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	<title>hans christian andersen &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La regina della neve (seconda parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Dec 2014 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[christian birmingham]]></category>
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		<category><![CDATA[Viviana Scarinci]]></category>
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					<description><![CDATA[nella versione quasi fedele di Viviana Scarinci (la prima parte si può leggere qui.) Principi, principesse e ragazze virili Per farla breve Gerda, grazie all’aiuto del corvo e della sua fidanzata viene condotta a una verifica per lei emotivamente distruttiva: il ragazzo che ha sposato, come le ha riferito il corvo, la più intelligente delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>nella versione <em>quasi </em>fedele di <strong>Viviana Scarinci</strong></p>
<p><em><strong>(la prima parte si può leggere<a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/03/la-regina-della-neve-prima-parte/"> qui.</a>)</strong></em></p>
<figure id="attachment_49921" aria-describedby="caption-attachment-49921" style="width: 400px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-49921 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9.jpg" alt="birmingham9" width="400" height="246" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9-300x184.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption id="caption-attachment-49921" class="wp-caption-text">Christian Birmingham</figcaption></figure>
<h1>Principi, principesse e ragazze virili</h1>
<p>Per farla breve Gerda, grazie all’aiuto del corvo e della sua fidanzata viene condotta a una verifica per lei emotivamente distruttiva: il ragazzo che ha sposato, come le ha riferito il corvo, la più intelligente delle principesse disponibili sul mercato delle fiabe, è Kay? A differenza di quel che si dice in giro, non è che ci sia tutta questa disponibilità di vere principesse e Gerda questo lo sapeva bene. Possibile che proprio Kay avesse trovato quel favoloso connubio di intelligenza e nobiltà in una donna, e che ciò lo avesse reso principe?</p>
<p>La scena che conduce Gerda a questa verifica è di una bellezza pari solo a quella raccontata nel mito di Eros e Psiche: condotta furtivamente nei pressi della stanza più segreta del castello che custodisce il talamo dei neosposi, Gerda deve attraversare uno  strano e popolato corridoio, prima di entrare nella camera da letto. Sono i sogni degli sposi a popolare quel corridoio limitrofo al sonno: cavalli purosangue, cacce, dame, cavalieri da cui Gerda fu circondata in un attimo. Oddio, pensò, i sogni di Kay potrebbero essere questi … Ma quando Gerda alzò la lampada, esattamente come fece Psiche per finalmente <em>vedere</em>  se il suo uomo fosse un mostro o l’amore, lei sapeva già in cuor suo che quelli non potevano essere i sogni di Kay. E infatti principe e principessa erano solamente principe e principessa: due giovani gentili e generosi che quando seppero, invece di cacciare a pedate quella strana ragazza  che si era introdotta nottetempo nei loro sogni, la rivestirono di tutto punto e le regalarono una carrozza per andare dove volesse, e ai suoi due fratelli di volo, corvo e cornacchia, ritennero giusto restituire pari libertà.<span id="more-49919"></span></p>
<p>Ma Gerda è soprattutto un’esule e il nuovo apparecchiamento principesco non è destinato a durare molto. Appena fatta un po’ di strada la nostra subì un’imboscata da parte di briganti che però qui somigliano, invece che a manigoldi d’altri tempi, a orchi, anzi a orchesse. Infatti la più scatenata, quella che subito propone alla banda di fare fuori Gerda per impadronirsi di tutto quel ben di Dio che le avevano donato i principi, è una vecchia brigantessa barbuta che ha per figlia una ragazza assai virile. É il vero capo della banda. Per la verità la ragazza virile è un personaggio molto affascinante, forse il più fascinoso di tutti. Sembra una ragazza viziata e prepotente ma presto vedremo che l’autorità che Andersen le accorda non le arriva dalle sue velleità intimidatorie, né dall’essere figlia di un’orchessa che stravede per lei.</p>
<p>Subito, con prepotenza maschile della peggior specie, la ragazza precisa alla banda, madre compresa, che Gerda è il suo giocattolo e che quindi solo lei può farne quello che vuole. Del resto la fanciulla virile ama così, e lo dimostra a Gerda trattandola come tutto l’esercito di animali piccoli e grandi che tiene imprigionati, qualcuno rinchiuso, qualcun altro recluso per mezzo soltanto del terrore che incute. É il caso di una bellissima renna lappone finita chissà per quale oscura via in mano a  quella ragazza.</p>
<p>Uno degli aspetti più avvincenti di questa bambina animale, figlia di brigante, è una forma di rapacità totalmente innata che trapela dal suo essere, che se da una parte la rende un personaggio non spendibile in termini di civiltà e decenza, dall’altra la partecipa di un istinto acuminato rivolto egualmente a cose, animali e persone che, insieme a una sincera sfrenatezza, la fa apparire un personaggio davvero  portentoso, quanto regine seppur della neve e principesse, non si sognerebbero neppure.</p>
<p>Questa  ragazza che Andersen rappresenta facendo scelte narrative modernissime, è il personaggio della storia che Gerda subisce di più. Sia in termini di paura che di fascinazione. Tuttavia neanche la fanciulla virile riuscirà a  fermare Gerda che stavolta è davvero vicina alla meta. Ancora una volta sono gli animali a dare a Gerda una traccia riguardo la sparizione di Kay: Gerda è a letto con la fanciulla virile ed è spaventata. Quella ragazza ha sempre per compagno un coltello, ma non si sa se lo brandisce per giocare o minacciare. Si è già fatta raccontare tutta la storia due volte, come se la vita di Gerda fosse solo una favola. E adesso pretende che Gerda dorma insieme a lei, dopo il racconto. Gerda non sa se morirà o sarà amata, e per la prima volta  è perfettamente consapevole di quanto siano equidistanti entrambe le possibilità, come fossero le due facce di una moneta che a un certo punto del proprio viaggio è necessario spendere per intero.</p>
<p>Infatti è proprio a questo punto della storia che i palombi, gli unici animali della brigata che sembrano vivere insieme a quella strana gente per scelta, le rivelano che hanno visto Kay, lo hanno visto passare su una  slitta insieme alla regina della neve, probabilmente diretto con lei in Lapponia. Sì, la Lapponia il posto che, per una coincidenza molto curiosa, è anche il luogo d’origine della povera renna che la ragazza virile tiene prigioniera per motivi che non sappiamo e che pure minaccia col coltello, in quanto anch’essa evidentemente, come Gerda, le è estremamente cara.  È  dalla renna che finalmente apprendiamo qualcosa di importante sulla regina della neve, qualcosa che non somiglia a una chimera o al vagheggiamento innamorato di qualche giovane poeta: la regina della neve è una donna in carne e ossa che vive in Lapponia d’estate, che è originaria non di un paese delle fiabe ma di un luogo vero, l’isola di <em>Spizberg </em>o forse <em>Spitsbergen</em>, ossia le isole Svalbard! Possibile? A ogni buon conto Kay non è sparito, non è morto, ma si trova, forse per sua scelta o forse no, in un luogo vero. E alla luce di questa rivelazione, diventa fondamentale per Gerda capire se Kay è costretto prigioniero all’estremità più gelida del mondo o se in un modo o in un altro si trovi lì come di ritorno a casa.</p>
<p>La mattina successiva, tutto è cambiato. Gerda si risveglia in un letto in cui non è stata uccisa, se la più giovane dei briganti, non solo decide di lasciarla andare, ma le assegna come guida  la renna, l’unico essere al mondo  che possa condurla dove la bambina desidera veramente andare. Senza una lacrima, e con molta ironia, la fanciulla virile compie il gesto più nobile dei tanti che abbiamo visto fin qui:  lascia andare le due creature che le sono più care, e insieme a loro forse l’unica possibilità che una orchessa abbia di differenziarsi  dalla brigata turpe che capeggia. Lo fa consapevolmente e senza l’aria di sacrificarsi, diventando così uno dei personaggi più difficili da dimenticare sebbene il destino di Gerda fosse tutt’altro dal brigantaggio.</p>
<h1>La visione gotica</h1>
<p>Che cos’è una fiaba? Che funzione svolge nell’immaginario di ognuno di noi? Volendo lasciare indisturbate nelle loro sedi le spiegazioni di natura antropologica, sociologica, etnica, la domanda resta quella relativa al legame che ha la fiaba con la poesia, o meglio  con l’integrità della persona di cui la poesia è espressione. Karen Blixen, un’altra grande narratrice danese che tra realtà e poesia ha saputo intessere una vera e propria <em>araldica</em> (Nadia Fusini) delle casistiche umane, nelle sue fiabe per adulti rappresenta in filigrana un doppio del reale, un’ultrarealtà che mette finalmente a dimora il seme dell’invisibile dentro il risaputo, rompendo attraverso il linguaggio l’immobilità che talvolta imprigiona i destini, iniziando così il lettore all’imprevedibile. Sortilegio che la Blixen applicò in primo luogo alla sua vita, utilizzando la scrittura come vero e proprio <em>orientamento</em> occulto della sua vicenda personale. Tutto lascia supporre che anche per il suo connazionale Andersen le cose non stessero diversamente, se è vero che un poeta, e Andersen fu soprattutto questo, rimane sempre una sorta di amante rifiutato. Uno sguardo che dal margine del suo isolamento attenta per mezzo della poesia, alle infinite apparenze con cui l’amatissima <em>realtà </em>si mischia, senza che lui la possa quasi mai  toccare.</p>
<p>Gerda in groppa alla rena viaggia ormai ad altissima velocità verso la sua meta. Ormai sembra che più nulla la ostacoli, neanche i falsi destini che di  volta in volta le si sono frapposti e hanno tentato di trattenerla in storie che non le appartenessero. A questo punto Gerda ha a che fare con due donne che Andersen definisce solo mediante l’area geografica di cui sono espressione. La prima è la donna lappone che vive in una casa la cui porta è quasi sotterrata, frigge il pesce e ascolta con partecipazione le storie delle due creature che le si parano di fronte: una renna parlante, e una bambina intirizzita. E senza stupore, e senza soprattutto antipatici protagonismi, scrive su un pezzo di baccalà, una lettera, forse di raccomandazione, a quella che a tutti gli effetti si dimostra poi una collega finlandese, superiore gerarchicamente per chiaroveggenza. La donna lappone e la donna finlandese sono due streghe.</p>
