<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Günter Eich &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/gunter-eich/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 24 Oct 2013 07:07:16 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Urla lanterna magica!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/06/24/urla-lanterna-magica/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/06/24/urla-lanterna-magica/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 07:16:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Arbasino]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo MAria Ripellino]]></category>
		<category><![CDATA[antonio pane]]></category>
		<category><![CDATA[domenico pinto]]></category>
		<category><![CDATA[Dubček]]></category>
		<category><![CDATA[estetica della resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Fialka]]></category>
		<category><![CDATA[Günter Eich]]></category>
		<category><![CDATA[Holan]]></category>
		<category><![CDATA[Majakovskij]]></category>
		<category><![CDATA[Mňačko]]></category>
		<category><![CDATA[peter weiss]]></category>
		<category><![CDATA[Schwitters]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=18733</guid>

					<description><![CDATA[di Domenico Pinto «Passano donne meravigliose. Io cammino su questa zattera oblunga, dentro una rete di manifesti, di affissi, di visi, di luci; mi addentro nei labirinti di ànditi, androni, passaggi, gallerie, scorciatoie, che la contornano. Dappertutto un inconfondibile aroma di cultura centroeuropea. Io conosco le angustie economiche, gli scompensi che affliggono questo paese, risalito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/81208.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-18746" title="81208" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/81208.jpg" alt="81208" width="595" height="333" /></a></p>
<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>«Passano donne meravigliose. Io cammino su questa zattera oblunga, dentro una rete di manifesti, di affissi, di visi, di luci; mi addentro nei labirinti di ànditi, androni, passaggi, gallerie, scorciatoie, che la contornano. Dappertutto un inconfondibile aroma di cultura centroeuropea. Io conosco le angustie economiche, gli scompensi che affliggono questo paese, risalito a stento dalla morta palude dello stalinismo. Ma mi consolo, pensando che, se non domeranno il suo ardire con striduli giri di vite, esso tornerà a reggere insieme, come uno spillone da balia, i lembi stracciati dell&#8217;Oriente e dell&#8217;Occidente. È un còmpito sovrumano, insidioso, ma forse il più lusinghiero che possa oggi offrirsi ad un popolo».<span id="more-18733"></span></p>
<p>È &#8216;Praga-presente&#8217; del 1963, come affiora nel primo tableau che Angelo Maria Ripellino esegue per «L&#8217;Europa letteraria», e adesso confluito nel volume che aduna gli articoli scritti per l&#8217;«Espresso» sui fatti della Cecoslovacchia:<em> </em><strong>L&#8217;ora di Praga</strong>, <em>Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell&#8217;Europa dell&#8217;Est (1963-1973</em>), a cura di Antonio Pane, Le Lettere, «fuoriformato», pp. 326, € 22 ,00.</p>
<p>Quei saggi d&#8221;antepace&#8217; sono i portolani delle grandi avventure formali nel fulcro del Mitteleuropa. Composti prima che i cingoli dei &#8216;fratelli soccorritori&#8217; neutralizzassero la stagione di riforme avviata da Dubček &#8211; così fasciando la provincia boema nella <em>pax sovietica</em> &#8211; essi documentano i teatrini e i cabaret d&#8217;avanguardia, le pantomime di Fialka, Holan quale «rêveur de lampe» e i rapsodi popolari, la &#8216;fattografia&#8217; di<strong> </strong>Mňačko, la satira che ride di «tutte le storture dell&#8217;età del Culto», il pubblico che si diverte «a riudire la piattezza presuntuosa delle elucubrazioni fiorite dei tirannelli di cellula, sempre in dissidio con la grammatica»; vi sono testimoniate la pittura e la scultura slovacche (in perfetta sincronia con quanto andava maturando in occidente), la Lanterna Magica, il teatro nero, in cui attori vestiti di nero muovono forme luminose su un fondo di velluto scuro; si registrano le concomitanze di multirealismo, di poesia evidenziale, di jazz: qui viene approntata una piccola enciclopedia tascabile che faceva di Praga un&#8217;avanguardia dei modelli sperimentali, dove la simbiosi di ricerca politica e artistica era alla base &#8211; con prestito dall&#8217;<em>opus magnum</em> di Peter Weiss &#8211; di un&#8217;autentica <em>Estetica della resistenza.