<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Guerra  Ex jugoslavia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/guerra-ex-jugoslavia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 07 Jul 2011 16:13:01 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Canto di una Natura Morta per Sarajevo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/07/canto-di-una-natura-morta-per-sarajevo/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/07/canto-di-una-natura-morta-per-sarajevo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jul 2011 13:31:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra  Ex jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[Sarajevo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39514</guid>

					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendic Fioriscono i tigli, è ora di tornare a Sarajevo. In giugno il loro profumo si espande e, in due-tre giorni, avvolge tutta la città. I tigli in fiore provocano su di noi l’effetto di una droga leggera. Ci addolciscono, ci scuotono l’anima; diventiamo sentimentali, sul viso ci appare quel mezzo sorriso, un’espressione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong><a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Fioriscono-i-tigli-97464">Azra Nuhefendic</a></strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/scatola-tisana-tiglio-16-bustine-2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/scatola-tisana-tiglio-16-bustine-2-235x300.jpg" alt="" title="scatola-tisana-tiglio-16-bustine-2" width="235" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-39515" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/scatola-tisana-tiglio-16-bustine-2-235x300.jpg 235w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/scatola-tisana-tiglio-16-bustine-2.jpg 600w" sizes="(max-width: 235px) 100vw, 235px" /></a></p>
<p>Fioriscono i tigli, è ora di tornare a Sarajevo. In giugno il loro profumo si espande e, in due-tre giorni, avvolge tutta la città. I tigli in fiore provocano su di noi l’effetto di una droga leggera. Ci addolciscono, ci scuotono l’anima; diventiamo sentimentali, sul viso ci appare quel mezzo sorriso, un’espressione di chi contempla, di chi si ricorda un segreto, qualcosa di bello, di intimo. Ci ridà la voglia di goderci la vita, di darci da fare, di star bene, di trovare gli amici. I tigli, naturalmente, fioriscono ogni anno, eppure quel particolare stato d’animo che ci provocano, ci sorprende ogni volta. Per un paio di giorni ci sentiamo strani, ci esaminiamo. E poi, una mattina apri la finestra e nella stanza irrompe quel profumo che ti fa capire all’istante che cosa sta succedendo.<br />
<span id="more-39514"></span></p>
<p>Tutto parte dal Vilsonovo šetalište, è là il focolaio. È un viale nel centro della città lungo circa due chilometri sulla sponda destra del fiume Miljacka. Sono stati gli austroungarici a piantare i tigli, in quattro file, cento anni fa. Sempre loro hanno alberato diversi parchi e altri viali, come ad esempio quello splendido che per cinque chilometri fiancheggia la strada che porta alle sorgenti del fiume Bosna. Ma nessuno di questi posti suscita lo stesso effetto del viale Vilsonovo. </p>
<p>Gli austroungarici che cento anni fa governavano la Bosnia avevano dato a questo viale il nome di “viale Kalejeva”, in onore dell’allora governatore della BiH. La denominazione Vilsonovo viene dal nome del ventottesimo Presidente degli Stati Uniti &#8211; Thomas Woodrow Wilson. Nel 1917 aveva dichiarato la guerra che segnò la fine dell’Impero Austro-Ungarico e la fine dell’occupazione austriaca della Bosnia. </p>
<p>Dal 1941 fino alla fine della Seconda guerra mondiale, gli ustascia, i nazionalisti croati, quelli che avevano annesso la BiH allo stato-fantoccio NDH (Stato Croato Indipendente), avevano cambiato il nome del viale Vilsonovo in “viale Mussolini” in onore del loro alleato. Finita la guerra fu subito recuperato il nome di Vilsonovo šetalište. </p>
<p>Strano, le presenti autorità di Sarajevo, che hanno cambiato i nomi di quasi tutte le vie, strade, viali e piazze della città (perché come tanti prima, credono che la storia cominci con la loro salita al potere) non hanno toccato Vilsonovo. C’è solo una spiegazione: anche quelli che ci governano adesso sono affezionati a questo luogo. Cambiargli il nome sarebbe come amputare una parte del proprio passato.</p>
<p>Da adolescenti il viale Vilsonovo ci serviva come nascondiglio, lo consideravamo il complice delle nostre avventure. Sotto quegli alberi secolari, con i rami che in alcuni punti toccano terra, eravamo riparati dagli sguardi apprensivi dei genitori, da quelli deplorevoli dei maestri, e da quelli curiosi dei vicini.<br />
Nel viale si entrava per dare il primo bacio, per assaporare per la prima volta le labbra di chi ti aveva incantato, per toccare per la prima volte i candidi seni di una bionda o di una mora. Ci si entrava con passi incerti, con il cuore in gola, e da là si usciva trasformati, più sicuri, mano nella mano, convinti di essere già grandi. </p>
<p>C’erano anche quelli che consideravano di “mala fama” una ragazza “che si era lasciata portare in viale”. Il mio vicino, un illustre professore dell’Accademia di musica, controllava figlia e la seguiva tentando di ostacolare un amore. Non gli piaceva il fidanzato. Insospettito, una sera, entrò nel viale a cercare la figlia e il suo ragazzo. Ma nel buio non si vedeva niente. Il professore, con un vecchio ombrello di legno in mano, passava da un’ombra all’altra, a qualcuno, per sbaglio, aveva dato pure un’ombrellata sulla schiena. Presi dal panico alcuni scapparono, altri invece, infastiditi da quell’intruso, cominciarono a inseguirlo. Finì che il professore uscì dal viale veloce come un treno, e a malapena si salvò dagli innamorati che aveva disturbato. </p>
<p>Una volta, mi ricordo, i due fidanzatini erano scesi sull’argine del fiume. Sdraiati sull’erba si abbracciavo e baciavano, convinti di essere ben nascosti. Dal lato del viale sì, ma dall’altra sponda del fiume erano esposti come su un palcoscenico. In poco tempo, dalle finestre del palazzo di fronte, si sporsero le teste dei curiosi che ridevano e tifavano. Degli spettatori i fidanzatini si accorsero tardi. Per niente turbati, avevano salutato il pubblico e avevano continuato da dove erano rimasti. A quel punto “il pubblico” imbarazzato aveva lasciato la scena.</p>
<p>I tigli di Vilsonovo sono sopravvissuti anche alla guerra degli anni Novanta. Quando la gente di Sarajevo, disperata, abbatteva gli alberi per riscaldarsi, i tigli del Vilsnovo šetalište non li toccava nessuno. Anzi sono stati risparmiati da tutte e due le parti belligeranti, nonostante il viale fosse proprio la prima linea del fronte. Nel viale ci sono 480 tigli e su nessuno dei loro tronchi c’è un’incisione, tipo i nomi in un cuoricino, che gli innamorati scrivono per assicurarsi l’amore eterno.</p>
