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	<title>Herta Müller &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Poetessa cronofaga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2015 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Eliza Macadan]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Herta Müller]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Eliza Macadan, Anestesia delle nevi, La Vita Felice, 2015. Cronofaga / la chiesa / batte campane / di eternità. Ho trovato bellissimo questo “cronofaga”. Mi ha catturato come una trappola poetica. Ma di altre trappole poetiche sono disseminate le raccolte di Eliza Macadan, in particolare questa sua “Anestesia delle nevi”, uscita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/e_macadan.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-55299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/e_macadan.jpg" alt="e_macadan" width="294" height="440" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/e_macadan.jpg 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/e_macadan-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 294px) 100vw, 294px" /></a>di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>Romano A. Fiocchi</b></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>Eliza Macadan</b></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Anestesia delle nevi</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, La Vita Felice, 2015.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Cronofaga / la chiesa / batte campane / di eternità</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">. Ho trovato bellissimo questo “cronofaga”. Mi ha catturato come una trappola poetica. Ma di altre trappole poetiche sono disseminate le raccolte di Eliza Macadan, in particolare questa sua “Anestesia delle nevi”, uscita nel marzo scorso per la casa editrice milanese </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">La Vita Felice</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;">. Trappole come il verso ricorrente </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>a Nord della parola</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, pronto a catturarci con tanto di assonanza già nella prima lirica: </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>con la frusta nell’aria / spavento / l’aurora / e vado a dormire / a Nord della parola</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">. Il lettore attento (e quello di poesie lo è quasi sempre) lo vede tornare nella lirica a pagina trentadue: </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>geliamo / verso il mattino / a Nord della parola</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">. Poi a pagina quarantuno, spezzato in un enjambement: </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>andrò a Nord / della parola / nella siberia sintattica / il gelo muto. </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">Di nuovo a pagina cinquantaquattro: </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>la mia glaciazione / comincia / a Nord della parola</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">. Infine a pagina sessantuno: </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>i motori del mondo / sono muti / a Nord della parola</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">. Cosa c’è, dunque, a Nord della parola?</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">La cosa più inusuale è che a generare queste suggestioni verbali sia una poetessa romena bilingue che ha adottato l’italiano come strumento poetico per eccellenza. Sono dunque in lingua originale – e non tradotte – queste sessantadue brevi liriche, ciascuna composta da un minimo di cinque versi a un massimo di ventidue. Il linguaggio è scarno, essenziale anche graficamente: nessuna punteggiatura, rarissime le parole con iniziali maiuscole (Nord, Terra, Natale, Montblanc, Dio), nessun titolo: è sempre il primo verso a dettare l’argomento.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Ma chi è l’artefice di questa scarnificazione poetica?</span><span style="font-family: Garamond, serif;"> Una premessa storica. Nel 1989 la Romania fu attraversata da una rivoluzione che rovesciò la dittatura comunista di Ceausescu e culminò con la sua fucilazione. Qualcuno tra i meno giovani ricorderà ancora i servizi dei telegiornali con quell’inconsueto sventolio di bandiere bucate nel mezzo. I Romeni, pur di voltare pagina, avevano ritagliato e fatto sparire lo stemma comunista persino dalle loro bandiere. Finiva così un regime che aveva per decenni impoverito il Paese e creato un clima di terrore attraverso la sua polizia segreta, la Securitate. Da questa situazione sociale è uscita una generazione di letterati condizionata, per forza di cose, dal peso della miseria e dell’assenza totale di libertà. Letterati che hanno saputo dare voce al dolore di un popolo in cerca di riscatto. Basta un nome, un grande nome:  </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Herta Müller</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, premio Nobel nel 2009, trentaseienne all’epoca della caduta di Ceausescu e per anni bersaglio di una vera e propria persecuzione da parte del regime per via della sua attività letteraria.