembo ha fatto in modo che negli anni Nazione Indiana abbia conservato alcune caratteristiche: un’attitudine aperta nei confronti dei nuovi talenti, e anche dei talenti dimenticati o ingiustamente misconosciuti. Assieme a ciò Nazione Indiana ha conservato una sua capacità di critica nei confronti dell’esistente, prediligendo una dimensione che non riguarda semplicemente il rapporto dello scrittore con i consumatori dei suoi libri, ma lo scrittore in quanto cittadino che vuole confrontarsi con altri cittadini. Infatti continuiamo a credere sino a oggi che, nonostante tutti i suoi limiti, la comunicazione sul web permetta di mantenere viva l’idea di una dimensione pubblica dello scrivere, del pensare e persino dell’agire, se accettiamo che scrivere e pubblicare gratuitamente rappresenti anche un gesto elementare di condivisione.</p>
<p>In questo senso le presentazioni dei nuovi arrivati sono tanto doverose, quanto da prendere come un minimo punto di partenza. Nessuno &#8211; a cominciare da loro stessi – è ancora in grado di prevedere con quali forme e quali argomenti abbiano desiderio di cimentarsi nello spazio così poco specialistico e regolamentato di Nazione Indiana: è proprio questo, tuttavia, che ci piace.<br />
Ma eccoli, in ordine rigorosamente alfabetico.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/mariasole-ariot/" target="_blank"><strong>Mariasole Ariot</strong></a> scrive sul confine tra poesia lirica e prosa poetica ma ama sperimentare anche con gli innesti di suono e immagine.  Si interessa in particolar modo delle odierne forme di Istituzioni Totali.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/biagio-cepollaro/" target="_blank"><strong>Biagio Cepollaro</strong></a>, <a href="http://www.cepollaro.it/">poeta di lungo corso</a>, un tempo “sperimentale”, ha sempre continuato a esplorare nuovi campi e forme d’espressione. Da qualche anno ormai si dedica anche all’arte figurativa.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-declich/" target="_blank"><strong>Lorenzo Declich</strong></a> è romanista e islamista. Ha aperto (e poi chiuso) il blog <a href="http://in30secondi.altervista.org/">“Tutti in 30 secondi”</a> con cui seguiva principalmente le “Primavere arabe”; è esperto e appassionato del mondo arabo contemporaneo, in particolare della Siria.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/francesca-fiorletta/" target="_blank"><strong>Francesca Fiorletta</strong></a> ama leggere i libri e poi parlarne: senza doversi attenere a modelli-standard, limiti di battute, tempistiche di recensione. In questo senso, “critico letterario” le sta a pennello.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/graziano-graziani/" target="_blank"><strong>Graziano Graziani</strong></a> è critico teatrale, autore per il teatro e anche scrittore di reportage e di micronarrazioni.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/luca-lenzini/" target="_blank"><strong>Luca Lenzini</strong></a> si è occupato della poesia italiana del Novecento: soprattutto è uno dei massimi studiosi di Franco Fortini. In sintonia con questa matrice, ha un forte interesse per gli aspetti politici della produzione culturale.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/jamila-mascat/" target="_blank"><strong>Jamila Mascat</strong></a> è una filosofa che si è fatta le ossa studiando Hegel. Nel caso questo non bastasse, si interessa anche al pensiero femminista e postcoloniale. E a (quel che resta de) le lotte di classe.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/igiaba-scego/" target="_blank"><strong>Igiaba Scego</strong></a> è un’autrice di racconti e romanzi e anche un’attivista e pubblicista impegnata su tematiche civili quali i diritti dei migranti e l’eredità oscura del colonialismo.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giuseppe-schillaci/" target="_blank"><strong>Giuseppe Schillaci</strong></a> è un regista e autore cinematografico (il suo campo d’azione prediletto è il documentario) e anche uno scrittore di romanzi, racconti e recensioni cinematografiche.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/ornella-tajani/" target="_blank"><strong>Ornella Tajani</strong></a> è una studiosa di Letterature Comparate specializzata sul kitsch: vale a dire l’interprete aggiornata di una figura di critico intento a esaminare gli aspetti ordinari della cultura contemporanea.</p>
<p>Così, sperando di essere riusciti a trasmettere anche a voi lettori la nostra curiosità e il nostro entusiasmo, non ci resta che dare il benvenuto più fragoroso a tutta la nuova ciurma di Nazione Indiana</p>
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		<title>l&#8217;imperatore degli Stati Uniti d&#8217;America</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 09:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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		<category><![CDATA[graziano graziani]]></category>
		<category><![CDATA[joshua norton]]></category>
		<category><![CDATA[l'imperatore degli stati uniti d'america]]></category>
		<category><![CDATA[norton I]]></category>
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					<description><![CDATA[di Graziano Graziani L’obiettivo di chi decide di dichiarare indipendente un territorio piccolo, piccolissimo, una porzione di mondo che spesso delimita poco più che la residenza del novello governante, o al massimo della sua comunità di riferimento, è il desiderio di sentirsi sovrani in casa propria. Manie di grandezza, particolarismo esasperato? C’è un po’ di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-6-Norton.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-40259" title="1-6 Norton" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-6-Norton.jpg" alt="" width="306" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-6-Norton.jpg 383w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-6-Norton-179x300.jpg 179w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>L’obiettivo di chi decide di dichiarare indipendente un territorio piccolo, piccolissimo, una porzione di mondo che spesso delimita poco più che la residenza del novello governante, o al massimo della sua comunità di riferimento, è il desiderio di sentirsi sovrani in casa propria. Manie di grandezza, particolarismo esasperato? C’è un po’ di tutto questo; ma anche se praticamente la totalità di questi microstati non hanno alcun riconoscimento internazionale che non sia quello di altre micronazioni come loro, i sedicenti governanti sottolineano che anche la sovranità, in fondo, è una questione di percezione. E forse non hanno tutti i torti se è vero quel che si racconta, ad esempio, del vecchio dittatore portoghese Antonio de Oliveira Salazar, alla cui vicenda José Saramago dedicò un racconto: colto da infarto e costretto ad abbandonare il potere, continuò a credere per molti mesi di essere a capo del governo poiché nessuno ebbe il coraggio di comunicargli che non era più così. Ma se in quel caso si trattava di un vero potente, la vicenda che ha per protagonista Joshua Abraham Norton è ben più bizzarra e indicativa del clima che circonda la fondazione di una micronazione. La sua storia è, infatti, presa a modello da molti sedicenti sovrani. Non sono in molti a saperlo, ma la patria di Washington e Lincoln, culla dei principi repubblicani, ha avuto per vent’anni un monarca.<br />
<span id="more-40258"></span><br />