<p>Dopo le avventure dell’adolescenza il viale Vilsonovo continuava a far parte della nostra vita. Là continuavamo a  darci appuntamento, andavamo per riposare, per leggere seduti su una panchina, ci portavamo prima i figli, e poi i nipoti. È tradizione trovarsi là con i vecchi compagni di classe e festeggiare gli anniversari della maturità. Per tutto il mese di maggio e giugno, ogni anno, la sfilza ex maturandi si incontra a  Vilsonovo. </p>
<p>Per decenni, puntualmente, ogni giugno mi trovavo con i miei compagni. Nel 1991, un anno prima della guerra, ero arrivata da Belgrado. Durante la guerra quelli che erano rimasti a Sarajevo avevano continuato a incontrarsi. Era, si capisce, uno sforzo e, più che un festeggiamento, era una “finta”, un modo per illudersi che la vita continuasse normalmente, ma non hanno rinunciato a trovarsi.</p>
<p>Fioriscono i tigli di nuovo e mi sto preparando a tornare a Sarajevo. Vado a trovare “gli archetipi dei nemici”, “i membri della tribù che si odia da sempre”, “i popoli che non  possono stare insieme”. Ironizzo sulle tipiche affermazioni che durante la guerra rilasciavano i politici e ripetevano i giornalisti. I diplomatici perché non si interessavano a risolvere la guerra in BiH, ma solo a contenere il fuoco, i giornalisti per l’ignoranza. Se fossimo davvero gente piena d’odio “che porta nei propri geni l’astio” non avremmo continuato a mantenere e a nutrire i legami, l’amicizia, a cercarci e a incontrarci. La guerra ci è stata imposta dall’alto, dai vertici, l’odio è stato incoraggiato e provocato, non era &#8211; come non è mai- un sentimento naturale.</p>
<p>Vado a trovare Mediha, grande e alta, sempre a dieta e sempre con qualche chilo di troppo. Ci sarà Mladen, era il secchione della classe, un ingegnere, emigrato in Canada, là ha brevettato alcune invenzioni, è tornato a Sarajevo perché “quel mondo non fa per lui”. Vinka, durante la guerra profuga in Serbia con il figlio piccolo, dai parenti stava così male che le pareva più sopportabile tornare  nella  città assediata. Dagli Stati Uniti arriva Mirsada, non ci vediamo da quasi vent’anni. Dall’Australia arriva Nada, anche lei ingegnere, ha fatto carriera nel nuovo continente. Ho fatto da madrina al suo primogenito, che dal papà Besim ha ereditato un occhio verde e dalla mamma un occhio azzurro. Viene anche Ahmed, era uno dei più intelligenti, adesso fa il primo ministro ed è un uomo ricco. È riuscito a realizzare il sogno che sognavamo tutti, di poter offrire agli amici una cena di gala. Ci sarà anche Jova, ero pazzamente innamorata di lui, adesso non ricordo neanche il suo cognome. Magdalena ha organizzato l’evento di quest’anno. Durante tutta la guerra è rimasta a Sarajevo. Prima fu picchiata nel suo appartamento nel quartiere di Grbavica, occupato dai nazionalisti serbi, poi quando si è trasferita in centro fu colpita da un cecchino. La pallottola l’ha centrata a un centimetro dal cuore. Ci sarà Vesna, dal Canada arrivano Branka e Gordana, Savo e Zvjezdana da Praga, Dario da Israele, Ranka e Dragan da Bileća, città nel cuore della Republika Srpska. </p>
<p>Il rituale è sempre lo stesso, ci troviamo nel viale Vilsonovo tutti belli ed eleganti, ci teniamo a fare una buona impressione, poi si va al ristorante, all’inizio un po’ tesi e tirati, si comincia con la grappa “per stimolare l’appetito”, poi si passa al vino e alla birra, si parla a voce sempre più alta, ci interrompiamo a vicenda, ridiamo, brindiamo in continuazione, parliamo tutti contemporaneamente. Ad un certo punto i maschi allentano il nodo delle cravatte, poi si tolgono le giacche, le donne si slacciano le cinture troppo strette, alcune si tolgono le scarpe nuove che gli fanno male, intanto “siamo tra di noi”, sempre di più si ripete “ti ricordi”, si raccontano vecchie barzellette, si evocano le avventure fatte insieme.</p>
<p>Poi si comincia con la musica, prima composti, si ascolta l’orchestra, dopo cantiamo insieme, la canzone “od Varada pa do Triglava”, cioè di tutti i popoli che una volta vivevano in Jugoslavia. E quando si arriva all’immancabile “Lipe cvatu” (I tigli fioriscono, del gruppo “Bijelo Dugme”),  urliamo, ci si ingrossano le vene, i visi diventano pericolosamente rossi, gli occhi pare che ci debbano scoppiare da un momento all’altro. </p>
<p><em>Fioriscono i tigli,<br />
Tutto è come prima,<br />
Solo il mio, e il tuo cuore,<br />
Non stanno più insieme.</em></p>
<p>Dopo l’ultima guerra continuano a radunarsi gli ex liceali per festeggiare i venti, trenta, quaranta, cinquanta, addirittura sessant’anni della maturità. Non ci sono però quelli che hanno finito le scuole dopo l’ultima  guerra. Penso a loro e mi prende la tristezza. Perché, anche quando festeggiano, loro non cantano “od Vardara pa do Triglava”. Crescono, non insieme, ma gli uni a fianco degli altri, dentro i confini mentali che stanno creando i mondi paralleli, ostili gli uni verso gli altri. Essi non cantano “<em>od Vardara pa do Triglava”</em>, ma “<em>Noz, zica, Srebrenica”</em> (Coltello, filo spinato, Srebrenica) oppure “<em>ubij, zakolji, da Srbin ne postoji</em>” (ammazza, sgozza, che il serbo sparisca).</p>
<p>Crescono nuove generazioni, quelle pure, di quella purezza che provoca la nausea perché pretendono l’esclusività nazionale, religiosa ed etnica.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/07/canto-di-una-natura-morta-per-sarajevo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Non aprite quella porta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/18/non-aprite-quella-porta-2/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/18/non-aprite-quella-porta-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 14:45:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Ed Vulliamy]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra  Ex jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[Ivo Andric]]></category>
		<category><![CDATA[Milan Lukic]]></category>
		<category><![CDATA[OHR]]></category>
		<category><![CDATA[Sasa Stanisic]]></category>
		<category><![CDATA[Visegrad]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=6420</guid>

					<description><![CDATA[Il Mostro della Porta Accanto di Azra Nuhefendic Se questo è un uomo Primo Levi Nel giugno del 1992 all’ispettore della polizia di Visegrad, Milan Josipovic, giunse una comunicazione dal direttore della diga sul fiume Drina, a Bajina Basta, con l&#8217;esplicita richiesta ai responsabili “ di rallentare il flusso dei cadaveri che galleggiavano lungo il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/elle-pelle-placcaf.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/elle-pelle-placcaf.jpg" alt="" title="elle-pelle-placcaf" width="300" height="446" class="alignnone size-full wp-image-6421" /></a></p>