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Eliza Macadan appartiene alla generazione immediatamente successiva, quasi fosse una sorella minore della Müller. Se Herta Müller, scrittrice di lingua tedesca, è originaria del Banato tedesco, all’estremo Ovest della Romania, Eliza Macadan, poetessa di lingua romena prima e italiana poi, proviene dalla zona Moldava, verso il confine Est. Quando la dittatura di Ceausescu viene rovesciata, la Macadan ha appena ventidue anni. Ne ha respirato l’atmosfera opprimente durante l’adolescenza e la giovinezza ma in un certo senso ha potuto completare la propria formazione all’ombra della nuova libertà. Non a caso è stata corrispondente in Italia per alcuni giornali romeni, da cui il suo bilinguismo. Così come nella Müller (e mi riferisco a testi in realtà molto poetici come “Il re s’inchina e uccide” e “Il fiore rosso e il bastone”), è il bilinguismo ad alimentare il suo gusto per la parola in quanto significato e significante, suono, sensazione tattile e visiva, possibilità altra di esprimersi. Quasi il cambiamento delle regole del gioco linguistico mostri nuove verità.</span></span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">La narrazione poetica di Eliza Macadan procede per immagini lapidarie, per illuminazioni improvvise che durano il tempo di una parola letta. Il respiro è dato soltanto dal verso in sé, spesso composto da due, tre elementi, talvolta da un solo vocabolo che assume un peso straordinario: </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>mi manca la felicità / impietrita / sul viso degli zingari</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, scrive in una precedente raccolta, “Paradiso riassunto”. Un respiro che ricorda, per certi ritmi, l’ermetismo di alcuni nostri poeti del Novecento.</span></span></span></span></p>
<p class="western" lang="it-IT"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">È una visione sofferta, quella di Eliza Macadan, che oscilla tra il dolore dell’esperienza interiore – appunto tutta ermetica – e la denuncia di un malessere sociale, a volte reale a volte metaforico: dalla povertà della zingara che indovina un amore legalizzato, al passante che mostra le sue zanne di fame, al bambino che piange davanti alla vetrina di dolci, al vecchio che mendica un soldo per un aspirina, ai morti che si contano al tiggì della notte, sino al tema della guerra. O meglio, delle guerre: </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>case folli / di secolo caduto in ginocchio / recinti verdi / sparsi per strada / uomini partiti / nella prima guerra / e morti nella seconda / donne cieche / di tanta attesa / i loro amanti bambini / stanno nei cimiteri / del cielo</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">. Ecco allora il leitmotiv della Storia, dell’Europa in quanto terra patria (la Macadan non nomina mai la Romania), dei sogni di libertà: </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>usciamo dalla storia / quando tocchiamo la libertà </i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">(…) </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>questa Terra è più fango / portiamo dallo psichiatra / l’Europa stuprata / mitologicamente</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></p>
<p class="western" lang="it-IT"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">E poi c’è la scrittura, il poeta con la sua funzione taumaturgica che ormai basta solo a se stesso: </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>se non scrivo / il pianeta implode</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> (&#8230;) </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>scrivo racconti / su valuta forte</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> (&#8230;) </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>scrivo / per chiedere / perdono / produco artigianalmente / lacrime / ho venduto tutte le mie penne / e tiro fuori dalla matita / parole secche</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></p>
<p class="western" lang="it-IT"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Le parole di Eliza Macadan si nutrono di tempo, ne fagocitano il più possibile per restare lì, testimoni di un viaggio </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>verso la fine del mondo</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">. Non per nulla viaggiare verso la fine del mondo è una prerogativa della poesia.</span></span></p>
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		<title>Herta Müller</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 08:47:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[domenico pinto]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Hodjak]]></category>
		<category><![CDATA[Herta Müller]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Oskar Pastior]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Nobel per la Letteratura 2009]]></category>
