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	<title>Helvetia Editrice &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La geografia della mia infanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2019 05:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80733" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg" alt="" width="240" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-160x227.jpg 160w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a></p>
<p>Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro erano liberi di percorrerlo a piacere. Lì fuori erano loro che dettavano il buono e il cattivo tempo. Lo constatavo parlando con difficoltà la loro lingua così diversa dalla nostra e entrando nelle loro case dagli odori forti, sperimentando a mie spese come potevo essere accettato. Per mia nonna erano quasi bestie, ma intuivo che sotto le sue frasi sferzanti li temeva. Erano loro i veri padroni dei vigneti, dei pezzi di bosco, delle scarpatine incolte dove cresceva l’erba medica buona per i conigli. I proprietari – i paròni – erano i possessori, ma in realtà regnavano ormai solo nelle loro ville secolari, nei giardini alberati che le circondavano. Al riparo dalle voci rudi, dagli sguardi. Fuori imperversavano loro, i bifolchi, che certo lavoravano, ma anche gridavano, sghignazzavano, e soprattutto guardavano, guardavano tutto. Perché i tempi – questo non potevo saperlo – erano cambiati, la mezzadria era stata abolita.<br />
Bisognava difendersi dai loro sguardi. Mia madre si proteggeva tenendo sempre ben chiuse le tende che castigavano le grandi finestre, non sia mai che qualcuno potesse vederci in casa. Mia nonna per le spazzature faceva scavare una buca dietro gli annessi della villa, e le portavamo lì. Quando la fossa era piena, ma ci voleva molto tempo, il consumismo era solo agli inizi, dava fuoco al suo contenuto. E quando proprio tracimava la faceva coprire e ne faceva aprire un’altra. Non portavamo i nostri resti alla minuscola discarica, forse un metro quadrato, i residui allora erano davvero esiguissimi, all’entrata del paese, dalla quale spesso si elevava un incerto filo di fumo. Lì ci passavano tutti, i bifolchi avrebbero potuto vedere cosa mangiavamo, cosa facevamo, di cosa ci disfacevamo: non esistevano ancora i sacchetti per la spazzatura. E si trattava di resti molto diversi da quelli ai quali erano abituati loro, alcuni li avrebbero giudicati ancora buoni. Non era nemmeno concepibile questo attentato alla nostra intimità.<br />
Mia nonna riceveva l’anziano contadino che lavorava la sua campagna, ora che la famiglia di mezzadri era andata via, nella sua cucina: lui entrava dalla porta sul retro, e salutava con la testa bassa, scalcagnato Sancho Panza con il cappello in mano. Lo stesso uomo sovrappeso avanzava però tra i filari di viti con ondeggiamenti spavaldi da vincitore. E quando lei transitava per la frazione con la Cinquecento per scendere in città, sbucando appena dall’altezza dei finestrini, quasi fosse tornata bambina, guardava fisso davanti. Era il suo modo di salutare, sapeva bene che tutti gli occhi la seguivano. A parte noi e gli abitanti dell’altra villa nessuno aveva la macchina, o anche solo una moto, o una bicicletta.<br />
La domenica andavamo in chiesa, la prima fila della pieve del paesino più vicino, solo e esclusivamente per dovere sociale. Anche quello era un territorio che non ci apparteneva. In casa mia la religione era questo, l’incombenza di mostrarsi in chiesa la domenica, per non apparire superbi. Quelle pratiche sciocche erano necessarie per loro, non per noi, che avevamo l’educazione e la dignità di accettare la vita per quello che era. Lo stesso prete era dalla loro, ogni tanto ci arrivavano delle frecciate. I contadini maschi stavano nel balcone sopra la porta di entrata, al quale si accedeva da una scala esterna, separati dalle donne. O anche all’esterno sul ballatoio che lo precedeva, con il cappello in mano. Irrequieti, sarcastici, surrettiziamente riottosi, impazienti della sbornia domenicale. Noi bambini a tavola intonavamo l’Alleluia imitando la ü dialettale con la quale veniva cantata, che ci faceva morire dal ridere.<br />