Meglio conosciuto come Norton I, Joshua fu infatti il primo – e per altro unico – imperatore degli Stati Uniti d’America. Nato a Londra nel 1819, dopo aver trascorso infanzia e giovinezza in Sudafrica, a trent’anni emigra negli Stati Uniti, a San Francisco, cercando la sua strada negli affari. Appena sbarcato in California dispone di una discreta cifra donatagli dal padre, 40 mila dollari, che riesce a far fruttare fino al 1953, quando incappa in un investimento sbagliato. Quell’anno la Cina aveva bloccato le esportazioni di riso a causa di una carestia, con l’effetto che il prezzo del riso si era decuplicato. Così quando Norton apprende che nel porto di San Francisco sta per approdare una nave di ritorno dal Perù carica di riso, decide seduta stante di acquistare l’intero carico. Ma subito dopo aver firmato il contratto, molte altre navi cargo tornano dal Perù con partite di riso, e il prezzo torna immediatamente al livello precedente. Joshua è rovinato, ma non si dà per vinto: intraprende una causa legale che andrà avanti fino al 1957 per rendere nullo il contratto, portando come giustificazione il fatto che la qualità del riso non era quella pattuita e che quindi il venditore lo avrebbe ingannato. Ma la corte gli dà torto. Ormai senza più un soldo, Joshua si allontana da San Francisco per una sorta di esilio volontario. Farà ritorno in città nel 1959, in evidente stato di confusione mentale. Persi i suoi averi, quello che un tempo era stato un rampante imprenditore entra ora a far parte della schiera dei poveri e dei disadattati che affollano le strade della città. Ma nel suo breve esilio Joshua ha maturato – anche a causa della sua vicenda personale – una visione precisa sull’inadeguatezza del sistema giudiziario americano e sull’ingiustizia degli organi politici del suo paese. Così, presa carta e penna, scrive ai giornali cittadini una risoluzione in cui si proclama imperatore degli Stati Uniti. È il 17 settembre del 1959, e la lettera recita così:</p>
<p><em>«A perentoria richiesta e desiderio di una larga maggioranza di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, un tempo cittadino di Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, e oggi e per gli ultimi scorsi 9 anni e 10 mesi cittadino di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità in tal modo acquisita, con la presente ordino ai rappresentati dei diversi Stati dell’unione di riunirsi in assemblea presso il Music Hall di questa città, in data primo Febbraio prossimo venturo, e lì procedere alla modifica delle leggi esistenti dell’Unione al fine di correggere i mali sotto i quali questa nazione si trova ad operare, e in tal modo ripristinare la fiducia, sia in patria che all’estero, nell’esistenza della nostra stabilità e integrità.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Norton I, imperatore degli Stati Uniti»</em></p>
<p>Ovviamente il proclama viene in larga parte ignorato, ma non dal San Francisco Bullettin, il cui direttore decide di pubblicarlo con intento satirico. L’effetto che produce, tuttavia, va ben al di là delle sue previsioni. La gente comincia a rivolgersi a Norton, che sta spesso per le strade della città dispensando ai passanti i suoi proclami e i suoi consigli, con il titolo imperiale che gli spetta. Ben presto Joshua diventa per tutti l’Imperatore Norton. Joshua si procura un uniforme blu con delle decorazioni dorate, e porta a mo’ di sciabola un bastone con il quale si aiuta a camminare. Ora la sua figura è riconoscibile a tutti, e il novello imperatore si tuffa con entusiasmo nelle sue funzioni di governante: comincia un’autonoma attività di ispezione dei cantieri navali, delle condizioni di lavoro e delle strutture pubbliche, e prosegue con i suoi proclami dichiarandosi anche Protettore del Messico. Joshua comincia persino a stampare delle note di credito, generalmente da 50 centesimi, ma anche da 5 e 10 dollari, che presenta ai negozi come forme di pagamento – e che questi accettano di buon grado. Insomma, la cittadinanza di San Francisco asseconda le sue eccentricità, e così “sua eccellenza” per il resto della sua vita non pagò mai i mezzi pubblici e fu spesso ospitato gratis da molti dei principali ristoranti della città. Chi ha avuto modo di conoscerlo, tuttavia, non lo descrive come un pazzo o una persona inferma di mente, ma come un uomo colto, davvero convinto del proprio ruolo di imperatore. Tra questi c’è Mark Twain, che abita vicino alla pensione dove risiedeva Norton, e spesso prende le sue parti.</p>
<p>Dopo la morte dell’imperatore, Twain modellerà il personaggio del “Re” ne «Le avventure di Huckleberry Finn» proprio su di lui. Ma anche Robert Luis Stevenson e Herbert Asbury lo citeranno nelle loro opere letterarie. Intanto l’attività legislativa di Norton I prosegue negli anni con rinnovata passione. Tra i proclami più noti c’è quello del 1859 con cui ordina di sciogliere il Congresso, a causa delle seguenti motivazioni: «Ci è evidente che si abusa del suffragio universale; che la frode e la corruzione impediscono l’espressione giusta e corretta della pubblica opinione; che si verifica costantemente un’aperta violazione delle leggi a causa di folle, partiti, fazioni e dell’indebita influenza politica delle sette […]». Ovviamente l’ordine non sortisce alcun effetto, e per questo Norton ordina successivamente all’esercito di intervenire. Nel 1860 prosegue la sua opera di demolizione di un sistema ormai corrotto, e per tanto dichiara sciolta la Repubblica in favore della monarchia assoluta (la sua). Nel 1862 licenzia Abraham Lincoln, e nel 1868 ordina l’arresto del suo successore Andrew Johnson, condannandolo a pulire gli stivali dell’imperatore. Nel 1869 ordina lo scioglimento dei partiti Repubblicano e Democratico. Oggi i suoi proclami – quelli ritenuti autentici, perché si verificarono alcuni casi di falsificazione – sono custoditi presso il Museo cittadino di san Francisco.</p>
<p>Nel 1867 l’imperatore Norton è protagonista di una disavventura che dà la misura della popolarità e benevolenza che aveva maturato presso la sua città. Un agente di polizia di nome Armand Barbier decide di arrestarlo per affinché venga sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio per presunti disturbi mentali. L’arresto scatena lo sdegno della cittadinanza e una serie di articoli e lettere sui principali quotidiani di san Francisco, finché il capo della polizia Patrick Crowley non decide di scarcerarlo e di presentare delle pubbliche scuse per il comportamento della polizia. Norton si dimostra magnanimo, e perdona pubblicamente il giovane agente che lo aveva arrestato. In fondo non sapeva con chi aveva a che fare. Da quel momento in poi tutti i poliziotti di San Francisco cominciarono a fare il saluto all’imperatore ogni volta che lo incontravano per la strada. La popolarità di Norton era tale che, verso la fine della sua vita, fu oggetto di leggende vere e proprie che lo volevano parente dell’imperatore Luigi Napoleone Bonaparte, prossimo sposo della regina Vittoria – peraltro già maritata – e ci fu persino chi affermava che in realtà l’imperatore era immensamente ricco, ma viveva da povero a causa della sua avarizia.</p>
<p>Chi può affermare davvero che Joshua Norton fu una persona con disturbi mentali piuttosto che un vero imperatore? La sua città lo trattava come tale, e lui come tale visse. È vero che i suoi proclami non avevano effetto, ma c’è chi fa notare che molte altre leggi “reali” subiscono lo stesso destino. Alcuni dei suoi dettami, per altro, ebbero un effetto per così dire “postumo”: più volte Norton si pronunciò per la costruzione di un ponte che collegasse la baia, e oggi il Golden Gate è uno dei simboli di San Francisco. E inoltre la sua figura era veramente in grado di esercitare un ascendente sulla popolazione, almeno quella di San Francisco. Eclatante fu il caso di una manifestazione anti- cinese – se ne verificavano molte negli anni sessanta e settanta dell’Ottocento a San Francisco – che stava per sfociare nella violenza; l’intervento di Norton, che si interpose fisicamente tra le fazioni, riuscì a smorzare gli animi. Insomma, Norton I fu considerato su sovrano dai suoi concittadini, e non soltanto visse come tale, ma come tale morì. Nel 1880 ai suoi funerali si radunò una enorme ingente, di oltre 30 mila persone, su una popolazione che allora non superava le 230mila unità. Le spese per il funerale furono coperte alla città di San Francisco. Le sue spoglie mortali, seppellite nel cimitero massone, furono riesumate nel 1934 e spostate nel Woodlawn Cemetery di Colma, dove si trovano tutt’ora. A segnare la sua tomba è stata posta una grande pietra dove è stato scolpito il suo nome: Norton I, imperatore degli Stati Uniti e Protettore del Messico.</p>
