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	<title>hacker russo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La geopolitica der paesello, la matita di Pelù e l&#8217;ecologia del seggio elettorale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 17:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. Leonardo Bianchi si è messo a scavare su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</b></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Leonardo Bianchi </span><a href="http://www.vice.com/it/read/le-pagine-buongiorniste-passate-a-fare-campagna-per-il-s-al-referendum"><span style="font-weight: 400">si è messo a scavare</span></a><span style="font-weight: 400"> su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “</span><a href="https://www.facebook.com/homersimpsonpresidentedelconsiglio/?ref=page_internal"><span style="font-weight: 400">800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio</span></a><span style="font-weight: 400">”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, ma i contenuti sono integralmente antigrillini. Leonardo mappa il tutto e dice alla fine che si tratta di un’operazione di marketing politico. Mattia Salvia, in ottobre, si era “</span><a href="http://www.vice.com/it/read/settimana-facebook-movimento-5-stelle"><span style="font-weight: 400">informato solo tramite pagine facebook per una settimana</span></a><span style="font-weight: 400">” e la differenza c’è: sta proprio nel fatto che la prima delle due </span><i><span style="font-weight: 400">echo chambers </span></i><span style="font-weight: 400">è costruita attorno al sì al referendum, la seconda descrive un intero universo di riferimento (oggi c’è il referendum, ieri c’era qualcos’altro, domani ci sarà qualcos’altro ancora). Si vede che qualcuno ha studiato </span><a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=666.9"><i><span style="font-weight: 400">Misinformation</span></i></a> <span style="font-weight: 400">e segue le regole del </span><i><span style="font-weight: 400">confirmation bias</span></i><span style="font-weight: 400">. Qualcuno che ha preso atto di come funziona e prova a lavorarci su, applicando una semplice strategia </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tit_for_tat"><span style="font-weight: 400">tit-for-tat</span></a><span style="font-weight: 400"> (cioè brutalmente “pan per focaccia”). Avrà successo? I numeri dei like, il commentario pletorico di queste pagine buongiorniste per il sì sono grossi ma boh, più di questo non si può dire. Si può dire però con certezza che qui termina ufficialmente l’era dei cacciatori di bufale e dei debunkers: loro combattono con il fioretto mentre sul campo di battaglia esplodono bombe atomiche. Soprattutto si configurano come qualcosa di “neutrale”, cioè un qualcosa che non ha il formato del social network, dunque sono destinati a sparire col fiorire di falsi cacciatori di bufale, debunkers bufalari ecc.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Disvelatori di complottoni di tutto il mondo unitevi! Auguriamogli miglior sorte di quella alla quale è andato incontro Iacoboni, perché la merita. Questa cosa dei siti buongiornisti riconvertiti alla propaganda renziana del sì, che scimmiotterebbe er peggio der peggio del grullismo, nella nostra prospettiva è davero affascinante. E tutto sommato rispecchia bene i temi di questa campagna elettorale, che se vince il sì pare che ormai ti ricrescano pure i capelli. Ugualmente interessante sul fronte del debbunking abbestia è</span><a href="https://www.buzzfeed.com/albertonardelli/italys-most-popular-political-party-is-leading-europe-in-fak?utm_term=.pqLLVwR9JD%23.hj3RgDkOAG"><span style="font-weight: 400"> l’articolo di Nardelli e Silverman uscito su </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che collega l’hacker russo ai siti moldavi, impelagati con Trump, al movimento cinquestello italiano, ma anche a Putin e Assad. Tenendo da parte il fatto che il buongiornismo è un complottone di suo, meritevole di un approfondimento (l’</span><a href="http://www.vice.com/it/read/ho-usato-facebook-come-un-cinquantenne-per-una-settimana"><span style="font-weight: 400">articolo di Mattia Salvia su </span><i><span style="font-weight: 400">Vice</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che abbiamo già citato da qualche parte nelle puntate precedenti scoperchiava il dramma in tutta la sua tragica evidenza), si può parallelamente pensare che se andiamo avanti così potremo scoprire che in realtà è tutta una manovra propagandistica per promuovere il film di Stone su </span><i><span style="font-weight: 400">Snowden</span></i><span style="font-weight: 400">, che ho scaricato da un sito russo, appunto, proprio ieri. La battuta meglio è quella della fidanzata, che a un certo punto si dichiara molto lusingata del fatto che le sue #fotoditette possano essere una cosa che ha a che fare con la sicurezza nazionale, quando lui, paranoico, le dice di cancellarle dall’hd. Neanche male il cerotto sulla telecamera del laptop, che potrebbe spiarli mentre scopano, perché l’hacker russo sa attivarle anche da remoto col computer </span><i><span style="font-weight: 400">idle</span></i><span style="font-weight: 400">. Insomma, siamo un po’ al punto che anche la #fotodicazzo in DM assume un rilievo drammatico per le sorti del mondo intero, cosa che probabilmente riflette il dramma schizoparanoico degli utenti buongiornisti dei social network. Ma la cosa che forse fa più ridere di tutte dell’articolo di </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i><span style="font-weight: 400"> è l’emergere sotto traccia di una questione inedita e inaudita, cioè la possibilità, ma che dico l’eventualità, non so bene come dirlo nemmeno, di una politica estera grillina. Cioè, cos’è il mondo cinquestello? L’estero, concetto che ci rimanda indietro agli anni ‘cinquanta (“sei stato all’estero?”), appare di per sé come grande complottone. I ghiacci polari sono già squagliati? Gli americani hanno tutti il chip sottopelle? La trivalente è una trasfusione di sangue rettiliano proveniente dall’Africa? Anche senza scherzare, la storia dell’immigrato spedito in Italia dagli americani per destabilizzarci, sotto le mentite spoglie del profugo siriano fa veramente tagliare in due da ridere. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Fa molto ridere in effetti. Gli “esteri” per queste persone qui sono qualcosa che ha molto a che vedere nel migliore dei casi col concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">mirabilia</span></i><span style="font-weight: 400">. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Le meraviglie dell’India je spicciano casa a questi, veramente! Prete Gianni who? Marco Polo facce ‘na pippa!</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Nel peggiore – e temo che ci avviciniamo molto al peggiore – il tutto è inquadrabile in un quadro pesantemente xenofobo: gli unici amici che avremmo sarebbero autocrati e tiranni con cui fare affari. Laddove la xenofobia è proprio una delle cifre dei regimi dittatoriali, con buona pace di chi, in tempi lontani, </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2011/09/23/con-lislam-non-si-parla/"><span style="font-weight: 400">rendeva “neutro”</span></a><span style="font-weight: 400"> il concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofobia </span></i><span style="font-weight: 400">associandolo a quello di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofilia</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Una Camboggia.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Un marasma insopportabile, nel quale dovremmo imparare a nuotare per non affogare.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Daje</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ad esempio si possono fare le mappe delle storie e delle parole, per capirci qualcosa. