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	<title>grimm &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;arte è una bestialità. Una lettura de “I musicanti di Brema”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 13:10:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Azzurra D&#8217;Agostino (Per il bicentenario della prima pubblicazione delle fiabe dei fratelli Grimm, ho chiesto ad alcune scrittrici e scrittori un pezzo sulla loro fiaba preferita, o quella che ricordano meglio, che hanno letto e ascoltato da piccoli oppure scoperto o riscoperto da adulti. Li pubblicherò con cadenza spero settimanale, iniziando proprio con una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p><em>(Per il bicentenario della prima pubblicazione delle fiabe dei fratelli Grimm, ho chiesto ad alcune scrittrici e scrittori un pezzo sulla loro fiaba preferita, o quella che ricordano meglio, che hanno letto e ascoltato da piccoli oppure scoperto o riscoperto da adulti. Li pubblicherò con cadenza spero settimanale, iniziando proprio con una storia dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_Grimm">due fratelli dell&#8217;Assia</a>. f.m.)</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-41264" title="rackham_bremen2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/rackham_bremen2-168x300.jpg" alt="" width="168" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/rackham_bremen2-168x300.jpg 168w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/rackham_bremen2.jpg 280w" sizes="(max-width: 168px) 100vw, 168px" /></p>
<p>Meno di cinquemila anime. Una chiesa parrocchiale. Un convento dei frati. Una piazza. Intorno, quasi dovunque, boschi. Qui è dove sono nata, un paese imborghesito della vecchia Emilia che fu contadina. Nella piazza, vicino a quell&#8217;edificio che viene chiamato “Torre del Fascio”, sta una biblioteca. Negli anni &#8217;80 era gestita, o meglio presidiata, da un signore che a noi bambini faceva un po&#8217; paura. Burbero, serio, sembrava che non fosse per niente contento quando entravi in biblioteca, come se lo distogliessi da qualcosa di molto importante che stava facendo. Non c&#8217;era, ho scoperto allora, una vera e propria catalogazione dei volumi. Anni luce dai software di prestito interbibliotecario venuti dopo. Il bibliotecario aveva un suo ordine, piuttosto creativo, e una sua modalità di catalogazione – ai più inesplicabile. In sostanza solo lui sapeva dove stavano i libri, quali erano presenti, quali erano in prestito, quali nel sottoscala degli uffici del Comune. Compilava delle piccole schede, come si faceva allora, con una BIC senza cappuccio, in una grafia chiara e minuta.</p>
<p>Mia madre mi aveva spiegato cos&#8217;è una biblioteca e siccome mi piaceva leggere  mi aveva accompagnato e mi era stato insegnato come chiedere in prestito i libri. Mi sembrò una grande scoperta e una incredibile invenzione. Il bibliotecario mi pareva un essere con un grande potere e che meritava tutto il mio reverenziale rispetto, sebbene nei primi tempi dovessi vincere la mia repulsione nell&#8217;avvicinarlo, visto l&#8217;evidente disprezzo che doveva avere per me in quanto essere umano e, per di più, infante.</p>
<p>Scartabellava in una cassettina piena di schede, estraeva la mia e, quando noleggiavo o restituivo un libro, si metteva a scrivere. Anni dopo avrei riletto quella stessa scheda, grazie a un amico che fu mandato a fare servizio civile in biblioteca (quando c&#8217;era ancora la leva obbligatoria, ulteriore retaggio di un altro secolo) e mi sarei stupita di non ricordare che pochissimi dei molti libri letti.</p>
<p>Quello che succede nell&#8217;infanzia è qualcosa che rimane e che continua a lavorare dentro per tutta la vita. Ti influenza, ti condiziona, ti tiene sotto scacco – perché da grande quasi nulla della magicità del mondo ti rimane, ti restano solo i gusci delle cose, diventati un groviglio inesplicabile, e ciò che da piccolo ti era amabilmente oscuro diventa un modo di affrontare le cose in cui cerchi riparo. Un riparo spesso fragile, che rende gli accadimenti della tua origine come delle specie di premonizioni.</p>