<p><strong>Il Mostro della Porta Accanto</strong><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong></p>
<p><em>Se questo è un uomo</em><br />
Primo Levi</p>
<p>Nel giugno del 1992 all’ispettore della polizia di Visegrad, <strong>Milan Josipovic</strong>, giunse una comunicazione dal direttore della diga sul fiume Drina, a Bajina Basta, con l&#8217;esplicita richiesta ai <em>responsabili </em> “ di rallentare il flusso dei cadaveri che galleggiavano lungo il fiume perché bloccavano le turbine della diga”.</p>
<p>Ai due, principali <em>responsabili</em>, di quella “seccatura”, i serbi bosniaci <strong>Milan Lukic</strong> e suo cugino e complice <strong>Sredoje Lukic</strong>, proprio in  questi giorni è cominciato il processo davanti al Tribunale dell’Aja. <span id="more-6420"></span></p>
<p>Višegrad è una bella cittadina della Bosnia Occidentale, che sorge a circa 100 Km ad est della capitale Sarajevo, nella regione della Republika Srpska. Celebrata nel romanzo d’esordio dello scrittore Ivo Andrić, <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_ponte_sulla_Drina">Il ponte sulla Drina</a></em>. </p>
<p>Ha la triste reputazione di essere al secondo posto, dopo <strong>Srebrenica</strong>, per la massiccia opera di pulizia etnica  e le atrocità compiute contro i musulmani. </p>
<p>Dei 21 000 abitanti di Visegrad, prima della guerra, due terzi erano  bosniaci. In soli due mesi del 1992 più di 13500 musulmani-bosniaci furono costretti, a lasciare le proprie case. Circa tremila sono morti o dispersi.</p>
<p>A causa della sua posizione strategica, che la colloca tra il fiume e il confine con la Serbia, Visegrad è attaccata, nell&#8217; aprile del 1992, e conquistata dalla JNA (Armata Popolare Iugoslava) che prima di lasciare la cittadina ne affida ai serbi del luogo il governo.</p>
<p>E&#8217; a  questo punto che entrano in scena i due cugini Sredoje e Milan Lukice,  allora comandante del gruppo paramilitare ”Le aquile bianche”.</p>
<p>In Bosnia circa 17 000 serbi bosniaci  sono <em>sospettati</em> di aver commesso o partecipato a crimini di guerra (secondo l&#8217; Ufficio dell’Alto Rappresentante <a href="http://www.ohr.int">(OHR)</a>  della comunità internazionale in Bosnia). Milan Lukic  lo si considera tra i più atroci, e tra i più grossi criminali.<br />
Al fascicolo che lo riguarda presso il Tribunale “fu  appropriatamente assegnato il nome in codice di “Lucifero”. (<strong>Carla Del Ponte</strong>, <em>La Caccia</em>, pg. 338).</p>
<p>Quello che distingue il caso di Milan e Sredoje Lukic dagli altri è la brutalità dei crimini commessi,e il fatto che li abbiano, nella maggioranza dei casi, eseguiti con le proprie mani. </p>
<p>Milan Lukic fu catturato in Argentina, nel 2005, dopo sette anni di latitanza. Al momento della cattura ha protestato, dicendo “che si trattava di un errore e che non vedeva l’ora di dimostrarlo”.<br />
Suo cugino e complice, Sredoje Lukic, fu arrestato due mesi dopo, tornando dalla Russia dove si era rifugiato.<br />
Visegrad è, come sottolinea <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ed_Vulliamy">Ed Vulliamy</a>, autore del libro <em>Stagioni all&#8217; inferno </em>(Seasons in Hell), &#8220;una delle centinaia di piccole Srebrenice, che accaddero in Bosnia”. </p>
<p>A lungo la terribile storia di Visegrad è rimasta nel dimenticatoio, per tutti, tranne che per i sopravvissuti e i familiari delle vittime. </p>
<p>Il caso fu “scoperto” dal giornale britannico “The Guardian”, nel 1996.<br />
Parlando con i profughi bosniaci, il corrispondente ha chiesto a Jasmin R. cosa facesse durante la guerra. L’uomo ha spiegato che, essendo troppo piccolo, non combatteva, ma aveva il compito di raccogliere i corpi che galleggiavano lungo fiume Drina. </p>
<p>“Quali corpi?”</p>
<p>L&#8217;inchiesta prese il via da quella domanda.<br />
Prima fu localizzato Milan Lukic: abitava in Serbia da uomo libero. Poi, sono stati rintracciati i testimoni, e i sopravvissuti sparsi in tutta Europa e in Bosnia. Il racconto di tutti è quasi identico. </p>
<p>Milan Lukic e i suoi uomini prendevano i musulmani dalle loro case, li portavano sul ponte di Drina, alcuni li sgozzavano, altri li gettavano nel fiume sparandogli prima che cadessero in acqua. </p>
<p>“<em>Odio il ponte. Odio gli spari nella notte perché non si sente l’acqua quando ci cade il corpo…odio i miei occhi perche non vedono bene chi sono gli uomini che stavano uccidendo e gli sparano mentre cadevano nella Drina…. Altri li uccidono subito sul ponte e il giorno dopo le donne inginocchiate puliscono il sangue”.</em></p>
<p>Questo sono  parole tratte dal libro &#8220;<em>Come il soldato ripara il grammofono</em>” (<a href="http://www.timeout.com/newyork/articles/books/29799/how-the-soldier-repairs-the-gramophone">How the Soldier Repairs the Gramophone</a>). L&#8217;autore è un giovane bosniaco, <strong>Sasa Stanisic</strong>, (papà Serbo, mamma musulmana), che, a 14 anni, nel 1992, ha lasciato Visegrad. Il romanzo, un vero caso letterario, lo ha scritto in Germania.</p>
<p>A 35 chilometri di distanza da Visegrad, un gruppo dei bosniaci del villaggio Slap na Zepi, raccoglieva i corpi. Il lavoro si faceva durante la notte, per evitare che i cecchini serbi gli sparassero dalle colline circostanti.<br />
Hanno raccolto e sepolto i resti di circa 200 persone. In seguito l’inchiesta ha stabilito che così facendo, potevano raccogliere più o meno un corpo su venti.   </p>
<p>Bosniaco, Mesud Cokalic, faceva  parte del quel gruppo. Si ricorda che ”<em>i corpi spesso avevano la gola tagliata, segni di tortura, le donne erano nude e avvolte in lenzuola. C’erano anche i corpi dei bambini, un uomo fu trovato crocefisso su una porta di legno e una volta abbiamo trovato una borsa con dentro 12 teschi. Ma il momento  più difficile fu quando uno di noi, un ragazzo, ha trovato il corpo di sua madre sgozzata”.</em></p>
<p>“<em>Non mi pento di niente di quello che ho fatto</em>”, ha confessato Milan Lukic in una intervista al settimanale di Belgrado “Duga”, nel 1992. In quella occasione ha precisato che il suo gruppo si era staccato dalla polizia regolare “<em>perche erano totalmente inefficaci</em>”.</p>
<p> Il giudice dell’Aja, Dermot Groome ha definito l’efficacia “stile Lukic”, un olocausto. </p>
<p>Il 14 giugno 1992 Lukic e i suoi paramilitari hanno chiuso un gruppo di musulmani, in gran parte donne, bambini e anziani in una casa, a Visegrad. Hanno sbarrato porte e finestre ed hanno appiccato il fuoco. In quella occasione 66 persone sono morte bruciate vive: la più anziana aveva 75 anni, e la più giovane, una bimba di due giorni. Per quelli, che tentavano di scappare, ad aspettarli fuori, armati di fucili automatici, c&#8217;erano Lukic e i suoi uomini.</p>
