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	<title>Helter Skelter &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Simpatia per il diavolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2007 08:51:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Manson]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri Nel 1967, quando Charles Manson uscì dal carcere di San Quintino, California, vi aveva trascorso già metà della sua vita per reati vari. Manson era nato nel 1934 a Cincinnati, Ohio, da una sedicenne così strampalata e strafatta da non sapere neanche con chi lo avesse concepito. Ben presto era diventato un [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Nel 1967, quando Charles Manson uscì dal carcere di San Quintino, California, vi aveva trascorso già metà della sua vita per reati vari. Manson era nato nel 1934 a Cincinnati, Ohio, da una sedicenne così strampalata e strafatta da non sapere neanche con chi lo avesse concepito. Ben presto era diventato un delinquente patentato.<br />
Nel 1969 Charles Manson aveva quasi trentacinque anni. <span id="more-4137"></span><br />
Uscito di galera, Charles si stabilisce nel quartiere più beat e alla moda di San Francisco, Haight Ashbury. Partecipa alla <em>Summer of Love</em> di Frisco, la splendida estate che celebra la cultura dei figli dei fiori, degli <em>hippy</em>, della vita come amore, pace e musica. Pur filtrato tra questi ideali giovanili, l’oscuro carisma di Manson non tarda a sprigionarsi. Basso di statura, occhi ardenti e profondi, Charles possiede un magnetismo che riesce a esercitare soprattutto sulle donne e sui soggetti più suggestionabili. In breve diventa una specie di guru, il leader di una comune che di lì a qualche tempo diventerà la tristemente famosa <em>Manson Family</em>.<br />
Ma il sogno di Charles è diventare un cantante: ha nel cassetto una manciata di canzoni e farebbe di tutto pur di vederle pubblicate. Nelle maglie dei suoi adepti è caduto anche il batterista dei Beach Boys, Dennis Wilson. Per tentare di capire quei tempi – e un po’ anche i nostri, che sono figli di quelli – pensate a questo connubio: l’oscurità malefica di Manson a braccetto con il surf californiano solare di Wilson jr. L’ambivalenza. Il fratellino dei Beach Boys, che da allora entrerà in una spirale letale di alcol droga e malessere, cerca di introdurre Charles nel circuito musicale, mettendolo in contatto con un produttore discografico. Questi viene individuato in Terry Melcher, figlio dell’attrice Doris Day, con una certa esperienza dell’ambiente, avendo tra l’altro prodotto il primo disco dei Byrds. Terry annusa puzza di bruciato, Manson non gli piace neanche un po’ e si rende irreperibile. Nascostosi a casa della madre, presta la sua villa losangelina di Cielo Drive al regista Roman Polanski e alla moglie Sharon Tate. Sharon, attrice giovane e bellissima, è incinta di otto mesi di un bambino che non vedrà mai la luce. Cielo Drive è sulla collina di Bel Air, un posto di Los Angeles per super-ricchi. Non sarà una bella idea, per Polanski e moglie,  approfittare della disponibilità di quella villa.<br />
Nel frattempo la <em>Manson Family</em> si è trasferita nella Death Valley, luogo sinistro e desertico nel quale si consumano, in una atmosfera di esaltazione, festini e orge a base di acidi, spinelli e sesso liberissimo. Charles ascolta ossessivamente il <em>White Album</em> dei Beatles e soprattutto il brano <em>Helter skelter</em> (che significa “ottovolante”): in esso sostiene di rinvenire cifrate conferme alle sue teorie deliranti. Secondo Manson sta per arrivare il giorno del giudizio universale, nel quale tutti i neri si ribelleranno alla società dei bianchi, sovvertendo le regole.<br />
La guerra razziale, ribattezzata <em>ottovolante</em>, darà modo a Manson e alla sua orribile famigliola di impadronirsi dell’unica cosa che veramente conta: il potere. Invasato da queste deliranti corrispondenze, ribattezza una delle sue ragazze <em>Sex Sadie</em>, come un’altra canzone del Disco Bianco.<br />
