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	<title>Iaia Caputo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La versione di Eva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2022 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Evita Perón]]></category>
		<category><![CDATA[Iaia Caputo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Iaia Caputo</strong><br />
Dopo un periodo durato anni di studio e scrittura, finalmente, dal 3 maggio, è in libreria "La versione di Eva" di Iaia Caputo. Siamo felicissimi di pubblicare qui un estratto, ringraziando editore e autrice per il regalo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-97595 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/Caputo-La-versione-di-Eva.jpg" alt="" width="414" height="636" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/Caputo-La-versione-di-Eva.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/Caputo-La-versione-di-Eva-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/Caputo-La-versione-di-Eva-666x1024.jpg 666w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/Caputo-La-versione-di-Eva-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/Caputo-La-versione-di-Eva-300x461.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/Caputo-La-versione-di-Eva-696x1070.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/Caputo-La-versione-di-Eva-273x420.jpg 273w" sizes="(max-width: 414px) 100vw, 414px" /></p>
<p>(<em>Dopo un periodo durato anni di studio e scrittura, finalmente, dal 3 maggio, è in libreria</em> La versione di Eva <em>di Iaia Caputo. Siamo felicissimi di pubblicare qui un estratto, ringraziando editore e autrice per il regalo. G.B.</em>)</p>
<p>di <strong>Iaia Caputo</strong></p>
<p>Torno al momento in cui ha inizio la tragedia. La notte è scesa, come un avvoltoio rimasto a lungo in agguato. Adesso è la quinta livida di un palcoscenico sul quale la protagonista è rimasta sola.</p>
<p><em>Vi dico quel che continuo a dirvi da cinque anni: che preferisco essere Evita prima che la moglie del Presidente. E se Evita può alleviare anche un solo dolore della Patria, allora dico che preferisco continuare a essere Evita.</em></p>
<p>Le ultime parole non le sente nessuno. Sono coperte da un boato. È un “no” inferocito. Che incattivisce queste facce cotte dal sole, rivela bocche precocemente sdentate, una donna si porta entrambe le mani al viso, vecchi militanti piangono come bambini e nell’angolo più vicino al palco un gruppo di anziane cade in ginocchio a pregare. Lassù, in alto, si sta facendo politica, si sopporta con un ghigno sorridente che la massa esaurisca l’energia della protesta, che la gente si disperda per tornarsene a casa, vinta dalla stanchezza, dalla fame, dal freddo, insomma da tutte quelle ragioni che alla fine, con le buone o con le cattive, rimettono al proprio posto il popolo e i suoi eccessi: dell’odio come dell’amore, della protesta come della partecipazione.</p>
<p>Lo spettacolo doveva essere un altro. A lei non resta che improvvisare. Perché il pubblico non vuole saperne di abbandonare il teatro. È stanco di applaudire la grandiosità della scenografia, gratificare i comprimari, urlare approvazione per i passaggi migliori. Non ha nessuna intenzione di lasciarla andare. Ecco perché le sue ultime parole inquietano.</p>
<p>Sanno, oscuramente sanno, che se Evita non accetta uscirà di scena. Per sempre. Ed ecco che si ribella.</p>
<p>«Sciopero generale», «Sciopero generale», «Sciopero generale», «Sciopero generale».</p>
<p>Il popolo, il suo popolo ha colto l’inganno? L’inganno nel quale per prima è caduta lei, Evita? O sta osando ribellarsi all’inedito rifiuto della Madre? Perché mai fino a quel momento aveva ricevuto un “no”. Sempre ha ottenuto quel che ha chiesto.</p>
<p><em>Compagni, compagni… Io non rinuncio al mio posto nella lotta, sto solo rinunciando agli onori. Credete che se il posto di vicepresidente fosse utile alla nostra causa, se io fossi una soluzione, non avrei risposto sì?</em></p>
<p>Quell’immensa folla convocata per applaudire, per manifestare consenso e approvazione, si è trasformata in un gigante fremente, in un corpo dotato di volontà propria, e si sta ribellando con tutta la forza di cui si sente improvvisamente capace. Ha smesso di chiedere. Pretende. Che Evita accetti.</p>
<p>Eva Perón oggi verrebbe considerata una leader populista: un personaggio pre-politico, o post-politico. I suoi detrattori, che all’epoca non usavano queste definizioni, la consideravano una donna le cui passioni provenivano da un gorgo di risentimento. Che aveva fatto dei rancori personali il contenuto della sua politica.</p>
<p>E certamente lei professò la politica come passione. La passione come contenuto e forma della politica. Teatralizzando l’amore e l’odio. Facendo transitare l’odio (ben diverso dal rancore o dal risentimento) e l’amore da un piano privato a una dimensione pubblica. Aveva demonizzato chiunque fosse portatore di opposizione: gli oligarchi, i traditori, i comunisti, i radicali, quelli che chiamava senzapatria… e travolto d’amore gli altri.</p>