<p>Pare che neanche questo fosse abbastanza <em>efficace</em> per i Lukic. </p>
<p>Due settimane dopo, il 27 giugno, hanno ripetuto il crimine. In una casa a Bikavac hanno imprigionato e bruciati vivi, altri 70 musulmani. </p>
<p>Zehra T. con la faccia sfigurata dalle fiamme si e salvata buttandosi dalla finestra, ma dentro casa era rimasta sua sorella di nove anni. </p>
<p>Milan Lukic e le sue “Aquile Bianche” sono accusati anche per due sequestri e l&#8217;assassinio di 36 civili musulmani e un croato. Nel 1993 avevamo infatti bloccato il treno diretto da Belgrado in Monte Negro. Dal treno hanno prelevato 18 civili musulmani e un croato, e li hanno uccisi.<br />
L’operazione fu ripetuta in un altro villaggio, Mioce; da un autobus hanno fatto scendere 17 musulmani, li hanno portati a Visegrad, torturati e uccisi.</p>
<p><em>&#8220;Quello che hanno fatto Milan e Sredoje Lukic non è l&#8217;atto di una banda dei criminali…I delitti che hanno compiuto fa parte di una impresa criminale e premeditata il cui lo scopo  era quello di distruggere una parte dei musulmani bosniaci come gruppo&#8221;</em>, ha precisato il giudice D. Groome.</p>
<p>Il Tribunale ha respinto la richiesta dell&#8217; accusa di includere nell’incriminazione contro i due Lukic, anche i reati  di violenza sessuale.</p>
<p>La decisione ha mandato su tutte le furie  <strong>Bakira Hasecic</strong>, una delle donne ripetutamente violentate e torturate da Milan Lukic  e dai suoi uomini. </p>
<p>I cugini Lukic, infatti, dopo aver prelevato e ucciso gli uomini tornavano nelle case delle vittime, prendevano le loro mogli, le figlie e le portavano all&#8217; albergo “Vilina Vlas”</p>
<p>”<em>Ci tenevano tutte chiuse nelle stanze. Ogni tanto ci buttavano un pezzo di pane che prendevamo con i denti perché le mani  erano legate con le corde. Ci slegavano solo per stuprarci&#8221;</em>, ricorda Bakira Hasecic.</p>
<p>In un rapporto delle Nazioni Unite si precisa che a “Vilina Vlas” erano detenute e maltrattate circa 200 donne. La maggior parte furono uccise o sono scomparse. La signora Hasecic ha visto una giovane donna, Jasna Ahmedpasic, gettarsi dalla finestra dopo aver subito quattro giorni di abusi.</p>
<p>Una madre ha testimoniato che è stata violentata dallo stesso Milan Lukic nella propria casa. &#8220;<em>Davanti ai due figli minorenni, di nove e dodici anni, Lukic l’avesse stuprata, poi portata in  cucina ordinandole di scegliere un coltello affilato; quindi, sotto i suoi occhi, Lukic lo abbia usato per sgozzare i suoi due bambini </em>(Carla  Del Ponte: “La Caccia”, p. 338).</p>
<p>Bakira Hasecic, qualche anno dopo la guerra, ha fondato l’associazione &#8220;<strong><a href="http://www.bbc.co.uk/worldservice/documentaries/2008/01/071227_only_one_bakira.shtml">Donne-vittime di guerra</a></strong>&#8220;.<br />
In marzo, quest&#8217;anno, hanno tentato di mettere sul ponte di Drina una targa che ricorda 3000 musulmani bosniaci uccisi o scomparsi. Ma la placca è stata strappata la stessa notte stessa.</p>
<p>I serbi di Visegard hanno annunciato che vogliono mettere un&#8217;altra placca che possa commemorare i serbi uccisi.</p>
<p>E <a href="http://www.cinemasereno.it/Archivio/Francesco%20Gusmeri/1/ponte%20sec%20xv%20Visegrad.jpg">il ponte</a>? </p>
<p>Quel gioiello architettonico in pietra bianca costruito per volere del Gran Visir Mehmed Pasca Sokolovic nel 1571, quest&#8217;anno è stato dichiarato dall&#8217; UNESCO, patrimonio dell&#8217; umanità. </p>
<p>Tuttavia, in Bosnia, nessuno lo ama, quel ponte: i bosniaci, perchè due volte, in un secolo (anche durante la Seconda guerra mondiale) li uccidevano sul ponte e buttavano i corpi nella Drina; i serbi perchè è stato costruito da un turco; i croati perchè non riescono a &#8220;digerire&#8221; neanche quello di Mostar, che avevano distrutto una volta.</p>
<p>Ma il ponte, come ha scritto Ivo Andric è &#8220;<em>forte, bello e perenne, è al di là di tutti i cambiamenti</em>&#8220;. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/18/non-aprite-quella-porta-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>14</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;anniversaire</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/lanniversaire/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/lanniversaire/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 14:07:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra  Ex jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[karremans]]></category>
		<category><![CDATA[Ratko Mladic]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=6375</guid>

					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendic Neira, undici anni, mingherlina, capelli lisci, biondissimi, occhi cerulei, un volto dolce e intelligente. E’ vispa, Neira. Ci guarda ed evidenzia con una smorfia che c&#8217;è cattivo odore. Due ragazzi passano silenziosi in mezzo a noialtri, che ce ne stiamo seduti per terra. I suoi fratelli. Due maschi. Se ne contano cinque [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong><br />
<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/dynamite.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/dynamite-300x300.jpg" alt="" title="dynamite" width="300" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-6376" /></a></p>
<p>Neira, undici anni, mingherlina, capelli lisci, biondissimi, occhi cerulei, un volto dolce e intelligente. E’ vispa, Neira. Ci guarda ed evidenzia con una smorfia che c&#8217;è cattivo odore. Due ragazzi passano silenziosi in mezzo a noialtri, che ce ne stiamo seduti per terra. I suoi fratelli. Due maschi. Se ne contano cinque in tutto, in questo gruppo di quaranta donne. Le madri sole, le vedove di Srebrenica.<br />
I fratelli di Neira, vent’anni a testa, rincasano senza dire una parola dopo  un’intera giornata di lavoro nei campi, sulle zolle altrui: puzzano di sudore, di terra, di acqua marcia. Vestiti di stracci, le maniche ancora rimboccate. Alti, nerboruti, i capelli scuri, bruciati dal sole, mesti: tutto il contrario di Neira.<br />
La madre parla mentre tesse la lana di un maglione disfatto. Fa un cenno di capo verso Neira: &#8220;E’ lei che avrei lasciato&#8221;.<br />
A Srebrenica, nel luglio del 1995, ha salutato il marito: lui da una parte, assieme ad altri ottomila uomini bosniaci, nel disperato tentativo di sopravvivere; lei dall’altra, con quattro bambini. I due gemelli legati alla gonna con lo spago, Neira, di appena sei mesi, assicurata al petto con una sciarpa, il figlio maggiore, dodicenne, tenuto per mano. “Se non mi avessero lasciato passare con tutti e quattro, avrei lasciato Neira&#8221;.<br />
<span id="more-6375"></span><br />