<p>Così sempre in groppa alla renna Gerda raggiunge l’altra strega che naturalmente già sa tutto. Già sa che a questo punto la storia è finita. Ma né Gerda, né la renna né Kay ancora lo sanno. La finlandese che vive in una casa senza porta e caldissima a dispetto del clima del suo paese, ha la pelle sporca, chissà perché. E legge probabilmente per finta. Legge il pezzo di baccalà inviato dalla collega. Legge da un altro foglio lettere incomprensibili. Quando la renna ingenuamente le chiede se non ha qualche pozione che renda Gerda più forte della donna che le ha rubato il fidanzato, la finlandese sa che nulla che possano dire o stabilire in quel momento ha più alcune senso. E allora si inventa la solfa che grazie ai meriti accumulati durante il viaggio e grazie alla sua purezza di spirito, Gerda è già più forte della gelida maliarda. Molto affrettatamente poi, si sbarazza dei due, dando indicazioni alla renna di condurre Gerda a un cespuglio che segna l’inizio del giardino di un castello di ghiaccio. Lì Kay non è rinchiuso e vive momentaneamente da solo, dato che quella che avrebbe dovuto essere la sua carceriera, se n’è andata per un po’ in Italia, attratta dai fumi del vulcano Etna, che desidera morbidamente imbiancare essendo quello il vulcano più ganzo d’Europa.</p>
<p>Anna Maria Ortese scrive “senza la retorica, nulla di serio o di vero può esser detto, mancando quel <em>falso </em>che è misura e supporto del vero”. Spesso, negli scrittori profondamente collusi con l’<em>irreale</em>, con la favola, con una visione <em>gotica</em> dell’umano, come lo fu Andersen, il depistaggio che questi <em>poeti</em> operano falsificando attraverso il linguaggio, le piste insignificanti, piuttosto che l’ordito di una trama realistica, compone una visione lussureggiante della pura verità. Un tipo di verità che rende assai vero quello su cui una scena quotidiana, di primo acchito silenziosa, risulta magicamente reticente.</p>
<figure id="attachment_49922" aria-describedby="caption-attachment-49922" style="width: 634px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-49922 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end.jpg" alt="Vladyslav Yerko" width="634" height="446" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 634px) 100vw, 634px" /><figcaption id="caption-attachment-49922" class="wp-caption-text">Vladyslav Yerko</figcaption></figure>
<h1>… e vissero tutti più o meno felici e contenti</h1>
<p>Gerda finalmente incontra Kay. Incontra non il bambino rapito dalla strega più potente del mondo, ma un ragazzo mezzo assiderato, chino da chissà quanto tempo sulla possibilità di comporre un unico lemma. Chiuso da quattro pareti gelide, tanto estraniato da tutto che neanche la riconosce. Certo possiamo anche credere che invece le cose stessero letteralmente come le scrisse Andersen, cioè che la regina della neve partendo per l’Italia, fosse certa che il ragazzo lasciato solo con il suo gioco fatto di tutte le lettere dell’alfabeto, non sarebbe mai stato capace, così assiderato e abbandonato, di evadere, componendo la parola eternità e acquisendo con ciò di colpo l’età adulta, un paio di pattini nuovi e la libertà. O magari possiamo anche ritenere che la responsabilità di tutti questi avvenimenti Andersen l’avesse liquidata a monte con la premessa dello specchio diabolico infranto che aveva deturpato momentaneamente il cuore e la vista del nostro giovane poeta. Ma cosa cambierebbe? Dopo che i due si sono ritrovati, Kay finalmente piange e lava via ogni scheggia diabolica dal suo corpo.</p>
<p>Quasi tutti i personaggi di questa storia, dopo che accade la catarsi del ritrovamento, escono dalle loro vite con sollievo e possono cambiare i destini dentro cui erano costretti perché tutto si compisse. La renna è un maschio che intanto si è sposato e offre ai due ragazzi il latte dai seni della sua giovane signora. Si viene a sapere che il corvo, amico fraterno di Gerda, è passato a miglior vita. Che principe e principessa, dopo l’incontro con la nostra eroina, hanno preso la via del mondo, probabilmente stufi di una favola che li voleva così banalmente buoni e belli. E le due streghe, la lappone e la finlandese , salvata la sorte di quella ragazza sbandata, si sentirono libere di tornarsene due vecchie contadine assai materne, che semplicemente parteggiavano per bonomia nordica in favore della gioventù. Ma più di tutti è la ragazza virile che, finalmente diventata l’avventuriera generosa e solitaria che ci aspettavamo, con una frase lapidaria rivolta a Kay, dice quasi tutto ciò che resta da dire: “Vorrei sapere se lo meriti, che una corra fino alla fine del mondo per te!”</p>
<p>C’è un’altra favola di Andersen incredibilmente significativa che a ben guardare possiede molte tessere che combaciano con questa storia. <em>L’uomo di neve</em> parla di un giovanissimo uomo che similmente a Kay, essendo fatto di neve, ne possiede apparentemente tutte le caratteristiche: il legame con il gelo che cristallizza le sue possibilità di vita in un arco di tempo brevissimo e impossibile da eludere, la capacità di vivere con gli elementi della natura una sorta consanguineità esangue che gli fa intendere la lingua degli animali e l’alternanza di sole e luna, senza davvero capirli, e soprattutto, l’ingenuità delle creature votate a un sogno soltanto. L’uomo di neve nella breve parabola della sua esistenza, si sente sempre strano ed è una sensazione che non sa spiegarsi, che gli fa venire in cuore uno strano languore che scrive Andersen “tutti gli uomini conoscono, se sono fatti di neve”. L’unico desiderio, l’unico sogno dell’uomo di neve è la dissolvenza attraverso il calore di una stufa, impossibile da raggiungere perché è qualcosa che sta agli antipodi del suo gelo eppure che egli sente intimamente propria.</p>
<p>Difficile alla fine immaginare Gerda e Kay, che sono diventati nel frattempo la donna e l’uomo che abbiamo visto, tornare alla loro città, e sedere per gioco sulle loro seggioline di bambini. Una volta di fronte l’uno all’altra, difficile che fossero potuti rimanere lì fermi per sempre in un idillio irrealistico che Andersen prima di tutti, non avrebbe consentito che durasse più del tempo di un frettoloso lieto fino. Andersen avrebbe continuato a raccontarli per sempre, come in effetti ha fatto cambiando di continui titoli e svolte alla sua pirotecnica ricerca della pura verità, attraverso le figure che attribuiva a se stesso e agli altri. Lo avrebbe fatto per sempre, perché come Kay col suo unico lemma, Andersen sapeva fin troppo bene che la ricerca di se stessi “è come se uno stesse lì seduto a esercitarsi su un pezzo senza poterlo mai terminare, sempre lo stesso pezzo. Ha un bel dire che se la caverà, non ci riuscirà mai, per quanto suoni!”</p>
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		<title>La regina della neve (prima parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2014 06:00:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[eleanor vere boyle]]></category>
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					<description><![CDATA[nella versione quasi fedele di Viviana Scarinci &#160; Molto spesso nelle favole di Andersen, come nelle favole di molti altri narratori,  c’è qualcosa di importantissimo da recuperare. Qualcosa che forse neanche c’era stato segnalato all’inizio della storia ma che sappiamo comunque perduto e che può anche non essere evidente. Lo intuiamo, ma  non è  chiaro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>nella versione <em>quasi </em>fedele di <strong>Viviana Scarinci</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Molto spesso nelle favole di Andersen, come nelle favole di molti altri narratori,  c’è qualcosa di importantissimo da recuperare. Qualcosa che forse neanche c’era stato segnalato all’inizio della storia ma che sappiamo comunque perduto e che può anche non essere evidente. Lo intuiamo, ma  non è  chiaro in che modo sia la causa di tutto. Ne Il brutto anatroccolo ad esempio ciò che il pulcino ha perso prima dell’inizio della storia è la specie cui appartiene, e noi, come lui non lo sappiamo fino alla fine, grazie alla magistrale tessitura in cui Andersen, come se fossimo quel pulcino, ci impiglia facendoci patire lo stesso smarrimento del protagonista, il quale non trova la sua identità, e insieme a quella, il suo bene,  in nessuna circostanza che il destino gli propone. Ne <em>La regina della neve</em> è un bambino a perdersi e non sono un papà o una mamma che lo stanno cercando ma una bambina come lui che è l’unico essere umano ad avere qualche speranza di poterlo recuperare. Nel caso de <em>Il brutto anatroccolo</em> anche il destino per un lungo periodo sembra ignorare l’identità del pulcino. Non sembra curarsi di lui, come se lo stesso destino potesse agire efficacemente solo su quelle vite che abbiano avuto modo di rinvenire al di là delle numerose falsificazioni, il loro vero atto di nascita. Nella storia che stiamo per raccontare sembra che il destino sia la personificazione di quella stessa città che James Hillman ci descrive come incurante di noi finché qualcuno o qualcosa si faccia carico di recuperare il  bambino che abbiamo smarrito.<span id="more-49915"></span></p>
<p>********************</p>
<p>quando mai c’è, <em>per quel che ne sappiamo</em>, una cosa senza di noi? Chi è attore di linguaggio, ma amoroso di figure, deve pur compiere con parole quel che vede, facendolo rinascere dalla sua lingua. <strong>Nanni Cagnone</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nelle fiabe c’è spesso un convegno al quale messaggeri meravigliosi hanno convocato e condotto. Poi, giunti al luogo non c’è nessuno: “una fratta selvaggia oscura e vuota”. Ciò significa soltanto, in quelle fiabe, “Ti aspetto più avanti” (<em>ascende superus, duc in altum, Lc 14,10- 5,4</em>). Dove? Nessuno lo sa; più avanti. <strong>Cristina Campo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<figure id="attachment_49916" aria-describedby="caption-attachment-49916" style="width: 500px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-49916 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham1.jpg" alt="snowqueen_rackham1" width="500" height="229" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham1-300x137.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-49916" class="wp-caption-text">Arthur Rackham</figcaption></figure>