La nostra vera patria era lontana e indistinta. Nemmeno io lo conoscevo, mi accorgo a posteriori. Era New York, era Buenos Aires, era soprattutto la bella l’Avana, dove mia madre e le sue sorelle erano nate. Mia nonna diceva basura, non spazzature. E asco, non schifo. Era la prima classe delle navi sulle quali avevano traversato tante volte l’Atlantico. Era l’accademia militare di Modena frequentata da mio nonno assieme all’amico Giovanni, il futuro senatore Agnelli. Era la collina di Torino, dove viveva la sorella di mia nonna, che era stata sposata con il fratello di mio nonno. Le due sorelle e i due fratelli erano primi cugini, tutto restava in famiglia. Era Milano, dove vivevano gli zii ricchi, che sfoderavano sempre gli ultimi ritrovati della tecnica, che ci lasciavano a bocca aperta. Di quei posti così alieni i contadini non avevano idea, perché dalla nostra frazione nessuno era emigrato: la polenta bastava per tutti. Il viaggio più lungo era scendere in città per la fiera annuale dell’agricoltura. I maschi andavano lontano una volta, in Italia, per fare il militare. O per la guerra. Il padre del mio amichetto mi raccontava la ritirata di Russia con le lacrime agli occhi, lacrime di struggente nostalgia: per lui non era stata una tragedia dantesca, era stata l’esperienza più bella della sua vita.<br />
Anche mio padre aveva dei posti che gli appartenevano. Facevano capolino di rado, e erano meno eclatanti, più dimessi, ma esistevano. Il paese già quasi veneto dove era cresciuto, dove compravamo il formaggio del giorno da mangiare scottato in padella, con una consistenza elastica di plastica, e un delizioso gusto di erbe di montagna. E il villaggio di lingua tedesca dove suo padre era stato mandato come gerarca. I crucchi erano suoi nemici, perché li considerava – anche questo lo ho appreso dopo – i responsabili della caduta del fascismo, e anche doveva combatterli sui cantieri stradali dove lavorava, visto che la maggior parte erano lì da loro. Suo padre non ci aveva pensato due secondi, come Cesare Battisti, a arruolarsi nell’esercito italiano, per combatterli (lui ci aveva rimesso solo l’uso di un braccio), e mandarli via. Quel toponimo italianizzato lo nominava però strascicando dolcemente le consonanti.<br />
Certo il vero posto che rimpiangeva, l’unico dove si sentisse davvero a suo agio, era la GUERRA. Ma quella non c’era più, gliel’avevano tolta. Il suo esilio era forse ancora più severo del nostro. Era – lo ho capito solo molto più tardi &#8211; un rinnegato. A casa poteva dire quello che voleva, e anzi provocare gli invitati di mia madre, dandogli dei voltagabbana, ma fuori doveva tenere profilo basso. Signoreggiavano i democristiani, i preti, i sindacati. Adesso era così.<br />
Restavano le vette delle montagne. Quelle sì ci appartenevano, erano anzi l’unico spazio che avevamo in comune. Appena ci allontanavamo dalle strade e dalle altre persone eravamo nel nostro dominio famigliare privato. Il cielo immenso era nostro, e anche i larici e le rocce, e gli odori di resina e di vento. Ci andavamo la domenica, l’inverno con gli sci, e l’estate con il sacco sulle spalle. Lì, e solo lì, eravamo una vera famiglia, coesa e appagata. I miei non litigavano, o molto meno, e ognuno aveva un suo allegro tornaconto.<br />
La cima della montagna sopra la città era un caso un po’ speciale, ci apparteneva solo fino a un certo punto. Lì mia nonna dopo la guerra aveva finanziato la costruzione del rifugio che i miei per qualche anno avevano gestito, prima di gettare la spugna. I tempi erano prematuri, e loro non erano proprio tagliati per gli affari e il commercio. Qualche domenica ci tornavamo, anche se La Selva, diventata nel frattempo albergo, era ormai circondata da casermoni più moderni, e noi non ci avvicinavamo. Pure lì in fondo eravamo stranieri, ma anche a nostro agio. La guardavamo come si salutano da lontano delle vecchissime conoscenze che nel frattempo sono diventate ricche e frequentano altre persone.<br />
