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	<title>ida dalser &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mussolini, Bellocchio, e l&#8217;imbrigliata rappresentazione del male</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 08:00:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori In questo periodo sto leggendo la voluminosa e ottima biografia di Margherita Sarfatti scritta da Françoise Liffran, uscita da poco (Margherita Sarfatti, L’égérie du Duce, Seuil, pp. 758). Mi piace e mi avvince, ma avrei tanta voglia di prendere in mano, nei preziosi ritagli di tempo che ho per leggere, uno dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-27576" title="Mussolini_public_speaking_250" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Mussolini_public_speaking_250-150x150.png" alt="Mussolini_public_speaking_250" width="150" height="150" />In questo periodo sto leggendo la voluminosa e ottima biografia di Margherita Sarfatti scritta da Françoise Liffran, uscita da poco (<em>Margherita Sarfatti, L’égérie du Duce</em>, Seuil, pp. 758). Mi piace e mi avvince, ma avrei tanta voglia di prendere in mano, nei preziosi ritagli di tempo che ho per leggere, uno dei romanzi che mi fanno l’occhiolino dalla pila di libri in attesa di essere letti, e invece vado avanti stoicamente, so che andrò avanti fino alla fine (mi manca poco). Per senso civico, perché documentandomi per scrivere un mio romanzo ho capito quanto sia importante la storia del fascismo per capire qualcosa del presente.</p>
<p>Certo nemmeno la Sarfatti è un bel personaggio, certo il suo pervicace arrivismo, la sua sempre interessata intelligenza, i suoi ininterrotti intrighi, mettono un po’ a disagio, finiscono per dare un senso di capogiro. Ma quello che colpisce di più nella sua biografia è pur sempre l’assoluta e costante abiezione di Mussolini, con il quale la donna ha avuto una lunghissima relazione con risvolti fondamentali per la storia nazionale (il determinante sostegno finanziario, umano, ideologico, fornito dalla Sarfatti in alcuni periodi chiave del futuro dittatore, e più tardi il ruolo importante della stessa nelle vicende della cultura nazionale). <span id="more-27509"></span>Mussolini si è servito di lei (che cercava costantemente di trarne dei vantaggi, intendiamoci) per vent’anni, fino alla sua messa in disparte, e fino all’esilio, il giorno stesso dell’emanazione delle leggi razziali (era ebrea).</p>
<p>La turpitudine di Mussolini è presente in tutto il suo operato fin da ragazzo, fin dagli anni di emigrazione in Svizzera, e si manifesta in tutte le sue azioni, in tutte le sue scelte, in tutte le sue mosse politiche, in tutte i suoi rapporti con le persone e con le numerosissime donne (per quelle più importanti: G. Bocchini Padiglione, <em>L’harem del Duce</em>, Mursia). È un male che si allontana dalla visione che tendiamo a avere oggi &#8211; sempre più incapaci di vedere il male in noi stessi come siamo &#8211; del male cioè come crudeltà gratuita e sadismo, come unghiata di energia distruttiva derivante da un qualche squilibrio psichico (siamo permeati, oltre che di cinema di azione, anche di vaghe cognizioni di psicologia). Mussolini non è né crudele né sadico, né squilibrato, opera il male perché ne ha bisogno per i suoi fini sessuali e di potere. Il suo è un male che non ha niente di luciferino o anche solo di epico, che non ha niente a che fare con l’audacia e la ferocia di Hitler (impareggiabilmente analizzate, soprattutto nei loro risvolti dinamici, da Gombrowicz nel suo diario), ed è invece bassezza quotidiana, meschinità, trivialità, immediato interesse, incontinente lussuria, abbietta perseveranza non priva di buon senso, gretto genio politico privo di remore, codardia, pusillanimità. Il suo male è prima di tutto assenza assoluta di bene, vale a dire di un qualche atomo di empatia per il prossimo, o di un qualche pur rarefatto sentimento, o pietà, o ideale, o principio, o decenza, di una minima briciola di morale, di qualcosa insomma di umano (fa eccezione forse la relazione con il fratello Arnaldo).</p>
