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	<title>Guerra &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Perché la guerra di Trump e Netanyahu in Iran è illegale e viola il diritto internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 13:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Acconcia</strong> <br />

Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna...]]></description>
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<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna, è importante chiarire che non esistevano delle prove di un attacco imminente da parte iraniana contro altri paesi. La possibilità che Teheran fosse nell’imminenza di lanciare missili contro l’Europa o addirittura più lontano non è sostenuta da alcuna prova reale. Lo stesso si può dire della possibilità che l’Iran stesse per realizzare un’arma nucleare, smentita dallo stesso direttore dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), Rafael Grossi.</p>
<p><strong>Perché i raid statunitensi e israeliani sono illegali</strong></p>
<p>I raid di Usa e Israele, inclusi quelli della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, sono illegali e violano il diritto internazionale. Per Marko Milanovic, docente di diritto internazionale all’Università di Reading, “i raid sono chiaramente una violazione delle norme delle Nazioni Unite che proibiscono l’uso unilaterale della forza tra gli stati”. “L’autodifesa è la sola possibile eccezione a questo divieto ma non è applicabile al caso dei raid statunitensi e israeliani”, ha aggiunto il docente.</p>
<p>L’articolo 2 delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza con l’eccezione di due casi: se c’è l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per autodifesa, e se un attacco avviene contro uno stato membro delle Nazioni Unite.</p>
<p><strong>L’autodifesa</strong></p>
<p>Il Consiglio di Sicurezza Onu non ha autorizzato i raid del 28 febbraio scorso, lasciando aperta la sola possibilità che si trattasse di autodifesa. Il diritto internazionale criminalizza anche l’uso della forza se non nei casi detti prima.</p>
<p>E così chi ha autorizzato questo tipo di raid può essere processato dai tribunali internazionali per crimini di guerra. L’aggressione è uno dei quattro crimini secondo la Corte penale internazionale, con il genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Tuttavia, nessuno dei tre paesi in conflitto ha sottoscritto il trattato fondativo della Corte penale internazionale.</p>
<p>Un attacco preventivo per autodifesa è possibile solo quando è previsto un attacco imminente. Molti paesi rifiutano completamente la possibilità che siano ammessi attacchi preventivi perché sono basati su false percezioni di minacce. Un esempio in questo senso può essere l’attacco in Iraq contro Saddam Hussein del 2003, sebbene non avesse, come è stato poi dimostrato, le cosiddette armi di distruzione di massa, usate come pretesto per fare la guerra.</p>
<p><strong>La minaccia nucleare è stata costantemente esagerata</strong></p>
<p>Con il tempo sarà ancora più evidente fino a che punto sia stato Israele a spingere gli Stati Uniti, nonostante le smentite di Trump, a entrare in questa guerra così come è successo lo scorso giugno. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha suggerito questa interpretazione quando ha spiegato che intervenire in seguito avrebbe aumentato i rischi di perdere vite umane statunitensi.</p>
<p>È plausibile che la decisione di attaccare sia arrivata durante l’ultimo incontro tra Trump e Netanyahu di mesi fa a Washington. Quello che è certo è che Israele ha impedito che i negoziati sul nucleare venissero presi seriamente da parte degli Stati Uniti, ha sempre ostacolato qualsiasi possibilità di dialogo tra i due paesi per evitare una guerra che va principalmente nell’interesse di Tel Aviv. E così mentre si negoziava, Israele e Stati Uniti erano già pronti ad ammassare truppe per attaccare l’Iran.</p>
<p>Non solo, lo stesso ministro degli Esteri dell’Oman, il principale mediatore nel negoziato, aveva formalmente assicurato che l’Iran “non avrebbe mai usato l’uranio arricchito per creare una bomba”. E poi esiste una fatwa in questo senso dell’ex guida suprema, Ali Khamenei, uccisa nei bombardamenti, che vieta l’arma nucleare.</p>
<p>Non solo, lo stesso Trump aveva assicurato dopo gli attacchi di giugno alla centrale di Fordow e in altre località che le capacità nucleari del paese fossero state completamente cancellate.</p>
<p><strong>Non è un’operazione proporzionata</strong></p>
<p>E poi quando si parla di imminenza di un attacco si fa riferimento a una finestra temporale ben precisa e molto ristretta che non esiste nel caso della guerra all’Iran.</p>
<p>Come ha continuato Milanovic, l’uso della forza deve essere comunque proporzionato. “Attaccare l’Iran durante i negoziati è difficile che possa essere considerato un atto di difesa”. Si tratta di una chiara violazione di qualsiasi principio di fiducia reciproca, come sottolineato da Teheran.</p>
<p>Poi bisognerà valutare l’estensione della risposta militare iraniana per analizzarne la proporzionalità. Teheran ha deciso di coinvolgere il più possibile i paesi arabi vicini attaccando basi statunitensi ed europee nella regione, attivando le milizie sciite in Iraq e Libano, chiudendo lo Stretto di Hormuz. Sono 1400 i morti iraniani al sesto giorno di guerra, e poche decine le vittime di Israele e sei i soldati statunitensi.</p>
<p><strong>Crimini di guerra</strong></p>
<p>Nonostante la percezione dei Repubblicani negli Stati Uniti, animati da una vera e propria iranofobia, dell’aggressività regionale iraniana che ha spinto Trump nel 2018 a stracciare l’accordo sul nucleare, voluto dall’ex presidente Barack Obama, l’Iran non ha mai tentato di esportare il modello rivoluzionario post-khomeinista. Se altri paesi hanno seguito gli schemi decisionali iraniani o hanno permesso alle milizie sciite di essere attive in altri paesi, lo hanno fatto nel vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti nella regione dopo il loro ritiro.</p>
<p>D’altro canto, fin qui gli attacchi al palazzo del Golestan, patrimonio Unesco, l’uccisione delle piccole studentesse nella scuola Minab, oltre 160, l’attacco all’ospedale Ghandi di Teheran possono davvero essere inquadrati come crimini di guerra di Israele e Stati Uniti.</p>
<p><strong>L’intervento a sostegno delle masse</strong></p>
<p>Se poi l’intervento Usa è stato motivato dalle mobilitazioni di piazza che hanno portato migliaia di iraniani a protestare contro la Repubblica islamica, a partire dallo scorso 28 dicembre, come spesso sostenuto da Israele, bisogna finalmente ammettere che si tratta davvero di un protesto che si è volatilizzato in pochi giorni.</p>
<p>La possibilità per gli iraniani di scendere per strada e manifestare contro il regime c’è sicuramente stata dopo l’uccisione di Ali Khamenei. Ma non si è mai concretizzata, gli iraniani non hanno mai “preso il controllo del paese”, come auspicato dallo stesso Trump. In altre parole, la maggioranza degli iraniani è contraria a questa guerra ingiustificabile. E per chiudere il conflitto con la fine del regime sarà necessario l’invio di truppe di terra trasformando l’Iran in una guerra logorante che potrebbe essere peggiore del pantano iracheno. Proprio l’opposto delle richieste che venivano in campagna elettorale dalla base Maga di Trump. E poi, in ogni caso, anche questa guerra, come nel caso dell&#8217;Afghanistan, conferma che è impossibile esportare la democrazia con le bombe.</p>
<p>La guerra di Stati Uniti e Israele è illegale e contraria al diritto internazionale. È vista negativamente dal popolo iraniano e potrebbe determinare accuse di crimini di guerra per le autorità statunitensi e israeliane che l’hanno avviata. Purtroppo, l’escalation del conflitto è arrivata a un punto di non ritorno che difficilmente può riportare in pochi giorni le parti a un negoziato per evitare un’estensione indefinita del conflitto. Eppure il dialogo e la soluzione pacifica delle controversie dovrebbero essere sempre la sola carta possibile per evitare massacri e distruzione, soprattutto in una regione già dilaniata dai conflitti com’è il Medio Oriente.</p>
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		<item>
		<title>Le sale operatorie di esistenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/17/le-sale-operatorie-di-esistenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot </strong> <br /> Le nubi che non sanno i temporali ci crollano dall'alto, di gambe spalancate per un bimbo già morto solo morto già nel prima di arrivare a compimento]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="681" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-1024x681.jpg" alt="" class="wp-image-115980" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-1024x681.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-768x511.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-696x463.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-1068x710.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-632x420.jpg 632w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>



<p>*scritto in occasione della festa di Nazione Indiana 2025  per &#8220;La scena del tempo &#8211; tra passato e presente&#8221; </p>



<p></p>



<p class="has-text-align-right"><em>&#8220;Lei non voleva stare, la misero a gambe all&#8217;aria<br />con la baionetta e la squarciarono&#8221;<br />Costanza C. 1944</em><br />(Guerra Totale, Gribaudi)</p>



<p>Precipitano dai cieli come collassi, arterie che si tacciano a un futuro ancora incerto ma deciso:<br />le nubi che non sanno i temporali ci crollano dall&#8217;alto, di gambe spalancate per un bimbo già<br />morto solo morto già nel prima di arrivare a compimento.<br /><br />Ai nomi è tolto un nome, strappato come vesti in ospedali senza porte senza tetti, persone con<br />le teste mutilate, l&#8217;elenco delle case a sparizione delle cose: tagliare una ferita a cielo aperto,<br />affinano le buche collinari di una donna, s&#8217;infettano del sangue già ammalato: non sono<br />baionette sono uncini. Che strappano i presenti dalle costole del tempo.<br /><br />E dicono scavare proprie fosse, un ultimo dei letti che non porta che terriccio e sassi e nuche, le pietre si trasformano a giacigli, il fango nella bocca che prega le sementi: ma quanto è vuoto un mondo, ma quanti sono i mondi che sappiamo ricordare.<br /><br />Rottami disperati si rifugiano alla notte, arrivano macerie di insepolti, rosicchiano per fare delle donne un fiorellino, profanano minuscole esistenze e le corolle, saccheggi massacri e bruciature, le masse non comportano una resa.<br /><br />Elaborano le morti come albe già calate, i soli puntellati sono occhi &#8211; lo spreco di due cieli, le<br />piccole cellette in cui si attendono le corde. E quante corde non conoscono le teste, quante<br />teste nascondono una tomba.<br /><br />Picchiate con la canna dei fucili già pronti forti eretti per violare. La terra si insinua a stringere le stelle che non fanno le stellate: esplose le scintille si salvano cordoni ombelicali, la pioggia incastonata nella sete non dice il perdonare: dice il giorno della morte di una presa: dice basta per bastare alla condanna: dannati sono gli altri che non siamo, le figlie non protette dalle scure, le madri che si prestano per fare dei collari un nuovo collo.<br /><br />Hai visto lo straziare di uteri ammalati, hai visto dire prendimi non prenderla, giacere per dare un nuovo posto, al posto di una vergine che presta le sue buche.<br />Hai visto le sale operatorie di esistenze, ostetriche che avvisano gli aperti rovinati.<br />Hai detto che è impossibile parlare, silenzi ricuciti e poi slabbrati.<br />Hai detto che t&#8217;infrangono un sigillo: ti sfrangi come il resto di uno straccio.<br /><br />Il cranio di un uccello e la sanguigna si schiudono alle ossa: è questa la domanda del passato: lo iato che si scuce, i corpi dilaniati da due tempi.<br /><br /> </p>



<p></p>



<ul><li>fotogragia di Michal Jarmoluk </li></ul>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il premio «Dar» e la letteratura russa – una conversazione con Michail Šiškin</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/20/intervista-a-michail-siskin/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Marcucci]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giulia Marcucci </strong> <br /> Conversazione con Michail Šiškin: "Perché la popolazione russa nella sua maggioranza ha sostenuto questa guerra infame? Finché non ci sarà pentimento per quello che è stato fatto sia da questo regime sia da quello sovietico, il paese non uscirà dalla palude sanguinosa"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><figure id="attachment_115863" aria-describedby="caption-attachment-115863" style="width: 393px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-115863" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06.png" alt="" width="393" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06.png 393w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06-222x300.png 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06-150x203.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06-300x405.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06-311x420.png 311w" sizes="(max-width: 393px) 100vw, 393px" /><figcaption id="caption-attachment-115863" class="wp-caption-text">©Igor Bitman</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>a cura di <strong>Giulia Marcucci</strong></p>
<p>Lo scorso agosto, a Parigi, durante il convegno internazionale degli slavisti ho incontrato lo scrittore Michail Šiškin (1961), invitato lì per presentare il premio «Dar». L’ultima volta ci eravamo incontrati, almeno 15 anni fa, a Pisa, dove lui aveva tenuto una lezione all’università, o forse aveva presentato uno dei suoi romanzi – non ricordo con precisione. Di sicuro, in italiano erano già stati tradotti <em>Capelvenere</em> (2006) e <em>La presa di Izmail</em> (2007), e forse anche <em>Lezioni di calligrafia</em> (2009), tutti usciti per Voland nella traduzione di Emanuela Bonaccorsi. In quegli anni, la sezione di lingua e letteratura russa dell’università pisana era una sorta di seconda casa per alcuni fra i più grandi scrittori russi contemporanei, che venivano a trovarci, tenevano lezioni e con i quali non di rado instauravamo rapporti professionali (ideando progetti editoriali e di traduzione) e d’amicizia. Oltre al moscovita Šiškin, infatti, in quegli stessi anni ho avuto la fortuna di conoscere il poeta concettualista Dmitrij Prigov (1940-2007), la poetessa leningradese Elena Švarc (1948-2010), lo scrittore moscovita Evgenij Popov (1946) – tra gli ideatori, alla fine degli anni ’70 e insieme a Viktor Erofeev (1947; anche lui tra i presenti a Pisa), dell’almanacco «Metropol’» (che raccoglieva testi inediti e scatenò per questo un vero e proprio caso di risonanza internazionale), e poi Vladimir Sorokin (1955) e altri ancora. Tutte voci libere, che già avevano vissuto le contraddizioni sovietiche e già avevano lottato per l’affermazione di una letteratura libera dai vincoli del realismo socialista, sperimentando nuove forme di scrittura postmoderna e denunciando con ironia e sarcasmo, non sempre senza conseguenze spiacevoli, le storture del sistema passato. E il mio non è stato un privilegio esclusivo: questi scrittori organizzavano spesso dei veri e propri tour in altre città italiane, parlando liberamente di letteratura e cultura russa, senza imbarazzo e senza correre il rischio di equivoche censure.<br />