<p>Oggi più che mai, quando penso agli artisti che amo e al destino generale dell&#8217;arte, non posso che sentirmi vicina agli spelacchiati e negletti animali da cui rimasi tanto affascinata la prima volta che lessi “<a href="http://www.paroledautore.net/fiabe/classiche/grimm/musicanti-brema.htm">I musicanti di Brema</a>”, quando trovai le illustrazioni del libro preso in prestito alla spartana biblioteca di Porretta così diverse dalle colorate protagoniste delle serie giapponesi proposte da “Bim Bum Bam”. “Pìolo” Bonolis poco più che ventenne passava con noi i pomeriggi insieme a un pupazzo rosa shocking, presentandoci saghe di eroine orfane o comunque piene di drammi &#8211; “Georgie”, “Kiss Me Lycia”, “Lovely Sara” e tutte le altre – mentre in apertura Cristina D&#8217;Avena cantava garrula e rampante sigle a cui seguivano, dopo pochi minuti, pubblicità di prodotti come “Crystal Ball” e “Dolce forno”.</p>
<p>I disegni dei “Musicanti” invece erano in bianco e nero, direi inchiostrati a china, ombreggiati in una fitta texture che era spaventosa quanto il folto del bosco minaccioso in cui raminghi andavano i quattro disgraziati protagonisti, dei cui destini tremante e solitaria mi occupavo.</p>
<p>Leggere era diverso dal guardare i cartoni giapponesi, che pure ho molto amato. Leggere era come respirare, nel senso proprio fisico di sentire che qualcosa entra dentro di te e va in posti che tutto sommato non conosci. Forse la lentezza della lettura, o il lasciarti grande spazio per creare tu stesso tutto ciò che le parole non dicono, ha fatto sì che le <span style="text-decoration: underline;">fiabe</span> mi risultassero sempre molto più temibili e paurose del cartone più violento.</p>
<p>In particolare, i “Musicanti” mi fecero grande impressione e hanno probabilmente condizionato la mia affezione estetica per i cosiddetti <em>loser</em>. La mia solidale simpatia per Charlie Brown e il Monty di “Robotman” prima, e per Lebowski o Barney Panofski poi, credo abbia qualcosa a che fare con questa fiaba.</p>
<p>A rileggerla oggi, fa davvero impressione per le corrispondenze che ha con buona parte delle questioni attorno alle quali mi arrovello da anni.</p>
<p>Il tutto comincia con un asino che, dopo essere stato sfruttato per una vita, scappa dal suo padrone perché si rende conto che questi vuole farlo fuori visto che non è più in grado di lavorare tanto come prima. E già qui si potrebbe dare il via a infinite dissertazioni sociopolitiche e umanitarie. Ma non amo più di tanto questo genere di discorsi, in cui si rischia sempre – se non si è dei veri esperti, o dei pensatori raffinati, cosa che non sono &#8211; di fare la fine del personaggio di Jodie Foster in “Carnage”. Ti metti nei panni del poveraccio e finisci a parlare del terzo mondo, una cosa che non si può sentire.</p>
<p>Ma cosa pensa di fare l&#8217;asino, giunto a tale drammatica svolta della sua vita?</p>
<p>Nientepopodimeno che diventare un musicista. Che faccio, si dice, ora che non ho casa, né lavoro, né più niente? Vado a Brema, così posso entrare nella banda municipale.</p>
<p>La naturalezza e l&#8217;ingenuità con cui l&#8217;asino prende questa ferma decisione – mettendosi direttamente in marcia per Brema – è la fede nell&#8217;utopia propria dell&#8217;artista, di colui che non ha nulla da perdere pur perdendo tutto. Negletto per negletto, mendicante per mendicante, l&#8217;asino sceglie la banda municipale, certo che lo accoglierà. Non si fa domande, semplicemente prende e va, spedito, verso la banda intesa come una comunità che non esclude a priori qualcuno perché non è vincente, fatto di un&#8217;altra stoffa, o incapace di fare qualunque altra cosa all’infuori di quella.</p>