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		<title>la repubblica di Cospaia [errori toponomastici]</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 09:00:59 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-3-Cospaia.gif"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-3-Cospaia-300x179.gif" alt="" title="1-3 Cospaia" width="300" height="179" class="aligncenter size-medium wp-image-40255" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-3-Cospaia-300x179.gif 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-3-Cospaia.gif 357w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>In pochi sanno che Cospaia, una piccola frazione del comune di San Giustino, in provincia di Perugia, è stata per alcuni secoli una repubblica indipendente. Precisamente tra il 1441 e il 1826. Ben prima del Moresnet, dunque, ci fu in Italia un caso di territorio indipendente, anche se la sua storia è molto meno conosciuta ma, volendo, ancora più bizzarra. La repubblica di Cospaia, infatti, non nacque per un compromesso politico, ma per un errore di interpretazione. Papa Eugenio IV cedette Borgo Sansepolcro alla repubblica di Firenze nel 1441, come pegno per la somma di 25.000 fiorini prestati da Cosimo de’ Medici al pontefice, che era impegnato a contrastare il concilio di Basilea dove era stato eletto un antipapa. Ma quando si trattò di stabilire i nuovi confini con lo Stato della Chiesa, fissati lungo un corso d’acqua chiamato “Rio” senza altri appellativi, nessuno tenne conto che a cinquecento metri di distanza esisteva un altro torrente chiamato nello stesso modo. <span id="more-40254"></span>I rappresentanti del papa considerarono confine il “Rio” a sud, quelli di Firenze il “Rio” a nord, e gli abitanti nel mezzo si affrettarono a dichiarare l’indipendenza.</p>
<p>L’errore era nato dal fatto che i rappresentati dei due stati avevano lavorato autonomamente alla ridefinizione dei confini, ma né i Medici né il Papato decisero di porvi rimedio, perché uno stato cuscinetto faceva comodo a entrambi. La libera Repubblica di Cospaia fu quindi riconosciuta ufficialmente, nel 1484: contava appena 330 ettari di territorio. I suoi abitanti non erano soggetti alle tasse dei due stati confinanti, né le merci ai dazi doganali. Questo garantì una certa prosperità ai cittadini della repubblica, soprattutto a partire dalla fine del Cinquecento, quando venne introdotta la coltivazione del tabacco, fortemente limitata negli altri stati. Il consumo di “erba tornabuona” – così veniva chiamato all’epoca il tabacco, dal nome dell’abate Nicolò Tornabuoni che ne aveva portato i semi nella zona per la prima volta, di ritorno da un viaggio in Spagna – era osteggiata dai governi e fortemente tassata; alcuni papi erano giunti perfino a scomunicare chi ne faceva uso. In un simile regime di proibizionismo era ovvio che Cospaia si candidasse ad essere la “capitale del tabacco” in Italia, e ancora oggi alcune varietà vengono chiamate col nome della minuscola repubblica.</p>
<p>Cospaia si dotò di un proprio vessillo, una bandiera composta da un campo nero e uno bianco tagliati diagonalmente, e si dedicò ai propri affari, amministrata da un consiglio di cittadini composto dai capifamiglia e da un gruppo di anziani, e senza alcun esercito che la difendesse. La sua prosperità andò avanti per oltre due secoli, anche se pian piano l’atteggiamento restrittivo verso il tabacco cessò, anche perché il suo commercio risultava essere un ottimo affare anche per il Granducato di Toscana e lo Stato pontificio: nel 1724 Benedetto XIII revocò la scomunica contro i fumatori proclamata dai suoi predecessori. Nel suo ultimo secolo di vita la repubblica di Cospaia visse alterne vicende, ma sostanzialmente il suo declino era cominciato: agli inizi dell’ottocento il piccolo stato indipendente era più che altro un ricettacolo di contrabbandieri, che sfruttavano l’assenza di controlli doganali e di tasse. Fu così che nel 1826, su richiesta di quattordici rappresentanti del territorio che firmarono un atto di sottomissione, Cospaia fu annessa allo Stato della Chiesa e perse per sempre la sua indipendenza.</p>
<p>Di Cospaia oggi non si parla quasi più, non c’è posto sui libri di storia per una vicenda tanto minuta e circoscritta. Un oblio forzato e voluto, secondo i cospaiesi, che nel 1998 hanno dato vita a una singolare protesta: un gruppo di ardimentosi ha occupato il campanile e proclamato la restaurazione della repubblica, senza però sortire alcun effetto. Ad ogni modo la repubblica viene festeggiata e ricordata regolarmente nella frazione di San Giustino, dove ogni ultimo week-end di giugno si svolge una manifestazione che rievoca i fasti di quella che fu ai suoi tempi la più piccola repubblica del mondo. Per due giorni l’anno per le sue strade torna a riecheggiare il motto che fu dei repubblicani cospaiesi, scolpito sulla chiesa della Confraternita dell’Annunziata nel 1613: “perpetua et firma libertas”.</p>
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		<title>l&#8217;isola ferdinandea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 09:00:26 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-5-Isola-Ferdinandea-1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-5-Isola-Ferdinandea-1-300x184.jpg" alt="" title="1-5 Isola Ferdinandea-1" width="300" height="184" class="aligncenter size-medium wp-image-40253" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-5-Isola-Ferdinandea-1-300x184.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-5-Isola-Ferdinandea-1.jpg 624w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>La definizione di uno stato sovrano è qualcosa che ha a che vedere con la storia delle comunità umane, e come tale non è definito una volta per tutte e in modo insindacabile, ma muta col mutare degli eventi e della storia. Questo processo, inevitabilmente, crea della contraddizioni, delle zone d’ombra – e chi cerca di dare vita a una micronazione lo sa bene, ed è proprio in queste crepe della giurisdizione internazionale che cerca di infilarsi per concretizzare la propria utopia. In fondo non sono estranei ad azioni di questo tipo neppure i governi delle grandi potenze, che quando si tratta di estendere o consolidare il proprio dominio si sentono liberi di proclamare la propria sovranità su qualunque territorio non ricada già sotto l’influenza di altre nazioni. Il che alle volte dà origine a delle dispute internazionali che hanno risvolti decisamente paradossali, come nel caso dell’Isola Ferdinandea, altro eccellete riferimento storico per i pionieri del micronazionalismo.<br />
<span id="more-40252"></span><br />
L’isola Ferdinandea, conosciuta anche come “banco di Graham”, è un lembo di roccia che si trova nel tratto di mare tra l’isola di Pantelleria e il comune di Sciacca, nella provincia di Agrigento. Oggi questo banco di roccia si trova sei metri sotto il livello del mare, ma nel 1831 l’isola emerse dalle acque a causa dell’intensa attività vulcanica della zona. Quando fu avvistata misurava circa quattro chilometri quadrati di superficie e si estendeva in altezza fino a 65 metri oltre il livello del mare. La forma dell’isola era conica, essendo formata sostanzialmente dalla bocca del vulcano e dai materiali scaturiti dall’eruzione. Due laghetti sulfurei, in costante ebollizione, si trovavano accanto alla bocca del vulcano – che altro non era se non una bocca secondaria di un vulcano sottomarino ben più grande, chiamato Empedocle, che si trova in quel tratto di mare.</p>
<p>I primi avvistamenti del fenomeno avvennero verso la fine di giugno, dopo alcune scosse di terremoto che si sentirono fino Palermo. Diversi marinai, passando per quel tratto di mare, avvistarono colonne di fumo e altro materiale che fuoriusciva dalla acque, registrando anche una moria di pesci nella zona. Il 7 luglio la nave «Gustavo» avvistò un isolotto di circa 8 metri di diametro; ma l’emersione definitiva avvenne con la scossa successiva, nella notte tra il 10 e l’11 luglio, quando la misteriosa isola raggiunse la sua estensione definitiva e si assestò – almeno così sembrava.</p>