Dopo i primi anni Duemila, sappiamo tutti del cambiamento nello scenario politico che ha investito la Russia; nell’autunno del 2014, dopo l’annessione alla Russia della Crimea, Šiškin ricorda il suo arrivo a una grande fiera dell’editoria in Siberia, paragonabile a quella di Francoforte quanto a dimensioni; era&nbsp; positivamente impressionato dall’organizzazione dell’evento, ma al contempo rimase anche molto perplesso: a differenza di quanto avveniva in Europa, dove spesso gli ponevano molte domande su Russia e Ucraina, a Krasnojarsk tutti tacevano. Ora c’è una guerra che dura oramai da quasi quattro anni, e sappiamo che questa guerra ha spaccato nettamente in due la Russia: qualcuno è rimasto, in molti hanno lasciato il paese; c’è chi, rimanendo, resta nell’ombra e in silenzio (il silenzio è spesso un mezzo di sopravvivenza), oppure sconta pene durissime: è il caso, uno fra moltissimi, della regista di teatro Ženja Berkovič e della drammaturga Svetlana Petrijčuk, accusate di «apologia di terrorismo» per la loro pièce <em>Finist jasnyj Sokol</em> (<em>Finist falco coraggioso</em>). Mentre di settimana in settimana in Russia si ingrossa la lista dei cosiddetti «agenti stranieri», e dalle librerie russe vengono ritirati e definitivamente banditi i libri di grandi studiosi e studiose (anche loro oramai emigrati), di scrittori e scrittrici, fuori dai confini della Federazione sorgono intanto nuove case editrici indipendenti che pubblicano in russo, nuovi premi, nuovi movimenti, a testimoniare la vivacità di una cultura resiliente che merita maggiore attenzione. A Parigi ho conversato con Michail Šiškin, uno dei principali promotori di questa nuova fase culturale, un «agente straniero» che in Russia nei primi anni Duemila ha ottenuto i più prestigiosi premi letterari – Russian Booker Prize (2000), The National Bestseller Prize (2006) e il Big Book Prize (2006 e 2011) – e che nel 2022, ex aequo con Amélie Nothomb, ha vinto il Premio Strega europeo con il romanzo <em>Punto di fuga</em> (edito da 21lettere). Il premio «Dar» da lui ideato ci ha portati a parlare, più in generale, di cultura russa, del valore dell’emigrazione e della dissidenza oggi, e anche di alcune cambiamenti che, per il mercato editoriale in Russia e la libertà d’espressione, costituiscono un ulteriore giro di vite, mentre in Italia il dibattito è diventato sempre più fioco su entrambi i fronti: sia quello culturale interno russo sia quello, all’esterno, della dissidenza.<br />
Šiškin è indubbiamente una delle voci più significative della letteratura russa contemporanea; la sua testimonianza è dunque oggettivamente importante e oggi necessaria, anche laddove potrà sembrare discutibile: è, come ovvio, un punto di vista precisamente situato, quello di un intellettuale russo che fin dagli anni Novanta ha scelto per motivi personali di vivere in Occidente e che non solo ha (con ottime ragioni) una posizione di condanna nettissima sull’operato di Putin, ma ha anche tesi molto nette sulla continuità fra il regime attuale e i metodi e le ideologie del periodo sovietico. Altri scrittori, che oggi hanno fatto altre scelte di vita, o riservano alla storia dell’Unione Sovietica un altro giudizio, hanno probabilmente un’idea almeno in parte diversa della cultura russa attuale. L’auspicio è dunque che a questo dialogo ne possano seguire altri – anche con scrittori e scrittrici che, appunto, hanno fatto scelte diverse. Ma per chi è rimasto in Russia oggi è verosimilmente impossibile rispondere liberamente; e dunque, perché le idee espresse da Šiškin in questo dialogo, come in molti suoi scritti, possano dar vita a un dibattito vero e fecondo, la condizione (e l’auspicio più grande) è – banale ma necessario ripeterlo – che finisca presto questa guerra.</p>
<p>_</p>
<p>GM: <em>Michail, subito dopo il 24 febbraio 2022, insieme ad altri scrittori e altre scrittrici russi e bielorussi sei stato tra i primi firmatari di una lettera, in cui chiedevate al popolo russo di non mentire e di non tacere di fronte all’aggressione militare della Russia all’Ucraina, di proteggere la dignità della lingua e della cultura russe (si veda </em><a href="https://www.unistrasi.it/1/577/7042/Voci_contro_la_guerra.htm"><em>qui</em></a><em>). Da allora i tuoi interventi pubblici contro la guerra e in difesa della cultura e letteratura russe si sono moltiplicati, molti scrittori hanno definitivamente lasciato la Russia, nel frattempo nuove case editrici indipendenti sono sorte in Germania, Israele e altri paesi, a riprova di un “letteraturocentrismo” di tipo nuovo, che ha spostato il suo “centro” fuori dai confini territoriali russi. Che cosa sta accadendo in questo presente se lo mettiamo in relazione con il passato</em>?</p>
<p>In Russia c’è di nuovo una dittatura e di nuovo questa dittatura porta con sé una guerra. Una dittatura non può esistere senza nemici, senza guerre, senza lo slogan «la madrepatria chiama!». Io sono uno scrittore e il regime di Putin vuole privarmi della mia lingua, trasformandola nella lingua degli assassini. Il regime mi ha dichiarato suo nemico e questo perché, da tempo, anche io mi sono autodichiarato tale. E non sono il solo. Di scrittori così, per i quali il russo è la lingua madre e che non sono disposti a cedere la propria lingua al nemico, ce ne sono in abbondanza.<br />
Oggi si ripete la catastrofe culturale vecchia di cent’anni. La fine della cultura cent’anni fa, però, era solo parziale. All’epoca, una grande quantità di intellettuali non scelse l’emigrazione, e in molti, in modo ingenuo, appoggiarono le tenebre in arrivo, credendo nelle belle parole sul futuro socialista radioso. E alla fine le tenebre li hanno divorati. Con le classificazioni la situazione fu quasi subito chiara: la cultura si divise tra «cultura russa», che trovò la strada della libertà, e «cultura sovietica», che rimase dietro il filo spinato.<br />
Nel «paese che leggeva più di tutti» i detentori della cultura furono annientati strato dopo strato.&nbsp; Avrebbero raschiato fino al fondo, ma dopo la morte del «principale amico delle arti» [la definizione virgolettata si riferisce sarcasticamente a Stalin, <em>ndt</em>] hanno aperto un po’ il finestrino e attraverso la grata ha cominciato a fluire aria fresca. Il venticello ha portato con sé parole-semi di concetti forestieri: libertà, pensiero critico, dignità umana. Negli anni ’60 e ’70, sui miseri avanzi del campo letterario sono spuntati nuovi germogli. Siamo cresciuti guardando al Tamizdat. L’esistenza di una cultura libera dell’emigrazione era il nostro punto di riferimento, ci dava l’idea della normalità. Il centro della nostra civilizzazione era là dove si pubblicavano i libri, che ci restituivano la dignità umana, e da dove giungevano fino a noi le voci delle persone libere, che non portavano il collare.<br />
E quando alla fine degli anni ’80, di colpo, anche noi siamo stati liberati da quel collare, ci è ingenuamente sembrato che le cose sarebbero andate in modo diverso, che sarebbe stato così per sempre, che il nostro paese avrebbe cercato di essere degno della sua cultura (che con tanto zelo era riuscito a umiliare); che avrebbe mostrato il suo pentimento. Gli autori che tornarono nel paese della Perestrojka furono accolti da vincenti; sale enormi, piene zeppe, <em>standing ovations</em> in segno di pentimento, di riconoscimento e di gratitudine per quella vera cultura che si era conservata durante l’emigrazione. Le case editrici tornarono a Mosca e a Pietroburgo dall’America e dalla Germania. Una vita letteraria libera è ripresa là dove si era interrotta per alcune generazioni: ricordiamo i festival letterari, le fiere, i premi degli anni ’90 e inizio anni Duemila.<br />
Ed ecco che oggi tutto è tornato al punto di partenza. Dopo una leggera debolezza, la «patria-madre» si è ripresa e ha ricominciato a staccare a morsi le teste dei suoi ragazzi e delle sue ragazze. E sta ripulendo con il raschietto gli avanzi dello strato culturale. Questa volta raschierà via tutto. La differenza tra chi rimase allora, appoggiando il regime, e chi è rimasto in Russia oggi, ugualmente appoggiando il regime, balza agli occhi. Basta citare due nomi: Majakovskij allora e Šaman [cantante, sostenitore della guerra in Ucraina, <em>ndt</em>] oggi. Quelli che non vogliono indossare il collare, vengono spremuti, perseguitati, dichiarati agenti stranieri, estremisti. Non fa una piega: le persone che capiscono che cos’è la cultura, ecco chi sono i loro peggiori nemici.<br />
Noi ci siamo ritrovati in una situazione che non esisteva cent’anni fa: gli avanzi del ceto culturale si sono di fatto interamente riversati nell’emigrazione. Dai tempi della Perestrojka, quante persone che possiedono il pensiero critico hanno abbandonato il paese? 20, 30 milioni? Di più? Davanti a noi sta avvenendo nel senso letterale del termine un cambiamento globale: il territorio e la cultura si dividono ancora e, a quanto pare, durerà a lungo.<br />
Una cultura senza l’impero è sinonimo non solo della possibilità di respirare, ma è anche l’equivalente di una responsabilità che non si può scaricare su nessuno. La cultura può esistere solo se farai qualcosa per il suo sviluppo. È Belinskij che è uscito dal <em>Cappotto</em> di Gogol’. La società che ci ha partoriti, invece, è uscita dalla giubba imbottita del gulag e dal pastrano della guardia carceraria. L’iniziativa è privilegio degli uomini liberi. L’iniziativa dal basso, il sentimento di solidarietà è ciò che il potere russo ha ridotto in cenere e questo riguarda intere generazioni. Come «i russi non abbandonano i loro» lo vediamo ogni giorno sui canali Telegram nelle storie mostruose della totale deumanizzazione di milioni, cresciuti nella società con la mentalità del gulag: «Mors tua, vita mea». L’iniziativa, la capacità e l’esigenza di fare qualcosa di buono per gli altri, creare uno spazio per la libera espressione artistica è ciò che ci distingue dai «costruttori del comunismo» e dai loro epigoni, che dicono «La Crimea è nostra».</p>
<p>GM: <em>A questo proposito</em>, <em>riguardo alla «creazione di uno spazio per la libera espressione artistica», ci racconti qualcosa sul Premio «Dar» da te ideato? Mi sembra significativo che il nome scelto richiami il titolo dell’ultimo romanzo in russo di Vladimir Nabokov, scritto a Berlino nel 1938</em>, <em>e al contempo questo premio mi colpisce molto perché valorizza insieme l’opera originale e la sua traduzione. </em></p>
<p>Sotto i nostri occhi oggi vediamo compiersi importanti iniziative a opera di persone per le quali la cultura russa è importante come parte della cultura mondiale, per questo è sorta l’esigenza di nuove case editrici non schiacciate dallo stivale di Putin. Ne sono comparse diverse in questi tre anni e pubblicano libri bellissimi in russo. Di case editrici del genere c’è bisogno in ogni grande città, che pubblichino libri con prefazioni di scrittori e organizzino eventi correlati. Servono fiere del libro, e a questo proposito ricordo che già ne sono state organizzate a Praga («La torre del libro») e a Berlino («Berlin Bebelplatz»), ma sono sicuro che iniziative come queste si moltiplicheranno presto in altri paesi. Servono progetti legati all’istruzione sull’esempio di «Marabu» per la matematica, che apre le sue porte a bambini e adolescenti in Francia, Serbia, America, Israele, Finlandia. Servono festival culturali in russo, come «Voices» a Berlino, «Kulturus» a Praga. Servono dei forum, come «SlovoNovo», che riuniscano sia gli esordienti sia i veterani di diverse sfere – letteraria, cinematografica, teatrale, artistica. Personalmente, sono molto felice del fatto che, grazie a degli entusiasti, si stia realizzando l’idea di una vita letteraria al di fuori del territorio di un impero che resiste sulle sue ceneri. Per fare questo bisogna praticamente partire da zero.<br />
E così l’anno scorso con alcuni miei amici, slavisti svizzeri, ho fondato il premio «<a href="https://darprize.com/">Dar</a>» («Il dono»). Non è un premio russo, né un premio della letteratura russa. È un premio che vuole scoprire nuovi approcci alla letteratura e alla vita letteraria fuori dai confini di uno Stato arcaico; è un premio per tutti coloro che scrivono opere in russo indipendentemente dal loro passaporto e dal paese in cui vivono – Bielorussia, Lituania, Polonia, Georgia, Armenia, Israele, Germania ecc. Vi possono partecipare anche gli scrittori ucraini, che scrivono in russo, e gli editori ucraini – e questo per noi è molto importante.&nbsp; Il russo, infatti, appartiene alla cultura mondiale e non alla feccia sul trono, non alla «madrepatria» che ha la bocca piena di cadaveri. L’obiettivo del premio è offrire la possibilità alla letteratura in lingua russa di un nuovo inizio, supportando in particolare gli scrittori più giovani per i quali l’accesso alla traduzione è praticamente precluso. Negli ultimi vent’anni è stata tradotta in diverse lingue una grande quantità di opere russe, e questo si spiega così: era Mosca a finanziare i progetti di traduzione. Oggi, in Russia nessuno dà soldi a un autore che prende posizione contro la guerra. La nuova letteratura in lingua russa – e non parlo solo degli scrittori emigrati dalla Russia, ma anche di scrittori che più in generale scrivono in russo in altri paesi – si è ritrovata di fronte al muro della traduzione. Bisogna abbatterlo questo muro. Il premio principale per il vincitore di «Dar», quindi, è un riconoscimento in denaro per la traduzione della sua opera in inglese, tedesco e francese. Per ora queste sono le lingue che abbiamo scelto per la traduzione. Le opere in concorso, tutte in prosa, vengono dapprima selezionate da un <a href="https://darprize.com/experts-2025/">consiglio</a> di esperti con a capo il critico Nikolaj Aleksandrov, poi iniziano i lavori della giuria che è composta da una trentina di esperti (critici, filologi, slavisti, traduttori, ecc.: <a href="https://darprize.com/jury-members-2026/">qui</a>); il voto è espresso in forma scritta, ma tutto viene poi pubblicato sul nostro sito in modo che, chi vuole, possa essere al corrente delle scelte di ciascun giurato.<br />
Il nome, «Dar», mi piace molto perché è una parola corta, in cui coesistono significati importanti. E chi vuole potrà riconoscervi il titolo dell’ultimo romanzo scritto in russo da Vladimir Nabokov, che, per quanto mi riguarda, è il suo migliore romanzo.<br />
La posizione sociale del premio è questa: tutti coloro che fanno parte dell’organizzazione (tra i suoi fondatori ci sono scrittori, poeti, musicisti, critici, registi e culturologi come Ljudmila Ulickaja, Boris Akunin, Michail Ėpštejn, Ivan Vyrypaev, Anton Dolin ecc.), e gli autori che ci inviano le loro opere sono contrari alla guerra, contro la dittatura e appoggiano l’Ucraina nella lotta per la libertà e l’indipendenza.</p>
<p>GM: <em>Ci racconti come si è conclusa la prima edizione?</em></p>
<p>Alla prima edizione si sono candidati più di 150 libri pubblicati tra il 2022 e il 2023; il consiglio degli esperti ha selezionato 12 finalisti. La short-list è stata annunciata alla fine di gennaio 2025 e la giuria ha indicato il vincitore in maggio. La maggioranza dei voti è andata al bellissimo libro di Maria Galina, il diario <em>Okolo vojny</em> (<em>Vicino alla guerra</em>); la scrittrice si è trasferita da Mosca a Odessa immediatamente dopo l’inizio della guerra.<br />