In città c’era gente più simile a noi, persone che parlavano la nostra stessa lingua, o insomma potevano passare da una all’altra. Con la Cinquecento di mia madre traghettavamo verso quella zona che ci era meno ostile. Lì c’erano i negozi dove lei faceva la spesa, non certo il bugigattolo sfornito vicino alla nostra frazione, lì comprava i vestiti e portava a sistemare la pelliccia di visone, lì c’erano i cinema ai quali mi portava anche a me, il Vittoria e l’Italia, lì vivevano le sue amiche, c’erano i locali dove le incontrava. A me piacevano i compagni delle elementari, e soprattutto quelli già malandrini, quelli che poi sono stati falcidiati dall’eroina. Sapevo risultargli molto simpatico, mi prendevano per uno di loro, e mi piaceva sentirmi accettato. Pur non facendo i compiti come loro ero il secondo della classe, sfruttando la cultura famigliare, ma non me ne volevano. C’era qualcosa di profondamente struggente in quelle amicizie. Certo poi quando tornavo sulla nostra collina mi sentivo a casa mia, potevo scorazzare come mi piaceva, entrare nelle stalle. A differenza dei miei avevo messo le radici in terra nemica.<br />
Le cose si sono chiarite quando sono entrato in classe il primo giorno della quarta ginnasio. Ero arrivato in ritardo, e quando ho aperto la porta tutti gli occhi si sono girati su di me, come si guarda un forestiero vestito di stracci. Avevo i capelli lunghi e la mia giacchetta sdrucita di jeans, e masticavo una gomma. Sono andato a sedermi nell’unico posto libero, accanto alla bionda un po’ grossa vestita come un’anziana baronessa (non a caso adesso dirige il Museo del Castello). Ho capito subito che lì c’erano altre regole, altre gerarchie, e che l’aria era molto pesante. Mia madre aveva avuto la bella idea di iscrivermi alla sezione di tedesco, io che non sapevo una parola di tedesco. E quelli – anche questo è venuto fuori dopo &#8211; erano i rampolli delle famiglie che consideravano il tedesco una lingua più importante dell’inglese. Le famiglie che per secoli avevano intrallazzato con i conti di Tirolo. Lì si era ancora in pieno ottocento clericale, l’Italia era ancora molto lontana. Mi sono aggrappato al professore comunista, che parlava di Bertolt Brecht e di Antonio Gramsci e di Cesare Beccaria, e di internazionalismo, come a una corda di salvataggio. Sapevo già che sarei andato via, nel mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: questo testo è il mio contributo alla raccolta &#8220;Lettere da Nordest&#8221;, a cura di Cristiano Dorigo e Elisabetta Tiveron, edita da <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Helvetia</a> (2019), alla quale hano collaborato diciotto autrici e autori veneti, friulani, e trentini: <span class="testo">Ubah Cristina Ali Farah, Gianfranco Bettin, Francesca Boccaletto, Antonio G. Bortoluzzi, Roberta Cadorin, Alessandro Cinquegrani, Elisa Cozzarini, Fulvio Ervas, Angelo Floramo, Patrizia Laquidara, Luigi Nacci, Silvia Salvagnini, Giacomo Sartori, Federica Sgaggio, Tiziano Scarpa, Gian Mario Villalta, Stefano Zangrando, Francesco Jori. </span></em><em><span class="testo">Scarpa ne parla <a href="https://www.ilprimoamore.com/blog/spip.php?article4293">qui</a>, sul Primo Amore.</span></em></p>
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		<title>La Trento che vorrei</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Aug 2019 05:00:50 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-80310" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22.jpg 1152w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di  <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Pur aborrendo le scarificazioni urbanistiche, vorrei che l’intero cimitero monumentale a nord della città (“Trento Nord”) fosse decostruito, e che si riedificasse in armonia e tra viluppi di piante (includendo colture urbane).</p>
<p>Vorrei che nelle vie di Trento si respirasse l’alito del naturalista e socialista e anticlericale Cesare Battisti.</p>
<p>Vorrei che nelle panetterie di Trento si rinvenisse del pane buono (come avviene in moltissime regioni italiane), o insomma mangiabile.</p>
