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	<title>Grossman &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Grossman, attualità della guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lisa ginzburg]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 May 2022 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Lisa Ginzburg</strong>  <br />
Il 7 Aprile è uscita su "Avvenire" la recensione al romanzo "Stalingrado" di Vasilij Grossman (Adelphi, traduzione di Claudia Zonghetti) qui ripubblicata.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-97631" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-150x200.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-300x400.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-696x928.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-1068x1424.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-scaled.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/IMG_5553-315x420.jpeg 315w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p><strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p>Il 7 Aprile è uscita su &#8220;Avvenire&#8221; la recensione al romanzo &#8220;Stalingrado&#8221; di Vasilij Grossman (Adelphi, traduzione di Claudia Zonghetti) qui ripubblicata.</p>
<p>“Le fiamme divampavano ovunque, appiccate da decine di migliaia di bombe incendiarie… Enorme, la città si spegneva tra il fumo, la polvere e il fuoco, nel boato che scuoteva il cielo, l’acqua e la terra. Lo spettacolo era tremendo, ma ancor più tremenda era la morte negli occhi di un esserino di sei anni schiacciato da una trave di ferro. Perché se esiste una forza capace di risollevare dalla polvere di città enormi, non c’è forza al mondo in grado di risollevare le palpebre dagli occhi di un bambino morto”.</p>
<p>Delle quasi novecento pagine di cui si compone <em>Stalingrado </em>di Vasilij Grossman (traduzione di Claudia Zonghetti, Adelphi, pp. 884, euro 28) quel che forse più impressiona e colpisce al cuore come un pugno è la sensazione di irreale eppure evidente attualità di questa poderosa ambientazione storica. Leggiamo dell’assedio di Stalingrado, la più flagrante e mortifera sconfitta dell’asse tedesco/italiano durante il secondo conflitto mondiale; una tragedia di guerra lontana nel tempo, ma il cui odore acre di morte, così come l’insensata conseguenza   dello scatenarsi, perdurare, non finire del conflitto, coincidono con sensazioni contemporanee, odierne: attuali in maniera cupa e incontrovertibile. La furiosa battaglia scatenata contro la città di Stalingrado, quell’assedio che nelle menti di Hitler e di Mussolini sarebbe dovuto essere “immane, tremendo e definitivo” e che trovò invece straordinaria resistenza degli abitanti russi, vittoriosi nel respingere gli invasori, diversamente formulata e posizionata ci ricorda in modo drammatico gli orrori bellici cui da settimane assistiamo immersi a navigare in rete nei nostri computer, leggendo i giornali e guardando i telegiornali.  Qui, grazie alla prosa somma dello scrittore Grossman (restituita in una lingua italiana fluida e particolarmente esatta dalla traduttrice Claudia Zonghetti, già preziosa interprete dell’altro capolavoro di Grossman, <em>Vita e destino</em>, Adelphi 2008) conosciamo la guerra non vedendo immagini, ma piuttosto leggendo un romanzo, un grande romanzo. Eppure l’angoscia e l’incredula pena che le sue pagine depositano in noi sono paradossalmente e senza dubbio vicine a quelle emozioni angustiate che da settimane attanagliano le nostre percezioni: nostre di oggi, delle vite di noi, cittadini d’Occidente nella primavera dell’anno 2022 del ventunesimo secolo.</p>
<p>“La scrittura di Grossman eclissa quasi tutto quanto in occidente oggi viene preso sul serio” ebbe a considerare il grande critico George Steiner. Parole prive di enfasi, perché densità e spessore letterario delle pagine grossmaniane sono evidenti, riconoscibili senza esitazione come lo è l’arte quando muove da necessità ed è dominata e veicolata secondo i più puri dettami del talento. Se possibile più ancora che in <em>Vita e destino</em>, qui, in<em> Stalingrado</em> (che Vasilij Grossman aveva pubblicato a puntate sulla rivista “Novyj Mir” nel 1952 con il titolo <em>Za pravoe delo</em>, (<em>Per una giusta causa</em>) ), straordinaria è la tecnica romanzesca che contraddistingue lo scrittore. Una tecnica capace di legare le vite dei singoli al corso della Storia. Ogni microcosmo di biografia individuale va a convergere nella sorte collettiva della guerra, quella guerra che “in quel momento era il mare in cui sfociavano tutti i fiumi e da cui tutti i fiumi nascevano”. Perché la Storia, e il saperla leggere, capire, romanzare, significa empatia: osservare un soldato, immaginare cosa stia pensando, individuare in quell’istante, in quei suoi muti pensieri supposti e solo figurati, il punto di svolta di un intero conflitto. E la guerra, oltre a fare da sfondo ad amori, gioie, dolori, allontanamenti, ricongiungimenti tra donne e uomini dai cuori ancora palpitanti e vivi