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	<title>guerra civile &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ineguaglianza sociale, razzismo, neofascismo: sui fatti di Tor Sapienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2014 13:00:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese .1. “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell&#8217;abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.” Così recita un passo del Vangelo di San Matteo. Nella sociologia statunitense si parla di Matthew effect, per designare quella legge sociale, verificata nell’ambito della ricerca scientifica o dell’apprendimento, per cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span><strong>1.</strong><br />
“Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell&#8217;abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.” Così recita un passo del Vangelo di San Matteo. Nella sociologia statunitense si parla di <em>Matthew effect</em>, per designare quella legge sociale, verificata nell’ambito della ricerca scientifica o dell’apprendimento, per cui chi parte con un vantaggio non farà che cumularlo rispetto a dei soggetti concorrenti, che muovono invece da una posizione iniziale di svantaggio. <span id="more-49747"></span>Sociologi marxisti come <strong>Immanuel Wallerstein</strong> hanno mostrato la pertinenza dell’effetto di San Matteo anche nel campo della ripartizione delle ricchezze, ossia la tendenza, nelle società capitalistiche, a una polarizzazione accresciuta tra ricchi e poveri, sia all’interno di una stessa nazione, sia nel sistema dell’economia-mondo, in virtù dello scambio ineguale tra Nord e Sud del pianeta. Non è difficile applicare questo paradigma alle condizioni di vita di una popolazione metropolitana, come il caso di <strong>Tor Sapienza</strong> illustra.</p>
<p>Se avete un quartiere periferico, dove si concentra l’edilizia popolare, allora avrete anche uno scarso collegamento, da parte dei trasporti pubblici, con il centro della capitale. E questo non accresce l’insediamento e la prosperità dei commerci di quartiere, ma al contrario la desertifica. Se i palazzoni popolari pongono non semplici problemi di gestione degli spazi comuni, allora ci sarà anche una diminuzione della qualità del servizio raccolta rifiuti, e un territorio poco curato e sporco non sollecita nessuna cura e attenzione individuale. Dove c’è sporco sarà ancora più sporco. Se la popolazione del quartiere è tagliata fuori da un collegamento facile con il centro città, anche saranno assenti quelle forze dell’ordine che vegliano quotidianamente, invece, sui quartieri più ricchi, e di conseguenza, nel quartiere povero, l’illuminazione sarà scarsa, alimentando così sentimenti d’insicurezza e favorendo l’eventuale radicamento di fenomeni di micro-criminalità. Un quartiere scollegato, sporco, non frequentato dalle forze di polizia, poco illuminato, in cui già vi è una concentrazione di ceti popolari, con relativi disagi dati dalla scarsità di risorse economiche e culturali, funziona da magnete per tutti quei gruppi sociali marginali, che hanno bisogno, per sopravvivere, d’insediarsi in zone invisibili e abbandonate dall’autorità. E avremo, allora, nelle pieghe dei palazzoni popolari, gli insediamenti abusivi, e negli spazi comuni o abbandonati la prostituzione. Poiché, sull’onda neoliberista, nata negli Stati Uniti, e oggi in via di diffusione in Europa, <a href="http://www.deriveapprodi.org/2006/10/punire-i-poveri/">lo Stato sociale si è trasformato in uno Stato penale</a> , dove i poveri vanno non aiutati ma puniti, allora i più poveri, invece di cercare appoggi presso lo Stato, rifuggono dalle sue maglie, e si concentrano laddove esso è più assente, ossia là dove già esistono altri poveri. Ad accentuare la condizione di ghetto, la costruzione ad anello degli edifici, che sono serviti dall’unico accesso viario di Viale Morandi. Su di un terreno sociale e urbano di questo tipo, gli interventi più visibili dell’istituzione sono l’insediamento di uno Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e un Centro di prima accoglienza per minori. A ciò va aggiunta, poco lontano, la presenza di un campo nomadi (via Salviati).</p>