L’8 agosto del 1969 Manson rompe gli indugi e guida la sua setta verso l’azione. L’obiettivo è la casa del <em>giuda </em>Terry Melcher, il produttore che non ha creduto in lui, ritenuto reo di aver tarpato i suoi sogni di gloria, le sue aspirazioni musicali. Di notte la comune di sanguinari fa irruzione nella villa di Cielo Drive. Roman Polanski è assente, e così si salva la vita; ma a caro prezzo. Sua moglie Sharon Tate (con il bambino che ha nella pancia) viene massacrata a colpi di coltello, insieme ad altre tre persone ospiti della casa: Wojcheck Frykowski, Abigail Folger, Jay Sebring. Sui muri, col sangue, viene scritta la parola PIGS (maiali), che parafrasa <em>Piggies</em>, l’ennesima canzone del Disco Bianco dei Beatles.<br />
La notte successiva, come belve assetate non ancora sazie, i miliziani della <em>Manson Family</em> uccidono due negozianti, i coniugi La Bianca. Questa volta il messaggio che fanno trovare sul muro è ancora più esplicito: HELTER SKELTER. Cosa c’entrerà mai l’ottovolante con una storia così atroce, devono essersi chiesti gli Americani meno avvertiti sulla musica rock. In breve, ovviamente, l’arcano fu svelato. Fu aperto l’album bianco. Ma fu solo l’inizio di un mistero e di un dilemma che accompagna il rock e la sua supposta parentela con Satana, nonché la presunta, ingannevole piana solarità della musica dei Beatles.<br />
Che razza di canzone è <em>Helter Skelter</em>? Perchè in quei tempi i Rolling Stones cantavano una canzone dal titolo <em>Sympathy for the Devil</em>? Perché i Beatles attiravano tanti squilibrati, al punto che John Lennon, finirà undici anni più tardi addirittura ucciso egli stesso da uno di loro?<br />
Non è facile rispondere a questi quesiti, e comunque le risposte, qui, non sono quasi mai univoche. <em>Helter Skelter</em> ci offre la prima sorpresa quando scopriamo che, dietro l’abituale doppia firma, a comporla fu in realtà il solo Paul McCartney; dei quattro Beatles il baronetto pulito, l’anima borghese più impeccabile. Non già l’anticonformista, il rivoluzionario, il pervertito John Lennon. L’establishment non avrebbe mai intentato un processo “Gli USA contro Paul McCartney”. Perché dunque Paul compose questa canzone, peraltro non bellissima, diciamolo pure sommessamente? Forse perché, banalmente, in quell’almanacco onnicomprensivo di suoni e atmosfere che il Disco Bianco voleva essere, mancava un brano di <em>hard rock</em>, genere che i Beatles non avevano mai frequentato. Geloso del muro del suono degli Who, Paul McCartney escogitò questi quattro minuti di fracasso minaccioso, di rumore disarticolato, suonati in maniera talmente selvaggia che alla fine dell’incisione si sente distintamente qualcuno (forse Ringo Starr) dire: “Ho le vesciche alle mani”! C’era un’esigenza da “Cencelli dei generi”, un’operazione di antologia degli stili.<br />
Tutto qua? Manco per sogno. La faccenda è assai più complessa e sfumata, e si inserisce nel quadro della controcultura di quel tempo.  I Beatles (e in particolare John Lennon, lui e certo non McCartney), con l’Album Bianco stavano conducendo un gioco un po’ <em>troppo </em>raffinato, come nota uno dei loro esegeti più autorevoli, Ian McDonald. Le loro esercitazioni nel campo della “casualità sonora” li portarono a pezzi estremi e rischiosi come <em>Revolution 9</em>, otto minuti in cui venivano esplorati territori di sub-coscienza, zone di confine tra veglia e sonno, con messaggi tra le righe, nastri registrati al contrario, ripetizioni ossessive. Il particolare, che McDonald non manca di notare, è che quel disco dei Beatles non era come un libro di Burroughs, non era un oggetto che capitava in mano solo ai patiti del genere, o ai consumatori più che consapevoli. No. L’Album Bianco non era un prodotto di nicchia, perché era un disco dei Beatles. Dunque entrò in poche settimane nelle case di milioni di persone, che, accanto a <em>Obladì obladà</em>, trovarono avventure psichedeliche pericolose, disturbi sonori conturbanti, spiazzanti auto-citazioni  come <em>Glass Onion</em>, tenebrose ambiguità, pezzi di conversazione farfugliati, rimandi interni, parole bisbigliate e sbagliate apposta. Tutto con il deliberato scopo di <em>confondere le idee</em>, rompere gli schemi, usare in modo allusivo e oscuro ogni strumento di controcultura artistica, in cerca di originalità devianti.<br />