nonostante il fiato della morte sparga ovunque il suo tetro silenzio, la guerra marchia tutto della sua impronta insensata. Mette in risalto ciò che nella vita conta e quel che invece non val nulla, è meschino, di nessun peso. Di nuovo, pare di leggere del nostro presente: per come, tra le righe del suo fluviale racconto, Grossman è sapiente incastonatore di riflessioni, in merito ancora una volta alla guerra. Meditazioni sul male, sul suo perdurare e inesausto distruggere; su quanto ogni guerra, proprio nella sua inutilità, sia un terremoto le cui scosse si assestano seminando un’angoscia che quella anche a sua volta necessita di moltissimo tempo per assestarsi, trovare uno spazio tra il dolore e lo sdegno insopportabili, e quella vita che invece, nella sua febbre, inevitabilmente va avanti, prosegue il suo corso. Sempre e comunque. Fu grande reporter Vasilij Grossman, e la sua penna di giornalista gli impresta la sicurezza necessaria per descrivere, da narratore, le figure di Hitler, Stalin, di gerarchi nazisti e di capi di battaglioni e di armate sovietici. “Chi compie crimini contro l’umanità è un criminale, e non smette di esserlo perché la storia serba memoria di quanto ha commesso: sono le sue devastazioni che i secoli ricorderanno. Non sono eroi: sono carnefici e sono farabutti. Sono figli di forze oscure e cieche”. La grande letteratura ha tra le sue capacità questa, spiazzante: sbalzarci dal passato e presente come non fosse trascorso nemmeno un giorno. Lo fece in <em>Guerra e Pace</em> il Tolstoj narratore da Grossman amatissimo, che anzi fa capolino, lui e la sua dimora di Jasnaja Poljana, nelle pagine di <em>Stalingrado</em> E nel mentre racconta di un mondo in fiamme, dove ogni valore umano pare bruciare tra le lingue di fuoco di una gigantesca pira assurda, sconsiderata, con la forza d’impianto del suo romanzo Vasilij Grossman nondimeno celebra la vita, non smette di celebrarla. Accadeva in Tolstoj, accadeva in <em>Vita e destino</em>, accade in modo emozionante in <em>Stalingrado</em>. Fiume copioso di un lungo racconto nel cui letto, accanto alla città assediata e distrutta, giacciono come rivoli storie di individui vivi e dai cuori pulsanti nonostante la morte muova e sbatta le sue grandi ali sopra le loro teste, sopra i loro destini, sopra le loro salvezze, e i loro riscatti mancati, cosi tante (troppe) volte sino alla morte.</p>
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		<title>La storia degli altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 06:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d&#8217;Israele e il popolo Palestinese non avrà fine finché gli scolari israeliani impareranno a scuola che i palestinesi sono brutti e cattivi e reciprocamente gli scolari palestinesi impareranno a scuola che gli israeliani sono brutti e cattivi. Dovrei dire &#8220;a scuola e in famiglia&#8221;, naturalmente, ma già se a scuola sentissero una storia diversa qualcosa cambierebbe. Con questo tema inizia questa breve intervista, pubblicata sul numero di giugno 2009 di <em>Peace Reporter</em>, la rivista di <em>Emergency</em>. La cartina sottostante l&#8217;ho copiata io da <a href="http://storiadiierioggidomani.blogspot.com/">questo</a> sito. <em>a.s.</em>]</p>
<p>di <strong>Christian Elia</strong><br />
<figure id="attachment_19403" aria-describedby="caption-attachment-19403" style="width: 536px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/cartina-palestina_israele.jpg" alt="perdita progressiva di territorio palestinese dal 1948 al 2000." title="cartina-palestina_israele" width="536" height="509" class="size-full wp-image-19403" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/cartina-palestina_israele.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/cartina-palestina_israele-300x284.jpg 300w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /><figcaption id="caption-attachment-19403" class="wp-caption-text">perdita progressiva di territorio palestinese dal 1948 al 2000.</figcaption></figure></p>
<p><strong>Ilan Pappé</strong> è uno storico israeliano che insegna all&#8217;Università di Exeter, in Inghilterra. Insegnava a Haifa, ma non gli è stato rinnovato il contratto. I suoi libri, in particolare <em>La pulizia etnica in Palestina</em> del 2007 edito in Italia da Fazi, hanno suscitato tante polemiche. Viene ritenuto il principale esponente dei cosiddetti <em>nuovi storici</em>, impegnati nel riesame della storia israeliana e del conflitto palestinese.</p>
<p><em>Lei ha dichiarato di essersi imbattuto nella questione palestinese solo quando si è recato a Oxford per il dottorato. Quale storia studiano i ragazzi in Israele?<br />
</em></p>