<p>L’apparizione della nuova terra destò immediatamente l’interesse delle potenze europee, che vedevano in quel piccolo avamposto una posizione strategica nel mediterraneo. La prima a rivendicarne il possesso, in nome di sua maestà, fu l’Inghilterra: l’ammiraglio sir Percival Otham, che si trovava in quel tratto di mare, spedì il capitano Jenhouse a piantare l’union jack sulla nuova isola, ribattezzata per l’occasione Isola di Graham – nome che ancora oggi contraddistingue il banco sottomarino. Era il 24 agosto del 1831.</p>
<p>La presa di posizione inglese mandò su tutte le furie il Regno delle Due Sicilie, poiché l’isola era comparsa nelle sue acque. Fu la popolazione stessa a chiedere al sovrano Ferdinado II di Borbone di prendere provvedimenti per rivendicarne la proprietà – nel frattempo gli abitanti della costa sudoccidentale ribattezzarono l’isola Corrao, dal nome del capitano a cui fecero pervenire la richiesta. In effetti i primi a fare rilevamenti sull’isola non furono i marinai inglesi, bensì il geologo tedesco Karl Hoffman dell’università di Berlino, che si trovava in Sicilia per caso. Subito dopo il fisico Domenico Scinà, inviato dal governo borbonico, fece ulteriori rilievi, mentre il professor Carlo Gemmellaro dell’università di Catania stilò una relazione sull’improvvisa comparsa dell’isola.</p>
<p>Ma l’Inghilterra non fu la sola a interessarsi dell’isola senza interpellare i Borbone. La Francia, preoccupata dalla risoluzione inglese, inviò sul posto un’imbarcazione guidata dal capitano Jean La Pierre, che trasportava una spedizione diretta dal geologo Constant Prévost alla quale partecipava anche il pittore Edmond Joinville. La spedizione francese, partita il 26 settembre, si concluse il 29 dopo aver condotto approfonditi studi e rilevamenti; la relazione di Prévost metteva in luce come i materiali di cui era fatta l’isola fossero facilmente erodibili dai flutti, e che quindi l’isola si sarebbe potuta inabissare in modo repentino. Ciò nonostante anche i francesi decisero di rivendicarne il possesso: la ribattezzarono Isola Iulia, dal nome del mese della sua comparsa, posero una targa in memoria della spedizione e innalzarono il tricolore francese sulla sommità dell’isola.</p>
<p>A quel punto, visto che l’interesse delle due grandi potenze non accennava a diminuire, re Ferdinando II decise di prendere posizione, ricordando che l’isola era comparsa nelle acque del Regno delle Sicilie. Il capitano Corrao, alla guida della corvetta Etna, fu inviato a piantare la bandiera borbonica sull’isola, che fu ribattezzata Ferdinandea in onore del sovrano. La cosa non passò inosservata, e sfiorò persino l’incidente diplomatico con una fregata inglese di stanza nel mediterraneo, ma la questione venne rinviata ai rispettivi governi.</p>
<p>A ottobre il governo siciliano scrisse ai governi di Francia e Inghilterra per ribadire le proprie ragioni, ma era già troppo tardi. L’isola cominciò a inabissarsi. I primi di novembre gli avvistamenti riferivano di un’altezza ridotta a venti metri, e a metà mese si potevano avvistare soltanto alcune porzioni dell’isola emergere dalle acque. L’8 dicembre il capitano Allotta, a bordo del brigantino Achille, segnalò il suo completo inabissamento.</p>
<p>Successivamente l’isola ricomparve e scomparve varie volte, nel 1846 e nel 1863, dando di nuovo il là a possibili dispute territoriali: Francia e Inghilterra, difatti, non avevano mai risposto alle sollecitazioni di Ferdinando II. E oltre un secolo dopo la questione non si era ancora esaurita. Nel 1968, dopo il terremoto nella Valle del Belice, le acque attorno al banco di Graham cominciarono a ribollire; si parlò di una possibile ricomparsa dell’isola, notizia che ebbe come effetto alcuni movimenti strategici delle navi britanniche che si trovavano nelle acque internazionali del Mediterraneo. L’isola non riemerse, ma per prevenire nuove eventuali rivendicazioni, la popolazione della Sicilia pose una targa sulla superficie del banco di Graham con la scritta “L’Isola Ferdinandea era e resta dei siciliani”.</p>
<p>In realtà il dibattito su chi abbia diritto alla sovranità sull’isola nel caso di una sua nuova emersione sono ormai più che altro un esercizio ludico: il diritto internazionale odierno, a differenza di quello ottocentesco, si avvale della concezione di “piattaforma continentale”, che riconosce allo stato costiero nelle vicinanze il diritto di esercitare la propria sovranità anche sui fondali marini che costituiscono il suo naturale prolungamento. Perciò, nonostante il Regno delle De Sicilie non esista più, l’Italia avrebbe giurisdizione sull’isola senza bisogno di alcuna proclamazione.</p>
<p>Ma il ricordo delle dispute per una terra che ogni volta scompariva prima che si potesse stabilire con certezza a chi appartenesse, non ha abbandonato la gente di Sciacca e della Sicilia. Nel 2002, quando a seguito di una scossa sismica si parlò di una possibile riemersione dell’isola, alcuni sommozzatori italiani piantarono il tricolore sulla cima del vulcano sottomarino, per prevenire nuove dispute. La sommità dell’isola – che nel 1986 venne persino scambiata per un sottomarino libico dall’aviazione statunitense, e colpita con un missile – rimase a circa sei metri sotto il livello del mare, dove si trova tutt’ora.</p>
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		<title>BIzArt and foot! &#8211; Rafael Spregelburd</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 09:48:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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		<category><![CDATA[Bizarra]]></category>
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					<description><![CDATA[Bizarra: teatro e telenovela. Intervista a Rafael Spregelburd di Graziano Graziani Rafael Spregelburd è tra i drammaturghi argentini più interessanti della sua generazione, quella dei quarantenni che hanno vissuto la dittatura solo durante l’infanzia, affacciandosi nell’età adulta quando l’Argentina cominciava a fare i conti con quel suo doloroso recente passato. La sua opera, per altro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/MST-2010-news-56558-1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/MST-2010-news-56558-1-300x165.jpg" alt="" title="MST-2010-news-56558-1" width="300" height="165" class="aligncenter size-medium wp-image-37749" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/MST-2010-news-56558-1-300x165.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/MST-2010-news-56558-1.jpg 580w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<strong>Bizarra: teatro e telenovela. Intervista a Rafael Spregelburd</strong><br />
di<br />
<strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>Rafael Spregelburd è tra i drammaturghi argentini più interessanti della sua generazione, quella dei quarantenni che hanno vissuto la dittatura solo durante l’infanzia, affacciandosi nell’età adulta quando l’Argentina cominciava a fare i conti con quel suo doloroso recente passato. La sua opera, per altro piuttosto prolifica, è ben conosciuta in paesi come l’Inghilterra e la Germania, mentre solo da qualche anno viene rappresentata in Italia, grazie anche all’opera di traduzione e regia di Manuela Cherubini, che nell’ultima edizione del Napoli Teatro Festival ha realizzato la versione “napoletana” di «Bizarra», una delle opere più particolari di Spregelburd, che verrà riproposta a in versione “romana” tra ottobre e dicembre all’Angelo Mai (produttore dello spettacolo assieme alla regista e a Giorgio Barberio Corsetti). «Bizarra» è una teatronovela in dieci puntate, un lavoro smisurato che si confronta con le regole assurde – ma accettate senza alcuna difficoltà dal pubblico – che caratterizzano il racconto della fiction televisiva, ed è proprio quest’opera il centro di questa conversazione con Rafael Spregelburd. Perché la scrittura di Spregelburd, oltre a mettere in risalto l’assurdità del linguaggio televisivo, con un sicuro effetto comico, coglie i nodi più profondi dove questo influenza e modella il linguaggio della politica e dell’informazione. D’altronde la genesi stessa di «Bizarra» ha un peso importante: il drammaturgo argenti ha scritto la prima teatronovela della storia del teatro all’indomani della crisi economica del 2001, quando non c’erano più soldi per lavorare e tutti pensavano ad andarsene dal paese. Una situazione che, pur con le dovute differenze, ricorda l’Italia dei nostri giorni.<br />