<p>Di fronte a un tale scenario, è del tutto comprensibile che i residenti del quartiere dicano: perché lo Sprar e il Centro di accoglienza non li piazzate nei quartieri del centro? E perché da noi non avviate un progetto di riqualificazione urbana, ossia non investite dei soldi per migliorare le nostre condizioni di vita? Ciò che risulta, invece, incomprensibile, è perché, muovendo da tali premesse, gruppi di residenti abbiano deciso che la responsabilità del cumulo di svantaggi sociali che il loro quartiere totalizza sia attribuibile a dei rifugiati stranieri, e non si capisce, quindi, perché invece di organizzare manifestazioni davanti al comune, indirizzate ai responsabili politici dell’amministrazione della città, essi si siano diretti contro il Centro di accoglienza con l’intenzione di spopolarlo con la violenza fisica e scandendo slogan razzisti.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
I fatti di Tor Sapienza hanno scoperchiato un inferno urbano e sociale. L’inferno delle condizioni di vita degli abitanti che vivono in quel quartiere popolare e periferico di Roma, l’inferno delle reazioni violente e razziste che quelle condizioni hanno in parte alimentato, l’inferno della strategia d’intervento neofascista su quei territori e su quelle situazioni di sofferenza e rabbia. Uno scenario in grado di pietrificare chiunque. Ma la stupefazione raggelata non è utile a nessuno. Eppure, anche sulla stampa che una volta si sarebbe detta progressista, e che oggi è sempre più <em>cautamente</em> progressista, ho notato un generale agnosticismo, una tendenza a sospendere il giudizio, di fronte all’inquietante intreccio di questioni sollevate dai fatti di Tor Sapienza. Anche se poi, più che prudente scetticismo, abbiamo a che fare con un consapevole e preventivo diniego: l’editoriale dell’ultimo numero dell’&#8221;Espresso&#8221; a firma di <strong>Luigi Vicinanza</strong> s’intitola “Attenti a chiamarlo razzismo”. Nello stesso numero, anche il sociologo <strong>Marzio Barbagli</strong>, nell’intervista che ha concesso al settimanale, ci tiene a precisare: “Gli italiani non sono razzisti. Dai dati che abbiamo raccolto sappiamo che la maggioranza è favorevole a regole più semplici per fare ottenere la cittadinanza agli immigrati”. Sul blog dell’“Espresso”, già il 12 novembre, un altro opinionista, <strong>Alessandro Gilioli</strong>, si era mostrato particolarmente scrupoloso nell’intervenire a caldo su un contesto da lui poco conosciuto, e aveva scritto: “Anche se forse qualcuno se ne stupirà, non è nelle intenzioni di questo post prendere le difese degli uni o degli altri, né al momento accusare i primi di razzismo: non conosco infatti le condizioni sociologiche in cui si vive in via Giorgio Morandi, e mi rifiuto di emettere giudizi su cose che al momento apprendo solo per superficiali letture”. Magnifiche parole, che vorremmo leggere in esergo al 90% degli editoriali che ogni giorni si stampano a milioni di esemplari. Strano, però, che il così tanto consapevole Gilioli sospenda il giudizio sul “razzismo”, per titolare disinvoltamente il suo pezzo <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/11/12/prove-di-guerra-civile/?ref=HEF_RULLO">“Prove di guerra civile”</a>. Tutti si sono premurati di catalogare l’assalto armato al Centro per rifugiati di Viale Morandi come un episodio della guerra tra poveri, sperando in questo modo di esorcizzare il fantasma del razzismo. Il problema è che, molto spesso, ciò che trasforma una guerra tra poveri e ricchi – un episodio della lotta di classe – in una semplice guerra tra poveri è proprio una visione razzista della società. Quindi nei fatti di Tor Sapienza il razzismo è un elemento centrale, e che varrebbe la pena di analizzare e non semplicemente in un’ottica morale, bensì politica. Ripetere che, se la gente grida “negri maiali” o “negri di merda”, e aggiunge “bruciamoli”, ciò non ha niente a che vedere con il colore della pelle, ma con il disagio sociale, significa dimenticare che anche i pogrom, storicamente, sono stati favoriti da forme di disagio sociale. Cito da “<a href="http://www.ushmm.org/wlc/it/article.php?ModuleId=10005183">L’Enciclopedia dell’Olocausto</a>”: “In Germania e nell&#8217;Europa dell&#8217;est, durante il periodo dell&#8217;Olocausto, così come già durante l&#8217;epoca zarista, al tradizionale risentimento verso gli Ebrei dovuto all&#8217;antisemitismo religioso, si aggiunsero ragioni economiche, sociali e politiche che vennero usate come pretesto per i pogrom”. Oggi non credo che nessuno, salvo qualche audace revisionista, si permetterebbe di dire che l’antisemitismo è un aspetto non pertinente nell’analisi dei pogrom.</p>