</em> Nulla di più normale che i russi vi mandassero i carri armati.</p>
<p>Nella notte fra il 20 e il 21 agosto il mosaico va in frantumi. Ripellino, che aveva trascorso i precedenti due mesi nel Castello degli Scrittori, dove poté seguire la rinascita della democrazia (con l&#8217;abolizione della censura, il risveglio degli operai, le critiche al Patto di Varsavia), assiste all&#8217;entrata delle truppe sovietiche in città, e sarà amaramente costretto a riconoscere che «questo miscuglio asiatico di truculenze e di falsi e di minacce e di beffe e di abbracci e di parolone, si inquadra logicamente nella cornice secolare della storia russa, come se nulla fosse cambiato dalla sanguinaria e crudele epoca di Ivan il Terribile». <em>Trasformatosi in corrispondente di guerra viene chiamato a </em>leggere a vista gli eventi, a sciogliere le circonlocuzioni, poi la prassi del potere. Praga è sempre più lo scenario di un processo in cui balena l&#8217;«avvocatura trascendentale» di Kafka: è la fine del Nuovo Corso, il &#8216;socialismo dal volto umano&#8217; alla cui realizzazione egli aveva pur creduto. La parabola di questa storia, in un suo momento già non più apicale, è tutta racchiusa nella fotografia che ferma il tuffo dal trampolino di Dubček, durante l&#8217;estate del 1968 a Santovka. Rimane commovente il modo con cui Ripellino, a più riprese, sembra invitare alla resistenza, quasi voglia suggerire alla gioventù praghese d&#8217;essere «sabbia negli ingranaggi del mondo», secondo la variante tolta da un radiodramma di G. Eich, imperativo categorico e grido di battaglia del &#8217;68 tedesco. Il &#8216;semiboemo&#8217;, come amava definirsi, perde così la possibilità di ritornare nella città che fonda lo spazio poetico del suo libro più famoso. Gli amici lo consigliano di fuggire per il valico di Rozvadov, mettendosi sulla strada che porta a Norimberga. Dal &#8216;cuore della controversia&#8217;, in questi articoli per il settimanale romano, il <em>ductus </em>di Ripellino si fa più pianeggiante, il superconduttore della sua prosa, che abitualmente presenta scavallamenti nella poesia, ed è aspro e scheggiato, traboccante di fonemi animati, si raffredda per condividere una ferita aperta: il regime della scrittura attenua il sincopato jazzistico, la dizione atonale, rallenta il forsennato cabotaggio di prelievi, il sistema di dissonanze è meno discorde, l&#8217;uso pittorico degli accenti tonici verrà normalizzato. Assai diverso in ciò dal conterraneo Pizzuto, che di sé avrebbe potuto ben dire «mi spezzo ma non mi spiego», Ripellino sull&#8217;«Espresso» si spiega invece perfettamente, è di chiarezza lenticolare.</p>
<p>Sul versante creativo, nel breve spazio di due anni, è tornato nuovamente disponibile l&#8217;intero corpus poetico del &#8216;mugiko siciliano&#8217;, grazie alle reimpressioni di Einaudi e Aragno, a cui ora si aggiungono altri due volumi di cose ripelliniane, entrambi a cura di Antonio Pane: vengono dati alle stampe<strong> Solo per farsi sentire</strong>, (Mesogea, 2008, pp. 200, € 16,00) e <strong>Oltreslavia</strong><em>, scritti italiani e ispanici (1941-1976),</em> Istituto Euro Arabo di studi superiori, 2007, pp. 136.</p>