<p>Dunque, da populista anche lei si è nutrita di un rapporto diretto con le masse e ne ha sollecitato continuamente l’amore; però, a differenza degli uomini che l’hanno preceduta e seguita in questa ideologia, Eva ricambia fino all’ultimo dei suoi giorni questo sentimento e non lo delude mai.</p>
<p>Ma è esattamente questo il dramma che si sta consumando in quella tarda sera dell’agosto del 1951: l’amore è nudo, l’amore della donna che per il popolo assiepato da ore sotto il palco dell’incoronazione promessa è già la loro sovrana, si rivela privo di potere, mostra il proprio limite.</p>
<p>Il Generale le ha permesso tutto, ma non ufficializzerà mai ciò che è già. Evita pensava davvero di poter trascendere i limiti che lui aveva disegnato per il suo ruolo politico? Che errore fatale. Come negare che fosse la moglie a galvanizzare il movimento peronista, a garantire quella corrente emotiva tra sé e il popolo? Non lo negava affatto. Ma i ruoli erano stati, e avrebbero dovuto continuare a essere, ben distinti: a lui le redini dello Stato, e che lei continuasse ad annaffiare e a far crescere il sentimento del consenso, della devozione – questi erano i suoi bisogni. Insomma, che lo capisse una buona volta: se avesse ottenuto quella carica istituzionale, lui non sarebbe più riuscito a porre limiti al sindacato, del tutto asservito a Eva, e i movimenti femminili del partito, poi, non gli avrebbero dato tregua. E comunque il suo fanatismo è diventato ingestibile: i tempi sono cambiati, va bene galvanizzare le masse, ma ormai nei suoi discorsi aleggia lo spettro del marxismo, santa pace, si circonda di leader sindacali dalle chiare simpatie socialiste. Ma niente, non solo non mi ascolta, è arrivata a sfidarmi. Soltanto il mese scorso ha convocato alla Casa Rosada, e alle mie spalle, i governatori, impartendo loro ordini che soltanto io avrei potuto dare. No, cholita, questa volta sono costretto a fermarti.</p>
<p>Che Eva continui a essere la regina dei descamisados, se lo vuole, però non s’illuda di diventare la vicepresidente di tutti gli argentini. Può dilettarsi con la gloria, non avrà mai il governo.</p>
<p>Questo coglie la folla: il divieto. E ha l’esatta percezione del Potere senza Amore di Perón. Dell’amore improvvisamente impotente di Evita. La dea che aveva reso possibili gli altrui desideri deve arrendersi alla realtà.</p>
<p>Resta il corpo. Il corpo della sovrana. Materiale e mistico.</p>
<p>Immenso e minuscolo, allo stesso tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Overbooking: La Iaia Scienza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/09/overbooking-la-iaia-scienza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2020 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi Spina]]></category>
		<category><![CDATA[Iaia Caputo]]></category>
		<category><![CDATA[Il gusto di una vita]]></category>
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					<description><![CDATA[Il gusto di una vita, quanto basta. di Gigi Spina a proposito di Iaia Caputo, Il gusto di una vita, Enrico Damiani Editore, 2020. Mi hanno colpito subito le prime parole, che ho immaginato come immediato e quasi automatico proseguimento dell’esergo tratto da Casalinghitudine di Clara Sereni. In una storia degli esergo nella letteratura in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-87146" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/41JTg4VyQRL-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/41JTg4VyQRL-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/41JTg4VyQRL-250x359.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/41JTg4VyQRL-200x287.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/41JTg4VyQRL-160x230.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/41JTg4VyQRL.jpg 348w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" /></p>
<p><strong>Il gusto di una vita, quanto basta.</strong></p>
<p>di <strong>Gigi Spina</strong></p>
<p>a proposito di Iaia Caputo, <a href="https://www.enricodamianieditore.com/product/il-gusto-di-una-vita/"><em>Il gusto di una vita</em></a>, Enrico Damiani Editore, 2020.</p>
<p>Mi hanno colpito subito le prime parole, che ho immaginato come immediato e quasi automatico proseguimento dell’esergo tratto da <em>Casalinghitudine</em> di Clara Sereni.</p>
<p>In una storia degli esergo nella letteratura in generale, che non scriverò mai, ma che vorrei leggere, mi piacerebbe fosse indagato in quale momento preciso della scrittura l’esergo esige di entrare in scena. Se prima, durante o dopo aver concepito un testo, e se si attinge a una sorta di magazzino dei ricordi letterari che, quasi in automatico, come in un jukebox, fa scorrere le varie possibilità e poi seleziona la migliore possibile.</p>
<p>Ma ecco le prime parole: «Non esiste un’attività più prossima alla scrittura della cucina: entrambe necessitano di tecnica e immaginazione, di ordine e struttura, di esperienza e talento». La comparazione mi affascina, soprattutto fra campi non immediatamente percepiti come vicini. La comparazione non è l’analogia: è il processo complicato – quanto più è ricco di scoperte di somiglianze, ma anche di disparità – che può portare all’analogia, ma non sempre. Perché l’analogia è l’abbreviazione comoda di una sensazione di uguaglianza non sviluppata ancora, e in questo può essere ingannevole, può nascondere le profonde differenze.</p>