<p>Non solo il razzismo è un elemento centrale nella vicenda di Tor Sapienza, ma lo è in stretta relazione con l’intervento neofascista, che ha giocato senz’altro un ruolo nell’orientamento “razzista” imboccato dalla protesta. La questione non è quindi riducibile a una semplice aggressione razzista inconsulta. Proprio il carattere razzista di quella reazione è la spia di un probabile lavoro a monte, che non sarà stato determinante in assoluto, ma che è un fattore importante da considerare, soprattutto per il futuro. In anni come questi, di crescente polarizzazione sociale, i minoritari neofascisti hanno mostrato più volte di sapere trasformare il disagio diffuso e un retroterra culturale fragile e permeato da stereotipi razzisti in un tipo di azione collettiva, che essi sono in grado di nutrire di contenuti e di coordinare nella sua realizzazione violenta.</p>
<p><strong>3.</strong><br />
Riporto qui un passo di <strong>Furio Jesi</strong> sul razzismo, che faceva parte di uno studio mai completato. Il brano è tratto dal primo capitolo intitolato <em>Lo sporco selvaggio</em> e incluso in <em>Cultura di destra</em> apparso per Nottetempo nel 2011. Jesi propone due esempi di razzismo, che nel caso specifico si traducono nell’associare “sporcizia” e “diverso”. Nel primo esempio, una signora torinese parla della sporcizia che i meridionali portano nei quartieri popolari, che un tempo abitavano i torinesi poveri, però con decoro e pulizia. L’altro riguarda <strong>Edmondo De Amicis</strong>, che vede una “sporcizia” inevitabile ma sana, nel povero laborioso, e una “sporcizia” disgustosa e connessa alle origini etniche, che s’incontra nel quartiere ebreo di Amsterdam. Scrive Jesi:</p>
<p>“La sporcizia degli ebrei poveri di Amsterdam ripugna a De Amicis perché non è dovuta al lavoro. Altrettanto si può dire dell’autrice della lettera alla &#8220;Stampa&#8221;: la sporcizia degli immigrati meridionali poveri e delle loro case non è dovuta al lavoro. Nell’uno e nell’altro caso, la sporcizia è dovuta alla miseria che l’ordinamento della società impone a quei poveri. Ma tanto De Amicis quanto l’autrice della lettera si rifiutano di indagare le vere cause di quella sporcizia, e dimostrano così di non volere rivolgere accuse contro ordinamenti della società che evidentemente sono per loro giusti e graditi. L’unico modo di evitare di accusare l’ordinamento sociale e di riconoscergli la responsabilità di quella sporcizia consiste nell’adottare convinzioni razziste e dichiarare: quella gente, gli ebrei poveri di Amsterdam e gli immigrati meridionali e poveri di Torino, è sporca perché per “razza”, per “sangue”, non possiede il senso della pulizia; ed è misera perché per “razza”, per “sangue”, non ha voglia di dedicarsi al lavoro (…).”</p>
<p>Ho citato Jesi qui per due motivi. Uno per mostrare come il “razzismo” sia un discorso “magico”, perfettamente autoreferenziale, che scivola sulla varietà delle circostanze storiche come un liquido su di una superficie impermeabile. Gli aspetti odiosi che il razzista attribuisce fatalmente a delle razze o a delle culture di popolazioni determinate si ripetono come una litania uguale a se stessa nel corso del tempo e nel mutare dei luoghi e dei contesti. “Sporco” è stato l’ebreo in Europa, è stato il meridionale a Torino, è il rifugiato d’origine asiatica o africana a Tor Sapienza. Il discorso razzista – e qui vengo al secondo motivo della citazione – funge quindi da schermo opaco nei confronti della realtà sociale e storica, annichilisce ogni determinazione e nella sua plasticità infinita si presta, invece, ad ogni abuso. Il discorso razzista è sempre vero, perché non esige prove, ragionamenti, analisi. Esso quindi offre un’immediata e sempre identica soluzione, ancor prima che si siano analizzati i termini sociali del problema che viene posto. La soluzione alla sofferenza sociale di Tor Sapienza è l’allontanamento dei rifugiati stranieri perché essi sono portatori di “sporcizia”, di “violenza sessuale sulle donne”, di “ladreria”. La sofferenza sociale non nasce, quindi, nel cuore del nostro sistema sociale, all’ombra delle istituzioni statali rispetto a cui, dalla nascita e alla morte, siamo quotidianamente confrontati. La sofferenza è causata da un piccolo gruppo di “dannati della terra”, alcuni minorenni, spesso di origini geografiche diverse, in fuga da guerre e persecuzioni, isolati in un paese che non conoscono. Questo gruppo di persone, catapultati dalle istituzioni italiane in un edificio di periferia, diventano d’un tratto il motore di tutte le ineguaglianze sociali. Non c’è bisogno più che l’analisi risalga la catena delle responsabilità, che si individuino i multiformi nemici di un sistema sociale, e che si debba così far fronte alla lucida considerazione di un’inesistente soluzione magica e istantanea, tutta concentrata in uno sfogo di violenza indiscriminata.</p>