Sin dall’inizio è stato chiaro che il tema dell’Ucraina nella prima edizione del premio, durante la guerra, sarebbe stato centrale. Così come è stato subito chiaro che un premio in lingua russa al quarto anno di guerra avrebbe incontrato riscontri non univoci in Ucraina: lì gli scrittori di lingua russa subiscono le pressioni degli ultranazionalisti. Sin dall’inizio mi aspettavo che non sarebbe stato semplice, per questo sono rimasto colpito e mi sono rallegrato quando ho visto che editori e scrittori provenienti dall’Ucraina iniziavano a proporre le loro opere. Poi, però, tutto è andato a finire come temevo. I miracoli non succedono.<br />
Marija Galina ha accettato che il suo libro venisse promosso, è apparsa alla televisione tedesca con un’intervista durante la quale ha sottolineato l’importanza del premio, ma, una volta saputa la decisione della giuria, ha deciso di non accettare il riconoscimento. È probabile che sulla sua scelta abbiano influito le pressioni all’interno dell’Ucraina sugli scrittori in lingua russa e il timore di un accanimento nei suoi confronti, come è accaduto con lo scrittore Jurij Andruchovič: dopo che siamo intervenuti insieme, i suoi colleghi hanno scritto in un post su Facebook: «Ogni russo, non importa se stia con Putin o contro Putin, è una merda. L’hai sfiorata e ora puzzi». Per cui, occorre avere comprensione per la rinuncia al premio da parte di Galina all’ultimo minuto. Lei poi mi ha scritto: «Caro Michail! Un grande grazie a lei per la comprensione e la pazienza! E per il sostegno che, dal primo momento, ha riservato all’Ucraina. In una situazione del genere, una posizione così ha richiesto non poco coraggio e fermezza. Questo resterà per sempre. Marija Galina».<br />
Che cosa si può dire, tirando le somme, di questa prima edizione? Innanzitutto, che, nonostante tutte le difficoltà, il premio è nato. E questo è già un successo. Abbiamo attirato l’attenzione di molti lettori russofoni, e molti traduttori ed editori occidentali si sono interessati ai nostri autori e ai loro testi. Questo è un altro successo. Dopo il rifiuto di Galina, abbiamo ricevuto molti messaggi di solidarietà da parte del PEN International, che è tra i nostri sostenitori dall’inizio, da parte di editori e scrittori, anche ucraini. E noi andiamo avanti: il primo settembre è cominciata ufficialmente la seconda edizione. Staremo a vedere quali libri arriveranno. Ci saranno voci dall’Ucraina e dalla Federazione russa? Non sta a noi decidere, ma a chi scrive e pubblica là. Se arriveranno libri dalla Russia di Putin, sarà una responsabilità personale degli autori verso i loro libri. In Russia, ogni giorno aspirano via l’aria, prima o poi non ne resterà per respirare. È per questo che bisogna creare qui gli strumenti per garantire alla letteratura di continuare a vivere in un mondo libero; il premio «Dar» è uno di questi, ma ne occorrono molti di più.</p>
<p>GM: <em>Oltre all’ideazione del premio, come continua la tua attività di scrittore dopo il 24 febbraio 2022</em>?</p>
<p>La creatività artistica per molti scrittori dell’emigrazione diventa un atto per ritrovare un senso dopo la distruzione dei sistemi storici e culturali.<br />
Persone diverse reagiscono in modo diverso a un forte stress. Se nel febbraio del 2022 fossi rimasto seduto ad ascoltare le notizie terrificanti alla televisione e alla radio, e non avessi fatto niente, non so come sarei sopravvissuto. Il mio cuore sarebbe semplicemente andato in pezzi, nel vero senso della parola. Per resistere mi sono buttato a fare quello che potevo fare, e io posso solo scrivere e intervenire pubblicamente. Ho iniziato a pubblicare articoli su testate internazionali, sono intervenuto alla radio, in televisione, nei meeting. Ho invitato le persone a essere solidali con l’Ucraina, a supportarla nella lotta contro l’aggressore.<br />
Il modo di rapportarsi alla cultura russa nel mondo è profondamente cambiato. E quindi per i russi si è posto il compito di mostrare a tutti che a essere responsabile della tragedia a Bucha e a Irpin’ non è la letteratura russa. Di mettermi a scrivere un romanzo non mi è nemmeno passato per la mente. Come si può pensare alla bellezza della frase quando è stata dichiarata una guerra alle persone, e questa guerra ha invaso anche la bellezza, la cultura stessa? Tutti noi ora ci troviamo in uno stato di guerra contro la barbarie che avanza da ogni dove. Ora siamo tutti in guerra, anche chi è lontano dal fronte. Per anni, nelle mie pubblicazioni e durante i miei interventi pubblici, ho cercato di spiegare che il ponte verso Putin è un ponte verso la guerra. Non può essere altrimenti perché la dittatura vive di guerra, è il suo pane quotidiano, ma qui in occidente hanno chiuso gli occhi davanti all’evidenza. Volevo spiegare ai miei lettori di tutto il mondo la Russia e la sua guerra, per cui, ancora prima dell’aggressione, ho scritto in tedesco <em>Frieden oder Krieg. Russland und der Westen</em> [<em>Pace o guerra. La Russia e l’Occidente</em>]. In Italia è uscito con «21 lettere» con il titolo <a href="https://www.21lettere.it/product-page/russki-mir-guerra-o-pace"><em>Russki mir: guerra o pace</em></a>. Qui cerco di spiegare la Russia attraverso la sua storia e la storia della mia famiglia. Gli ultimi due capitoli sono dedicati al futuro, ho raccontato cosa sarebbe successo. In quel futuro, ora, ci siamo pienamente dentro, tutto sta andando come avevo previsto. Dopo l’aggressione russa all’Ucraina questo libro è stato tradotto in 20 lingue. Nel frattempo, non ho cambiato nemmeno una virgola, ho solo aggiunto una prefazione e una postfazione e ogni giorno che passa questo libro diventa sempre più attuale. Mi arrivano da varie parti del mondo reazioni di questo tipo: «Lei ci ha aperto gli occhi! Perché i nostri politici sono stati così ciechi?». Un lettore mi ha scritto: «Il suo libro ha aiutato il mio amore per la cultura russa, per la lingua russa, a non annegare nel sangue degli ucraini».<br />
Io credo che sia giunto il momento di rivalutare tutti i valori della cultura russa. Occorre fermarsi e di nuovo analizzare daccapo tutto ciò che è stato scritto in russo prima di noi. Un risultato di questo esercizio è il mio libro <em>Moi. Ėsse o russkoj literature</em> [<em>I miei. Saggi sulla letteratura russa</em>]. È uscito nel 2024 per la casa editrice indipendente dell’emigrazione BAbook fondata da Boris Akunin. È come se non l’avessi scritto io questo libro, è venuto fuori da sé. Capita spesso che si viva una vita intera mancando la conversazione più importante – quella con i propri genitori. Capita spesso perché a colazione andiamo tutti di fretta, lo stesso vale per quando si cena – è appena cominciata la partita di calcio, e allora è difficile dire: stop, adesso ci fermiamo e facciamo la conversazione più importante della nostra vita. Questa conversazione con i miei, con mio padre e con mia madre, sono riuscito a farla solo dopo la loro morte, nei miei libri. E in <em>I miei. Saggi sulla letteratura russa</em> ho condotto una conversazione analoga con gli autori che hanno fatto la letteratura russa, cioè quei “genitori” che mi hanno formato per molti anni. Avevo bisogno di capire come fosse venuto fuori dal mio mondo quel male fetido e se per caso non fosse venuto proprio fuori da quei libri con i quali ero cresciuto. Oppure i miei autori avevano tirato su una difesa a tutto tondo in grado di tutelare la cultura dalle barbarie fino allo stremo? Loro hanno perso allora, noi abbiamo perso oggi. Questo libro è una mia conversazione con i miei scrittori sul perché e sul percome perdiamo, e sul perché, nonostante tutto, continueremo a tenere la guardia alta fino allo stremo.<br />
Un’altra cosa molto importante per me, in questo momento, è intervenire insieme ai colleghi e amici ucraini. Sto preparando un programma musicale e letterario con il fondatore del festival «Odessa classics» e questa estate siamo intervenuti insieme in Germania durante il festival «Оdessa Classics in Elmau»; insieme a noi c’erano grandi nomi come il pianista Grigorij Sokolov e il violoncellista Miša Majskij.<br />
Non siamo ingenui e bisogna essere realisti: sappiamo bene che la letteratura e la musica non possono fermare la guerra. Ma per noi è importante questo gesto simbolico, che parla di speranza. La cultura è l’antidoto alla paura, alla propaganda e all’oblio. Le nostre esibizioni congiunte, un pianista ucraino con un autore russo, sono un atto morale consapevole che richiede coraggio, poiché sotto l’attacco dei nazionalisti in Ucraina sono finiti anche Čajkovskij, Rachmaninov e Šnittke. I Putin vanno e vengono, ma la musica immortale rimane, e tutte le bombe del mondo sono impotenti al suo cospetto.<br />
Ed è anche importante capire che la vera arte non parla di «politica attuale». Dell’oggi bisogna scrivere sui giornali e nei post su Facebook. L’arte, la letteratura, la musica non combattono contro il male di oggi, ma contro quello eterno. Il mio compito, come scrittore, è scrivere opere che aiutino il lettore a sentirsi parte della coscienza culturale mondiale, a risvegliare in lui la dignità umana. E allora l’uomo deciderà da solo per sé stesso &#8211; se è pronto a essere schiavo sotto una dittatura o a lottare per una riorganizzazione democratica della società. E purtroppo, non c&#8217;è alcuna certezza che davanti al lettore del futuro lontano non si porranno le stesse domande che si pongono oggi davanti a noi. E la principale tra queste sarà sempre la stessa: a cosa sei disposto a rinunciare per preservare la tua dignità?</p>
<p>GM: <em>Nabokov, nel 1937, in una lettera alla moglie Vera, dopo un ritorno a Cambridge a distanza di anni, scrive: «Questa visita è una buona lezione – </em>la lezione sul ritorno<em> – e un preavviso: non bisognerà aspettarsi vita, calore, il risveglio impetuoso del passato, neppure da un altro nostro ritorno – in Russia. Come un giocattolo si vende con la sua chiave, così tutto è già avvolto nella memoria – mentre al suo esterno non si muove niente». Sono parole che non escludono la speranza di un ritorno, ma che al contempo parlano chiaramente dell’impossibilità di riprovare eventualmente le stesse emozioni, la stessa vita di un tempo (i Nabokov avevano lasciato Pietrogrado nel 1917 alla volta di Kiev e nel 1919 emigrano in Europa). Brodskij, costretto a emigrare nel 1972, definiva l’emigrazione un «tornare a casa», una casa cioè straniera e nuova, ma che gli aveva concesso la libertà, non solo creativa. Che cosa distingue gli scrittori che oggi vivono a Berlino, a Parigi, in Georgia ecc. dai russi delle precedenti ondate dell’emigrazione? </em></p>
<p>L’emigrazione diventa di nuovo un punto di riferimento, un punto di appoggio per chi è rimasto dietro la recinzione, per chi è di nuovo con il collare e però vive ancora con l’esigenza di respirare una parola libera, per le generazioni future. Quello che noi facciamo qui ora potrà dare loro un’idea e una nozione della norma, del vero, come è accaduto nella zona del «socialismo vittorioso». È importante che tutti capiscano, finché non è troppo tardi, che l’emigrazione è resistenza.<br />
Un secolo fa una scrittrice e drammaturga russa emigrata nel 1920 a Parigi, Nadežda Teffi, nel titolo di un suo celebre racconto pose con leggerezza una domanda seria: <em>Que faire</em>? La risposta è ancora attuale: non occorre sperare nel ritorno, bisogna vivere qui e ora. Più semplicemente ancora, bisogna vivere con dignità. È tutto semplice: ciascuno deve fare ciò che può fare, e se non c’è verso di salvare il proprio paese, bisogna continuare la vita di una cultura libera dalla «maledizione del territorio», e il corpo di questa cultura è la nostra lingua.<br />
Rispetto all’emigrazione del passato due cose in particolare ci differenziano: da un lato, appunto, la consapevolezza che non ci sarà un ritorno; dall’altro, la possibilità di continuare a vivere in uno spazio particolare che coloro che sono emigrati un secolo fa non possedevano. Loro non avevano lo spazio virtuale che abbiamo noi e che ci permette di sentirci parte di una cultura mondiale, né avevano i nostri dispositivi elettronici. E così noi, che crediamo importante proteggere la dignità della nostra lingua, creiamo online quello spazio di protezione che forse offline non è nemmeno possibile.<br />
Comprendo molto bene quegli scrittori tedeschi che sentivano l’impotenza di fermare il proprio popolo, che con entusiasmo seguiva il Führer verso l’abisso. Stefan Zweig per disperazione si suicidò. E Thomas Mann tenacemente continuava i suoi appelli radiofonici. Sembrava che le sue parole volassero nell&#8217;aria, nel vuoto, non influenzavano in alcun modo l’andamento delle operazioni militari. Ma erano molto importanti, perché la gente sapesse: esiste anche un’altra Germania, non hitleriana. La Federazione Russa oggi è uno stato fascista totalitario. I libri dei cosiddetti «agenti stranieri» non li bruciano ancora, ma li ritirano dalla vendita e dalle biblioteche. Cosa dobbiamo fare? Io per me ho risposto così a questa domanda: se non puoi salvare il tuo paese, bisogna salvare la sua cultura.</p>
<p>GM: <em>A proposito dei libri degli «agenti stranieri» (non importa se scritti, curati, prefati e perfino tradotti da uno di loro), fino a fine agosto potevano essere venduti, purché rigorosamente incellofanati per impedire alle persone di sfogliarli, e previo controllo della maggiore età dell’acquirente; dal primo settembre, invece, la normativa russa riguardo agli «agenti stranieri» rende poco chiaro il destino della vendita dei libri in cui compiano questi autori, che oramai sono tantissimi. Di fronte a queste ulteriori restrizioni, quale destino possiamo ipotizzare per la vita letteraria in Russia?&nbsp;&nbsp; </em></p>
<p>Niente di nuovo sotto il sole &#8211; abbiamo già visto tutto questo. Lo stato sosterrà la letteratura «patriottica» fedele al potere, mentre i veri scrittori scriveranno i loro testi «nel cassetto» e li pubblicheranno con le case editrici libere in Occidente.<br />
I boss al potere sono convinti di detenere il monopolio su tutto – sul territorio, sulla popolazione, sulla cultura e sulla lingua: chi parla russo è loro servo della gleba, dove si parla russo è la loro terra. Se invece di baciare patriotticamente lo stivale della patria, li mandi al diavolo in russo, ti dichiarano «agente straniero». Per loro essere russo ed essere loro schiavo sono sinonimi. Io sono russo, ma non ho intenzione di essere loro schiavo.<br />
Il potere ha bisogno solo di chi, sottomesso, mette la testa sul ceppo con un sospiro: «lo zar sa meglio». C’è solo una medicina per la coscienza servile – il pensiero critico, che arriva solo con l’educazione, l’istruzione: proprio per questo la cultura e i suoi portatori «contagiosi» devono essere distrutti per primi. Asili e scuole là oramai esistono solo per educare al «dono dell’obbedienza» (il concetto, introdotto da Nikolaj Danilevskij, è un eufemismo per l’ardente servitù patriottica), l’obiettivo della “letteratura” di cui il regime ha bisogno è educare al «patriottismo» servile. Ci odiano, noi uomini e donne di cultura, perché miniamo il loro monopolio sul potere.<br />