<p>E poi, queste prime parole tengono a distanza, per fortuna, la lezione platonica del <em>Gorgia</em> (c’è sempre, purtroppo, chi continua a chiedere lezioni di verità ai testi antichi), il dialogo in cui Socrate spiega come la retorica e la culinaria non siano arti, ma forme di adulazione, di abbellimento ingannevole e non necessario, l’una per l’anima, l’altra per il corpo, al punto che la retorica sta alla giustizia come la culinaria alla medicina. Due trucchi, quindi, che fanno finta di essere valori o soluzioni.</p>
<p>Eliminata, allora, la lezione (comparativa) di un antico filosofo, conviene tornare alla comparazione fra scrittura e cucina. Di primo acchito, dopo aver letto questa parole, ho chiuso il libro e mi sono preso una pausa, segno di una comparazione che colpisce nel segno e costringe a pensare. E ho pensato subito a un’altra comparazione: fra scrivere e correre, e sono ‘corso’ a prendere dalla mia libreria un libro di Murakami Haruki, <em>L’arte di correre</em> (Einaudi, 2009): a pagina 5 della prefazione, Murakami scrive: «A quel punto mi è risultato chiaro che scrivere onestamente sulla corsa a piedi significava scrivere onestamente (in una certa misura) sulla mia personalità. Di conseguenza nulla impedisce di considerare questo libro una specie di diario incentrato sull’azione di correre». Ecco, la comparazione, fra scrittura e cucina, fra scrittura e correre, non deve nascondere il fatto che entrambe le attività hanno un unico soggetto operante e per questo si costituiscono come diario, ricordo, autobiografia.</p>
<p>Del resto, quando, in una presentazione on line di questo stesso libro, il 15 novembre &#8211; con l’autrice c’erano Antonio Franchini ed Helena Janeczek -, Franchini ha introdotto una comparazione fra letteratura, cibo e arti marziali, per elementi come il gesto e la precisione, sapevo che l’autobiografia non era per nulla estranea al discorso.</p>
<p>Insomma, Iaia Caputo ha scelto uno dei tanti filtri soggettivi della sua vita, uno dei tanti lasciapassare che consentono di imboccare i sentieri adatti a ricordare, rivivere e raccontare: la cucina, la lunga e accorta preparazione, il culto ‘laico’ della ricetta, i dosaggi, i tempi, il rapporto col fuoco e con l’acqua (non mancano neanche gli altri due elementi, naturalmente), il momento comunitario, l’ospitalità, le suppellettili, l’organizzazione degli spazi, la cura: tutto quello, insomma, che racchiude la parola <em>cibo</em>. Anche quel cibo imposto, tipicamente italiano (direi soprattutto del sud, per esperienza di siculo-calabrese-campano), che l’indimenticabile Mattia Torre ha ironicamente raccontato in <em>Gola</em>, uno dei suoi atti comici (M. Torre, <em>In mezzo al mare. Sette atti comici</em>, Mondadori, 2019, pp. 39-52).</p>
<p>Per la lettura di Valerio Mastandrea: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=P7HoMSUMEJk">https://www.youtube.com/watch?v=P7HoMSUMEJk</a> ; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=oe34Al2tos8">https://www.youtube.com/watch?v=oe34Al2tos8</a>.</p>
<p>Certo, nei prodotti delle due attività, sia libro che pietanza, c’è sempre qualcosa del processo di elaborazione che nessun fruitore (lettore, invitato a pranzo o cena) potrà più cogliere, qualcosa che rimarrà ricordo personale; d’altra parte mi pare difficile, anche se può essere contemplato, che uno/a scriva o cucini solo per se stesso/a, almeno a certi livelli.</p>
<p>Preciso che intanto il libro è ancora chiuso, è solo il mio pensiero che insegue la comparazione.</p>
<p>Con quell’uno/a mi accorgo, però, di essere entrato in un sentiero scivoloso, quello della differenza di genere, nel quale si è spesso equivocati, fraintesi, perché è difficile per un singolo (questa volta è proprio <em>un</em>, inteso come maschio) dover rispondere dei disastri fatti dal genere maschile, pur non essendone personalmente responsabili. Ma sfido la scivolosità: finora ho raramente trovato una donna che sia contenta di cucinare solo per se stessa, mentre spesso un uomo (io cucino, direi, da sempre) lo è: si imbandisce la tavola, si programma la pietanza e si gode il risultato, anche da solo. E per la scrittura? Non saprei. Certo, i famosi fogli nel cassetto non conoscono differenza di genere, mi pare.</p>
<p>Del resto, la memoria riesce ad affollare la scena letteraria immaginata di tante presenze che fanno comunque compagnia e attenuano la solitudine di chi scrive, come forse gli odori e i sapori durante la preparazione di un cibo fanno materializzare ospiti, assaggiatori. Magari, qualche volta, anche parassiti, come nelle commedie antiche: certo, ci sono anche parassiti della memoria.</p>
