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	<title>Il Canneto Editore &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Figure della crisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Feb 2024 06:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Il Canneto Editore]]></category>
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		<category><![CDATA[vittorio coletti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Vittorio Coletti </strong>  <br /> La confusione sotto il cielo della politica europea, non solo italiana, era grande, a suo giudizio. Destra e sinistra ora si opponevano duramente anche dove, come nel caso della direttrice d’orchestra, non era il caso; ora si scambiavano tranquillamente elettori, programmi e linguaggi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vittorio Coletti</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-106926" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-200x300.jpg" alt="" width="300" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-1024x1536.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-1366x2048.jpg 1366w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-696x1044.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-1068x1602.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def.-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/Copertina-Figure-della-crisi-1.pdf-def..jpg 1585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Il Politico lo sapeva di avere un cervello di destra e un cuo­re di sinistra.<br />
Non sempre, si capisce. A volte succedeva anche il con­trario, ma in genere le cose dentro di lui stavano così. La ge­nerosità innata lo spingeva da una parte; la fredda razionalità dall’altra. Non ne era soddisfatto e cercava di tenerlo nascosto. La sua parte di sinistra chiedeva più giustizia sociale, denun­ciava l’insensibilità della classe dirigente per i nuovi e vecchi poveri, si batteva nella lotta alle diseguaglianze (anche se il plurale gli faceva storcere il naso), condivideva le accuse alla corruzione pubblica e le denunce delle Procure, auspicava più scuola, migliori redditi, generosa assistenza, pronta e ordina­ta accoglienza e integrazione degli stranieri. La sua parte di destra pensava che uno nella vita dovrebbe darsi da fare per migliorare la propria posizione e non limitarsi a lamentarse­ne; che avere dei migranti come vicini di casa era un disastro, specie se venivano da culture così lontane e diverse da non essere pronti a integrarsi nella nostra; che l’assistenza poteva facilmente diventare assistenzialismo; che le Procure esagera­vano con la caccia ai colletti bianchi e avrebbero fatto meglio a occuparsi dei delinquenti di strada e degli assassini; che la scuola doveva tornare a essere un luogo di istruzione impar­tita da professori che insegnano e non un parcheggio sociale sorvegliato da genitori in ridicola e perenne difesa dei figli che depositano.<br />
Più precisamente si definiva, con un po’ di snobismo, un vecchio socialista con non nascoste simpatie per il vecchio li­beralismo risorgimentale, e dunque del tutto inattuale.<br />
Sapeva che il consenso gli veniva da sinistra, da quanti si riconoscevano nei suoi discorsi più pubblici e impegnati. Ma non ignorava che la sua peculiarità a sinistra era data anche dalla sua capacità di ascolto delle esigenze e delle sensibilità di destra, o meglio: dall’attenzione agli umori di destra diffusi anche tra gli elettori di sinistra. Diceva, ad esempio, che al fondamentalismo islamico bisognava rispondere con gesti di riconciliazione e di integrazione, ma non nascondeva che al fanatismo in certi casi era inevitabile reagire con la forza. Criti­cava l’assenza di progetti (parola notoriamente cara a sinistra), di idee e visioni della società e del Paese; ma lo irritava la pe­tulante contrarietà o insoddisfazione della sua parte a qualsiasi tentativo di realizzarne uno. Era tanto infastidito dalla demo­crazia di quartiere dei cosiddetti comitati, sempre contrari a tutto, quanto preoccupato dalle democrature nazionalistiche e autoritarie dei nuovi leader di destra.<br />