<em>Come è nata Bizarra?</em><br />
<span id="more-37745"></span><br />
«Bizarra» è stata scritta durante il 2002, nell’anno della crisi economica più forte che ho vissuto nella mia vita. È nata dal desiderio di un gruppo molto esteso di attori di fare qualcosa con la nostra tristezza, qualcosa che non fosse un’opera nostalgica che dicesse quello che si diceva ovunque – durante la crisi tutto era molto politicizzato. Quando ci siamo riuniti, molti attori stavano abbandonando il paese, andavano in Spagna, Messico, Spagna, Italia e questo ci rendeva molto tristi. Cercavamo un formato contraddittorio e la telenovela era l’ideale: un formato esageratamente romantico, festoso, e assolutamente fuori da ogni regola economica. «Bizarra» non è economica: ha 70 attori. Non può essere trattata come un prodotto commerciabile, si è verificata esclusivamente in una circostanza sociale molto particolare.</p>
<p><em>Perché hai scelto di lavorare sul linguaggio della telenovela, che è un formato molto popolare in Sudamerica?</em><br />
La prima motivazione è che avevamo un gruppo molto grande. Volevamo fare qualcosa insieme ma eravamo tanti. Lavorare con molta gente implica di solito un tipo di drammaturgia tradizionale, con pochi protagonisti e molti personaggi secondari. Non volevamo questo. Volevamo dare lavoro a tutti in modo più o meno democratico. Da alcuni anni mi interesso della struttura democratica della drammaturgia. Esistono opere pensate in epoca monarchica che riflettono la gerarchia monarchica nella loro struttura: un protagonista, e a scendere i personaggi secondari. Quasi tutta la produzione classica è strutturata così, dall’Amleto di Shakespeare in giù. Gli attori sono gli operai di un sistema che li vede ultimi nella gerarchia della produzione del senso, al cui vertice c’è l’autore. D’altra parte le opere democratiche sono spesso poco interessanti. Oggi nel cinema vanno di moda le pellicole “corali”, che non hanno un solo protagonista; però questi film sembrano avere tutti la stessa struttura e lo stesso argomento. Questo è un problema su cui noi abbiamo riflettuto molto. Volevamo sentirci operai di un’opera che fosse come una fabbrica occupata dagli operai, e per fare questo avevamo bisogno di una struttura che non permettesse a nessuno di essere il padrone dell’opera. Così nacque l’idea della telenovela.<br />
La telenovela classica non è come la nostra, naturalmente. Si segue il destino dei protagonisti. In «Bizarra» invece le storie secondarie o parallele hanno la stessa importanza di quella principale. La nostra è una struttura “bastarda”.</p>
<p><em>Vi siete confrontati, in teatro, con un linguaggio di massa. Cosa ha significato?</em><br />
La telenovela è certo un prodotto di massa che cerca un’identificazione del pubblico che sia la più vasta possibile. Ce ne sono diversi tipi: la telenovela del pomeriggio, ad esempio, è dedicata alle casalinghe che non vanno a lavoro. Un simile obiettivo sociologico fa sì che questo tipo di telenovela presenti una struttura distinta: sono più lente, hanno personaggi maschili affascinanti. La telenovela della sera, invece, è più sofisticata, meno prevedibile, e non è così classica nella divisione tra il bene e il male nei personaggi, perché cerca di andare incontro a un pubblico diverso, donne che lavorano e anche uomini. Difatti nelle telenovelas della sera si trovano argomenti di vita criminale o donne nude, quello che si pensa debba interessare di più gli uomini; nelle telenovelas del pomeriggio questo sarebbe impensabile. Oggi in Argentina va di moda una telenovela che ha per protagonista delle “botineras”. Botinera è il modo in cui chiamiamo le fidanzate dei calciatori (deriva da “botine”, che sono le scarpe dei calciatori), e sono generalmente modelle e show girls. Suona un po’ come le “veline” italiane. Questa telenovela è indirizzata agli uomini perché parla di calcio, ma anche alle donne, anche se le protagoniste praticamente si prostituiscono per raggiungere il proprio obiettivo. La telenovela, come ogni altro prodotto televisivo, non ha una finalità estetica, ma ha bisogno di un target a cui è destinata la pubblicità commerciale che intervalla la trasmissione. Possono esserci diversi pubblici, ma vanno sempre definiti, e questa definizione comporta delle regole estetiche di linguaggio.<br />
Noi non avevamo lo stesso problema, o forse sì, se è vero che il teatro si indirizza sempre a una elite culturale che lo frequenta. È un pubblico annoiato di vedere un teatro ridondante e intellettuale, che ripete le stesse cose di cui si parla nei media benpensanti di sinistra. Noi volevamo provocare uno scandalo per questo tipo di pubblico. La provocazione di «Bizarra» non è diretta a mia nonna, che il teatro non lo frequenta; chi si può scandalizzare è lo spettatore classico di teatro che pensa che il teatro debba tematizzare gli argomenti della realtà, invece che tradurli in una forma estetica. «Bizarra» è una traduzione di un momento cruciale per il mio paese, una traduzione che è politica non tanto perché si parla di temi politici (elemento che trasgredisce una delle regole della telenovela classica: non si può parlare di politica perché tutti ci si devono poter riconoscere), ma perché restituisce quella realtà in modo trasfigurato.</p>
<p><em>«Bizarra» è stata un successo in Argentina, e molti altri attori hanno chiesto di aggiungersi in corsa. Come è andata?</em><br />
Abbiamo iniziato che eravamo una trentina, ma poi abbiamo cominciato ad invitare gente. Ci hanno chiesto di partecipare anche attori molto conosciuti, che lavorano nel cinema o nella televisione, e che non potevano dedicare a «Bizarra» tutto il tempo che dedicavamo noi. Così abbiamo creato molti personaggi secondari che compaiono meno, ai quali non avevo pensato assolutamente quando ho cominciato a scrivere il testo: ce li siamo inventati dopo per accogliere questi attori. In qualche caso gli attori più famosi hanno interpretato se stessi. Si sposava bene a una delle regole che ci eravamo dati per «Bizarra»: in ogni puntata doveva accadere qualcosa di assolutamente demenziale.</p>
<p><em>Qual è secondo te la dimensione politica del teatro?</em><br />
In Argentina abbiamo una forte tradizione di teatro politico, che è quel tipo di teatro che porta alla luce le contraddizioni del tuo credo politico. Chi segue il teatro più o meno sa quali sono i problemi, sa ad esempio che la ricchezza è mal distribuita. Ma spesso per dire questa cosa riproduciamo delle organizzazioni tra gli uomini che sono una forma del capitalismo che si intende criticare. La struttura che mette l’autore al vertice della piramide, con uno stato ontologico superiore a quello degli attori, che invece sono manodopera contrattata per la rappresentazione della sua idea, ne è un esempio perfetto. La mia generazione ha cominciato a rifiutare questa organizzazione della produzione del senso, che quasi non esiste più.<br />
Le compagnie di teatro oggi sono gruppi di persone che spesso hanno punti di vista simili, ma che non appartengono ad un partito politico. Un tempo tutto il teatro d’avanguardia ruotava attorno al partito comunista, un po’ come in tutti i paesi del mondo. Oggi non è più così, le persone non si raggruppano più in base a un’idea politica, o lo fanno meno. Viviamo un’epoca di grande individualismo, ma questo non vuol dire che non si possano più trovare soluzioni collettive di comprensione della realtà. Certamente però quei gruppi che vogliono denunciare qualcosa in base a un’idea politica oggi scontano un’ingenuità, perché non si rendono conto che stanno “riproducendo” una forma. A volte le rivoluzioni passano per l’invenzione di nuove forme.</p>
<p><em>Perché, allora, consideri un atto politico lavorare sul linguaggio della telenovela a teatro?</em><br />