<p>Leggo in una <a href="http://hurriya.noblogs.org/post/2014/11/14/roma-corrispondenza-da-tor-sapienza/">testimonianza importante</a> , pubblicata sul sito <em>Hurriya</em>, queste righe: “Parlando della famosa guerra tra poveri [con i residenti del quartiere], abbiamo chiesto come si potesse prendersela con dei ragazzini e non con i veri responsabili del disagio che non sono certo difficili da individuare. Qualcuno ci ha risposto – parole letterali – che il centro è solo un capro espiatorio, insomma il posto giusto per fare casino, attirare l’attenzione, farsi dare qualcosa e probabilmente, aggiungiamo noi, fare un piacere a qualcuno che poi si ricorderà”.</p>
<p>Emerge qui una ancora diversa ipotesi. Il discorso razzista sarebbe usato in modo consapevolmente strumentale, sarebbe un discorso fatto senza crederci. Passiamo qui dall’uso incantatorio, obnubilante, del discorso razzista, al suo uso cinico e deliberato: attacco chi è vulnerabile e <em>innocente</em>, <em>sapendo</em> che è innocente, per ricattare chi è responsabile e chi è forte. Siamo qui nei dintorni della guerra asimmetrica, che ben conosciamo attraverso tutte le forme storiche e contemporanee di terrorismo. Faccio saltare in aria dei civili, per colpire i vertici politici e militari dell’esercito che non posso affrontare sul campo.</p>
<p>Per parte mia, non ho minimamente la pretesa di imporre una lettura definitiva di questi eventi. E questo non perché credo che sia <em>impossibile</em> parlare di questi eventi se non siano stati <em>vissuti direttamente</em>. Credo che, con un minimo lavoro di incrocio delle fonti, alcune linee di forza si disegnino all’interno di eventi sociali come quello di Tor Sapienza, pur nella lacunosità delle testimonianze e nell’ambiguità semantica connaturata a tali dinamiche sociali. Mi sembra, però, ancora una volta, che il razzismo, come discorso circolante, non come vizio caratteriale delle persone, sia uno dei fattori determinanti degli accadimenti, un fattore la cui portata resta da analizzare e comprendere, ma che negare con disinvoltura e in apertura di analisi mi sembra assurdo e irresponsabile.</p>
<p>Il discorso razzista è sempre disponibile. Nel ventennio berlusconiano, questo discorso in Italia è stato diffuso, nutrito, ribadito dalla destra al potere, con la Lega nel ruolo di centro propagandistico, e ha avuto mille sponde in diverse realtà politiche, sociali e culturali. Il grado di razzismo degli italiani dipende, secondo le circostanze, dalla loro disponibilità a fare uso di questo discorso, <em>a crederci</em>, nel momento in cui forze politiche, come i neofascisti a Roma, glielo scodellano sul piatto. Le istituzioni, quanto gli organi d’informazione, hanno poi una responsabilità enorme nel permettere e favorire la costituzione di <em>discorsi alternativi</em>, costruiti attraverso pratiche associative e militanti, o attraverso saperi e analisi, capaci di far presa sulla complessità del reale. L’ondata neoliberista, però, che condiziona tutti i piani alti delle istituzioni oggi in Europa, predica di abbandonare non solo economicamente gli strati sociali più deboli, ma invita anche a ridurre la circolazione di strumenti culturali che possano essere utili nell’analisi critica della realtà. La cultura serve a chi già ce l’ha, e gli serve quindi come strumento per incrementare quei privilegi sociali che già possiede. A chi quei privilegi sociali non ha, verranno tolti e delegittimati anche tutti gli strumenti di conflitto e d&#8217;emancipazione che più di un secolo di lotte sociali e operaie hanno sedimentato. Secondo la legge di San Matteo, a chi non ha prospettive e vocabolario politico per difendersi, verrà reso disponibile il magico e inefficace discorso razzista, e per chi ha più stomaco la pratica del linciaggio.</p>
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		<title>La dichiarazione di guerra civile di Berlusconi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 13:10:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Forse non andrà  in porto l’ultimo progetto berlusconiano, ché le problematiche giuridiche rischiano di affossarlo in corso d’opera, ma di certo è un segno preciso della ridotta in cui il Cav. si trova, e dell’azzardo che è costretto a tentare per uscirne e spiazzare il “nemico”. Chiamare il post-Pdl “Italia” è nient’altro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/italia-berlusconi1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-37786" title="italia-berlusconi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/italia-berlusconi1.jpg" alt="" /></a></div>