<p>Si potrebbe obiettare, a questo punto, che troppi, oggi, chiedono asilo nella banda, divenuta ormai <em>refugium peccatorum</em> di troppi sedicenti artisti. La questione è mal posta: entrare nella banda non significa poi poterci restare; talmente è dura la sua legge, che chi è un impostore se ne esce da sé sotto il peso della storia. È il piglio dell&#8217;asino, la sua risposta alla “chiamata” direbbe quello, il suo agire convinto che quella è la sua meta, a essere  interessante. Una meta su cui non spreca parole di desiderio, dubbio, o sogno: non “vorrebbe” entrare nella banda municipale. Lui ci va direttamente, perché quello è l&#8217;unico destino che riesce a pensare per sé.</p>
<p>E quindi eccolo per strada, verso Brema, dove mano a mano incontrerà altri disperati – che diventeranno suoi compagni di strada.</p>
<p>È da notare come per tutti costoro (l&#8217;asino, il cane, il gatto, il gallo) andare o no a Brema è una questione<em> di vita o di morte</em>. Gli uomini con cui questi animali vivevano li hanno tutti condannati al peggio: li vogliono accoppare, far fuori, cucinare magari. E questo perché loro, gli animali, sono adesso <em>inutili</em>. Non sono in grado di collaborare al procedere del sistema inteso come meccanismo produttivo. Quale più precisa metafora dell&#8217;artista nella società?</p>
<p>L&#8217;unico, è il gallo, che sarebbe buono da mangiare: ma questo canta e canta, strepita di protesta, non si piega all&#8217;idea di andare in pasto ai padroni. E alla fine si aggrega alla compagnia, dove anche i cliché su chi è amico e nemico, su cosa è vero o falso, sono rotti. Il cane e il gatto, con naturalezza, si sono uniti all&#8217;asino, che accoglie il gallo con lo stesso entusiasmo del naufrago: “vieni piuttosto con noi, andiamo a Brema; qualcosa meglio della morte lo trovi dappertutto; tu hai una bella voce e, se faremo della musica tutti insieme, sarà una bellezza!”. Alla morte a cui condanna la società, si accosta e in un certo senso contrappone la bellezza, e via che vanno i quattro poveracci insieme.</p>
<p>La notte nel bosco non è semplice. Il bosco è tutto un fruscio, tutto una minaccia, un protendersi di rami e di presagi. Si accoccolano insieme, ma la paura è tanta. Dal ramo dell&#8217;albero il gallo vede in lontananza una luce.</p>
<p>La me bambina che leggeva, pensava che finalmente avrebbero trovato un riparo, una svolta nel loro destino tanto sfortunato, una casetta deliziosa come quella della “dolce signora Minù”.<img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-41265" title="george cruikshank_bremen" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/george-cruikshank_bremen-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/george-cruikshank_bremen-250x300.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/george-cruikshank_bremen.jpg 418w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></p>
<p>Ma chi ti trovano, spiando dalla finestra dentro la casupola che infine raggiungono (bellissima l&#8217;illustrazione degli animali uno sopra l&#8217;altro, in una piramide instabile e metamorfica)? Un bel covo di briganti che gozzovigliano. Amaro e pieno di insidie il destino di chi è in cammino.</p>
<p>Il desiderio di un posto dove stare, dove mangiare, fa vincere loro la paura. Uniti, traballanti ma collaborativi, riescono infine a mettere in fuga i banditi, venendo intesi come qualcosa di mostruoso e sconosciuto, forse ultraterreno (di nuovo, sembrerebbe l&#8217;effetto che fa l&#8217;artista a quelli del suo tempo). L&#8217;unico bandito che viene mandato indietro a vedere cosa è in realtà successo, pur ricevendo i graffi di un gatto, i morsi di un cane, i calci di un asino, riferirà che la casa è posseduta da qualcuno di molto potente – fatto di streghe, uomini, mostri e persino un giudice (così il bandito interpreta il canto del gallo, come le parole di un tribunale che lo accusano).</p>
<p>I musicanti non raggiungono mai Brema. Restano e abitano il piccolo spazio che si sono conquistati, e pur senza mai suonare nella banda municipale di Brema sono musicanti – perché hanno intravisto un altro mondo, di canto e musica, e scelto di mettersi in cammino per raggiungerlo, pur non raggiungendolo mai. Falliscono, in questo. E lo fanno meglio di tutti, per usare le parole di Beckett, come i veri artisti.</p>
<p>*****</p>
<div>