I soldati serbi sbraitano, li strattonano, imprecano. &#8220;Porca puttana, chi ti ha fatto fare quattro figli!”. D’un tratto uno di loro colpisce in testa col manico del fucile uno dei gemelli. Il bambino cade a terra come una candela. La madre si getta sopra di lui. In questo impeto di disperazione le cade dal petto Neira. Il fratello maggiore la raccoglie e la stringe tra le braccia. Seguono attimi di panico, il tira e molla di questa matassa umana, le urla, le minacce, poi una mano che in un istante secco la estrae tutta intera.<br />
Mentre parla la sua voce è ferma. Non ha lacrime agli occhi, non abbassa lo sguardo. Lo ha già varcato, in effetti, il suo Rubicone. La ascolto con il cuore in gola, mi manca l&#8217;aria, soffoco. Ascolto questa donna costretta a fare “la scelta di Sophie”.<br />
Destinata a dissolversi nel nulla, oggi Neira è la gioia della famiglia. Di queste cinque persone, tutte invecchiate precocemente, è l’unica che ride, scherza. Neira è il contrappunto all’orrore, alla tragedia che ha travolto la sua famiglia e l’intera Bosnia.<br />
Le vedove di Srebrenica vivono a Lukavica, un villaggio della Bosnia settentrionale. A Srebrenica è impossibile tornare: le loro case sono andate distrutte, e poi là ci vivono i serbi. Dopo dieci anni di continui spostamenti, da un rifugio a un altro, da un centro di accoglienza a un altro, ora alloggiano dentro minuscoli appartamenti voluti dal governo olandese.<br />
All’epoca del genocidio di Srebrenica i soldati olandesi davano man forte al lavoro dei serbi. Li aiutavano a sbrogliare la matassa, a separare le donne dagli uomini. Poi, a cose fatte, brindavano insieme, con lo champagne. Il filmato mostra il comandante olandese Karremans insieme a Ratko Mladic, il generale accusato di crimini contro l’umanità e tuttora uccel di bosco. Bevono e se la ridono, proprio come si fa a lavoro finito.</p>
<p>Le vedove di lavoro non ne hanno. Non hanno nemmeno la terra. Piazzate là come degli UFO dopo un atterraggio forzato. Coltivano un campetto concesso in uso dalla scuola locale: un po’ di patate, di cipolle, di fagioli, due cespi d’insalata. Di tanto in tanto riescono a vendere un ricamo all&#8217;uncinetto, o un tappetino stile bosniaco ricavato da una tela ordita con la lana di un maglione disfatto. Al bosco vanno a recuperare un po’ di legna o a raccogliere frutti. E non c’è altro.<br />
La gente del villaggio. Anche loro sono bosniaci, ma non vogliono avere nulla a che spartire con quel gruppetto segnato dalla tragedia, con quelle donne che hanno perso tutti i loro uomini: padri, figli, fratelli, mariti, in media trenta maschi a famiglia.<br />
La gente del villaggio allarga il semicerchio per tenersi alla lontana, per non rischiare il contagio della malasorte. L&#8217;unica occasione di contatto con “le vedove” è quando occorrono braccia nude per i lavori stagionali nei campi: 5 euro in cambio di una giornata di lavoro.<br />
&#8220;Non domandarmi come faccio. Solo il mio cuore lo sa&#8221;, dice Nazifa, madre di quattro bambine.<br />
“Non so come faccio”. E quale donna sola, con quattro o cinque figli a carico, potrebbe mai saperlo al mondo, mi chiedo io. Figuriamoci in Bosnia, un Paese demolito dalla guerra, il più povero d’Europa, un governo corrotto, una disoccupazione al 60%, un&#8217;economia che non si muove se non nella schizofrenia che oggi abbatte intere foreste.</p>
<p>Torno dopo un anno dalle vedove e trovo tutto uguale: sono ancora lì, lasciate a se stesse, alla loro solitudine, isolamento, emarginazione, lontane dall&#8217;attenzione dei giornalisti e dai discorsi dei politici, lontane dagli spettacoli in cui si balbettano promesse. &#8220;Mai più genocidio&#8221;&#8230;<br />
Ti accolgono con la generosità di chi ha poco o niente. Portano tutto in tavola, ti incitano di continuo ad assaggiare: assaggia questa pita, dolce la hurmasciza, e questo succo di rose fatto in casa? Ti si siedono vicino e ti guardano con la curiosità dei bambini. Alle domande queste donne forti, coraggiose, rispondono timorose, quasi scusandosi.<br />
Ma nema problema… “Nessun problema&#8221;, dicono. Sebbene tutto, dentro e intorno a loro, sia un enorme, spaventoso problema. E devi proprio insistere perché ti parlino dell’orrore che hanno vissuto, quattro parole in croce, semplici, senza rabbia né rancore, quasi un sussurro, la voce suadente, gli occhi bassi. E quando poi li rialzano, quegli occhi, e ti fissano dritto, capisci che non hanno più paura, che non si sono arrese.  In quegli occhi sbiancati dal pianto non vedi altro che la forza e la fermezza.</p>
<p>Se nei loro discorsi parlasse il risentimento, l’odio o il desiderio di vendetta, se ti confidassero di volersi fare esplodere davanti a una qualche ambasciata, forse sarebbe meno penoso ascoltarle. E invece no.<br />
C&#8217;è qualcosa biblico nel loro modo di essere. Materno e sublime. Le donne di Srebrenica emanano ciò che gli artisti cercano di cogliere e di ritrarre da sempre. Qualcosa che, messo in parole, suonerebbe come un: &#8220;Sì, è difficile, ma questa è la mia croce, e la porterò avanti finché serve&#8221;.<br />
“Va bene, nessun problema – dico io, &#8211; ma almeno fatemi una lista delle cose urgenti di cui avete bisogno”.<br />
Allora, di lì a poco mi porgono un foglietto, un corto elenco. Una lista che descrive nel modo più veritiero possibile la loro condizione. Le cose urgenti sono: “qualcosa” per mal di testa, “qualcosa” per i reni, per il diabete, occhiali da vista, “qualcosa” per l’insonnia, per i nervi, le bende per le gambe, libri di scuola, scarpe da ginnastica numero &#8230;”</p>
<p>Azra Nuhefendic<br />
editing Patrizia Bevilaqua</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/lanniversaire/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Passo dopo passo a Sarajevo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/ombre-rosse-a-sarajevo/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/ombre-rosse-a-sarajevo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 00:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra  Ex jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[Sarajevo]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/ombre-rosse-a-sarajevo/</guid>

					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendic Editing: Ljiljana Avirovic La prima pietra della futura Ambasciata Americana a Sarajevo è stata posata. Il palazzone sarà costruito nel posto più bello e più centrale della città. Subito accanto al monumento del presidente Tito. Sono sicura che Tito, se fosse vivo, non avrebbe niente in contrario sui nuovi inquilini. Con gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/man_on_moon1.jpg' alt='man_on_moon1.jpg' /><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong><br />
Editing: Ljiljana Avirovic</p>