Si riteneva un antifascista militante, figlio della Resistenza di suo padre, ma non sopportava più la retorica dell’antifasci­smo che spingeva i suoi compagni a guardare solo indietro, verso la temuta rinascita del vecchio fascismo e a non vedere davanti a sé la nascita di uno nuovo, diverso e non meno pe­ricoloso e sotto altre vesti. Diceva di temere non tanto i grot­teschi nostalgici, manipolatori del passato, di cui rovesciavano subdolamente la storia, quanto i precursori nascosti di un nuo­vo fascismo, ancora una volta populista e cialtrone.<br />
Quando una direttrice d’orchestra fu boicottata da un teatro francese in nome della sua supposta amicizia con la leader dell’estrema destra italiana, fu così anticonformista non solo da stigmatizzare l’improvvida censura dell’arte, che dovrebbe essere tenuta fuori dalla contesa politica, ma anche da augurarsi pubblicamente che tutti i sospetti neofascisti fossero dei bravi musicisti, perché ci si poteva almeno confrontare con loro sul piano della musica, che non è soltanto una delle creazioni umane più alte ma anche tirocinio raffinato per una civile educazione all’ascolto degli altri. E a chi polemizzò con lui da sinistra ricordò un episodio di molti anni prima, quando un militante del suo partito salì su un palco a Torino per impedire un concerto del maestro Luciano Berio dedicato alla pace nei giorni delle stragi di palestinesi a Sabra e Chatila, e accusò musicisti e organizzatori di connivenza con gli autori o i mandanti dell’enorme crimine. Il Politico aggiunse, per chi lo avesse dimenticato, che in seguito il militante contestatore di Berio divenne uno dei più noti, ascoltati e potenti uomini della destra, essendo passato con le armi e i bagagli del suo arrogante fondamentalismo alla corte del miliardario “sceso (sciaguratamente) in politica”, di cui fu uno dei più convinti cantori.<br />
Il Politico era o si credeva orgogliosamente atipico nel suo campo. Coglieva la conciliazione tra le due anime che si fronteggiavano in lui in una più precisa definizione delle due forze opposte: la sua destra, diceva, era quella liberale, democratica, finita in Italia ai tempi della Prima Guerra mondiale e mai più rinata, sostituita da quella becera e violenta del Fascismo; la sua sinistra era quella azionista, socialdemocratica, coltivata però dentro un partito che si chiamava comunista anche se, fortunatamente, non lo era stato, ma era stato socialista, democratico e riformista. Due dimensioni della politica ora del tutto fuori commercio, sostituite da altre che avevano lo stesso nome, destra e sinistra, ma culture completamente diverse, stili e densità culturali incomparabili con quelle cui lui si ispirava e preoccupanti tratti comuni.<br />
La confusione sotto il cielo della politica europea, non solo italiana, era grande, a suo giudizio. Destra e sinistra ora si opponevano duramente anche dove, come nel caso della direttrice d’orchestra, non era il caso; ora si scambiavano tranquillamente elettori, programmi e linguaggi. A scambiare continuamente le tradizionali parti dello scontro politico, del resto, era ormai, secondo lui, la gente stessa, disinformata su tutto ma decisa a pretendere cose e a manifestare esigenze opposte: le automobili o il riscaldamento o i condizionatori al massimo e la riduzione dell’inquinamento; la bulimia dei consumi e la critica della produzione; la pulizia pubblica e il disordine privato; la generosità sociale e la rivolta contro lo straniero se veniva accolto nei pressi di casa. Inutile dire che uno dei punti di maggior dissenso anche con sé stesso il Politico lo raggiungeva davanti alla tremenda questione dei migranti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: il testo che precede è tratto (pgg. 79-82) da &#8220;Figure della crisi&#8221;, di Vittorio Coletti, pubblicato recentemente (dicembre 2023) da Il Canneto Editore</em></p>
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		<title>Ultima rumba en la Habana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2014 09:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cuba]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Velasquez Medina]]></category>
		<category><![CDATA[Il Canneto Editore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura cubana]]></category>
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		<category><![CDATA[Ultima rumba all'Avana]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fernando Velásquez Medina</strong></p>