<p>Intanto ho riaperto il libro e ripreso la lettura. Diciotto capitoli, come gli anni che servono per raggiungere la maturità ufficiale e certificata: leggendoli, ho potuto con Iaia Caputo ritrovare volti e luoghi della vita napoletana che abbiamo avuto in comune (anche se io con un bel po’ di anni in più), come la collaborazione a un famoso quindicinale: <em>La Voce della Campania</em>.</p>
<p>Il libro va letto tutto d’un fiato (tranne la pausa iniziale, forse) godendosi, quasi <em>assaporando </em>il modo calmo e lento di raccontarsi e raccontare i ricordi, anche se si intravedono non poche tempeste e accelerazioni. Ho sempre sperimentato, leggendo autobiografie o scritture simili, che una scrittura funziona se consente di interagire continuamente in controcanto, se riesce a suscitare ricordi anche personali. Ma non solo. Fra le capacità dell’antica tecnica retorica (con buona pace di Platone) c’era quella di far vedere con le parole, di ‘mettere sotto gli occhi’. I maestri di retorica, per esempio Quintiliano, spiegavano che si potevano anche far sentire rumori e forse far sentire odori. Entrando nella famiglia (e nella vita) di Iaia Caputo &#8211; il libro è dedicato alla madre, Bianca &#8211; direi che si sentono anche odori, voci, con continue sinestesie, non solo di sensi, ma anche di <em>pathe </em>(attenzione a non leggere: di <em>paté</em>), di passioni, come quella politica e quella letteraria.</p>
<p>Quanto ai ricordi personali suscitati dalla lettura, due in particolare: io l’ho conosciuto, Aurelio Fierro, a differenza di Iaia Caputo (se ne parla a p. 100, nel capitolo 12), e <em>dovevo</em> farlo, perché da ragazzino, a Salerno, fui invitato a incidere, per un concorso in Rai, di cui poi non seppi più niente, un disco da dilettante, e scelsi <em>Guaglione</em>, accompagnato al piano da mia zia, disco che non ho più ritrovato. Quando vivevo a Napoli partecipai a <em>Napoli Nobilissima</em>, incontri organizzati al Convitto Vittorio Emanuele, su varie amenità, napoletane da un amico purtroppo scomparso da poco, Catello (Lello) Tenneriello. Io parlai della Pedamentina con Rosa D’Elia, una bibliotecaria della Federico II. In prima fila riconobbi Aurelio Fierro, mi presentai e gli parlai di quel mio <em>Guaglione</em>, di cui conservo invece lo spartito. Fu molto cordiale e me ne rimane un bel ricordo.</p>
<p>Il secondo riguarda quella certa Rosa, che la pizza la mangia nel pane (a p. 104 dello stesso capitolo). Ebbene, posso vantare un record rimasto finora imbattuto, a quanto mi risulta: da ragazzino mangiavo i grissini dentro il pane, nel <em>cozzetto</em> (la parte finale dello sfilatino); allineavo in bell’ordine i grissini e mi deliziavo al sapore e allo scrocchiare della masticazione. Potrei dire che quella è la mia madeleine che non ho cercato più, ma non escludo che prima o poi lo farò.</p>
<p>Sono alla fine del libro, l’ultimo capitolo non ha numero e si intitola <em>Infine</em> (pp. 141-142). Ritrovo la madeleine, ma Iaia Caputo si chiede se lei voglia davvero ritrovare le sue intatte: i gelati di Capri, la coviglia di Scaturchio, la pizzetta di Moccia: «Finirebbero per deludermi, poiché nel tempo trascorso la fantasia li ha trasformati, e la poetica perfezione raggiunta nella nostalgia che proviamo per ciò che non solo è trascorso, ma anche perduto, non troverebbe mai conferma nella realtà. Allora meglio, molto meglio continuare a immaginarle, le madeleine. Niente può competere con la menzogna di un ricordo inventato per restare il gusto stesso del passato».</p>
<p>L’ultima frase del libro, certo, sembra escludere che si possa andare di nuovo in cerca della propria madeleine, ma io penso che sia un metapensiero, quello che una scrittrice deve per forza formulare; per forza libera e volontaria, intendiamoci. Ma che un lettore può mettere alla prova.</p>
<p>Anche perché, nei tristi giorni che stiamo vivendo, c’è un virus che fa perdere proprio il gusto, non solo del cibo, ma anche della vita. E contro il virus serve anche ritrovarlo, se possibile, il gusto della vita, tutto intero. Nelle cose e nelle persone reali, non solo in quelle dei ricordi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Era mia madre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/11/26/era-mia-madre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Nov 2017 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Iaia Caputo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo &#160; Iaia Caputo, Era mia madre, Feltrinelli, 166 pagine I rapporti fra Alice e sua madre non sono dei migliori. La prima è una ballerina che vive un&#8217;esistenza precaria a Parigi, la seconda è una grecista napoletana, docente universitaria ora in pensione. La madre ha nel suo passato una vita di lotte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-71021" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/caputo.jpg" alt="" width="280" height="440" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/caputo.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/caputo-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Iaia Caputo, <i>Era mia madre</i>, Feltrinelli, 166 pagine</b></p>