<p>La prima pietra della futura Ambasciata Americana a Sarajevo è stata posata. Il palazzone sarà costruito nel posto più bello e più centrale della città. Subito accanto al monumento del presidente Tito. </p>
<p>Sono sicura che Tito, se fosse vivo, non avrebbe niente in contrario sui nuovi inquilini. Con gli americani lui aveva fatto pace già all&#8217;inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, subito dopo la rottura con l’Unione Sovietica avvenuta nel 1948. Tito ha rifiutato di sottomettere la Jugoslavia al potere del Komintern, un ente internazionale che riuniva i partiti comunisti. </p>
<p>Il niet di Tito a Mosca provocò un terremoto nel blocco dei Paesi comunisti, applausi in Occidente e una bufera in Jugoslavia. I comunisti jugoslavi, educati ad ammirare e ad accettare senza dubbio alcuno tutto quello che proveniva dall’Unione Sovietica, di punto in bianco si trovarono davanti al dilemma: la madre Russia o la Jugoslavia.<br />
<span id="more-5648"></span></p>
<p>Quelli che non furono abbastanza veloci a cambiare il concetto vigente, finirono a Goli otok, l’Isola Nuda o Calva – una prigione, un gulag jugoslavo. </p>
<p>Resta un mistero famigliare il perché mio papà non fosse finito su quell’isola. Lui fu un accanito russofilo. In più, pare che avesse difficoltà ad amare gli uni senza odiare gli altri. Non sopportava proprio niente che provenisse dal mondo capitalista, America in testa. Tutto, compresa la lingua inglese, per lui era pericoloso, una mera propaganda e in quanto tale andava evitato.</p>
<p>Parlava francese e tedesco, mentre a noi fu proibito di guardare la TV, figurarsi poi  i film in lingua inglese. Alle prime battute urlava e immediatamente ordinava: ”spegni!”. </p>
<p>Già negli anni Sessanta da noi erano apparsi i primi film e altri programmi TV americani. Molto popolare era il serial TV “Bonanza”. Una specie di “cowboy-soap opera”, che per noi fu una vera scoperta, dopo la lagna dei film sugli invincibili partigiani. </p>
<p>Ricordo ancora quel programma, certo non per la sua bellezza, ma per i due schiaffi guadagnati grazie a “Bonanza”. Protestai perché il papà non mi permetteva di guardarlo. In dispetto gli avevo girato le spalle piangendo disperatamente. Lui si sentì offeso e “zum” mi stampò due ceffoni. </p>
<p>La sua convinzione ideologica ci costò molto denaro. A scuola studiavo, ovviamente, la lingua russa. Ma presto ci siamo accorti che senza l’inglese non si va lontano, a prescindere dalla professione. Cosi, dapprima i miei genitori, ma dopo anch’ io pagavamo di tasca propria le lezioni private d’inglese. Tutto in silenzio e senza che mai, da parte di mio papà, ufficialmente venisse riabilitata la lingua inglese.</p>
<p>Con gli anni la sua avversione nei confronti della lingua inglese e, in genere, del mondo occidentale andò scemando, ma la Russia, con tutti gli annessi e connessi non perse mai il primato. O quasi!</p>
<p>Durante l&#8217;ultima guerra, mio papà rimase a Grbavica, un quartiere di Sarajevo occupato dai paramilitari nazionalisti serbi. Sia il papà che i suoi vecchi compagni, indifferentemente se serbi, croati o bosniaci, si sentivano offesi, traditi e umiliati dal comportamento dei nazionalisti che, come usava dire, &#8220;puntavano le armi contro i propri fratelli&#8221;. </p>
<p>Poco prima che Sarajevo fosse riunificata, a Grbavica arrivarono i soldati russi inquadrarti nelle forze internazionali. Il mio papà li aspettava come liberatori, come i giusti che avrebbero finalmente messo tutto in ordine. </p>
<p>Ma i batjuška, i &#8220;compagni&#8221; erano arrivati tenendo le tre dita in alto, il segno che facevano i paramilitari serbi o qualsiasi altro criminale venuto a rubare, a molestare o a uccidere. I soldati russi manifestavano apertamente la loro simpatia esclusivamente per i serbi! </p>
<p>A parte l’inizio della guerra, per la gente rimasta a Grbavica i momenti più drammatici furono i due mesi precedenti la riunificazione di Sarajevo. Tutto quello che non avevano rubato o distrutto durante i quattro anni precedenti, i paramilitari serbi si affrettarono a farlo in quei due mesi.</p>
<p>Sotto pericolo si trovarono tutti, compresi i serbi che rifiutavano di andarsene da Grbavica. La propaganda serba li incoraggiava a lasciare e a distruggere tutto quanto, perché non cadesse nelle mani dei balije, il termine dispregiativo che indicava i bosniaci musulmani. Alcuni di loro, quelli che decisero di lasciare Grbavica, aprirono addirittura le tombe per portare con se i resti dei propri cari. </p>
<p>In quei giorni il quartiere di Grbavica assomigliava a un posto da tragedia biblica: ovunque scene di panico, gli ultimi crimini compiuti in fretta, camion e carri a trazione animale pieni di roba rubata, gente che piangeva i propri morti seppelliti da lungo tempo. Furono proprio come recita un detto bosniaco:  &#8220;Bei tempi per la gente cattiva&#8221;.</p>
<p>In una di queste notti di buio pesto, non solo per la mancanza di luce ma anche per quello che succedeva dal punto di vista umano, i paramilitari serbi parcheggiarono un camion davanti a un  palazzo semivuoto. Entrarono nell’appartamento, chiusero il papà nel bagno, e con tutta calma per l’intera notte trafugarono quello che era rimasto: caloriferi, lampadari, quadri, finestre, pentole, letti, divani, tappeti biancheria, oggetti personali come le medaglie con le quali il papà e la mamma furono decorati per la partecipazione alla Seconda guerra mondiale. Gli elettrodomestici bianchi, il televisore, la radio, i videoregistratori e quant’altro, erano già stati rubati all’inizio della guerra.</p>
<p>Ogni tanto uno dei criminali entrava nel bagno, il papà spaventato si alzava e quello gli ordinava di star seduto &#8220;perché se stai in piedi, vecchio, non posso tagliarti la gola&#8221;. Cercavano i soldi che lui non aveva.</p>
<p>In fine, all’alba appiccarono il fuoco all’appartamento, con il papà chiuso nel bagno. Fu salvato dagli amici e dai vicini. Una famiglia serba lo prese e lo tenne nascosto nel proprio alloggio per circa un mese. Correvano il rischio di essere uccisi tutti se fossero stati scoperti.</p>
<p>Tutto ciò lo abbiamo saputo dopo. Ma prima abbiamo trascorso cinque giorni senza sapere la sorte del papà. Cinque giorni di angoscia, di panico, di frenetica ricerca del cosa e come fare. Ci era giunta la notizia che &#8220;non c&#8217;è&#8221;, nulla di più. </p>
<p>Mi ricordai che un americano, tale Daniel, un collega giornalista, si trovava a Sarajevo, ma dall’altra parte, quella sotto il controllo del governo centrale. Con grande difficoltà riuscii a contattarlo tramite un telefono satellitare, cosa rara e costosa all’epoca. Un’altra americana, tale Laura, fu coinvolta in questa ricerca disperata.  Supplicai loro di fare &#8220;qualcosa&#8221; per il mio papà. </p>