La telenovela ha delle regole assurde. Ma assolutamente fisse. Mette in scena la lotta della virtù in un mondo dove regna il male. La virtù è incarnata da una giovane donna, il cui obiettivo è sposarsi, trasformando l’uomo che ama in un padre di famiglia ideale. L’uomo che ama non è sempre buono, ma lei riuscirà a trasformarlo grazie al suo amore e alla sua virtù. Queste le regole principali, ma ce ne sono molte altre. Possiamo dire che la telenovela è il risultato dell’incrocio tra il genere fantastico e la fiaba di tradizione centroeuropea, quella dei fratelli Grimm: alla protagonista succede tutto il male possibile, ma lei non si piegherà mai, non perderà mai la virtù. La lotta della virtù alla fine è premiata da un gesto simbolico che è il matrimonio – e deve essere un matrimonio legale, che avviene in chiesa dopo aver superato una serie di impedimenti cavillosi. La telenovela mescola credenze cattoliche all’universo gotico.<br />
Queste sono le regole di una telenovela classica, ma una buona telenovela normalmente le rispetta tutte ma ne trasgredisce una. La trasgressione di una regola fa la particolarità di quella telenovela. Altrimenti sarebbero tutte identiche.<br />
Queste regole sono assurde, ma funzionano perché sono riconosciute universalmente. La politica, allo stesso modo, segue delle regole molto precise. Per politica intendo la rappresentazione mediatica dei politici di professione, non la politica vera che fa la gente. I politici hanno imparato a costruire una dimensione fittizia della politica, basata su regole altrettanto assurde di quelle della telenovela. Si tratta di un racconto epico, che ha un protagonista che deve superare molte difficoltà, di cui vengono raccontati i successi e le avventure erotiche. È stato così in Argentina con Menem, ma anche in Italia dove si fanno delle leggi per salvaguardare certi singoli politici. Tutti lo accettano. Perché? Perché ha la forma di una regola. Perché non è caotico: magari è una regola ingiusta, ma è una regola, si presenta come una convenzione organizzata. Questo, invece di creare indignazione, rassicura. Perché la gente si adatta a ogni tipo di regola; ciò che non sopporta è l’anarchia.<br />
Ma le regole assurde della politica non funzionano solo con un protagonista fuori dal comune. Da noi il modello menemista sta scomparendo, e oggi “menemista” è quasi un insulto. Le regole però si estendono ai discorsi più generali, come quelli odierni sulla crisi. Tutti danno per scontato che dalla crisi si uscirà salvando le banche. Ma si tratta di una menzogna: durante una crisi occorre salvare le fabbriche e tutti quei luoghi dove si lavora e si produce ricchezza reale, non certo sostenere chi specula e ha provocato la crisi. Eppure questa “fiction” della finanza mondiale si è imposta nell’agenda delle potenze europee, che fanno operazioni economiche seguendo questa regola. La gente dà loro fiducia, perché la regola dice che se le banche vanno in frantumi anche il paese va in frantumi. È una menzogna, che però ha la forma di una regola.</p>
<p><em>Bizzarra è stata fatta in Italia a Napoli questa estate, e viene riproposta ora a Roma. L’operazione di Manuela Cherubini, che ha tradotto e diretto Bizarra in Italia, è quella di proporre una comparazione indiretta: Spergelburg ha fatto Bizarra nel 2003, all’indomani della crisi argentina, qui viene riproposta nel 2010, mentre l’Italia attraversa una delle sue peggiori crisi economiche e di valori. Che ne pensi?</em><br />
Il pubblico italiano riesce a capire Bizarra più facilmente di altri pubblici non argentini, è un fatto quasi istintivo. In altri casi gli adattamenti hanno dovuto affrontare questioni “regionali” più che “politiche”. Ad esempio Napoli, che pure fa parte dell’Italia, ha una sua peculiarità culturale molto forte, ma vive anche la sensazione di sentirsi “periferia” del proprio paese, di non essere al centro della vita culturale e politica: questo permette di capire il cuore del problema di cui parla «Bizarra».<br />
Capire come si svolge una crisi come quella che ha avuto luogo in Argentina non è semplice. Nel mio paese si è verificata una cosa particolare, una sorta di “rivoluzione borghese” – che è una contraddizione in termini, perché in realtà la borghesia non vuole alcuna rivoluzione – che vedeva coinvolta nella crisi e nelle proteste anche la parte tradizionalmente agiata della popolazione. Questo in Italia si può comprendere perfettamente. Non voglio dire l’Italia del 2010 vive una situazione equivalente a quella dell’Argentina del 2001, però ci sono dei punti di contatto, un “profumo” simile, per dirla così. In entrambi i casi la gente si chiede e si chiedeva perché tutte le relazioni umane, comprese quelle affettive, sono così fortemente influenzate dal lavoro, dalla gestione politica dell’economia, dalle forme della produzione.<br />
L’Europa ha vissuto molte crisi economiche. Storicamente la maniera di occultare la fine di un ciclo del capitalismo, e di rimettere in moto le economie, era la guerra. Con la guerra tutto si distruggeva e tutto si ricostruiva. Oggi le cose sono un po’ diverse, fare guerre in Europa non è più pratico né sostenibile: molte cose si spostano così fuori dall’Europa, ma nonostante questo anche in Europa si continua a morire a causa dei cicli economici che producono ricchezza per una piccola fetta della popolazione europea. Anche in Argentina accade qualcosa di simile, anche se in Argentina si è verificato un evento particolare che difficilmente si verificherà in Europa: la scomparsa del denaro. Quando questo avviene si verifica molta confusione, ma nascono nuove speranze. «Bizarra» in realtà, dà conto di questa sensazione sconosciuta che abbiamo vissuto in Argentina in quel momento. Anche la sua complessità come opera drammaturgica deriva da questo: ci sono elementi che compaiono in una puntata come marginali, che successivamente in un’altra puntata diventano rilevanti, elementi che sembrano insignificanti che si sommano e che danno luogo a svolte complesse della storia, che i personaggi vivono come improvvise e catastrofiche, ma che in realtà sono connesse a questi piccoli eventi che all’inizio sembravano senza significato.<br />
Tornando alla comparazione con la situazione politica italiana, credo che sia evidente e non ha bisogno di traduzione. Ma tieni conto di una cosa: «Bizarra» è un’opera che ha già 7 o 8 anni, e tanto c’è voluto affinché l’Europa la considerasse leggibile, non solo dal punto di vista della comicità, ma anche e soprattutto nel suo nodo più profondo. A marzo di quest’anno sono stato allo Shaubhune di Berlino per una lettura di «Bizarra», che è un teatro essenzialmente politico e interessato ad approfondire proprio questa lettura dell’opera. Eppure diversi aspetti non sono stati afferrati dal pubblico e dagli attori tedeschi, a partire dall’idea di una struttura di compagnia che non replicasse il sistema produttivo che ha provocato da crisi – un’idea quasi irrealizzabile nell’ambito del teatro tedesco.<br />
[da <a href="http://www.lostraniero.net/">Lo Straniero</a> 126-127 – dicembre 2010 / gennaio 2011]</p>
<p><strong>Post (Scritto e giocato)</strong>di effeffe</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc-150x300.jpg" alt="" title="Italia-ArgentinaLoc" width="150" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37750" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc-150x300.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc-512x1024.jpg 512w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc.jpg 702w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a> Quando Graziano mi ha inviato la sua intervista, pubblicata su &#8220;lo straniero&#8221;, a Rafael Spregelburd mi è subito venuta in mente una partita di calcio. E che c&#8217;entra una partita di calcio con il teatro?- qualcuno dirà. Senza scomodare il maestro Carmelo Bene che vedeva nell&#8217;irripetibilità e imprevedibilità di un match quel che restava delle tragedie greche, vi dirò di come un centinaio di giorni prima avevamo disputato con la <a href="http://www.nazionalescrittori.it/">nazionale italiana scrittori Osvaldo Soriano football club</a> una leggendaria partita contro <a href="http://www.facebook.com/pages/Combinado-Argentino-de-Dramaturgos/112634035446317">Combinado Argentino de Dramaturgos</a>, tra le cui fila militava proprio l&#8217;eccellente drammaturgo argentino. Per chi fosse incuriosito dall&#8217;evento ho pensato potesse interessare la chronica della partita che a me toccò in sorte, dedicandola ai miei compagni di squadra ma soprattutto a quella compagine di spiriti liberi venuti da così lontano e capitanati dal fantastico Agustín Mendilaharzu. effeffe</p>