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Spiegati.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Cioè, invece di impegnarci stupidamente in un </span><i><span style="font-weight: 400">debbunking</span></i><span style="font-weight: 400"> (ormai ci piace con due b) teso a stabilire se in questi deliri ci sia aderenza o meno  alla realtà, possiamo utilizzare due o tre strumenti di analisi, per avere qualcosa di sensato su cui ragionare. Per fare questa cosa bisogna prima di tutto disinteressarsi della relazione tra fatti e racconto. Esempio: i miti di fondazione raccontati oralmente sulla costa Swahili. Da essi non riusciamo a ricostruire un fatto storico positivamente dimostrabile in quanto tale, ma possiamo inferire che nelle città-stato in formazione ci doveva essere una contesa politica tra le parti, ognuna delle quali aveva il suo mito di fondazione (</span><a href="http://assets.cambridge.org/97805213/23086/sample/9780521323086ws.pdf"><span style="font-weight: 400">questo</span></a><span style="font-weight: 400"> è un punto di partenza su questo tema). Ora: prendiamo </span><a href="http://www.lantidiplomatico.it/"><span style="font-weight: 400">l’</span><i><span style="font-weight: 400">Antidiplomatico</span></i></a><span style="font-weight: 400">: non riusciamo davvero a capire cosa succede “all’estero” (ed è perfettamente inutile che diciamo “voi dite cazzate”), ma capiamo benissimo che “gli esteri” per i cinquestelli sono uno dei campi di battaglia della politica interna, capiamo, insomma, che nel mondo cinquestello si parla di esteri in relazione al fatto che i cinquestelli vogliono vincere le prossime elezioni. La cartina di tornasole si ottiene valutando cosa dicono i cinquestelli che stanno al parlamento europeo. Lo dicevo </span><a href="https://news.vice.com/it/article/assad-siria-fascisti-sinistra-italia"><span style="font-weight: 400">qui</span></a><span style="font-weight: 400">: </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Più ci si allontana da Roma più i grillini </span><a href="https://vicinoriente.wordpress.com/2016/01/17/schizofrenia-a-5-stelle/"><span style="font-weight: 400">diventano meno assadiani</span></a><span style="font-weight: 400"> — i loro rappresentanti al Parlamento Europeo, ad esempio, hanno a suo tempo denunciato le torture di Assad, dopo aver visto le fotografie di Caesar.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">E questo è un evento che non ha avuto alcuna risonanza qui in Italia. Facendo questa sorta di analisi areale (o meglio calcolando sommariamente il </span><i><span style="font-weight: 400">fetch</span></i><span style="font-weight: 400">) delle opinioni cinquestelle su Putin e Asad scopriamo insomma la loro funzione. Da lassù i cinquestelli non “percepivano” che il putinismo e l’asadismo del loro movimento funzionasse davvero bene in politica interna. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. È interessante questa cosa che dici e ci permette di leggere il complottismo in una chiave estremamente provinciale. Abbiamo sottolineato poco questo aspetto che è invece caratteristico e decisivo, che cioè quando vivi ar paese, e l’Italia in particolare è un posto dove la gente vive ar paese, anche quando si è trasferita in una metropoli cosmopolita da generazioni, l’unica cosa di cui ti frega è il paese e la canizza del paese. Voglio dire che qualunque cosa accada nel mondo ti interessa solo se riferita agli effetti che ha sul paesello in cui vivi e siccome non ne ha nessuno, ma devi trovare di necessità un punto di contatto tra quello che succede nel mondo e la tua vita, per non dover concludere che è inutile e priva di significato, ecco che il mondo intero diventa un complotto contro di te, ovvero contro il paesello e i suoi valori genuini.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, infatti. Che poi, se inseriamo tutto nella dinamica telefonone-Bello Figo, possiamo in questo modo intercettare quello che è definibile come “effetto Gorino”, se ci pensi. Di fronte a un evento assolutamente irrilevante e microscopico, cioè l’arrivo di poche persone bisognose e tranquille in un villaggio, dei criptofascisti hanno bloccato la viabilità innalzando pseudo-barricate.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E così, anche, si spiegano bene i complotti americani per invadere l’Italia di africani, da Cerasito di Mezzo, per dire, a Gorino appunto, luoghi che, in realtà non esistono (soprattutto il primo, che è in Molise e non so se abbia a che fare con l’immigrazione, in realtà) fuori dalla mente di chi li popola. In sintesi, il complottismo, oltre a tutte le cose che abbiamo detto fin qui, è una forma profondamente provinciale. La scia chimica è un chiaro esempio: il mondo entra nel tuo campo visivo per il tramite di un aereo che solca il cielo e sparisce alla vista, l’impronta che lascia non può che essere nociva, perché vorresti essere su quell’aereo, ma non lo sai nemmeno, perché il tuo scenario di desiderio è sotto il tuo stesso livello di percezione, invece stai in un buco di culo sperduto e ci morirai sepolto senza che sia fregato niente a nessuno di chi eri e di chi non eri. Perché non eri assolutamente un cazzo di niente.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Mentre il telefonone ti segnala che al mondo succedono miliardi di cose importantissime che ti stai perdendo, facendoti scattare l’unico succedaneo del desiderio che sei capace di percepire: l’ansia.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto, è evidente che, date queste premesse, ogni ingresso del mondo nel campo percettivo del grande provincialismo che ci circonda non può che diventare una minaccia delle multinazionali, della finanzia internazionale, delle </span><i><span style="font-weight: 400">elité</span></i><span style="font-weight: 400"> liberal, che vogliono frocizzare i tuoi figli, farli copulare coi negri, contaminare le abitudini tradizionali, stanarti da quel buco in cui ti senti al sicuro. Una grande verità che Corbin O’Brien, il </span><i><span style="font-weight: 400">supervisor</span></i><span style="font-weight: 400"> alla NSA dice a Snowden durante una scena di caccia del film di cui sopra è che “non vogliono libertà, vogliono sicurezza”. Stiamo perfettamente dentro questo </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400">. Il complotto è la forma che la minaccia costituita dall’enormità, dalla vastità, dalla grande complessità del mondo, assume agli occhi provinciali degli individui insignificanti sepolti nel paese sperduto, programmati, in realtà, dal battesimo all’estrema unzione (e quello è il vero complotto, cioè, il complotto sono loro).</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. L’altro esempio che mi piace fare è sull’arrivo in Italia della parola “wahhabismo”, che si riferisce al movimento nato nel XVIII secolo nel Najd, attuale Arabia Saudita e che poi è divenuta la confessione ufficiale in quel paese e in Qatar. Notare: i wahhabiti non si definiscono wahhabiti: sono altri soggetti che chiamano i seguaci di Ibn Abd al-Wahhab in questo modo. Loro si definiscono semplicemente “musulmani” o (usando una semplificazione) “unitari” (muwahhidun) cioè “coloro che professano l’unicità di Dio” (unico vero caposaldo teologico dell’islam). In Italia la “fortuna” della dicitura è recente e si deve all’ingresso della propaganda russa, che ha fatto irruzione in Italia con la questione siriana e più precisamente da quando la Russia ha iniziato a uscire allo scoperto in Siria. Diciamo, sommariamente, a partire dal 2013. I russi chiamavano i jihadisti ceceni in questo modo perché una volta finita l’Unione Sovietica i sauditi iniziarono a fare proselitismo nelle ex-repubbliche sovietiche a suon di corani lanciati dagli aeroplani e/o costruendo moschee a tutto spiano. Prima si preferiva parlare di salafismo (che poi sarebbe meglio chiamarlo neo-salafismo ma lasciam perdere). Oggi chi parla di wahhabiti a sproposito è spesso individuabile come persona che subisce o si associa a quella propaganda russa, usando fonti come </span><i><span style="font-weight: 400">Russia Today</span></i><span style="font-weight: 400"> o </span><i><span style="font-weight: 400">Sputnik</span></i><span style="font-weight: 400">. Ovviamente l&#8217;uso si espande anche ad altri soggetti ma riusciamo ancora a fare una mappa della provenienza delle notizie usando come bussola la parola “wahhabita”. Tante altre cose le possiamo mappare così.