<h1>Il diavolo</h1>
<p style="text-align: justify;">All’inizio de <em>La regina della neve</em>  Andersen dà un annuncio solenne che ci fa pensare che l’autore non si stia rivolgendo soltanto a un pubblico di piccoli lettori. Andersen ci avvisa che alla fine di questo lungo racconto noi ne sapremo molto di più sul diavolo e del suo potere sul mondo. La prima storia delle sette che compongono quel meraviglioso romanzo che è <em>La regina della neve</em> infatti è un antefatto, il motivo cioè che causerà  le disavventure di una bambina e di un bambino per via  di un incidente occorso a uno strumento diabolico. La seconda cosa sorprendente che apprendiamo riguarda un aspetto della vita intima del  diavolo, frequentato di rado anche dalla letteratura per adulti, cioè quello di come impiega il suo tempo libero. Infatti lo vediamo impegnato per diletto, come un qualsiasi hobbista, nella costruzione dilettantistica  di un oggetto. Ma siccome è il diavolo, non sta facendo decoupage, ma sta fabbricando uno specchio che di ogni cosa riflette  il contrario se questa è dritta, il rovescio  se questa è  bella, la sua perversità  se questa è amata.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che all’inizio lo scopo principale di questa impresa diabolica era soltanto la derisione. Ad esempio  un pensiero buono diventava qualcosa di ridicolo, qualcosa che faceva ridere.  Per un po’ fu sufficiente questo per divertirlo, ma poi dopo quella domenica pomeriggio in cui inventò lo specchio, il diavolo, che era un cattivo maestro, tornò alla sua classe di cattivi studenti e più allegro del solito, raccontò il suo esilarante fine settimana, così tutti i suoi studenti diabolici andarono in giro a raccontare che finalmente un miracolo al contrario era in grado di mostrare veramente come fossero gli uomini e il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Io sono il dio nelle cui mani gli uomini pongono i loro desideri” scrive Gustav Meyrink, parlando per bocca di Lucifero.  La tentazione si può dire che per un diavolo costituisce le basi del mestiere in quanto è la premessa di ogni dannazione sua e altrui ma è anche l’irriverenza che sta alla base di tutti i moti indipendentisti dell’anima. Per cui accadde che gli studenti del diavolo furono tentati di mettere alla prova la straordinaria malignità dello specchio risalendo con quello alla mano tutte le gerarchie del bene al solo scopo di ridicolizzarle. Ma finché si trattò di cherubini alati ricciuti e paffutelli,  lo specchio si limitò a sghignazzare rendendoli deformi, però quando la risalita dei goliardi arrivò un po’ più in alto, lo specchio non resse alla visione pervertita degli arcangeli e tanto si agitò che scivolò dalle mani degli studenti per precipitare fin sulla terra frantumandosi in mille pezzi, schegge e polveri che si dispersero ovunque nel mondo diventando il mondo, anche un po’ fatto delle stessa sostanza di quello specchio.</p>
<p style="text-align: justify;">I ghiacci non si trovano solo al colmo delle altezze ma sono anche al colmo della profondità. Sotto la terra, sotto l’acqua, sotto il fuoco dell’inferno, c’è il nono cerchio dantesco, l’ultimo, che è fatto di ghiaccio ed è riservato ai traditori. Qui, di ghiaccio e non di fuoco è la casa di Lucifero. Un luogo in cui nulla è abbastanza fermo, assoluto, cristallizzato, compresa l’intenzione del male. Questo è l’antefatto di una storia che già dal principio smette apparentemente di riguardare il diavolo per diventare la narrazione del viaggio iniziatico che  una ragazza  e un ragazzo compiranno in questo mondo danneggiato da uno specchio diabolico, separatamente, forse non tanto per ritrovarsi alla fine, come sembra lo scopo dichiarato del viaggio.</p>
<h1>Kay</h1>
<figure id="attachment_49917" aria-describedby="caption-attachment-49917" style="width: 464px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-49917 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham2.jpg" alt="snowqueen_rackham2" width="464" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham2.jpg 464w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham2-232x300.jpg 232w" sizes="(max-width: 464px) 100vw, 464px" /><figcaption id="caption-attachment-49917" class="wp-caption-text">Arthur Rackham</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Tutto ebbe inizio in una città che è il luogo del destino per eccellenza. Ma che è anche un posto in cui di rado c’è spazio per i giardini, specialmente nei quartieri più degradati o quelli in cui la gente va solo a dormire e ci lascia i figli per forza di cose da soli o guardati da altri. Siccome Gerda e Kay non avevano un giardino in cui poter giocare, decisero di eleggere a giardino un paio di vasi pensili sospesi tra i loro due balconi che non si sa se per caso o perché il diavolo volle così, erano dirimpettai. I due ragazzi erano felici grazie a quel giardinetto pensile che d’estate era coloratissimo e profumato di rose, a cui si affacciavano per guardarsi d’inverno, e per guardare la neve che cadeva. Kay era innamorato della neve, lo era da sempre senza sapere perché. La neve per Kay, era qualcosa che gli apparteneva anche da prima di quando d’inverno si affacciava alla finestra chiusa per giocare ai segni con Gerda che lo aspettava all’altra finestra, mentre i fiocchi turbinavano tra loro come uno sciame di api bianche, la cui regina però tardava a comparire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma passò qualche stagione e la regina comparve. Accade quando arrivò un inverno particolarmente freddo. Si susseguirono molte settimane in cui la città pareva così chiusa dalla morsa del gelo da sparire sotto montagne di ghiaccio. E ogni giorno verso le cinque cominciava a nevicare prima piano poi sempre più turbinosamente, come fa la neve che non perde mai leggerezza anche quando è violenta. Verso le cinque Kay usciva per non perdersi quello spettacolo tutto intabarrato, ma con la testa e il naso scoperti perché gli pareva che così, vedendo meglio quel candore, potesse fiutare anche il profumo bianco e un po’ mischiato alla polvere diabolica dello specchio, come tutte le cose del mondo ormai.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, quel profumo gli pareva così buono e ricercato, anche per via della malia dello specchio, che per quanto cattiva e indegna, non ci dimentichiamo che era una magia ispirata dal padre di tutte le tentazioni. É più probabile che fu così che Kay si ritrovò una scheggia di specchio nell’occhio, e peggio, un’altra che passando dal naso gli raggiunse il cuore, seguendo una di quelle traiettorie improbabili e perverse che solo il caso, o il diavolo in persona, sanno direzionare come peggio non si potrebbe. Secondo Andersen invece Kay si buscò questo malanno un giorno d’estate mentre leggeva un libro insieme alla sua Gerda per cui a un tratto il loro giardino sospeso gli apparve quale era, cioè un paio di vasi striminziti abbarbicati tenacemente su un balcone di periferia, e Gerda soltanto una mocciosa. Forse, come spesso accade, erano vere tutte e due le cose. Forse l’inverno prima, insieme ad essere colpito dalle schegge impazzite dello specchio, Kay era rimasto folgorato su quella stessa strada da una donna che come scrive Andersen “aveva gli occhi fissi come due stelle chiare, ma in essi non c’era pace né tranquillità” e la cosa peggiore fu che quella donna, bella come Kay non ne aveva mai viste, in quell’occasione fece cenno proprio a lui di seguirlo, come se lo conoscesse da sempre. Ma Kay non riuscì a raggiungerla, perdendosi man a mano che la tempesta di neve aumentava. Così l’estate successiva, è probabile che leggendo l’ennesimo libro insieme a Gerda, non si fosse per niente dimenticato di quell’episodio, perciò fu da quel momento che la sua amica cominciò ad avvertire quanto Kay fosse cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Andersen ci dice che Kay faceva giochi più “seri”, giochi adulti che Gerda non capiva, come quello di imitare gli altri cosicché non si capiva più se Kay era Kay o solamente uno qualunque che faceva cose qualunque o si metteva al microscopio ad analizzare per ore un fiocco di neve ritenendolo, diceva, la forma più bella che la natura avesse inventato, perfetta e assoluta, come non lo sarebbero mai state le loro rose nei vasi. Gerda era preoccupata, più passava il tempo, più Kay diventava distante, finché ancora una volta arrivò l’inverno. E con l’inverno Kay riprese l’abitudine a uscire dopo le cinque aspettandosi da un momento all’altro che nevicasse. Ma la neve non arrivava e Kay divenne sempre più nervoso finché un giorno, alla fine di febbraio poco prima delle cinque, cominciò a cadere: i primi fiocchi impercettibili che non sembra neve, sembra acqua o quello che chiamano nevischio che non c’entra niente con gli impareggiabili fiocchi con cui la neve è capace di fare silenzio intorno, solo perché arriva nei luoghi come fanno le grandi dame o i grandi spiriti. Kay corse a rotta di collo giù per le scale come se avesse il sentore che finalmente l’ora e il luogo dell’appuntamento con il suo destino fossero giunti, e aveva ragione perché quando lo sciame bianco della neve infittì comparve pure la regina. “Abbiamo fatto una bella corsa!”, disse la regina a Kay con uno strano sorriso. “Ma che freddo, vieni, ficcati nella mia pelliccia d’orso”, e lo disse come se anche per lei con Kay si fosse trattato di riaprire un discorso che in realtà non s’era mai interrotto. Poi la regina della neve baciò Kay, e lo baciò di nuovo e infine disse: “Adesso non ti bacerò più, perché finirei per farti morire”, ma mentiva e lo baciò ancora e ancora.</p>
<h1>Gerda</h1>