<p><div>di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
</p>
<p><div>Forse non andrà  in porto l’ultimo progetto berlusconiano, ché le problematiche giuridiche rischiano di affossarlo in corso d’opera, ma di certo è un segno preciso della ridotta in cui il Cav. si trova, e dell’azzardo che è costretto a tentare per uscirne e spiazzare il “nemico”. Chiamare il post-Pdl “Italia” è nient’altro che una vera e propria dichiarazione di guerra civile. Non sembri eccessiva e iperbolica questa affermazione. E’ lo stato dei fatti di un partito-azienda che ha provato a farsi Stato che adesso si trova alle strette, esposto al rischio mortale di perdere quel dominio, e che dunque gioca l’ultima carta, l’estrema risorsa dei bari di professione. “Italia”, dunque: la parte per il tutto, il tutto per la parte. Un’identificazione assoluta, un corpo mistico senza resti, una sineddoche che non ammette repliche. Chi si oppone all’”Italia” si oppone all’Italia. E’ una mossa retorica astuta, che costringe gli avversari ad accettare le regole del gioco, il <em>frame </em>stabilito da lui. I suoi avversari si muoveranno in un classico doppio legame bello e buono, per una semplice questione di virgolette (il metalinguaggio che si confonde con il linguaggio oggetto, si direbbe in linguistica): e il doppio legame paralizza l’interlocutore.<span id="more-37783"></span></div>
<div id="_mcePaste">Non è da ora che Berlusconi accusa i suoi avversari di essere anti-italiani (e, ricordiamolo, con l’approvazione saltuaria di un D’Alema, che dichiarò: “C’è un anti-berlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano”). E’ solo retorica, ovviamente, visto che in questo Paese non c’è stata alcuna costruzione reale di un’identità nazionale, non si è articolata una memoria che, sola, possa fondarla: anzi, l’antifascismo, che è stato minimo comun denominatore del patto costituzionale, è stato picconato per vent’anni. Sullo sfondo di questo collasso identitario, “Italia” risulta essere il punto terminale di un processo di svuotamento comunitario, e di riduzione a mero “logo” del nome della nazione, che l’azienda berlusconiana usa, letteralmente, come carta di credito.</div>
<div id="_mcePaste">Ma occorre andare più indietro nel tempo. Questa mossa retorica astuta è nient’altro che il compimento di una tradizione ben precisa (e in questo senso, come è stato detto, “autobiografia della nazione”): l’esclusione dalla “cittadinanza” di chi si oppone al Capo, il “bando” dalla comunità imposto a chi non si adegua alla voce che si autodichiara come portatrice degli interessi nazionali. Ciò che storicamente ha fatto il fascismo, di cui, con questa mossa estrema, Berlusconi si mostra il più autentico erede. Chi si oppone è un “bandito”, come appunto erano i resistenti partigiani. I quali, pure, rivendicavano a sé il nome di “patrioti”. Questo è il paradigma della guerra civile, come ha esemplarmente mostrato Claudio Pavone. E’ guerra civile quando si avoca a sé la piena rappresentatività della comunità nazionale e si disconosce la legittima cittadinanza dell’altro in quanto anti-nazionale. Berlusconi dichiara la guerra civile come estrema difesa del suo potere minacciato mai come adesso. Rilancia con tutte le fiches che ha in mano per uscire dall’angolo. E’ del resto questo il progetto enunciato dal pasdaran Sallusti nella terrificante intervista concessa a Luca Telese qualche tempo fa, quando diceva, dopo aver ricordato che nella sua famiglia nel 1945 “aveva già dato”: “Loro non vogliono solo il 25 aprile. Vogliono Piazzale Loreto, la pelle di Berlusconi. Ma se vogliono questo, noi non possiamo che fare la guerra, con le armi in pugno”.</div>
<div id="_mcePaste">Se allora questa è una dichiarazione di guerra civile, si tratta di esserne all’altezza. E saper proporre, come fecero i resistenti, un orizzonte che sia tutt’altro da questo: un’altra narrazione, ma anche altre “cose”. Difendere Marchionne, e la sua visione totalitaria dell’<em>azienda Italia</em>, per dirne una, è decisamente perdente.</div>
<div><em>[pubblicato sul </em>manifesto<em>, 13/1/2011]</em></div></p>
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		<title>De la guerre civile (On civil war)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 07:08:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[jean michel espitallier]]></category>
		<category><![CDATA[Le théorème d’Espitallier]]></category>