Il principale nemico della cultura russa è lo stato russo. E Charms, e Mandel&#8217;štam, e tutti coloro che tentavano di fare letteratura libera, erano oppositori del regime già per il fatto che volevano togliergli il monopolio sulla lingua russa. Gli «ideologi» putiniani usano la lingua russa come arma nella «guerra ibrida» totale. Lo scrittore, canale per la lingua, deve, secondo i loro concetti, irrigare con le parole i campi patriottici, spiegare chiaramente ai lettori che intorno ci sono nemici assetati di sangue; quindi, «non dobbiamo risparmiare i nostri averi, non dobbiamo risparmiare niente, non dobbiamo esitare a vendere &nbsp;le case, a impegnare mogli e figli, a prostrarci dinnanzi a chi si batte per la vera fede ortodossa ed è nostro capo» &#8211; come avvenne con il famoso appello di Minin nel secolo XVII per raccogliere la milizia e liberare Mosca dai polacchi.<br />
Tutti i regimi hanno oppresso i veri scrittori: al tempo sovietico avevano bisogno di lacchè «scrittori sovietici», e ora di lacchè «scrittori-patrioti». Questo è uno stato criminale, che tollera gli intellettuali solo come subordinati. Vuoi emanare «patriottismo» – ecco il teatro, emana. Non vuoi – sei un «agente straniero». Altrimenti stai zitto-zitto.<br />
Il regime ha sempre usato il patriottismo come una trappola per la popolazione, e la cultura come esca. Il pensiero critico, il rispetto per la personalità si educano attraverso generazioni – e questo a condizione di accettare che è davvero necessario un enorme lavoro minuzioso, vòlto a educare le qualità del cittadino libero in ogni scuola, in ogni asilo, in ogni famiglia. Tuttavia, il compito del ministero dell’educazione in tutti i tempi russi è stato completamente diverso – tirare su «soldati della patria». E in generale, il principale educatore là è sempre stata la strada con la sua mentalità carceraria e le sue leggi. E l’<em>éducation sentimentale</em> la completava il servizio obbligatorio nell’esercito. Chi c’è stato, sa cosa intendo.<br />
Penso spesso a mio padre. Aveva 18 anni quando andò a combattere contro i tedeschi. Credeva di difendere la patria, in realtà lui e milioni come lui furono usati &#8211; difendeva il regime che aveva ucciso suo padre, mio nonno morì nel gulag. Mio padre per tutta la vita è stato orgoglioso di aver liberato l’Europa dal fascismo. E non poteva in alcun modo accettare che avesse portato ai popoli liberati semplicemente un altro fascismo. «Come, noi fascisti?! Noi siamo russi! Loro sono fascisti!» Lui, e tutto il paese si identificavano in questa vittoria. E cosa gli ha portato la «grande vittoria sul fascismo»? Sono diventati solo ancora più schiavi del regime. La gente si identificava con la grandezza dell’impero, così la servitù di corte provava orgoglio per la ricchezza e il potere del padrone.</p>
<p>GM: <em>Uno dei tuoi saggi di cui ci hai parlato in precedenza è dedicato a Čechov. Riportando il suo pensiero, scrivi che la sua è la «diagnosi del medico»: la Russia è malata di schiavitù nella sua forma più acuta, cioè di schiavitù inconsapevole; e ricordi che per Čechov la cosa più terribile nelle persone era la loro incapacità di distinguere il bene dal male. Nella giovane protagonista di «Voglia di dormire» che, dopo una giornata di duro lavoro, soffoca il piccolo cui dovrebbe badare, vedi l’antesignano di una Russia che durante la costruzione del glorioso, felice avvenire, avrebbe soffocato nei gulag altri milioni di suoi figli. E ancora ti chiedi se il villaggio di Ukleevo, dove è ambientato «Nella bassura», sia veramente solo il simbolo della Russia di Čechov; ti chiedi come poter vivere nella bassura russa, conservando la dignità personale e distinguendo il bene dal male. Un patriota della dignità umana, così definisci Čechov</em>. <em>È davvero possibile che la letteratura perda sempre</em>?<em> &nbsp;&nbsp;</em></p>
<p>Il problema è che la maggioranza della popolazione russa vive ancora con una coscienza tribale patriarcale: «Noi siamo russi, e intorno ci sono nemici che vogliono distruggerci, quindi dobbiamo difendere la nostra madrepatria, la nostra lingua, il nostro Puškin, dobbiamo sacrificare tutto per la conservazione della nostra amata Patria». Bisogna capire che l’umanità nel suo cammino dal mondo animale ha fatto solo mezzo passo. Non contano i computer e le navicelle spaziali: entrambi si possono usare anche per la distruzione barbarica. Tutto sta nel passaggio dalla coscienza tribale primitiva a quella individuale, nello sviluppo della personalità, che si fa carico della responsabilità per ogni cosa, e non la scarica sul potere. Non sono il popolo o il presidente regnante a dirti cosa è bene e cosa è male, ma solo tu stesso decidi cosa lo è e cosa no. Se vedo che il mio paese e il suo «popolo portatore di Dio» commettono il male, sarò contro il mio paese e contro il mio popolo.<br />
La maggioranza dei miei ex compatrioti si strangola con questa coscienza patriarcale, е metterà la testa sul ceppo: «la madrepatria chiama». L’unico strumento per trasformare la coscienza tribale in individuale è l’istruzione. Perciò lo stato in Russia è sempre stato il principale nemico della cultura, e nelle scuole la materia principale è sempre stata pensare in fila e parlare al passo.<br />
Questa guerra infame la popolazione russa la sostiene non perché si è nutrita di Čechov e ha sentito Rachmaninov, ma perché la vera cultura, che è il mezzo per risvegliare il senso della propria dignità, è sempre stata oppressa, mentre alla popolazione versavano nella tinozza la brodaglia patriottica. Nessun insegnante in tutto l’enorme paese appenderà nel suo ufficio, sotto il ritratto di Tolstoj, le sue parole: «Il patriottismo è schiavitù». Riportare la gente allo stato di tribù che confida nel Führer è più semplice che educare la personalità libera. L’abbiamo visto nella Germania nazista, lo vediamo ora nel paese che in eredità da tutta la cultura mondiale ha scelto per sé solo la lettera Z [allusione alla Z sui carrarmati russi, diventata un simbolo ufficiale dell’invasione russa all’Ucraina, <em>ndt</em>].<br />
Nell’infinita lotta tra cultura e barbarie sul territorio del «paese che legge più di tutti», noi, «ceto culturale», perdiamo sempre &#8211; la forza spezza la paglia. Ecco, abbiamo perso di nuovo. Ora il nostro compito è conservare la cultura in lingua russa nell’emigrazione. E il «nevoso mostro» &#8211; secondo Majakovskij &#8211; continuerà oltre, a riprodurre sé stessо, dall’interno non può rigenerarsi (è impossibile immaginare che il regime hitleriano mutasse dall’interno trasformandosi in senso democratico), e senza sconfitta militare esterna, ahimè, non ci sarà niente.<br />
Il regime putiniano si può distruggere solo con la sconfitta militare, come la Germania nazista, ma la presenza di armi nucleari rende questo impossibile. La malattia russa è la futurofobia, paura del futuro. La saggezza popolare russa «non si può augurare la morte a un cattivo zar» è attuale come non mai. La vera democrazia presuppone una rotazione costante del potere. L’arrivo di nuove persone al potere, elette dai cittadini, garantisce il cambiamento del futuro. La nuova élite criminale russa, arrivata al potere negli anni ’90, non ha intenzione di cedere questo potere a nessuno. Il suo compito consiste nel prolungare lo status quo per il più lungo tempo possibile. In una parola, annullare il futuro.<br />
Per la cultura, per la libera creatività quel territorio è ostile. Di generazione in generazione, da regime a regime tutto ciò che è vivo là è stato soppresso, distrutto o spinto nell’emigrazione. Io odio tutto ciò che è ostile alla cultura, alla libertà creativa. I miei libri sono una dichiarazione d’amore a quella forza della libera creatività che si fa strada verso la vita, senza sé e senza ma.<br />
Non dubito che su questa guerra si scriveranno molti libri. I libri che scriveranno gli scrittori ucraini saranno sull’eroismo, sulla lotta contro il male evidente. Gli scrittori in Russia dovranno rispondere a questa domanda: perché la popolazione russa nella sua maggioranza ha sostenuto questa guerra infame? Finché non ci sarà pentimento per quello che è stato fatto sia da questo regime sia da quello sovietico, il paese non uscirà dalla palude sanguinosa.</p>
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		<title>Per una pace rivoluzionaria (considerazioni in tempi di guerra)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Sep 2025 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Napoleoni]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[militarismo]]></category>
		<category><![CDATA[pace rivoluzionaria]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Violante]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Sergio Violante</strong> <br /> La guerra, motivata da religioni, interessi statali o capitali in cerca di nuovi mercati, segue sempre una logica di sopraffazione e dominio. Nel 2024, il numero di conflitti con il coinvolgimento diretto degli Stati ha raggiunto il massimo storico dal 1946.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Sergio Violante</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-114796" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-708x1024.jpg 708w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-768x1111.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-150x217.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-300x434.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-696x1007.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-290x420.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix.jpg 960w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" /></p>
<p><strong>«Quale diritto ha lo Stato di servirsi dei suoi sudditi per muovere guerra ad altri Stati, impiegando e mettendo a rischio i loro beni e persino la loro vita?». </strong>Questa è la domanda che pone Kant, uno dei pilastri della cultura liberale, che denuncia la pretesa dello Stato di trattare i propri sudditi come «piante o animali domestici di sua proprietà, che si possono adoperare, consumare e distruggere (far morire)» (I. Kant, <em>Scritti politici</em>).</p>
<p>È in quest’ottica che parliamo oggi di pace, collocandoci all’interno di un Paese capitalistico, mosso da un’ideologia liberale. In contesti con sistemi economici differenti, la declinazione del concetto di pace potrebbe variare sensibilmente.</p>
<p>Il principio della guerra con tutta evidenza precede storicamente il capitalismo, il quale ne costituisce una delle sue espressioni e che, pur avendo avuto anche funzioni emancipative – si pensi alla rottura con il feudalesimo – mantiene un rapporto strutturale con il conflitto. È quindi nella relazione fra capitalismo e guerra che si svilupperà il nodo centrale del ragionamento, da cui derivano implicazioni giuridiche, storiche, filosofiche, religiose, economiche, sociologiche e scientifiche.</p>
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<h2>Tecnica e Dominio</h2>
<p>Lo straordinario sviluppo della tecnica moderna, intesa come illimitata manipolabilità della realtà senza alcun argine, senza alcun condizionamento, senza nessun riferimento a valori altri che non siano quelli del progresso tecnico e commerciale, ha raggiunto un livello di autoreferenzialità e onnipotenza senza precedenti. È evidente come questo sviluppo sia stato accelerato dalla logica capitalistica della massimizzazione del profitto. Ma oggi dobbiamo chiederci se l’intero percorso della modernità non sia giunto a una crisi irreversibile, che impone un cambiamento radicale per evitare la rovina e costruire un mondo di pace.</p>
<p>A questa crisi contribuiscono inoltre la scarsità delle risorse naturali e il disastro ambientale, ma, soprattutto la perdita dell’uomo come soggetto. Il trionfo del capitalismo, fondato sul primato dell’economia, ha assorbito la realtà intera, riducendo tutti – padroni e operai, ricchi e poveri – a ingranaggi di una macchina produttiva a cui sono soggiogati.</p>
<p>Questo rapporto di dominio col mondo, della cosa sull’uomo, si dispiega oggi in un incondizionato meccanismo di autofinalizzazione, da cui la soggettività è inevitabilmente esclusa.</p>
<p>Siamo di fronte a una forma di <strong>neo-feudalesimo tecnologico</strong>, dove il potere si concentra in poche gigantesche corporazioni globali. Come sottolinea Yannis Varoufakis, le tecnologie digitali stanno generando un nuovo modello di capitalismo. Questo sistema implica l’espropriazione planetaria da parte di pochi a scapito della maggioranza, con un trasferimento continuo di ricchezza dalle fasce medie e basse verso i grandi gruppi economici, favorito da precarizzazione del lavoro, smantellamento del welfare e distruzione delle piccole e medie imprese.</p>
<p>Per affermarsi, il tecno-feudalesimo ha bisogno di un individuo mutato, ridotto a vivere in un presente perpetuo, privo di memoria, cultura, desideri reali o domande profonde. Un soggetto spoliticizzato, docile, svuotato di inconscio.</p>
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<h2>La Guerra e il “Sistema di guerra”</h2>
<p>La guerra, motivata da religioni, interessi statali o capitali in cerca di nuovi mercati, segue sempre una logica di sopraffazione e dominio. Nel 2024, il numero di conflitti con il coinvolgimento diretto degli Stati ha raggiunto il massimo storico dal 1946.</p>
<p>Se un tempo la guerra era considerata un’eccezione, epilogo di contraddizioni non risolte, oggi è diventata elemento strutturale, permanente, funzione costituente dell’ordine politico e sociale.</p>
<p>È passata da evento di crisi a <strong>istituzione</strong><strong>,</strong> da rottura a fondamento dell’ordine costituito. Che si parli di “guerra preventiva”, “ingerenza umanitaria” o “guerra giusta”, siamo comunque di fronte a un sistema incentrato sul dominio, dove il dialogo e il compromesso sono subordinati alla logica del potere. Ciascun contendente cerca esclusivamente di imporre le proprie ragioni, con il conseguente proseguimento dei conflitti finché non vinca il più forte.</p>
<p>Come scriveva Claudio Napoleoni, «un sistema dove le armi non sono solo strumenti militari di difesa, accessori e subordinati alla volontà generale, ma sono di fatto la massima struttura di potere della società, ciò che ne esprime e determina la vera natura; un sistema dove le armi non hanno solo una funzione militare, ma ancor più hanno una funzione politica; esse di fatto determinano la natura del regime politico, ne producono la costituzione materiale segnano limiti rigidi alle possibilità di alternative e di mutamenti interni al sistema politico, fissano i confini di compatibilità dei suoi rapporti esterni e della sua politica internazionale, si impongono come fonte normativa primaria e architrave del sistema; in una parola, oltre una certa soglia, esse non sono più l’armamento di una società, ne sono l’ordinamento».</p>
<p>La corsa al riarmo che stiamo osservando implica una massiccia riallocazione di risorse verso l’industria bellica, trasformando profondamente le economie nazionali e gli equilibri internazionali. In questa logica, che potremmo definire di warfare, istituzioni neoliberali come l’OCSE prevedono che l’aumento della spesa militare possa generare “crescita economica a breve termine”. È l’idea di “convertire” industrie in crisi (come l’automotive) in fabbriche d’armi. Il costo di questo processo tuttavia ricadrà nel modo più classista e tradizionale sugli strati meno agiati della popolazione attraverso il taglio dei servizi pubblici e l’aumento della pressione fiscale. Un simile modello rafforzerà inoltre la dipendenza dei Paesi più deboli dai grandi produttori di armamenti, accrescendo in un circolo vizioso il dominio geopolitico e fomentando nazionalismi e autoritarismi.</p>