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Si aprono vari fronti, se inquadri il problema così. Innanzitutto quello dell’approssimativa “precisione” nella descrizione dei fenomeni sociali e culturali, ma anche nei fatti della cronaca e della politica in genere. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Il </span><i><span style="font-weight: 400">tagging</span></i> <i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> al quale qualsiasi cosa, per essere intercettata da un pubblico, deve essere sottoposta.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto. Ci sono tantissime etichette </span><i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> che si usano per apparire più credibili e affidabili che alla fine non sono per niente pertinenti, non più che se, appunto, chiamassi tutti “gli arabi”. E questa cosa rimanda al problema che più volte abbiamo notato, che cioè o le cose le sai, o non le sai e se non le sai faresti meglio a interpellare chi le sa per capirle, invece di lanciarti in sbandatissime improvvisazioni.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, il fenomeno è di portata universale.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Più in generale c’è quest’altro livello di analisi che caratterizza la formazione di opinioni sulla contemporaneità, che da una parte fa, diciamo così, </span><i><span style="font-weight: 400">pendant</span></i><span style="font-weight: 400"> con il complottismo, basato sull’associazione abusiva di fatti irrelati, e dall’altra con la gestazione delle </span><i><span style="font-weight: 400">fake news</span></i><span style="font-weight: 400"> basata su un’inversione del rapporto tra dato e metadato, tra fatti che accadono e categorie che li spiegano, con le seconde che, paradossalmente, producono i primi. Si tratta del fatto che le posizioni su un determinato argomento, diciamo la crisi dei rifugiati, la guerra in Siria, il terremoto, se deve uscire tizio o caio a un talent show o a quell’altro, se era rigore o no, qualunque cosa, non dipendono più tanto da come veramente la pensi, ma da quello che ti fa comodo per polarizzare l’opinione pubblica su un altro tema. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Assolutamente. E qui si spiega molto di quello che entra in gioco nei complottismi. Anche in questo caso ignorando l’aderenza dei racconti alla realtà fattuale e ragionando sulle proprietà dei nessi causali messi in ruolo si riesce a capire chi polarizza, come e perché.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo quindi aggiungere alle due modalità che abbiamo accertato anche questa terza, che è lo spostamento continuo dell’oggetto del contendere, con risultante distanziamento dai fatti in quanto tali, dei quali in fondo non te ne frega veramente nulla. Cioè, se affonda un altro barcone nel mediterraneo non te ne frega di per sé, perché sei di fronte ad una catastrofe umanitaria e devi in qualche modo trovare una soluzione per farla finire, ma perché ti interessa dire che questo o quell’altro ti sta facendo invadere dagli africani su mandato di una potenza straniera che avrà un suo qualche vantaggio (mai chiaro).</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Proprio così. Per anni mi sono dato pena di discutere sulla Siria, poi ho capito che della Siria a questi discussori non fregava assolutamente niente. Che a questi interessava dire qualcosa su, che ne so, l’antimperialismo o Renzi. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Si tratta di una nuova versione del mondo fatto a nostra immagine e somiglianza, in maniera anche più stupida e vana che in passato. Cioè, non usiamo categorie nostre per descrivere cose che non capiamo, come i culturalismi ci hanno abituato a pensare. Parrebbe che adesso, pur avendo eventualmente gli strumenti per capire, non lo facciamo di proposito, perché un mondo disegnato in maniera intenzionalmente proiettiva serve a costruire opinioni su altri temi. Oppure, peggio ancora, relativizziamo qualunque cosa, perché la dobbiamo ricondurre alla dinamica della canizza paesana.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Usando le nostre categorie: è evidente che una visione complottistica che metta insieme da una parte Soros, Renzi, la Clinton, il compagno del liceo che su facebook scrive cose sarcastiche e il saccente barista, dall’altra Murdoch, Grillo, Trump, il tassinaro e lo zio picchiatello è più rapido, semplice e comunicabile che non provare a capire fatti complicatissimi come quelli che attraversano la contemporaneità, che determinano assetti apparentemente improbabili, geometrie variabili di accordi e disaccordi di un sistema polimorfico, difficile da ridurre a questi contro quegli altri.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Di sicuro se vuoi catalizzare l’attenzione, secondo il modello Povia o Marco Carta, di cui abbiamo parlato nelle puntate precedenti, piuttosto che discettare dei precari equilibri tra le tribù sunnite in Iraq, o ragionare sulle problematiche che emergono dal rapporto ISTAT, fai prima a tirare fuori il complotto della matita copiativa appena uscito dalla cabina referendaria, come Piero Pelù, un altro cantante in via di santonizzazzione:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-66138 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png" alt="peloo" width="668" height="343" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-768x395.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo.png 990w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">A seguito di ciò possiamo riportare indizi di un paese intero che, nella domenica del derby, per dire, si ritrova in preda alla psicosi della matita. Un complotto di Alfano che poi dà ordine di scancellare i voti no? In che modo c’entra di mezzo l’hacker russo? L’invasione degli africani? La scia chimica che traccia il cielo sopra al tuo paesello natio?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Questa è molto istruttiva. La mente complottista è fortemente adattativa, e trova soluzioni (sbagliate) in tempi brevissimi. Mi allungo un po’ però sta cosa mi sembra importante: <a href="http://www.drjuliashaw.com/research.html">nel libro di Shaw</a> sulle false memorie si spiega molto bene il fatto che il pilastro della memoria è di tipo associativo. Ogni memoria, e ogni pensiero che ne deriva, vive in una sua ecologia fatta di altre memorie che vi si associano in forme più o meno stabili e/o corrette. L’esempio che fa è molto semplice: quando dico “poliziotto” penserò a qualcosa che è associato in maniera molto forte al concetto di “legge” e molto poco a quello di “tavolo”. Bene, in una mente complottista queste ecologie sono sostanzialmente sostituite da quella del complotto, che si associa praticamente a ogni cosa, essendo una specie di carattere jolly, molto comodo (ma anche riflesso di un sottile malessere, o forse proprio di una modalità psichiatrica), che si attiva ogni qual volta l’ecologia di quel concetto è assente o scarsa. In altre parole: se dici “Soros” o “ISIS” molti non hanno quasi altro concetto da associare se non “complotto”. La memoria interviene quando ragioni sulle cose ma anche quando hai esperienza