		<category><![CDATA[Richard Wagner]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Pinto Nata nel 1953 a Nitchidorf, comune di millecinquecento anime della Romania appartenente alla minoranza degli Svevi del Banato (un ramo della più vasta famiglia degli Svevi del Danubio) Herta Müller porta scritto nel palmo della mano un destino di duplice oppressione. Prima c&#8217;era stata la violenza sovietica verso un paese fascista, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/hertabw.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-24069" title="hertabw" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/hertabw.jpg" alt="hertabw" width="259" height="328" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/hertabw.jpg 259w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/hertabw-236x300.jpg 236w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /></a></p>
<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>Nata nel 1953 a Nitchidorf, comune di millecinquecento anime della Romania appartenente alla minoranza degli Svevi del Banato (un ramo della più vasta famiglia degli Svevi del Danubio) Herta Müller porta scritto nel palmo della mano un destino di duplice oppressione. Prima c&#8217;era stata la violenza sovietica verso un paese fascista, che con Antonescu era stato alleato di Hitler: dal gennaio del 1945 tutti i tedeschi romeni tra i diciassette e i quarantacinque anni vennero deportati nei campi di lavoro per la riparazione dei danni di guerra; poi l&#8217;oppressione delle minoranze coabitanti, inasprita dal regime di Ceausescu, che facendosi beffe della Costituzione portò il numero dei tedeschi presenti in Romania, tra il 1956 e il 1989, a rarefarsi fino a un decimo rispetto agli anni dell&#8217;immediato dopoguerra.<span id="more-24067"></span><br />
Con Franz Hodjak, Werner Söllner e Richard Wagner, Herta Müller è parte di una costellazione di autori che dagli anni Ottanta ha aperto nella letteratura di lingua tedesca nuove prospettive e conquistato nuovi spazi espressivi, facendo scoprire al lettore &#8211; insieme a quella della Germania dell&#8217;Ovest e dell&#8217;Est, austriaca e svizzera &#8211; l&#8217;esistenza di una « quinta letteratura tedesca», innervata da una lirica notevole, posta sul confine di una doppia opposizione: tra il potere della tirannia e quello altrettanto dispotico della conservazione, nel mondo pietrificato di ieri.<br />
In gioventù, Herta Müller recise undoppio vincolo: sul piano politico si rifiutò di collaborare con la Securitate, il servizio segreto della Romania comunista, perdendo così il lavoro di traduttrice alla fabbrica in cui lavorava; e sul piano della parola inaugurò la sua produzione scrivendo le prose di <em>Bassure</em>, che disegnano, nella forma dell&#8217;anti-idillio, la vita contadina dell&#8217;enclave tedesca. L&#8217;opera, che venne censurata in Romania ma uscì nel suo aspetto originario in Germania (edita da Rotbuch nel 1984) consiste di quindici miniature rappresentanti un mondo malvagio, attraversato dall&#8217;odio e dalla violenza, arroccato nel cattolicesimo e nella superstizione, corrotto, isolato, cieco a ogni progresso.<br />
Scattò a questo punto la mordacchia del regime: a Herta Müller venne vietato pubblicare e lavorare <em>tout court</em>, con la conseguenza di costringerla a lasciare il paese insieme al marito di allora, il poeta Richard Wagner, alla volta della Repubblica Federale Tedesca, dove la sua intensa attività di scrittura avrebbe trovato modo di svilupparsi.<br />
La prosa concentrata, precisa, a tratti intermittente di Müller, che non di rado presenta venature liriche, bascula continuamente tra l&#8217;andare e il rimanere, è alla ricerca di una patria, essendo la propria avvelenata da Ceausescu «il padre di tutti i morti», ritorna sul passato che stenta a passare, tira le somme della militanza del padre nelle SS. L&#8217;insieme dei temi trattati non è del tutto nuovo, ma forse proprio perché proviene dalla voce di una area geografica marginale al nostro mondo, ci arriva con una forza speciale, e poi persiste a lungo nella nostra mente.<br />
In Italia il destino editoriale di Herta Müller, a fronte di una produzione ormai cospicua, conta pochi titoli: oltre a <em>Bassure</em> (Editori Riuniti 1987), conoscevamo soltanto il romanzo breve <em>In viaggio su una gamba sola</em> (Marsilio 1992), finché il coraggioso piccolo editore Keller ha stampato, in tempi recenti, quello che forse è il suo capolavoro, titolandolo <em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/02/il-paese-delle-prugne-verdi/">Il paese delle prugne verdi</a></em>. Tra queste pagine colorate a tinte forti, la narratrice percorre la propria infanzia, i suoi studi, l&#8217;approdo al lavoro, e descrive le articolazioni del potere e il controllo, onnipresente, esercitato sui cittadini. Ma il primo piano è destinato alla quotidianità di quattro giovani dissidenti, fra gli anni Settanta e gli Ottanta, che fuggono dal dispositivo totalitario del loro paese approdando nella Germania dell&#8217;Ovest, così che il libro finisce per divenire uno struggente apologo di ogni Heimat.<br />