<p>L’effetto oppressivo della guerra colpisce quindi non solo i nemici esterni, ma anche i cittadini, ridotti a sudditi. Le sue macerie – materiali e spirituali – diventano terreno fertile per nuovi conflitti, nuove diseguaglianze, nuove forme di oppressione.</p>
<p>Nel contesto europeo, la guerra non deve nemmeno essere combattuta: basta che sia programmata, con tutto ciò che ne discende in campo economico, giuridico, sociale. Ne è esempio il recente discorso di Mario Draghi al Parlamento Europeo, in cui si propone l’emissione di un debito europeo per finanziare riarmo, intelligenza artificiale e innovazione tecnologica. Un debito da sottoscrivere con il risparmio privato dei cittadini europei, e non con l’intervento della Banca centrale. Il piano “ReArm EU” è stata la pronta risposta della Commissione Europea, sostenuto da una campagna ideologico-mediatica, che punta a legittimare un potere politico sempre più autoritario, che invita i cittadini a “pagare il prezzo della libertà” (Josep Borrel).</p>
<p>Il linguaggio, nel “Sistema Guerra”, è strumento centrale: si moltiplicano le formule eufemistiche come “missione di pace”, “guerra umanitaria”, “intervento preventivo”, che nascondono la realtà fatta di sofferenza, orrore, distruzione. I ceti dominanti, che preparano e promuovono la guerra, non la “parlano”. L’informazione si trasforma in propaganda. I morti scompaiono, contano solo le munizioni, i carri armati, le risorse finanziarie per continuare la guerra. Quando poi la mistificazione non tiene più, come nel caso di Gaza, si aprono inevitabilmente grandi contraddizioni irrisolte.</p>
<p>Il “Sistema di Guerra”, per funzionare, richiede la <strong>militarizzazione della società</strong>: il nazionalismo ritorna, l’autoritarismo si consolida. In Italia, con l’emergenza Covid, questo processo ha assunto contorni evidenti. Come dimenticare i<strong> sanitari dell’esercito nelle corsie degli ospedali sovraccaricati dai pazienti Covid-19, le tende dell’esercito per il triage fuori degli ospedali, le bare di Bergamo trasportate dai camion militari, i vaccini antinfluenzali somministrati negli ospedali militari, l’esercito a presidiare le strade, i vaccini Covid-19 scortati nei loro viaggi da mezzi militari? Come dimenticare che il Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 era il Generale di Corpo d’Armata Francesco Paolo Figliuolo? Che i decreti legge emergenziali promulgati in quel periodo limitavano le libertà costituzionali di spostamento e di aggregazione e militarizzavano al contempo le strade delle città?</strong> <strong>Nel momento in cui </strong>si è tentato di “legittimare” pienamente l’uso del militare per gestire ogni funzione civile, occupare la sfera pubblica e assumere il pieno controllo dell’“ordine pubblico” in uno stato di guerra contro il “nemico invisibile”,<strong> abbiamo sperimentato pericolose torsioni autoritarie nelle società. Quando si è cancellata </strong>la distinzione fra spazio pubblico e spazio privato, quando l’individuo non è più stato padrone del proprio corpo, padrone delle libertà sancite persino costituzionalmente, ecco che, come ha chiaramente spiegato Hannah Arendt, abbiamo compiuto un primo passo verso il totalitarismo.</p>
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<h2>L’Autodifesa</h2>
<p>Una società priva di autodifesa d’altra parte perde identità, capacità di prendere decisioni in modo democratico, natura politica. L’autodifesa tuttavia non è solo legata all’aspetto militare, ma è strettamente legata ai processi di democratizzazione. Guardando al campo occidentale capitalistico un esempio è dato dalla <strong>neutralità armata della Svizzera</strong>, che si fonda sull’autosufficienza nei settori vitali (energia, alimentazione) e su una efficace difesa puramente difensiva, senza proiezione esterna. La Svizzera costituzionalmente può utilizzare le forze armate per difendere la sua indipendenza e la sua integrità territoriale ma non per far valere interessi che vadano oltre l’autodifesa. Questo fa sì che il Paese non possa aderire a alleanze militari internazionali, come ad esempio la NATO.</p>
<p>Un secondo modello più radicale di autodifesa democratica, che potrebbe essere concettualmente integrato con quello svizzero, è quello del <strong>Rojava</strong> in Siria, basato su autodifesa diffusa e partecipata. Parti del complesso sistema di difesa sono autoorganizzate (si pensi ad esempio ai feriti e a tutte le persone menomate dalla guerra, che vengono ospitate in centri autogestiti dagli stessi combattenti ospiti per poi essere reinserite nella società), le donne hanno un ruolo centrale, la formazione militare è integrata con educazione politica ed etica. Il sistema si fonda sul rifiuto della logica statale gerarchica, trae forza dalla comunità e si pone sulla scena in un’ottica internazionalista.</p>
<p>Da ultimo, la resistenza curda ha dimostrato che anche contro forze soverchianti – come il secondo esercito della NATO (la Turchia) – è possibile difendere i propri territori e valori.</p>
<p>Qui la forza nasce dal basso, da una società consapevole, solidale, politicizzata.</p>
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<h2>La Pace come Progetto Politico</h2>
<p>Alla luce di tutto ciò, <strong>la Pace non può essere intesa solo come assenza di guerra (</strong>in ogni caso sempre auspicabile), ma come superamento di ogni forma di alienazione, sfruttamento e dominio. Costruire un’alternativa al Sistema di Guerra richiede un nuovo pensiero rivoluzionario: un pensiero critico, che recuperi la lezione di Marx ma vada oltre l’impostazione classica del conflitto capitale/lavoro.</p>
<p>Possiamo quindi parlare di <strong>Pace Rivoluzionaria</strong>: una pace intesa come lotta di liberazione.</p>
<p>Ciò implica smascherare le forme del dominio e attuare una trasformazione radicale della società. Come suggerisce Napoleoni, dobbiamo agire sul “residuo” umano che sfugge alla logica della valorizzazione capitalistica. Questo residuo – la parte viva, incorruttibile dell’essere umano – è la leva della rivoluzione, una forza interiore e collettiva che può diventare un fattore politico decisivo. Il compito diviene allora quello di recuperare le soggettività perdute e di mettere in moto un opposto e virtuoso processo verso la Pace.</p>
<p>Un esempio interessante di pace così intesa, che non a caso ha goduto di pochissima attenzione sui principali mezzi d’informazione, è l’iniziativa di pace proposta da <strong>Abdullah Öcalan</strong>, in Turchia. In un Medio Oriente sconvolto da bombardamenti e annientamento di popoli. Öcalan, dopo una guerra civile sanguinosissima durata 40 anni, dopo migliaia di morti, ha proposto Pace e praticato il disarmo unilaterale del PKK in nome di una rivoluzione democratica tesa al bene comune pur esercitando il diritto all’autodifesa. Un gesto radicale, che dimostra come la pace possa nascere anche nel cuore del conflitto, e che ribalta completamente uno dei principi del pensiero unico, per cui la pace può (e spesso deve) essere raggiunta attraverso le armi e la guerra. Armi e guerra che in realtà distruggono i rapporti, le relazioni, il dialogo. Come scriveva Giovanni XXIII nella <em>Pacem in Terris</em>: «La pace si può costruire solo nella fiducia reciproca.»</p>
<p>Passando ora al “pacifismo”, vediamo che oggi ha perso incisività e appare sempre più marginale politicamente: le bandiere arcobaleno e i gesti simbolici, spesso praticati da chi non ha più alcuna credibilità, non bastano più, anzi risultano talvolta controproducenti per il raggiungimento della Pace. La <strong>Pace non può essere trattata come un semplice valore</strong>, come suggerisce il pensiero dominante, ma come un principio non negoziabile. Se è un principio, allora nessun mezzo – neppure la guerra “giusta” – può essere ammesso.</p>
<p>Il <strong>Pacifismo Rivoluzionario</strong> agisce dentro le contraddizioni nei modi più disparati e opportuni, come la diserzione da parte dei renitenti alla leva ucraini o dei refusenik  israeliani, l’opposizione civile al regime putiniano, il blocco dei convogli di armi come a Genova e Marsiglia, un’informazione davvero libera, il boicottaggio di prodotti legati alla guerra e all’oppressione, le sanzioni contro interi Paesi e/o singoli criminali internazionali, una piena applicazione del diritto internazionale, oggi piegato e mortificato davanti alla tracotanza delle potenze e degli interessi dominanti. Il Pacifismo rivoluzionario, come visto, è naturalmente connesso a un cambiamento radicale della società, non può esistere all’interno del sistema dominante, deve uscirne, nelle pratiche e nelle finalità. E’ pensiero e agire critico che parte dal basso, che federa in un certo senso le necessità e i temi che partono da territori e luoghi differenti, con il comune denominatore del contrasto al conformismo, all’obbedienza, alla gerarchia; pone interrogativi cruciali sul ruolo e sull’esistenza stessa dello Stato. Il pacifismo rivoluzionario è quindi una pratica rigorosa, che distingue tra fatti e opinioni, tra propaganda e conoscenza, tra narrazioni dominanti e verità plurali.</p>
<p>Infine, mi piace concludere ricordando il gesto di pacifismo rivoluzionario che attuò <strong>Rosa Parks </strong>nel lontano 1955, che rifiutandosi di cedere il posto sull’autobus a un bianco per ciò finì incarcerata. Come lei ebbe a dire: «Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro [&#8230;]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire». Ciò che ne è seguito, il percorso che si è compiuto a partire da quel momento di rottura radicale, nonostante gli innumerevoli ostacoli frapposti, è di evidenza lampante.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scrivere, e presentare libri, nel mondo in fiamme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 10:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
		<category><![CDATA[Demetrio Paolin]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Demetrio Paolin</strong>  <br /> Come diceva il mio amato DFW, quando una casa va in fiamme, si reputa che il salto dalla finestra sia preferibile al morire bruciati, ecco io credo che infine in questo mondo in fiamme, in questa insignificanza del nostro ruolo di intellettuali, a noi rimanga il salto: ...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Demetrio Paolin</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-114166" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n.jpg" alt="" width="380" height="479" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-238x300.jpg 238w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-150x189.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-300x378.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-696x877.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/509961080_23978906071772467_4140576232741169722_n-333x420.jpg 333w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /><em>(con il permesso dell&#8217;autore pubblichiamo il pezzo postato questa mattina sul suo <a href="https://www.facebook.com/demetrio.paolin">profilo fb</a>)</em></p>
<p>Nei giorni scorsi avevo messo qui su fb una breve battuta riguardo le presentazioni, che poi ho cancellato, ho cancellato perché mi sono sentito fuori luogo, il mondo sta letteralmente esplodendo e io parlo di quante persone vengono o meno alle mie o altrui presentazioni, insomma ho cancellato, poi domenica mattina mi sono svegliato con il rischio, non so quanto geopoliticamente certo, ma a livello d&#8217;immaginario e sensazione concreto, di una guerra: e inizialmente mi son detto vedi? c&#8217;hai avuto ragione, il mondo va in frantumi e stiamo qui a discutere se ha senso andare alla Libreria XWR di Poggio Piccolo, alla caffè-libro-osteria di Roseto degli Abruzzi etc etc. Non poteva esserci esempio più preciso della futilità della discussione: eppure, per me questo è stato, come si dice, in weekend di scrittura, di lavoro sulle scritture altrui, di riflessione, anche sincera, dura, senza fronzoli, di ciò che è diventato il mondo editoriale, vendite, come avvengono certe scelte, come e cosa portano, e come e cosa hanno portato, negli anni certe decisioni, la scelta da capitale materiale e capitale immaginario etc etc&#8230;; quel sentimento di colpa che mi aveva portato a cancellare il post (che forse avevo scritto frettolosamente e più per amor di battuta che non di approfondimento ed è per questo che ora vi beccate questa lenzuolata di parole), ora, si trasmutava in altro. Mi dicevo si può raccontare la storia della fine del Titanic da diversi punti di vista, quello degli orchestrali è di certo marginale, ma non per questo privo di interesse.</p>
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<div dir="auto">Mentre riflettevo su questo mi è tornato in mente il Serra su cui, con estrema fatica, lavoro. Serra si chiede che cosa resta da fare, mentre il mondo, il suo, al tempo, il nostro in questo, crolla? Quando la gente muore in maniera disumana, come pezzi, in cui la pietà diventa bandiera da sventolare, in cui i corpi straziati di Gaza valgono di più o di meno (a seconda da dove alcuni li guardano) dei corpi di Teheran, Tel Aviv, o Kiev etc etc, in un tempo in cui è stato inventato il disumanometro, l&#8217;economia di quanti morti, sotto un certo numero non sei disumano, sopra sì, etc etc, insomma in questo mondo che è pronto a tutti gli effetti per il fall out, non soltanto nucleare ma che riguarda la nostra stessa specie, insomma cosa resta da fare? Serra scrive e dice &#8220;E facciamo magari della letteratura. Perchè no? Questa letteratura, che io ho sempre amato con tutta la trascuranza e l’ironia che è propria del mio amore, che mi son vergognato di prender sul serio fino al punto di aspettarne o cavarne qualche bene, è forse, fra tante altre, una delle cose più degne.&#8221;</div>
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<div dir="auto">Ora credo che il nostro compito sia comprendere che cosa significhi fare letteratura in questo momento, pur con ironia, pur con la trascuratezza che Serra non solo consiglia, ma quasi prescrive. La prima cosa potrebbe essere prendere atto della nostra irrilevanza, il discorso sulle presentazioni, sulle stanchezze, sulle poche e/o tante persone, sui soldi da spendere etc etc ha in sé un nocciolo che forse non amiamo esplorare: l&#8217;irrilevanza della letteratura nel mondo attuale, la gente legge poco, quel poco che legge è spesso brutto, libri scadenti, consolatori, senza visione del futuro, senza sguardo sul passato, con una lingua che passo passo si semplifica (non nel senso della semplicità disadrona di Kafka o della Kristof), ma verso un banale che vuole essere per tutti; in questo quadro uno scrittore che esprima una sua idea, forte, di futuro, è inascoltato (guardiamo solo le nostre bolle letterarie qui, pensiamo ai risultati referendari o delle elezioni e alla discrasia tra ciò che accade nella bolla e ciò che avviene nella società). L&#8217;intellettuale spesso non vive nel mondo: anche qui a seguito degli avvenimenti, paragonando la sua bolla al mondo, lo scrittore dice Ma come è possibile? La mia risposta è: Siamo stati negli ultimi 20 anni nei bar a fare colazione?, nei mercati, nelle fabbriche, sui banchi di scuola?Se lo siamo stati l&#8217;esclamazione Ma come è possibile è sbagliata, perché, se lo siamo stati, sappiamo che ciò che è accaduto è assolutamente possibile. La vera domanda non è neppure Perchè?, ma dovrebbe essere Cosa ho fatto io?</div>