<p align="JUSTIFY">I rapporti fra Alice e sua madre non sono dei migliori. La prima è una ballerina che vive un&#8217;esistenza precaria a Parigi, la seconda è una grecista napoletana, docente universitaria ora in pensione. La madre ha nel suo passato una vita di lotte politiche, di emancipazione sociale e di genere, la figlia sente la rabbia di appartenere alla prima generazione che vivrà in condizioni peggiori di quella che l&#8217;ha preceduta.</p>
<p align="JUSTIFY">C&#8217;è rabbia, c&#8217;è tensione, c&#8217;è incomprensione. Ma sono madre e figlia. Questo legame resta indissolubile. E verrà compreso appieno da Alice quando, all&#8217;inizio del romanzo, vedrà accasciarsi a terra la madre colta da un malore che la ridurrà al coma. Alice è perduta. Decide di riportare a Napoli la madre per le cure, aspettando l&#8217;inevitabile fine. E così, giorno dopo giorno, tornando sui luoghi della sua infanzia, scoprirà quanto poco credeva di sapere di quella donna.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Era mia madre</i> è un romanzo che cerca l&#8217;impossibile compito di far dialogare due generazioni in apparenza vicine ma nei fatti attraversate da una frattura epocale insanabile. Tutto il futuro che la generazione precedente ha voluto conquistare è il presente scippato a quella che le è succeduta. Ma durante il coma di sua madre Alice scoprirà che quella donna forte, volitiva, tetragona, aveva altrettante fragilità e debolezze, così simili alle sue. Ché se non si può cercare un dialogo fra generazioni lo si può trovare fra legami che sono più profondi.</p>
<p align="JUSTIFY">La scrittura di Iaia Caputo in questo senso è fatta di movimenti tellurici a basso impatto. Mai colpi di scena rocamboleschi, ma un continuo, incessante bradisismo sentimentale. Questo comporta un controllo della frase ferreo, ineccepibile. Fra nonne, madri e figlie a tutto tondo, le figure maschili appaiono come inconsistenti, egotiche, puerili. Incapaci di sondare l&#8217;abisso che c&#8217;è in ognuno di noi.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato precedentemente su</em> Cooperazione <em>n° 30 del 26 luglio 2016</em>)</p>
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		<title>Femminicidio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/08/femminicidio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 07:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[condizione femminile]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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		<category><![CDATA[uomini]]></category>
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					<description><![CDATA[[Oggi, 8 marzo, la voce delle donne deve farsi sentire. Ma non solo quella. Ciò che mi inquieta è il nostro silenzio, Il silenzio degli uomini, così come ci viene raccontato dal bel libro di Iaia Caputo. L&#8217;autrice ci regala qui di seguito un capitolo del suo saggio, sul quale riflettere. Per farci dire finalmente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Iaia-Caputo.jpg" alt="" title="Iaia Caputo" width="150" height="235" class="alignleft size-full wp-image-41838" /> [<em>Oggi, 8 marzo, la voce delle donne deve farsi sentire. Ma non solo quella. Ciò che mi inquieta è il nostro silenzio, </em>Il silenzio degli uomini<em>, così come ci viene raccontato dal bel libro di Iaia Caputo. L&#8217;autrice ci regala qui di seguito un capitolo del suo saggio, sul quale riflettere. Per farci dire finalmente qualcosa, che non sia pelosamente d&#8217;occasione.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Iaia Caputo</strong></p>
<p>Esiste un luogo nel mondo, al confine tra Messico e Stati Uniti, che vanta un macabro primato: il più alto numero di donne uccise del pianeta. È un territorio di polvere e pietre, dove vive un milione e mezzo di abitanti (di cui ottantamila sono cocainomani), in 188 chilometri quadrati, crocevia del traffico di droga tra i due Stati. A Ciudad Juárez, sono morte in vent’anni cinquecento donne (ma c’è chi stima che siano almeno il doppio), tra i quattordici e i quarant’anni; violentate e torturate, sono tutte uscite di casa un giorno qualunque e mai più tornate. Solo trentasei tra loro sono nel cimitero di San Rafael, appena fuori dalla città-mattatoio; tutte le altre risultano scomparse, e molte hanno trovato sepoltura in una fossa comune a trenta chilometri da Ciudad Juárez, insieme a tutti i morti che nessuno osa riconoscere nel timore di rappresaglie. Chi sa non parla. E chi prova a parlare, come la madre di una studentessa sedicenne uccisa un paio di anni fa da un sicario degli Zetas, una delle bande più feroci dei signori della droga, viene messo a tacere per sempre. Lei è stata abbattuta a raffiche di mitra mentre andava a denunciare i presunti assassini della figlia.<br />
È stata coniata qui, in questo deserto senza pietà né legge, la definizione di femminicidio, e il mistero delle migliaia di donne vittime di omicidi sessuali, che spesso niente hanno a che fare con il narcotraffico, seppure narcotrafficanti si presume siano i loro carnefici, è stato oggetto di denunce e reportage, ha ispirato grandissimi scrittori come Roberto Bolaño ed è stato raccontato dal cinema con <em>Bordertown</em>, una pellicola del 2009 con Antonio Banderas e Jennifer Lopez.<br />