<p><em>Immagini di Arthur Rackham e George Cruikshank.</em></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a><em>Die Bremer Stadtmusikanten</em>, fiaba raccolta dai Fratelli Grimm</p>
</div>
</div>
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		<title>Prezzemolina e i bambini della fate</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/26/prezzemolina-e-i-bambini-della-fate/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 10:35:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni per Arianna il terreno della fiaba Molti anni fa, all’inizio dell’estate, le maestre di una scuola materna della mia città misero in scena con il teatro dei burattini la fiaba toscana di Prezzemolina. I bambini si erano preparati bene per lo spettacolo, imparando una filastrocca sulla coraggiosa ragazzina, facendo disegni e riempiendo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>                                                                                                                        <em>per Arianna</em></p>
<p><strong><em>il terreno della fiaba</em></strong><strong></strong></p>
<p>Molti anni fa, all’inizio dell’estate, le maestre di una scuola materna della mia città misero in scena con il teatro dei burattini la fiaba toscana di <em>Prezzemolina</em>. I bambini si erano preparati bene per lo spettacolo, imparando una filastrocca sulla coraggiosa ragazzina, facendo disegni e riempiendo varie pagine del quaderno dei ricordi. Dopo la festa, per vari giorni, mia cugina, che aveva allora 4 anni, continuò a cantare fra sé e sé la storia del cugino Memè e delle fate cattive, ridendo per gli omini che escono impazziti dalla Scatola del Bel Giullare. La guardavo dalla finestra giocare nel prato, intonando <em>C’era una volta una bambina, che si chiamava</em>…, <span id="more-23643"></span>pensando che era proprio lei la piccola Prezzemolina, bella, innocente e arguta, che avrebbe dovuto presto imparare a guardarsi da pericoli meno fantastici di fate cannibali e dalle facili promesse di futuri adulatori, senza tuttavia perdere la curiosità per la scatola a sorpresa, un po’ beffarda, un po’ meravigliosa, che è la sorte.</p>
<p>Della fiaba uno dei primi elementi ad emergere è proprio una certa sfrontatezza, la personalità della protagonista che non ha nulla del vittimismo della figura femminile, dell’eccesso di purezza pari alla dose di sciagure che subisce, di tanta tradizione fiabesca europea. Prezzemolina non aspetta passivamente o con spirito sacrificale di essere riscattata da un eroe: anche quando è terrorizzata, in preda allo sconforto, non cede, sa il fatto suo, resiste per salvarsi letteralmente la pelle.<br />
Eppure in questa storia piena di movimento e dialoghi vivaci, tutti tendenti alla migliore soluzione finale, c’è qualcosa di oscuro e inquietante, che si delinea fin dall’inizio nell’incognita identitaria di Prezzemolina. C’è una casa materna, una donna incinta ed un orto, un’immagine familiare, che si popola di presenze ostili. C’è una bambina che cresce molto in fretta, ma lontano dalla cura dei genitori, sempre minacciata, in pericolo. Chi è in realtà la protagonista, cosa rappresenta? Come spiegare la sventatezza della madre, la sua sparizione nello svolgersi della trama?</p>
<p>Una fiaba è uno specchio distorcente – prende la realtà del mondo e la trasforma attraverso i sentimenti &#8211; crea figure visibili, di carne, dalla paura e dai desideri. Molto prima di diventare strumento pedagogico o divertimento per i più piccoli, è memoria dell’uomo: tramandata oralmente, poi nella sua forma scritta, porta il segno di diverse epoche culturali, credenze religiose, pensieri, che si succedono in una data area nel tempo. Voce su voce, segno su segno, potremmo paragonare la fiaba ad un terreno straordinariamente vario, formato dall’accumularsi di reperti archeologici nelle ere. Quando arriva a noi è compito difficile distinguere tutti i componenti, ma la loro coralità ci colpisce come qualcosa di ancora attuale e affascinante. <strong>Italo Calvino </strong>stesso, parlando della lingua da lui tradotta e riscritta nelle fiabe italiane ebbe a dire che durante la stesura si faceva forte: </p>
