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	<title>gregorio meier &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I racconti del pastore di Montecuccoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 05:03:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gregorio meier]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gregorio H. Meier I racconti del pastore di Montecuccoli La storia di un becco che non era buono per la monta, dei pastori sardi che è meglio non fidarsi (bevono, quelli già dalle quattro del mattino), oppure degli anni, quindici, a girarsi i pollici in galera (una coltellata per un nonnulla, poi la latitanza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gregorio H. Meier</strong></p>
<p><strong>I racconti del pastore di Montecuccoli</strong></p>
<p>La storia di un becco che non era buono<br />
per la monta, dei pastori sardi<br />
che è meglio non fidarsi (bevono, quelli<br />
già dalle quattro del mattino), oppure<br />
degli anni, quindici, a girarsi i pollici<br />
in galera (una coltellata per un nonnulla, poi<br />
la latitanza e il gran finale sulla Porrettana<br />
– lo scontro a fuoco con la polizia,<br />
il fumo dei proiettili che svapora su<br />
dalla midolla dei faggi; anche lui beveva,<br />
ai tempi). Ma soprattutto Giovanni –<br />
che tiene un gregge e qualche bestia da macello<br />
dalle parti di Montecuccoli – racconta spesso<br />
dei suoi cani, specie di quelli che il mestiere ce l’hanno<br />
nel sangue e allora meritano nomi: Rambo,<br />
Rocky, Brigantino. A sentirlo</p>
<p>Quel satanasso – quanto mondo,<br />
quanta vita! Certo la poesia<br />
dev’essere balenata fuori<br />
le prime volte dalle ciarle dei pastori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Filius philosophorum</strong></p>
<p>C’è un fanciullo scolpito nel fiume<br />
nell’acqua che mi guarda; sembra quasi, ma non sono<br />
io. Ha i boccoli, ali di colomba<br />
una clessidra: Sono il figlio che muore e risorge, dice<br />
giorno e notte nel ventre che invecchia<br />
di mia madre – l’occhio che si osserva<br />
mentre sbatto le nocche sulla pietra, le ginocchia<br />
sporche d’erba al risciacquo. Sono il bosco, continua</p>
<p>L’autunno che sfilaccia vortici dai rami<br />
sui tetti, questo spogliarsi di spettri rosso-rame<br />
il rimorso che mi divora la faccia – fame.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La sete nascosta</strong></p>
<p>Giulia, anche oggi la vita mi ripete</p>
<p>Io sono un pettirosso, qualche nota<br />
che scapriccia dentro una siepe – la sete<br />
di bacche nascosta nel bosco</p>
<p>Poi addosso è tutta una fame che ramifica<br />
il sangue in una tagliola arrugginita, la vita<br />
– denti: i polsi</p>
<p>E gli spettri inchiodati<br />
ogni sera su uno specchio diverso,<br />
al pub</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Appunto su uno scontrino</strong></p>
<p>Anche oggi mi punge<br />
Scapriccia tra le dita<br />
Come una castagna<br />
Acerba nel suo riccio la vita.</p>
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