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					<description><![CDATA[De la guerre civile (On civil war) Talkie-Walkie Video di Nicolas Barrié, su un testo di Jean-Michel Espitallier da Le théorème d’Espitallier, Flammarion, 2003.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Verdana; color: #999999; font-size: x-small;"><br />
<a style="font: Verdana;" href="http://www.myspace.com/video/vid/4498467">De la guerre civile (On civil war)</a><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425px" height="360px" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://mediaservices.myspace.com/services/media/embed.aspx/m=4498467,t=1,mt=video" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object><br />
<a style="font: Verdana;" href="http://www.myspace.com/138120085">Talkie-Walkie</a></span></p>
<p><em>Video di Nicolas Barrié, su un testo di Jean-Michel Espitallier da Le théorème d’Espitallier, Flammarion, 2003.</em></p>
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		<title>Danilo De Marco: R/ESISTENZE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 08:00:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[testo di Erri De Luca il partigiano &#8220;Cid&#8221; la partigiana &#8220;Dorica&#8221; I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli. Allora fu giusto, per riscattare il nome del loro paese, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-30525" title="Cid VISO 002 copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4-237x300.jpg 237w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg 554w" sizes="(max-width: 237px) 100vw, 237px" /></a> il partigiano &#8220;Cid&#8221;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-30748" title="VISO-030-copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia-229x300.jpg 229w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg 382w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" /></a> la partigiana &#8220;Dorica&#8221;</p>
<p><span id="more-30500"></span></p>
<p>I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli. Allora fu giusto, per riscattare il nome del loro paese, che una minoranza di italiani prendesse le armi contro gli occupanti tedeschi e gli altri italiani al loro servizio. Fu giusta la guerra civile, l’attacco di una minoranza  in inferiorità numerica contro un esercito ben addestrato che reagiva con rappresaglie e stragi di inermi. Il Millenovecento è stato un secolo specializzato in sterminio di indifesi, più che di soldati.<br />
Allora è stata giusta la guerra secondaria combattuta nell’aspro dei monti, nella clandestinità urbana. Quella lotta armata non poteva decidere la sorte di quell’urto mondiale tra eserciti, ma poteva contribuire alla sconfitta dei fascismi e al buon nome di un popolo nuovo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-30747" title="VISO-029-copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1-229x300.jpg 229w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1.jpg 383w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" /></a> il partigiano &#8220;Cino da Monte&#8221;</p>
<p>Solo in Jugoslavia la guerra partigiana riusci da sola a vincere contro nazisti e fascisti, senza intervento di russi e di americani. Da noi la lotta armata partigiana fu guerra secondaria, perciò più amara, più dura da combattere davanti all’evidenza che i fascismi alla fine del ’43 erano in rotta e il loro crollo solo questione di tempo. Quei nostri partigiani, quella spicciola minoranza di popolo agì lo stesso per guadagnarsi il dopoguerra della dignità. Quella minoranza si procurò il rispetto, poi l’affetto di una maggioranza che stava a guardare alla finestra, aspettando la fine della guerra. Solo anni più tardi quella maggioranza si mise a celebrare la lotta partigiana. L’Italia di quel primo dopoguerra credeva ancora nella monarchia, nella più sbracata famiglia di regnanti in fuga di tutta la storia moderna d’Europa. E ci volle un referendum a conteggio assistito, incoraggiato, per dichiarare l’Italia una Repubblica.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-30750" title="Walchiria T copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia-222x300.jpg 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia.jpg 367w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" /></a> la partigiana &#8220;Walchiria&#8221;</p>
<p>L’Italia del dopoguerra mise in soffitta le donne e gli uomini che l’avevano liberata a mano armata. E oggi queste sono le ultime facce, l’ultima stesura di una gioventù coraggiosa che fece la cosa giusta al prezzo più alto.<br />