All’origine della mattanza si pensava a un’unica mano, quella di un serial-killer, poiché le vittime avevano caratteristiche comuni: erano donne appariscenti, brune, e di poverissima estrazione sociale. Ma questa ipotesi è durata poco. Dopo centinaia di femminicidi (ma solo negli ultimi cinque anni sono morti anche un migliaio di minorenni), si è propensi a credere che se il genocidio è iniziato con uno o più maniaci sessuali seriali, sia in seguito scattata un’emulazione perversa che ha coinvolto decine di assassini, legati alla produzione di <em>snuff movies</em> o alla tratta delle bianche. Persino la polizia si ritiene implicata in numerose morti, e se le autorità hanno cominciato a uscire dal letargo è solo grazie alle campagne di opinione portate avanti da associazioni di donne.<br />
Oggi, il parere unanime è che in questa terra di confine sia esplosa una misoginia criminale, dove gli uomini uccidono per un gioco crudele, per puro e sadico divertimento, come se si fossero scelti un luogo, e che si tratti di una terra al limite, «sul bordo», è una metafora potente, dove regnano le pulsioni più feroci e l’impunità più assoluta. Insomma, uno spazio di libertà in cui gli uomini odiano, indisturbati, fino alle estreme conseguenze, le donne. E se sull’orlo di questo baratro si stia consumando l’ultimo, macabro massacro di una misoginia morente, e per questo tanto più spietata, o si stia verificando la terribile riconferma di un’avversione inestirpabile ce lo dirà la storia.<br />
Tuttavia, che dall’origine della civiltà la violenza rappresenti un nodo irrisolto del rapporto uomo-donna si può affermare ancora oggi, forse, oggi più di ieri. Perché non solo le donne continuano a morire, vittime della violenza maschile, ma la prima causa di morte e invalidità permanente per le donne dai sedici ai quarantacinque anni è legata all’ambiente domestico a ai rapporti familiari. Ed è così tutto il mondo, compreso il civilissimo vecchio continente, come ha rivelato un’indagine del Consiglio d’Europa del 2005. Dunque, colui che dà la morte è marito, amante o padre. Come se la violenza fosse, nonostante tutto, la faccia nascosta dell’amore, una possibile conseguenza, un rischio sempre in agguato. E nel nostro Paese i femminicidi sono in aumento, più del 70 per cento avvenuti in famiglia. Tra i delitti che si consumano tra le mura domestiche, le donne sono vittime in un caso su quattro. Lo testimoniano i dati dell’ultimo rapporto Eures-Ansa, la più esaustiva ricerca su «L’omicidio volontario in Italia»: le donne uccise sono passate dal 15,3 per cento del totale, nel biennio 1992-1994, al 23,8 del 2007-2008.  E l’incremento si registra proprio nel ricco e sviluppato nord: dove, nel 2008, ultimo anno disponibile, le vittime di sesso femminile sono state il 47,6 per cento, contro il 29,9 per cento del sud e il 22,4 del centro.<br />
L’elenco delle vittime è impressionante, praticamente ogni tre giorni una donna nel nostro Paese muore di morte violenta. E se almeno ogni sei mesi una vittima massacrata dai parenti o ritrovata morta dopo settimane, soprattutto giovanissima,  circondata dal mistero e da dettagli inquietanti, diventa un «caso di cronaca», un feuilleton a puntate seguito da milioni di telespettatori ormai trasformati in pornografi della morte e in appassionati necrofili, tutte le altre finiscono in un trafiletto sulle pagine locali e vengono presto dimenticate.<br />
Chi ricorda più Jennifer, una ventenne di Olmo di Martellago, picchiata e uccisa dall’amante per l’unica ragione di essere incinta e di aver deciso di tenere il bambino, anche senza di lui? Una decisione ferma, senza volontà di ricatto né di rivalsa, eppure l’uomo ha creduto che l’eliminazione fisica della ragazza fosse l’unico modo per non correre rischi: stava per sposarsi lui, non voleva guai con la sua fidanzata. E Ahmad Khan Butt un pachistano che a Novi ha ucciso la moglie, Begm Shnez, a colpi di mattone perché aveva difeso la figlia Nosheen che rifiutava un matrimonio combinato, mentre il figlio della coppia, Umair, diciannovenne,  prendeva a sprangate sua sorella riducendola in coma? Chi li ricorda?  Solo un mese dopo, siamo nel novembre del 2010, in provincia di Pordenone, è Sanaa, una giovane marocchina a essere uccisa dal padre che non accetta la sua relazione con un italiano. Sono insieme in macchina, Sanaa e Massimo, appartati ai margini di un bosco quando il padre con un’arma da taglio l’ha aggredita. La ragazza tenta di scappare, ma viene raggiunta e finita a coltellate. El Ketawi Da ha compiuto la sua vendetta. La lascia a terra sanguinante e scappa.<br />
«Ho perso il controllo, l’ho colpita e non riuscivo a fermarmi. Poi l’ho guardata mentre moriva» sono queste le parole con le quali un grafico ventottenne della provincia di Milano confessa l’omicidio della sua ex compagna. Erano stati insieme qualche mese, poi la relazione era finita, ma continuavano a vedersi ogni tanto, per riprendersi e lasciarsi ancora. Il corpo martoriato di Monica Savio, madre di un bambino, verrà trovato con il volto sfigurato per i pugni ricevuti, abbandonato in un parco dell’hinterland milanese.<br />