<p>Andersen riferisce che Gerda, disperata, partì alla ricerca di Kay. Ma noi possiamo solo testimoniare che Gerda partì. Ora se partì verosimilmente alla ricerca del suo amico del cuore, chi può dirlo? Gerda partì perché non c’era più motivo di restare in quella città. E poi di un viaggio, nonostante le nostre intenzioni, si può sapere solo quale sia il punto di partenza. Quindi Kay forse era morto o forse stava solo capendo chi fosse l’uomo che aspettava di diventare a rischio della sua stessa vita. Allora Gerda decise di calzare un paio di scarpette rosse, che aveva comprato dopo la scomparsa di Kay e che Kay non si sarebbe mai potuto figurare come le stessero bene ai piedi, qualora fosse veramente morto o fosse diventato il principe consorte della neve, che poi era la stessa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle scarpette rosse erano per Gerda una cosa della massima importanza, erano le prime scarpe che avesse scelto da sola e le aveva scelte rosse con un’audacia che stava solamente cercando il modo di comunicarsi a Gerda come una delle sue virtù più risolutive. Un’altra famosissima favola di Andersen riguarda proprio un paio di scarpette. <em>Scarpette rosse</em> racconta il desiderio che le scarpe suscitarono in una ragazza e la responsabilità che ebbero riguardo la sua fine tragica.  Sicuramente le scarpe da donna, erano un elemento che Andersen considerava fondamentale e allo stesso tempo viveva in modo contraddittorio. Che Andersen amasse le scarpe femminili è dimostrato dalla sua attenzione verso le credenze e verso la religiosità dei suoi luoghi d’origine, che attribuivano alle scarpe rosse un valore altamente seducente e perciò demoniaco. Ma la posizione controversa del poeta danese al riguardo emerge ancora meglio dal suo genio che lo conduceva spesso a un vero e proprio contraddittorio interiore, espresso da trame che andavano molto oltre la trasposizione di una tradizione orale o scritta<strong>. </strong>Ad esempio un’evidenza della malcelata antipatia di Andersen verso la più che nota sproporzione biblica tra esiguità della colpa e crudeltà del castigo, ci viene dalla sottilissima ironia che ammanta una favola meno famosa di <em>Scarpette rosse</em> ma altrettanto interessante, che si intitola <em>La ragazza che calpestò il pane</em>. Questa è la storia di una fanciulla che per non sporcarsi le scarpette fiammanti, getta in terra e calpesta come un zerbino il pane, destinato a sua madre poverissima. Chiaramente l’universo le si scatena contro e lei finisce istantaneamente morta ammazzata  e gettata in un inferno che somiglia a quel nono girone di cui sopra. Sempre in questa favola però compare a mescolare  singolarmente le carte  del destino ancora una volta una figura femminile incredibile che appartiene alla sfera intima di Satana: la sua bisnonna. Questo personaggio molto rispettato nota subito che la ragazza che ama su tutto le sue scarpe nuove, è molto ben predisposta a peccare. E la vuole avere per cariatide in casa, la stessa casa di Lucifero che qui, più che lo spaventoso satanasso che tutti sanno, appare un tenero nipote che vive ancora con la bisnonna più ciarliera che gli inferi ricordino.</p>
<p>É calzando quelle stesse controverse scarpe rosse che Gerda,  prima di partire per il suo viaggio, uscì dalla città e si recò un’ultima volta al fiume, che era l’unico luogo da  cui aveva sempre avuto risposte.</p>
<h1>La donna esperta di magia</h1>
<figure id="attachment_49918" aria-describedby="caption-attachment-49918" style="width: 303px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-49918 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/eleanor-v.boyle_snowqueen3.jpg" alt="eleanor v.boyle_snowqueen3" width="303" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/eleanor-v.boyle_snowqueen3.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/eleanor-v.boyle_snowqueen3-227x300.jpg 227w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /><figcaption id="caption-attachment-49918" class="wp-caption-text">Eleanor Vere Boyle</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Arrivata al fiume Gerda fece una cosa incomprensibile: prese le scarpe rosse  e le gettò in acqua, forse perché il sacrificio della sua audacia le parve una cosa necessaria al fine di riavere Kay. Ma si sbagliava e il fiume con un gesto tranquillo gliele restituì. Allora Gerda finse di non capire, prese una barca, arrivò a largo e getto di nuovo le scarpe in acqua. Fu qui che il fiume prese posizione, visto che Gerda non voleva intendere. L’acqua si inventò una corrente abbastanza forte da far perdere a Gerda il controllo della barca. Il fiume così le impose di iniziare il suo proprio viaggio. Prima Gerda ebbe paura, su quella barca trascinata non si sa dove con indosso solo le calze ma poi la paura passò perché cominciò a guardare le sponde del fiume e vide un paesaggio tanto bello quanto sconosciuto, così sconosciuto da apparire familiare, come solo accade a quello che incontriamo la prima volta e ci dimostra che esistono parentele con luoghi e persone molto più radicate di quelle che conosciamo fin dalla nascita. E infatti la barca si fermò davanti a una casetta immersa nella campagna solitaria, Gerda scese senza paura e bussò a quella porta. La donna che aprì si trovò davanti una bambina senza scarpe con l’aria di aver pianto più lacrime di quanto a quell’età se ne abbia a disposizione. Però non vide solo quello, perché la donna era una strega e sapeva tutto, non proprio come sa tutto  il diavolo, ma quasi. “Una bambina così bella era da tanto tempo che la sognavo”, disse la vecchia tra sé, “Adesso vedrai come ce la intenderemo bene noi due”. E sospingendo dolcemente Gerda dentro casa, chiuse la porta  a chiave.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è da dire che la strega che accolse Gerda in casa non era cattiva. Lo era solo un po’, come lo sono quelle persone  che sono disposte a rubare e ingannare non per abitudine, ma solo se qualcosa o qualcuno piace loro tantissimo. E Gerda a quella strega piaceva da impazzire tanto che decise di ingannarla purché restasse quanto più a lungo possibile con lei. Allora si servì della magia. Mentre Gerda dormiva, dopo aver mangiato straordinarie ciliegie magiche, la vecchia uscì di casa e con un colpo del suo bastone costrinse ogni rosaio del giardino a tornare per intero sottoterra come rimangiandosi i fiori, la gemmazione, il fusto, le spine in modo che le rose non potessero ricordare a Gerda nulla del giardino  condiviso con Kay, né del misterioso disgusto per le rose che aveva colto il ragazzo poco prima di sparire. E poi dal giorno successivo seppe dare a Gerda la piacevole abitudine di essere pettinata a lungo dalle mani di una strega, mani  che a volte reggevano un pettine fatato che smemorava, cosicché Gerda si trovò senza passato nella casa di un giardino fatato di cui per incantesimo le sembrò di essere la padrona.</p>
<p>Ma Gerda era destinata a non essere padrona di nulla, né tanto meno a dilettarsi di stregoneria, come la sua ospite. É a questo punto che successe una cosa che la strega non era stata in grado di prevedere, poiché la vecchia  era insuperabile  in fattucchierismi e manipolazioni, meno capace quando si trattava d’essere previdente: la strega si dimenticò di far sparire l’ultima rosa rimasta in casa, quella che pendeva dal suo cappello. Così quando Gerda una sera, molto tempo dopo il suo arrivo, si prese la briga di osservare meglio la sua ospite, si accorse che le pendeva dal capo proprio una rosa dello stesso colore di quella che Kay le aveva indicato con disgusto prima di sparire. Bastò quello a farle ricordare improvvisamente tutto. Ma non disse nulla, e di notte quando la strega finalmente si addormentò, uscì nel giardino per  piangere  tutto il tempo che aveva perso imprigionata in quella falsa estate. Qual era la vera stagione oltre la siepe del giardino fatato della strega? Si chiese, mentre finalmente  ritornava la sua audacia a renderla capace di tutto. Allora le rose che  non poterono più trattenersi dallo stare sottoterra, le dissero: “Noi sottoterra ci siamo state, là ci sono tutti i morti, ma Kay non c’era”. Il cancello del giardino era chiuso, ma fu a quelle parole dette dalle rose che Gerda alzò il gancio e ancora una volta a piedi nudi, trovò la via della fuga.</p>
<h1>Intermezzo</h1>
<p>Come ho sentito dire una volta da una persona molto saggia, le favole devono essere raccontate ai bambini perché racchiudono tutti i destini possibili che la vita può riservare a una donna e a un uomo, e narrarle ai più giovani può dare loro il senso delle infinite possibilità che da grandi potranno attuare. Ma secondo Andersen, certamente, le fiabe avevano anche il potere di rammentare agli adulti ciò che  a qualsiasi età fosse loro sempre e ancora possibile. A questo fine, il nostro poeta e favolista sapeva bene che  l’effetto più potente in una favola lo sortisce non tanto la storia di un destino, quanto l’uso di un  linguaggio  che improvvisamente infranga l’ostinazione tutta adulta di ogni alfabeto interiore che costringe all’immobilità. Del resto la parola è il più potente dei nomi. Una sorta di battesimo della realtà di cui ogni persona conserva facoltà per sempre. <em>Una volta messa in moto la mente, non solo si pronunciano parole, ma cielo e terra si fondano sull’intenzione, in un passaggio acrobatico subitaneo e trascendente </em>scrive James Hillman. Per cui i dialoghi più pregnanti, può capitare che i personaggi di Andersen, li abbiano con un oggetto, col fiume, con un rosaio o un animale. Lieh Tzu in un’antichissima favola taoista che si intitola <em>Bestia o uomo</em> asserisce che “coloro che si somigliano nello spirito possono differire nella forma, e coloro che si somigliano nella forma possono differire nello spirito”, azzerando le differenze testimoniate dai corpi visibili di animali e uomini in favore di identità spirituali magari  non evidenti, ma fondamentali nel dipanarsi del grande gioco della vita di ognuno. É proprio questo aspetto <em>bestiale</em> e del tutto realistico delle profondità umane che Gerda affronta nella quarta e nella quinta storia de <em>La Regina della neve</em>.</p>
<p>Scappata dal giardino eternamente estivo della strega, Gerda corre a piedi nudi verso l’inverno,  e  in mezzo alla neve, incontra inaspettatamente un amico, o forse di più, un fratello. Il primo indizio di certe fratellanze a posteriori è che due appena si parlano  si capiscono, pur provenendo da regioni totalmente estranee e separate. Infatti, l’essere che darà conforto a Gerda, malgrado un’evidente difficoltà linguistica, e che le dirà di aver visto probabilmente Kay, incoraggiandola a continuare la ricerca, è un corvo.</p>