Lasciano un buon nome, di quelli da nominare a una tavola alzandosi in piedi e toccando bicchieri alla loro salute.</p>
<h5>(tratto da: <em>CID il Partigiano</em>, ed. Circolo culturale Menocchio, 2009)</h5>
<address style="text-align: center;"> </address>
<address style="text-align: center;">***<br />
</address>
<address> </address>
<address>Ed ecco nei due testi che seguono come il fotografo Danilo De Marco descrive &#8211; in questa nostra epoca di revisionismi &#8211; il suo progetto (non ancora concluso) R/ESISTENZE:</address>
<p><em>&#8220;Ho raccolto in questi anni i volti dei partigiani italiani, &#8220;francesi&#8221; (armeni, ebrei, polacchi, tedeschi), greci, austriaci&#8230;: i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti a mio avviso che ci riguardano e ci concernono. L’inquadratura ripetitiva e chiusa, come si usa con le foto segnaletiche dei delinquenti, dei banditi, tutta concentrata sul volto: meglio ancora sugli occhi. </em><br />
<em>Gli occhi, unico punto di messa a fuoco, unico centro rimasto, forse, di un tempo salvato. </em><br />
<em>Ma la memoria sembra scivolare, scappare da quegli occhi sui piani del volto che via via si sfuocano, e lo spazio, quello spazio della vita per cui avevano combattuto, cancellato. </em><br />
<em>Con la perdita della memoria rischiamo di perdere la continuità di significato e giudizio.&#8221; </em><br />
<em> </em></p>
<p><em> </em><em>&#8220;Qui, dove?<br />
Resistere a chi e a che cosa?</em><br />
<em></em><em>E chi dà nome a ciò che le persone scelgono di essere, quando rifiutano il conformismo e lo stato di fatto (partigiani o banditi, resistenti o terroristi, patrioti o criminali)? Chi definisce, dove sta il confine, chi lo fissa e difende, come muta?<br />
Dal 2004 attraverso le strade d’Europa cerco queste persone: cerco i volti<br />
di quelli che hanno accettato di rimettersi in “gioco” in questa doppia sfida della memoria e del tempo.<br />
Ecco qui allora i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti che ci riguardano e ci concernono.&#8221;</em></p>
<p><em></em><em> </em><em>Danilo De Marco</em></p>
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		<title>Sangue d&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 12:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[linnio accorroni]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Linnio Accorroni Sono sostanzialmente due, nell&#8217;Italia contemporanea, le maniere con le quali si affronta la storia: una è quella basata sulla serietà di uno scrupoloso approccio epistemologico, sulla padronanza di alcune necessarie tecniche di lavoro e sul rispetto di una severa deontologia professionale. Questa prima maniera è quella a cui si attengono personalità di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p>Sono sostanzialmente due, nell&#8217;Italia contemporanea, le maniere con le quali si affronta la storia: una è quella basata sulla serietà di uno scrupoloso approccio epistemologico, sulla padronanza di alcune necessarie tecniche di lavoro e sul rispetto di una severa deontologia professionale. Questa prima maniera è quella a cui si attengono personalità di indiscusso rilievo scientifico, quali, per esempio,<strong> Sergio Luzzatto</strong>, docente di Storia Moderna all&#8217;università di Torino, studioso della rivoluzione francese e del &#8216;900 italiano ed autore di opere recenti che hanno suscitato polemiche e discussioni piuttosto accese quali <em>Il corpo del duce</em> (1998), <em>La crisi dell&#8217;antifascismo</em> ( 2004) ed il recente <em>Padre Pio. Miracoli e politica nell&#8217;Italia del &#8216;900</em> (2007). Questo <em><strong>Sangue d&#8217;Italia </strong></em><strong>(Manifesto Libri, 2008, pp. 221, € 20,00) </strong> è il suo ultimo prezioso contributo, una silloge di articoli usciti principalmente sul «Corriere della Sera» e che vertono su alcuni snodi cruciali della nostra storia recente: il ventennio fascista, la Resistenza, nella sua accezione di &#8216;guerra civile&#8217;e la complessa eredità che essa ha lasciato all&#8217;Italia postguerra, gli anni di piombo.