<figure id="attachment_37747" aria-describedby="caption-attachment-37747" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n-300x169.jpg" alt="" title="155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n" width="300" height="169" class="size-medium wp-image-37747" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-37747" class="wp-caption-text">Goleador y goleado posan en armonía. El uno porta orgulloso los colores de su club. El otro, una especie de pijama hippie al que se ha vuelto muy afecto últimamente. In this photo: Rafael Spregelburd, Guido Losantos</figcaption></figure>
<p><strong>Chronica Sturm Und Tang</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Sempre è commovente il tramonto\per indigente o sgargiante che sia,\ma più commovente ancora\è quel brillìo disperato e finale\che arrugginisce la pianura, scriveva JLB e così, a estate appena finita, al campo Vittorio Bachelet in Roma erano schierate, come si deve le due formazioni. Nazionale Argentina con folta e inneggiante tifoseria sugli spalti e Nazionale Italiana con panchina lunghissima ( infatti il ct Paolo Verri ne ha fatti sedere tre anche su quella avversaria, in cambio di due bottiglie di vino dei Castelli, delle note case vinicole Ciro Menotti e  Santorre di Santarosa.)<br />
Dalle prime mosse in campo, più tango metà campo argentina, più milonga in quella Italiana, si capiva che non sarebbe stato facile per nessuno mettere nel sacco l’avversario, o metterla nel sacco all’avversario, fate voi. Certo è che durante la conferenza stampa alla Dante Alighieri un giornalista del Resto del Clarin,  seminava lo scompiglio tra i partecipanti con una domanda tanto chiara quanto inopportuna. Com’era infatti che la nazionale italiana portasse il nome di uno scrittore di Mar del Plata e quella argentina nemmeno il nome di un poeta di Tor Pignattara?<br />
Per fortuna la nota interprete Francisca Amiga del Trento, traduceva  con altre parole quella che ai più era subito suonata come una provocazione, ma sfortunatamente la sala gremita era composta per lo più da argentini, figli di argentini, zii di argentini e abitanti di largo Argentina, e così tutti avevano fatto finta di non capire.<br />
Ecco allora che mentre le prime luci artificiali scomponevano in quattro l’ombra di ciascun giocatore, il ct Paolo Verri schierava dal primo minuto la sua formazione:<br />
in porta Stefano Lazzarini detto Lev Ivanovič Jašin  quando non gioca Gianluca Favetto detto Лев Ива́нович Я́шин, il ragno tra i pali. In difesa, centrale Simi con Mathieu, affiancati da Sardiello e Aiolli, davanti a loro Carletto D’Amicis e Zannoni leggermente a destra, Menni sulla fascia sinistra, spostato al centro un incredibile Cassardo, Lombardi sulla destra, Audisio e Trento, in area nemica.<br />
Gli avversari presentavano una squadra da Bildungroman, con Patricio Abadi, Joaquín Bonet, Bernardo Cappa, Ezequiel de Almeida, Matías Feldman, Santiago Gobernori, Omar Kühn, Federico León, Guido Lozanitos, Agustín Mendilaharzu (Historias Extraordinarias), Alejo Moguillansky autore di Nueve pequeños goals durante la Super Coppa latinoamericana Borges/Santiago. Completavano la formazione, Lucas Oliveira, Rafael Spregelburd Octavio Tomas, Maximiliano Tomas, Martín Urruty e Mariano Tenconi Blanco che al ventesimo del primo tempo, fino ad allora giocato in modo robusto e pareggiabile dalle due squadre avrebbe  intonato una delle sue Canciones de Amor para hacer la Revolución, con la stessa potenza vocale di Mercedes Sosa: Cambia el rumbo el caminante aunque esto le cause daño y así como todo cambia  que yo cambie no es extraño   Cambia, todo cambia  Cambia, todo cambia Cambia, todo cambia  Cambia, todo cambia. Il tuttonostro (vostro) Furlèn. approfittando della posizione in panchina avversaria replicava cantando a squarciagola, vedrai vedrai, più per allitterata vicinanza di Tenco con Tenconi che per forza del tema. Infatti vuoi l’ispirazione a Dalida, vuoi i recenti turbamenti dei giovaniTörless dei nostri attaccanti, la nazionale azzurra subiva un calo di forma micidiale che stava per premiare gli ospiti argentini pericolosissimi in area. Si andava così agli spogliatoi sul punteggio di zero a zero e con la necessità di scolare le due bottiglie di spumante ancora, ma non per molto, fresche, trafugate al momento dell’aperitivo dalla consolle del DJ. Mentre le addette stampa ciclostilavano i primi rapporti per faxarli a Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, e che avrebbe così informato i suoi 500 milioni di iscritti in tempo reale, metà panchina si riscaldava come un forno IKEA per strappare agli avversari argentini la vittoria che porge la chioma. Va a tal proposito segnalato che i giocatori argentini presentavano capigliature piuttosto folte e spettinate mentre le teste dei nostri brillavano per lucidità e compostezza.<br />
Effettuati i molti cambi, il nostro ct inseriva Sardo e Bernini, poi dopo aver visto palleggiare Sardiello junior con il pallone da tre chili che si usa per la muscolazione, ha deciso di mettere dentro anche lui perché ne venisse fuori qualcosa. Se l’asse Sardo Cassardo assai giovò alla nostra compagine, così come l’inserimento di Marco Boccia, va detto che Trento sfiorava  in almeno un paio di occasioni il gol, raggiungendo così il titolo di capocannoniere della writer’s League. Purtroppo però la fortuna non gli ha arriso e sul finale da brivido, provvidenziale è stato l’evangelico takle in scivolata di Selon Mathieu che ha impedito all’anarchico Urruti di infilare la nostra rete.<br />
Risultato finale 0-0, con decisione unanime di non cedere alla tentazione dei rigori e alle angosce e tremori dei portieri davanti al penalty. Hanno arbitrato i tre fratelli Gonella. Va registrato il dopo partita da brivido, nella celebre locanda argentina Los Ritmos Rojos, con trenta giocatori paganti secondo la prefettura, ottanta per i sindacati, tutti insieme a cantare. Sui tavoli, ubriachi:</p>
<p><em>Todas las voces todas,<br />
todas las manos todas,<br />
toda la sangre puede<br />
ser canción en el viento;<br />
canta conmigo canta,<br />
hermano americano,<br />
libera tu esperanza<br />
con un grito en la voz.<br />
 </em><br />
E fu solo allora che il vostro umile cronista, sporgendosi verso il grande portiere Stefano Lazzarini a cui il capitano argentino aveva appena regalato un paio di guanti nuovi, aveva sussurrato:</p>
<p><em>Te acordás hermano / qué linda que era / se formaba rueda / pa verla bailar</em></p>
<p>(Ricordi fratello / quanto era bella / facevano cerchio / per vederla ballare).</p>
<p>E lui a me. <em>Mi dispiace che tu non abbia giocato nemmeno un minuto.</em><br />
<em>Se avessi giocato non avrei potuto raccontare il resto!</em>&#8211; risposi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n-300x200.jpg" alt="" title="36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n" width="300" height="200" class="aligncenter size-medium wp-image-37748" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ora pro Anobii: Graziano Graziani / Simona Vinci</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/02/13/ora-pro-anobii-graziano-graziani-simona-vinci/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2009 19:15:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[anobii.com]]></category>
		<category><![CDATA[graziano graziani]]></category>