di qualcosa. Nel caso peluviano, il cantante stava vivendo l’esperienza di votare e probabilmente si sentiva profondamente a disagio in quella situazione dovendo in qualche modo esprimere “protesta”, cioè rappresentarsi come il Cantante Rock anti-establishment. Niente di più facile, in quelle condizioni, che accendere il neurone del complottone, poiché così attivi l’ecologia protestataria che hai alimentato a modo tuo per una vita intera, dando un senso a quel momento di assoluta solitudine che è l’Esperienza dell’Urna. E poiché davanti all’autore di </span><i><span style="font-weight: 400">Eroi nel Vento</span></i><span style="font-weight: 400"> c’è solo un foglio e una matita, una delle due cose dovrà pur rappresentare un problema. La scelta cade sulla matita. Il tutto poi incontra il </span><i><span style="font-weight: 400">sentiment </span></i><span style="font-weight: 400">di masse infinite di persone che manco la matita avevano pensato ed erano uscite dall’urna con un attacco di panico incipiente, determinato dall’evidente sensazione di non contare un emerito niente e/o aver sbagliato tutto nella vita. Ecco fatto, il complotto espresso. Niente di più probabile, stando a ciò che diciamo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Inteso dall’angolazione ecologica il caso della matita di Pelù diventa comprensibilissimo. Il seggio elettorale è per Pelù un luogo che si collega in automatico ad un complotto: il posto dove si esercita il più sacrosanto momento della democrazia non può che essere associato ai brogli, perché le istituzioni sono corrotte e ti inoculano vaccini autistici testati dai rettiliani sulle scimmie che l’animalismo cerca di proteggere eccetera. Automaticamente la sua interazione con la matita porta con sé un’idea di mondo, è cioè ibridata da un sistema di credenze, fatto caratteristico delle ecologie umane, come dicevamo con una collega estone </span><a href="http://ojs.uniroma1.it/index.php/cogphil/article/view/9602"><span style="font-weight: 400">in un articolo mirato a sviluppare tecniche di apprendimento situato della letteratura</span></a><span style="font-weight: 400">. Quindi la matita sarà scancellabile pefforza, perché ti pare che non ti scancellano il voto per rendere l’esito della consultazione elettorale conforme ai desideri della finanza internazionale? </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Niente di più ovvio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ma pensiamo a quelli che la leccano: proprio un’altro livello di interazione corporea, altra gestualità, è un tema sul quale dovremmo interpellare minimo Vittorio Gallese, veramente!</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Cade dalla sedia in preda a convulsioni provocate dal riso]</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. [Continuando però imperterrito a parlare] In realtà, se ci pensi, può essere anche un modo fantastico di drammatizzare situazioni a bassa intensità. Quando vai a votare, dai il documento, ti danno la scheda, voti e te ne vai. Che palle. Cioè, dopo mesi di isteria sui social network vorresti qualcosa di più avventuroso. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Da sotto al tavolo, in lieve ripresa] Che almeno il presidente del seggio si riveli essere un Grigio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Sì. O che almeno esploda il cesso della scuola in cui vai a votare. Dunque ti inventi la matita che non scrive, la lecchi, poi denunci l’accaduto, scatti una foto, la pubblichi, tutto il mondo parla di te… che figata. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/26/sticazzi-mecojoni-lo-spoof-del-complottismo-ghost-the-machine/">Da “sticazzi” a “mecojoni!”</a>, senza gran sforzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Ritorniamo lì. Al Graal del “mecojoni!” che dà senso al telefonone. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Il cerchio si chiude di nuovo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E per ora direi che è tutto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Passo a chiudo quindi.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Passo e chiudo, sì.</span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La postverità e il pallone sbagliato dalle veline dell&#8217;ISIS ai tronisti della «loi travail»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2016 06:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Anatole. Forse si può riprendere la questione del complottone per elaborare qualche idea su come funzioni la verità del discorso corrente, cioè per ragionare su cosa significa oggi dire una cosa vera. Disponendo sull’asse delle ordinate un gradiente di menzogna/verità e su quello delle ascisse populismo e democrazia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong> e <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Forse si può riprendere la questione del complottone per elaborare qualche idea su come funzioni la verità del discorso corrente, cioè per ragionare su cosa significa oggi dire una cosa vera. Disponendo sull’asse delle ordinate un gradiente di menzogna/verità e su quello delle ascisse populismo e democrazia, il complottismo si situa al punto di intersezione. È un po’ il grado zero di questa configurazione, che peraltro disegna abbastanza bene il quadro politico delle democrazie contemporanee, ossessionate dalla ricerca del consenso. Si potrebbe anche dire che il complottismo sia il punto in cui il rodimento di culo cosiddetto populista e la suadente risposta tecnocratica dei regolamenti si trovano a confliggere su cosa sia vero o falso e lì vuole stare la politica oggi, perché quello è il vero <em>point break</em> dell&#8217;onda di consenso: quando sei sopra vuoi surfarla all&#8217;infinito. E per populismo sarà bene spiegare che intendiamo quello che diceva Alessandro Lanni in <a href="http://www.marsilioeditori.it/catalogo/libro/3171090-avanti-popoli"><em>Avanti Popoli</em></a>, cioè l&#8217;emergere di queste categorie del tipo di «Popolo della Rete», che nascono come semplificazioni giornalistiche, ma ritraggono scenari economici, come nel caso del «Popolo delle Partite IVA», o politici, come in quello del «Popolo Viola» (per chi se lo ricorda) o in maniera più nota del «Popolo della Libertà», in maniera trasversale rispetto alle tradizionali appartenenze di classe.</span><span style="font-weight: 400">  Ad ogni modo, finché è in corso un conflitto su cosa sia vero o falso, la tenuta democratica sembrerebbe garantita. È però anche chiaro che all’interno di questo conflitto c’è sempre più spazio per visioni centrate su ipocrisia o, peggio, veri e propri deliri. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">tipico di un mondo pre-scolare (o post-scolare, se vogliamo), mi vien da dire, che surroga l’educazione con le competenze passive accessibili dal telefonone, posto che, come abbiamo ricordato nella puntata precedente, una ampissima maggioranza delle persone nel mondo è solo spettatrice e “replicatrice” (memetica) della comunicazione telematica.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Credo che sia proprio così, soprattutto se pensiamo alla scuola come il luogo dove sei costretto fin da bambino a misurare la tua condizione percepita con quella degli altri, dunque con un’idea di realtà che emerga dalla sintesi di questa prospettiva dialettica in cui la tua idea di te stesso non dipende soltanto dal modo in cui ti percepisci da solo o nello scambio coi tuoi più stretti familiari. È ben evidente che se devi relativizzarti in base al modo in cui ti pensano persone diverse da te e anche in relazione al fatto che sei in condizione di pensare gli altri diversi da te, poiché la scuola ti mette a contatto con loro, con il loro modo di vita e di intendere il mondo, ecco che difficilmente potrai pensare che tutto ciò che diverge dalla tua prospettiva originaria sia un complotto contro di te.