<p>Quello di Mussolini è in fondo il male ordinario che si annida in tutti noi, e che tutti noi conosciamo alla perfezione, con la differenza che in lui non trova niente che lo argini o lo controbilanci, e quindi si espande in ogni momento in tanti rivoli paralleli che prendono forza mano a mano che il tempo passa. È un male che non ha niente a che fare con la banalità del male descritta dalla Arendt, che ne rappresenta per così dire l’esatta antitesi, perché è svincolato dalle condizioni esteriori, si autoalimenta, preesiste al male che diventerà storia e tragedia: l’omicidio di Matteotti, dei fratelli Rosselli, i gas tossici in Africa, le migliaia (contabilizzate di recente da G. Mayda) di ebrei italiani trucidati nei campi di concentrazione, le stragi dei repubblichini. È un male sordido, ostinato, intimo, imbronciato, pugnace, truce, cinico, prosaico, sempre vigile, un male che in ogni momento si esercita in intrecci paralleli e spesso contradditori (mancando un qualche ideale, anche negativo, unificante), un male che è presente già, e che anzi è ancora più evidente, negli anni prima della presa del potere, perché appunto ancora svincolato dai pretesti che potrebbero pur sempre, se non giustificarlo, per lo meno spiegarlo.</p>
<p>In <em>Vincere</em> di Bellocchio (in Francia è uscito solo adesso) ho trovato un Mussolini molto diverso da quello che mi aspettavo. Ho trovato un Mussolini che certo non è in grado di esprimere un qualche sentimento, certo è egotista e brusco e collerico, certo è assente perfino nella relazione passionale, e non può dire “ti amo” (se la cava, quando proprio è costretto, con un sibillino e forse ironico “ich liebe dich”), certo quando si tratta di politica è fin dall’inizio un infatuato, un violento, ma è pur sempre un individuo che non ripugna. Ho trovato un Mussolini che nella vita privata sembra anzi sapere quasi ascoltare, che parla sommessamente, che fa l’amore con una concentrata ritenzione certo solipsisticamente proiettata in avanti, ma anche dimentica di sé (e gli occhi rovesciati non possono non fare pensare all’umanissimo Casanova di Fellini). Un Mussolini silenzioso, pensoso, tutto assorto nel suo folle ideale di grandezza, e quindi in fondo tutt’altro che meschino, tutt’altro che schifoso. Un Mussolini che si stupisce quando Ida Dalser, l’amante (e moglie, anche se le prove sono state occultate per sempre dalla macchina fascista) trentina, gli consegna i soldi (ricavati dalla vendita di tutti i suoi averi) mentre sta fondando il guerrafondaio <em>Il Popolo d’Italia</em>, che per qualche istante resta silenzioso (potrebbe essere quasi commosso), e vuole in un primo momento rifiutare.</p>
<p>In <em>Vincere</em> ho trovato un Mussolini che come qualsiasi marito borghese di buon senso tra l’amante e la moglie nella bufera opta per quest’ultima, in un modo che potrebbe far pensare a un qualche attaccamento, o comunque interesse, per la famiglia (inesistenti nel vero Mussolini). Un Mussolini che quando il re lo visita in ospedale, complimentandosi, ci si immagina abbia combattuto valorosamente (aveva invece ucciso cinque suoi commilitoni maneggiando incautamente un mortaio a un corso di istruzione al quale s’era iscritto per sfuggire i pericoli e la durezza del fronte, lui che nei suoi scritti osannava l’eroismo). Un Mussolini che poi sul balcone di Piazza Venezia, quando dall’attore si passa alle immagini vere, del vero Mussolini ripreso da molto vicino, diventa – ai nostri occhi smaliziati ed esperti di oggi &#8211; univocamente grottesco e ridicolo (tanto più che alle vere immagini è abbinata la voce dell’attore, priva della ferocità elettrizzante di quella di Mussolini), e quindi ancora meno colonizzato dal male, ancora più lontano dalla mia immagine.</p>
<p>E quindi fin dall’inizio <em>Vincere</em> mi è sembrato melenso. Intendiamoci, <em>Vincere</em> non è affatto un film melenso, perché ha il bel ritmo e l’intelligenza e la ricchezza di riferimenti e la pulizia di tutti i film di Bellocchio, e le immagini di archivio che lo costellano sono montate (con rapide cadenze futuriste) molto bene, ma rispetto alla rappresentazione di Mussolini che preesisteva nella mia testa, il Mussolini del film (il bravo Filippo Timi), restava un buon uomo, un fanatico dal carattere burbero, per certi versi quasi – nella sua antipatia &#8211; simpatico, che finisce per diventare un grottesco tiranno. In lui non c’era l’ombra di quella che mi sembra essere l’essenza di Mussolini, c’era piuttosto un’eco di altri grandi burberi visti al cinema (impersonati da Jean Gabin, Lino Ventura …). Tra quel personaggio e le mortifere malefatte del vero Mussolini restava quindi uno iato che l’abile macchina cinematografica, tutta centrata sul rapporto con Ida Dalser, tutta fedele agli inoffensivi canoni del melodramma più classico, non riusciva a colmare, che il massiccio impiego di immagini di archivio rendevano più grande ancora. E quindi non potevo lasciarmi prendere dal film.</p>