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					<description><![CDATA[A proposito di Esperia, di Graziano Graziani, e Strada provinciale 3 di Simona Vinci. effeffe su Anobii # Perché non c&#8217;è un cazzo da fare, la scrittura di un libro, come il respiro, ha una misura precisa, è disciplina atletica più che arte della meditazione &#8211; questa appartiene a chi i libri li legge e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A proposito di  <a href="http://www.bol.it/libri/scheda/ea978886165033.html">Esperia</a>, di Graziano Graziani, e <a href="http://www.ibs.it/code/9788806187873/vinci-simona/strada-provinciale-tre">Strada provinciale 3</a> di Simona Vinci.<br />
effeffe su <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">Anobii</a><br />
<img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-14442" title="1341" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/1341.jpg" alt="1341" width="350" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/1341.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/1341-300x210.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>#</strong></p>
<p>Perché non c&#8217;è un cazzo da fare, la scrittura di un libro, come il respiro, ha una misura precisa,  è disciplina atletica più che arte della meditazione &#8211; questa appartiene a chi i libri li legge e non a chi li scrive.<br />
E l&#8217;atletica  contempla velocità, perduranza, agilità, ostacoli. In ogni caso comporta armonia di piedi e mente. Ecco perché l&#8217;arte del romanzo è podistica. Il romanziere  come  un atleta dovrà allora  definire dal principio la gara che deciderà di correre. Duecento, quattrocento, ottocento fino agli ottomila metri.</p>
<p><span id="more-14422"></span></p>
<p>Graziano Graziani mette su, con Esperia, un dispositivo narrativo complesso, in cui si articolano sprint, respiro, fatica, percezione del mondo. In genere chi corre non si guarda attorno, e la mascella del velocista è l&#8217;unica a tremare in terraferma. Eppure, un atleta trascina con sé ogni mondo possibile, ogni esperienza vissuta. Da come corre sai che cosa ha visto, cosa rende quella sua corsa unica, irripetibile. Così ogni volta che leggi un capitolo, che poi è una storia, una corsa contro il tempo in cui ogni incipit rimbomba nel lettore come un colpo di pistola dello start, è sempre diverso l&#8217;esito, mai la stessa ti sembra.  La cartografia che tenta di disegnare Graziano sembra inafferrabile quanto l&#8217;oggetto che si vorrebbe decifrare: Esperia appunto, che è l&#8217;unica città &#8211; ma è un&#8217;isola, un territorio, un&#8217;idea?- che comporta l&#8217;uso della maiuscola. E già.</p>
<p>Nelle istruzioni per l&#8217;uso che l&#8217;autore offre in seconda di copertina viene indicata come scelta quella di non rendere i nomi delle città come &#8220;noms propres&#8221;, con la maiuscola appunto. Perché in tutto il libro, che è romanzo, raccolta di racconti, di poesie, guida e diario, allo stesso tempo quelli che mancano sono i nomi. Dei personaggi innanzitutto. Come gli atleti che portano sulla pettorina solo un numero, qui i protagonisti si identificano a una funzione, a una professione, l&#8217;archivista, il mistico, il collezionista, e appaiono solo a metà del libro, dopo che attraverso una complessa e riuscita operazione da travelling, Graziano ha tracciato segni e simboli di questa ignota terra: le lingue parlate, la metropolitana, il museo, l&#8217;insonnia, i centri commerciali. Che non sono, si badi bene,  l&#8217;unico non luogo della modernità, il non luogo è il mondo, in tutte le sue sfaccettature, e non sai, alla fine, se è sempre stato così o qualcosa è accaduto, magari nemmeno tanto tempo fa perché le cose perdessero il loro nome e la parola diventasse un urlo disperato come di chi chiama, per nome, una persona cara, un luogo, una città.<br />
Libro che risuona delle opere di grandi maestri, più Kafka che Calvino, più Boris Vian che Borges, in una corsa, o maratona, che nel momento stesso in cui è cominciata, è una gara già vinta.</p>
<p><strong>Esperia</strong>, <em>Graziano Graziani</em>, Gaffi Editore in Roma &#8211; 2008</p>
<p style="text-align: center;"><strong>#</strong></p>
<p>Solo i maratoneti corrono appoggiandosi al bordo della strada, da cui si allontanano solo per superare l&#8217;avversario, per il sorpasso. Una forza centrifuga li spinge ai margini, un&#8217;energia a correre in un senso preciso. Resta il dubbio che il senso, la direzione presa facciano parte di un disegno, come raggiungere qualcosa, qualcuno, o allontanarsi, fuggire da questi.</p>
<p><em>&#8220;(lei) non sta scappando. Corre e basta.</em>&#8221;</p>
<p>Ci sono certi libri che sono pesanti come il respiro di un corridore di fondo &#8211; per quanto la sua corsa si dipani e viva di superficie &#8211; e senti la fatica, l&#8217;incertezza, di chi potrebbe non farcela, ad arrivare alla fine.<br />
Il racconto è allora sospeso tra l&#8217;asfalto, pianeggiante, le sue linee tracciate verticali, e il resto che appare scivolamento in pendio, perdita di sé, perdita d&#8217;occhio. Perché se ciglio significa ciglia, la strada sarà per forza un occhio, una ferita. un taglio.<br />
Non sono tanti i personaggi di questo romanzo che ti si incolla addosso dalla prima pagina come una canottiera sudata, un abito quasi dismesso. E ogni personaggio racchiude in sé non una, ma cento almeno esistenze possibili, per tratti riconducibili ai grandi fatti della storia &#8211; vedi la tragedia di Chernobyl &#8211; o alla vendita al ribasso dei sogni delle classi medie d&#8217;occidente.Il ciglio di una strada è una metafora di per sé potente. E se la strada è una provinciale capisci che su quel tipo di asfalto c&#8217;è tutta la storia di un paese. Così, semplicemente.</p>
<p>Oltre ai fari delle macchine che incroci &#8211; il passeggiatore prudente è quello che cammina nel senso inverso delle macchine ma il vero camminatore vuole godersi il brivido di vedersi arrivare da dietro il passato correndo il rischio di farsi travolgere &#8211; c&#8217;è una musica. Simona Vinci ne indica due, alla fine, come a dirti che se non era quella la musica che ti ha accompagnato nella lettura, hai sbagliato playlist, e meglio allora ricominciare da capo.<br />
Sono gli <a href="http://www.youtube.com/watch?v=jtderDA3rqU">Unknown Prophets</a> e l&#8217;immenso<a href="http://www.youtube.com/watch?v=P4D1a00cbFA "> Nick Drake </a> (Io in verità avevo pensato ai <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OrljWGIHB7c ">Canned Heat</a> meno lirici, più nasali, impersonali.)</p>
<p>Perché la forza di questo romanzo è nella sua sospensione tra la neutralità dell&#8217;essere delle cose come sono e la violenza del loro essere altro, dalle prime pagine, per almeno cento e nelle finali. Come quando nella ricostruzione del <em>fait divers</em>, il diversamente fatto, di cronaca, scrive Simona Vinci:</p>
<p><em>&#8220;La foto di una giovane donna con due bambini scattata lungo un sentiero di montagna. &#8221; Quando l&#8217;ha trovata, ha raccontato Roberto, &#8220;l&#8217;ha subito attaccata a quel pannello e quando le ho chiesto perché quell&#8217;immagine l&#8217;avesse colpita così tanto, lei mi ha risposto che quella donna poteva essere lei. Si, ha detto proprio così: potrei essere io&#8221;. </em></p>
<p>Milan Kundera è tra i pochi scrittori contemporanei ad aver formulato nell&#8217;essenza il &#8220;gioco&#8221; (la corsa) di un romanziere.<br />
&#8220;<em>L&#8217;existence n&#8217;est pas ce qui s&#8217;est passé, l&#8217;existence est le champ des possibilités humaines, tout ce que l&#8217;homme peut devenir, tout ce dont il est capable. Les romanciers dessinent la carte de l&#8217;existence en découvrant telle ou telle possibilité humaine [&#8230;]. Le romancier n&#8217;est ni historien ni prophète : il est explorateur de l&#8217;existence.&#8221;</em><br />
Simona Vinci cartografa impietosamente il territorio delle possibilità umane dei suoi personaggi. E quando ti ritrovi quella carta tra le mani non puoi che dirti la stessa cosa della sua protagonista:<br />
&#8220;Potrei essere io&#8221;.<br />
<em>&#8220;But this was the time of no reply. &#8220;</em></p>
<p><strong> Strada provinciale tre</strong>.  <em>Simona Vinci</em>, Einaudi 2007</p>
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