<p><em>(un passo del caliente &#8220;Ultima rumba all&#8217;Avana&#8221;, di Fernando Velásquez Medina, Il Canneto Editore, 2014, 15 Є, nella bellissima traduzione di Marino Magliani)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/06/25/ultima-rumba-en-la-habana/marino_rumba_lettura_cop/" rel="attachment wp-att-48358"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-48358" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/marino_rumba_lettura_cop-211x300.jpg" alt="marino_rumba_lettura_cop" width="211" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/marino_rumba_lettura_cop-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/marino_rumba_lettura_cop.jpg 711w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a></p>
<p>Il mare scintillava qua e là catturando le luci imprudenti della costa e lo stanco raggio del Morro. Lui camminava al mio fianco, il primo cliente conquistato da quando ero uscita di galera. Ero così nervosa che mi tornò in mente la “prima volta” vera, che fu anni fa, quando il Fato mi sorrise con le labbra di un marinaio greco e io, ingenua come sono, mi sentii una Circe. Oggi ho lo stesso brivido fra le cosce, più voglia di orinare che pulsione sessuale, mentre la sensazione di avere accalappiato un maschio mi fa gonfiare i piedi, vittoria di poco conto sulla concorrenza di ninfette setose, ragazze di scuola media alle quali il clima regala troppo presto forme tropicalmente oscene; mi guardano con ironia dai loro troni di regine della notte cubana, mentre fanno coro intorno ai turisti. Vedo una faccia amica: Yahama, cinesina figlia di una mia amica, quattordici anni spesi male, accarezza l’interno coscia di un signore, gli chiede dollari e chewing-gum. Davanti a noi, nel parco Maceo, un cartello proclama:</p>
<p><em>I giovani sono in marcia verso il 2000</em></p>
<p><em>Ci daranno il cambio: è una certezza</em></p>
<p>Entrare nell’hotel, in quell’enorme salone che fa le veci di reception e ha quell’aria di lusso anteguerra – la loro guerra, quella degli europei padroni del mondo, e non quella dei nostri scipioni africani, e nemmeno la triste guerriglia pompata che imbibisce i nostri calendari – mi dà un’euforia da alcool mischiato con funghi allucinogeni, un esplosivo che bevvi insieme a un messicano amico – di chi? – pochi mesi prima che mi spedissero in prigione. L’ascensore ci sbarca su un piano di quelli uguali a tutti gli altri, fatti in serie, e percorriamo un corridoio. Me lo ricordo – memoria fotografica – identico a quelli del Palazzo d’Inverno russo. La camera fa calare il mio nervosismo: letto comodo, bevande passabili, un Dom Pérignon che ispira qualche sospetto al Vassari che, immerso nella luce tenue che la luna ci mette a disposizione, si domanda come mai questa facile donna caraibica non beva rum ma preferisca bevande costose e civilizzate.</p>
<p>Ma la nerchia di Giovanni già si rizza, libera dal pur minimo impaccio delle mutande, e mi schiaccia con le chiappe contro il materasso, mica poi tanto morbido, chi l’avrebbe detto. Apro le gambe e afferro la chiave per confrontarla correttamente con la mia toppa, mentre lo sfregamento del vello pubico mi porta alla memoria la lingua della China (non il mandarino, ma proprio la lingua della mia mandarina: la mia sorvegliante in prigione). I movimenti spastici mi sfiorano la coscienza, il ricordo della sergente con i seni penzolanti sulla mia faccia, i capezzoli scuri nella mia bocca, i lievi morsi sul collo e la voce rauca che ordina: «Ficcami dentro un dito, buona a niente!», tutto questo porta la mia mano incosciente alla fossa dell’uomo, e il dito che finora gli aveva solo accarezzato l’ano sprofonda di colpo nella sua intimità. Un odore acre e un grido mi trattengono in allerta: per qualche secondo ogni movimento resta sospeso, guardo il volto alterato dell’italiano, e proprio allora lui comincia a pompare con inaudita forza e sento una gran gioia che percorre tutto il mio corpo per andargli incontro. Adesso sono due le dita che gli ho infilato in profondità; lo faccio stendere, gli mordo il petto, lo accarezzo dentro mentre lui quasi sviene e le dita sono come serpenti allacciati in fondo a una buca stretta che si con trae più volte quando lui viene: «Aaaah!», e resta lì, disarticolato come una bambolina sul letto.</p>
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