<p>Vorrei che il quartiere delle Albere fosse ribattezzato “Quartiere Fallimento” o anche “Fallimento PIANificatO”, e che vi ci si organizzassero visite per assaporare l’istruttiva assurdità di una pianificazione piovuta da alti limbi.</p>
<p>Pur non amando i maxischermi, vorrei che in Piazza Duomo si erigesse un maxischermo sciorinante in diretta le cifre dei mezzi che transitano sull’Autobrennero (conta cumulata per anno solare, divisa per auto e mezzi pesanti, in direzione nord e sud).</p>
<p>Vorrei che lo stesso maxischermo in Piazza Duomo distillasse on live anche le cifre degli inquinanti generati dai mezzi che transitano sull’Autobrennero (stime per i vari tossici, divisi per auto e carriaggi pesanti).</p>
<p>E che lo stesso maxischermo disseppellisse ora dopo ora le cifre dell’utile netto di Autostrada del Brennero SPA (cifre cumulate per anno solare).</p>
<p>Vorrei che grazie a interventi illuminati e coraggiosi l’Adige ritrovasse vita, apertura alla città, utilità e bellezza.</p>
<p>Vorrei che i ristoranti di Trento quando si ordina polenta servissero genuina polenta (possibilmente con mais locali di qualità), invece che poltiglie e mattoncini di dubbia origine e gusto.</p>
<p>Vorrei che nei ristoranti di Trento quando si ordinano funghi servissero genuini funghi (parlo naturalmente della stagione dei funghi), invece che pseudocarpi di lattina metallica.</p>
<p>Vorrei che i ristoranti (di ogni ordine e grado) di Trento imparassero a fare da mangiare, non dico bene, ma almeno passabile (mettendo in atto gemellaggi con altre regioni italiane?).</p>
<p>Vorrei che i ristoranti di Trento, e per primi quelli senza pretese, rivedessero al ribasso i prezzi, allineandosi su quelli delle altre città di provincia italiane, e tenendo conto della oggettiva inferiore qualità.</p>
<p>Vorrei che si ripartorisse Piazza Dante, trasformandola in limbo pedonale intenso e accogliente, con un suo senso e legame con la città – un accesso dantesco privilegiato – invece di considerarla un problema d’ordine pubblico.</p>
<p>Pur considerando i maxischermi inquinanti, vorrei che in Piazza Duomo si ergesse un maxischermo (un altro) che propagasse le cifre del reddito provinciale che si deve agli italiani (o non italiani) che vengono da altri paesi, e delle tasse e contributi che sborsano.</p>
<p>Vorrei che il personale al gran completo di negozi, esercizi e biglietterie della città seguisse dei corsi di cordialità e loquace buon umore (anche qui mediante gemellaggi con altre regioni e etnie).</p>
<p>Vorrei chiedere al Vescovo di traslocare in periferia, come ha fatto il Questore, cedendo il suo non leggiadrissimo palazzo, e le vegetazioni attinenti, a una destinazione che ridia vita – e senso – a Piazza Fiera: “Museo della Controriforma, dell’Inquisizione e degli effetti psicopatologici a lungo termine dei gioghi religiosi”.</p>
<p>Vorrei che il pernicioso “Mercatino di Natale” fosse proibito per i prossimi centomila anni, o meglio ancora cinquecentomila.</p>
<p>Vorrei che la disconosciuta plaga viticola che abbraccia la città fosse convertita per intero alle attenzioni biologiche, e fosse cucita intimamente alla città da una rete di rotte pedonali e ciclabili.</p>
<p>Vorrei che il Presidente della Provincia fosse un uomo, o meglio una donna, di colore, o almeno di origine vistosamente straniera.</p>
<p>Vorrei che il potere politico della città si inchinasse alla ricchezza della cultura delle associazioni ambientaliste e civiche e della montagna, e coagisse con esse per il governo del territorio cittadino e extra-cittadino.</p>
<p>Vorrei che si estirpasse il traffico privato davanti al Castello del Buonconsiglio.</p>
<p>Pur amando gli alberi, e considerando un delitto ogni taglio raso o capitozzamento, vorrei che si prendesse in considerazione di espiantare i ginko che nascondono le splendide scuole Sanzio (trasferendoli da qualche altra parte?).</p>
<p>Pur trovando simpatico l’accento trentino, vorrei che fosse bandito dalle trasmissioni radiofoniche locali della RAI.</p>
<p>Vorrei che si abbattesse la muraglia invalicabile tra università e città, e che il sapere accademico irrigasse i destini culturali, civili, civici, tecnici e paesaggistico-architettonici della città (ricevendo in cambio la linfa del mondo reale).</p>