<p>del proverbio toscano caro al <strong>Nerucci</strong>: ‘La novella nun è bella, se sopra nun ci si rappella’, la novella vale per quel che su di essa tesse e ritesse ogni volta chi la racconta, per quel tanto di nuovo che ci s’aggiunge passando di bocca in bocca. Ho inteso di mettermi anch’io come un anello dell’anonima catena senza fine per cui le fiabe si tramandano, anelli che non sono mai puri strumenti, trasmettitori passivi, ma i suoi veri autori.  </p>
<p>Per rispondere alle domande allora, sciogliere i nodi che tengono insieme la trama del racconto e scoprire alcuni degli elementi originali, occorre non dar nulla per scontato e prendere anche la più bizzarra delle apparizioni molto sul serio. Ricordarsi che la fiaba non è un’invenzione d’autore, ma una variante di uno stesso tema all’interno di una vasta tradizione, sia temporale che spaziale. Si comincerà dunque dall’inizio, dal primo evento davvero straordinario, che non ha nulla da invidiare alla magia di una strega o di un orco: la nascita della protagonista.</p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3443/3993181949_9f79b352c3.jpg" alt="" /></p>
<p><strong><em>nascere nell’orto delle fate</em></strong></p>
<p>Prezzemolina è una fiaba del tipo A- 310 indicato nell’indice di <strong>Atti Aarne </strong>e <strong>Stith Thompson </strong>come “la principessa nella torre”.   La più famosa di queste è senz’altro “Raperonzolo” dei fratelli Grimm, ma se vogliamo rintracciare l’antenata, la parente prossima della nostra storia, essa è senz’altro “Petrosinella” de <em>Lo Cunto de li Cunti </em>del <strong>Basile</strong>.  In queste fiabe una donna incinta che vive in prossimità di un campo o di un orto, viene colta da un desiderio irrefrenabile per la pianta che vi cresce abbondantemente: il raperonzolo oppure il prezzemolo delle due fiabe italiane. Tuttavia l’ingordigia della futura madre sarà fatale per l’essere che porta in grembo: i proprietari dell’orto sono infatti creature soprannaturali: un’orchessa in Petrosinella, una maga in Raperonzolo ed alcune fate nella nostra Prezzemolina, che mal tollerano l’intrusione della donna, imponendole di dar loro il bambino o la bambina quando sarà nata. La versione ottocentesca dei <strong>Grimm</strong> si differenzia dalla versione di Basile: prima di tutto il prezzemolo, la pianta originaria, viene sostituita con il raperonzolo; non è più la donna a procurarsi la pianta, ma il marito a rubarla e contrattare con la strega; infine la figura della protagonista è assai più docile delle due eroine italiane. Un certo sentimentalismo annacqua e nasconde le tematiche ben più cupe e i caratteri forti della fiaba antica.<br />
Il raperonzolo stesso è un simbolo positivo: è infatti una pianta autogenerante, capace di riprodursi senza l’aiuto degli insetti e quindi indice di fertilità, che ben si accorda con lo stato della donna nella fiaba.  Il bene ed il male sono nettamente divisi, uniti solo dalla solerzia incauta del marito nell’accontentare la moglie, avventurandosi nel campo della strega. Ben diverso è il ruolo della madre nelle varianti italiane e del prezzemolo, la pianta del suo desiderio: fin dai trattati più antichi di medicina la pianta era nota come abortivo, capace di provocare il ritorno del ciclo mestruale interrompendo così le gravidanze indesiderate.  Il prezzemolo faceva parte della farmacopea a base di erbe e rimedi magici usati nella medicina popolare amministrata per lo più da donne e guaritrici; era una delle piante associate alla stregoneria, così come la pratica dell’aborto nei trattati di demonologia veniva collegata alla presenza del diavolo e ai malefici della strega.  La madre è dunque implicitamente complice delle ‘fate’ a cui la futura bambina è destinata. Entrando nell’orto, un luogo apparentemente domestico, eppure popolato di creature potenti, varca deliberatamente un doppio confine: quello della casa, del luogo umano, al sicuro dagli spiriti demoniaci, e quello del corpo materno, fatto, secondo l’etica sociale e religiosa del tempo, per contenere e nutrire il vivente e non espellerlo anzitempo. </p>