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b>.<span style="font-weight: 400"> Tutto ciò potrebbe condurci a sviluppare qualche riflessione appuntata sul nostro file aperto a proposito di </span><span style="font-weight: 400">«Tecnocrazia e populismo nel mondo globalizzato del doposcuola», ma, seguendo i ragionamenti sulla <a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/153117632394/la-grande-truffa-del-decostruzionismo-e-il">grande truffa del decostruzionismo</a> (ma vedi anche <a href="http://theconversation.com/the-surprising-origins-of-post-truth-and-how-it-was-spawned-by-the-liberal-left-68929">questo bell&#8217;articolo</a>, uscito dopo <em>a dir la verità</em>), è forse il caso di prendere di petto questa questione del rapporto tra vero e falso, realtà e finzione, cronaca e narrazione. Specialmente perché abbiamo passato settimane a situare queste categorie nella dimensione del grande complottone, per poi scoprire che l&#8217;affabulatore numero uno è proprio Zuckerberg, il capo di Facebook, quando vorrebbe spiegarci che «Of all the content on Facebook, more than 99% of what people see is authentic. Only a very small amount is fake news and hoaxes» (<a href="https://www.theguardian.com/technology/2016/nov/13/mark-zuckerberg-vows-more-action-to-tackle-fake-news-on-facebook">lo si legge ad esempio sul Guardian</a>). </span></p>
<p><b>Anatole</b>. Questo pensiero percorre un esile sentiero tra un baratro e l&#8217;altro, contrapponendo l&#8217;autenticità dei contenuti alle <em>fake news</em> e agli <em>hoax</em> (concetto interessante, che rimanda a questioni di carattere filologico fin dalle sue origini, riconducibili al libro di Tomas Ady <em>A candle in the dark, or a treatise on the nature of witches and witchcraft</em>  del 1666, come osservava già Robert Nares nel secolo XVIII). La questione dell’autenticità è davvero delicatissima, specialmente se, come fa Zuckenberg, la metti in relazione alla verità o meno di un fatto. Vero e autentico sono in realtà aspetti diversi del rapporto di un racconto con la realtà: hanno di sicuro molto a che fare l’uno con l’altro, ma troppo spesso vengono sovrapposti abusivamente.</p>
<p><b>Lorenzo</b>. <i><span style="font-weight: 400">Authentic </span></i><span style="font-weight: 400">è la parola centrale: autentico, genuino, vero nel senso di non artefatto. L&#8217;autenticità è un attributo che si può applicare al falso. &#8220;E&#8217; un autentico falso&#8221; si può dire, si può concepire, così come &#8211; in diplomatica e nel diritto &#8211; l&#8217;idea di &#8220;falso autentico&#8221;. Mi vengono fra l&#8217;altro in mente tutte quelle microstar della De Filippi che dicono &#8220;sono una persona vera&#8221;, che non è una tautologia (le persone sono tutte vere), ma una dichiarazione di genuinità, di autenticità. Eppure non riesco a pensare a qualcosa di più pataccato di una microstar della De Filippi. C&#8217;è chi dice che la maggior parte dei contenuti di Facebook non è né verificabile, né falsificabile, ad esempio Alexios Mantzarlis su <em>Poynter</em>, e in questo senso</span><span style="font-weight: 400"> l&#8217;affermazione di Zuckerberg è in un certo senso un falso. Io però andrei più a fondo perché, al di là di questo dato incontrovertibile che gli scienziati mettono sul piatto, l&#8217;affermazione di Zuckerberg è anche vera &#8211; nonostante sia ovvio che egli ne strumentalizzi le implicazioni. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Nathan Jurgenson, il fondatore di <em>Real Life Magazine</em> e ricercatore a <em>Snapchat</em>, riconduce il problema all&#8217;algoritmo che filtra l&#8217;utenza di notizie su Facebook, osservando che: «getting rid of obvious fake news doesn&#8217;t make people informed when you&#8217;re only seeing a targeted sliver of reality». Dice che, in sostanza, puoi distinguere una sezione di contenuti controllati, affidabili, trasformandoti di fatto in un editore, oppure mettere gli utenti in condizione di scegliere da loro che genere di contenuti ricevere nel <em>feed</em>. Di sicuro, aggiunge, il fatto stesso che si chieda a Facebook di diventare responsabile del mondo in cui informa mediante i contenuti che veicola spiega di per sé la ragione per cui non accadrà: perché la filosofia è quella di dare agli utenti quello che vogliono, non ciò di cui avrebbero bisogno. Indugiare sul piano etico di «cosa gli utenti vogliono» e ciò di cui «gli utenti hanno bisogno» ci ricondurrebbe a questioni inerenti la scuola, la formazione, cioè la necessità di alzare drammaticamente l&#8217;asticella del sapere critico in una società centrata sull&#8217;informazione. Per rimanere al livello in cui ci stiamo muovendo, quello del rapporto tra autenticità e verità, c&#8217;è sicuramente da osservare che i contenuti veicolati dai social network s</span>pesso non sono veri, nel senso che non reggono ad una falsificazione basata su evidenze positive, ma sono autentici nel senso che sono autenticamente formulati dalle fonti che li producono. Ci sarebbe davvero da sviluppare una teoria filologica dell’informazione, per evitare di confodere verità, autenticità e realtà di un determinato fatto veicolato da un discorso pubblico, che ormai è un discorso in generale, poiché di discorsi privati sembrerebbe che non ne esistano più. Forse si potrebbe fare anche una filologia del tronista, ma forse è esagerato. Di sicuro mi viene da pensare che questa cosa dell’essere se stessi, del presentarsi in maniera non artefatta, che poi deriva dalla cultura del rap, quel <em>get real</em> che ti configura come credibile, espone ad una continua verifica del piano di autenticità. Un po’ come se ci si dovesse dimostrare credibili in base ad un principio di conformità rispetto al modo in cui ti pensi e appari, piuttosto che in considerazione del fatto se hai detto una cosa vera o una stronzata atomica. Se ti qualifichi come uno che dice stronzate atomiche, allora è quasi meglio che continui a dirle, perché se per caso dici la verità non sei più credibile, in quanto inautentico.</p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Esatto. L&#8217;autenticità implica un piano di autorialità, non necessariamente un piano di verità. La Donazione di Costantino è falsa, ma il documento che la descrive è autentico. Un documento che, fra le altre cose, sancisce la nascita del potere temporale della Chiesa e lo mette in ruolo. In altre parole: se io su Facebook scrivo che i rettiliani mi hanno rapito dico una cazzata autentica, oltre che un&#8217;autentica cazzata. E l&#8217;algoritmo di Zuckerberg non andrà a scovare il mio post per cancellarlo, il ché è sostanzialmente corretto, perché quel post è autentico, cioè non lo ha scritto qualcuno in mia vece, registra una (qualche) realtà, non una verità. D&#8217;altra parte è corretto anche il discorso sulla non verificabilità/falsicabilità di un post sul rapimento rettiliano: la cosa avviene perché sostanzialmente quel post è narrativa.