<p>Con Ida Dalser le cose non andavano meglio. Certo la bellissima Giovanna Mezzogiorno appare un po’ ammaccata dopo il suo primo (violento) internamento in manicomio, e quindi è un po’ meno bella (o comunque la sua bellezza si incanaglisce, fa pensare a molte acciaccate bellezze femminili viste al cinema, per esempio la protagonista di Million Dollar Baby), ma poi presto le ammaccature passano, e ritorna bella e fresca e intatta come prima. Certo la bellissima Mezzogiorno è molto brava (in particolare nella scena in cui legge la lettera del figlio), non dico questo, e certo sa ricreare in modo molto convincente la sofferenza di Ida Dalser per la separazione dal figliolo Benito Albino, ma la sua giovane e sofferente bellezza resta pur sempre quella virginea e non completamente umana (carnale) di Maria Maddalena, mantenendo lo spettatore in un ambito che gli è familiare, e che nulla ha che fare con le tragiche malefatte di Mussolini e del fascismo. L’infernale manicomio di Pergine Valsugana è rappresentato come un luogo pulito e quieto, quello di San Clemente come un attraente giardino dove si svolge un tran-tran per certi versi bucolico, che fa pensare a tratti a un pacato garden party. Nella mia testa mi aspettavo l’apocalisse psichiatrica (nella realtà sia Ida Dalser che il figlio ci sono morti, nei terribili manicomi dell’epoca), e invece trovavo una sofferenza senza eccessi insopportabili, senza umiliazioni del corpo, senza destrutturazione della mente, una sofferenza tutta moderna, pulita, accettabile. Bella (come è e resta bella la protagonista). La sofferenza del melodramma.</p>
<p>Il fascismo e i fascisti non entrano nei manicomi del film. In quei manicomi nessuno è fascista, nessuno sembra essere corresponsabile del fascismo: il fascismo, la violenza, il Male, restano all’esterno. Con la bellissima Ida sono (quasi) tutti buoni, umani, comprensivi. Che Ida Dalser (nella realtà molto meno bella) e Benito Albino finiscano per morire (lei nel ’37, lui nel ‘42), lo spettatore lo viene a sapere solo dalle didascalie in chiusura del film. Il film finisce prima. Non potrebbe seguirli nel loro calvario, diventerebbe qualcosa d’altro.</p>
<p>Io stimo Bellocchio, e mi sembra coraggioso affrontare di petto questa vicenda marginale ma molto rivelatrice della nostra storia. E forse <em>Vincere</em> resta pur sempre un bel film (la critica francese lo ha unanimemente osannato). Però ecco, io mi aspettavo un pugno nello stomaco, e invece è come se avessi bevuto un bicchiere d’acqua fresca. Ma probabilmente l’abiezione che ho in mente io non si potrebbe rappresentare, probabilmente sarebbe insostenibile, probabilmente apparirebbe l’opera di un pazzo (Pasolini, dove sei?). E allora torno alla biografia di Margherita Sarfatti, e al vero male di Mussolini, che è pedissequo imbricamento e giustapposizione di piccoli e grandi mali. Perché non crediamo, mentre trama le sue altre numerosissime malefatte, il dittatore fa tenere d’occhio anche questi due prigionieri (di Benito Albino se ne occupa direttamente, finché è vivo, Arnaldo), non è solo preso, come sembra suggerire il film, dagli affari di stato, dai mali della storia (e segue personalmente anche le sorti di molti altri prigionieri, esuli, confinati). E mentre leggo la biografia della Sarfatti mi domando, come mai anche il grande Bellocchio ci dia una versione tanto edulcorata, se non dipenda sempre dal solito problema, che a tanti anni di distanza non abbiamo ancora fatto i conti col fascismo, e quindi esitiamo eternamente tra indulgenza (vale a dire mancata consapevolezza dei devastanti effetti dell’interiorizzazione dei valori fascisti in milioni di italiani, durante il ventennio come anche nei decenni successivi), dando per scontato che gli italiani il fascismo lo abbiano solo subito (come suggerisce la scena del film con i ciechi che camminano nella nebbia mentre il futuro dittatore enuncia la sua sete di potere), e retorica visione esteriore, quasi il fascismo non avesse nulla a che fare con noi e con le nostre famiglie (i manipoli di fascisti “cattivi”, il pazzo che si sgola dei filmati dell’epoca ripresi nel film).</p>
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