<div dir="auto">Ho scritto potrebbe rispondermi, sono andato nelle piazze. E se risponde così allora il tema è nuovamente: l&#8217;irrilevanza.</div>
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<div dir="auto">Questa irrlevanza è generalizzata, ampia (certo ci sono autori più militanti di altri, che hanno un seguito maggiore di altri, ma alla fine ecco non mi pare cambi molto), questo fenomeno è dovuto a diversi accadimenti, non ultimo la scomparsa dei corpi intermedi (partiti politici, sindacati, associazioni), che hanno sempre meno iscritti, sempre meno soldi, sempre meno peso rispetto al capitale, questa disparzione dei corpi intermedi è avvenuta anche nella cultura (radattori malpagati, spesso freelance, agenzie letterarie che producono e cercano nella quasi totalità fenomeni letterari e non scrittori etc etc). Tutto ciò ha prodotto una totale insignificanza dell&#8217;operare letterario.</div>
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<div dir="auto">Io non ho nessuna illusione, anche queste mie parole sono insignificanti, e infatti le scrivo qui e non su un grande quotidiano, neppure su piccolo quotidiano, neppure su una rivista on line, perché appunto nessuno pensa che la mia opinione sia rilevante, forse nessuno ha interesse nel sapere cosa uno scrittore ha da dire sul mondo in fiamme.</div>
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<div dir="auto">Ecco il mondo in fiamme.</div>
<div dir="auto">Come diceva il mio amato DFW, quando una casa va in fiamme, si reputa che il salto dalla finestra sia preferibile al morire bruciati, ecco io credo che infine in questo mondo in fiamme, in questa insignificanza del nostro ruolo di intellettuali, a noi rimanga il salto: il salto è la libertà di fare ciò che si crede meglio per sé e per gli altri, è correre il rischio tanto non si ha niente da perdere, tornare in piccole comunità, in piccoli pezzi di società, cinque, o 3 persone, a fare letteratura e non quelle schifezze che la maggior parte della gente vuole, fregarsene della gente, appunto, dei suoi gusti (e dirlo che la gente ha gusti brutti, che molti lettori hanno gusti pessimi e di merda, e smetterla con le menate del pubblico, dell&#8217;abbraccio del lettore, io non voglio essere abbracciato da lettori che leggono certi libri), fare ciò che per noi è letteratura, scrivere in piena libertà, scrivere senza pensare minimamente alla pubblicazione o al numero di copie, non pensare a come scrivere il romanzo per vincere il premio, non provare invidia per chi ce la fa, provare pietà per coloro che per farcela si son venduti l&#8217;anima al diavolo, rimanere poveri, rimanere nella scarsità, rimanere nella gratuità, non pensare con i tempi di questa società, di questa cultura, di questo mondo, che pretende da te un libro all&#8217;anno, ogni volta il libro ti constringe a dire che è il tuo libro più sentito, non mentire a te stesso agli altri, condividere quello che hai scritto con le persone, senza pensare alle persone, andare in un posto se ti invitano ed essere buono e ringraziare, e fare il tuo massimo, ma se non ti invitano bene uguale, non scrivere per consolare, guarire, salvare il mondo, ma scrivere per dire come è il mondo, conservare la pietà, la compassione, voler bene a chi ti è vicino, ai pochi amici, alla famiglia, a tutti coloro che ti sopportano mentre scrivi, passare tempo con chi vuoi bene, abitare lo spazio di mondo che ti è dato, e farlo con gentilezza, e infine goderti la libertà di aver deciso per il salto: e se finirà male, darsi uno scrollone di spalle e sorridere perché sapevi che era una delle ipotesi.</div>
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<div dir="auto"><em>NdR La foto è dell&#8217;autore: il suo corso di scrittura creativa, nell&#8217;ultimo fine settimana</em></div>
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		<title>Monologo bellico</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/03/01/monologo-bellico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Mar 2024 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[bombardamenti e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Muriano]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Monologo bellico]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Muriano</strong> <br /> Mi chiamo Aria, e sono una bomba. E che bomba… Non però in senso volgare, no. Io sono una bomba: lucida, tornita e inossidabile. Insomma, esplodo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Daniele Muriano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-106900" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano-1024x731.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano-768x548.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano-150x107.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano-696x497.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano-1068x763.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano-588x420.jpg 588w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/per-Monologo-bellico_dmuriano.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Mi chiamo Aria, e sono una bomba. E che bomba… Non però in senso volgare, no. Io sono una bomba: lucida, tornita e inossidabile. Insomma, esplodo. Come posso avere una coscienza? Non lo so. Chiedetelo ai miei inventori. Mi avranno insufflato un’intelligenza artificiale, o un soufflé d’intelligenza alla vaniglia, non lo so. Questi tempi sono avanzatissimi. Anche le bombe hanno autocoscienza. Uccidono e, senza rimedio, soffrono per il loro destino. Ovviamente non possono soffrire dopo essere esplose, perché le bombe sono mortali (in un senso e nell’altro). Ma nel mentre, eccome se si struggono. “Si struggono e distruggono”, potrebbe essere lo slogan inventato da uno stupido.</p>
<p>Sia chiaro: non hanno colpa. Sono proprietà di chi le guida. Sono molto in breve, schiave. E no, carini: non chiamatemi bomba intelligente. Ché tra noi bombe, è un insulto. Al massimo, bomba autocosciente. O se preferite il nome proprio rispetto a quello generico, Aria. Chi mi ha battezzato con questo nome arioso? Forse l’aria stessa mi ha dato il nome di Aria. Infatti la sto attraversando. Sto brucando l’aria, come una mucca grigia che sfiora i prati del paradiso. Il brutto è che precipito, cioè mi precipito sull’obiettivo. Certo, lui per me è un semplice numero. L’obiettivo è un ammasso di coordinate precisissime. Non lo conosco, però. E se volete proprio saperlo, non lo conoscerò. Visto che esploderò al contatto con lui. Poi diranno di me che sono un mostro. Un ordigno senza cuore. È vero, purtroppo. Perché di cuore, no! non se ne parla.</p>
<p>Ma ho un naso, signori. Ed è piuttosto lungo. Con il mio naso buco l’azzurro dei cieli, attraverso questo orizzonte ingiusto. È un naso insensibile, che sente solo sé stesso. Ma è. Ho da lamentarmi? Forse. Ci sono però bombe peggiori, dalla vita assolutamente più corta. E poi, i miei circuiti mi impediscono di lamentarmi.</p>
<p>Cosa volete? Ammazzerò qualcuno, forse molti. Pioverò sul settimo piano di un palazzotto, sventrerò un tetto sotto il quale un ometto panciuto sta defecando in tranquillità, farò a pezzi le mattonelle del bagno, attraverserò in frantumi la tromba dell’ascensore mentre il signor palazzo si aprirà in tutte le direzioni come un animale squartato. Questo fatto è prevedibile. La mia intelligenza può quasi toccarlo. Eppure, io non so niente. Come dicevo, non conosco il mio obiettivo. Che è quasi Dio. Sì, credo che l’essere umano abbia il medesimo rapporto con l’essere divino. Dio è inconoscibile, e l’uomo può toccarlo davvero solo grazie alla morte. Non so però se ha senso divinizzare troppo il mio obiettivo, visto che – nella sua abissale passività – non ha alcun potere. Inoltre, verrà distrutto. È forse pensabile un dio che sta per essere fatto a pezzi? No, tutta questa metafora farcita di crema metafisica non tiene. L’obiettivo non è Dio.</p>
<p>Ci sono invece gli ingredienti affinché io sia buddista. Come può diversamente una bomba sopportare il suo destino infame? Del resto, la bomba è passiva. Deve lasciarsi andare, essere impermeabile a ogni sentimento terrestre, lasciarsi attraversare insomma dall’aria. Deve rinnegare le pulsioni, o soffrirebbe per la propria impotenza.</p>
<p>Invece io voglio vivere, amare, odiare, sopportare, contare le pecore nel pensiero prima di addormentarmi. Voglio subire la forza del caso, come tutti.</p>
<p>Pare che io abbia la fortuna degli uccelli. Sto attraversando questo abisso al contrario, sto volando in picchiata. E sono un essere potentissimo. Mi temono tutti. E avete notato quanto sono intelligente. Non sarò forse un dio? Probabilmente ho guardato lontano da me solo per modestia, mentre la grandezza era in direzione contraria, dentro di me. Mi sto sottovalutando. Come bomba, almeno posso vantarmi di essere il dio della morte. Meglio certo dell’ometto panciuto in defecazione che forse ucciderò. Meglio di te, umano, che pensi di essermi superiore perché non sei stato lanciato, e perché non sei stato direzionato da qualcun altro, perché non soffri il costante allontanamento dalle stelle. Ma pensaci. Sei sicuro fino in fondo di non essere stato lanciato, e poi direzionato, e di non soffrire ora questa sempre più grande lontananza dalle stelle? Lo so, lo so: pensi che sono disperato, che sono maniacale perché mi sto avvicinando alla morte mentre plano verso l’obiettivo, e che tutto sommato una bomba è una bomba. Ha una natura, per così dire. “Ecco, io pensavo che fosse una bomba buona, e invece abbiamo qui la solita bomba” pensi. E io dico razzista! Bombofobo! Mostro antropocentrico!</p>
<p>No, scusa. Era solo un test. Volevo valutare la tua pazienza e la tua attenzione. Visto che sei ancora qui, hai sicuramente passato il test. Allora possiamo essere amici. Certo, per il tempo che mi rimane. Quanti secondi mancano al grande schianto? 25… 24… Pensaci, però: credi sia bene provare a instaurare un’amicizia, o anche solo una minima conoscenza, con un essere intelligente che sta per finire la propria vita? Ti avviso: potresti soffrire. 21… Superato questo vile ostacolo, pensa anche al dopo: sarai diventato un amico, o un conoscente minimo (= coinvolgimento emotivo, un pochetto, dai!) di un essere intelligente che sta per ammazzare un gran numero di persone. Un ordigno, come mi chiamano i burocrati. Una bomba, come mi chiama la gente. Aria, come solo tu puoi chiamarmi, segno inestimabile di confidenza.</p>
<p>So anche che, con il passare del tempo, e ora siamo a 12… 11…, speri che lo schianto arrivi presto, perché la tua voglia di ascoltare una bomba sta cadendo in picchiata insieme a me. Ti sono scomodo, vero? “Basta” stai pensando, “schiantati!”</p>
<p>Eh, ma non ci pensi a quelli che si trovano a 3 secondi da me? 2… 1… Va bene, sono stato forse troppo manipolatorio nei tuoi confronti, non è giusto. Sto per esplodere sul tetto di una scuola elementare piena di bambini. Avrei voluto più tempo, vedi, perché ti ho mentito. Soprattutto sul dato più importante, sul particolare più bollente. Sulla sfumatura che cambia le cose…</p>
<p>C’entrano Dio, il senso della vita, le crepe sentimentali di cui siamo fatti. La verità è che, da dove vengo, nell’alto dei cieli, abbiamo coltivato un germe di sa.</p>
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		<title>Memorie da Gaza #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Dec 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie da Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Pina Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Yousef Elqedra</strong><br />Yousef Elqedra è un poeta palestinese oggi residente a Gaza. Pubblica queste pagine in arabo su Raseef22 e appare qui in italiano nella traduzione di Sana Darghmouni e Pina Piccolo . Il primo episodio del suo diario porta il titolo “Quella è mia sorella minore che riposa in una fossa comune”. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p><strong>&#8220;Quella è mia sorella minore che riposa in una fossa comune&#8221;</strong></p>
<p>di <strong>Yousef Elqedra</strong></p>
<p> </p>
<p><strong><em><b><i>03:00&#8230; il bombardamento</i></b></em></strong></p>
<p>Dormivano, tutto qui, quando alle tre del mattino, gli aerei dell&#8217;occupazione israeliana hanno fatto crollare la casa sopra le loro teste, riducendo in un solo attimo tre piani in macerie.</p>
<p>In pochi istanti abbiamo perso ogni singola persona che abitava nella casa, proprio nel centro della città. Sono morti tutti coloro che si trovavano all&#8217;interno, per un totale di ventisei martiri, per lo più donne e bambini. Tra le vittime c’erano mia sorella Shaima, sua figlia Marwa e suo marito, tutti uccisi nel brutale bombardamento israeliano.</p>
<p><strong><em><b><i>06:00</i></b></em></strong></p>
<p>A causa delle difficoltà di comunicazione, abbiamo ricevuto la notizia alle sei. Mio fratello ed io ci siamo precipitati sul posto, impotenti di fronte alle macerie che sembravano necessitare di un potere divino per essere rimosse. Fin dal primo momento, sapevo che non c&#8217;era speranza, che nessuno sarebbe potuto sopravvivere. L’esplosione aveva schiacciato i vari piani l&#8217;uno sopra l&#8217;altro. Le squadre della Protezione civile hanno fatto attenzione a qualsiasi rumore, cercato ogni corpo, ogni segno di speranza tra le rovine. Ma lì non c&#8217;era altro che un&#8217;opprimente impotenza e l&#8217;odore della morte.</p>
<p><strong><em><b><i>09:00</i></b></em></strong></p>
<p>Abbiamo aspettato fino alle nove del mattino quando è arrivata una ruspa che ha tentato di rimuovere le macerie. Dopo ore di lavoro attento ed estenuante, sono stati rimossi i corpi di cinque bambini e trasportati all&#8217;ospedale Nasser. La ruspa ha continuato a lavorare fino a quando non ha potuto più andare avanti. Purtroppo le macerie potevano essere rimosse solo attraverso macchinari specializzati.</p>
<p><strong><em><b><i>11:00</i></b></em></strong></p>
<p>Alle undici di quella mattina sono arrivati sul posto le ambulanze e gli uomini della protezione civile. Tutti aspettavano con ansia l&#8217;arrivo del macchinario &#8220;al-Baqir&#8221; specializzato nella rimozione di macerie, che aveva impiegato molto tempo per accedere al luogo.  Manovrando Al-Baqir hanno iniziato a rimuovere con perizia i soffitti e i muri crollati, in un processo che ha richiesto quattro ore.</p>
<p><strong><em><b><i>15:00&#8230;verso la fossa comune</i></b></em></strong></p>
<p>Alle tre del pomeriggio ventisei corpi sono stati estratti da sotto le rovine. Nessuno era sopravvissuto. Le ambulanze hanno trasportato i corpi all&#8217;ospedale, dove sono stati controllati, identificati, documentati, avvolti in sudari. Dopo l’ultimo addio, è stata recitata una preghiera per loro nel cortile dell&#8217;ospedale. Poi sono stati caricati sul retro di un camion, portati al cimitero e infine sepolti in una fossa comune.</p>
<p><strong><em><b><i>Mia madre&#8230; la nonna con il cuore spezzato</i></b></em></strong></p>