<p>Il primo riunisce le interviste e le conversazioni di Ripellino &#8211; fra cui «Sul trapezio del linguaggio», «L&#8217;arte può salvarci con ferite di gioia» e «La magia della scrittura», cruciali per comprendere questo universo retorico &#8211; e le trascrizioni della sua &#8216;viva voce&#8217;, i materiali radiofonici e televisivi ricuperati nelle Teche RAI. Alberto Arbasino scriverà di «una personalità incantatoria e assorta, abitante nel Meraviglioso e abitata dal Fantastico [&#8230;] trasognato, ispirato, esorbitante e lampeggiante, misteriale e cinetico». Dall&#8217;utensileria dei documenti messi a disposizione esce una facies modellata sugli amati Holan, Gogol&#8217;, Schwitters, Majakovskij, una costellazione di autori che spesso fu lui a presentare, nel proprio adattamento, al lettore italiano, operando una formidabile polisintesi tra le punte più avanzate delle estetiche occidentali.</p>
<p>Il secondo volume (fuori commercio, ma pronto a essere donato dall&#8217;Istituto Euro Arabo a chiunque ne faccia richiesta: <a href="iea@istitutoeuroarabo.it)" target="_blank">iea@istitutoeuroarabo.it</a>) comprende gli scritti estravaganti di italianistica e ispanistica: vi sono consegnati recensioni, ritratti, medaglioni che provano una curiosità prensile e senza limiti profonda, su Arturo Capdevila, Bécquer, Anceschi, sul petrarchismo spagnolo; è presente una «Lettera sulla cultura fonica»,  vengono consigliati libri da mettere in valigia (<em>Lontano da dove</em> di Claudio Magris, il sodale mitteleuropeo), fulminando escursioni oltre la slavistica, quel magistero a cui, suo malgrado, resterà legato per sempre: «Slavista! mi frusciano i fiumi di Piazza Navona. / Slavista! mi zufola un gazzelloni sul flauto. / Slavista! mi dice un tacchino di plastica, un gozzo di / polistirolo. / Slavista! mi beffano da un carro funebre, /gonfio come una torta con cióndoli d&#8217;oro. / Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta / farò un altro mestiere».<br />
In ultimo, sono trent&#8217;anni dalla morte di Ripellino. Anche a chi non l&#8217;ha mai sentita, quella voce manca, manca moltissimo.</p>
<p><strong>[Questo articolo è apparso su «Alias», Anno 9 &#8211; N. 47, il 29. 11. 2008.]</strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/06/24/urla-lanterna-magica/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Idillio Forsennato: Arno Schmidt</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/03/04/idillio-forsennato-arno-schmidt/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/03/04/idillio-forsennato-arno-schmidt/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2008 23:04:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Arno Schmidt]]></category>
		<category><![CDATA[domenico pinto]]></category>
		<category><![CDATA[Günter Eich]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[stefano gallerani]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/03/04/idillio-forsennato-arno-schmidt/</guid>

					<description><![CDATA[di Stefano Zangrando C’è una poesia di Günter Eich, poeta e drammaturgo tedesco tra i fondatori del Gruppo 47, che è considerata emblematica dell’istanza rifondatrice del linguaggio poetico della Trümmerliteratur, la «letteratura delle macerie» che si sviluppò in Germania nell’immediato dopoguerra. S’intitola Inventario e comincia così: «Questo è il mio berretto, / questo è il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889312386/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889312386&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft" alt="arno-schimdt-ii.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arno-schimdt-ii.jpg" width="277" height="410" /></a> di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p>C’è una poesia di Günter Eich, poeta e drammaturgo tedesco tra i fondatori del Gruppo 47, che è considerata emblematica dell’istanza rifondatrice del linguaggio poetico della <em>Trümmerliteratur</em>, la «letteratura delle macerie» che si sviluppò in Germania nell’immediato dopoguerra. S’intitola <em>Inventario</em> e comincia così: «Questo è il mio berretto, / questo è il mio cappotto / qui la mia roba per fare la barba / nella borsa di lino». In una lingua semplice e scevra da patetismi, soltanto nominando i pochi resti personali, l’io lirico del soldato prigioniero ritesse le fila della propria esistenza nel mondo, fino a riaffermare la propria identità poetica: «La mina della matita / è ciò che amo di più: / di giorno mi scrive i versi / che ho pensato di notte».<span id="more-5442"></span><br />