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Certo, c’è un piano di verità che trascende la verità dei fatti. Ci sto lavorando a proposito della verità del romanzo nelle sue forme più antiche, con un confronto tra due opere francesi della seconda metà del secolo XII, il </span><i><span style="font-weight: 400">Roman de Rou</span></i><span style="font-weight: 400"> di Wace, un’opera di carattere storico, e il </span><i><span style="font-weight: 400">Chevalier au lion</span></i><span style="font-weight: 400"> di Chrétien de Troyes, un romanzo vero e proprio. Se Wace dice che è andato a cercare la fonte meravigliosa di Barenton nella foresta di Brocéliande e non l’ha trovata, biasimando se stesso per il fatto stesso di averla cercata, Chrétien non si fa scrupolo ad impiegare il luogo letterario screditato di valenza storica. Questo perché la verità del romanzo non dipende dall&#8217;effettiva consistenza dei luoghi in cui gli eventi si svolgono, quanto piuttosto con quella delle emozioni dei personaggi, con ciò che provano, che sentono, nella prospettiva idealizzata in cui il loro autore li situa. Nel prologo del </span><i><span style="font-weight: 400">Chevalier au lion</span></i><span style="font-weight: 400"> Chrétien dice chiaramente che i cavalieri di Artù amavano davvero, mentre quelli del tempo in cui vive e scrive hanno trasformato Amore in <em>fable</em> e <em>mançonge</em>, finzione e menzogna, perché dicono di essere innamorati, ma in realtà non provano davvero quel sentimento. La verità del <em>Chevalier au lion</em> risiede nell’autenticità del sentimento che Yvain prova per Laudine de Landuc, verificato attraverso tutta l’estensione del romanzo, non già in quella dei luoghi attraverso i quali la storia si svolge.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Proprio in virtù di questo parallelo possiamo forse archiviare l’idea che &#8220;Trump ha vinto grazie a Facebook&#8221;, per quanto sia vero che sempre di più le persone &#8220;si informano&#8221; sui social network, cioè non leggono notizie ma storie (questo è il motivo per cui Zuckerberg dice una mezza verità). In un contesto come il social network i &#8220;fatti&#8221; (veri o falsi che siano) discendono dalle argomentazioni e non viceversa. Secondo la nuova retorica &#8220;l&#8217;uditorio è tutto&#8221; e Zuckerberg questa cosa deve averla capita bene se, invece di mettere il bottone &#8220;vero/falso&#8221;, ha messo il bottone &#8220;mi piace/sono orripilato/mi fa ridere/ mi fa piangere&#8221;.  Su FB sono in contatto con diversi operatori dell&#8217;informazione che della verità fanno la loro bandiera. È una cosa meritoria, assolutamente. Mi piace questa cosa che fanno, sorrido, metto un cuore. Approvo il loro argomento, ma la compresenza di informazione e narrativa, la sovrapposizione di queste due categorie, la confusione a volte, è tale da rendere necessario un altro approccio alla questione.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Esatto. C’è un problema evidente di sovrapposizione di registri, cioè di racconti di finzione che si spacciano per notizie, di notizie mascherate da racconti di finzione, o filtrate mediante il registro del sarcasmo, commenti che sono racconti, racconti che sono commenti, come in un grande zibaldone che confonde i registri e mescola tutto con tutto. A questo proposito cade bene il fatto che la parola dell&#8217;anno dell&#8217;Oxford Dictionary sia il sostantivo &#8220;Post-truth&#8221;, anche preferita ad &#8220;alt-right&#8221;, venuta di sodissima soprattutto dopo la vittoria di Trump alle presidenziali americane. È interessante osservare che la parola abbia una storia lunga alle spalle, poiché, <a href="https://www.theguardian.com/books/2016/nov/15/post-truth-named-word-of-the-year-by-oxford-dictionaries?CMP=share_btn_tw">come riporta il Guardian</a> «the first time the term post-truth was used in a 1992 essay by the late Serbian-American playwright Steve Tesich in the Nation magazine» relativo allo scandalo Iran-Contra e la Guerra del Golfo. In particolare, Tesich diceva che «we, as a free people, have freely decided that we want to live in some post-truth world», denunciando la già avvertibile predominanza di una propaganda volta a mistificare i dati di realtà al fine di produrre effetti politici e militari di rilievo planetario. La forma stessa della parola evidenzia, d&#8217;altra parte, addentellati evidenti con la teorizzazione postmoderna, che, come diciamo fin dal primo di questi dialoghi, appare sempre più una profezia che si auto-avvera, cioè un progetto politico e culturale, più che un&#8217;analisi della realtà.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b>. A proposito di vero e falso, autentico e genuino nell&#8217;epoca <span style="font-weight: 400">postmoderna della postverità l’esempio che subito mi viene in mente in relazione ai miei interessi mediorientali è la storia del mercato degli schiavi nei territori di Stato Islamico. </span><span style="font-weight: 400">Il meme che ancora circola in rete, che non ha mai smesso di circolare, è questa fotografia che ritrae donne in abaya e niqab che, incatenate, si dirigono da qualche parte accompagnate dai loro aguzzini.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65671 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/yazidiok-300x168.jpg" alt="yazidiok" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/yazidiok-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/yazidiok.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">La fotografia, pubblicata nel 2011 da <em>Le Monde</em>, è autentica. E&#8217; stata scattata in Libano, durante le celebrazioni della Ashura, una ricorrenza dell&#8217;Islam sciita che assumono talvolta la forma di rievocazioni allegoriche. Cioè è una foto autentica che registra la realtà di una allegoria messa in scena da una denominazione religiosa che con Stato Islamico non ha nulla a che fare, anzi attualmente gli si oppone. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65672 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/le-monde-300x202.jpg" alt="le-monde" width="300" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/le-monde-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/le-monde-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/le-monde.jpg 520w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">L&#8217;</span>articolo che linko <a href="http://observers.france24.com/en/20141106-slave-yazidi-women-islamic-state">qui</a> è molto chiaro su questa cosa. Dice: &#8220;Many Yazidi women captured by the Islamic State (IS) group have been forced into slavery. After months of speculation while photos claiming to show their plight circulated online, the group finally confirmed these rumours in its online magazine Dabiq. However, all of the photos of these slave women circulating on social networks are fake. Even though the jihadists boast about enslaving these women, they keep them hidden away&#8221;. Ossia: il mercato degli schiavi è una cosa reale, lo conferma anche la rivista di Stato Islamico, ma le foto sono false (cioè false in relazione alla notizia perché, nei fatti, sono autentiche). <span style="font-weight: 400">Un capitoletto recita: &#8220;A reality illustrated by false images&#8221; ma quello ciò circola sono proprio quelle &#8220;false images&#8221;, il meme è quello. </span><span style="font-weight: 400">Non è finita, però. Il pezzo linkato è dell&#8217;11 giugno 2014 ma ancora nel novembre seguente l&#8217;International Business Time, <a href="http://www.ibtimes.com/corporate/about">una testata online dalla buona diffusione</a>, usava ancora quell&#8217;immagine <a href="http://www.ibtimes.co.in/shocking-isis-official-slave-price-list-shows-yazidi-christian-girls-aged-1-9-being-sold-613160">in un articolo</a> in cui si parlava di un presunto documento dello Stato Islamico in cui si riportavano i prezzi degli schiavi. </span>Il documento <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/isis-price-list-for-captured-yazidi-girls-being-sold-as-slaves-dismissed-as-fake-propaganda-9845679.html">era a sua volta un falso</a>: portava la data del 16 ottobre 2014 ma era intestato allo Stato Islamico di Iraq, un&#8217;organizzazione antesignana dello Stato Islamico di Siria e Iraq (aprile 2013) e dello Stato Islamico (giugno 2014). Nessuno si chiese chi potesse averlo fabbricato, cioè chi ne fosse autore: scoprendolo avremmo ricavato una notizia <em>vera </em>riguardante persone e gruppi che fanno circolare dei falsi. Si preferì &#8220;smontare&#8221; il documento e basta, quello che rimase fu la conferma dell&#8217;esistenza di un mercato degli schiavi da parte di Stato Islamico e il &#8220;discorso&#8221; su questo fatto.  A un certo punto, l&#8217;anno dopo, era all&#8217;inizio di agosto, una rappresentante dell&#8217;ONU <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/isis-price-list-for-child-slaves-confirmed-as-genuine-by-un-official-zainab-bangura-10437348.html">disse</a> di aver effettivamente visto circolare un prezzario degli schiavi nei territori di Stato Islamico. Non disse che quel documento &#8220;emerso&#8221; l&#8217;anno precedente era autentico, disse che aveva visto coi suoi occhi una lista dei prezzi degli schiavi bambini fra le mani di combattenti di Stato Islamico in Siria e Iraq. Ciò però non impedì ai redattori di Russia Today di <a href="https://www.rt.com/news/311612-un-isis-sex-slave/">scrivere</a>: <span style="font-weight: 400">&#8220;After circulating for almost a year, the UN has finally confirmed the authenticity of the Islamic State Sex Price list being offered to their fighters and other men trying to purchase sex slaves as young as one for $165&#8221;. </span>Russia Today in quell&#8217;articolo riportava un tweet in cui compariva indovinate cosa:</p>