<p>Abbiamo già visto in Gerda la capacità di dialoghi soprannaturali: il fiume che la consiglia sulle scarpe, le rose che fanno il tifo per lei pure da sottoterra e ora il corvo che le racconta di un giovanotto molto somigliante a Kay che ha appena sposato la principessa presso cui la sua fidanzata cornacchia è a servizio. A pensarci bene, la piccola Gerda non si sa di chi sia figlia, né di quale paese la sua stirpe sia originaria. Sappiamo che è innamorata di un giovane poeta che nutre una passione monomaniacale per la neve, quando lei ne nutre una un po’ più sana per lui e con ciò insieme toccano il limite della lingua condivisa. Sappiamo che la strega si invaghisce di lei, ma le streghe sono strani esseri e la parte di bestia che serbano nel cuore serve loro solo per ingannare,  perciò anche quella parlata con la strega risulta una lingua monomandataria che assicura solo i diritti di uno.  Gerda è sola come il brutto anatroccolo, non ha neppure la consapevolezza di una specificità che la indichi a se stessa, finché non incontrerà il corvo che, sebbene per eccesso di zelo la conduca verso un buco nell’acqua, le dona, come spesso accade nell’incontro con un simile, una consapevolezza fondamentale riguardo la sua vera natura. Sì, Gerda non sarà mai una principessa, come dimostrerà l’atteggiamento diversamente felice con cui Andersen ritrae la vera principessa che abita la prossima porzione di storia, ma non di meno la nostra è portatrice di uno spirito così alato che la renderà capace di percorrere quello che degli altri è il mondo più segreto: i loro sogni.</p>
<p><em><strong>(CONTINUA)</strong></em></p>
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		<title>Scarpe rosse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 14:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marilena Renda Il mio lavoro di insegnante ha pochi piaceri. Uno di questi, lo ammetto, è dare vita alla scena che segue. Arriva sempre un giorno, di solito alla fine dell’anno scolastico, in cui decido di leggere alla classe Scarpette rosse, la mia fiaba preferita di Andersen. La prima volta che decisi di raccontarla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marilena Renda</strong></p>
<p>Il mio lavoro di insegnante ha pochi piaceri. Uno di questi, lo ammetto, è dare vita alla scena che segue. Arriva sempre un giorno, di solito alla fine dell’anno scolastico, in cui decido di leggere alla classe <em><a href="http://www.andersenstories.com/it/andersen_fiabe/le_scarpette_rosse">Scarpette rosse</a></em>, la mia fiaba preferita di Andersen. La prima volta che decisi di raccontarla le portavo proprio, le ballerine rosse (forse volevo inconsapevolmente incrementare l’effetto cruento). Dunque, quel giorno lessi la fiaba, e una bambina dal volto perfettamente innocente guardò il libro, poi guardò le mie scarpe ed esclamò, con aria di vero spavento: “Stai attenta, professoressa!”.</p>
<p>Questo per dire che da qualche anno a questa parte Scarpette rosse è la mia favola identitaria: mi identifico perfettamente in questa fiaba, e quasi solo in questa. La mia passione per questa storia ha un carattere maniaco ed esclusivo che per un certo periodo ha pressoché escluso che io potessi provare un interesse dello stesso genere per qualsiasi altra storia. Questa mia identificazione assomiglia alle convinzioni che ho formulato nel corso degli anni sulla mia natura e sul mio destino: incontrovertibili, a prova di esperienza, a volte incrollabili senza alcuna giustificazione. D’altra parte, non è così anche nelle fiabe? Per quale ragione una storia in cui una fanciulla si incapriccia di un paio di scarpe rosse e le indossa deve finire con un boia che le taglia i piedi? Non ha logica, eppure va bene così.</p>
<p>La fiaba inizia con una situazione di perfetta povertà in cui la fanciulla si sostenta a malapena ma c’è un principio femminile buono (la vecchia calzolaia) a darle il poco che le serve (le scarpe rosse goffe ma fatte a mano con i materiali a disposizione della vecchia). Una situazione di autarchia emotiva in cui il bisogno è sempre naturale, il corpo soffre per l’azione del vento e della pioggia, lo stomaco soffre la fame, ma esistono solo bisogni primari, che vengono soddisfatti in modo semplice e naturale, il desiderio è misura di se stesso e non si perde mai.</p>
<p>Tutto si ribalta (in questa fiaba di doppi opposti, o di personaggi che appaiono e ricompaiono all’improvviso, vagamente minacciosi, nella foresta o di fronte a una chiesa) allorché entra in scena la vecchia signora imponente e ricca; al desiderio-in sé subentra il desiderio fuori-di-sé, soddisfatto dall’esterno, dettato dal denaro. Non un  vero desiderio, piuttosto una sua contraffazione commerciale. La situazione cambia di segno: alla povertà si sostituisce la ricchezza, e la fanciulla, abbacinata dal nuovo, dimentica ciò che le era proprio e trascura il desiderio che le somigliava tanto. Attratta dall’idea di una vita facile in cui siano gli altri a provvedere alle sue necessità accetta di seppellire le scarpe vecchie e di lasciare agli altri la cura di sé.</p>
<p>Ma gli altri conoscono i suoi desideri? La fanciulla, che vede il luccichio della bellezza nello specchio che riflette la sua immagine, si illude di sì, crede a chi promette cibi sopraffini, si affida al baluginio della ricchezza. Il desiderio delle scarpette rosse, che le si accende nel cuore fino a sopraffarla, la porta fuori di sé e la spinge alla coazione del movimento. Se non puoi fermarlo, però, non può essere un movimento buono. Da un lato all’altro del piccolo mondo della fanciulla rimbalzano figure maschili vagamente demoniache: il boia, il vecchio soldato con le stampelle e la barba rossa che le fa i complimenti cercando una complicità fuori dall’umano (non è sano, non ti fidare, direbbe la vocina interiore, se la fanciulla la potesse sentire); in un’altra versione c’è addirittura un vecchio calzolaio zoppo (anche qui, la vocina dovrebbe suggerirle: come può un calzolaio zoppo fare scarpe in cui si cammina senza farsi del male?).</p>
<p>Per il tormentato Andersen la dismisura era peccato, dannazione, promessa di morte. Avrà pensato, il rosso può portarmi fuori di me e dalla grazia e farmi perdere per sempre la strada e la ragione, tanto che alla fine del viaggio non troverò più niente di familiare. Eppure, cos’è familiare? Cosa posso sopportare? Fin dove mi posso spingere? Cosa mi può realmente uccidere? Il tintinnio delle scarpette diaboliche riporta per un attimo sulla tomba della vecchia signora, che nel frattempo è morta. E in effetti come non danzare sulla testa dei morti? Come non festeggiare l’esultanza di essere vivi? E chi non ha mai danzato sulla testa di un cadavere non sa cosa voglia dire la colpa (la gioia è fatta sempre di piccole stringhe rosse).</p>
<p>Quando usciamo fuori di noi per incontrare il desiderio degli altri pensiamo: sarò forte abbastanza da sopportarlo, non mi ucciderà, imparerò a sopportare il dolore semmai, perché è così che si fa. Sopporterò i segni rossi che mi fanno le scarpe nuove, perché ballare mi piace troppo, e di ballare non posso fare a meno. L’ultimo pensiero che pensano i piedi prima di essere separati dal corpo e andare in giro come lucertole tagliate a metà, è un pensiero di forza, un’illusione di forza. Solo che Andersen lo sapeva, che superato il limite che le nostre stesse mani hanno stabilito possiamo solo rimanere schiantati.</p>
<p><iframe loading="lazy" src="http://www.youtube.com/embed/N9W9XTxbnWI" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<p>*****<br />
<strong>Scarpe rosse</strong></p>
<p>di<strong> Anne Sexton </strong></p>
<p><em>traduzione di</em><strong> Marilena Renda</strong></p>
<p>Abito nel cerchio<br />
della città morta<br />
e mi allaccio le scarpe rosse.<br />
Tutto ciò che era calmo<br />
è mio, l’orologio con la formica,<br />
le dita dei piedi, allineate come cani,<br />
il fornello, molto prima che bollisca il rospo,<br />
il salotto, bianco d’inverno, molto prima delle mosche,<br />
la cerva distesa sul muschio, molto prima della pallottola.<br />
Mi allaccio le scarpe rosse.</p>
<p>Non sono mie.<br />
Sono di mia madre.<br />
Sua madre prima di lei<br />
le lasciò come cimelio<br />
ma le nascose come lettere vergognose.<br />
La casa e la strada a cui appartengono<br />
sono nascoste e le donne, anche le donne<br />
sono nascoste.</p>
<p>Tutte quelle ragazze<br />
che indossavano scarpe rosse<br />
salirono su un treno che non si fermò.<br />
Le stazioni fuggirono come spasimanti e non si fermarono.<br />
Danzarono tutte come la trota all’amo.<br />
Furono tutte ingannate.<br />
Si strapparono le orecchie come spille da balia.<br />
Le loro braccia si staccarono e diventarono cappelli.<br />
Le loro teste rotolarono e cantarono per la strada.<br />
E i loro piedi – o Dio, i loro piedi al mercato –<br />
i loro piedi, due scarafaggi che corsero verso l’angolo<br />
e poi danzarono orgogliosi.<br />
La gente esclamava: sicuramente,<br />
sicuramente sono meccanici, altrimenti…</p>
<p>Ma i piedi andarono avanti.<br />
I piedi non si fermarono.<br />
Tesi, come un cobra che ti vede.<br />
Erano un elastico tirato,<br />
erano isole durante un terremoto,<br />
erano barche che si scontrano e affondano.<br />
Tu e io non contavamo.<br />
Non potevano ascoltare.<br />
Non potevano fermarsi.<br />
Quello che facevano era la danza della morte.</p>
<p>Quello che facevano li avrebbe ammazzati.<br />
<em><strong><a href="http://collettesimone.wordpress.com/2009/12/08/the-red-shoes-by-anne-sexton/">Qui </a></strong>l&#8217;originale.</em></p>
<p>*****<br />
<em>Altre fiabe</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/12/larte-e-una-bestialita-una-lettura-de-i-musicanti-di-brema/">Azzurra D&#8217;Agostino, L&#8217;arte è una bestialità. Una lettura de &#8220;I musicanti di Brema&#8221;</a></p>