<p>La verità è che erano tutti addormentati nei loro letti ed è così che sono rimasti. Mia sorella Shaima era la figlia più piccola, quindi quella più amata e più viziata da mia madre. Essendo l’ultima, era la più vicina a lei negli ultimi 21 anni. Una vita breve, come quella della nipote Marwa, che non aveva ancora compiuto due anni. La notizia della perdita ha spezzato il cuore di mia madre, eppure di fronte a chiunque la guardi, lei è orgogliosa, più forte di una montagna, resistente, paziente, composta, sempre in preghiera e colma di gratitudine. Conserva le sue lacrime per il prossimo inverno, quando nessuno sarà in grado di distinguerle dalla pioggia.</p>
<p><strong><em><b><i>Mio padre&#8230; “Ciao Sido”</i></b></em></strong></p>
<p>Per quanto riguarda mio padre, è stata la prima volta che l&#8217;ho visto piangere, in ospedale, vedendo Shaima e sua figlia, con i loro corpi spezzati che giacevano lì. Piangeva, piangeva come un bambino. Aveva vegliato insieme a loro fino a tardi quella notte e mentre usciva di casa, sua nipote Marwa si è aggrappata a lui, dicendogli: &#8220;Ciao, <em><i>Sido</i></em>! (nonno)&#8221;. Mio padre continuava a ripetere questa frase più e più volte all&#8217;ospedale, al cimitero e al ritorno. Era in uno stato di shock, inorridito. Ho temuto che perdesse la testa, rendendomi conto di quanto fosse profondamente legato a loro e di come fossero il fulcro della sua vita, che aveva dedicato a loro.</p>
<p><strong><em><b><i>Esiliato dalla mia storia a quelle degli altri</i></b></em></strong></p>
<p>Quanto a me, ho lasciato Shaima undici anni fa, quando aveva dieci anni. Al mio ritorno a Gaza, ho scoperto che si era sposata e aveva una figlia che le somigliava incredibilmente sia nell&#8217;aspetto che nello spirito. Lei è stata la gioia che mi ha accolto al mio ritorno in patria, e ci ha reso felici, una felicità di breve durata culminata in una lunga giornata in spiaggia il venerdì precedente &#8220;la guerra&#8221;. La guerra che ha divorato quel poco di vita rimasta in questo piccolo lembo di terra assediato da diciassette anni.</p>
<p>Non ho ancora pianto mia sorella, sua figlia o suo marito. Non ho ancora sparso una sola lacrima per loro. Subito dopo la sepoltura, mi sono preoccupato di raccontare le storie delle persone sfollate dal nord di Gaza al sud, mentre la mia storia è stata dimenticata nel mezzo, come se non ne avessi una mia, come se fossi stato esiliato dalla mia storia verso quelle degli altri.</p>
<p> </p>
<p>*</p>
<p> </p>
<p><strong>Yousef Elqedra</strong> è un poeta palestinese residente a Gaza. Questo testo è stato pubblicato per la prima volta in arabo su Raseef22; <a href="https://raseef22.net/english/author/1075511-yousef-alqedra?fbclid=IwAR2hPRQfzepo3nyayu3vFSPLAmdIe4F2M12iE3Wd3yP42rXcV2MsXUoKVQY" target="_blank" rel="noopener">qui</a> la versione inglese. Su Nazione Indiana appare nella traduzione di <strong>Sana Darghmouni</strong> e <strong>Pina Piccolo</strong>.</p>
<p> </p>


<p></p>
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		<title>Le diverse ragioni del silenzio. Lettera ad Andrea Inglese&#8230;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/26/le-diverse-ragioni-del-silenzio-lettera-ad-andrea-inglese/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Oct 2023 06:13:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong> <br /> Caro Andrea, ho come altre volte letto con grande attenzione e interesse il tuo articolo, tanto più che il titolo individua una prospettiva che mi trova completamente d’accordo. E sento il bisogno di risponderti, su un punto in particolare, ma non so ancora, nel momento in cui inizio a scriverti, se pubblicherò questa lettera o se te la invierò in forma privata]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Giuseppe A. Samonà è uno scrittore che ho stimato prima di conoscere di persona, ed è oggi un amico, anche in ragione di una comune condizione di espatriati a Parigi. Ed è un amico di “Nazione Indiana”, avendo già contribuito alla vita del blog con interventi importanti. Il giovedì 19 ottobre, mi ha inviato una breve mail, dove tra l’altro scrive: “All&#8217;aeroporto di Atene, dove abbiamo fatto scalo, c&#8217;erano alcune giovanissime donne israeliane in fuga con bambini piccoli verso Parigi, mentre Gaza cominciava già a essere in fiamme: e ho pensato, chissà cosa pensa A. di questo ulteriore impazzimento dell&#8217;umanità. Fino a ieri ho lavorato come un pazzo per recuperare il ritardo, stamattina ho aperto NI e ho visto<a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/"> il tuo articolo</a>. Di getto questo pomeriggio ho scritto una risposta. La lascio dormire su word, incerto se mandartela come breve articolo o lunga risposta, o non mandartela affatto, e parlarne a voce.” Prima ancora che me la inviasse e la leggessi, ho pensato che la sua riposta avrebbe potuto avere un interesse pubblico. Per due motivi. Quando ho scritto il mio pezzo del 17 ottobre percepivo – non so se a torto o ragione – uno strano silenzio, non tanto sul piano dei mass-media ma delle conversazioni private e degli scambi su social. Naturalmente il silenzio era per molti versi comprensibile, ma io penso che troppo silenzio faccia male, e veniamo tutti da un lungo silenzio sulla situazione tra Israele e i palestinesi. Il secondo motivo riguarda la possibilità d’instaurare con l’amico Giuseppe un dialogo che non è basato su una sorta di accordo preventivo o ipotetico, ma su affetti e stima personali che ci dovrebbero mettere al riparo dal peggiore dei vizi del dibattito pubblico: la tendenza a screditare la persona piuttosto che a confrontarsi, e magari dissentire, con le eventuali idee che difende. Non so ovviamente se questo dialogo porterà a qualcosa, ci aiuterà entrambi a capire meglio ciò che sta accadendo, ma forse il nostro “modo” potrebbe essere, nel migliore dei casi, un’indicazione su come uscire dal silenzio o dalla pura rabbia. Insomma, ovviamente con il suo accordo (e un titolo), ecco qua “pubblica” la lettera che mi aveva inviato Giuseppe. <strong>Andrea Inglese</strong></em></p>
<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Caro Andrea,</p>
<p>ho come altre volte letto con grande attenzione e interesse il tuo articolo, tanto più che il titolo individua una prospettiva che mi trova completamente d’accordo. E sento il bisogno di risponderti, su un punto in particolare, ma non so ancora, nel momento in cui inizio a scriverti, se pubblicherò questa lettera o se te la invierò in forma privata: la prima cosa che mi interpella nel tuo pezzo è infatti il silenzio che lo circonda, a parte Francesco F., con 3 (tre!) parole neutre, nessuno ha osato veramente intervenire, eppure immagino che molti, se non tutti quelli che gravitano intorno a Nazione Indiana siano come te, come me, invasi da quel che è successo e sta succedendo. Questo silenzio – parto da me, immagino che sia così anche per altri – ha sicuramente a che fare con l’impotenza, la paralisi di fronte all’orrore, la sensazione che qualunque parola risulti, di fatto, inadeguata. Ma – e parto sempre da me – questo silenzio viene da più lontano, e ha a che fare sempre con le parole: che di necessità avvicinandola semplificano la realtà, almeno dal punto di vista di chi le legge, e in una realtà come quella medio-orientale, o più precisamente israelo-palestinese, che ho imparato essere paradigmaticamente complessa, ciò rischia di farle torto. Di fronte a questa complessità le discussioni finiscono quasi sempre per ridursi in formule: “sto con gli Israeliani” / “sto con i Palestinesi”: che spazio può trovare – ma di nuovo impiego una formula semplificatoria (!), che non rende del tutto giustizia a come percepisco le cose, nella mia avversione di fondo per tutte le forme di nazionalismo – chi “sta con entrambi”, vede le ragioni (e i torti) di entrambi? Nel passato ho bruciato alcune amicizie in discussioni sterili e violente con persone dell’uno come dell’altro “io sto con&#8230;”, e ho finito con lo sposare appunto il silenzio, al di fuori di coloro di cui già conosco una sensibilità vicina alla mia. Inoltre, ed è forse il silenzio più sofferto, ci sono alcuni amici direttamente implicati, israeliani o esuli palestinesi, persone splendide e aperte, ma comprensibilmente <em>à vif </em>in un momento come questo, di fronte ai quali ogni parola, tanto più se pubblica, che non sia di semplice solidarietà, affetto, mi sembra di troppo, o troppo facile, monca, e dunque possibilmente <em>blessante</em>, e tutto vorrei oggi salvo ferire. È come se questa situazione fosse una bolla incandescente che non si riesce ad avvicinare da nessuna parte. Ma ecco, mi colpisce il senso di responsabilità, la ragionevolezza – nel senso del “ragionare”, di cui c’è tanto bisogno, al di fuori del “tifo” – con cui hai scelto di intervenire, e d’altro canto mi dico che non si può restare muti di fronte all’orrore, anche per quello che si prepara da noi (penso fra altre cose, oltre ovviamente alle tensioni <em>comunitarie</em>, alla stretta sull’immigrazione già in programma): la parola, il dialogo, magari proprio su punti in cui si è meno d’accordo, sono il primo, se non l’unico strumento che abbiamo. Ci provo, con te, ci sto già provando: vedrò, vedremo insieme cosa farne.</p>
<p>Condivido, ti dicevo, il bisogno di contestualizzazione: solo che sulla sua strada, sulla strada della narrazione, bisogna avere la pazienza, il coraggio di andare sino in fondo, perché una contestualizzazione lasciata a mezza via non funziona, anzi, acquista lo statuto di menzogna, soprattutto in quella regione del mondo, dove appunto – per chi senza pregiudizi ideologici abbia voluto studiarla – la storia dei torti e delle ragioni, degli errori, appare maledettamente intricata, complessa, e questi – mi verrebbe da aggiungere, dietro l’evidenza della ragione e del torto diciamo “originali” e sempre più attivi – ben distribuiti, aggrovigliati attraverso le due parti (e su questa “distribuzione”, su questo “groviglio”, c’è purtroppo una terribile ignoranza, soprattutto a sinistra, in alcune sue frange spesso pronta a sposare una visione manichea della questione, con una volontà di “giustizia assoluta” che la storia ci dimostra diventare inevitabilmente pericolosa, e sostanzialmente ingiusta, se non terrificante  – e anche solo questa frase, se pubblicata, mi varrà furiose rimostranze di diverse persone a me care&#8230;). In realtà è come se nella regione israelo-palestinese (come vogliamo chiamarla?) la contestualizzazione fosse infinita, e dovessimo semplicemente disporci in questa prospettiva di apprendimento continuo, aperto, prendendo atto che una soluzione “di parte” non c’è: solo il dialogo, la via della pace per tutti ha senso, è possibile – anche se oggi sembra tragicamente impossibile&#8230; Non me la sento qui, nello spazio di una risposta, di riprendere i diversi aspetti che sollevi e che, a mio avviso, andrebbero approfonditi, ma sarò lieto, se ti andrà, di parlarne a voce. Sento però di commentare, e completare, almeno una tua affermazione: “è davvero troppo pericoloso farsi guidare in un conflitto da un partito di estrema destra.”, etc. Giusto, con una precisazione, forse scontata: nel passato di Israele sono stati a volte proprio alcuni politici di destra – certo di una destra meno “estrema” e corrotta, e più pragmatica – a tentare alcuni passi verso la pace. Bisognerebbe meglio dire dunque: da questo governo di estrema destra, la destra più estrema che abbia mai governato Israele, chiazzata se non dominata dal razzismo e dal fondamentalismo religioso e territoriale, e per di più la più corrotta, cinica. La verità è che oramai il conflitto è sfuggito alla politica. Ma soprattutto, appunto, vorrei accennare a un “completamento”: questa tua giusta, magari da precisare, osservazione dev’essere applicata anche dall’altra parte. Inorridisco quando qua e là sento, nelle diverse piazze occidentali che manifestano “per la Palestina e la sua liberazione”, inneggiare a Hamas, o lo leggo su qualche blog, su qualche bacheca Facebook, magari non direttamente, ma più soavemente, semplicemente sminuendo, giustificando, relativizzando i suoi crimini (come a suggerire che certo, quelle cose là non si fanno, ma gli ebrei un poco se la sono cercata&#8230;). Quale “liberazione” può essere rappresentata da tali efferatezze? E soprattutto, politicamente, come si può, da sinistra, inneggiare a un gruppo di estrema destra (!), fanaticamente integrista, che ha combattuto e in buona parte liquidato tutto quel che c’era di sinistra e progressista nel campo palestinese? E ancor più soprattutto: l’obiettivo di Hamas non è la “liberazione” della Palestina, ma la “guerra santa” con la distruzione di Israele e la costruzione di uno stato teocratico etc. Hamas in questo senso tiene in ostaggio, oltre ad alcuni israeliani, anche l’intera sua popolazione, i cui soggetti si ritrovano doppiamente vittime: di Israele e dei propri cinici, spietati dirigenti. Certo (quispiam dixerit&#8230;), Hamas è stato inizialmente “aiutato” da alcune politiche governative israeliane proprio con lo scopo di dividere i palestinesi e indebolire la sinistra; certo, Hamas ha sfruttato lo spazio creato dal cronico fallimento della politica per la Palestina; certo, Hamas ha prosperato nella mancanza di Stato e servizi, con un insediamento di tipo caritativo ma ancor di più mafioso – e potrei continuare: ma di nuovo per capire com’è stato possibile che la più laica cultura araba della regione si sia avvitata dentro il più fanatico degli integrismi religiosi non basta guardare fuori, bisogna entrare, con pazienza, con coraggio, dentro alcuni nodi complessi della storia palestinese, e della contigua galassia arabo-musulmana. (E certo, c’è anche un significativo gioco di rispondenze fra la “destrizzazione” e la “fanatizzazione” in senso religioso delle due società che meriterebbe un’attenta analisi: sono ben più intrecciate di quel che si crede, queste due società). Ma questa è solo l’indispensabile (per me) anche se troppo breve premessa, e forse avrei invece dovuto saltarla, perché non è di politica che volevo parlare, magari lo faremo a voce – il motivo per cui ho sentito il bisogno di risponderti è un altro: è la questione umanista, prima che politica, che mi opprime, mi annoda lo stomaco, e che è importante capire, sciogliere, per poter tornare a parlare e fare politica (e solo la politica potrà costruire una soluzione, un itinerario per porre fine a questa violenza insensata), e che non trovo neanche nelle tue righe, o meglio, la trovo ma è implicita, sottotono, e deve invece essere secondo me al centro del nostro pensare: sono ovviamente, come te, come molti, sgomento, raccapricciato per quel che si sta scatenando su Gaza (e certo e va detto il governo israeliano ne è responsabile, ma anche Hamas, che proprio questo perversamente e astutamente cercava, cioè il martirio della propria popolazione da utilizzare ai propri fini: i nemici dei palestinesi sono due&#8230; – e poi andrebbe anche detto che certo, la guerra deve fermarsi, ma da ambo le parti&#8230;); ma anche ero e resto profondamente inorridito dall’attacco del 7 ottobre – e mi dà pena, mi toglie voglia persino di parlare, l’indifferenza con cui una parte della sinistra ha accolto quel massacro, che non ha nessuna possibile giustificazione: Grossman, critico implacabile di Netanyahu e della “leadership corrotta” alla testa del paese prima e dentro questa guerra, da sempre in prima fila per i diritti dei palestinesi, evoca a proposito di quel 7 ottobre il concetto