Pur nell’unanime disorientamento, la poesia di Eich è forse il testo che più di ogni altro dovette prestarsi al parallelismo allorché nel 1951 Arno Schmidt, scrittore refrattario ai movimenti letterari e alle velleità pubbliche dell’engagement, già noto per i racconti cavati «dalla cassa di bile» del <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8857512967/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8857512967&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Leviatano</em></a> (1949), pubblicò il suo secondo libro, che conteneva appunto l’avventura minima, appena oltre la soglia della sopravvivenza, di un reduce e scrittore alle prese con la ricostruzione di un proprio, individualissimo spazio vitale. Schmidt, tuttavia, non era annoverabile nel panorama nazionale della letteratura tedesca postbellica se non a prezzo di un pesante sacrificio della complessità e della forza innovativa della sua prosa, e il fatto che si sia dovuto aspettare qualche decennio perché alla sua opera si rendesse giustizia editoriale anche oltre i confini dell’area tedescofona, riconoscendone a tutti gli effetti il valore nel più ampio contesto della Weltliteratur, non è che l’ironica conferma del suo lungimirante ingegno artistico.<br />
In Italia, dopo la «discontinua fortuna» di cui già rese conto a suo tempo su queste stesse pagine Stefano Gallerani, l’onore al merito spetta all’editore Lavieri di Caserta e a Domenico Pinto, giovane e talentuoso traduttore di Schmidt, il quale proprio lo scorso 21 febbraio a Roma, presso il Goethe Institut di via Savoia, è stato insignito del neonato Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria. Il libro che ha valso a Pinto il prestigioso riconoscimento è <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889312092/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889312092&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Dalla vita di un fauno</em></a> (Lavieri 2006), romanzo breve che uscì in Germania nel 1953 e che dieci anni dopo Schmidt avrebbe raccolto in volume con altre due opere simili nella forma e nello stile, scritte subito prima del <em>Fauno</em>, nella trilogia <em>Nobodaddy’s Kinder</em> (Figli di «Babbonemo», se si sta alla versione di Ungaretti, che tradusse così l’omonima invocazione in versi di William Blake al dio padre che non c’è). Ebbene, l’opera che costituisce il tassello mediano della trilogia, tra il <em>Fauno</em> e la distopia post-atomica di <em>Schwarze Spiegel</em> (Specchi neri), è precisamente la storia del reduce e scrittore citata più sopra: s’intitola <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889312386/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889312386&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Brand’s Haide</em></a> e la sua traduzione in italiano («Arno», Lavieri 2007, pp. 128, € 13,50) è il più recente servizio reso da Pinto a Schmidt nella collana che prende il suo nome.<br />
L’intreccio è semplice: nella Germania occupata dagli alleati, il protagonista Schmidt, ex-prigioniero di guerra, giunge in «abiti sbrendolati» e con un misero bagaglio a Blakenhof, un piccolo centro rurale della Bassa Sassonia, dov’è albergato in uno «stambugio» presso l’insegnante della scuola locale. Il suo obiettivo di scrittore è quello di esaminare i registri parrocchiali alla ricerca di notizie su Friedrich de la Motte Fouqué, l’autore romantico alla cui biografia sta lavorando; le sue energie, tuttavia, sono assorbite in gran parte dalla cura dei beni di prima necessità, che egli condivide con le due giovani coinquiline Grete e Lore, e dalla passione che si accende tra lui e