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		<title>I folletti, il Natale e la poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:15:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Sulla natura dei folletti le teorie sono una matassa assai intricata e variopinta: di certo c’è solo che ovunque si potranno incontrare, che presso ogni popolo è attestata l’esistenza di simili esseri, nascosti nelle brughiere e sotto i biancospini, nelle grotte sotterranee e perfino nella giungla, in spazi abbandonati o nei meno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-41179" title="lennart helje nisse" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/lennart-helje-gnome.jpg" alt="" width="240" height="200" />Sulla natura dei folletti le teorie sono una matassa assai intricata e variopinta: di certo c’è solo che ovunque si potranno incontrare, che presso ogni popolo è attestata l’esistenza di simili esseri, nascosti nelle brughiere e sotto i biancospini, nelle grotte sotterranee e perfino nella giungla, in spazi abbandonati o nei meno esplorati della casa come la soffitta, la cantina, vecchie cassepanche e armadi in disuso. Sono proprio gli abitanti di questi ultimi luoghi, i cosiddetti folletti domestici, la categoria forse più famosa e indubbiamente quella che si muove a più stretto contatto con gli umani.</p>
<p><span id="more-41178"></span>Secondo una credenza diffusa, specialmente nell’Europa del nord, lo spirito della casa, un folletto vestito di umili stracci, con l’agilità di un ragazzo ed il corpo di un vecchio, o più raramente con le sembianze di un bambino, può essere il <em>genius loci</em>, l’essenza di un antenato o di un bambino morto, un neonato non ancora battezzato, un feto abortito, che resta a vivere nella dimora che avrebbe dovuto ospitarlo quale protettore.<a title="" href="#_ftn1">[1]</a> Sono creature solitarie e talvolta eccessivamente permalose – diffusa è la storia del folletto che, ricompensato per i suoi servizi con dei vestiti nuovi da indossare al posto della sua casacca lisa, reagisce offendendosi per l’affronto e fugge dalla casa per non farvi più ritorno -, ma generalmente benevole, a loro modo ovvio, nel modo dei folletti il cui umore è la più mutevole delle correnti.</p>
<p>Tra di loro go<img loading="lazy" class="alignleft" src="http://farm8.staticflickr.com/7157/6594725535_22e896c87d.jpg" alt="" width="191" height="300" />de di particolare prestigio il <em>nisse </em>(diminutivo di Nicholas<a title="" href="#_ftn2">[2]</a> o Nils) danese e norvegese, in Svezia <em>tomte </em>e <em>tonttu</em> in Finlandia, piccolo e barbuto, vestito di grigio, distinto da un cappello rosso a punta e dotato, nonostante le dimensioni, di una forza immensa ed inesauribile. A Il folletto abitava le fattorie, dove si prendeva cura degli animali, e proteggeva i bambini, ma poteva anche, come si è accennato, arrabbiarsi ferocemente, punendo gli umani perfino con l’uccisione del bestiame, la malattia e la completa rovina. È, gettando uno sguardo alla letteratura, un <em>tomte </em>offeso che trasforma Nils Holgersson, ragazzo maleducato e prepotente, in un bambino non più grande di un folletto, che volerà per un anno con uno stormo di anatre selvatiche, nel libro della scrittrice svedese <strong>Selma Lagerlöff</strong>. Dalla metà dell’Ottocento circa, il <em>nisse </em>si è trasformato nello <em>julenisse</em> o <em>jultomte</em>, il primo aiutante di Babbo Natale – fa la sua apparizione in tante cartoline augurali illustrate dall’artista svedese <strong><a href="http://www.jennynystrom.se/en-jenny.html">Jenny Nyström</a></strong>, a volte accompagnato dal capro o dalla capra di Natale, la cui tradizione quale portatore di doni è invece andata decadendo, o dal gatto e il cane di casa con cui condivide la sua ciotola di latte e di zuppa. Una descrizione delle abitudini del <em>tomte</em> la si trova nei versi del poeta svedese <strong>Viktor Rydberg</strong>, scritti nel 1881: in una notte invernale nella durezza del freddo, la luna e la neve riempiono di luce bianca la foresta di pini e abeti rossi ed il tetto della fattoria: il <em>tomte</em> è l’unico sveglio che si aggira assorto in ricordi misteriosi, per la casa, la dispensa, la stalla, mentre i vivi sono immersi nei sogni.</p>
<p>Solo e svelto, in relazione con gli umani, ma da loro non visto, compreso da tutti gli animali, per immaginare cosa pensa l’antico <em>nisse</em>, occorre forse sentirsi un po’ come lui, mettere in lui la parte più capricciosa di noi, come ha fatto, in due brevi fiabe che lo hanno per protagonista,<strong> <a href="http://www.andersen.sdu.dk/index_e.html">Hans Christian Andersen</a></strong>. Lo scrittore danese è noto per la sua arte nel far parlare tutto, cercando di evidenziare la prospettiva dell’oggetto dimesso o della creatura minuscola, come le lucertole che si comprendono bene poiché entrambe parlano “lucertesco” ne <em>Il monte degli Elfi</em>, i piselli di cinque in un baccello, l’abete abbandonato a morire lentamente dopo le feste natalizie o la teiera da cui esce Madre Sambuco, un po’ fata, un po’ nonna sapiente. A guardare negli angoli, ad ascoltare il piccolo si apprende o si <em>ri</em>prende molto di ciò, per citare un&#8217;altra sua fiaba, che è “riposto, ma non dimenticato”. E cosa  succede quando i <em>piccoli </em>fiabeschi sono folletti domestici? Sbirciamo un po’…</p>
<p>Ne <em>Il folletto e la signora </em>(Nissen og Madamen, 1867), la moglie di un giardiniere scrive poesie che legge al maestro, nipote e ospite della coppia, con il quale trascorre parte del giorno chiacchierando delle cose dello “spirito”. Anche nella cucina, in compagnia del grosso gatto nero, qualcuno chiacchiera senza posa delle questioni del casamento e delle abitudini dei suoi residenti: è il folletto che tutti conosciamo, così dice Andersen, come se tutti, anche senza esserne pienamente consapevoli, ne avessimo incontrato uno, in un certo momento della vita, nascosto e affaccendato. L’omino è in collera con la signora che osa non credere alla sua esistenza, considerandolo una sorta di “idea” e tralasciando la tradizione per cui ogni Natale dovrebbe spettargli una ricca ciotola di riso con latte. Progetta dunque di combinarle qualche pasticcio: fa traboccare la minestra, lascia che il gatto lecchi la panna, progetta di allargare i buchi nei calzini del marito e via dicendo … ma viene sorpreso quando scopre che una delle poesie è dedicata proprio a lui, che anzi la donna lo ritiene la poesia stessa: lei è l’altra dimora, abitata dall’anima o spirito dei versi, come il folletto abita la casa. Estasiato e, così nota il gatto privato della panna, molto simile agli umani nel cedere alle adulazioni, il folletto inizia a lodare la donna, lasciando cadere ogni desiderio di “vendetta”. Nel folletto stanno dunque due nature: anima domestica, egli è primariamente legato alle questioni pratiche e al rispetto delle usanze, nonché, come un bambino, concentrato su se stesso, divinità del luogo. Ma se il folletto è spirito e anima, e come loro non si può vedere né udire se non con l’occhio e l’orecchio dell’immaginazione, è vicino anche a ciò che sta nei corpi viventi, le passioni e la loro forma precaria eppure concreta: il linguaggio. La poesia, sembra suggerirci Andersen, non viene da chissà quale sublime ispirazione, osserva il mondo dal basso, così che ogni oggetto, ogni incontro è sia ostacolo che meraviglia. Sta fra la scodella del latte ed i sogni covati in giardino.</p>
<p>In una fiaba precedente <em>Il folletto e il droghiere </em>(Nissen hos Spekhøkeren, 1852), l’ambivalenza del <em>nisse</em> è ancora più chiara, così come lo è il valore dell’arte secondo l’autore. In uno stesso edificio dimorano un povero studente ed un droghiere, che ha la bottega al piano terra e possiede l’intera palazzina. Il folletto è ovviamente fedele al droghiere che ogni vigilia di Natale gli prepara una scodella di riso al latte con un grosso pezzo di burro dentro. Scendendo nel negozio una mattina lo studente decide di comprarsi solo il pane e spendere il resto dei soldi in suo possesso per salvare un libro di poesia usato come carta da imballo, <em>“Lei è una bravissima person</em>a &#8211; così apostrofa il droghiere &#8211; <em>, piena di senso pratico, ma di poesia ne capisce quanto quel barile.”</em></p>
<p>Il droghiere e lo studente ne ridono, ma non il folletto impermalito per le parole rivolte al suo benefattore. Una sola emozione alla volta sta dentro i folletti. Un solo impeto. Di notte ruba dunque la lingua alla moglie del droghiere per interrogare tutti i mobili e gli oggetti della casa su questa misteriosa “poesia”, cominciando proprio dal barile dei giornali vecchi.</p>
<p><em>“È proprio vero, &#8211; chiese, &#8211; che non sai cos’è la poesia?”</em></p>
<p><em>“Sì che lo so, &#8211; rispose il barile, è qualcosa che sta nella parte inferiore dei giornali e che si ritaglia; credo di averne dentro di me più dello studente, mentre di fronte al droghiere non sono che un misero barile.”</em></p>
<p>Convinto di aver avuto la sua risposta il folletto sale la scala che conduce alla soffitta dello studente, per metterlo a tacere con le sue informazioni, ma dal buco della serratura filtra una luce e la luce scaturisce dal libro di poesia aperto, fiorisce sopra la testa dello studente in un albero magnifico i cui fiori sono teste di fanciulla e i frutti stelle. Come vorrebbe il folletto restare presso lo studente!  La scodella natalizia lo richiama però alla realtà: non gli è possibile farne senza. Quando scoppia un incendio, nel grande trambusto è ciò che ha di più prezioso, ovvero il libro, che il folletto si precipita a salvare &#8211; al libro appartiene il suo cuore. <em>“Mi dividerò tra i due mondi! Non posso abbandonare del tutto il droghiere, per amore del riso al latte.”</em>Sebbene l’albero dei sogni sia possente, non può essere tutto. C’è un cuore dentro il folletto, un’anima dentro l’anima che non deve mai essere dimenticata, anche se costretta in segreto, incapace a sopravvivere nel mondo cibandosi solo di se stessa. Di nuovo la poesia, l’arte, non ha a che fare con gli dei, ma con l’ultimo, più infantile e pittoresco dei loro “parenti”, lo spirito domestico che mette le cose in ordine o le getta nello scompiglio a seconda del suo sentimento, che parla con gli animali o, in loro assenza, con i barili e i macinini da caffè. E la poesia ha anche a che fare con il vivere dell’uomo in mezzo agli altri, si fa pezzo di carta riciclabile, si maschera fuggendo in una bugia, qualcosa a cui si dovrebbe smettere di dar credito come ad un vecchio spiritello scorbutico, che tuttavia emana chiarore, tra i cui rami ci si può accomodare, imparando a dire le cose, perfino quelle sgradevoli, daccapo, o, se si preferisce, a mentire, facendo delle cose qualcos’altro, lasciando crescere lingue nel mobilio senza cervello, e gli alberi nelle più anguste soffitte. È semplice. Basta serbare con pazienza la propria scodella di latte. E versarne sempre un po’ per il folletto.</p>