<p>Daniel, rischiando lui stesso la vita nel caos che in quei giorni regnava a Grbavica, andò a cercarlo con un mezzo corazzato dell&#8217;Alto Commissariato per i Profughi. Una prima volta senza risultato. La seconda volta, invece, Daniel riuscì a scoprire che il papà era vivo e a sapere dove si nascondeva. Per aiutarlo gli lascò 500 dollari! Una ricchezza che ti poteva salvare la vita. </p>
<p>Questa storia mi è venuta in mente leggendo la notizia che gli americani stanno per costruire l’ambasciata a Sarajevo.</p>
<p>Oggi i sarajevesi sperano che gli americani costruiscano il prima possibile questo palazzone; uno di quelli soliti con cinque piani sotterranei e altri dieci in alto, magari anche con diversi bunker, corridoi segreti, con le nuovissime attrezzature di spionaggio, pure con le armi, insomma, tutto quello che pare a loro. </p>
<p>Perché il messaggio più prezioso che ci fornisce questa notizia è che gli americani hanno intenzione di restarci. Ciò vuol dire che c&#8217;è speranza per la Bosnia Erzegovina. Lo ha confermato pure l’ambasciatore americano in Bosnia Inglish dicendo: &#8220;noi americani, crediamo nel futuro della Bosnia Erzegovina, un futuro di un Paese indipendente, stabile e multietnico, capace di conquistarsi una sua collocazione in Europa&#8221;.</p>
<p>E per quanto riguarda il mio papà? Non credo che avrebbe qualcosa in contrario alla presenza americana. Anzi!<br />
È sopravissuto alla guerra, ha visto Sarajevo riunita e anche la famiglia ricongiunta dopo cinque anni di separazioni in cinque Paesi su tre continenti.<br />
Io invece l’ho visto bere una grappa con l’amico americano, Daniel. Il papà gli dava pacche sulle spalle dicendo qualcosa che in inglese dovrebbe significare &#8220;amici, amici&#8221;. Poi lasciava a me fargli da interprete: il papà parlava in bosniaco e dopo, pazientemente e a lungo, ascoltava la mia traduzione in inglese confermando le parole con un cenno del capo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/ombre-rosse-a-sarajevo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La mossa di Tito</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/03/04/la-mossa-di-tito/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/03/04/la-mossa-di-tito/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Mar 2008 22:18:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Belgrado]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra  Ex jugoslavia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/03/04/la-mossa-di-tito/</guid>

					<description><![CDATA[Sono quello che sono di Azra Nuhefendić Visto che uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Barak Ehud Obama, è stato accusato di essere musulmano [v. &#8220;The Sunday Times&#8221; -Culture International, 16 dicembre 2007], che alcuni musulmani nell’Italia settentrionale furono detenuti avendo pregato in pubblico, ho deciso che la cosa migliore per me sia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/echiquier.jpg' alt='echiquier.jpg' /></p>
<p><strong>Sono quello che sono</strong><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendić</strong></p>
<p> Visto che uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Barak Ehud Obama, è stato accusato di essere musulmano [v. &#8220;The Sunday Times&#8221; -Culture International, 16 dicembre 2007], che alcuni musulmani nell’Italia settentrionale furono detenuti avendo pregato in pubblico, ho deciso che la cosa migliore per me sia di ammettere: va bene, anch’io sono una musulmana.</p>
<p>Come mai mi è successa una cosa del genere? E perché è capitato proprio a me? Di solito, come nei casi di malattie gravi o di tradimenti sentimentali, sono stati altri ad accorgersene per primi.<br />
<span id="more-5453"></span></p>
<p>I miei genitori non mi hanno dato alcuna educazione religiosa. Nessun riferimento alla religione si è fatto né a scuola né nelle varie associazioni sportive o culturali che frequentavo. Così sono cresciuta non solo come un’atea, ma anche in una profonda ignoranza sulla storia delle religioni.</p>
<p>Riflettendo, potrei scavare dalla memoria due episodi dai quali si deduce che tipo di rapporto io e la mia famiglia, ma pure la maggior parte dei bosniaci, avevamo con la religione.</p>
<p>Il nome di mia sorella minore, Sunita, non era comune né diffuso nella Bosnia degli anni Sessanta. Né mia mamma, e neanche la madrina di mia sorella che le diede il nome, sapevano quale fosse l’origine di tale nome, né il suo significato. Ero già adulta quando ho imparato che esistono i musulmani sciiti e sunniti, e soltanto allora ho capito da dove proveniva il nome della mia sorellina.</p>
<p>Già adolescente, un giorno il nostro papà mi fece una domanda da un &#8220;milione di dollari&#8221;: &#8220;Quale è la differenza tra i turchi e i musulmani&#8221;? Non sapevo, naturalmente. Mi spiegò che i turchi sono una nazione, e i musulmani una religione.</p>
<p>Negli anni Settanta del secolo scorso, i musulmani bosniaci sono diventati una nazione, cioè Musulmani con la &#8220;M&#8221; maiuscola. Il partito comunista li ha promossi a nazione, uno dei popoli costitutivi dell&#8217;ex Jugoslavia.</p>
<p>Fu una mossa di Tito allo scopo di compiacere i nuovi amici della Jugoslavia, i membri del Movimento dei Non-allineati (ideato da Tito, dal presidente egiziano Nasser e da quello indiano, Nehru). Il Movimento fu una specie di contrappunto al mondo diviso in due tra l’Alleanza Atlantica e il Patto di Varsavia. La maggior parte dei membri del movimento proveniva da paesi arabi o musulmani, e per mostrare loro a che titolo anche la Jugoslavia potesse farne parte, Tito si decise e tirò fuori i musulmani del suo paese&#8230;</p>
<p>Una tale decisione ebbe anche uno scopo a livello interno nonché un risvolto storico. I nazionalisti, sia croati che serbi, già dal secolo XIX con i loro movimenti di risveglio nazionale, pretendevano che i musulmani bosniaci fossero o croati o serbi, ma di diversa religione. Ciò non perché stessero loro molto a cuore, ma in quanto aspiravano soprattutto al controllo dei territori in cui vivevano i musulmani: la Bosnia, appunto.</p>
<p>La prima volta in cui potei dichiarare la mia nazionalità, al censimento, a 18 anni, mi dichiarai proprio così come mi sentivo: jugoslava.</p>
<p>Nella ex Jugoslavia, e in Bosnia in particolare, si teneva rigorosamente conto di avere, in tutti i posti pubblici e in tutte le istituzioni, la rappresentanza equilibrata dei popoli e delle religioni presenti in quelle terre.</p>
<p>Malgrado mi fossi dichiarata come jugoslava, ogni volta quando alle autorità &#8220;serviva&#8221; una musulmana, per completare il quadro nazionale, mettevano il mio nome. Si trattava di puro opportunismo. Protestavo, ma invano. Questo dialogo tra me e le autorità non è mai stato una cosa seria né importante: in qualche modo lo Stato, le sue istituzioni, e soprattutto il partito comunista, giocavano, ma giocavo anch&#8217;io.</p>