A Milano, due fratelli, Ilaria e Gianluca Palummieri, vengono selvaggiamente uccisi dall’ex fidanzato di lei, Riccardo Bianchi. Un ragazzo come tanti, figlio unico, tranquillo, è un ventenne che vive ancora in famiglia. Non è un bullo e neppure un violento. Almeno fino alla notte in cui, nell’estate del 2011, ammazza Gianluca e poi si presenta a casa di Ilaria: la picchia, la tortura, la violenta più volte e la ammazza strangolandola lentamente, vuole vederla agonizzare. Arrestato, Riccardo dà varie e controverse versioni di un delitto che viene pianto da decine di amici comuni increduli, atterriti, che non riescono ad accettare quelle due morti atroci. Lui, l’assassino, può solo balbettare l’assurdo: amava ancora Ilaria, e non riusciva a rassegnarsi che tra loro fosse finita. Ed era pure grande amico di Gianluca, aveva cercato la sua complicità per riconquistarla. Il rifiuto dell’una e dell’altro lo trasforma in un aguzzino.<br />
Nel 2010, in soli due mesi, sono morte dodici donne per mano di stalker.<br />
A Salerno, Antonio Farina, che da anni tormenta la sua ex convivente Elettra Rosso, e con lei ha in corso una battaglia legale per l’affidamento della figlia di dodici anni, si introduce nello studio legale dove la donna lavora, estrae una calibro 38 e le spara quattro volte, uccidendola. Poi si toglie la vita. Elettra il giorno prima era andata in Questura per denunciare l’uomo per stalking, ma la polizia le aveva consigliato di rivolgersi a un legale per stilare la querela, sarebbe dovuta tornare il giorno dopo. Che non è mai arrivato.<br />
A Cesena, si consuma il triste copione del fidanzato abbandonato che non ne vuol sapere di accettare la fine di un rapporto: lei, Stefania Garattoni, è una studentessa di vent’anni, va ancora a scuola,  lui, Luca Lorenzini, di anni ne ha 28. Alle tre del pomeriggio del 9 marzo 2011, Stefania sta per entrare in classe, chiacchiera con un’amica quando si trova ancora una volta davanti quel ragazzo che da mesi alterna suppliche e minacce. Più che impaurita, sembra seccata, e non fa niente per nascondere il fastidio che le provoca la presenza di Luca. I testimoni dicono di aver fatto caso alla coppia perché discuteva ad alta voce, ma niente di più. Pochi minuti dopo, il ragazzo tira fuori un coltello dal giubbotto e colpisce la ragazza alla gola e al volto. Stefania muore qualche ora dopo in ospedale. Lorenzini viene arrestato il giorno stesso, mentre vaga in bicicletta nella periferia di Cesena.<br />
A pochi giorni di distanza, questa volta alla periferia di Mestre, tocca a Eleonora, che ha solo 16 anni, anche lei colpevole di aver detto basta a una relazione che non la convinceva più. Lui, Fabio Riccato, un trentenne neo-laureato in Biologia, l’aspetta seduto sulla sua Vespa: sa che Eleonora a quell’ora passa da lì per andare a trovare la nonna. Sembra la favola di Cappuccetto Rosso, e Fabio è proprio il lupo cattivo che vuole interpretare quella mattina. Lei lo vede, si ferma, e un uomo che sta leggendo il giornale nel suo giardino, a pochi metri di distanza, dirà che ha fatto caso distrattamente alla coppia per pochi istanti: sente che parlano e si rimmerge nella lettura. Passa solo qualche minuto, e quando alza gli occhi si trova davanti a una scena irreale, troppo rapida perché possa reagire: Fabio ha estratto una Magnum dal bauletto della Vespa e spara tre colpi a bruciapelo. Il primo colpisce Eleonora alla tempia, il secondo al torace e l’ultimo le trapassa il braccio con il quale la ragazza ha tentato di proteggersi. L’assassino guarda negli occhi quell’unico testimone terrorizzato, punta l’arma nella sua direzione, poi si spara alla testa.<br />
Infine, a Collegno, in provincia di Torino, una coppia si incontra in un ufficio dei servizi sociali. Non un accenno di litigio, nessuno scontro. Cristina e Gianpiero, trentenni, lui impiegato della Fiat, lei professoressa di matematica, separati da due anni, stanno parlando con assoluta calma delle visite delle due figlie. Sempre conversando serenamente, Gianpiero prende la sua ventiquattrore e la apre, un gesto a cui nessuno fa caso. Solo che dalla valigetta estrae un coltello da cucina, si alza in piedi e si getta su Cristina. Riesce a infierire con cinquanta coltellate senza che nessuno arrivi a fermarlo né a salvare la donna.</p>
<p>Si potrebbe continuare ancora a lungo, per pagine e pagine, solo ripercorrendo un paio d’anni di ordinaria violenza sulle donne. Invece bisogna fermarsi, perché come la pornografia, anche l’orrore nell’accumulo rende indifferenti, diventa banale. E tuttavia di ovvio non c’è niente: se il genere femminile cominciasse a uccidere con  la stessa frequenza è probabile che il mondo si fermerebbe, non parlerebbe d’altro, si evocherebbe un’emergenza umanitaria, una catastrofe a cui porre rimedio nel più breve tempo possibile, e con ogni mezzo. Se fossero le donne ad ammazzare.<br />