<p>Vorrei che le ex prigioni di Via Pilati diventassero “Museo delle catastrofi ecologiche e delle malefatte finanziarie degli impianti sciistici trentini”.</p>
<p>Pur essendo contrario all’ingegneria genetica sull’uomo e al transumanesimo, vorrei che nel patrimonio genetico-culturale degli abitanti di Trento si ritrapiantassero franchezza e coraggio intellettuale, rarefatti dai secoli di servitudine ai poteri ecclesiastici e temporali.</p>
<p>Ambirei che si inventariassero i pletorici mostri architettonici e parcheggistici edificati negli ultimi trent’anni a Trento e nei suoi sobborghi, e che i responsabili pubblici e privati fossero rieducati (prevedendo dei corsi di aggiornamento all’estero).</p>
<p>Vorrei che le sommità del Monte Bondone (a cominciare da Vaneze) fossero trasformate in ecoparco alpino chiuso al traffico e privo di impianti di risalita (ad eccezione di quello di accesso dalla città), ridisegnando la composizione e la disposizione delle vegetazioni con delicata sensibilità ecologica e estetica (e integrando utilizzi silvo-pastorali e caseari, altro che demenzialità golfistiche).</p>
<p>Desidererei che la cultura trentina fosse in mano a funzionari colti, aperti, audaci, sensibili, lungimiranti, anticonformisti, spassionati, spiritosi (nei limiti del possibile), e quindi diventasse una cultura – e anche una politica – invidiata, e imitata, a livello nazionale (invece di scimmiottare lei).</p>
<p>Vorrei che gli abitanti di Trento avessero meno aprioristico orgoglio trentino.</p>
<p>Vorrei che il Museo delle Scienze (MUSE) svolgesse massiccia ricerca scientifica a alto e umanitario livello, oltre che intrattenimento ludico, diventando un faro per la cultura alpina.</p>
<p>Vorrei che gli abitanti di Trento accettassero senza complessi di inferiorità la loro identità fitta di ombre e frustrazioni (senza bisogno di inventarsi identità fittizie).</p>
<p>Amerei che gli abitanti di Trento fossero più buoni, e potessero strapparsi di dosso le invidie, retaggio certo del loro sottomesso passato.</p>
<p>Vorrei che gli abitanti di Trento si unissero a quelli di Besenello (o a quelli di Rovereto, si veda il progetto prescelto) per infuriare contro il fioccaccio autostradale ivi previsto, costringendo le autorità a desistere dal loro folle piano (sono pronto a partecipare in prima persona).</p>
<p>Vorrei che la città di Trento trovasse un rapporto di ascolto e collaborazione, e forse anche di coordinamento illuminato, con le valli che la circondano e le loro culture (e non solo con i relativi potentati economici).</p>
<p>Vorrei che la città di Trento, che per tanti anni ha avuto una minoranza tedesca, sapesse instaurare un dialogo costruttivo e vivido con Bolzano.</p>
<p>Vorrei che si ripristinasse la magnifica e nobile pavimentazione sconnessa dei marciapiede del centro storico, vittima del gusto spartitraffistico e autogrillesco.</p>
<p>Vorrei che si interrasse l’onerosissimo progetto di interramento della ferrovia, non esiziale (e men che meno risolutivo) per i destini della città.</p>
<p>Vorrei che a Trento arrivasse il mare (il Tirreno), con un relativobel lungomare, o in mancanza di meglio almeno un braccio del Lago di Garda.</p>
<p>Vorrei che i governanti di Trento fossero coscienti che la viabilità culturale è più importante, e ben più redditizia, della viabilità automobilistica.</p>
<p>Vorrei che il quotidiano ‛L’Adige’ non ignorasse i miei libri quando escono (anche per criticarli, naturalmente), e questo non per ammaliare il mio ego ma in quanto contributi (certo modesti) della cultura trentina innestata nel mondo.</p>
<p>Vorrei che il bar della stazione fosse promosso monumento nazionale (mantenendo l’attuale arredo e personale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: questo pezzo è compreso nella raccolta di contributi &#8220;La Trento che vorrei&#8221;, pubblicato da <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Edizioni</a> <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Helvetia </a></em> <em>(2019)</em></p>
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