<p>È curioso, riflettevo durante la rilettura della fiaba, come io stessa da bambina, affacciata alla finestra o dal piccolo terrazzo della mia bisnonna, che tramite una rampa corta di scale conduceva nel cortile, considerassi diversamente il prato dove giocavo e l’orto dove stavano le verdure. Nell’orto dovevo muovermi con cautela per non calpestare gli ortaggi, le insalate. Ma c’era qualcosa d’altro che in un certo senso mi intimoriva: nell’orto avvertivo le “cose” crescere sotto di me, tanto più visibili che altrove perchè mi avrebbero sfamato e ne avrei così fatto parte. In questo luogo d’ombra la vita si sviluppa dal terreno, dal sottosuolo, da dove non c’è respiro, dove stanno i morti, il buio, i segreti. Ogni pianta si nutre di un’esistenza a sua volta passata e trasformata.  Si ricorderà qui un’altra fiaba del <em>Cunto</em>, “La mortella”, dove una madre senza figli partorisce una pianta di mortella, da cui in seguito uscirà una bellissima fata, una donna meravigliosa da qualcosa di non umano, sebbene carico di energia vitale.  Il feto abortito, impossibilitato a ricevere un riconoscimento sociale e religioso tramite il battesimo, condivideva, sebbene in altri termini, una stessa natura straordinaria. Sepolto all’aperto, nei campi, non esauriva per questo il suo potenziale fisico, tutta la vita a venire che gli era stata improvvisamente sottratta. La tradizione popolare europea fa di questi strani morti creature fantastiche, capaci di interferire con il mondo quotidiano dei viventi, spesso influenzandolo negativamente. Nel migliore dei casi diventano folletti dispettosi o spiriti della casa, incapaci di abbandonare il luogo originario di residenza, ma possono anche trasformarsi in piccoli demoni-vampiro che tornano a tormentare la madre ed il nucleo familiare.  </p>
<p>C’è un altro legame tra i bambini morti senza il battesimo ed il soprannaturale: essi erano infatti al centro di una delle più macabre credenze sulla stregoneria. Durante il sabbah le presunte streghe disseppellivano i corpicini, per nutrirsene o bollirli nel loro calderone così da ottenere l’intruglio magico che permetteva loro di resistere alla tortura e di volare.  Similmente un racconto francese presenta un gruppo di fate danzanti che si trasformano in scheletri, rivelando l’aspetto mortifero della loro natura, per divorare il corpo putrescente di un piccolo morto non battezzato.  </p>
<p>Se da una parte questo spiega l’interesse delle padrone dell’orto per Prezzemolina, alcune caratteristiche della fiaba restano da comprendere, prima tra tutte l’aggressività e la malignità attribuita alle stesse fate, che le imparentano più con le orche e le streghe delle altre versioni menzionate, che non con l’idea di essere femminile etereo, talvolta capriccioso, ma fondamentalmente positivo, che associamo alla parola “fata”. Come osserva <strong>Michele Rak</strong>, riguardo le fate nei racconti di Basile, esse sono in genere apparizioni straordinarie e benigne,  ma qui sostituiscono l’orca e la strega nel personaggio della fata Morgana, l’ultima pericolosa avversaria da sconfiggere per Prezzemolina. Nell’apparente ribaltamento dei ruoli della fiaba in realtà le cose sono rimesse al loro posto: fate, orche, creature di un altro mondo dentro il nostro, sono tutti esseri sospesi tra il desiderio per la vita umana ed il loro non appartenervi affatto,  custodi del confine tra la nostra dimensione e quella ignota del post mortem. La trasgressione della madre e la natura in divenire della bambina fanno sì che esse possano impadronirsi, almeno temporaneamente, del destino di quest’ultima. Sono presenze minacciose, ma solo quando un essere umano non rispetta l’ordine implicito delle cose oppure quando una creatura è suo malgrado essa stessa connotata da un’ambigua liminalità. </p>
<p><strong><em>le prove, l’aiutante magico, il Bel Giullare</em></strong></p>