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<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65670 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tweetschiave-300x295.png" alt="tweetschiave" width="300" height="295" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tweetschiave-300x295.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tweetschiave-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tweetschiave.png 633w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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<p>In un marasma come questo è ovvio che non si riesce più a parlare &#8220;bene&#8221; di questi maledetti schiavisti di Stato Islamico &#8211; come di qualsiasi altra cosa &#8211; senza che qualcuno ti metta in dubbio che alla base ci sia un fatto vero. Ricordo un mio “amico” di Facebook, Oussama Abu Musab, che parteggiava per l’ISIS (poi una volta parliamo degli amici di Facebook, con calma). Ogni giorno portava tonnellate di argomenti basati sul <em>debunking</em> di storie simili. In un’ecologia come quella appena drscritta lui ci sguazzava benissimo. E avendo pascolato (con sofferenza) nel network di Stato Islamico posso dire che questa dinamica è pressoché obiqua. Mi viene da pensare che anche Trump e i suoi abbiano potuto contare su una situazione simile. In questo non c&#8217;è alcuna differenza fra lui e Abu Bakr al-Baghdadi.</p>
<p><strong>Anatole</strong>. Tra i tanti fatti di casa nostra che si potrebbero associare a questo che presenti, mi viene in mente la foto fotoscioppata di un corteo contro la loi travail in Francia alla fine del maggio scorso, quella che ritraeva i manifestanti dietro uno striscione della CGT (Confédération Générale du Travail, la CGIL francese per capirci) sul quale ci sarebbe stato scritto «Nous ne ferons pas la fine de l&#8217;Italie». Si trattava chiaramente di un falso, un&#8217;elaborazione grafica, dunque racconta un fatto mai avvenuto. Fatti linguistici puntavano inesorabilmente in questa direzione, senza che ci fosse nemmeno bisogno dell&#8217;intervento del filologo. Senza calcolare l&#8217;improbabilità del costrutto maccheronico «ne ferons pas la fine de l&#8217;Italie», quindi l&#8217;incongruenza sintattica, la parola «fine» è in francese aggettivo femminile, qui scambiato per il sostantivo «fin» e corretta in «fin» in versioni più recenti della stessa elaborazione grafica. L&#8217;immagine la trovavi condivisa sulle pagine dei social network dell’autore di corsivi antigovernativi al vetriolo de <i>Il Fatto Quotidiano</i>, senza nemmeno la decenza di una parola di scusa nei confronti delle centinaia di (più o meno) ingenui lettori, che l&#8217;hanno a loro volta propagata a macchia d&#8217;olio. Anzi, il nostro giornalista professionista provava poi addirittura a farci lo splendido, additando al pubblico ludibrio una povera disperata che richiedeva per Renzi lo status di dittatore e la pena di morte per i dissidenti. Il fatto di aver procurato l&#8217;isteria di una povera di spirito non rendeva meno grave che un giornalista professionista diffonda un conclamato falso senza verifica.</p>
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<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65676 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tumblr_inline_o7z81yFovH1sfcpl5_540-1-300x244.jpg" alt="tumblr_inline_o7z81yfovh1sfcpl5_540-1" width="300" height="244" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tumblr_inline_o7z81yFovH1sfcpl5_540-1-300x244.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/tumblr_inline_o7z81yFovH1sfcpl5_540-1.jpg 540w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Si potrebbe commentare che tra il rilancio di una foto adulterata e lo scatto superpiacione di Renzi con Obama ci passa un abisso, almeno in termini di professionalità: la narrazione epica renziana sarà stucchevole quanto vogliamo, ma almeno le foto del Presidente che siede pensieroso su un gradino all&#8217;Arsenale a Venezia o gioca alla Playstation con Orfini mentre si vota l&#8217;Italicum, come quelle della Boschi con la bambina africana che le fa la treccina, sono vere, cioè raccontano fatti realmente accaduti. Ma è più interessante notare che la cura del dato positivo, il fatto verificato, l’evento prodottosi tende qui, e in tanti altri casi, ad identificarsi con la sua interpretazione, fino al punto che la seconda produce il primo. Molte delle argomentazioni di chi provava a giustificare il contributo alla propagazione della foto manipolata suonavano, infatti, nel senso di «anche se è un falso, questo argomento è stato usato dai lavoratori francesi in lotta», motivo per cui il falso non sarebbe poi così falso.  Cioè, la postverità, almeno in questo caso, è una cosa falsa che confermerebbe un pensiero corrente vero, una sorta di emblema della verità.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> In effetti la traiettoria &#8220;emotiva&#8221; è la stessa rispetto al tema &#8220;mercato degli schiavi&#8221; dell&#8217;Isis. Uguale proprio. Il risultato, in questo caso, è che non riesci a parlare della loi travail in maniera sensata (nell&#8217;altro si trattava di parlare con sensatezza del mercato degli schiavi di stato Islamico) perché ti trovi in una situazione in cui tutti intorno a te hanno indossato la casacca, e anche l&#8217;arbitro è uno scemo. Stanno giocando una partita a pallavolo con un pallone da basket e non se ne sono accorti. E se vai lì e gli dici:«scusate, avete sbagliato pallone» ti guardano pure male.</p>
<p><strong>Anatole. </strong>Appare piuttosto conseguente che l’esclusione dal dibattito sulla democrazia e il suo funzionamento delle discipline che accertano la verità dei fatti su base documentaria conduca alla definizione di un sistema di opinioni centrate su un giudizio che si produce in anticipo rispetto all’accadimento dei fatti dai quali dovrebbe scaturire, o magari anche in loro assenza, cosicché non sorprende che il giudizio arrivi anche a produrre il fatto, secondo un capovolgimento dell’ordine naturale delle cose.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Sì, ritorniamo al punto individuato nel primo nostro dialogo, quello intitolato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/18/cinque-matti-alle-crociate-un-islamista-un-medievista-provano-capirci-qualcosa/">&#8220;Cinque matti&#8230;&#8221;</a> ma la cosa si allarga. Già nel 2004 Ron Suskind sul New York Times <a href="http://www.nytimes.com/2004/10/17/magazine/faith-certainty-and-the-presidency-of-george-w-bush.html">ci raccontava</a> che nel 2002 un <em>senior adviser </em>di George W. Bush aveva già un nome per quelli che «believe that solutions emerge from your judicious study of discernible reality». Li definiva in maniera derisoria una &#8220;reality-based community&#8221;. Siamo a un anno dall&#8217;11 settembre e a pochi anni dalle teorie sulla &#8220;fine della storia&#8221;, sul &#8220;conflitto di civiltà&#8221; e altre panzane. Già allora qualcuno pensava che &#8220;quelli che credono che le soluzioni emergano da uno studio giudizioso di una realtà distinguibile&#8221; debbano essere descritti come una &#8220;comunità&#8221;, cioè che il problema della realtà non riguardi l&#8217;intera umanità bensì, in definitiva, quattro scemi che parlano in salotto (raccontavi, <a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/153117632394/la-grande-truffa-del-decostruzionismo-e-il">nell&#8217;articolo che abbiamo citato all&#8217;inizio</a>, di come a Stanford a voi filologi vi definissero <em>positivist</em>). Flaminia Saccà lo ha spiegato molto bene nel suo <em>Culture politiche, informazione e partecipazione nell’arena politica 2.0 </em>(in <em>Sociologia</em>, L, 3, ottobre 2016, p. 38) aggiungendo:</p>