<p><em>Immagini nel testo di<strong> Lennart Helje </strong>e<strong> Jenny Nyström.</strong></em></p>
<p><iframe loading="lazy" src="http://www.youtube.com/embed/832EH7HE1bw" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe><br />
<strong><a href="http://runeberg.org/rydbdikt/tomten.html">&#8220;Tomten&#8221;</a> di Viktor Rydberg. Illustrazioni di Harald Wiberg.</strong></p>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> A questo proposito si può vedere il libro di Juha Pentikainen, <em>The Nordic Dead-Child Tradition. </em>(Helsinki, 1968) e quello di Anne O’Connor, <em>The Blessed and the Damned. Sinful Women and Unbaptised Children in Irish Folklore.</em> (Germany: Peter Lang, 2005)</p>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Non è un caso che Nicola, il santo, vescovo di Myra in Asia Minore nel IV secolo sia il protettore, oltre che dei marinai e di chiunque sia in difficoltà, dei bambini … e dei ladri.</p>
</div>
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		<title>Inverni straordinari</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/17/inverni-straordinari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 14:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Byatt]]></category>
		<category><![CDATA[fiabe]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[hans christian andersen]]></category>
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		<category><![CDATA[tove jansson]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Questi sono i giorni amati dalla Renna appare luminosa la stella del Nord questo è l’obiettivo del sole e la Finlandia dell’anno Emily Dickinson Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?” Andrea Zanzotto Too-Ticki e le creature nascoste Tutto intorno il gelo ha seccato le foglie, percorso i rami in strati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<blockquote><p>Questi sono i giorni amati dalla Renna<br />
appare luminosa la stella del Nord<br />
questo è l’obiettivo del sole<br />
e la Finlandia dell’anno<br />
<em>Emily Dickinson</em></p>
<p>Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?”<br />
<em>Andrea Zanzotto</em></p></blockquote>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-37448" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda-254x300.jpg" alt="" width="254" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda-254x300.jpg 254w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda.jpg 424w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /></a><strong><em>Too-Ticki e le creature nascoste</em></strong></p>
<p>Tutto intorno il gelo ha seccato le foglie, percorso i rami in strati di brina. Il sibilo del vento è un ululato gigantesco, che spacca la pelle dei volti e fa volare i cappelli; l’oscurità ha ricacciato nelle tane gli animali del bosco, si staglia contro gli enormi sempreverdi gettando il mondo nell’ombra. È l’inverno del nord. Il sole non è che una striscia grigia che si leva appena all’orizzonte. Solo una creatura se ne va tranquilla a spasso per la foresta né triste né allegra, a suo agio. Ha un pesante maglione di lana, bianco a righe rosse che lo copre quasi fino ai piedi. Un berretto rosso con pon pon. Nel silenzio lo sentiamo che improvvisa una canzone su se stesso, solo nella neve, se la ripete a fior di labbra. <a href="http://www.ibs.it/code/9788877822840/jansson-tove/magia-inverno.html"><strong>Too-Ticki</strong></a>, questo è il suo nome, è un personaggio del mondo dei Mumin, piccoli troll gentili inventati dall’artista finlandese <strong>Tove Jansson</strong>, che, a differenza dei ben più noti e scorbutici troll della tradizione scandinava, amano il sole e cadono in letargo nel periodo invernale. <span id="more-37366"></span>Quando il troll Mumin si sveglia nel mezzo dell’inverno, spaventato dalla valle resa ostile e buia, Too-Ticki diventa la sua guida attraverso la stagione, ma una guida del tutto particolare, in disparte, che dopo i primi avvertimenti, lascia che il troll impari a cavarsela e a riconoscere una bellezza in questo paesaggio. Too-Ticki racconta al troll che l’inverno non è affatto disabitato, ma è la dimora di tutti quegli</p>
<p><em>“esseri che non trovano posto in estate, in autunno o in primavera. Tutte quelle creature un po’ timide e strane. Un certo tipo di animali notturni, per esempio, e un genere di individui che non stanno bene in nessun posto e nei quali nessuno ha fede. Così se ne rimangono nascosti per tutto l’anno e poi, quando il mondo è bianco e tranquillo, le notti sono lunghe e i più sono in letargo, allora osano mostrarsi”. </em></p>
<p>Nell’inverno non si è mai certi che le visioni nella nebbia siano reali o fantasmatiche, come il mistero dell’aurora boreale, verde e rosata nella notte, che indica strade invisibili, filtra voci perdute nel passato. Molti individui trovano tutto questo deprimente &#8211; vi riconoscono solo segni di morte e isolamento, qualcosa da sopportare con rassegnazione. Dimenticano che spesso questi stessi segni sono un’attesa, il più dolce dei momenti. L’inverno è il luogo dei solitari, del sonno che annulla la distanza tra le cose percepite e quelle immaginate. È il vero momento della luce: quella sperata, evocata nelle dodici notti del Natale, riempite di candele e intermittenze elettriche colorate. La luce intrappolata nel ghiaccio, nel tintinnio di cristalli, candelabri, lampadari, delle case del nord. Quella minuscola che guarda incantato Too-Ticki quando lo incontriamo, seduto davanti a una lampada di neve, costruita attorno a una semplice candela, che brilla di tutti i colori dell’iride. Il nostro personaggio ha la saggezza della stagione: sa che nelle sue difficoltà è nascosto un insegnamento prezioso e semplice. Non si ottiene nessun risultato materiale, nessuna ricompensa per chi le supera, ma semmai una maggior comprensione, un’attitudine al sogno che riempie gli spazi, laddove ci sembravano vuoti e tetri. Capire l’inverno è capire che la solitudine può essere buona, ci dà il tempo di ritrovarsi piccoli e inermi e non esserne delusi, ma solidali con l’altro &#8211; grati per ogni scoperta.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-37367" title="snow queen" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-236x300.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-805x1024.jpg 805w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen.jpg 1990w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></a><br />
<strong><em>l’amore, le nevi e una signora degli animali</em></strong></p>
<p>L’inverno, dunque, mi è sempre apparso un periodo magico: là fuori, oltre i vetri della finestra c’è una natura popolata di spettri, di fiori semi-trasparenti che scendono nell’aria prima del gelo. Noi stiamo dietro la tenda, nel rumore del bollitore, nella tazza di bevanda calda tra le mani. E da bambini, quando scendeva la neve, com’era bello stare nelle strade, improvvisare slittini con sacchetti di plastica, giocare a tirarsi palle sempre più giganti tra le auto parcheggiate e i cancelli. Come l’inverno del 1985, con il suo formidabile freddo. La neve coprì la mia città e buona parte dell’Italia: mi appuntai le date su biglietti natalizi, per non scordare mai quell’evento. 27 dicembre 1984, la prima neve; 4 e 8 gennaio 1985 le grandi nevicate. Il prato, le strade, i cortili imbiancati, pronti a ospitare pupazzi sbilenchi di neve; tutto il nostro mondo fermo – le scuole chiuse, noi che di mattina ci appropriavamo di ogni discesa del quartiere, gli adulti che andavano a lavorare a piedi. Il cielo scomparso in una pallida densità, una nuvola, una coperta enorme sopra i nostri giochi e la mia casa trasformata nel luogo impossibile e fatato del settentrione, dove abitavano le fiabe, con i loro pericoli estremi, il paesaggio difficile, ma pieno di fantastiche promesse per chi avesse avuto il coraggio di proseguire. Nel mondo bianco, forse già mi suggerivo, si spinge la scrittura, si affondano le mani in quel mantello morbido che ben presto diventa lama di gelo, ferita – spacca il nostro involucro per temprarci lo spirito. Io credo che sia stato allora, nella mia infanzia, che l’inverno è diventato una fede, del tutto personale, il tempo nel quale misuro il divario tra un universo di cose amate, non scalfite dal passaggio degli anni, e tutto quello che sono gli altri, gli apprendistati, il commercio umano. Una scorza dura di rami spogliati, essenziali; una bellezza non esposta, che si trova solo attraversando in profondità quello che sembra un vuoto, un nemico.</p>
<p>Proprio dentro un inverno lungo e rigido del nord-Europa, <a href="http://www.andersen.sdu.dk/index_e.html"><strong>Hans Christian Andersen </strong></a>vide due finestre sotto i tetti appuntiti delle case, l’una di fronte all’altra, separate solo da una cassetta di rose. Dietro le due finestre una bambina, Gerda, e un bambino, Kay, amici inseparabili, nonché possessori delle rose. E una notte immaginò alcuni fiocchi di neve cadere e</p>
<p><em>“uno, il più grande di tutti, si posò sull’angolo della cassetta di fiori; quel fiocco di neve diventò grande, sempre più grande e alla fine si trasformò in una dama, avvolta in un bellissimo velo bianco tempestato di milioni di fiocchi lucenti come stelle. Era tanto bella e fine, ma di ghiaccio, di risplendente, scintillante ghiaccio, eppure era viva; gli occhi erano fissi come due stelle chiare, ma in essi non c’era pace e tranquillità; ammiccò alla finestra e fece un segno con la mano; il bambino si spaventò e saltò giù dalla sedia; allora fu come se, fuori, passasse volando un grande uccello davanti alla finestra”. </em></p>