<p>Eppure, si può continuare ora, Prezzemolina cresce, non diventa immediatamente schiava e pasto delle fate, né tanto meno feto sotterrato nell’orto. Come bambina, individuo non ancora del tutto indipendente dalla madre e ricca di quel futuro, del potere dell’esistenza a venire ricercata dagli esseri ultramondani, si colloca in una zona incerta, dove si forma l’identità. Se da una parte dunque la fiaba nasconde lo spettro delle pratiche abortive, dall’altra essa è anche una storia di formazione: segna il percorso difficile dall’infanzia alla maturità, il tutto in una luce sinistra. È infatti ancora la madre a determinarne la malasorte per la seconda volta: dopo averla già “promessa” alle fate mentre era nel ventre. </p>
<p>Un giorno la mamma era distratta. Tornò Prezzemolina da scuola e disse: &#8211; Dicono le Fate che vi ricordiate quel che gli dovete dare, &#8211; e la mamma, senza pensare, disse: &#8211; Sì, di’ che la piglin pure.<br />
L’indomani la bambina andò a scuola. – Allora, se ne ricorda la tua mamma? – chiesero le Fate.<br />
&#8211; Sì, dice che potete prendere quella cosa che vi deve dare.<br />
Le Fate non se lo fecero dire due volte. Afferrarono Prezzemolina e via. </p>
<p>Niente è casuale nelle fiabe. Nella risposta affrettata della madre, attribuita alla sua distrazione, riecheggiano nuovamente le credenze magiche, legate al rifiuto del concepimento e alle pratiche stregonesche.  Nel testo per eccellenza sulla stregoneria, il <em>Malleus Maleficarum</em>, scritto da due domenicani alla fine del XV secolo ed intriso di misoginia, il modo più rapido di consegnare la futura prole al diavolo si risolve nell’uso della parola, gettando una rabbiosa maledizione sull’eventuale figlio. “Che se lo prenda il Diavolo!”, poteva esclamare una donna spazientita, parlando del suo bambino, desiderio che rischiava di essere esaudito, come punizione divina. <br />
Questo esempio collegato alla fiaba è memore prima di tutto dell’unica azione reale  compiuta dalle presunte streghe, ovvero l’uso della parola, la lingua svelta e talvolta maligna di alcune delle accusate; in secondo luogo,  più rilevante, di un’idea di maternità  animata da una tensione conflittuale tra  madre e figlio, non del tutto risolta dal legame affettivo. I figli infatti, traevano e traggono la loro vita dalla madre, quasi, si potrebbe inferire, sottraendogliene un po’, fisicamente attraverso il nutrimento nel grembo ed il processo di allattamento, e spiritualmente, in un contesto culturale e religioso, che esaltava il ruolo sacrificale della madre, colei che ripara, che nutre. Nello stereotipo femminile che ne viene fuori e che ha influenzato, talvolta viziato, l’interpretazione storica dei processi per stregoneria della prima età moderna, la linea che divide la madre dalla strega è tracciata nel corpo del bambino, nella sua forza vitale, che può essere donata, così come voluta indietro, agognata, rubata. <br />
Prezzemolina dunque per essere, diventare adulta, lotta contro una serie di creature femminili che derivano tutte, quasi una sorta di proiezione, di creature uscite da uno specchio, dalla figura materna. Presa in custodia dalle fate, dovrà ingegnarsi per restare viva e non cotta e mangiata dalle suddette. Prima di essere ammessa nella comunità, dovrà superare delle prove, proprio come il “piccolo innocente” di un racconto popolare umbro, che, defunto senza ricevere la salvifica acqua battesimale, dovrà tornare sulla terra per sette anni, affrontando tre compiti imposti da Dio, prima di essere ammesso in cielo.   </p>
<p>È a questo punto che interviene una presenza classica del fiabesco, l’aiutante magico, tratteggiato nel buon Memè, cugino delle fate, che svolge i lavori impossibili affidati a Prezzemolina e le dà indicazioni su come sfuggire alla temibile fata Morgana, e ottenere la scatola del Bel Giullare. Ogni volta Memè le chiede un bacio, ma Prezzemolina resiste: la morale della fiaba non può essere più chiara per le giovani donne… restare virtuose, sostituire all’emotività l’arguzia, almeno finché serve, finché non si è fuori pericolo e sicure delle buone intenzioni del corteggiatore.<br />