<span id="more-16718"></span> Tutti fenomeni letti ed analizzati dall&#8217;intellettuale torinese con vis polemica e con ammirevole rigore intellettuale. C&#8217;è, purtroppo, però anche un&#8217;altra &#8216;maniera&#8217; di &#8216;far storia&#8217; che imperversa e furoreggia, pur essendo esattamente agli antipodi rispetto a quella propugnata da Luzzatto: è quella della storia ridotta ad &#8216;effetto cosmetico&#8217; e a intrattenimento popolare/nazionale prodotta per dominare le classifiche dei bestseller, quella ridotta a &#8220;scoop ferragostano da rotocalco popolare&#8221;, la storia-chiacchiera, la storia-favola da talkshow televisivo, capace di trasformare in pettegolezzo e<em> gossip </em>ogni vicenda del passato, più o meno recente. È la storia che trasforma il libro in una specie di inerte succedaneo cartaceo del telecomando; è quella priva di basi documentarie e di consistenza scientifica, che non sa cosa sia un serio lavoro archivistico o documentaristico; è quella che riesce a spacciare gigantesche menzogne per verità <em>à la page</em> grazie alla poderosa campagna di una mistificazione sistematica e replicata nei circuiti della deformazione di massa ( in primis, la tv, ma anche certa stampa molto allineata e ben felice di adeguarsi alla vacuità televisiva). Fu Montanelli, con la fortunata serie della sua &#8220;Storia d&#8217;Italia&#8221;, il primo ad inaugurare questo malsano e deprecabile filone: testi che ingeneravano comunque una qualche specie di familiarità con il passato, costruiti su di un profluvio di curiosità aneddotiche, ma che, in realtà, non riconducevano a nessuna esperienza conoscitiva autentica e rigorosa. Si leggevano quei volumi di pseudostoria e si rimaneva annichiliti dal profluvio di aneddoti e storielle, ma certo non si poteva pensare che quei testi fossero frutto di una seria analisi storiografica. Gervaso, Pansa,Vespa ed altri hanno poi seguito stolidamente seguito le orme di cotanto &#8216;Maestro&#8217;, contribuendo così ad una specie di paradossale miracolo alla rovescia che si reitera con tanta tragica frequenza nella nostra nazione: in un paese che legge poco, c&#8217;è una grande quantità di libri di &#8216;storia&#8217;(?) venduti, ma anche una gigantesca, macroscopica ignoranza della stessa. Luzzatto aborre ovviamente questo tipo di atteggiamento gnoseologico e sostiene, in questa sua opera,così come aveva fatto nelle altre, una &#8216;lettura&#8217; della storia che solo qualche anno sarebbe apparsa come una scontata tautologia e che oggi invece va difesa come una verità rivoluzionaria: la storia è cosa troppo seria per non essere affidata solo agli storici ed agli studiosi, a quelli capaci di un uso documentato delle fonti e degli archivi. È anche per questo che questa avvincente raccolta di interventi appare come un efficace antivirus capace di evidenziare la perniciosa influenza di quelle tabe endemiche e diffusissime che sono il giampaolopansismo e il brunovespismo. Come modello esemplificativo, val la pena ricordare le pagine che Luzzatto dedica alla polemica Vespa-Bentivegna, quando il partigiano di Via Rasella dimostrò, alla luce di prove inoppugnabili, la risibile infondatezza delle accuse vespiane.Oppure si leggano le pagine dedicate alla trilogia antiresistenziale di Pansa in cui si dimostra che l&#8217;ex-articolista dell&#8217;Espresso spaccia per folgoranti &#8216;novità&#8217; questioni di cui la vulgata storiografica più seria ed approfondita si è già a lungo occupata; ma anche le &#8216;provvidenziali&#8217; lacune memoriali di Albertazzi, che, colto da un&#8217;improvvisa <em>damnatio memoriae</em>, dimentica i suoi vergognosi trascorsi di combattente della RSI&#8230; C&#8217;è poi un filo rosso che collega questi articoli ed interventi fra loro, quello costituito dalla presenza centrale e dominante della biopolitica nella storia del &#8216;900. L&#8217;intuizione da cui Luzzatto parte è che c&#8217;è una specie di &#8220;emergenza del corpo come aspetto costitutivo del discorso politico del &#8216;900 e l&#8217;oscillazione del ventesimo secolo fra grandi processi di vita e grandi processi di morte&#8221;. Per questo le pagine più belle ed intense del libro mi paiono proprio quelle incentrate sulla esibizione corporale: il corpo del duce, prima e dopo Piazzale Loreto, quello dei partigiani uccisi ed appesi agli alberi con la scritta &#8216;banditen&#8217;, il corpaccione di Primo Carnera, eroe per forza, quello dei soldati al fronte, di Pasolini, di Moro,&#8230;. La dimensione tutta corporale del&#8217; 900 emerge con forza( ed il libro di Belpoliti sul corpo del cavalier Silvio Banana mi pare suoni come un&#8217;ulteriore conferma): è lo sviluppo dell&#8217;intuizione pasolinana quando il regista di Salò-Sade scriveva che il nazifascismo era innanzitutto un attentato ai corpi e quindi anche alla sacralità della vita.</p>
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