quest’ultima. Si tratterà però di un amore di breve durata, perché Lore finirà per scegliere più o meno a malincuore chi potrà garantirle una maggiore sicurezza materiale. Anche a prescindere dall’omonimia di autore e personaggio, i prestiti autobiografici sono diversi: dall’esperienza bellica all’ambientazione della storia in quella Brughiera di Luneburgo dove Schmidt visse la maggior parte dei suoi anni adulti, dal suo amore per Fouqué all’affetto riconoscente per la sorella Lucy Kiesler, che entra con nome e cognome nel romanzo come colei che dall’America invia ai «sopravvissuti» i beni introvabili da consumare o barattare in una Germania vessata dalla penuria. Ma non è certo in questi spunti personali il vero valore del libro, in ciò assai lontano da qualsivoglia intento testimoniale, né questo primo livello “storico” del romanzo basta da solo a svelarne il senso. La forza e l’originalità dell’opera stanno invece, innanzitutto, nella sua fattura poetica: quella che nell’introduzione al <em>Fauno</em> Pinto aveva chiamato la «prosa intermittente» di Schmidt, fatta di brevi paragrafi indipendenti, governati da un’interpunzione alterata ad hoc e giustapposti l’uno all’altro ad assemblare una vicenda cui è negato ogni respiro epico, si presenta anche qui come una forma perfettamente funzionale a restituire il mosaico esistenziale di un io frammentato, il cui sguardo allergico e visionario è l’unico punto di vista sul mondo concesso da una narrazione che ha definitivamente revocato l’onniscienza. L’espressionismo che ne sortisce è uno stile ambizioso, un realismo paradossale che, mentre rispecchia e somatizza le condizioni storiche e culturali dell’epoca («prosa atomica nell’età della fisica» la definisce ancora Pinto), permette a Schmidt di rivelarsi un inimitabile poeta dell’idillio forsennato: «Presso il kraal d’argento della luna stava raccoccolato un astro giallo leone, boscimano. I nostri miseri abiti da profughi volavano, divinamente drappeggiati dal vento; giù per il sentiero nero della chiesa, tutti i cristiani riposavano alloppiati nel chiuso delle loro stanze : libertà, libertà : con le mani incatenate saltammo sulla strada per Blakenhof. – «Lore» : pose subito gli avambracci sulle mie spalle, oh Nymphe Cannae, barbugliammo e ficcammo lo sguardo più a fondo dentro i visi tersi, a fondo dentro la notte. Noi, lumi degli occhi.»<br />
Una prosa del genere, solo apparentemente ardua, inizia a entusiasmare una volta inteso, a dispetto della pedanteria di certi “schmidtologi”, che per leggere Arno Schmidt non serve essere Arno Schmidt e neppure assomigliargli il più possibile. È sufficiente invece attivare quella disposizione allo sforzo che tanta merce editoriale non richiede, ma che ogni grande autore invoca ancora e sempre per essere gustato e compreso. Nel caso di Brand’s Haide, poi, il cimento è ampiamente ripagato dallo svelarsi progressivo di un senso che, di primo acchito, rimane cifrato nel dialogo oscuro tra il verismo soggettivo della narrazione “storica”, già di per sé atomizzata, e gli inserti “documentari” che a cadenza irregolare ne spezzano ulteriormente il corso. Il fatto è che questi “documenti” – siano essi registrazioni fedeli dei sogni di Schmidt, citazioni dai registri parrocchiali in cui risalti una collettività prigioniera della superstizione e soggiogata dagli archetipi o excerpta dell’opera di Fouqué che aprono squarci su medioevi fantastici popolati di eroi e spiriti –, disposti come sono in contrappunto a un racconto di miseria e sopravvivenza, anziché comprovarne la veridicità hanno l’effetto di aprirlo a una dimensione “altra” e persino utopica: la sola, in fin dei conti, a tener viva nel personaggio la duplice fiamma della coscienza e della poesia.</p>
<p>(Questa recensione è apparsa su «Alias» del 1 marzo 2008.)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/03/04/idillio-forsennato-arno-schmidt/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-08-05 07:02:56 by W3 Total Cache
-->