Nella figura dell’eroe maschile, come nell’ambientazione della fiaba, vanno notate due caratteristiche non da poco, che differenziano la storia da tante altre della tradizione. Non c’è un principe valoroso, capace di vincere subito la ritrosia della ragazza, ma il cugino scapolo delle fate, con un nomignolo tutto toscano, che se da una parte fa simpatia, dall’altra non lascia certo immaginare un uomo avvenente, muscoloso o consumato e illanguidito dalla malinconia (come ad esempio il principe di <em>Pelle d’Asino</em>, nella fiabe di Perrault).<br />
C’è poi una macroscopica mancanza nella topografia della storia: abbiamo l’orto e la casa, ma non c’è traccia del bosco! Quel luogo fantastico e oscuro, al cui attraversamento corrispondeva la crescita, la trasformazione del protagonista, qui è assente. Niente rovi, torri dentro la foresta, animali che escono da magiche ghiande come in Petrosinella: la maturazione di Prezzemolina è tutta descritta tramite azioni concluse in spazi domestici, dove, come uscendo dal sotterraneo dell’orto, si va dal buio alla luce, dal disordine all’ordine. Così il primo compito attribuitole sarà quello di dipingere una stanza nero-pece, piena di carbone, di bianco latte con ogni uccello dell’aria rappresentato sui muri. Da un mondo minerale, statico, alla volatilità del cielo, del respiro, della chiarezza. In seguito, per non essere raggiunta dalla famelica fata Morgana, su consiglio del cugino Memè, colmerà dei vuoti, riparerà cose rotte o malandate, munirà alcuni personaggi degli strumenti per il loro lavoro, sazierà la fame di un gruppo di cani che si mordono tra loro. Ed infine, scesa nella cantina, altro spazio prossimo al sottosuolo, prediletto dalle streghe e da certi folletti dediti al vino (dal Cluricauno irlandese, al Linchetto toscano), metterà fine alla vita delle fate-megere, soffiando sulle candele accese che contengono le loro anime. Una credenza antichissima, diffusa nelle teorie mediche da <strong>Galeno</strong> fino ai primi del 1700, viene qui riadattata, nell’immagine della fiamma flebile, ma tangibile, nascosta nel remoto della casa. Il calore vitale, principio attivo dell’anima e dell’esistenza, agiva nel corpo e nell’umido radicale che ne costituiva il potenziale fisico, come il fuoco di una candela con la sostanza da bruciare – se ne serviva consumandola e portando con il tempo alla morte – oppure ne era sopraffatta, attraverso un malfunzionamento degli umori e del sangue, che la soffocavano.  Soffiando sulle fiammelle, Prezzemolina spegne il calore vitale delle fate: è all’interno dei loro corpi, simbolicamente rappresentati dalla cantina.  Finalmente libera, potrà uscire dalla prigionia, sposare Memè e fare suo il palazzo della fata Morgana, diventando così donna e sostituendo le altre forze femminili che volevano relegarla nell’ombra e nella terra dei morti. </p>
<p>E, a questo punto ci chiederemo, la scatola del Bel Giullare? Cos’è questo buffo vaso di Pandora, che vuol dirci, ha un ruolo e un significato?<br />
Se lo ha, esso è il gioco in cui ogni elemento, perfino oscuro e drammatico, viene rielaborato continuamente in questa fiaba. La scatola del Bel Giullare è il linguaggio, l’ironia con cui la storia di Prezzemolina riesce a coniugare temi scabrosi del passato e della nostra coscienza collettiva con il senso d’avventura e scoperta, l’imprevedibilità del destino, in cui coinvolgere bambini d’ogni età. È la beffa costante dell’esistenza dove tutto si ripete, come gli omini insensati, indistinguibili l’uno dall’altro, che fuoriescono dalla scatola “a suon di musica”, e dove tutto sfugge al tentativo umano di preservare qualcosa, di mantenere l’ordine, di non finire. È il modo in cui la fiaba guarda di sottecchi la seriosa realtà e le dice: “Dopotutto, anche tu sei un’invenzione”.</p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: illustrazione di Brian Froud</em></p>
<p><em>L&#8217;articolo è stato originariamente pubblicato su <a href="http://www.griseldaonline.it/">griseldaonline</a></em></p>
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