Quando le guerre di mafia o di camorra raggiunsero l’acme del terrore, arrivando a fare duecento vittime in un solo anno, si parlò di fenomeno criminale, lo Stato intervenne con misure estreme; e si sparsero fiumi di inchiostro, si scrissero libri, inchieste, reportage, ci furono interrogazioni parlamentari e fiaccolate di intere comunità, ancora oggi all’argomento si dedicano dibattiti e trasmissioni televisive. E allora perché la violenza omicida degli uomini verso le proprie compagne o figlie o amanti non riesce a diventare allo stesso modo una questione urgente, pressante, angosciosa? A interrogare le coscienze? A trasformarsi in un’emergenza?<br />
Nel 2006, sempre stando ai dati del rapporto Eures-Ansa, le donne uccise furono addirittura 181; nel 2008 ne sono state ammazzate 147, e di queste ben 104, il 70,7 per cento del totale, all’interno di contesti familiari. Così che non basta chiedersi perché gli uomini uccidono le donne. La domanda è: perché gli uomini uccidono le donne che amano?<br />
È certo che ci troviamo di fronte a delle costanti che circoscrivono e determinano il fenomeno. Sempre più spesso, quasi immancabilmente, la causa scatenante l’omicidio è un abbandono o una separazione, una messa in crisi del rapporto, un’affermazione di autonomia e di libertà delle vittime. E dunque, quel che muove al crimine è l’incapacità di questi uomini di sopportare la frustrazione del rifiuto, di governare la rabbia e metabolizzare la perdita, addirittura, di vivere l’esperienza stessa del dolore. Ma nessuno, o quasi, si è ancora azzardato ad affermare che ci troviamo davanti a un’inedita questione maschile, tutta da decifrare e comprendere. Vero, le violenze sulle donne ci sono sempre state, delitto passionale e delitto d’onore sino a poche decine di anni fa erano all’ordine del giorno, e proprio per garantire al genere maschile se non impunità assoluta, almeno attenuanti e clemenza, erano una volta reati verso i quali il Codice penale prevedeva indulgenza e comprensione. Ma oggi, più che l’affermazione di una forza e di un dominio, più che frutto di un’idea delle donne come esseri inferiori, più che retaggio di incultura e degrado, questa violenza pare nascere dalla disperata opposizione a un cambiamento femminile, dall’incapacità di accettarlo e comprenderlo; dal panico provocato dalla nuova libertà e autonomia delle donne. Dunque, una violenza che colpisce non chi si ritiene inferiore e subalterna, ma al contrario una donna che sceglie, che decide, che pone problemi e crea conflitti. E che spaventa, perché quanto più cresce la capacità di affermazione femminile tanto più vengono denudate la fragilità o la dipendenza  o l’inadeguatezza maschile.<br />
Di fronte a un inarrestabile cambiamento, il gesto violento diviene l’estremo atto di un potere morente, la resa tirannica dinanzi all’impossibilità di sottomettere, lo sfregio di un’altrimenti incancellabile alterità. La negazione e, insieme, la massima affermazione, della propria vulnerabilità e parzialità. Così che oggi la violenza sulle donne appare il sintomo più drammaticamente eloquente del declino di un genere; l’unico mezzo a disposizione per quegli uomini che credono così di sventare il rischio della perdita.<br />
Ma cosa c’entra la violenza di pochi con il resto degli uomini? Perché dovrebbe interrogare anche gli altri? E portarli a riconoscere che la violenza è parte di una storia comune? Che per quanti si abbandonano al gesto estremo di un crimine, tutti gli altri condividono una cultura delle relazioni e dell’amore dove ancora quel germe è annidato?<br />
Adriano Sofri, in un lungo articolo intitolato «Quando gli uomini uccidono le donne», pare essere tra i pochi ad aver compreso l’esistenza di una «questione maschile» che chiama in causa tutti. «Gli uomini, anche quelli che si astengono con orrore dall’ammazzare e violentare e picchiare le donne» scrive l’intellettuale pisano su <em>La Repubblica</em>, «se non sono ipocriti con se stessi e sono disposti a frugare nella propria formazione, sentono di avere a che fare con l’impulso che spinge i loro simili a quell’orrore. Se ne tengono a distanza dandogli nomi di sicurezza come “raptus” e follie. Sono tentato di dire che gli assassinii di donne stanno al maschilismo come gli attentati contro gli ebrei stanno all’antisemitismo».<br />
Una voce isolata, messa immediatamente a tacere come quella di uno scomodo grillo parlante. Meglio, molto meglio appassionarsi alla prossima vittima, entrare a far parte del set a cielo aperto del futuro delitto, e fingere di indignarsi, e scandalizzarsi, di temere l’orco e compiangere un’innocente che promette di rendere più interessanti le nostre serate televisive, così generose di dettagli intimi e di segreti inquietanti. Perché tanto più riusciremo a credere che i mostri sono altrove, lontani ed estranei, tanto più possiamo stargli vicino, a un passo dai loro cuori di tenebra, a un soffio dal sangue, dalla paura e dal dolore, e continuare a illuderci che noi, comunque, siamo salvi.</p>
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