<p>Tanti israeliani sono stati istruiti a pensare che i palestinesi hanno abbandonato volontariamente le loro terre nel 1948 e che all&#8217;epoca il governo israeliano ha fatto di tutto per convincerli a restare. Nella storiografia ufficiale passa una tragica farsa: Israele è nato su una terra che non era di nessuno prima. Ma allora come si spiega la vulgata che invitava i palestinesi a restare? In questa versione Israele non ha alcuna responsabilità storica e politica. I giovani israeliani vengono istruiti a pensare che oggi come nel 1948 combattono un nemico barbaro. Non gli vengono dati gli strumenti per capire per quale motivo un palestinese si fa esplodere,<span id="more-19400"></span> perché l&#8217;Olp combatteva Israele o perché Hamas lancia i razzi Qassam. Senza un&#8217;analisi dei fatti, tutto quello che accade viene percepito dai giovani israeliani come una gratuita aggressione, si sentono odiati solo per il fatto di essere ebrei.</p>
<p><em>Il risultato delle ultime elezioni ha premiato Avigdor Lieberman, in odore di xenofobia verso gli arabi israeliani. Ritiene che si corra il rischio di una nuova pulizia etnica?<br />
</em></p>
<p>Dopo il 1948 i palestinesi sono stati dispersi: Cisgiordania, Gaza, dentro Israele e i campi profughi. Il problema demografico resta una priorità strategica assoluta per Israele. Per Gaza e Cisgiordania la soluzione è sotto gli occhi di tutti: creare delle grandi prigioni dove rinchiudere i palestinesi con la forza. Rimane da decidere cosa fare dei palestinesi in Israele. Su questo tema Lieberman ha costruito la sua popolarità e la maggior parte degli israeliani è stata convinta a guardare ai cittadini arabi con sospetto. L&#8217;unica soluzione possibile è una pulizia etnica. Avverrà in maniera graduale ed è una politica che è già iniziata. Il governo chiede agli arabi israeliani attestazioni di fedeltà, gli impone limitazioni economiche e commerciali, mette in discussione la loro cittadinanza.<br />
Si creano le circostanze che ti spingono ad andare via. Questa è la strategia dell&#8217;attuale governo verso gli arabi israeliani. Bisogna&#8217; vigilare con la massima attenzione.</p>
<p><em>In passato ha dichiarato che il memoriale dell&#8217;Olocausto è costruito sulle. macerie di un villaggio palestinese. Ritiene che l&#8217;orrore della </em><em>Shoah</em> venga strumentalizzato?</p>
<p>La memoria dell&#8217;Olocausto, per il governo d&#8217;Israele, è importante per giustificare la sua politica néi confronti dei palestinesi. Nel nome della memoria dell&#8217;Olocausto si dice al mondo di tacere. E&#8217; come uno scudo tattico contro qualsiasi critica. I palestinesi vengono dipinti come i nuovi nazisti, un pericolo per la sopravvivenza d&#8217;Israele. Rispetto alla percezione e alla strumentalizzazione della Shoah va fatto poi un discorso a parte per gli Stati Uniti e l&#8217;Europa. In particolare nel Vecchio Continente, è come se l&#8217;Olocausto avesse generato un&#8217;apertura di credito illimitata. Ogni personaggio politico deve ribadire di non essere antisemita, per lavare la coscienza sporca, rispetto a quello che è successo agli ebrei. Ecco, verso Ue e Usa la manipolazione consiste nel far passare il messaggio che quello che è accaduto allora e quello che accade oggi siano fenomeni collegati.</p>
<p><em>Tanti intellettuali israeliani, negli ultimi anni, hanno mutato punto di vista sul conflitto. Non è più di moda criticare la politica dello Stato d&#8217;Israele? </em></p>
<p>Personaggi come Grossman e Oz finiscono per rappresentare un pericolo maggiore per i palestinesi degli stessi Netanhyau e Lieberman. Rappresentano un sionismo rassicurante. Sono gli esponenti di un sionismo tattico, che punta a raccontare una realtà particolare, fatta di convivenza e condivisione, un sionismo che fa cominciare tutti i problemi con l&#8217;occupazione del 1967. Questa visione rimuove il problema principale, il sionismo ideologico, che ha generato il sistema vigente di apartheid. Il problema d&#8217;Israele è l&#8217;ideologia stessa che è alla base della sua nascita. Un&#8217;ideologia etnica, che vuole un Paese solo di ebrei.</p>
<p><em>Non crede che la sua posizione sul boicottaggio accademico sia rischiosa? Ci sono tanti intellettuali israeliani nell&#8217;ambiente universitario che rappresentano voci critiche.<br />
Perché non ha boicottato anche quest&#8217;edizione dedicata all&#8217;Egitto,che molti ritengono complice d&#8217;Israele rispetto all&#8217;ultimo conflitto a Gaza?</em></p>
<p>Il mondo accademico israeliano è parte del sistema di occupazione. Il boicottaggio vuole essere uno stimolo per questi intellettuali, non una chiusura verso di loro. L&#8217;idea è quella di fare in modo che il boicottaggio spinga queste persone a ribellarsi, non è un modo per isolarli. Non penso che il boicottaggio accademico sia la soluzione a tutti i mali, ma credo che possa essere una spinta anche per i personaggi critici, invitandoli a prendere posizioni più nette contro l&#8217;occupazione. Per quel che riguarda l&#8217;Egitto, nessuno lo ritiene una democrazia. Tanti, invece, sono convinti che Israele lo sia. I presupposti, come vede, sono completamente differenti dall&#8217;edizione dello scorso anno. Il boicottaggio della Fiera era un segnale, per promuovere una riflessione sull&#8217;occupazione e la democrazia.</p>
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