<p>La fata è la Regina della Neve, una creatura inquieta e pericolosa. Per Andersen è la ragione priva di sentimenti, l’ambizione senza capacità di ricordo. Quando due frammenti invisibili di uno specchio incantato da un mago entrano nell’occhio e nel cuore di Kay, il bambino muta carattere, facendosi superbioso e insensibile e diventando la preda della Regina, che, arrivata in città su una magnifica slitta, lo porta via, volando verso il polo dove ha il suo palazzo di ghiaccio sorvegliato da orsi polari fantasma. Sarà Gerda, la bambina a incamminarsi in cerca dell’amico perduto, intraprendendo un percorso di sacrificio e speranza. Quanto la Regina è innamorata del mondo da lei creato, tanto Gerda sembra incapace di pensare a se stessa, se non in funzione di ciò che può condividere con l’altro, degli affetti che la muovono. Molti personaggi di Andersen soffrono di questa sorta di piattezza, per cui sembrano non esistere incrinature nei loro caratteri: Gerda è assolutamente buona, fedele, affezionata/innamorata di Kay, pura, semplice … e infine, per quanto la storia sia una delle mie preferite, spesso noiosa. Ben diversa, come osserva la scrittrice <strong>Antonia Byatt </strong>in un suo <a href="http://books.google.it/books?id=9qmaXlBNCKsC&amp;pg=PT70&amp;lpg=PT70&amp;dq=byatt+fairy+tales+women+explore&amp;source=bl&amp;ots=Kg663YMCnG&amp;sig=9s6OVBkU4b0x4bOurek7b8zPv0c&amp;hl=it&amp;ei=jAn1TMScKsuO4ga51-jWBw&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=3&amp;ved=0CCwQ6AEwAg">saggio su questa fiaba</a>, è l’austera Regina, la donna che ha scelto la sua arte – quelle che sembrano freddezza e distacco, non sono che il luogo impervio dove un io sceglie la famosa “strada non battuta” della poesia di Robert Frost. Cosa si affila, come un cristallo, nella persona della Regina? Cosa la rende incomprensibile e, suo malgrado, crudele? Chiuso nella grande stanza centrale del palazzo, quasi completamente assiderato, Kay ha un compito impossibile da assolvere per la signora della neve: comporre con un alfabeto di ghiaccio, il vocabolo Eternità. Le lettere e le sillabe sfuggono continuamente &#8211; non esiste per l’essere umano la dimensione eterna. Tuttavia, quando dopo molte peripezie e incontri, Gerda giunge finalmente dall’amico, scalza e senza alcuna protezione, le sue lacrime sciolgono l’incantesimo e all’inno: <em>“Le rose crescono nella vallata./ Laggiù parleremo al Bambino Gesù”</em>, la parola magica improvvisamente si compone. Il credo cristiano si unisce in Andersen a una visione dell’infanzia innocente: essa è il luogo dove crescono le rose, dove la vita si dona, dove racchiudiamo la nostra parte migliore. Ed è soprattutto, stavolta in modo universale, la terra dove si impara, si è educati. Diventa evidente qui che l’unica educazione giusta sia quella volta alla ripetizione di un modello etico e sociale ben noto: l’amore reciproco, la generosità e infine la generazione, la famiglia. Ogni curiosità, ogni talento è volto a godere della compagnia l’uno dell’altro, al bene effimero delle rose – una bellezza tesa alla generazione di altri fiori, altri giardini, contro l’altrettanto effimero bagliore di un fiocco di neve: così geometrico, silenzioso, perfetto – ma sterile. Questo contrasto tra due diverse scelte è espresso, come in molta fiabesca, da figure femminili. Scrive Antonia Byatt: “Scienza e ragione sono negative, la gentilezza è buona. È un’opposizione frequente, ma non necessaria.” E tuttavia capace di riflettere quel conflitto “tra un destino femminile, il bacio, il matrimonio, la gravidanza, e la morte e la spaventosa solitudine dell’intelligenza, la fredda distanza del vedere il mondo attraverso l’arte, mettendo una cornice attorno alle cose”. A interessare la Byatt è il contrasto tra una figura d’artista e quello di un esistere “qualunque” in una comunità, accentuato dal genere delle due protagoniste. Eppure, come la stessa scrittrice nota, la Regina e Gerda incarnano anche due differenti, ma consecutivi miti della vegetazione: le piante, le esistenze preservate nel ghiaccio come in un’ostinazione a durare, la forza del ciclo stagionale che irrompe, riempie la nudità di colore, e così inesorabile detta il trascorrere del tempo. È l’inizio formidabile de <em>La Terra Desolata </em>di <strong>T.S.Eliot</strong>, <em>La sepoltura dei morti</em>,</p>
<p><em>Aprile è il più crudele dei mesi, genera<br />
Lillà da terra morta, confondendo<br />
Memoria e desiderio, risvegliando<br />
Le radici sopite con la pioggia della primavera.<br />
L&#8217;inverno ci mantenne al caldo, ottuse<br />
Con immemore neve la terra, nutrì<br />
Con secchi tuberi una vita misera.</em></p>
<p>dove l’inverno protegge e l’inizio della primavera scoperchia, seppellisce nuovamente, condanna a morte nel divenire. L’inverno è questa nostra desolazione, dove ricuciamo una vicenda povera, dettata dai limiti umani, su quella che giace al di sotto &#8211; non scritta, senza bisogno di essere raccolta o inventata. L’arte non è allora lo stare con più forza nelle cose, ma al contrario, la capacità di estrarle dal mondo – dall’io, dal momento di cui pure portano i segni, in una mappa bianca dove ognuno può seguire una sua traccia. Ma la sorte dell’arte non è facile da abitare. La Regina ha un ego impenetrabile: in lei il quotidiano si allontana mentre si affonda nella crudezza del ghiaccio, nell’inconsistenza dell’essere di cui solo un calco sopravvive.<br />
Dall’altra parte c’è Gerda, l’attaccamento all’universo sensoriale, al moto di bene, desiderio, bisogno che unisce a coloro che amiamo, nonostante i sogni e le aspirazioni.<br />
Come si possono ricongiungere le due figure, esiste un’alternativa o una mediazione tra lo sguardo indagatore, puntato su tutto e la volontà di un amare senza troppe domande, gli amici, i familiari, le persone care?<br />
Sopravvivenza, eternità, solitudine &#8211; sono parole fin qui incontrate, legate all’idea dell’inverno. C’è poi la salvezza: ognuno, nella sua terra ostile, trova ciò che occorre difendere. Sia l’inverno di Gerda, da sconfiggere, che l’inverno della Regina, da preservare ammirati, sono due tentativi di salvare un significato dell’essere.<br />
Gerda e l’idea di bontà, la Regina e l’io solitario. Come si possono mettere insieme queste due spinte, queste due diverse devozioni? Perché, prima o poi dovremo confessarcelo, nessuna delle due coincide con la pienezza, può tutt’al più finire in un torpore, una miopia dello spirito che ci lascia quieti nella via scelta, come chi sostando nella neve troppo a lungo ne venga inconsapevolmente ammansito e infine ucciso, sciolto nel bianco o indurito fino ai nervi. Avrò sempre bisogno che qualcuno mi risponda al di là dell’inverno. Che ci sia per guardarmi ed essere visto, che voglia essere consolato, che mi consoli di ogni pena inesprimibile. Il palazzo forgiato dal ghiaccio vuole un ospite che non sia io, ma che come me sia fragile. E tuttavia ogni volta che amo, l’altro dovrà in qualche modo mostrare il difetto &#8211; crescere ad esempio, nel caso sia un bambino, non comprendere, chiedermi di essere conforme e a lui simile, incapaci sempre di stare al pari con le nostre distinte nature, le nostre voci singole.</p>
<p>C’è, a questo punto un’altra figura femminile nella fiaba, un’altra via rispetto alla donna della neve e alla bambina. È la più piccola di una banda di briganti, la figlia della brigantessa che li guida. Gerda ha appena fatto amicizia con un principe e una principessa, che l’hanno rivestita di tutto punto, con indumenti caldi per affrontare il freddo del polo, e le hanno regalato una carrozza d’oro per il viaggio, quando viene assalita dai briganti, nel mezzo del bosco. La Ragazza Brigante chiede alla madre di risparmiarle la vita, così che possa diventare sua compagna di giochi, ma poi l’afferra, la strattona, si diverte a tormentarla, esattamente come fa con tutti gli animali che tiene nel suo rifugio, tra cui una grande renna, impaurita dai modi e dalle minacce della bambina. Gerda le racconta la sua storia e alla fine la Ragazza Brigante si decide a lasciarla andare, le presta perfino la renna, l’unica che sappia dove vivono la Donna Lappone e la Donna Finlandese, che le indicheranno l’ultima via verso la dimora della Regina. Questa bambina selvaggia e tuttavia famelica d’affetto, capace di atti generosi senza però condividere l’aura sacrificale di Gerda – che sa parlare con tutti gli animali, è il personaggio più interessante e imprevedibile della fiaba. Se la Regina è l’inverno e Gerda la primavera, la Ragazza Brigante è una piccola Signora degli Animali, quella figura che nei miti sciamanici d’Eurasia e dell’Artico agisce secondo un ordine naturale del tutto indipendente, pre-esistente agli esseri umani. La Madre-Renna, ad esempio, avvolta in pelli, nascosta tra le distese siberiane, circondata da uno stuolo di spiriti teriomorfi che guidano l’anima al di là, spezzano e cuociono il corpo dello sciamano, lo divorano, lo spingono a rinascere dalle ossa, con una nuova conoscenza del mondo. Così Gerda incontra la Ragazza proprio prima di recarsi nell’altrove stregato dei ghiacci. Ne viene rapita e minacciata, ma infine aiutata in maniera decisiva. Questa bambina feroce e dispensatrice di “doni”, incarna forse, proprio come una Madre Animale, quella legge di natura a cui tutti siamo sottoposti, non particolarmente benigna né in sé malvagia, che ci chiede di accettare di essere qualcosa di molto piccolo nel sistema in cui viviamo, di non avere su di noi i segni di nessuna predestinazione, ma di poter tuttavia attingere a ciò che ci è necessario, trovandosi, se non compresi, almeno rispecchiati e talvolta ascoltati. C’è inoltre un altro aspetto che in lei mi ha sempre affascinato: la sua totale libertà. Quando Gerda e Kay si incamminano per tornare a casa, la ritrovano sulla loro strada e si fermano a raccontarle tutto, prima dell’ultimo congedo. La bambina ha lasciato la banda dei briganti e viaggia per suo conto, diretta a nord, o verso qualsiasi altra parte di mondo le venga voglia di visitare. Noi immaginiamo già il destino di Gerda e di Kay – diventare adulti, fare figli -, così come ci immaginiamo la Regina nella strenua ricerca di una forma perfetta e senza cuore, ma nessuno può dire cosa sarà della bambina, della sorpresa continua che le riserva la sorte. È lei il nume tutelare della fiaba. La possibilità che le avventure si ripetano, che altri racconti ci stupiscano. È l’infanzia che si allontana nel bianco ideale, con la fantasia inesauribile, il filo ininterrotto delle storie.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
<p><em>Immagini tratte da Hans Christian Andersen, The Snow Queen di <a href="http://www.booksillustrated.com/en-UK/the-snow-queen">Christian Birmingham </a>e <a href="http://www.snowqueen.us/">Vladyslav Yerko</a>. </em></p>
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