di “gerarchia della malvagità”, questo fa riflettere, ci dovrebbe parlare. (Già, me ne rendo conto scrivendoti, il mio e di altri silenzio è anche una reazione all’indifferenza, a quell’altro, pubblico, selettivo silenzio&#8230;) Anch’io come te non ho suggerimenti “positivi” da dare agli israeliani, come potremmo? – ma ne ho timidamente da dare a noi stessi, ai miei amici, a sinistra, qui in Europa, in Occidente: se non siamo capaci di provare orrore e compassione a 360 gradi, se non siamo capaci di esprimerlo, separando drasticamente la “liberazione” della Palestina da Hamas, se anzi non siamo capaci di capire che certo, Hamas è nato e ha prosperato sul fertile terreno del fallimento pluridecennale di una soluzione al problema palestinese, ma che quel massacro di civili non come danni collaterali, ma proprio perché civili, proprio perché donne, proprio perché bambini (la logica genocidaria&#8230;) non è un prodotto del conflitto per la terra (questo è il punto! ), né dell’espansiva, odiosa e ingiusta occupazione, con l’aggressiva moltiplicazione delle colonie – perché, ho bisogno di dirlo? ritengo che la dominazione di Israele sui palestinesi sia odiosa, ingiusta, e debba cessare –   ma affonda le sue radici in un odio che li precede (l’occupazione, il conflitto), un odio non dettato dalla collera, ma freddo e ragionato, a priori, preparato, un odio antico, ecco, se non capiamo tutto questo, se non siamo capaci, anche, di rompere l’ignoranza, i pregiudizi che in una zona della sinistra “propalestinese” impediscono questa compassione (terribile, il “da una parte e dall’altra”, questo tifo da stadio, per quando una sinistra “pro-umanità”&#8230;?), allontanandoci da coloro che nei loro pregiudizi ci vogliono restare, perché in realtà sono anch’essi antichi e riflettono qualcosa che con la sacrosanta causa palestinese non ha nulla a che vedere, insomma, se non ci addossiamo questo compito, se non favoriamo questa comprensione, questa empatia integrale, uscendo dalla perversa logica della concorrenza dei dolori, <em>en se renvoyant en continuation l’ascenseur</em> come si dice in Francia, non possiamo da intellettuali, da semplici umani, batterci per la pace, per la giustizia, non possiamo rivolgerci né agli israeliani né ai palestinesi, né a tutti quelli che patiscono di questa situazione. Laggiù per altro, da una parte e dall’altra, sono comprensibilmente troppo pieni dei propri lutti, della propria paura, per poter pienamente abbracciare i lutti e i dolori degli altri: noi, più distanti, abbiamo il dovere di farlo. (E per Dio, vorrei tanto che dal campo palestinese, pur appunto nella comprensibile fase di bollente emotività e sofferenza, delle voci si elevassero forte in questa direzione, per fare chiarezza, quindi per individuare altre vie, altre guide&#8230; Mi sono a volte ritrovato a pensare che di Gandhi, o anche Mandela, ne nasce uno ogni cent’anni, e lì – sognavo – ce ne vorrebbero due, uno per parte&#8230; Ma oggi, vedendo, sentendo le capitali di molti paesi arabi esplodere di odio e di rabbia, constatando anche qui, da mille segni, l’esistenza di una diffidenza bilaterale, di un odio profondo, mentre laggiù impazzisce la spirale di guerra, mi sembra impossibile persino sognare. E nel mezzo di tutte queste urla, di questi slogan, riemerge la tentazione del silenzio, e un intimo senso di solitudine&#8230;). Ne parleremo insieme.</p>
<p>Ti abbraccio. G.</p>
<p>[19 ottobre 2023]</p>
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		<title>Guerra (sillabario della terra # 1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jun 2023 05:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Le immagini dall’alto dei campi costellati di crateri delle battaglie in Ucraina sono tristemente identiche a quelle della valle dell’Adige, nella mia regione, nel conflitto di più di cento anni prima.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-103864" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/ukraine_field-cropped-300x188.jpg" alt="" width="400" height="251" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/ukraine_field-cropped-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/ukraine_field-cropped-1024x643.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/ukraine_field-cropped-768x482.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/ukraine_field-cropped-150x94.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/ukraine_field-cropped-696x437.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/ukraine_field-cropped-1068x671.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/ukraine_field-cropped-669x420.jpg 669w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/ukraine_field-cropped.jpg 1070w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Le guerre sono nefaste per la terra come per gli uomini. Le immagini dall’alto dei campi costellati di crateri delle battaglie in Ucraina sono tristemente identiche a quelle della valle dell’Adige, nella mia regione, nel conflitto di più di cento anni prima. Stesse pustole rilevate sui bordi nei campi coltivati, perfettamente rotonde ma di varia grandezza a seconda della potenza dei proiettili. Le granate e gli obici che non feriscono gli uomini, che per fortuna sono la stragrande maggioranza, lacerano la terra, senza che il danno sia conteggiato. Sprezziamo la terra in pace come in guerra, la consideriamo un semplice substrato per le nostre dissennate azioni. O meglio, tanto più in guerra, dove le campagne diventano terreni per avanzare, appostarsi e affrontarsi: campi di battaglia. Campi per coltivare morti. Nelle pause la terra è adibita a smaltire i cadaveri, riciclando le loro parti putrescibili.</p>
<p>Anche le trincee ucraine fanno pensare a quelle del primo conflitto mondiale, io nelle immagini riconosco i vari strati della terra fertile, la sua vita, sviata a fini di morte. Il mio cervello senza che io voglia fornisce una precisa classe tassonomica. Nella Somme, in Piccardia, dove ho soggiornato di recente con una residenza, la terra è uguale a quella Ucraina, è terra fine portata dai venti del nord dopo la glaciazione. Solo è più chiara in superficie, per il clima più secco e freddo. Dopo l’apocalittico carnaio il ritorno degli agricoltori è stato molto problematico, perché la terra era letteralmente infarcita di ordigni inesplosi, cadaveri, ferraglie. La maggior parte dei pochi locali sopravvissuti si rifiutavano di metterci mano, in quella terra di morte, quindi ci fu un arrivo massivo di belgi, che avevano meno esigenze e meno timore di saltare in aria.</p>
<p>Gli scontrosi immigrati delle Fiandre si sono messi sotto a dissotterrare gli obici, i proiettili, tutti gli altri resti, a strappare metro per metro la terra alla guerra. Per molti decenni, nonostante la presenza costante di armate di artificieri gli incidenti erano frequentissimi, con morti e amputati. Ancora adesso, a distanza di più di un secolo, affiorano grappoli di granate e bombe inesplose. Ancora adesso nei campi si aprono enormi voragini, quando collassano i soffitti dei casamenti scavati nel gesso sotto le trincee che sezionavano la terra portata dal vento. La regione è però considerata uno dei gioielli dell’agricoltura industriale europea. Si tratta di un paesaggio molto contaminato, avrebbe detto lo scrittore Martin Pollack, che ha coniato questa definizione, dopo aver dato la caccia alle fosse comuni in Europa.</p>
<p>In Vietnam la terra è ancora avvelenata dai venti milioni di galloni di erbicidi innaffiati dagli americani per stanare gli avversari, e dalle letali diossine che ne derivano. A cinquant’anni di distanza queste circolano dai suoli ai pesci allevati e alle persone. Sui campi di battaglia gli erbicidi servono a disseccare gli alberi e gli uomini. Del resto gli insetticidi cloroderivati e fosforganici sono stati creati e perfezionati per fini di guerra, prima di migrare all’agricoltura: la passerella della chimica conduce prevalentemente nell’altro senso, dai campi di battaglia a quelli coltivati.</p>
<p>A trent’anni di distanza nell’ex Yugoslavia molti abitanti e bambini vengono mutilati o uccisi dalle mine inesplose che sonnecchiano tra la lettiera, come succede in molti altri paesi della Terra, quella con la T maiuscola. La guerra stermina gli uomini e la terra anche a distanza. Dopo Hiroshima e Nagasaki c’è stata una tregua di ripensamento, per gli impieghi degli ordigni nucleari. Ma saranno usati ancora, e con tutta probabilità molto presto, la terra lo sa bene, sa quanto durano gli effetti. Tornata la pace gli esseri umani sopravvissuti riprendono a vivere, voltano pagina, dimenticando il più in fretta possibile, con baldanzosa caparbia, come ci ha mostrato lo psicanalista James Hillmann. La terra non dimentica.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-103880" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/091113784-ecdd7bba-4ed9-4bc0-b98a-d256dcc481c2-300x170.jpg" alt="" width="300" height="170" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/091113784-ecdd7bba-4ed9-4bc0-b98a-d256dcc481c2-300x170.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/091113784-ecdd7bba-4ed9-4bc0-b98a-d256dcc481c2-150x85.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/091113784-ecdd7bba-4ed9-4bc0-b98a-d256dcc481c2-696x394.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/091113784-ecdd7bba-4ed9-4bc0-b98a-d256dcc481c2.jpg 735w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Dialogo su pacifismo e non-violenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2023 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> In tanta furia di dibattiti, i dialoghi si sono fatti rari. Questo di Filippo La Porta e Luca Cirese tratta di una questione che è tornata ad assillarci oggi, in quanto spettatori di una guerra in corso alle porte dell'Europa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo articolo è apparso sul n° 334 di marzo/aprile de &#8220;l&#8217;immaginazione&#8221; ed è dedicato al libro di Filippo La Porta e Luca Cirese, <em>Perché non possiamo non dirci non violenti. Dialoghetto su un tema cruciale del nostro agire pubblico</em>, Castelvecchi, Roma, 2021].</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>L’invasione russa dell’Ucraina ci ha di colpo ricordato che l’imperialismo travestito da guerra umanitaria non è una prerogativa degli Stati Uniti e dei governi occidentali suoi alleati. Questo fatto non ha creato grandi sorprese nella lettura della guerra che hanno dato i principali organi d’informazione europei (filoatlantisti), ma ha sollevato, soprattutto in Italia, un dilemma nella sinistra. Di questo dilemma, un libro uscito nel settembre 2021, ossia cinque mesi prima dell’invasione russa – ha costituito una profetica espressione. Mi riferisco a <em>Non possiamo non dirci non violenti. Dialoghetto intergenerazionale su un tema cruciale del nostro agire pubblico</em>, che raccoglie le voci di Filippo La Porta (classe 1952), critico e saggista, e quelle di Luca Cirese (classe 1988), giornalista e militante nonviolento.</p>
<p>Il titolo è per certi versi ingannevole soprattutto per il suo carattere assertivo e non d’interrogazione diretta, in quanto, nei fatti, lo scambio tra i due autori si svolge intorno all’esistenza o meno di clausole limitative dell’atteggiamento nonviolento in un’ottica pacifista e di condanna della guerra nelle sue varie forme. In estrema sintesi, il pacifismo è necessariamente sempre nonviolento? Posta in questi termini – che sono quelli che interessano La Porta e Cirese nel corso del loro dialogo –, si capisce bene come una tale questione sia emersa proprio all’interno della sinistra e del campo pacifista all’inizio di questa guerra. Ricorderò solo, a questo proposito, uno scambio avvenuto tra Adriano Sofri e Lea Melandri, intorno all’attitudine da prendere nei confronti della resistenza ucraina. Anche qui si è trattato di un dialogo (uno scambio epistolare pubblico) dove si poneva, in forma di dilemma morale, la questione delle clausole limitative nei riguardi di una presa di posizione radicalmente nonviolenta.</p>
<p>Il vero pregio del libro di La Porta e Cirese è illustrato, in realtà, nel suo sottotitolo: si parla di “dialogo”, e non di dibattito, e si parla di “tema cruciale del nostro agire pubblico”, ossia dell’impegno nei confronti della pace che non può non essere collettivo e riguardare tutti. I dialoghi veri si sono fatti assai rari, perché sul piano mediatico (sia mass-media tradizionali sia social) trionfa il dibattito, ossia il trattamento di un tema attraverso la giustapposizione di posizioni, che si presentano come merci nel mercato dell’opinione, tra cui il telespettatore e l’utilizzatore dei social debbono “liberamente” scegliere. Il dibattito, insomma, si basa sulla logica della comunicazione pubblicitaria: testimonial di diversi prodotti si affrontano per la conquista dei consumatori, posti come pubblico “esterno” alla scena. Il dialogo funziona su tutt’altre premesse ideologiche, come La Porta e Cirese ci insegnano. Innanzitutto, il dialogo – come il saggio, per altri versi – coinvolge non un portatore di opinioni, il veicolo di un’idea, ma una persona e la sua storia. Il suo terreno è quello esistenziale, non quello dell’astratta comunicazione di messaggi. Il tempo del dialogo è quello mutevole e evolutivo dell’esperienza, non quello della performance comunicativa (“chi è stato più convincente, in studio, stasera?”). Il dialogo, infine, nasce sempre da un interrogativo, ossia da un dubbio o un’indeterminatezza parziale o, in ogni caso, da un desiderio di confrontarsi con l’altro, e quindi di ascoltarlo nelle <em>sue </em>ragioni. Già per questo motivo, il breve “dialoghetto intergenerazionale” (una settantina di pagine) è ampiamente raccomandabile. A questa virtù, si aggiunge poi quella – anche qui saggistica – della digressione. E La Porta, in questo, eccelle, evocando Aldo De Capitini, Simone Weil, Guido Viale, John Belushi, Dante, Taika Waititi, regista di <em>Jojo Rabbit</em>, ma anche il Vietnam, la Resistenza, la guerra civile spagnola. Questa mobilità di sguardo, adottata con naturalezza anche da Cirese, blocca qualsiasi tentativo di argomentazione lineare, per costringerci a sottoporre senza sosta i nostri principi a controesempi o a situazioni ambigue, paradossali. Nonostante l’andamento sinuoso, il dialogo non sfocia in una sospensione del giudizio, ma ribadisce il dilemma di partenza, avendolo però arricchito di pensiero ed esempi storici, fornendogli insomma più spessore, ma anche, inevitabilmente, meno nettezza. E sono due esperienze che si confrontano, non due principi o due “opinioni politiche”: quello di una non-violenza intransigente e utopica, difesa da Cirese, e quella di un pacifismo che cerca di affermarsi, senza ignorare l’impossibilità di un’eliminazione totale dell’aggressività umana come costante socio-biologica o i contesti eccezionali che legittimano forme di violenza difensive, nel caso di La Porta. Entrambi gli autori, però, riconoscono che vi è un lavoro interminabile da fare su di sé, individualmente e collettivamente, per respingere innanzitutto ogni cultura più o meno compiacente con la violenza, affinché la guerra stessa diventi un tabù, anche quando è fatta al di fuori delle nostre frontiere e per ragioni che si pretendono “umanitarie”.</p>
<p>*</p>
<p>Foto tratta da “Courrier international” (24/8/22)</p>
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