<p>Talvolta questi giochi si fecero davvero assurdi. La rappresentanza proporzionale delle varie nazionalità era obbligatoria pure nei sondaggi che noi giornalisti facevamo per esempio al mercato, per sapere se la gente era contenta del prezzo delle patate; non potevamo citare solo 5 musulmani, o solo serbi, o i croati. Per non parlare delle occasioni importanti come i congressi del Partito comunista. Ovviamente non si poteva chiedere prima a una persona di che nazionalità fosse per poi procedere con la domanda del tipo &#8220;Sei soddisfatto delle ultime risoluzioni del Partito circa il prossimo piano di sviluppo quinquennale?&#8221; Noi parlavamo con la gente, ma dopo, tra di noi, nel retroscena barattavamo due serbi per un croato, oppure un musulmano per uno jugoslavo.</p>
<p>Ci divertivano quei giochi, ma era indispensabile avere un quadro che riflettesse precisamente la composizione nazionale della Bosnia Erzegovina.</p>
<p>Le tracce di questa necessità di ottenere una rappresentanza equilibrata le ho trovate anche dopo quest’ultima guerra, quando alcuni reclamavano perché tra gli accusati per i crimini contro l’umanità ci fossero maggiormente i serbi o solo i croati ecc., senza che si tenesse conto dei fatti!</p>
<p>Negli anni Ottanta mi sono trasferita a Belgrado. Proprio là, per la prima volta nella mia vita, mi hanno fatto capire che sono una musulmana. &#8220;Perché tu, una turca, ti sei trasferita a Belgrado?&#8221;, mi chiesero alcuni nuovi colleghi. Cercando l’appartamento, accompagnata dalla mia amica Jelena, pure lei bosniaca, ma di nazionalità serba, un proprietario ci ha sbattuto la porta in faccia quando ha sentito il mio nome: &#8220;Non affitto la casa ai turchi&#8221;.</p>
<p>&#8220;Che stupido&#8221;, abbiamo concluso scherzando dell’uomo che per noi era proprio suonato. Questi casi erano comunque sporadici, così che né io né i miei amici più prossimi davamo a ciò alcun peso.</p>
<p>Con l&#8217;ultima guerra nei Balcani, la situazione è cambiata radicalmente. La propaganda del regime nazionalista serbo contro i bosniaci musulmani fu forte, esagerata, e davvero efficace; ci chiamavano esclusivamente &#8220;turchi&#8221;, ci presentavano come i nemici peggiori, infedeli, assassini, nati per sgozzare e uccidere, &#8220;che un convertito all&#8217;islam (cioè i bosniaci) sia peggio dei turchi&#8221; prendendo le parole dell’attuale ambasciatore serbo in Vaticano, D. Tanasković. Suggerivano, come il prof. Serbo M. Jeftic, &#8220;la distruzione completa di ogni parte del corpo dei turchi&#8221; come unico modo di fare i conti con i bosniaci.</p>
<p>Nenad, il figlio della mia amica Jelena, aveva sei anni e un giorno, con l’orrore negli occhi, scoprì che &#8220;la madrina, la sua kuma Azra, è una turca&#8221;.</p>
<p>Altri episodi furono più seri: il figlio di una coppia mista, Nino, madre serba e padre musulmano bosniaco, è tornato da scuola piangendo. Terrorizzato diceva alla mamma: &#8220;Ho dovuto ammettere che sono musulmano&#8221;. Tara, figlia di un’altra coppia mista, si è rivolta alla mamma con: &#8220;Stai zitta sporca musulmana&#8221;.</p>
<p>Fu allora che capii come il fatto di etichettarci come &#8220;turchi&#8221; non fosse per ignoranza, bensì contenesse un preciso messaggio. Dando dei “turchi&#8221; a noi bosniaci, in realtà ci dicevano che eravamo estranei alle terre, alle case, alle città, ai campi, insomma all’Europa, che siamo &#8220;una piaga asiatica&#8221;, per citare le colorate parole di Radovan Karadžić, latitante e accusato di crimini contro l’umanità.</p>
<p>In quel turbolento e tragico periodo molti dei miei amici, colleghi e conoscenti volevano tornare alle radici dei loro antenati, scoprivano la religione, si facevano battezzare da adulti. L&#8217;avanguardia di un simile &#8220;movimento&#8221; furono gli ex comunisti, quelli duri, quelli che da un momento all&#8217;altro si scoprirono religiosi. È stata una religiosità da opportunisti, superficiale; coloro che fino a ieri occupavano le prime file nei congressi del Partito, ora si facevano vedere nelle varie manifestazioni religiose. Messi ben in vista, con le catenine e la croce, usavano mettere una croce lignea sopra il parabrezza dell’automobile.</p>
<p>Invece io non volevo cambiare. Anzi, avevo bisogno di rafforzare quella che ero; davanti alla distruzione fisica e mentale del mondo nel quale sono nata e cresciuta, io avevo bisogno di conservare me stessa; così mi difendevo dai nazionalisti, dai ladri delle nostre vite, dai criminali che hanno fatto sparire la Jugoslavia e che con il terrore hanno distrutto la Bosnia.</p>
<p>Una volta giunta in Italia, ho lasciato alle spalle la storia dei turchi e dei musulmani. A Trieste, dove giunsi, fui costretta a fare i conti con i pregiudizi della città nei confronti degli slavi, precisamente s’ciavi de merda, come i triestini usavano chiamare tutte le genti della ex Jugoslavia. Dei musulmani, a Trieste, non importava nulla a nessuno. Fino all’undici settembre e al rilancio dello &#8220;scontro di civiltà&#8221; (Samuel Huntington) o &#8220;scontro di ignoranza&#8221; [v. Edward W. Said: The Nation, &#8220;The Clash of Ignorance&#8221;, October 22, 2001].</p>
<p>Man mano che cambiava l’immagine dei musulmani nel mondo, i conoscenti, gli amici e colleghi hanno cominciato più spesso a chiedermi: &#8220;Ma tu che tipo di bosniaca sei”? A volte, sussurrando, e in confidenza girandosi intorno come se si trattasse di un segreto &#8220;sei per caso una musulmana&#8221;? Sui loro visi appariva un’espressione di empatia, proprio come si fa quando si parla con i malati gravi. Mancava soltanto che mi esprimessero le condoglianze.</p>
<p>Recentemente, un mio conoscente dal Medio Oriente mi ha fatto gli auguri per Il Bajram, una festa musulmana che corrisponde al Natale.</p>
<p>Grazie, ma io non lo festeggio. Sono atea.<br />
Ma sei una bosniaca?, voleva assicurarsi.<br />
Si, lo sono, ma atea.<br />
Allora non sei una musulmana, mi disse. Non preghi e non credi in Allah, allora non sei una musulmana.<br />
Beh?!</p>
<p>Ho riflettuto un po’ su quelle parole, e mi sono ricordata della zia paterna, quella che ogni sera prendeva una medicina, non importa per cosa: &#8220;Non si sa, per ogni buon conto, dovesse succedere qualcosa nel sonno&#8221;.</p>
<p>Beh intanto, per ogni buon conto, io ho confessato. Dovesse succedere qualcosa. Non si sa mai.</p>
<p>Testo pubblicato nel blog <a href="http://www.osservatoriobalcani.org">Osservatorio sui balcani</a>, (editing Ljiljana Avirović) </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/03/04/la-mossa-di-tito/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>18</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-20 22:12:37 by W3 Total Cache
-->