Negli anni, ormai stabilita in Germania, la scrittrice ha guadagnato riconoscimenti e sommato altri titoli: al <em>Paese delle prugne verdi</em> ha fatto seguire un terzo romanzo (<em>Heute wär ich mir lieber nicht begegnet</em>, 1997), in cui riprende il racconto della dittatura rumena, rappresentandola quasi come una storia trascendentale dell&#8217;uomo. E contemporaneamente ha scritto diversi volumi di poesia &#8211; fra cui <em>Die blassen Herren mit den Mokkatassen</em> (2005), in cui amplia il suo universo di collage foto-testuali, mosaici, puzzle ottici, accampando giochi di parola con piglio scurrile e surrealista. All&#8217;ultimo e più ambizioso progetto &#8211; l&#8217;appena pubblicato <em>Atemschaukel</em> («Altalena del respiro»), edito da Carl Hanser Verlag &#8211; Herta Müller affida la rottura di quel tabù, anch&#8217;esso pietrificato, che riguarda la deportazione in Russia dei tedeschi rumeni, puniti come nemici, per ritorsione esemplare contro una nazione che, sotto il regime fascista, era stata fra le più zelanti nel collaborare con i nazisti.<br />
Nel 2001 Herta Müller incontrò Oskar Pastior &#8211; il grande lirico bilingue di origine transilvana, morto nel 2006 &#8211; e da allora si dedicò a amplificarne la voce. Raccolse tutti i suoi ricordi a penna, trasferendo la lingua contratta e stenografica di quel virtuoso della parola in una struttura pienamente romanzesca. La base documentaria di Pastior, le sue memorie &#8211; era stato a lungo prigioniero in Ucraina &#8211; fanno di questo libro quasi un&#8217;opera scritta a quattro mani con un morto. E la rendono una tra le testimonianze più alte della ricerca di una patria, da parte di chi, come Herta Müller, ha dedicato la propria scrittura all&#8217;inseguimento di un asilo, di un luogo di accoglienza, dopo avere vissuto esperienze capaci di annientare.</p>
<p><em><strong>L&#8217;articolo è apparso il 09.10.2009 sul «<a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20091009/pagina/11/pezzo/261840/" target="_blank">manifesto</a>».</strong></em></p>
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		<title>Il paese delle prugne verdi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 08:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Ceauşescu]]></category>
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		<category><![CDATA[Herta Müller]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Herta Müller, Il paese delle prugne verdi, Keller, Rovereto, 2008, 254 pag., traduzione di Alessandra Henke Keller Editore è una piccola casa editrice di Rovereto che pubblica libri davvero belli. Belli per la carta, la copertina, il formato. E per la selezione dei testi di autori europei spesso difficili da reperire in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/herta.jpg" alt="" title="herta" width="454" height="248" class="alignnone size-full wp-image-7918" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Herta Müller, <strong>Il paese delle prugne verdi</strong>, Keller, Rovereto, 2008, 254 pag., traduzione di Alessandra Henke</em></p>
<p>Keller Editore è una piccola casa editrice di Rovereto che pubblica libri davvero belli. Belli per la carta, la copertina, il formato. E per la selezione dei testi di autori europei spesso difficili da reperire in Italia, come questo<em> Il paese delle prugne verdi </em>di Herta Müller, scrittrice rumena di lingua tedesca. Rendo subito onore alla traduttrice che ha accettato l&#8217;improba sfida di restituire in italiano un libro così complesso, con una lingua lirica e asciutta, che ricorda vagamente (ma è un accostamento difettoso) quella di Agota Kristof.<br />
<span id="more-7917"></span><br />
<em>Il paese delle prugne verdi</em> parla dell&#8217;amicizia fra la la protagonista, io narrante del libro, e tre suoi compagni di studi, sotto la cappa opprimente della dittatura di Ceauşescu; amicizia che nasce e si salda dopo il suicidio di una loro giovane amica, Lola. La narrazione pare sospesa in un tempo fuori dalla Storia, in un paese che assomiglia a un enorme campo di concentramento, dove le pressioni psicologiche e la povertà profonda hanno messo in ginocchio un intero popolo, tratteggiato come sconfitto, animalesco, primordiale, impossibilitato al riscatto. </p>
<p>Anche solo leggere libri stranieri, o declamare semplici versi può essere interpretato come sovversivo dalla polizia locale, anche solo scriversi una lettera può diventare una sfida al potere costituito, il quale, ottuso, colpirà duramente l&#8217;innocente amicizia dei quattro ragazzi. Per descrivere tutto ciò il libro assume una coloritura cupa, asfissiante, angosciante. Non c&#8217;è via di fuga, e l&#8217;idea stessa dell&#8217;espatrio può non essere salvifica per chi la formula.</p>
<p>Il titolo originale, <em>Herztier</em>, è un neologismo della autrice quasi intraducibile (è qualcosa come “la bestia del cuore”). Questo per far capire la difficoltà di restituire in italiano la ricerca linguistica e immaginifica del romanzo. Che, in fondo, forse romanzo non è. È, semmai, un vero e proprio poema in prosa, con i ritmi e i tempi tipici della lirica. Un libro difficile. E necessario.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione <em>n. 34 del 19 agosto 2008</em>]</p>
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