<blockquote><p>La realtà viene qui chiaramente intesa come una scelta di appartenenza, come una delle variegate possibilità caratterizzanti la società umana. Non un fattore di coesione, non una condizione comune, non una necessità, bensì una delle tipologie identitarie fra le tante. Minoritaria, verrebbe da dire, perché “questo non è più il modo in cui funziona il mondo oggi”, come venne spiegato al giornalista [&#8230;].</p></blockquote>
<p>Un&#8217;osservazione come questa mi riporta a ripendere una cosa che mi è cara. Siamo ancora nel 2004 quando John K. Galbraith in <i><a href="https://www.ibs.it/economia-della-truffa-limiti-dell-libro-john-k-galbraith/e/9788817037310">L&#8217;economia della truffa</a> </i>scrive:</p>
<blockquote><p>le opinioni condivise, che altrove ho chiamato &#8216;sapere convenzionale&#8217;, sono altra cosa dalla realtà [&#8230;] Non sorprendentemente, tra le opinioni e la realtà ciò che conta, alla fine, è la seconda [&#8230;] in seguito a pressioni economiche e politiche e alle mode del momento, tanto l&#8217;economia quanto realtà politico-economiche ancora più vaste coltivano una versione della verità. La quale non ha necessariamente qualche rapporto con la realtà.</p></blockquote>
<p class="western">È per questo che se uno dice che Stato Islamico è una organizzazione criminale globalizzata di tipo mafioso molti ti guardano male come se avessi detto quella cosa del pallone sbagliato.</p>
<p class="western"><strong>Anatole</strong>. Questa sintesi iconica del pallone sbagliato mi pare perfetta. Mi piacerebbe calciarlo nella direzione del complottema per eccellenza, quello de &#8220;L&#8217;HACKER RUSSO&#8221;, il vero cattivo che si profila all&#8217;orizzonte, passando dal ritratto dei manifestanti americani antitrump come comparse pagate da Soros (la finanza internazionale con la quale noi élite liberal intellettuali saremmo colluse) <a href="https://www.left.it/2016/11/17/il-feroce-burattinaio-soros-trump-e-linformazione-spazzatura/">di cui parla bene Martino Mazzonis</a>, e il complotto filorusso del Movimento Cinquestelle in Italia <a href="http://www.lastampa.it/2016/11/16/italia/politica/palazzo-chigi-denuncia-laccount-della-cyber-propaganda-pro-ms-mOsOd6Vh4O8y4y0n4WrwlN/pagina.html">denunciato da Iacoboni</a> e <a href="http://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/la-rete-social-del-m5s-una-macchina-perfetta-che-si-nutre-di-rabbia-e-ignoranza/">ripreso da Salamida</a>.</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> Aspetta, Fermati qua. Hai dimenticato la polemica su questa gif fotoscioppata, o forse l&#8217;hai rimossa:</p>
<p class="western"><img loading="lazy" class="size-medium aligncenter" src="http://static.snopes.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/signgif.gif" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p class="western">In realtà quella persona reggeva un cartello che diceva: «WE LOVE YOU JOIN US». Bello, no? Ti ho fatto male al pancreas? Non hai idea del panico che ha generato su twitter&#8230; Complotto!</p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> &#8230; [sgrana gli occhi] L&#8217;idea del movimento complottista che complotta a sua volta stabilisce una circuitazione ermeneutica da sbrocco senza precedenti, che riporta tutto il ragionamento sull&#8217;autenticità e la verità al piano sul quale ci siamo mossi nelle ultime settimane. Mi rendo però conto che già così abbiamo tirato giù una lenzuolata illeggibile (ma il <em>superlong form</em> dialogato è l&#8217;unica risposta possibile alla retorica del complotto).</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> Effettivamente si è fatta una certa e non abbiamo ancora iniziato la partita a <em>Illuminati</em></p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> Ok, allora concluderei con un commento sulle ultime parole di Albus Dumbledore a Harry Potter nel finale della serie a proposito del concetto di realtà.</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> Sei sicuro di ciò che stai facendo, vero? Con Potter partono treni, autostrade, navi spaziali.</p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> La dico e basta: «of course it is happening inside your head, Harry, but why on earth should that mean that it is not real?».</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> &#8230; [fissa Anatole]</p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> &#8230; perchè mi guardi così?</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> No, vabbe&#8217;. Spiegala.</p>
<p class="western"><strong>Anatole.</strong> Cioè: una cosa che accade anche soltanto nella tua testa ha una sua realtà, nel senso che determina il modo in cui vedi le cose, dunque incide sulla realtà, interagisce con essa, la modifica. Anche la più inverificabile delle notizie, la più apertamente falsificata, voglio dire la più atomica cazzata, ha un suo statuto ontologico non dissimile da una notizia vera, poiché incide sulla realtà, non solo quella che prende forma nella testa dei patiti del complotto, ma anche quella di chi si trova costretto ad interagire, magari anche solo indirettamente, con ciò che seminano nella semiosfera dei social network. È un po&#8217; il punto che <a href="https://populismi.wordpress.com/2016/11/22/da-dove-viene-la-post-verita-e-cosa-fare-per-conviverci/">segnala giustamente</a> Alessandro Lanni, interpretando l&#8217;articolo dell&#8217;Economist sul fatto che <a href="http://www.economist.com/news/books-and-arts/21709937-politicians-words-particular-change-world-and-donald-trump-does-not-choose-his?fsrc=scn/tw/te/bl/ed/morethanwordsmerespeechhaspowerfulconsequences"><em>“Mere” speech has powerful consequences</em></a> alla luce del concetto di «gesto linguistico» formulato da Peirce, cioè con «l’idea che il significato delle parole non sia un fatto là fuori ma che abbia a che fare [&#8230;] con gli effetti che esso mette in moto». Insomma, la realtà che abitiamo non è soltanto il prodotto di dati fattuali, trascende la cronaca giornalistica, dialoga con la verità assoluta, ma anche con un sacco di altre cose, che sono vere solo in senso molto relativo (perché ad esempio qualcuno le pensa) o non lo sono proprio. Non si può escludere che si possa sconfiggere il Male facendosi paladini della verità e rimanendo determinati a questa sola ed unica causa, ma quello che sappiamo di certo è che si può sconfiggere il Bene dicendo un sacco di cazzate.</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo</strong>. &#8230;</p>
<p class="western"><strong>Anatole</strong>. &#8230;.</p>
<p class="western"><strong>Lorenzo.</strong> Ok, siamo a posto. Da qui ripartiremo per nuove avventure, sicuramente.</p>
<p class="western">
]]></content:encoded>
					
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