La mentalità rock era ancora giovane, certa materia non si maneggiava con la stessa noncuranza con la quale ci facciamo scivolare tutto addosso, adesso. Quando si dice che i Beatles furono importanti, ci si riferisce anche alla loro capacità di abbattere frontiere, essere innovativi, comunicare in modo anticonvenzionale, lanciare messaggi anche tra le righe, che contribuirono a cambiamenti determinanti sul gusto dei giovani. Tutto questo, rimanendo popolari. Mentre i Rolling Stones occhieggiavano furbescamente, plaetealmente  e senza mezzi termini al diavolo nella loro (pur notevole, splendida e selvaggia) <em>Symphaty for the Devil</em>, con un  messaggio diretto, i Beatles preferivano al contrario vie più sotterranee, problematiche, ambigue, apparentemente casuali ma forse proprio per questo più insinuanti.<br />
Per certe menti muovere le acque equivale a rimestare nel torbido. E nell’ubriacatura generale che furono quegli anni, non tutti erano forniti di adeguati strumenti di decodificazione. Lo stimolo straordinariamente febbrile di tante idee aveva bisogno di una ricezione intelligente, equilibrata, capace di mediazioni.<br />
Charles Manson era predestinato a sbroccare. Mica è colpa dei Beatles (di Paul, poi!). Ad avere un po’ di pazienza, avrebbe forse potuto trovare la conferma delle sue farneticazioni pure in una <em>reclame </em>dei formaggini, o nel cartellone di una <em>piece </em>teatrale, o nelle avvertenze dell’aspirina. Chi può saperlo? Purtroppo la trovò &#8211; la conferma – e la volle trovare, in un disco dei Beatles, e lo fece sapere a tutto il mondo nella maniera più fragorosa, orrenda e sanguinaria. Da allora si sprecano le diatribe su chi vuole una parentela strutturale del rock con il diavolo, e chi invece sostiene che sia semplicemente connaturata al genere umano una certa propensione per il Male.<br />
La controversia, benché stucchevole, è ben viva. </p>
<p>Alcune note finali. Una settimana dopo la strage di Cielo Drive (quando si dice tempismo!) la cultura rock giovanile si autocelebrò nel più grandioso raduno musicale della storia: il festival di Woodstock.<br />
Charles Manson, al contrario della sua setta, in gran parte convertita, non mostra alcun segno di pentimento. Si parlava del 2007 come dell’anno in cui gli sarebbe stata concessa la libertà condizionata. Ma pochi giorni fa gli è stata negata per l&#8217;undicesima volta dall&#8217;amministrazione carceraria della California. Le canzoni che il <em>giuda </em>Terry Meltcher, proprietario della casa di Cielo Drive e vero obiettivo del massacro, non gli volle pubblicare <em>illo tempore</em>, non sono affatto sataniche. Riccardo Bertoncelli le avvicina allo stile intimista di un Donovan.<br />
Il suddetto Meltcher si è spento per malattia nel 2004. Il Beach Boy Dennis Wilson morì annegato a soli 39 anni, una ventina di anni prima. Roman Polanski si è – come si suole dire – <em>rifatto una vita</em>. John Lennon invece, la sua vita l’ha persa troppo presto, ucciso per mano di un folle fan nel 1980, proprio quando era ormai diventato un normalissimo papà quarantenne alle prese con le pappe del figlioletto Sean.<br />
Infine, gli U2 – gruppo dal pacifismo doc buonista e corretto &#8211; hanno reinterpretato <em>Helter Skelter</em> dalla parte di Lennon e McCartney, nel tentativo di restituire la canzone (e, in un processo di slittamento metonimico, tutta la musica rock) al suo vitalismo più sano, dopo che sul brano era calata una comprensibile, sinistra aura. Il concetto era: “Charles Manson ha rubato indebitamente questa canzone ai Beatles; adesso noi gliela sottraiamo per ridarla a tutti”. Ci sono riusciti?</p>
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